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	<title>anarchia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vita di Durruti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/06/vita-di-durruti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[Buenaventura Durruti]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Bertetto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Pasquale Vitagliano </strong>  <br /> Chi ha ucciso Buonaventura Durruti, il capo delle colonne catalane, il più coraggioso e amato dei comandanti della resistenza al franchismo?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-116994" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-659x1024.jpg" alt="" width="350" height="543" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-659x1024.jpg 659w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-768x1193.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-300x466.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_-696x1081.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/71XZDMldtHL._SL1500_.jpg 966w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Con <em>Morte dell’anarchico Durruti</em> (DeriveApprodi, 2024), Paolo Bertetto rende il suo omaggio alla Catalogna. Chi ha ucciso Buonaventura Durruti, il capo delle colonne catalane, il più coraggioso e amato dei comandanti della resistenza al franchismo?<br />
Il colpo di stato militare del 17 luglio del 1936 guidato dal caudillo Francisco Franco per la difesa della Nazione assedia la giovane repubblica democratica. La Spagna è diventata un laboratorio vivente. Dopo la rivoluzione sovietica, qui si sta sperimentando una variante libertaria che fa ancora più paura ai poteri costituiti, russi compresi. Gli anarchici controllano Barcellona. Socialisti e comunisti sono in maggioranza a Madrid. Come scrive Bertetto, però, la Spagna diventa “un piccolo mattatoio prima del grande mattatoio universale” della Seconda guerra mondiale. Fu anche l’incubatrice delle storiche e fratricide divisioni a sinistra. Una vera e propria guerra interna si combatteva parallelamente a quella ufficiale contro il fascismo franchista. In gioco era la via sovietica al socialismo e il dominio russo nel campo rosso. Anche per questo la grande speranza spagnola fu tragicamente spezzata. Eppure, in soccorso della repubblica erano arrivati in massa, dalla Francia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e anche dall’America. Simone Weil, George Orwell, Ernest Hemingway. In pochi mesi, tuttavia, tutte le correnti di sinistra “erano state ridotte all’impotenza” a Madrid. E anche a Valencia. Resisteva solo Barcellona, la città rivoluzionaria, la città anarchica, come San Pietroburgo nel 1917 e Berlino nel 1918. “Ma anche lì bisognava realizzare la limpieza roja”.<br />
Il 19 novembre arriva un’auto e subito c’è una grande confusione, Durruti è stato ferito. “Bisogna operarlo”, grida uno. “Non deve morire”, grida un altro. La gente urla. Qualcuno minaccia. C’è chi piange. “Dicono che se muore Durruti è la fine dell’anarchia”. Viene adagiato su una lettiga e spinto fino alla sala operatoria. Non c’è più niente da fare.<br />
“Il nostro compagno fermò l’auto e mentre scendeva per ispezionare gli avamposti della sua colonna, risuonò uno sparo. Crollò a terra senza una parola. La pallottola assassina gli aveva attraversato la spalla da parta a parte. La ferita era assolutamente mortale”, scrive il periodico Solidaridad Obrera il 21 novembre 1936. Il sindacato social-comunista incarica la compagna Pilar Valdès di indagare su una morte che resta piena di dubbi. Pilar è anche una giornalista e intende andare fin in fondo, non solo per zelo ideologico. Infatti, la ricerca della verità finirà per condurla dentro una ragnatela dalla quale uscirà viva, solo per fortuna, ma interamente disillusa rispetto agli ideali nei quali credeva.<br />
Ad uccidere il compagno Durruti è stato un cecchino franchista. Questa è la versione più ovvia e sostenibile. Ma c’è anche chi dice che si sia trattato di un incidente, di un colpo partito per errore. È stato colpito da una fucilata o da un colpo sparato a bruciapelo. Infine, ci sono le tesi complottiste, spesso contrapposte, talvolta anche inverosimili. Sono stati i sovietici a decretare la sua morte. No, replicano i comunisti. Durruti stava per prendere la tessera del partito. Ad ammazzarlo sono stati gli anarchici che osteggiavano la sua alleanza con i sovietici. “Lo accusavano di essere diventato un uomo di Stalin”.<br />
Bertetto oltre ad aver scritto molti romanzi (spesso storici) e anche uno studioso di cinema. Da appassionato a mia volta, ho letto visivamente il suo racconto. Mi aspettavo la struggente partecipazione alla sorte degli anarchici massacrati dai compagni come in Terra e libertà di Ken Loach. Invece sono stato risucchiato dentro un’avvincente caccia alla verità inseguendo tracce da spy story magistralmente condotte dall’autore. Da altro punto di lettura, il saggio storico interviene senza fastidio nella fiction, ovvero la narrazione viene ibridata con note storiche che integrano e sostengono l’invenzione letteraria.<br />
Alla fine, non c’è verità che tenga, ovviamente. La forza del racconto è la figura di Pilar. Aggredita, violentata, arrestata dai sovietici, all’inizio del 1939 viene liberata. La storia ha preso un’altra direzione. “In carcere non serviva a niente e la caccia ai trotzkisti in Spagna era finita da un po’. Ma ormai il problema era salvarsi la vita.” Questa era stata l’unica liberazione possibile. Questa sarebbe stata l’unica emancipazione per cui lottare concretamente, specie come donna.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sragionamento sull&#8217;anarchia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/02/sragionamento-sullanarchia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli Raggrumiamo un po’ le idee. Una dottrina anarchica propriamente detta non esiste, è più che salutare l’antipatia naturale degli anarchici per le teorie. Essendo un pensiero legato strettamente all’azione appare chiaro che l’anarchia è qualcosa che va messa in pratica sbagliando, su questo punto non ci piove. Dato che non piove possiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-78707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/WP_20171110_14_10_22_Pro_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Raggrumiamo un po’ le idee.<br />
Una dottrina anarchica propriamente detta non esiste, è più che salutare l’antipatia naturale degli anarchici per le teorie. Essendo un pensiero legato strettamente all’azione appare chiaro che l’anarchia è qualcosa che va messa in pratica sbagliando, su questo punto non ci piove. Dato che non piove possiamo farci un giro, con l’intento più o meno fermo di sbagliare.<span id="more-78458"></span><br />
Difatti ho riscritto il brano precedente almeno otto volte. Sbagliavo continuamente l’approccio, il punto da cui attaccare una materia tanto inutile. Non riuscivo ad andare avanti, altro che farsi un giro con le mani in tasca.<br />
Ci restavo comunque attorno però, e senza dare nell’occhio. Senso di responsabilità prima di tutto, l’eccesso di senso di responsabilità è una condanna quasi, diventa una malattia, oltretutto assai malvista, in ogni epoca e grado.<br />
Strano, molto strano, ma se mi metto le mani in tasca mi rimbomba ancora nelle orecchie la vociona del Lombroso Cesare socialista che ho visto ieri in una ricostruzione storica in Tv, il pesante cannoneggiamento quando afferma ne <em>Gli Anarchici</em> e senza l’ombra di un dubbio che “ci si ribella di più in primavera che in estate”, quando rimane vero che in primavera piove di più che in estate, perfino in questi nostri mutati tempi. Ecco, i mutati tempi. Se invece me le tolgo le mani di tasca mi chiedo: ma è proprio vero che i tempi mutano? Giacomo Leopardi nello <em>Zibaldone</em> racconta di non poterne più di incontrare gente che si lamenta perché non ci sono le mezze stagioni, vale a dire quelle nelle quali di solito piove di più.<br />
Anche senza pioggia, gira che ti rigira si finisce per stancarsi, e allora può sembrare che nulla abbia un minimo di senso compiuto, e gli stimoli poi dovremmo andare in giro a cercarli. Ma siamo troppo stanchi e anziani ormai, e comincia a salirci su una specie di certezza lampante, vale a dire che se cercati gli stimoli sono falsi già prima di cercarli e comunque servirebbero a poco o a nulla in un momento del genere. Non ci convincono nemmeno, non ci hanno mai convinti, i sogni che dir si voglia, tipo quello di andare a dormire e risvegliarci ricominciando da zero. Ci sono filosofi accreditati con tanto di pedigree che lo sostengono, anziani pure loro ma fanno finta di non essere stanchi, con l’aiuto forse di qualche pastiglia dicono che grazie alle nuove tecnologie possiamo fare tabula rasa e ricominciare da zero.<br />
Ma se uno vuole evitare di fermarsi a girarsi i pollici nella teoria la prima cosa che possiamo fare è ricominciare, se non da zero che sarebbe di nuovo puntare sull’utopia del tutto e subito, cosa che ci interessa meno di zero, almeno da uno. Diciamo che il massimo di efficacia che ci possiamo permettere è ricominciare da uno, per esempio da un tentativo di definizione dell’individuo anarchico. Si sa del resto che nell’anarchia l’individuo è tutto, qui uno vale uno e anche molto sul serio, forse troppo. E qui, come primo passo dobbiamo subito sgombrare il campo dai dubbi residui: l’anarchico è un disgraziato, e questo vale da quando c’è aria, molto ma molto prima delle svariate teorie al riguardo. Vale a dire, se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno e di gran lunga il più sincero.<br />
C’è qualcuno che può dire d’aver incontrato un anarchico fortunato? E se per una qualche ragione o intoppo poi diventa fortunato la proporzione di anarchia ecco che cala, a poco a poco fino a sparire del tutto. L’anarchico per prima cosa nasce e prende possesso di tutto il mondo conosciuto e sconosciuto, poi il resto della vita lo passa a rivedere i confini, e la sua sopravvivenza dipende da quanto ce la fa a fare avanti e indietro da quel mondo tutto suo. Nelle belle sere estive gli capita di pensare, se io che non sono niente di speciale sono capace di vivere senza far troppi danni, allora possono farlo tutti… Ecco come invecchia un anarchico, se invecchia, ma il caso non è troppo frequente viste le difficoltà che si ritrova sulla strada. Nell’arco dell’intera sua vita stanno appesi strumenti come fatica, molte sofferenze, intoppi, incomprensioni, isolamento ed esclusioni, rifiuti e persecuzioni e vessazioni, risse anche per futili motivi, battaglie per lo più perse, bandi, censure, tagliole d’ogni ordine e grado e poi, appena è riuscito a prendere un po’ le misure e raggiungere quel minimo di maestria viene licenziato su due piedi e senza contributi. Se esiste un luogo per lui nell’universo intero dove non c’è un attimo di tregua si chiama vita natural durante, ma questa è già una mezza teoria o almeno una <em>Weltanshauung</em> veritiera per tutti, non solo per gli anarchici. Però, per il fatto che rifiuta qualsiasi autorità l’anarchico è nelle condizioni favorevoli per riconoscere l’autorevolezza ovunque si nasconde, una voce da bar, il colore di un fiore, il gesto di un cane, l’insegnamento di un nemico perfino può rivelarsi utile, indicargli la via che arriva a nessun risultato. Ecco come invecchia un anarchico se invecchia, ripeto, ma i casi sono rari.<br />
E quando poi muore l’anarchico si tende a non ricordarlo, né appena morto per dimenticarlo subito né dopo il tempo sufficiente a dimenticarlo, di molti si ignorano data e luogo della morte a meno che non siano stati ammazzati ufficialmente. Tale è più o meno la vita dell’anarchico, a scorrere le biografie si potrebbe parlare addirittura di un destino di stampo anarchico. Ma cosa sarebbe poi un destino, inteso invece in generale? Si potrebbe inventare che sia lo strambo e incostante appuntamento tra la vita che tu fai vivere e quello che la vita fa di te. Nel caso degli anarchici la stranezza pare ridotta al minimo, con loro il de-stino non sembra volere improvvisare troppo.<br />
