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	<title>Amsterdam &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Letto su un telegramma non firmato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 09:02:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdam]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[cane nobile]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa da tasca]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese Fu proprio in quel momento che un uomo con la barba d’argento (un vecchio?) cercò di attirarmi in un grande bugigattolo – ammesso che i bugigattoli siano spaziosi – e quello lo era. Era un ampio ben arredato bugigattolo palladiano, molto razionale anche molto disfunzionante forse per via delle luci sempre puntinate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/04/letto-su-un-telegramma-non-firmato/cane-amste/" rel="attachment wp-att-42126"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-42126" title="cane amste" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/cane-amste-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/cane-amste-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/cane-amste.jpg 637w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Fu proprio in quel momento che un uomo con la barba d’argento<br />
(un vecchio?)<span id="more-42125"></span><br />
cercò di attirarmi in un grande bugigattolo<br />
– ammesso che i bugigattoli siano spaziosi – e quello lo era.</p>
<p>Era un ampio ben arredato bugigattolo palladiano,<br />
molto razionale anche molto disfunzionante<br />
forse per via delle luci sempre puntinate<br />
come di treccia d’albero natalizio di ghirlanda elettrica<br />
luminaria leggermente a strappo secondo una logica<br />
di acceso-spento acceso-spento poco chiara –</p>
<p>Ma dicevo che l’uomo mi attirava o cercava<br />
di attirarmi ma io ci andavo<br />
come forzato e volentieri per la grande curiosità come attratto<br />
dalla barba d’argento ma chissà quale motivo<br />
forse un lubrico insondabile motivo –</p>
<p>«Che mai vorrà?» pensavo io dentro di me<br />
pensavo con tutta l’energia mentale di cui disponevo<br />
ma siccome ero molto stanco e molto svagato<br />
pensavo piano e quasi non riuscivo a tradurre<br />
in gesti inequivocabili tutto il pensato –</p>
<p>E mi muovevo obliquamente a granchio come stordito<br />
facendo ampi gesti equivoci al vecchio lubrico<br />
con la barba argentata e più addentro andavamo<br />
nel bugigattolo enorme risonante come il corpo cavo<br />
di una balena una carlinga una cattedrale trecentesca –</p>
<p>Ebbene più mi addentravo sbandato e sonnacchioso<br />
più il vecchio sfoderava una sua figlia minore<br />
e minorenne pure davvero carina ma zitta<br />
elegantemente vestita ma con pochissima stoffa<br />
un enorme risparmio di stoffa solo un breve<br />
accennato nastro tra le gambe e il resto<br />
erano giusto zone di pelle colorate –</p>
<p>Il vecchio porco con la barba argentata<br />
era dunque il padre il paparazzo il prosseneta<br />
di questa figlia o nipote?</p>
<p>E quanto mi sarebbe costato<br />
tutto quel maneggio tonto e lampeggiante?</p>
<p>*</p>
<p><em>Foto dell&#8217;autore in foggia di cane olandese</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Le chiappe molli di Marino Magliani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/17/magliani-colpisce-ancora/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 09:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdam]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdam è una farfalla]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
