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	<title>Andrea Biancalani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>22 frammenti di testo e immagini per una cronaca casuale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 07:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <p><strong>Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (immagini)</strong> </p>
Sono dieci anni che non lo vedo. Levi entra nell’ufficio. Sto scrivendo una lettera commerciale con un’offerta, da inviare via mail. Ho la giacca e la cravatta, i pantaloni neri comprati all’Oviesse che mi stringono al cavallo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi</strong> (testo) e <strong>Andrea Biancalani</strong> (immagini)</p>
<h3>#1<br />
Sono dieci anni che non lo vedo. Levi entra nell’ufficio. Sto scrivendo una lettera commerciale con un’offerta, da inviare via mail. Ho la giacca e la cravatta, i pantaloni neri comprati all’Oviesse che mi stringono al cavallo. Sento i bottoni della camicia tendersi in corrispondenza dello stomaco. Sto mettendo su peso. La sera mi lamento con Teresa perché sono convinto che questo modo di vestirmi mi stia facendo perdere anche i capelli, oltreché ingrassare. Levi imbocca la porta: ha quasi trent’anni, adesso, come me del resto; ha la barba lunga e folta, i capelli con un taglio da studente. Indossa una giacca di velluto a costine, una camicia bianca e jeans sdruciti. Sono convinto che sia diventato un professore universitario. La sua sola presenza in ufficio mi rende nervoso, polverizza gli ultimi anni di costruzioni e sacrifici per avere quello che ho. La sua perfezione animalesca mi ricorda a quanto ho mancato. Mi fa pensare di aver desiderato qualcosa, un giorno, ma di non avercela fatta. Per lui è diverso: dove finisce il suo polpastrello inizia il fatto compiuto. Levi – lo chiamavano Lev a scuola? Ricordo qualcosa in proposito, il Lev del «Newton», il Lev impegnato in politica, come il famoso nonno partigiano e poi dirigente della socialdemocrazia cittadina – Lev guarda i faldoni, le pratiche degli assicurati, i loro sinistri, le loro polizze, i premi, la storia delle loro collisioni, le volte che le carrozzerie delle loro auto si sono scontrate con quelle di altri, le volte in cui la faccenda si è chiusa con una firma sul cofano dell’auto e le volte in cui, invece, qualche paramedico ha sparso segatura sul sangue versato.</h3>
<h3>Il padre di Teresa mi dice che faccio un lavoro rispettabile, che sono un lavoratore rispettabile, che ho buoni orari e dei benefit. Ogni estate riesco ad avere tre settimane di ferie. Lavoro abbastanza vicino a casa.</h3>
<h3>Spero che Levi non chieda di stipulare una nuova polizza o che voglia parlare con qualcuno dell’Area Commerciale. Cerco in anagrafico il suo nome, ma non lo trovo. Poi Lev scarta lontano dalla mia postazione. Ficco lo sguardo al di là della parete e lo vedo accolto dal direttore. Ritorno al mio loculo; la camicia bianca che sale sul monte della pancia.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86725" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#2<br />
I margini dello stradone sono giardini di erbacce e polvere. Piante infestanti, rampicanti, quando ci cammino accanto si fanno adesive ai pantaloni. Si attorcigliano intorno al polpaccio, a toccarle sono urticanti e umide, come spugne repellenti. Non so che piante siano, ma sono certo figure della nostra estinzione. Sono residuali, sopravvissute. Si comportano come polipi vegetali, tramano in silenzio reticoli di colonizzazione. È un mondo di mostri di ruggine e ferrame, di metallo smanioso e riccioli di polvere e peli di animali scorticati dagli attacchi dei predatori notturni; agguati agli accessi delle fognature, terrori oscuri di bestialità. L’autobus mi scarica in un punto di nessun valore da qualche parte dello stradone. Ci sono insediamenti con villette strette a grappolo, ex terreni poderali che scavalcano nel grande campo incolto – ettari su ettari di sterpaglie e qualche baracca, che costeggia il raccordo autostradale. Le case sono perlopiù le vecchie cascine del contado riadattate a ville di lusso, a tre, quattro piani. In questa terra irredenta non si deve vivere poi così male. Alle 8 del mattino è già caldo. Dai campi le folate di aria umida accrescono l’afa di giugno. I vestiti si appiccicano addosso; la camicia a righe, il suo tessuto sintetico fabbricato in Cina o in Vietnam, comprato al mercato delle Cascine prima di Pasqua, aderisce in una larga pozza sulla schiena. Sento le cosce sfregarsi poco sotto lo scroto raccolto nelle mutande. Pacchetto da 6, 10 €, ma di una taglia troppo stretta. Man mano che mi avvicino all’ufficio le ville dei signori si trasformano in palazzi di quattro piani, geometrie grigio scuro o color ruggine, imponenti e periferici, spiegati in lunghezza, come autobus di cemento. Hanno finestre aperte e chiuse, avvolgibili