Un disgraziato con alto senso di responsabilità viene dunque come definizione, il che equivale a una mina vagante. Quello che avrebbe dovuto dirsi l’anarchico, almeno nelle fredde sere invernali e forse l’ha fatto, è se sono capace di dare fastidio io che non sono niente di speciale possono farlo tutti… L’anarchico infatti dà fastidio, neanche qui ci piove, la sola presenza in vita di un disgraziato del genere fa rodere il fegato a parecchi, fa salire le transaminasi ad esempio a tutti coloro che nella vita non hanno nessuna intenzione di diventare adulti, non ne vedono proprio la ragione, si godono un’infanzia ripassata in padella milioni di volte fino all’ultima settimana almeno, lì sì magari se la vivono da adulti tutta insieme. Costoro però fanno la finta di essere maturati, mentre l’anarchico no, non ha la minima intenzione di fare finta, l’anarchico prende alla lettera se non tutto il più possibile. Quando dice qualcosa significa solo quello, con meno significati reconditi possibile. Così la dice, così la intende. Non gli riesce di fare finta, attirandosi in conseguenza tutti i guai nel raggio di svariati chilometri. Un punto focale dunque, un luogo di convergenza e condivisione per ogni singolo finto adulto che si sfoga su di lui perché con la sua sola presenza al mondo gli ricorda che sta facendo finta. Furbo, per esempio, per lui l’anarchico viene dal latino e significa ladro, non c’entra niente quindi con l’intelligenza come ci fanno credere, perché intelligente viene dal latino e indica chi sa scegliere con attenzione quando lasciar aperte porte e finestre, visto che per essere intelligente bisogna lasciar aperte porte e finestre e anche qui non ci piove, però lasciandole aperte si viene comunque derubati, spesso o talvolta. Se vuoi fare il diffidente va bene, ma non per l’intelligenza. E se qualche furbo gli fa notare che se piove è meglio chiudere le finestre, lui l’anarchico risponde che non è male tutta l’elettricità che c’è nell’aria, stimola il comprendonio. Bisognerebbe a questo punto aggiungere alla definizione che non è furbo, e siamo già a un disgraziato dotato di un alto senso di responsabilità e che non è furbo sotto la voce anarchico, vale a dire se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno e di gran lunga il più sincero.<br />
Perché l’anarchico continua a sbagliare comunque, non c’è proprio niente da fare, e se per qualche ragione o intoppo diminuiscono gli errori la proporzione di anarchia ecco che cala, pian piano all’inizio fino a sparire del tutto. Sbaglia perché prende tutto alla lettera? Sbaglia perché non è furbo? Non tutti i poco furbi che prendono tutto alla lettera sono anarchici, però lo potrebbero diventare, diciamo che sono dotati al riguardo, del resto è poco ma sicuro che già sono dei disgraziati. Ciò che distingue l’anarchico dal potenziale anarchico è che il primo è testardo, quindi siamo a un disgraziato testardo nell’avere un alto senso di responsabilità e nel non essere furbo come definizione, vale a dire se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, di sicuro il più sincero.<br />
Ma andando ancora dritti in avanti troviamo molte altre persone a cui dà fastidio l’anarchico, esempio quelli che hanno il senso della realtà, vale a dire non la stragrande maggioranza ma la quasi totalità degli uomini civili, e più diventano civili e più hanno il senso della realtà, cosiddetto. Difatti se per qualche ragione o intoppo gli cala il senso di realtà cosiddetto la proporzione di civiltà ecco che cala, piano piano all’inizio fino a sparire del tutto. Tipo ai nostri giorni ad esempio, per quello non si parla d’altro che di realtà, si pretende pure che sia aumentata, come se non bastasse quella che c’era prima, la realtà cosiddetta… Ecco, già su quei cosiddetto ha da ridire l’anarchico, senza contare che senza senso della realtà non solo si hanno svariati problemi giornalieri che tendono a cronicizzarsi ma non si può far parte della Storia cosiddetta, dalla quale nemmeno si viene espulsi o espunti, si viene solo dimenticati. Per far parte della Storia infatti bisogna prima di tutto sopravvivere, poi scriversela o farsela scrivere da qualcuno a comando, poi scordarsi chi la scrive, e poi ancora essere convinti che quello che si ricorda è successo veramente e non dipende dalle parole usate per raccontarlo, che i fatti insomma non dipendono mica dalle parole con cui se ne parla ma sono oggetti naturali con definizioni fisse, come pretende l’informazione cosiddetta. Bisogna credere che il mondo esiste già prima di essere espresso, con le parole solo per fare un esempio a caso, bisogna insomma presumere che la realtà cosiddetta esiste anche se non è espressa e non sia la nostra espressione invece a darle forma. Qui si fonda il senso della realtà su cui è fondata la civiltà su cui è fondata la Storia. Seppure non proprio un anarchico ma certo isolato e autodidatta, anzi autodidascalo diceva lui, già lo affermava Giovanbattista Vico che la memoria è proprio la stessa cosa della fantasia, ma se poi uno s’impunta e come il Malatesta Errico arriva a dire che la leggenda è più vera della Storia, allora è chiaro che vuole solo dare fastidio. È probabile che già la mamma di Malatesta lo ammonisse da piccolo che non aveva il senso della realtà cosiddetta e che dava fastidio, ma lui, testardo come sappiamo, ha continuato. Quindi a questo punto potremmo aggiungere che non ha il senso della realtà cosiddetto alla definizione, che verrebbe non solo un disgraziato testardo anzi di più cocciuto nell’avere un alto senso di responsabilità e nel non essere furbo, ma privo di senso della realtà cosiddetto, vale a dire se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno e di gran lunga il più sincero.<br />
Poi ancora vediamo a chi altro potrebbe dar fastidio il nostro anarchico. Dai che andiamo bene, sembra un caso semplice l’anarchico, basta vedere a chi dà fastidio e si riesce più o meno a definirlo. È facile, l’anarchico dà fastidio a tutti, tranne agli altri come lui. Se ci rivolgiamo alle statistiche e prendiamo in esame solo gli ultimi duecento anni, diremmo che l’anarchico dà fastidio <em>in primis</em> ai monarchi, ma soprattutto a ben vedere ai vertici dei comunisti storici, i quali ne hanno ammazzati assai più dei fascisti e di tutti gli altri messi insieme, per un sacco di ragioni delle quali non ci frega un minimo, visto che l’unica vera ragione sacrosanta è solo l’invidia, il livore becero del servo che vuole padroneggiare, il senso manifesto d’inferiorità di bassa lega di chi non sopporta quelli che non lo riconoscono come sacerdote della Verità e della Storia. Beh si, c’è n’è pure un’altra di ragione, e cioè che gli anarchici bene o male si fidavano, ma questo l’abbiamo già preso in esame, e così verrebbe come definizione un disgraziato testardo nell’avere un alto senso di responsabilità e nel non essere furbo, ma privo di senso della realtà cosiddetto, e poi che dà fastidio a tutto il mondo, specie però ai vertici comunisti storici. Vale a dire, se non il tentativo più nobile che ha tentato la forma umana, almeno e di gran lunga il più sincero.<br />
Alla fine del giro insomma, possiamo dire d’avere raggiunto almeno una certezza, una definizione. Dicesi anarchico se non il tentativo più nobile che ha ten-tato la forma umana, almeno e di gran lunga il più sincero.<br />
È rimasta fuori solo una questione, appena sfiorata nel penultimo paragrafo, l’anarchico è un animale politico? A prima vista sembrerebbe di no. Se la politica è l’arte del possibile no senza dubbio, a rigor di logica e per carenza del senso della realtà cosiddetto di cui sopra. L’anarchico politico è un ottocentesco che si è spinto, fra molte difficoltà, fino agli ultimi decenni del secolo seguente. Poi è sparito, si è nascosto, o forse ha cambiato forma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Hanna H</em>öch<em>, Nur nicht mit beinen auf der Erde stehen, 1940, collage-fotomontaggio)</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Su &#8220;Il contro in testa. Gente di marmo e d&#8217;anarchia&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/07/su-il-contro-in-testa-gente-di-marmo-e-danarchia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Aug 2012 04:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Giglioli Si resta sempre sorpresi dalla quantità di voci che si affollano nei libri di Marco Rovelli (Lager Italiani, Lavorare uccide, Servi, e ora questo ultimo Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia, reportage e rivisitazione poetica della sua terra, la selvaggia dorsale apuana che sovrasta Massa e Carrara). Voci di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Si resta sempre sorpresi dalla quantità di voci che si affollano nei libri di Marco Rovelli (<em>Lager Italiani</em>, <em>Lavorare uccide</em>, <em>Servi</em>, e ora questo ultimo <em>Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia</em>, reportage e rivisitazione poetica della sua terra, la selvaggia dorsale apuana che sovrasta Massa e Carrara). Voci di chi di solito non parla ma è parlato dal discorso di coloro che detengono il potere, il sapere ed eventualmente la pietà: i dannati della terra (clandestini, migranti, morti sul lavoro), e chi si è schierato irreversibilmente dalla loro parte, come gli anarchici del Novecento. A differenza di Saviano, che in <em>Gomorra</em> avoca per intero a sé prerogative e privilegi della voce narrante, Rovelli pratica una narrativa dell’ascolto, pensa con le orecchie, diffida del primato razionale della vista, non si arroga il diritto della parola decisiva, si riserva le domande e lascia agli altri le risposte. Nelle scene decisive lui non c’era, e lo sa. L’aggettivo “corale”, per una volta, non è speso invano.<br />
<span id="more-43120"></span><br />
Chi sono gli anarchici che incontra nelle osterie di Massa e di Carrara? Di solito carne da storiografia, nel migliore dei casi; nel peggiore, da oleografia rivoluzionaria (con quel tocco di colore in più che li distingue dalla ferrigna iconografia del militante comunista). Nemmeno il conservatore più convinto nega un po’ di simpatia agli anarchici: tanto si sa che non potevano vincere e le hanno prese da tutti, comunisti compresi, vedi la guerra di Spagna o l’insopportabile paternalismo con cui si parla del «povero Pinelli». Ma Rovelli li fa scendere dal dagherrotipo, li elegge a padri putativi, vuole che passino da testimoni a esempi. Esempi di cosa? Di una vita spesa bene, di quella “buona vita” di cui parlavano gli antichi quando fissavano nella dimensione politica la specificità dell’animale uomo, colui che ha per sua radice prima l’essere insieme. Rovelli si è formato negli anni Ottanta, e ci si è trovato male. In tutto ciò che ne deforma la fisiognomica (individualismo, disincanto, solitudine chiassosa) ha cercato affinità e genealogia: i respinti di oggi, i ribelli di ieri. La sua produzione si colloca esattamente nello iato tra i due termini, nella casella vuota in cui annaspano i ribelli di oggi. </p>
<p>In quel vuoto si accende la sua immaginazione. Le generazioni immediatamente precedenti la sua non lo colmano, lo hanno creato. Dai padri veri (indicativamente: il Sessantotto) non c’è nulla da imparare. Non perché siano stati sconfitti, ma perché hanno abiurato alle loro verità – termine che Rovelli scrive sempre, e giustamente, al plurale: la verità è di parte, il punto di vista del tutto è solo una menzogna più efficace delle altre. Rovelli ama i suoi anarchici per la testardaggine gioiosa con cui hanno difeso le loro, anche nella malinconia della sconfitta; ma non ci sono mai solo sconfitte per chi non vuole prendere il potere. Si tratta invece di affermare e praticare qui e ora il massimo di valore possibile nelle condizioni date: un’etica &#8211; chi lo avrebbe detto, visto il pulpito &#8211; tutto sommato ragionevole.</p>