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		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Roland Fagel]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo Amsterdam è una farfalla, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica. Bof, si dice l’appassionato di testi maglianici, dove sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-40765" title="Magliani_amster_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/Magliani_amster_rid.jpg" alt="" width="198" height="296" /></a>Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo <em>Amsterdam è una farfalla</em>, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica. Bof, si dice l’appassionato di testi maglianici, dove sono transitati davvero tantissimi muri a secco liguri, ma pochissime o punte biciclette. L’inizio, per molti versi imbarazzante, sembra confermare questa prima impressione. Il personaggio Magliani, perché si chiama appunto Magliani, come il vero Magliani, anche se gli olandesi dicono Makliani, non sembra amare molto queste benedette biciclette delle quali gli olandesi sono cultori (la tassonomia è molto complicata, ci dice, limitandosi a qualche impressionistico saggio) e sulle quali a differenza di quanto riesce a lui saltano agilmente, partendo in quarta (lui le ha temute fin dall’infanzia). E non sembra amare particolarmente nemmeno Amsterdam, e nemmeno l’Olanda, a parte forse la costa del nord dove la vita, come una marea, lo ha portato a vivere. <span id="more-40731"></span>E confessa candidamente fin da subito anche che il testo gli è stato commissionato. E chiaramente non sa come cavolo venircene fuori con questa benedetta commissione. La sua idea di  un libro sulla luce di Amsterdam, scritto da un suo eteronimo vivente nel 2100, tal Gregorio Sanderi (che già conosciamo da un romanzo precedente), per di più facendo come se a quel tempo la metropoli fosse soleggiatissima (a dispetto delle previsioni degli specialisti di cambiamenti climatici, chiarisce lui stesso), al lettore appare davvero pessima. Qui si mette malissimo, pensa l’appassionato maglianico, rimpiangendo un qualsivoglia rudere ligure, una grotta, un campo invaso dai rovi. E invece no: intanto è spuntato un imponente personaggio di nome Roland Fagel, traduttore, arrogante e altero, dispotico e irascibile, con il suo consunto borsone di cuoio a tracolla “da editore” (in precedenza è stato editore), con il suo carsimatico panzone. Questo personaggio, che ricorda da vicino il mitico (ho avuto la fortuna di conoscerlo) vero traduttore in olandese di Magliani, che si chiama per l’appunto anche lui Roland Fagel, ha le idee molto chiare, una enciclopedica cultura, un amore senza riserve per le biciclette e per Amsterdam: proprio tutte le qualità che gli permetterebbero di prendere le redini del libro in mano. E lo fa. Trascinando il personaggio Magliani a vedere le cose che gli sembrano capitali, insegnandoli pedantemente la storia (“sapeva schifosamente tutto”), citando e dandogli da leggere testi, insistendo sulle ferite inflitte dalla modernità alla città (le autostrade, la stazione, la metropolitana), facendogli incontrare gli studiosi che secondo lui potrebbero essergli utili, traducendo il suo olandese non proprio perfetto anche quando non sarebbe affatto necessario. Al suo fianco è comparsa anche una seconda volitiva guida, una muscolosa ragazzona di professione contadina biologica (poi si scopre però che attorno alla sua fattoria non c’è traccia di coltivazioni), che avendo letto l’ultimo romanzo dello scrittore, dove si tratta di donnaioli latini, non smette di palpargli le molli chiappe, e appena riesce gli palpa anche il sesso e cerca di saltargli addosso (lo spaurito Magliani riesce a farla franca per un pelo). Anche lei nonostante il nordico arrapamento si dà da fare per la riuscita del libro. E insomma i due energici anfitrioni lo scorrazzano, beninteso in bicicletta, a destra e a sinistra (compresa una lunga e surreale discesa nella parte infera della città, popolata da una temibilissima fauna), gli dicono esplicitamente cosa deve mettere nel libro e come. E lui lo fa, pedissequamente, pedalando di mala voglia, preoccupato dei dolori che gli procura la bicicletta, telefonando ogni tanto alla moglie per dire che sta bene. Non sembra per niente coinvolto, e anzi pare un po’ annoiato, anche se prende pedissequamente delle note su un quadernino. Si anima solo, questo