abbassati e alzati, ammiccano strabici e con le ciglia di tappeti o dei lenzuoli immobili nella bonaccia. Da una finestra arriva una musica, un cha-cha-cha. Qualcuno che fa le pulizie, o qualcuno che sta bevendo e ballando, che ha sovvertito le regole del lavoro. Forse questo sconosciuto vive nella canottiera a righe sottili, il ventre acuto dal baricentro basso, i capelli unti di brillantina e una bottiglia di Nastro Azzurro in mano, la moglie fuori di casa, a fare le pulizie da qualche signora in centro o in collina. E mentre la moglie è fuori e i ragazzini sono a scuola, lui si scola la Nastro Azzurro e ascolta ad alto volume il cha-cha-cha. Prepara baccanali nella sua spelonca de-coniugalizzata. Invita signore e le accompagna nel centro caldo della danza con la sua canottiera al traguardo, offre birra tiepida in bottiglia.</h3>
<h3>Tutto qui attorno odora di cialda abbruciacchiata: dev’essere per colpa dell’incontrastato reame dello scarto che va fabbricando la propria regione giorno dopo giorno, lotta dopo lotta, nel misero spazio di un canaletto di scolo. Ci sono anche fiori che sbocciano sulle maglie dell’erba parassitaria; fiori di colori malarici, abbagliano per l’eccessivo pallore febbricitante. Non c’è niente per strada. Ci sono case ai lati, cassonetti, giardini con cani che abbaiano al passaggio, accompagnandomi, ma non c’è niente. Ci sono indicazioni, una vetreria, un parcheggio di ambulanze, un cartello che devia le auto verso una piscina comunale. Però non c’è niente. Non c’è aria in quest’estate. È una canicola continua, offuscante, senza respiro. Attraverso le giornate senza forza, senza cognizione del mondo. Sono una fotocopia passata di mano in mano. Mi siedo alla postazione, lascio cadere lo zaino per terra. Accendo il computer, guardo il muro. Sul muro c’è un cartello: <em>Forza e coraggio, il male è di passaggio</em>. Il male dell’afa, della cappa di umido e di caldo che maledice questa terra nella ripetizione dei secoli. Non c’è un solo spacco nel cemento che sostiene questi palazzi, queste costruzioni che sia libero dalla polvere, che sia capace di respirare. Tutto è bloccato, costretto, tutto è un bolo che rimane indigesto perché qualcuno lo sta sognando altrove. Apro il programma gestionale, indosso le cuffie. La giornata ha inizio.</h3>
<h3>Guardo i fuochi d’artificio dalla sponda del fiume, seduto su un telo da spiaggia, sopra l’erba secca e schiacciata dai nostri culi. Siamo tutti seduti con le ginocchia al petto, in un terreno che sarebbe più adatto ai grossi ratti che hanno fatto la storia dell’Arno. Tutti quanti a vedere il cielo che fa sbocciare fiori di fuoco nel nero come in una notte di bombardamenti. Dopo i primi botti alcune camionette dei vigili del fuoco attraversano il ponte, proprio come in emergenza. Dal nero grafite del cielo non comparirà il sacro. Più che altro siamo di fronte a una sorta di illustrazione stellare del bilancio comunale: tutto quello che è stato speso per i fuochi, gli introiti dei chioschi ambulanti che vendono il panino con la porchetta, con la salsiccia grigliata, le birre in formato 66 cl, anche se non si potrebbe, la ZTL del centro. È solo un modo come un altro per non perdere la giornata di lavoro, visto che per tutto il giorno la città si è fermata. I ratti d’Arno, dunque, se ne stanno al riparo: rosicchiano dai loro sogni la visione mistica di un’apocalisse imminente. Finisce lo spettacolo: risaliamo il costone di terra ed erba. Non mi fermo a bere, a godermi il fresco notturno, a scacciare gli ultimi fantasmi prima del rientro a lavoro l’indomani. Torno a casa a piedi. M’incammino nella notte e i neon separano l’abbaglio dalla tenebra, come l’olio nell’acqua.</h3>
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<h3>#4<br />
Erano passati altri tre anni dall’ultima volta che l’avevo visto, in agenzia: mi ero divorziato, tenevo i capelli rasati quasi a zero. Avevo un cranio ispido e una barba rada sulle guance sode: non avevo un lavoro, ero in uno dei miei intervalli: un amico mi aveva consigliato di donare il sangue, non per ricevere soldi o una colazione gratuita, ma come gesto simbolico. Un talismano. E poi mi avrebbero fatto esami del sangue con l’esenzione. In sala d’attesa avevo riconosciuto subito Giovanni Levi: aveva lo stesso stile della mattinata all’Unipol, anche se era pieno inverno e sopra la giacca portava un parka verde militare. Aveva i capelli più lunghi e appena un po’ ingrigiti. Mi aveva riconosciuto lui: gli avevo parlato brevemente del mio divorzio con Teresa (che non era un divorzio ufficiale, ma una separazione tra persone che erano rimaste amiche, che il tempo aveva messo davanti alla propria distanza), poi gli avevo chiesto di cosa si occupasse lui. Stava scrivendo per riviste culturali on-line. Si occupava di cultura e società. Erano i margini del suo interesse, il perimetro nel quale, diceva, poteva fare qualcosa. Parlava di possibilità, sulle sedie di plastica rossa, scomode e deformi. Diceva che scrivendo quegli articoli – dei lunghi pezzi, nei quali partiva dal racconto di una storia sociologica di solito marginale e poi estendeva il suo sguardo a questioni più complesse – lui poteva agire in qualche modo sul contesto, su questo mondo in frantumi. Ripeteva le parole «possibilità» in alcune varianti, «le nostre possibilità», «le possibilità della nostra generazione».</h3>