<p>Certo un’operazione come questa non è esente da rischi, primo fra tutti quello di proiettare desideri del presente su figure che hanno una loro irriducibile singolarità storica. L’autore ne è consapevole: «è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a nostro uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?» E d’altronde non è lo stesso paesaggio delle Apuane, scabro e spettacolare con le sue cime e le sue cave, a invocare la trasfigurazione? Tentazione da evitare, il turismo nel passato. Che ci si cada è talvolta inevitabile, il linguaggio dei cavatori è così vivido, i canti anarchici così struggenti… Quando poi i migranti clandestini occupano la cattedrale di Massa, si vede quanto poco è rimasto di quel mondo: sabato pomeriggio si fa struscio e shopping, che vogliono quegli straccioni? Non sono pittoreschi e rassicuranti come i vecchi militanti chini sull’ennesimo «bicierin». Quando ammazzavano i re e sparavano ai fascisti, però, neanche loro erano così carini; non per tutti almeno. A quali occhi vuoi apparire bello: questa è politica. Chi piace a tutti non la conta giusta. C’è stato un tempo in cui gli anarchici erano brutti sporchi e cattivi, e ne andavano fieri. Forse un limite della lingua di Rovelli è nel non restituirci anche questa percezione. Non so del resto come avrebbe potuto. Non è facile guardare chi si ama con gli occhi del nemico, specie se questo ha vinto, o così crede, e ti riserva simpatia e condiscendenza. Fargli paura, invece, ecco il problema.</p>
<p><small>[Articolo gia&#8217; apparso su &#8220;La lettura&#8221;, supplemento del &#8220;Corriere della sera&#8221;, il 22 luglio scorso.]</small></p>
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		<title>Il contro in testa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jul 2012 06:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (Marco ci regala un estratto del suo nuovo libro. E&#8217; appena uscito, come poterne fare a meno questa estate? G.B.) All’osteria mi insegnarono il brindisi alla carrarina. Perché questa è un’osteria della campagna massese, sì, ma sta appena sotto le colline del Candia, e il Candia richiama anche i carrarini. Uno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/copertina.png" alt="" title="copertina" width="292" height="429" class="alignleft size-full wp-image-42920" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/copertina.png 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/copertina-204x300.png 204w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" /> di <strong>Marco Rovelli</strong><br />
(<em>Marco ci regala un estratto del suo nuovo libro. E&#8217; appena uscito, come poterne fare a meno questa estate? G.B.</em>)</p>
<p>All’osteria mi insegnarono il brindisi alla carrarina. Perché questa è un’osteria della campagna massese, sì, ma sta appena sotto le colline del Candia, e il Candia richiama anche i carrarini. Uno di loro mi ha preso per un braccio una sera che si cantava, “Vieni qui che ti offro un bicchiere”, e tu mica puoi dirgli che ce l’hai già sul tavolo e ne hai bevuto anche tanto, è buona educazione accettare. Beve, e alza il bicchiere, anzi il bicierin, il “goccio di vino” che si può scolare tutto d’un fiato. Brinda, e quel brindisi somiglia molto a un rito. Si leva il bicierin in alto, lo si fa digradare verso terra, poi lo si porta a sinistra e infine a destra: un segno della croce, insomma, e l&#8217;importante è che l&#8217;occhio non perda mai di vista il vino. Si salmodia nel gesto apotropaico: &#8220;ciar i è ciar &#8211; muss&#8217;lin a ni né &#8211; te &#8216;n t&#8217;l vo &#8211; te nemanc &#8211; al bev me&#8221; (chiaro è chiaro &#8212; moscerini non ce n&#8217;è &#8212; te non lo vuoi &#8212; te neanche &#8212; lo bevo io). Va da sé che si pronuncia l&#8217;ultimo verso levando il bicierin alla bocca per assimilare il Verbo. </p>
<p>“Sai qual è la frase migliore per definire il carrarino? Il contro in testa”.<br />
Silvano veniva di tanto in tanto all’osteria, e mi diceva della differenza ontologica tra massese e carrarese.<br />
“Il massese è molle. E’ rimasto sempre un contadino, servile. Il carrarino no, il carrarino non si piega, è fiero, schiena dritta. Ha il contro in testa il carrarino.”<br />
“E che significa?”<br />
“Per spaccare il marmo devi capire qual è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece provi a tagliarlo diciamo al contrario, se vai contro il verso, non ci riesci: non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro.<br />
Ecco, i carrarini hanno il contro in testa, sono duri, resistono, e non c’è verso di scalfirli. Non c’è il verso, proprio.”</p>
<p>Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro.</p>
<p>“Solo che avere il contro in testa non è facile. E’ un bel fardello da portare. Che se ti trovi in periodi di piena va bene, sei un ribelle, ti unisci con gli altri e allora guai a chi vi tocca. Se Carrara è terra di anarchici ci sarà un motivo no? Ma in tempi di secca, quando nessuno ha speranze di trasformare questo mondo, allora avere il contro di testa non è bello, vai contro il tuo vicino, il tuo compagno, il tuo amico. Tutti a parlar male dell’altro, a farsi guerra l’un con l’altro. Non è bello.”</p>
<p>Silvano alzò il bicchiere e se lo scolò d’un sorso. Niente brindisi. “E’ un mondaccio questo. E mi sto stufando di questa terra.”</p>
<p>***</p>
<p>Silvano l’ho incontrato di nuovo dopo alcuni anni, tra le bandiere nere e rosse alla fine del corteo del primo maggio anarchico a Carrara. Un corteo di canti, una ritualità antica, corone di fiori rossi alle lapidi. Tante. Troppe, visto che dietro ognuna di quelle lapidi c’è una vittima da ricordare. Le vittime dei moti del 1894 alla caserma Dogali, Giordano Bruno in piazza del Duomo, Alberto Meschi storico sindacalista d’inizio novecento, e per finire i morti alle cave e Francisco Ferrer educatore anarchico, le due lapidi che stanno nella piazza dove arriva il corteo. La piazza ufficialmente si chiama piazza Alberica &#8211; dal duca Alberico I dei Cybo Malaspina, il sovrano che la volle nel Seicento -, ma per gli anarchici continua a essere piazza Gino Lucetti, l&#8217;anarchico che  attentò a Mussolini e per un soffio lo mancò, in un tragico impeto di sfortuna: la bomba rimbalzò sul tetto della macchina del Testa di Morto, esplodendo solo toccando terra e  ferendo sei persone plaudenti. Lucetti venne condannato all&#8217;ergastolo. Nel 1943, all&#8217;arrivo degli alleati, Lucetti fu liberato dal carcere di Santo Stefano, una delle isole ponziane, ma riuscì a vivere libero solo per pochi giorni: arrivato a Ischia, il 17 settembre morì sotto un bombardamento aereo tedesco.<br />
A Lucetti venne dedicato il battaglione partigiano libertario sui monti apuani, a lui venne dedicata la piazza, che nel 1960 tornò all&#8217;antica denominazione per gli stradari ufficiali. Non per gli anarchici però, che nei loro manifesti di convocazione della giornata continuano a scrivere “piazza Gino Lucetti”.</p>
<p>[…]</p>
<p>Nel maggio del 1936 in tutta Italia si celebrava l&#8217;Impero. A Carrara la cerimonia di popolo si tenne in piazza Farini. Durante il discorso dell&#8217;oratore, in un angolo della piazza si sentì cantare l&#8217;Internazionale. Nove operai vennero arrestati.</p>
<p>E&#8217; cosa buona e giusta che questa terra sia trasfigurata. La trasfigurazione le appartiene. Qui hanno proliferato visioni, e una visione è davvero tale quando ne suscita altre, in una catena interminata. Come quei nove operai che cantarono quel giorno sfidando i fascisti, e quel canto è arrivato fino a noi, e suscita altro canto.</p>
<p>Basta salire sulle montagne, in Apuania, e il paesaggio stesso si presta a essere scenario di visioni.<br />
Che poi già il marmo è un brulichio di vite marine, sedimenti carbonatici prodotti in quelle che furono scogliere coralline, dov&#8217;erano alghe, spugne, coralli. Quegli strati, segnati da linee oblique e parallele, vene sottopelle che il lavoro millenario delle cave ha scoperto e portato in superficie, sbattendotelo in faccia – quegli strati di marmo sono vivi, profondamente vivi, e quel biancore che ti abbaglia è come un concentrato ipnotico di vita.<br />
Il mare, qui, è già compreso nella montagna. Quello ancora liquido è come il suo specchio necessario, una distesa che si srotola per dar aria alla maestà della montagna.</p>
<p>Mentre sali su per le valli di Carrara – i tre bacini di Torano, Miseglia e Colonnata – la vista ti s&#8217;impiglia in una matassa di linee geometriche. Quelle irregolari ed eccedenti dei monti, con la loro tensione verticale e sfuggente, e le griglie regolari delle escavazioni, gabbie su gabbie, una metodica operazione per ridurre questa eccedenza a misura umana.  Figure geometriche e ripetitive disegnate dalla volontà di appropriarsi dell&#8217;inappropriabile. Una smisurata mostruosità, che pure ha il suo fascino perverso, proprio di ogni tentativo faustiano.</p>
<p>In un&#8217;ascesa alla montagna, passando su ponti e viadotti e dentro gallerie, tra le innumeri cave di marmo tutt&#8217;intorno, il pezzo ideale è Astronomy Domine, il primo brano del primo lp dei Pink Floyd: psichedelia pura, viaggi interstellari. E&#8217; l&#8217;<em>introibo</em> alle cavità spaziali della terra portate in superficie, a un&#8217;ostensione sacrificale che pare l&#8217;accesso a un mondo del rovescio.<br />
Syd Barrett cantava e Camilla, seduta nel sedile di fianco, diceva che tutto quel bianco troppo esposto pareva ottenuto per corrosione, come fosse il resto di un millenario percolare, ottenuto per sottrazione, e non per un&#8217;addizione di colore. Era esattamente quel che vedevo anch&#8217;io: il rovescio, appunto, il fondo nascosto e terribile che appare alla fine di tutto. Alla fine dello scuoiamento, di un infinito sacrificio.<br />
A far da costellazione, nel percorso, oltre a una fila infinita di blocchi e lastroni di marmo, ci sono macchine per l&#8217;escavazione e la lavorazione, cavi e carrucole arrugginite, caterpillar, come fossero tutte parti di un gigantesco scheletro di metallo  che sembra uscito dalla prima rivoluzione industriale. “Ti par di vedere anche il vapore”, diceva la compagna di questa risalita. “E i ravaneti li trasfiguri come sabbia di clessidre gigantesche”. Uno sgretolio infinito, la terra che si sfracina, il divenir polvere di tutto ciò che è.<br />
E&#8217; un paesaggio inesploso, come una bomba ritrovata sottoterra, che ancora aspetta qualcuno che la disinneschi.</p>
<p>Capita allora, durante il percorso, di trovare caverne dove inoltrarsi, come a cercare di scovare il segreto della montagna. Caverne che sono poi cave scavate nella pancia dei monti, a strapparne le arterie più preziose. E dentro, se ti imbuchi un giorno in cui non si lavora, senti il sistema circolatorio della terra, gocciolii che formano pozze come cadendo da vene aperte, e fanno echi amplificati come nella più sacra delle cattedrali.<br />
Se poi hai la fortuna di capitarci dentro in un giorno di lavoro, allora lo scopri il vero segreto di tutto questo: gli uomini-drago, quei cavatori che corrono da un&#8217;estremità all&#8217;altra della cava.</p>
<p>***</p>
<p>Il selciato di Carrara è ingombro di memorie. Non sai bene che farne. Da piazza Lucetti – e sì, continuiamo a chiamarla così nonostante lo stradario – si vedono le Apuane. E le Apuane ce l&#8217;hai sotto i piedi, nelle tarsie di marmo che la ricoprono per volere di Alberico, principe di Massa e marchese di Carrara, ce l&#8217;hai nel marmo del loggiato, ce l&#8217;hai nelle decorazioni degli edifici. Eppure, in quel troppo candore, può capitarti di vedere il rosso del sangue, quello sparso dai cavatori che lo hanno estratto nei secoli, e trasportato a valle con la lizzatura. “Chi costruì Tebe dalle Sette Porte? / Dentro i libri ci sono i nomi dei re. / I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?”,  scriveva Brecht. E qui, il nome del re è nella targa della piazza: Alberica. Nella targa invece non ci sono quei cavatori che i blocchi di marmo hanno trascinato. Il nome di Lucetti, marmista, poteva risarcire quegli assenti?</p>