sì, quando la sua fame imperiosa (certo legata alle origini contadine) fa capolino, e lì nascono sempre dei problemi perché lui sarebbe dispostissimo a sfamarsi nel primo postaccio per turisti, mentre il buongustaio Roland Fagel sa cosa bisogna mangiare a Amsterdam, e come, e per trovare l’aringa giusta non esita a traversare la città (sempre in bicicletta). La sola cosa che lo colpisce davvero e profondamente, è la consuetudine che hanno gli olandesi di radere al suolo ogni qualche decennio gli edifici, rubando agli abitanti la “memoria geografica”, come la chiama lui. Nella Liguria che trasporta dentro di lui, dove ogni pietruzza è un ricettacolo infinito di memoria, non è nemmeno immaginabile una cosa del genere. Ha però qualche personale abitudine genuina e incomprensibilmente iniziatica, e in particolare quella di passare le notti su un tetto, all’aperto, chiuso nel suo giaccone  (i personaggi di Magliani, i suoi cultori lo sanno, dormono spesso all’aperto stretti in un giaccone). E per questo aspetto riesce a piegare anche la volontà titanica di Fagel. E insomma ne viene fuori un potente romanzo, spassoso (c’è sempre una prima volta) e avvincente. Ma anche maglianicamente vero e struggente. E ci piacerebbe tanto capire chi cavolo è questo Magliani così vicino all&#8217;autentico Magliani (anche questa è una novità), che pedala, guarda, pensa (senza troppo dirci cosa), mangia, digerisce, dorme. Non fa grandi teorie, non cambia radicalmente il nostro modo di pensare, è lì (“sbadigliammo entrambi”) e nello stesso tempo non è lì, è nella sua Liguria, o meglio i suoi frammenti di Liguria (“Liguria è un nome che non serve, e da noi si usa solo ciò che serve”), che restano pur sempre una potente chiave di lettura del mondo (“Parlare delle mie terrazze per parlare di Amsterdam, o viceversa”). Vorremmo allora sapere perché cavolo ci intriga così tanto, con quali misteriose reti ci avvince. E non lo sappiamo. E proprio qui, come ci succede per tanti altri grandi autori, sta la grandezza. Provare per credere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Discorsi da bar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 07:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Amsterdam]]></category>
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		<category><![CDATA[robert musil]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani la prima volta che andai ad Amsterdam, con un’amica, insistetti per cominciare la visita andandoci a sedere in un bar, con i tavolini all’aperto, dai quali si vedesse un qualche scorcio di città. Ma tu, dice l’amica, le città devi assaporarle? Sì, rispondo, così è il mio modo, stare seduti in un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Amsterdam-kanaal.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38786" title="Amsterdam kanaal" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Amsterdam-kanaal-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Amsterdam-kanaal-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Amsterdam-kanaal.jpg 333w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
la prima volta che andai ad Amsterdam, con un’amica, insistetti per cominciare la visita andandoci a sedere in un bar, con i tavolini all’aperto, dai quali si vedesse un qualche scorcio di città. Ma tu, dice l’amica, le città devi assaporarle? Sì, rispondo, così è il mio modo, stare seduti in un bar a guardare la gente come si muove cosa dice, i gesti, le occhiate, gli intercalari, i sorrisi, sentire i discorsi, scambiare banalità, o non solo banalità, così, con fare distratto, che sembra da nulla e invece.<br />
O anche, com’è successo ad Amsterdam, quello di stare appoggiati al parapetto di uno dei tanti canali che attraversano tutto il tessuto urbano e guardare e chiacchierare con leggerezza, tanto che quella volta appunto mentre eravamo così appoggiati, vicini alla nostra Volkswagen rossa, un tipo comincia a farci segno da una finestra, ma come, proprio a noi, sì, fa quello con la testa ed il braccio, a voi, venite su un momento<span id="more-38785"></span> che beviamo una cosa, e poi tutto in inglese, o mezzo francese, perché di fiammingo noi non una parola, così come lui d’italiano, aveva visto la targa dell’auto e gli piaceva l’idea di attaccare bottone con degli italici propensi a perder tempo, e fu così che salimmo davvero, non c’era da pensar male, o comunque fummo fiduciosi e con ragione, chiacchiere e birra densa, sguardi e amicizia niente di scomposto, un ricordo molto piacevole da mettere nella cassetta delle cose da conservare volentieri, con cura.</p>
<p>Del resto cosa c’è di meglio del mettere in comune vicinanza e cibi e bevande, un rito dell’umanità vecchio come il mondo, mi immagino, ma non solo dell’umanità, le leonesse dividono ‒ e invitano i loro sfaticati maschi a dividere ‒ le gazzelle sbranate, noi dividiamo con vero piacere una buona bottiglia, o un buon tè, così come un buon pasto, che sono una specie di <em>base</em> per lo stare assieme.</p>
<p>Non sempre i discorsi da bar sono stati o sono quel che intendiamo ormai un po’ superficialmente con questa locuzione. Torno volentieri a parlare di questo chiacchierare, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/06/22/una-luce-diversa/">qui</a> era Roma, il tavolino di un caffè di piazza Campo dei Fiori, all’ombra intensa del Nolano, intorno al quale io e altri amici abbiamo imparato non soltanto a conoscerci meglio ma anche a mettere in comune tante delle poche cose che sappiamo; perché anche la cultura è uno di quei cibi che amiamo mettere in comune, è una cosa bella da mangiare e condividere.</p>
<p>C’è un riferimento quasi ovvio al riguardo, ed è quello dei caffè viennesi e del loro non banale ruolo nella maturazione di quella straordinaria età della produzione letteraria, scientifica e artistica che fu la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Allo scopo di trasformare questo riferimento da stereotipo in oggetto di ricerca storiografica ‒ avvalorando così la mia passione per i discorsi da bar ‒ vi citerò una mezza pagina di un illustre storico statunitense della cultura europea, <strong>Carl Emil Schorske</strong>, che, nel suo <em>Fin-de siècle Vienna ‒ politics and culture</em> (Vintage Books, New York 1981, tradotto come <em>Vienna fin de siècle ‒ la culla della cultura mitteleuropea</em>, Bompiani 2004 (2ª ed.), libro per il quale prese il Pulitzer nel 1981), così scriveva:</p>
<p style="padding-left: 30px;">« L’indole socialmente circoscritta dell’élite culturale viennese, con una sua inconsueta commistione di provincialismo e cosmopolitismo, di tradizionalismo e modernismo, offriva più che in altre grandi città un contesto coerente per lo studio dell’evoluzione culturale nel primo scorcio del ventesimo secolo. A Londra, a Parigi, a Berlino ‒ è la conclusione alla quale siamo giunti io stesso e i miei studenti nel corso di seminari in cui abbiamo esaminato ciascuna di queste metropoli intendendole come altrettante entità culturali autonome ‒ gli esponenti delle varie branche dell’alta cultura, fossero queste accademiche o estetiche, giornalistiche o letterarie, politiche o intellettuali, non si conoscevano tra loro, o quasi. Vivevano raccolti in comunità professionali, in stato di semisegregazione. A Vienna, invece, sino all’inizio del ventesimo secolo la coesione di questa élite si presentava molto forte. I salotti e i caffè erano istituzioni ancora assai vitali ove gli intellettuali di ogni categoria si scambiavano idee e opinioni, mescolandosi al tempo stesso a un’élite commerciale e professionale che andava fiera della sua cultura generale e della sua competenza in campo artistico. Per la stessa ragione a Vienna l’“alienazione” degli intellettuali da altri settori dell’élite, lo sviluppo a opera loro di una subcultura arcana, o di avanguardia, avulsa dai valori politici, etici ed estetici dell’alta borghesia, si concretarono più tardi che in altre capitali culturali dell’Occidente, ancorché si verificassero poi in forma più rapida e sicura. Molti fra gli esponenti culturali della generazione pionieristica di cui si tratta in questi saggi finirono con lo straniarsi dalla loro classe sociale parallelamente all’estrusione di questa dal potere politico: non da quest’ultimo e contro quest’ultimo inteso come classe dominante. Solo nel decennio che precede la prima guerra mondiale si ravvisa un preciso fenomeno di distacco degli intellettuali dall’intera società.»</p>