<p>Dalla piazza saliamo col Taro verso il Duomo (ad essere precisi l&#8217;Insigne Collegiata Abbazia Mitrata di Sant&#8217;Andrea Apostolo). Meraviglioso il suo romanico-gotico (romanico portale e gotico rosone), ma si vede il sangue essudare anche da lì. Così  torniamo nel luogo sacro dirimpetto, l&#8217;osteria di marmi e di Cynar. Ci facciamo altri due gocci di vino.<br />
“E quindi stai insegnando al liceo? Io a scuola ho fatto la seconda media e poi non son più andato: tirai il calamaio al professore e lo presi in pieno. Sospeso tutto l&#8217;anno. A casa botte da mio padre, e non son più andato a scuola.” Gli racconto che in prima elementare fui sbattuto fuori dalla classe perché dissi “scema” alla suora. Ma poi rientrai nei ranghi. Il Taro ride, credo che insultare una suora non sia un peccato per lui. Gli chiedo, perché gli avevi tirato il calamaio? “A dir che mi ricordo ti direi una balla, ma era già un po&#8217; che me la durava&#8230; Magari perché sapeva che i miei erano antifascisti, non lo so&#8230; e allora adesso basta, è ora di finirla, to&#8217;!” Accenna il gesto del lancio, ed è come un annuncio di vita. In guerra quel braccio avrebbe lanciato bombe ai tedeschi.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Mi piace sentire i racconti sui vecchi. Quegli uomini che non ci sono più, avvolti da aure eroiche, tempre che continui a cercare ma non trovi. Forgiati forse in altra materia.<br />
“Elio, Mazzucchelli, li ho conosciuti tutti. Io ero col battaglione Lucetti, qui sulla Linea Gotica. Poi ci fu lo sganciamento: ci toccò andar via, di là dalla Linea Gotica, dove c&#8217;erano già gli americani, per evitare le rappresaglie dei tedeschi. Quando tornammo di qua la formazione prese il nome di Michele Schirru, un altro dei nostri, un sardo, che voleva uccidere Mussolini”. E già, solo gli anarchici in Italia avevano provato a uccidere il Duce. Schirru lo avevano ammazzato. “Il comandante della Lucetti era Elio. Un buon comandante, intelligente. E un uomo di fegato: in combattimento faceva una strage che guai, non lo fermava nessuno. Aveva vent&#8217;anni, pensa. Il padovano &#8211; Mariga, si chiamava &#8211; era il suo vice, ma quel che diceva lui era legge per tutti, anche per Elio. Aveva più autorità, anche perché era più vecchio, sulla quarantina, e nella guerra del 15-18 era stato premiato tre volte con la medaglia d&#8217;argento: segno che anche lui era un fegataccio, eh&#8230; Io avevo quindici anni, Mariga per me era un padre.  Era bravissimo. Un carattere, una bontà&#8230; Ti curava, ti ascoltava, ti dava dei consigli &#8211; e te li dava buoni! Dopo la guerra gli volevano dare un&#8217;altra medaglia al valor militare, stavolta d&#8217;oro, ma la rifiutò. Era un anarchico vero, lui. In compenso gli fecero fare ventidue anni di galera, lo accusarono di aver giustiziato un fascista di Santo Stefano”. Nessuna amnistia per loro, solo per i fascisti. Mi viene in mente il generale  Mario Roatta, responsabile di immani crimini di guerra in Jugoslavia. Lui, l&#8217;amnistia la ebbe. </p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>“Non ce n&#8217;è più di uomini così, non ce n&#8217;è più. Oggi la gente è nata nel benessere. Punto e a capo. Promuove in quinta elementare e vuole la bicicletta, va in seconda media e vuole il motorino, mangiano bevono hanno soldi, il padre magari si priva lui per dare a loro, non hanno un&#8217;idea politica. Quegli altri uomini lì era differente: c&#8217;era la fame, e si ribellavano. Questi qui cosa vuoi che si ribellino che magari loro padre fa i debiti per prendergli la bicicletta? Sai quanta gente c&#8217;è, io li vedo, che dice sono anarchico: li hai mai visti qui, non so, a una riunione? Si vantano&#8230; uguale a quelli che dicono “sono comunista”, e non è vero&#8230; Non c&#8217;è paragone: dal giorno alla notte”.<br />
Insomma Taro, dici che la differenza è che quelli erano nati in famiglie povere, di lavoro duro. “Eh, quando ce l&#8217;avevano il lavoro duro! I lizzatori, ché allora c&#8217;era la lizza per portare il marmo a valle, andavano sul ponte Baroncino, che lo chiamavano il ponte della Bugia, e aspettavano che li chiamassero a lavorare. “Oggi tocca a te, te e te”, gli altri se ne tornavano a casa, ed era fame&#8230; E&#8217; questo il motivo, lavoro non ce n&#8217;era, e gli uomini si ribellavano&#8230; Se pensi che partivano da Carrara e andavano sul Canalgrande a piedi, lassù in cima, e lavoravano otto ore e ritornavano in giù sfondati&#8230;  Sai quanti di quelli che andavano in cava passavano da Miseglia, dove ci sono le quattro fontane, mettevano sotto l&#8217;acqua un pezzo di pane, lo rincartavano, e a pranzo mangiavano pane e acqua&#8230;”<br />
Taro, dimmi una cosa: per te il lavoro è un valore? “Per forza che è un valore, lo deve essere! Senza lavoro cosa fai? Sei obbligato a rubare, a ammazzare, a andare in galera. E il lavoro era un valore per tutti quegli uomini lì. Per questo a Carrara si è sviluppata così tanto l&#8217;anarchia: per il lavoro, per la fame! Senti ancora dei vecchi comunisti che ti dicono: Sono comunista ma la mia mentalità è anarchica!” Segno davvero di un altro tempo, questo: nessun anarchico di una generazione successiva ti risponderebbe mai che il lavoro è un valore. In quella società non c&#8217;era nemmeno la possibilità di pensare a una società in cui il lavoro non fosse un valore, tale era il grado di sfruttamento.<br />
Taro, dimmi una cosa: se avessi chiesto a quei vecchi, cosa significa essere anarchico? “Pane, lavoro, niente galere, più giustizia fatta dal popolo. Non ne volevano sapere loro di quei lavori lì, governi e via discorrendo. Che è una man bassa di ladronismo. Altro che terzo mondo, il terzo mondo è qui! Se c&#8217;era ancora quella gente, secondo te succedeva così? Erano già andati a Roma ad ammazzarli! Ma con chi lo fai oggi come oggi quel lavoro lì? Qui? Con chi lo fai in Italia? Coi giovani? Non lo fai”.<br />
Nelle parole del Taro c&#8217;è un mondo scomparso. “Quegli uomini lì” non possono tornare a essere. Sono consegnati definitivamente a un passato eroico, che non ha misura comune con il nostro tempo. Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di essere liberi, tocca esplorare il presente.<br />
Cosa resta del padre, domanda l&#8217;analista, e risponde: la testimonianza. Che non è un universale, ma un esempio singolare – da uomo a uomo (e non, sia chiaro: da maschio a maschio). Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato. L&#8217;esempio, però, la loro testimonianza – è questo ciò che resta. E che ci rende liberi.</p>
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		<title>anarco test</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire Montaigne 1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/domanda-300x201.jpg" alt="" title="domanda-300x201" width="300" height="201" class="alignnone size-full wp-image-40935" /></a></p>
<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire</em><br />
Montaigne</p>
<p>1) Secondo voi, nell’attuale panorama geomentale dell’anarchia non è forse rimasto il meglio, l’anarchia non è oggi lo stato della mente di uno che dedica tutto se stesso, ci mette tutta l’energia, l’energia di una vita per un obiettivo che magari prima intuisce poi sa con certezza che è impossibile raggiungere, può essere la pace come l’eliminazione del male dal mondo, ma soprattutto è l’anarchia stessa come idea che se io sono capace di far pochi danni e dare poco fastidio devono esser capaci tutti gli altri, perché io non sono meglio e gli altri non sono peggio tranne che hanno obiettivi raggiungibili, cioè è un fatto di pigrizia mentale, ma come sa chi va in montagna lo sguardo continuo all’obiettivo fa perdere forza, cosí tale contezza invece di causargli emicranie o depressioni lo rende libero al massimo grado di quanto può esserlo uno che ha un corpo, cioè poco, perché solo quando non ci aspettiamo niente possiamo metterci tutta l’energia di cui, a quel punto in quello stato mentale usufruiamo soltanto, che però è moltiplicata rispetto a quando avevamo là avanti l’esca dei bei tornaconti, e la coscienza dell’inutilità del nostro agire invece di avvilirci non lo renderà forse invincibile?</p>
<p>□ può essere □ è una cazzata □ non so<br />
<span id="more-40934"></span><br />
2) Non è forse vero che, per farsi acquisire da tale stato mentale è opportuno sognare in grande, se devo sognare sogno in grande fin da principio, fin qui è normale pure un banchiere ci arriva, se uno fin dal principio si mette in testa di vedere dio, la faccia che ha, invece dell’idraulico per forza ha piú probabilità, con tutto il rispetto, se uno, solo per un esempio è nato che il mondo gli pare suo, ecco che ha molte ma molte probabilità, poi dopo può provare a pensarla al contrario, la pratica ostinata dell’inversione di valori può esser utile, fin qui pure un adolescente ci arriva, fin qui va bene ma poi c’è bisogno di allenamento, per fallire, perché se è vero che non occorre arte nella caduta, che la forza si trova da sé al termine di ogni faccenda, qui si tratta di corteggiare il fallimento non di buttarsi a terra tra l’immondezza, e per fallire è necessario esser falliti già all’inizio, e se questa pare una contraddizione vuol dire che non si è raggiunto lo stato mentale anarchico, che invece s’allena tutti i giorni sapendo solo che deve morire, si allena a vuoto come un pignone scatenato, però in un modo che s’è inventato lui e non glielo passa qualcun altro, e man mano scopre che un’intelligenza gli cresce che non si immaginava, quella che sgorga e tiene vivi, mentre se c’è lo scopo a portata di mano si declassa e rapidamente s’affloscia?</p>
<p>□ c’è del vero □ non è intelligente □ non so</p>
<p>3) Non so se vi ricordate che un politico nostrale di cui non facciamo il nome perché ci interessa niente, durante una visita in Chiapas ha avuto in regalo dal sub-comandante Marcos una copia del Chisciotte con la dedica tipo, Manuale di strategia politica moderna, ed è una vera intuizione!, perché tutti i libri importanti sono manuali di sopravvivenza tantopiú se ci insegnano a disimparare, si mette sempre l’accento sul fatto di imparare e sarà pure vero, ma ci sono cose che dobbiamo assolutamente disimparare tipo il servilismo e la seduzione per il potere soprattutto, lo stato servile della mente, quella sí è una malattia che ce l’hanno tutti pure chi pensa e dice di no, chi urla e sbraita in primo luogo, è una malattia endemica e capillare che se uno non se la cura in prima persona atomizzandola e distruggendola giorno per giorno tutto quello che fa va in fumo, vale meno di niente, e lui diventa in poco tempo l’ennesimo tentacolo pure se non se ne accorge, anzi oggi soprattutto se non se ne accorge, oggi non c’è peggior fascista di chi non sa di esserlo, di chi urla e sbraita e fa proclami e ci costringe in vita a vedere due milioni di volte lo stesso film dove c’è un perdente che vince, si fa strada, diventando quindi potente si vede costretto a difendersi con la forza, censura e omertà soprattutto come è piú adatto all’oggi, senza che mai si riesca a immaginare qualcosa di diverso, divertente, delinquente?</p>
<p>□ però c’è del vero □ non la finisce piú con le cazzate □ non me lo ricordo</p>