<p>E del resto basta leggere le memorie di Elias Canetti per rendersi conto di tutto quello che poteva passare nelle amabili conversazioni ai tavolini dei caffè e dei <em>Heurigen</em> viennesi. Soprattutto nel terzo volume (<em>Il Gioco degli occhi</em>, Adelphi 1985) questo aspetto è assai raccontato. Lasciatemi riportare qui cosa successe quando Canetti ricevette gli elogi di Musil per la recente pubblicazione del suo romanzo d’esordio, <em>Autodafè</em> (titolo originale <em>die Blendung</em>, “l’accecamento”, ma anche &#8220;l&#8217;abbagliamento&#8221;, &#8220;l&#8217;illusione&#8221;); l’antefatto è che Canetti, che aveva scritto il romanzo negli anni 1930‒31, aveva inviato una copia del manoscritto (“in tre grossi volumi rilegati in tela nera”) a Thomas Mann, che gliel&#8217;aveva subito restituita intatta “con una garbata lettera nella quale lo scrittore chiedeva venia spiegando che l’impegno era superiore alle sue forze”. “Fu un colpo molto duro. ‒ commenta Canetti ‒ Se non lo leggeva lui, chi altri avrebbe voluto leggere un libro così tetro?”<br />
Questo ritardò naturalmente la pubblicazione del romanzo, che però venne finalmente pubblicato, quattro anni più tardi, nel 1935, con buon successo di critica. Ascoltate Canetti:</p>
<p style="padding-left: 30px;">«Ora finalmente, nell’ottobre del 1935, il libro aveva visto la luce, e io avevo la ferma intenzione di mandarne una copia a Thomas Mann. La ferita che mi aveva inferto era rimasta aperta. Lui era l’unico che potesse guarirla [ &#8230; ] Mi rispose con una lunga lettera. Il suo carattere, la sua scrupolosa coscienza lo avevano spinto a riparare a quel ‘torto’. La sua lettera, dopo tutto quello che era successo, mi rese felice.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Wien-Café-Herrenhof.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-38788" title="Wien Café Herrenhof" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Wien-Café-Herrenhof-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Wien-Café-Herrenhof-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Wien-Café-Herrenhof-743x1024.jpg 743w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Wien-Café-Herrenhof.jpg 858w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a><br />
Nello stesso periodo il romanzo ebbe anche un’eco pubblica, molto pubblica, poiché nella <em>Neue Freie Presse</em> apparve la prima recensione. Era un articolo traboccante di elogi, ma firmato da uno scrittore che io non stimavo e che era difficile stimare. Fece tuttavia il suo effetto, poiché nello stesso giorno (o fu il giorno dopo?), quando entrai al <em>caffè Herrenhof</em>,  Musil mi venne incontro con una cordialità che non gli avevo mai conosciuto. Mi tese la mano e non solo sorrise, era addirittura raggiante, e ne fui tanto più colpito perché ero convinto che in pubblico non si permettesse mai un atteggiamento simile. Disse: « Mi congratulo con lei per il suo grande successo!». Aveva letto soltanto una parte del romanzo, ma se continuava così, disse, quel successo me l’ero meritato. Nell’udire dalla sua bocca quella parola, «meritato», fui preso da una specie di ebbrezza. Aggiunse altre osservazioni molto positive, ma preferisco non riportarle, perché forse, con la piega che presero poi le cose, Musil avrebbe anche potuto ritirarle più tardi. Furono parole che mi fecero perdere la testa. All’improvviso capii quanto avessi contato sul giudizio di Musil, forse non meno che su quello di Sonne. Ero inebriato e confuso, dovevo essere molto confuso perché, altrimenti, come avrei potuto commettere la più penosa delle <em>gaffes</em>?<br />
Lo ascoltai fino in fondo e poi dissi subito: «E immagini un po’, ho anche ricevuto una lunga lettera da Thomas Mann!». Musil cambiò fulmineamente, fu come se con un balzo si fosse ritirato in se stesso, la faccia gli diventò grigia, era ridotto al solo guscio. «Ah sì!» disse. Mi diede la mano a metà, così che potei stringergli soltanto le dita, e si voltò bruscamente. Così fui congedato.<br />
Il suo fu un congedo definitivo. Musil era un maestro nell’imporre le distanze, aveva una lunga pratica in quell’arte: se respingeva una persona, la respingeva per sempre. Nel corso dei due anni successivi mi accadde qualche volta di vederlo in mezzo ad altra gente, ma non mi rivolse mai la parola pur mostrandosi sempre cortese. Non si lasciò più attirare in una conversazione con me. Se qualcuno faceva il mio nome, se ne stava zitto come se non sapesse di chi si parlava e non avesse nessuna voglia di informarsi.<br />
Che cos’era successo? Che cosa avevo fatto? Qual era la colpa imperdonabile da cui non poteva più assolvermi? Avevo pronunciato il nome di Thomas Mann nello stesso istante nel quale lui, Musil, mi esprimeva il suo apprezzamento. Avevo parlato di una lettera di Thomas Mann, una lunga lettera, subito dopo che lui, Musil, si era congratulato con me e aveva motivato le sue congratulazioni. Doveva supporre che io avessi mandato il romanzo a Thomas Mann, come a lui, con una dedica altrettanto piena di ammirazione. Non conosceva l’antefatto e non sapeva che il primo invio era avvenuto già quattro anni prima.» (ediz. it. pp. 315‒16).</p>
<p>Discorsi da bar, per l’appunto.</p>
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		<title>Tè, acque e città</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/te-acque-e-citta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 05:30:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del ponte de san Sebastian. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-26980" title="Camellia_sinensis" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis-275x300.jpg" alt="Camellia_sinensis" width="275" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis-275x300.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia_sinensis.jpg 540w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
<p>Lunga è la memoria dell’acqua al passaggio di una gondola – sciaborda per molti minuti alla luce undivaga di qualche lampione sulle scalette del <em>ponte de san Sebastian</em>. Non inquieta la notte di Venezia, anche sulle fondamenta più dimenticate c’è sempre un palazzo che ti sorride e che puoi accarezzare con lo sguardo. Un’occasione unica per i pensieri che si possono accavallare a piacimento, non c’è computer a portata di mano, non c’è l’ansia delle mail urgenti – l’urgenza sfuma senza fatica – non c’è il sito da curare – ore senza tempo per camminare piano e perdersi un po’.</p>
<p>Perdersi è facile a Venezia: non perdere la strada, è facile mantenere l’orientamento almeno per raggiungere una delle mete più note, <em>el vaga drio a la zente</em> m’ha detto un passante una volta e non ho mai dimenticato l’insegnamento, no, è facile invece perdersi sulle strade nelle quali ti trascina il pensiero quando non lo sorvegli, e a Venezia passa facilmente la voglia di sorvegliarlo.</p>
<p>Il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/corso-speciale-sulla-cultura-e-sullarte-del-te-in-cina/">corso sul tè</a> – io sono qui per quello – si svolge a palazzo Foscarini – <em>sestièr Dorsoduro</em> – in una accogliente stanzetta<span id="more-26979"></span> col lavello chiuso in un armadio e un meraviglioso bollitore sempre in funzione al centro di un lungo tavolo rettangolare.</p>