<p>4) Quindi, non è forse vero che, mettendo per forza l’anarchia a disposizione il mondo, bisognerà ascoltare tutti tranne i maestri vivi, nessun vivo può ammaestrare giacché solo in via di fallimento, se vi togliete il tappo dei maestri vivi praticamente tutto al mondo diventa utile insegnamento, da mattina a sera e da sera alla mattina, mentre i sedicenti maestri tocca guardarli da sotto in su con danni alla lunga alle cervicali, coi cosiddetti s’impara solo la postura della soggezione e lo strappo verso la trascendenza, insegnano che prima devi essere dopo puoi non essere, prima il successo poi la libertà, prima a scuola poi fai quello che vuoi, prima ti fai ricco e ti togli il pensiero, il senso di realtà cioè l’ipocrisia insegnano, per far parte del mondo devi accettare chi ti ruba, che una volta imparate vi confezionano come servo vita natural durante, invece le uniche leggi sono generate dall’interdipendenza necessaria e universale e si chiamano regole da-che-mondo-è-mondo, presempio troppe leggi moltiplicano i criminali dice Thoreau che è morto, questo sia chiaro, quindi per prima cosa toccherà sviluppare il fiuto utilizzando i maestri, abituarsi a sniffarli come cani anti-droga, evitarli al momento giusto, cosa che verrà utile dopo, una volta liberati dall’influenza dei maestri conclamati o peggio quelli occulti, quando si sentiranno persino le parole della natura che stanno dappertutto, che l’uomo è un incidente e a volte un accidente si impara, e alla fine si scopre che non è la libertà ha un prezzo la schiavitù è gratis, siccome costano quasi uguale non è forse meglio far bella figura, di fronte al fatto sicuro che devi morire?</p>
<p>□ c’è del vero □ è un provocatore senza dubbio □ non so</p>
<p>5) Non sarà che, se storicamente la differenza sostanziale tra comunisti e anarchici è che i primi pensano che l’uomo è fetente di natura bisogna stanarlo e educarlo, i secondi che è buono di natura bisogna lasciarlo stare a decantare, mentre l’anarchia odierna considera irragiungibile tale scienza se è fetente o buono da principio, ma credere il secondo magari è eccesso d’amore ma piú conveniente per fallire, considera, non sarà che per fallire bisogna essere spontanei, per essere spontanei bisogna perdere i pezzi inutili, per perdere i pezzi inutili bisogna sgangherarsi, per sgangherarsi basta lasciare le cose come stanno, che la prima cosa nell’arte del fallimento è imparare a lasciare le cose come stanno, perché sarà pure difficile capirlo a chi non dotato di stato mentale anarchico, ma da-che-mondo-è-mondo unica chance di cambiamento radicale sta nel lasciare le cose come sono, è il primo atto o meglio prologo, finché non si riesce a farci bastare quello che abbiamo, a essere almeno un po’ contenti di dove siamo, allenarsi a non agire per forza, saremo sempre in balìa della convenienza, sembra strano ma è vero, e come tutto quello che pare strano ma vero c’è poco da fare, voler essere in altro posto uccidere il posto dove ci si trova, cosí invece cambia la prospettiva, so di non sapere tanto per dirne una?</p>
<p>□ qualcosina di vero c’è □ è una cazzata madornale □ non so</p>
<p>6) Non so se sapete che a Phoenix (Arizona) c’è una caserma di pompieri dove hanno festeggiato una centenaria, una lampadina sta accesa ininterrottamente da cent’anni, mentre a noi ci danno quelle che scoppiano a comando, a orologeria, obsolescenza programmata si chiama, la fabbrica Telefunken è fallita perché faceva cose che duravano, potremmo avere accessori durevoli invece li programmano per rompersi a comando, e il tempo è sempre meno sennò non si va avanti, e allora io dico si può immaginare un futuro per una comunità mondiale che deve far cose sempre piú scadenti in senso letterale, pena il corto circuito economico, e poi ci si stupisce se la mondezza s’accumula e certe zone del mondo vengono vendute dai governanti per pattumiera, perfino il pane ci abituano che dura tre ore mentre da sempre croccava per settimane, ci sono dubbi ancora da dove viene la mondezza se non dal pensare che la sete di sapere muova un gargarozzo piú nobile che la sete di soldi, presempio, che i muscoli del cervello sono diversi se si vuole conoscere a tutti i costi o dominare, che la smania di viaggiare presempio non è la stessa identica di quella del potere, come già dicevano gli stoici che sono morti e Leopardi pure, e sta tutto lí il senso anarchico d’allenamento?</p>
<p>□ potrebbe essere □ è un ignorante □ non so</p>
<p>7) Secondo voi è la proprietà un furto come raccontano gli invidiosi, i pigri o invece la ricchezza, sempre, non lasciamoci ingannare che ci sono ricchi scesi dall’incubatrice e non hanno fatto niente, perché il furto l’ha fatto il padre o il nonno, poi per fartelo scordare dicono che lavorano, fanno l’economia per tutti, mentre oggi soprattutto o è la borsa o è la vita, questo sia chiaro, e l’economia vera la fanno i parsimoniosi, oggi esser parchi non è virtù come fino poco a fa ma un crimine quasi, forma moderna di luddismo che può scardinare la società fatta da pigri dritti in avanti, e per esser parsimoniosi veri bisogna esserlo senza volontà, sforzo o esercizio di virtù, essere generosi non avari, coltivare la filosofia delle cose che costano niente, se spendi poco ti piacciono di piú le cose è regola da-che-mondo-è-mondo, un’altra è la legge del minimo mezzo, cioè ottenere il massimo da ogni attività, ingrediente, ogni pensiero senza depredare le risorse però, lasciar crescere quello che è, e allora basta essere un po’ poveri e viene tutto meglio, si è parchi cioè luddisti senza saperlo e non solo, siccome oggi la galera dice McLuhan che è morto è fatta di comodità, allora basta mettersi un po’ scomodi, allenarsi a faticare, perché se alla vita togli la fatica è come l’acqua senza una valenza d’idrogeno, anche qui senza saperlo quasi, ché senza saperlo vengono meglio le cose se uno è un libertario, uno che fa una cosa alla volta, uno che sa mollare la presa che stringi stringi ti ritrovi in mano un pugno di mosche, molli invece e hai a disposizione tutte le mosche dell’universo pure senza esser bacato in testa, uno che si riallaccia alla tradizione che c’è da quando è nata la prima micragnosa sanguisuga?</p>
<p>□ questo può esser vero □ lo dice perché gli rode l’invidia □ non so</p>
<p>8) Non è forse vero che, se il futuro ci riserba i ladri sempre piú ricchi, la demarcazione sempre piú netta, per cui la maggior parte prova a diventar ricco o almeno famoso per dimenticare che è lusso da ricchi, mettersi al riparo dove è tutto deresponsabilizzato che è il modo sicuro di perpetuare il meccanismo infame, questo succede in ogni parte del mondo con le risorse che scompaiono, ma non sarà forse che la linea sempre piú netta tra chi sta Dentro e chi Fuori non è solo questione monetaria, che qui fuori insieme a una montagna di derelitti c’è chiunque è portatore di un minimo di pensiero originale, ogni piccolo ambito di pensiero indipendente viene messo al bando perché sennò dimostra che si può avere, che non importa tanto cosa si pensa ma come, e se è uguale all’oppressore non c’è scampo, cosí chi vuol star dentro d’una sola cosa può esser sicuro che è un fesso portatore di Pensiero Unico, altrimenti detto indifferente o rassegnato, che sta dentro sí ma a una Caserma pure se urla e sbraita di no, e magari l’entrismo cosiddetto in qualche caso sarà pure utile ma in questo momento è deficiente?</p>
<p>□ a farci caso è vero □ lo dice perché lui è fuori □ non so</p>
<p>9) Non so se sapete di un tale microbiologo giapponese, Fukuoka si chiamava perché è morto, che ha dedicato la sua vita a dimostrare coi fatti però che per fare l’agricoltura bisogna fare niente, ci ha messo vent’anni per portare il terreno alle qualità originarie e da allora per trent’anni a coltivare riso o frutta doveva fare un bel niente di niente, stava lí a guardare, nemmeno l’acqua gli dava al riso tanto per dire, faceva raccolti di gran quantità e soprattutto qualità superiore a quelli degli altri e per questo veniva cacciato dai congressi e tv, perché dimostrava che ci hanno raccontato 3000 anni di fandonie, la tristezza delle loro fatiche di miglioratori di futuro ci hanno raccontato, di vigliacchi esagitati, mentre pure certi indiani americani non facevano un bel cazzo di niente per coltivare, poi sono arrivati gli innovatori che hanno immiserito la terra e i raccolti li hanno resi intensivi, faticosi, laboriosi, anticrittogamici, ogm per poi distruggerli se no non guadagnano le multinazionali, e perché dimostrava Fukuoka che la vita c’è solo dove il dare eccede il prendere quindi noi non siamo messi male ma peggio, e invece si può sempre rivedere tutto e del tutto, ha pure dimostrato Fukuoka sopra ogni cosa, si può far piazza pulita in ogni momento, adesso riprendere i contatti, ora non domani mentre se si continua a vagheggiare una decrescita si diventa solo calvi?</p>
<p>□ interessante □ sono casi isolati □ non so</p>
<p>10) Essendosi che tutte le vite sono occasioni perse da qui si può cominciare, da qui la vita pare sontuosa, da difendere a ogni costo in quanto battaglia persa comunque, per statuto, per regola da-che-mondo-è-mondo, il nostro scopo nella vita non è riuscire ma continuare a fallire nella migliore delle intenzioni diceva Stevenson che lui pure è morto, e allora è la perfezione per chi ha lo stato mentale anarchico, allora difendere la vita è l’esercizio principale che racchiude tutti gli altri, cosí però rischia d’essere imputato di molti reati, tipo stalking per il mondo o spia come diceva di sé Diogene che è morto, vale a dire non esser lasciato in pace da un mondo di pazzi che dicono sempre sono serio, sono io e resto cosí è il motto dei morti o meglio fantasmi, sono lucidissimo è normale, del tutto, il mio stato mentale, che se dicessero non sto del tutto bene, forse non sono responsabile del tutto del mio stato mentale forse si potrebbe tentarla la guarigione, ma se dicono di essere seri ecco lí la pazzia incurabile, soprattutto che quel po’ di libertà è diminuire si scopre nello stato mentale anarchico, da-che-mondo-è-mondo libertà è perdere, disimparare, no come dicono i funzionari non aver regole, non è una licenza militare!?</p>
<p>□ non è pazzo come sembra □ è pazzo □ non so</p>
<p><strong>Risultati</strong></p>
<p>Se prevalgono le risposte 1: con ogni probabilità siete un fallito per cosí dire culturale, una persona dabbene a cui piacciono le trafile e la ricerca del ragionevole, vale a dire siete una vittima designata, forse colta, disposta a farsi gabbare dalle facce belle e la ricchezza del linguaggio, siete pronti per crescere, fare il militare, trovare un posto da piccolo funzionario, separarsi ma prima sposarsi e fare dei figli che viene sempre di moda, andare a votare e magari morirci in cabina, quindi nella condizione privilegiata di chi può usufruire dello stato mentale anarchico, all’inizio nel suo piccolo, poi allargando il cerchio del buon senso comune, quello che oggi è annientato come snob o demodé, pian piano ce la potete fare.</p>
<p>Se prevalgono le risposte 2: è quasi sicuro che siete un fallito del tipo per cosí dire naturale, e ci resterete vita natural durante, ancorati ai distinguo, coi denti affondati nei cavilli interpretativi che scambiate per serietà, sono io e resto cosí è il vostro motto a vita quasi, gli obiettivi per voi devono essere concreti nemmeno belle teleologie, non avete altra strada che farvi strada coi mezzucci i ricatti il peso politico e gli scambi di favori, calcolare e calcolare, azzannare il risaputo, lo stantio, adocchiare ad ogni istante chi secondo voi è il piú debole cioè meno protetto, finché se siete fortunati finirete vecchio e dimenticato quindi in condizione previlegiata per usufruire dello stato mentale anarchico, almeno per qualche anno e, com’è naturale, prima di morire e magari lasciarci il ricordo che tutto è possibile.</p>
<p>Se prevalgono i non so delle risposte 3: se avete letto la maggior parte delle domande senza sapere di che si tratta, siete il tipo di fallito molto vicino allo stato mentale anarchico, lo avete a portata di mano perché refrattari si nasce forse, ma è molto probabile, dicono i refrattari che hanno un po’ di maledetta esperienza, dicono che si vede già da presto, certi pure da piccoli si vede che saranno refrattari a vita, succeda quel che succeda, non conta se sei nato ricco o diseredato, e noi può essere che siamo d’accordo su questa diciamo cosí fortuna, perché un refrattario nato o pasciuto che obiettivo vuoi che abbia nella vita?, quello di tirarsi fuori dalla condizione fortunata cosa che non gli riuscirà mai, quindi lui sta già a posto e non deve fare altro.</p>