<p>Che bella che è la pianta del tè, sì, anche quella di Fossati, ma io voglio dire quella non metaforica, con le foglie lucide e piccole, la <em>camelia sinensis</em> raffigurata qui sopra, che non è neanche quella della Signora delle camelie (ben sette film sono stati tratti dall’omonimo romanzo di Dumas) che è invece la <em>camelia japonica</em>, che vedete qui sotto,</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-26981" title="Camellia-Japonica" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica-225x300.jpg" alt="Camellia-Japonica" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Camellia-Japonica.jpg 360w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a> che dà fiori abbaglianti, ma non deliziosi infusi. Ma certo non starò qui ad annoiarvi con la storia del tè e dei tè del lontano oriente.</p>
<p>Invece vorrei raccontarvi che meraviglia svegliarsi la domenica mattina col sole che bagna senza risparmio le fondamenta, camminare guardando i palazzi della riva opposta illuminati di fresco, come appena venuti su dall’acqua e percorrere ancora tutte le viuzze, no, certo non le viuzze, le <em>calli</em> si dice, o le <em>callette</em>, i <em>sotoporteghi</em>, i <em>rio terà</em>, i <em>campi</em>, i <em>fondachi</em>, le <em>corti sconte</em> (un pensiero reverente a Corto Maltese …) e quanti altri nomi l’immaginazione concreta dei veneziani è riuscita a trovare, per esempio quelle che portano da campo santa Margherita a Rialto, illuminate la sera e sempre brulicanti appunto della <em>zente</em>.</p>
<p>Dal sabato alla domenica la scena cambia completamente, la domenica la maggior parte delle botteghe è chiusa, i veneziani non hanno l’ansia di tenere sempre aperto per vendere di più, evidentemente la domenica preferiscono godersi la meraviglia di città che abitano. Poco prima di arrivare a Rialto c’è un campo che si chiama <em>Campo Cesare Battisti già della Bella Vienna</em>, che fa un po’ malinconia, i nomi cambiano a seconda delle vicende storiche e si perdono così gli echi di un’epoca. Poi penso veramente a tutte le <em>avenida generalissimo Franco</em> che hanno cambiato nome in Spagna e son certo che mi darebbe fastidio vedere ancora il nome dell’odioso dittatore sui muri di una città o di un paese – che peraltro ancora vidi nei tardi anni ottanta nella provincia castigliana profonda – e chissà in Cile quante strade intitolate all’altrettanto odioso dittatore locale degli ultimi decenni del secolo scorso; in fondo questo di Venezia è un buon compromesso, rinnovare il nome, ma ricordando il vecchio che poi non si richiamava a una persona ma a una città della cui bellezza è difficile dubitare.</p>
<p>Questa cosa dei <em>campi</em> è molto piacevole a Venezia, improvvisamente da calli anguste e tortuose sbuchi in piazze grandi di forma irregolare, trapezi storti o strani esagoni, dove tutto è in luce, aperto e chiaro, chiunque possieda un accesso sulla piazza ha aperto un bar e messo fuori i tavolini. È il colore delle tovaglie che distingue i diversi bar, i turisti sono rari ancora e all’ora di cena fuori dai piccoli ristoranti ci sono dei butta-dentro che ti invitano, con quella ferma e non viscida cortesia, <em>buonasera sir</em>, mi fa uno di questi e io voglio dirgli che sarebbe stato assai meglio dirmi <em>buonasera siòr</em>, ma non dico nulla e passo oltre con un sorriso imbarazzato.</p>
<p>Mangio polenta con le seppie, che ai tempi del Lombardo-Veneto austriaco era cibo altamente sconsigliato ai veri patrioti italiani, che dovevano invece – <em>couleur oblige</em> – cibarsi di <em>risi bisi e pomidori</em>, il sacro tricolore, non l’austriacante giallo e nero, per carità.</p>
<p>Venezia è diventata nell’immaginario dei popoli l’archetipo della città sull’acqua, tanto che varie città del mondo sono soprannominate “la Venezia del…” prima tra tutte Amsterdam, quasi ovvio, forse la più simile, anche se con meno presenza di ponti e canali e soprattutto più regolare (con i suoi <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Amsterdam&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=22.590903,39.506836&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Amsterdam,+Olanda+Settentrionale,+Paesi+Bassi&amp;ll=52.371774,4.898701&amp;spn=0.036001,0.077162&amp;z=14">tre canali concentrici</a>: il canale dei Principi, quello dell’Imperatore e quello dei Signori) della sregolatezza della disposizione veneziana, e poi l’atmosfera di Amsterdam non è quella veneziana, di più austera e nobile tradizione quest’ultima, più aperta e ammiccante la prima. Ma sullo stesso tema si possono poi elencare almeno Stoccolma e San Pietroburgo e Bruges e chissà quante altre.</p>