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		<title>Armand Gatti a Udine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2011 08:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[altan]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Armand Gatti]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[La parola errante]]></category>
		<category><![CDATA[maquis]]></category>
		<category><![CDATA[Montreuil]]></category>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Danilo De Marco (+ un ritratto di Altan) Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: «La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» &#8211; Armand Gatti rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto <strong>di Danilo De Marco</strong> (+ un ritratto di <strong>Altan</strong>)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38981" title="Armand Gatti341 copy prova" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-300x177.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2-1024x604.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Armand-Gatti341-copy-prova2.jpg 1300w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38984" title="!cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cid_37A8A3FB-2348-48E9-942B-D05527687787@fritz2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Figlio di emigrati piemontesi, il padre Augusto anarco-pacifista &#8211; figura determinante a cui ha dedicato una pièce: <em>«La vita immaginaria dello spazzino Augusto G.» </em>&#8211; <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Armand_Gatti">Armand Gatti</a> rientra dagli Stati Uniti dopo aver assistito all&#8217;impiccagione dei fratelli Vittorio e Alfonso anarchici e immigrati italiani, accusati come i più celebri Sacco e Vanzetti  (“il giorno in cui seppe della loro esecuzione  mio padre mi annodò un fazzoletto nero intorno al collo”) di essere responsabili di atti che non avevano commesso.  Di più: durante uno sciopero viene sequestrato<span id="more-38977"></span> da una squadra «Pinkerton», detective privati; chiuso in un sacco, pugnalato per 22 volte e gettato nel lago di <em>Khicago, </em>come usavano chiamarla gli emigrati italiani.  Le pugnalate strappano il sacco e Augusto si salva.</p>
<p>In Italia  non può tornare essendo ricercato dalla polizia del governo di Mussolini come pericoloso sovversivo. Si ferma a Monaco, nel Principato, dove Letizia, la madre, lo raggiunge con difficoltà dopo che i compagni  fanno colletta per pagarle il viaggio fino a Ventimiglia.</p>
<p>«Mio padre Augusto &#8211; dice Armand &#8211; a Monaco lavorava come spazzino, militando sempre  nelle fila anarchiche, in un gruppo dove c&#8217;erano anche dei sopravvissuti di Kronstad.  Aveva una  sua dimensione del mondo: lui era il vero poeta, l&#8217;inventore di immagini. Aveva idee a dismisura.</p>
<p>Per questo lo hanno ucciso. Lo hanno trovato una mattina presto con la testa fracassata accanto al   carretto delle immondizie. Dava fastidio perché difendeva la natura; piantava alberi attorno al casinò dove invece la speculazione edilizia voleva costruire e disboscava, per lasciare aria libera ai ricchi per il loro divertimento del tiro al piccione. Lui piantava alberi. Per questo lo hanno ucciso».</p>
<p>Fin dall&#8217;infanzia a Dante Sauveur Gatti, chiamato Armand, sua madre ricordava che doveva essere il più bravo della classe, soprattutto in lingua francese; essere meglio di loro sul loro stesso terreno. Così fin da piccolo la lingua diventa la sua arma di combattimento ma anche il suo primo amore.</p>
<p>«L&#8217;arma decisiva della guerriglia è la parola. Io ero figlio di emigranti poveri. Mi difendevo nelle strade e mi battevo. A scuola ho scoperto che la mia vera arma di combattimento doveva essere solo la parola, nella lingua francese, che io già divoravo in tutte le sue forme. Entrai in seminario, ma dopo una crisi mistica&#8230; via alla scoperta di Rimbaud. Scoperta che mi fece cacciare ben presto perché la parola, la poesia di Rimbaud, erano proibitissime.</p>
<p>Inizialmente fu una storia di ortografia e di grammatica ma poi fu quel mio tuffo tra la gente del porto&#8230; a inghiottire il verbo in quella dimensione totale, dove entrava di tutto: un&#8217;esperienza che nessuno aveva ancora esplorato.  E&#8217; così la lingua è diventata più che una famiglia, più che un paese, è diventata la mia esistenza stessa. Annotavo e annotavo sul mio quaderno blu; e poi io, il quaderno e la parola, naturalmente, non potevamo non entrare nel <em>maquis</em>, nella Resistenza”.</p>
<p>La casa di Armand è a Montreuil, un tempo periferia operaia di Parigi.  Più che una casa è il luogo della <em>Parola errante</em> dove fanno capo anche molte associazioni. Dietro la casa uno spazio di 800 mq &#8211; lo stesso spazio dove nel 1895 i fratelli Lumière proiettarono i primi secondi di un film in movimento «L&#8217;arrivo del treno» &#8211; risistemato e dedicato al teatro e alle esposizioni. Ma anche rifugio estremo durante le repressioni della polizia, o luogo di accoglienza per clandestini in difficoltà.</p>
<p>Nel corridoio d&#8217;ingresso della casa, subito due file dense di libri alle pareti. Salendo le scale per raggiungere Armand al secondo piano, dei fogli con frasi/citazioni che coprono completamente le pareti. Poi, un piano ancora sopra, una lunga frase &#8211; <em>Gatti è Mao che attraversa lo Tsé Kiang &#8211; </em>a mo&#8217; di fregio in alto alle pareti, ricordo degli anni &#8217;50, quando faceva il giornalista e incontrò due volte Mao in Cina. Poi inviato in America Latina; Guatemala, ma soprattutto Cuba, dove  incontra Fidel Castro agli inizi degli anni &#8217;60. Ma già aveva lasciato per strada la sua vecchia pelle diventando regista cinematografico. Il suo film «L&#8217;otro Cristobal» rappresentò Cuba al festival di Cannes del 1963, e lo accompagnava come fotografo di scena Paolo Gasparini, friulano di Gorizia partito per <em>le americhe</em> giovanissimo.</p>
<p>“Ti aspettavo” – dice Armand –  allargando e alzando le sue lunghe braccia; tentacoli che si staccano da una  figura massiccia e che potrebbero contenere una galassia. Anzi due.</p>
<p>Tutt&#8217;attorno libri, quaderni, fogli volanti, manifesti serigrafati: immagini di suo padre Augusto, di Gramsci, di Rosa Luxemburg, di Joyce, Cafiero&#8230; e in un apparente disordine totale, disegni, marionette, sculture di animali in legno coloratissime realizzate con vecchi strumenti di lavoro, un bellissimo orologio che segna il passare del tempo cinguettando come l&#8217;usignolo. Quegli stessi usignoli che Rosa Luxemburg e Karl Liebkneht ascoltavano  nel giardino botanico di Berlino la notte della rivolta spartachista.</p>
<p>I suoi libri sono editi, oltre che in francese, in spagnolo, tedesco&#8230; ma non in italiano. Alla parete una giacca di pelle nera; all&#8217;occhiello un distintivo con impresso il volto di Bonaventura Durruti:&#8230;è la giacca che aveva comperato e dimenticato per fretta Durruti nel suo ultimo viaggio a Parigi &#8211; dice con aria sicura ma da gran burlone Armand &#8211; quando, accompagnato dall&#8217;anarchico spagnolo Cipriano Mera e da quello ucraino Nestor Makno, dovette correre in Spagna richiamato dai primi sussulti di guerra.</p>
<p>Entrando nella grande stanza, si ha la sensazione di entrare in una fiaba, o dentro uno schizzo di matita impazzito; un mosaico d&#8217;oggetti e di idee del mondo. Tutto è possibile in quello spazio.</p>
<p>E&#8217; come camminare dentro un grande quadro di Paul Klee, al muro appeso l&#8217;Angelo Novus, dove tutte le direzioni sono possibili contemporaneamente.</p>
<p>Grande drammaturgo, Armand, si immerge e immerge la  parola nella poesia, nella fisica quantica, nella matematica, nella politica, nella filosofia che diventano assolutamente sinonimo di  amore, lotta, resistenza, libertà, ricerca, identità&#8230;Un tuffo nel tutto.</p>
<p>“Ti aspettavo” è una frase importante per Armand. E&#8217; legata alla sua fuga dal campo di concentramento di Linderman nel nord della Germania, vicino a Amburgo. Poi per sei mesi a camminare  per raggiungere Bordeaux.  «Si, io non lo sapevo, ma poi scoprii che feci lo stesso tragitto di Hölderlin quando era partito verso il sole, dal mar Baltico all&#8217;Atlantico. Lui non trovò il sole e io non trovai quello che cercavo. Con i miei 48 chili di carne sfiancata, non mi restava altro  che ritornare verso la fattoria di Berbeyrolle, in Corrèze; alla fattoria del père Elie. Tra quei boschi, dentro il nostro buco, la tana della nostra r-esistenza, avevamo la nostra biblioteca immaginaria. Leggevamo Michaux&#8230; e Antonio Gramsci agli alberi che ci ascoltavano sotto il peso della neve; e come armi una sola pistola 6,35 con sei pallottole&#8230; quando ci hanno preso.</p>
<p>Quando ritornai dal campo di concentramento il <em>père Elie</em> mi disse senza minimamente stupirsi:</p>
<p>«Ti aspettavo. Ora riposati e dammi il tempo di riprendere i contatti». Quel &#8211; <em>ti aspettavo</em> &#8211; dopo tutti i tormenti passati in prigionia, è stato per me come  ridare voce alle possibilità della parola. E&#8217; stato coscienza che zampilla dalla terra ».</p>
<p>Gatti ha messo la sua scrittura, il suo teatro a disposizione delle persone che si sono trovate forzatamente  in difficoltà escluse, imprigionate. Ed è proprio nel quadro dell&#8217;esclusione che il suo teatro ha un ruolo rivoluzionario: «Una società che consideri  finita ogni rivoluzione  mi sembra una società totalitaria. Se il linguaggio marcisce la rivoluzione marcisce».</p>
<p>Ridare speranza agli esclusi; rimetterli attraverso la loro stessa partecipazione sulla scena, in un processo di riabilitazione sociale, non sociologica, in quanto persone e ancor di più nel momento in cui queste persone ritrovano l&#8217;espressione su loro stesse e sulla società.</p>
<p>Un lavoro di intervento e interrogazioni certamente anche teoriche, ma sempre dentro, nella carne viva. Per questo a Gatti, San  Franceso d&#8217;Assisi è così caro: «&#8230;perché sempre dalla parte della vita. Anche in punto di morte ha chiamato Clara ed è morto in piena apoteosi».</p>
<p>Gatti allora si mette in azione nelle strade, con i diseredati; nelle fabbriche con Karl Marx; nelle prigioni con Ulrike Meinhof; negli ospedali psichiatrici con Carlo Cafiero. Un vero e proprio teatro di agitazione.</p>
<p>“Le parole mi leggono” dice sovente. Una parola non arriva per cancellare la precedente, ma per arricchirla. E&#8217; così che l&#8217;erranza continua. «Nella  parola, come nell&#8217;atomo c&#8217;è un&#8217;equivalenza: la particella (la sillaba) è la stessa cosa che la sua onda, nel senso che l&#8217;accompagna. La frase così diventa il legame tra la fisica quantistica e l&#8217;ideogramma&#8230;». Conclude dicendo «Non scrivo mai <em>su</em> qualcosa ma <em>con</em> qualcuno».</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato, in versione più estesa, sul &#8220;Gazzettino&#8221; del 08.05.11]</em></p>
<p><em>[&#8220;La parola errante&#8221; di Armand Gatti sarà letta a Udine, in presenza dell&#8217;autore,  l&#8217;11 maggio alle 20,30, nell&#8217;ambito di &#8220;<a href="http://www.ilfriuli.it/uploads/ilfriuli/docs/15070.pdf">vicino/lontano 2011</a>&#8220;:</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38988" title="invito-Gatti_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/invito-Gatti_rid2.jpg 605w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></a></p>
<p><em>Armand Gatti parteciperà poi al dibattito, assieme a Lucio Urtubia, &#8220;Tre anarchici: il rivoluzionario, il falsario, il poeta&#8221;, il 14 maggio alle 10, all&#8217;Oratorio del Cristo di Udine, con Marco Cicala e Vittorio Giacopini.]</em></p>
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		<title>Lucio Urtubia, anarchico e falsario</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/14/intervista-a-lucio-urtubia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 08:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Intervista di Danilo De Marco “Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’ afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel, epica leader libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta.jpg"></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36627" title="Lucio interno207 copia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno207-copia.jpg 591w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Intervista di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p><em>“Qui c’è stato, non molti anni fa, perfino Henry Cartier-Bresson con una sua mostra dal titolo ‘Per un altro futuro’</em> afferma Lucio Urtubia indicando lo Spazio Culturale dedicato a Louise Michel<em>,</em> epica leader<strong><em> </em></strong>libertaria della Comune di Parigi, che lui  stesso ha costruito &#8211; cazzuola alla mano &#8211; nella parte alta del popolare quartiere di Belleville.</p>
<p><em>“Durante una trasmissione televisiva </em>&#8211; continua Lucio &#8211; <em>ho  sentito Henry Cartier-Bresson dichiarare a gran voce il suo sentirsi  anarchico. L’ho cercato immediatamente. Sua moglie, Martine Frank, altra famosa fotografa,  mi impediva sempre di parlare direttamente con lui. Cercava di proteggerlo, immagino. Ma poi un bel giorno ecco che risponde proprio lui in persona. In un attimo, quattro parole ben assestate e appuntamento fissato per vedere lo spazio. Alcuni mesi dopo inaugurammo l’esposizione. Insomma dal Louvre all’Espace Louise Michel: che ci vuole!”</em>.</p>
<p>In questo edificio &#8211; Lucio abita al piano superiore con la moglie Anne che da anni collabora  con Médecins du Monde &#8211; si svolgono incontri, dibattiti, esposizioni <span id="more-36585"></span>sempre naturalmente in sintonia con un’idea antisistema. Lucio Urtubia è un uomo umile ma dotato di una particolare arguzia schiettamente popolare e di rapido istinto. Il tutto condito da una franchezza diretta e disarmante, condizioni connaturate che l’hanno protetto anche quando la sua situazione sembrava disperata.<em> “Ho sempre creduto che nella vita  nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome.  Ignoriamo ancora  del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore &#8211; ben misere cose il denaro e il potere &#8211;  e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere&#8230; come ora io e te qui a bere una birra sotto un cielo azzurro. Assieme a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lucio Urtubia nasce nel 1931 a Cascante, villaggio sperduto nella cattolicissima e carlista Navarra, <em>“ho sempre avuto un po’ di rammarico per questa terra così poco rivoluzionaria”,</em> da una famiglia povera e socialista. <em>“Poveri e per di più socialisti allora era come essere marcati a fuoco</em> <em>come animali.</em> <em>Eravamo sei fratelli. Mangiavamo tutti assieme dallo stesso piatto</em>. <em>Una fortuna questa, essere nato così povero, perché non ho dovuto fare nessuno sforzo per perdere il rispetto verso tutte le istituzioni: per la proprietà,  per la chiesa  e per lo Stato”. </em></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta1.jpg"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36628" title="Lucio Urtubia colore interno182 copia CARTA_ridotta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno182-copia-CARTA_ridotta1.jpg 448w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
</em></p>
<p>Rivendica, con un colorito immaginario assai fosforescente, il suo essere stato nel contempo muratore, clandestino, falsario, ladro:<em> “I più grandi ladri che esistono sono gli istitui bancari, protetti per di più  dalle leggi del sistema. Son los  ladrones los mas grandes! Cosa potevamo fare per aiutare i prigionieri del franchismo e le loro famiglie: gli anarchici non hanno industrie né tantomeno deputati o ministri con portafogli&#8230; Rubare alle banche, che reputo un atto rivoluzionario, è stato il maggior piacere, o quasi, che ho avuto nella vita. L’ho fatto come potevo e come mi veniva e tutta la mia esistenza, a riguardarla ora, è qualcosa di inimmaginabile di cui  io stesso a volte dubito”.</em></p>
<p>A 17 anni, attraversando i Pirenei, inizia la sua prima attività: il contrabbandiere. Occupazione che viene interrotta solo dall’obbligo di leva militare. Diretto e persuasivo, Lucio riesce a farsi dare un incarico presso i magazzini della caserma dove c’era ogni ben di dio:<em> ”Ho capito immediatamente che era tutta merce da poter vendere facilmente al mercato nero.”</em> Con la sua astuzia non ebbe certo difficoltà a rubacchiare e far uscire dalla caserma tanto materiale da mettere quasi in condizioni fallimentari l’intero presidio. <em>“La mia più grande soddisfazione era ingannare i superiori. Quei militari, quella gentaglia che aveva partecipato al colpo di stato contro la Repubblica assassinando chissà quanta gente. Quando la  Guardia Civil scoprì i furti e iniziò un’inchiesta sul materiale mancante io ero in permesso e, certo, non mi passò neppure un istante l’idea di rientrare nei ranghi”.</em></p>
<p>Nella notte del 24 agosto del 1954 il disertore Urtubia attraversava il fiume che segna la frontiera tra Spagna e Francia. Senza intenzioni di ritornare.</p>
<p>A Parigi<em> </em>inizia per Lucio la vita<em> </em>senza gloria degli emigrati. Capace e intelligente riesce a farsi assumere senza grandi difficoltà dopo pochi mesi e, per apprendere il francese, frequenta una scuola gratuita e autoditatta di giovani libertari. Partecipa alle conferenze di Breton, Camus, Lanza del Vasto, Daniel Guérin: incontra Georges Brassens e Léo Férre. Tutto nella vecchia storica sede libertaria al 24 di rue Sainte Marthe.</p>
<p>Diventa un fine muratore e installatore di <em>azulejos</em><em>, ma per la sua</em> indole irrequieta e ribelle non è certo sufficiente. Fa assumere nel cantiere dei preti operai militanti, dimostrando un’attitudine innata da sindacalista solitario, tanto da incuriosire i compagni di lavoro, in maggioranza spagnoli, che gli chiedono quali siano le sue idee politiche. <em>“Comunista!</em> <em>Mi sentivo comunista perché in Spagna incolpavano sempre i comunisti di tutto quello che accadeva. Tutti si misero a ridere. Tu non sei comunista. Sei un  anarchico: mi dissero”.</em></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36629" title="Lucio Urtubia colore interno183 copia CARTA_ridotta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1-300x178.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-Urtubia-colore-interno183-copia-CARTA_ridotta1.jpg 448w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
</em></p>
<p>La fiducia verso Lucio si forgiò in una sorta di cenacolo da carbonari dell’utopia, tra discorsi libertari, la sua attitudine sul cantiere, dove, oltre ad essere un ottimo lavoratore qualificato, non esitava a fare bottino di qualche cassa di materiale necessario alla causa.</p>
<p><em>“Basta tribunali, proprietà privata, religione, sfruttamento&#8230; l’uomo sarà libero e si autogestirà. Muratori, imbianchini, elettricisti&#8230; non abbiamo bisogno di uno stato. Era come se queste cose io le avessi già tutte dentro di me</em>. <em>Poi un giorno,</em> <em>essendo tra i rari libertari del gruppo ancora incensurati, mi chiedono di ospitare in casa un clandestino catalano. Un fuggitivo dal regime franchista. Mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti Francisco Quico Sabaté, il nemico numero uno del franchismo, ricercato in tutta la Spagna. Quico era una leggenda&#8230; il Cartouche degli anarchici” </em>( “E venne il  giorno della vendetta”, del 1964, con Gregory Peck, Anthony Quinn, Homar Sharif).</p>
<p>Quico Sabaté, già combattente in Spagna nel fronte di Aragon e successivamente nella “Columna de Durruti”, diventa un modello e un secondo padre per Lucio. Quando El Quico cade sotto i colpi della polizia franchista nel 1960 <em>“Lucio si ritrova drogato. Fatto dall’odore della polvere da sparo che emanava Sabaté” </em>scrive Bernard Thomas nella biografia “Lucio l’irréductible’<strong> </strong>edizioni Flammarion”.</p>
<p>El Quico<em> </em>lascia in eredità a Lucio una mitraglietta Thompson e una pistola 11.43. Si improvvisa rapinatore di banche, <em>“espropriazioni”</em> in Spagna, Francia, Olanda, distribuendo puntualmente il denaro per la causa antifranchista &#8211; aiutare la resistenza, far uscire in libertà provvisoria dei compagni incarcerati, farli espatriare, sostenere le loro famiglie. <em>“Entravamo nelle banche a viso scoperto: non c’erano telecamere, né porte blindate, né vigilantes. Ogni volta facevo pipì nei pantaloni per paura di essere ucciso o di ritrovarmi a dover sparare. Non è certo divertente mettere una mitraglietta sotto il naso di qualcuno. E come si fa a non sentirsi male in tali situazioni quando per di più non ci si sente criminali? Troppa violenza. Non faceva per me. Falsificare documenti era una buona alternativa.” </em></p>
<p>Talentuoso anche in questo mestiere, conosciuto grazie al preziosissimo aiuto datogli da un industriale antifranchista e anarchico, Pierre Dupien &#8211; “<em>chi ha mai detto che gli industriali non possono essere anarchici”</em> &#8211; di giorno muratore sempre puntuale e di notte tipografo, organizza un’equipe di falsari in un piccolo laboratorio rudimentale: passaporti, patenti, carte d’identità. Trova il modo di intestare delle buste paga a persone inesistenti, sorta di anime morte alla Gogol, con le quali bastava presentarsi agli sportelli della banca e incassare. <em>“Falsificare alcuni di questi documenti era come duplicare dei biglietti per entrare allo stadio e permetteva a tutti quelli che erano clandestini di poter fare una vita quasi normale: camminare per strada, trovare lavoro, casa, sposarsi, perfino aprire un conto in banca”.</em></p>
<p>Grazie all’intervento personale di Rosa Simeon, ambasciatrice cubana a Parigi rimasta affascinata da questo muratore deciso e pieno di inventiva, incontra all’areoporto di Orly il Comandante Ernesto Che Guevara, ai tempi direttore della Banca Nazionale di Cuba e Ministro dell’Industria.  <em>“Gli dissi della mia passione per la rivoluzione cubana e specialmente per Camillo Cienfuegos &#8211;<strong> </strong>il suo assassinio fu una delle prime sciagurate operazioni del castrismo &#8211;<strong> </strong> e poi, con un campione alla mano, spiegai la mia idea di inondare il mondo di dollari falsi. </em> <em>Avevamo riprodotto la moneta verde con una perfezione unica. Ci voleva solo uno Stato audace e deciso che si incaricasse di stamparli in grande. E chi se non Cuba poteva fare questo come risposta all’embargo? Quale azione di guerra più potente che seppellire il grande capitale sotto una cascata di dollari falsi? Quando Fidel disse no al comunismo e no al capitalismo per una rivoluzione del colore delle palme&#8230; Sognavo la bandiera rossa e nera nella Sierra Maestra&#8230; A quei tempi</em> <em>avrei dato la mia vita per Cuba. Poi non se ne fece nulla e Fidel diventò un diavolo”.</em></p>
<p>Alcuni anni dopo, Lucio viene inquisito e imprigionato con sua moglie Anne, per implicazioni nel sequestro di Balthasar Suarez, direttore della Banca di Bilbao a Parigi <em>“Mi accusarono di sequetro, estorsione, ma io non ne sapevo nulla. Quella fu un’azione  mediatica per mettere in allerta l’opinione pubblica sulle terribili condizioni in cui si trovavano i prigionieri politici e farla finita con le esecuzioni capitali. I responsabili di quel sequestro &#8211; so per certo che mai mangiò una paella così buona come durante il suo sequestro &#8211; trattarono il banchiere con la più grande delle civiltà, visto che già la detenzione in se è un atto di una violenza inammissibile”. </em>Dopo il sequestro Suarez non ci furono più esequzioni capitali  in Spagna, e al momento del processo né Balthasar Suarez né il suo avvocato si presentarono in aula come parte lesa. <em> </em></p>