<p>Perfino in Cina c’è la “Venezia cinese”, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hangzhou">Hangzhou</a>, provincia dello Zhejiang, vicino a Shanghai, all’estremità meridionale di un grande canale, è una delle antiche sette capitali del paese; afferma Marco Polo (1254 – 1324) – veneziano doc – che arrivando a Hangzhou seppe che si trattava della più bella ed elegante città del mondo.</p>
<p>Un’altra città che viene in mente a me è l’odierna Kaliningrad, Königsberg ai tempi di Kant, di cui ho già parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/07/06/etere-5-kant-di-konigsberg/">qui</a> per gli enigmi connessi ai suoi sette ponti sulla Pregolja, il Pregel dei tempi di Kant.</p>
<p>Quello che da ultimo vorrei aggiungere è che il <em>topos</em> abbastanza comune, che le prime città sorsero sui fiumi per tutti i vantaggi che ciò comportava non è poi così accertato. L’antropologo e biologo statunitense Jared Diamond, nel suo molto interessante libro tradotto in italiano col titolo <em>Armi, acciaio e malattie</em> (Einaudi 2006) si propone di rispondere alla “domanda di Yali”, la domanda cioè postagli, durante uno dei suoi numerosi viaggi di ricerca sul campo, dal saggio della Nuova Guinea Yali: «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [parola generica per indicare tutte le merci e le attrezzature] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?», cioè la domanda cruciale sulle ragioni dello sviluppo diseguale. Nel capitolo introduttivo, cercando di esaminare sommariamente varie classi di ragioni che sono tradizionalmente portate in proposito, scrive (pp. 10–11):</p>
<p style="padding-left: 30px;">«C&#8217;è un&#8217; altra spiegazione che tira in ballo fattori geografici e climatici: le civiltà, cosi sembra, si sono evolute solo sulle rive di grandi fiumi, in zone dal clima secco, dove 1&#8217;agricoltura intensiva può prosperare grazie a sistemi di irrigazione su larga scala, che a loro volta favoriscono la nascita di organizzazioni sociali e burocratiche. Questa idea è sostenuta da un&#8217;indubbia verità: i primi stati complessi, i primi imperi e le prime forme di scrittura sono apparsi sulle rive del Tigri, dell&#8217;Eufrate e del Nilo. Il controllo delle acque sembra aver giocato un ruolo importante in molte aree di antica civilizzazione, come le valli dell&#8217;lndo, del Fiume Giallo e dello Yangtze in Asia, le pianure dell&#8217;America centrale e le zone aride costiere del Perù.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ma gli studi archeologici più accurati mostrano che i sistemi di irrigazione non furono <em>contemporanei</em> alla nascita delle strutture statali, e che anzi fecero la loro comparsa molto dopo: l&#8217;organizzazione sociale sembra essere nata per un qualche altro motivo, ed essere stata la <em>causa</em> dell&#8217;inizio dei lavori di irrigazione su larga scala. Né sembra che altri segni di civiltà precedenti la strutturazione politica siano in qualche modo legati alle acque dei fiumi: nella Mezzaluna Fertile, ad esempio, i primi villaggi agricoli sorsero nelle zone collinose, non vicino ai fiumi; e passarono 3000 anni prima che qualcosa di simile comparisse nella valle del Nilo. Nel Sudovest degli Stati Uniti i fiumi hanno permesso la nascita di società agricole complesse solo di recente, dopo che molte delle tecniche principali furono importate dal Messico. E infine, sulle rive dei fiumi dell&#8217; Australia sudorientale sono vissute per millenni solo tribù di cacciatori-raccoglitori.»</p>
<p>Vuoi vedere che le donne e gli uomini di quei tempi costruirono le prime città sull&#8217;acqua perché ciò pareva loro più <em>bello</em>?</p>
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