<p><em>“I travellers-chèques U.S. della  First National City Bank</em> <em>erano certamente più difficili da imitare ma ci permetteva di pensare in grande e con una clientela globale. Bastava acquistare dei veri travellers-chèques e duplicarli in migliaia di copie</em>. <em>Ci volle quasi una anno</em> <em>per mettere a punto l’operazione”. </em>Migliaia di travellers-chèques falsi invadono il mercato mondiale. Una specie di ‘Word Revolution Business’ con presidente finanziario il muratore Lucio Urtubia. <em>“Una rete di persone nei quattro angoli del mondo si metteva in azione più o meno nello stesso momento, visto che gli chèques da 100 dollari portavano lo stesso numero e quindi andavano cambiati in uno stretto giro di tempo.</em> <em>Ero io il capo: ho stampato gli assegni, li ho distribuiti e li ho incassati. E poi il denaro andava dove doveva andare. Nessuna delle persone a cui è stato consegnato il denaro si è arrichita. Nessuno. Al massimo ci comperavamo un paio di pantaloni quando non ne avevamo più di decenti o ci permettevamo  un pranzo in una trattoria”. </em>Una specie di Stato nello Stato. Moneta stampata e documenti di identità che venivano distribuiti e usati anche da molti movimenti  armati: Tupamaros, Montoneros, Prima Linea, Brigate Rosse, Action Directe, ETA&#8230;</p>
<p><em>“Era una grande soddisfazione per me far pagare ad una delle più grandi banche americane le spese per la lotta contro le dittature dell’America Latina”. </em>Il nome di Lucio appare anche nel rapimento del nazista Klaus Barbie in Bolivia, nella fuga di Eldridge Cleaver leader delle Black Panthers, nelle mediazioni di Javier Rupérez  e del caso Albert Boadella&#8230;</p>
<p>Mentre la situazione per la   City Bank diventa critica, la polizia francese segue una pista: un muratore emigrato spagnolo. <em>“La polizia può sbagliare mille volte ma a te non è concesso il minimo errore”. </em>Lucio Urtubia viene fermato con le mani nel sacco -una 24ore zeppa di assegni falsi &#8211; mentre sta facendo una transazione con veri dollari al caffé Le Deux Magos.  Ma ahimé, questa volta, con un infiltrato della polizia.</p>
<p>Alla City Bank di New-York si tira un respiro di sollievo e grande voglia di rivincita. <em>“Mi denunciarono chiedendo 5 anni di carcere più il rimborso della somma sottratta -si parlava allora di almeno 15 milioni di dollari- e danni relativi”. </em>Gli avvocati di Lucio<em> “&#8230;anche un muratore può avere le sue relazioni” </em>il fior fiore del Foro francese dell’epoca tra cui Roland Dumas avvocato di Picasso, futuro ministro degli esteri e presidente del Consiglio Costituzionale, assieme a Thierry Fagart sostenuti da Louis Joinet, consigliere di Mitterand e da sempre impegnato a combattere le dittature, dichiarano ai legali della City Bank che<em> “&#8230;non si trattava di una truffa comune, di una gang di piccoli malfattori, ma era qualcosa di politico</em>”. Chiedono di andare a patti con Lucio Urtubia, ritirando naturalmente la denuncia e i diritti a qualsiasi rimborso. “<em>Con il mio fermo pensavano di aver risolto il problema;  invece lo smercio continuava alla grande in tutto il mondo”. </em>Nella cittadella del dio dollaro a New York,<em> </em>il presidente della City Bank, Walter Wriston, va su  tutte le furie al pensiero di dover sedersi ad un tavolo di trattativa con un muratore. Ma la situazione era catastrofica e la  City Bank si trovava ai limiti della bancarotta.</p>
<p><em>“Proposi uno scambio sulla parola come si usa tra gentiluomini: le matrici in cambio di  una valigetta bella colma di soldi buoni. Altrimenti io me ne restavo tranquillo in prigione, e loro continuavano a perdere milioni”. </em>Accordo raggiunto, l’avvocato di Lucio consegna le matrici e ritira la valigetta, mentre Lucio brucia tutto il rimanente già stampato. Nel giro di qualche tempo gli assegni falsi scompaiono e Lucio viene reintegrato: <em>“per la mia messa in libertà ricevetti perfino le felicitazioni cordiali della First National City Bank”. </em></p>
<p>Intanto gli anni passavano e i Paesi dell’America Latina avevano imboccato la via della democratizzazione come anche la stessa Spagna e il compito che Lucio si era dato in fase di esaurimento. Ma uno come Lucio non poteva certo restare con le mani in mano.   Frequentando molti ex-prigionieri politici di varie nazionalità bisognosi di guadagnarsi da vivere, gli viene l’idea di metterli assieme e fondare una cooperativa edile. Detto fatto, ecco nato <em>l’Atelier 71 in onore alla Comune di Parigi </em>e, come prima commessa, una ristrutturazione con i fiocchi, nientidimeno che per Paco Rabanne.</p>
<p>“<em>Saper lavorare duro e bene è un altra cosa. Essere rivoluzionari  e intellettuali non bastava. Insomma fu un disastro. Ricordo che l’uruguaiano Gino, alla fine della prima settimana mi disse che aveva lavorato più in quei giorni che in tutta la sua vita. Dovetti sciogliere la cooperativa e mio malgrado diventare padrone per poter onorare l’impegno preso. Non sono, evidentemente, un partigiano del lavoro per il lavoro, ma per vivere e forgiare l’esistenza è certamente necessario. Il meno possibile e il meglio possibile”. </em></p>
<p>Lucio Urtubia, questo maestro dell’essenziale oggi ottantenne&#8230;<em> “quando sono arrivato a Parigi non sapevo nulla, nemmeno lavarmi la faccia. E’ il mestiere di muratore che mi ha insegnato ad aggiungere qualcosa all’impresa delle nostre generazioni precedenti; a conoscere gli esseri umani, a saper usare i materiali&#8230;.”</em>, lavora tutti i giorni al suo tavolo, sotto gli sguardi  inquisitori dei ritratti di Luise Michel e Jules Vallès.</p>
<p>Un righello, una penna stilografica e numerosi fogli scritti con una calligrafia che si intuisce ostinata, lenta e ordinatissima. Troppa la curiosità per non chiedere cosa stia scrivendo. Un sorriso, mentre una luce illumina i suoi occhi: <em>“Al di là di quello che è un pensiero comune sui libertari, violenti e terroristi, anarchia vuol dire responsabilità; lavoro, creazione e azione. Certo anche nessun  timore nel combattere per distruggere le regole ingiuste. Non sono nemmeno contro la ricchezza, ma contro la maniera in cui la si usa, e mi piange il cuore a scoprire che ancora non ci siamo. Possiamo contare solo su noi stessi per abbattere questo mondo insopportabile. Penso con ostinazione che l’autogestione sia l’unica  strada per una migliore convivenza e responsabilità individuale e collettiva. Cosa sto scrivendo mi avevi chiesto:  scrivo qualcosa che avrà probabilmente come titolo ‘Il possibile dell’impossibile’. Com’è stata la mia vita”. </em>Facendo attenzione, come gli ricorda spesso con una punta di ironia la moglie Anne, a non diventare una leggenda.</p>
<p>Luois Joinet, che è uno dei massimi magistrati francesi, non senza gusto del paradosso, pensando a Lucio Urtubia afferma: “<em>Lucio rappresenta più o meno quello che io avrei voluto diventare nella vita”.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lucio-interno199-copia_ridotta.jpg"><br />
</a>[Il ritratto di Urtubia e le fotografie scattate nello &#8220;Spazio Culturale Louise Michel&#8221; sono di De Marco]</p>
<p><strong>[Il 22 settembre, alle 18.00, l&#8217;associazione culturale Pabitele coordinerà un incontro conversazione con Lucio Urtubia in Sala Ajace a Udine, con interventi di Luciano Rapotez dell&#8217;ANPI e di Marco Puppini, storico dell&#8217;AICVAS. Sempre a Udine, alle 21.00, al Circolo Casaupa, in cia Val d&#8217;Aupa 2, sarà proiettata la versione integrale del film &#8220;Lucio&#8221; di A. Arregi e J.M. Goenaga, alla presenza del protagonista]<br />
</strong></p>
<p><strong><em><span style="font-size: medium;"><br />
</span></em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>assAlto al cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 06:21:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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					<description><![CDATA[   di Marco Rovelli La casa editrice Eleuthera ha pubblicato A-cerchiata. Storia veridica ed esiti imprevisti di un simbolo. Una storia per immagini di un segno forte, recente (nasce nel 1964 a Parigi) eppure di una potenza quasi archetipica. Un libro fatto di bellissime immagini e fotografie (il progetto fotografico e il design sono di Gianluca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><span><img loading="lazy" class="alignnone" alt="" src="http://digilander.libero.it/anarkkia/Images/Bandiera_A.jpg" width="144" height="181" /></span></div>
<div><span> </span></div>
<div><span> </span>di <strong>Marco Rovelli</strong></div>
<p><em>La casa editrice Eleuthera ha pubblicato </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889490608/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8889490608&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>A-cerchiata. Storia veridica ed esiti imprevisti di un simbolo</strong></a><em>. Una storia per immagini di un segno forte, recente (nasce nel 1964 a Parigi) eppure di una potenza quasi archetipica. Un libro fatto di bellissime immagini e fotografie (il progetto fotografico e il design sono di Gianluca Chinnici), e di contributi testuali di natura differente (storici, scrittori, grafici, semiologi, artisti, critici&#8230;): di fatto, una traversata nell&#8217;immaginario contemporaneo. <a href="http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=245">Qui </a>la scheda. Di seguito, il mio breve contributo.</em></p>
<p>E&#8217; una grafia sghemba, la mia, che fa sempre una distratta violenza ai contorni del mondo. Come per anticiparlo, per ritrovarsi sempre giusto davanti a lui, anche solo un passo. E&#8217; una grafia che affretta il compimento – o almeno lo vorrebbe. Che le cose si chiudano, se lo devono.</p>
<p>E&#8217; una volontà manifesta nel cerchio della A (ho davanti agli occhi le mie A cerchiate, d&#8217;un tempo, e di adesso). Non è un cerchio, tracciato da me, ma un ovale. Come a stringere i tempi, a prendere una scorciatoia – se l&#8217;anello deve chiudersi, che si chiuda prima. Tanto quell&#8217;anello dovrà essere sfondato, e allora che importa se non è davvero un cerchio. Ciò che conta, di quell&#8217;anello imperfetto, è ciò che lo sfonda. E&#8217; quella A che lo sfonda dal basso, incuneandosi con la punta nel suo vuoto, e lo trapassa, emergendo in alto. E allora la A sì che è perfetta. E&#8217; la A il vettore del movimento. Quella A che è la figura perfetta dell&#8217;assalto al cielo.<span id="more-10042"></span></p>
<p>La A cerchiata è stata il mio primo riconoscimento (e io mi riconosco in quella grafia sghemba, contorta, frenetica). Quando, nell&#8217;adolescenza, si prende coscienza e ci si rischiara – se è vero che rischiaramento significa uscita dallo stato di minorità. A cerchiata come affermazione di sé – ma un&#8217;affermazione labile, un puro contorno, una traccia: A che è alfa privativa, in due direzioni: da una parte, sottrarsi alla condizione imposta dal mondo, quella condizione che non si è scelta, che ti è accaduta in sorte, per la famiglia in cui sei nato, per l&#8217;educazione che hai scelto, per il nome hai preso; e dall&#8217;altra, designare un altrove, un altro luogo dove iniziare daccapo, dove essere madri di se stessi.</p>
<p>La A cerchiata, dunque, è una soglia – un puro transito &#8211; a nulla rimanda, ma designa la volontà di &#8220;farla finita&#8221;, e insieme di &#8220;fare daccapo&#8221;. Designa il luogo del puro (ri)cominciamento: il cerchio è la stasi del nulla, e la A che lo sfonda l&#8217;estasi della creazione.</p>
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