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<h3>#5<br />
Le ellissi tra un lavoro e l’altro non erano mai disperate; ero perseguitato dalla maledizione di trovare lavoro in continuazione, ma uno peggio dell’altro. Se non mi licenziavano loro me ne andavo io. Allora riducevo la mia quota vitale, le norme della mia esistenza. Tutto si faceva più sottile, ma anche meno necessario e meno velenoso. I rapporti sociali, così ridotti, divenivano meno pressanti e la solita guerra di tutti-contro-tutti entrava in una fase meno acuta, mi dava più sollievo. In quei periodi vivevo grazie al sussidio oppure a certi risparmi oppure risparmiando. Vivevo bene in quegli interstizi. Poi, però, trovavo un lavoro e tutto ricominciava. Il bisogno materiale tornava a chiedermi il prezzo dell’umiliazione. Teresa, con la quale, anche dopo la separazione, capitava di vedersi – soprattutto ero io a cercarla, per chiederle dei prestiti, per un conforto – mi supplicava di accontentarmi, di cedere alle lusinghe della quotidianità, così le chiamava lei. Mi diceva di non sentirmi obbligato a essere felice, ma soltanto ad essere appagato da quello che un salario decente mi poteva dare. Lei diceva che, nonostante tutto, ero fortunato, che ogni volta che me ne andavo da qualche posto non capitavo in un mattatoio, in una raccolta stagionale di pomodori o in altri luoghi osceni della civiltà. Ma io non pensavo di essere fortunato. I miei piccoli privilegi di lavoratore garantito, quando li avevo, mi procuravano quell’ansia che soltanto chi vive sull’orlo di un abisso – pur essendo ancora sulla terraferma – percepisce. Come potevo gioire della mia personale fortuna in mezzo alle disgrazie collettive? Tanto più che sapevo trattarsi di una fortuna così fragile. Levi, invece, godeva di un’altra attenzione: lui godeva dell’amore degli dèi. Per quella fortuna avrei ringraziato, non perché anche quel mese o quel semestre evitavo il banco alimentare con il mio contratto determinato in un benzinaio. Allora le dicevo che mi aveva morso il demone dell’infelicità e non potevo farci niente.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86728" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani6-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#6<br />
Accanto a un cassonetto vedo degli ortaggi gettati via. Sono due zucchine, una melanzana sbudellata e due peperoni gialli. Le zucchine sono incrociate. È una geometria blasfema, che richiama l’attenzione con le fluorescenze del peperone. Il santuario del cibo buttato è meta di senzatetto, tossici o vecchietti che non mettono insieme il pranzo con la cena di pensione. Ci vuol poco per finire ai piedi del cassonetto, a servirsi di quell’insperato discount. È un intervallo quantico che ti separa da quel momento: probabile, infinito, eventuale. Se lo fissi troppo attentamente è già qualcosa di diverso. Non lascia traccia, svanisce con l’alba di qualcun altro; qualcuno più fortunato. Nei giorni successivi la direttrice del Club (che in realtà è un centro diurno per gente con disagio psichico, ma tutti ci tengono a chiamarlo «club») mi ripete molte volte che mi vendo meglio di quello che sono. Uno dei «soci» (perché in questo Club non ci sono pazienti, ma «soci») parla dell’unico parente più giovane di lui, un suo cuginetto. Dice: Non sopporto l’idea che non sarò l’ultimo della mia famiglia a morire.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86729" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani7-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#7<br />
La recinzione, di siepi e di metallo, ha una forma circolare e chiude con un cancello di ferro battuto. Il cancello sembra tentenni nel vuoto, come una porta che cadrà al primo schianto di nocche, come in un film comico delle origini. Dicono che ci faranno un campo sportivo: uffici, campi di allenamento, palazzine, spogliatoi, palloni a temperatura controllata. Nel frattempo, nelle interzone incerte di poderi e demanio, corrono i cinghiali che si erano acquartierati nella macchia ormai eradicata, nei pressi del cimitero: ci sono volpi che corrono, al mattino, sporche e metallizzate, in senso contrario alla marcia delle auto incolonnate ai semafori. La diaspora delle bestie che hanno vissuto in questi territori per decenni. Oltre la strada, di là dal guardrail, spesso vado a pranzo al chiosco di lampredottari. Prendo un panino col condimento classico – sale pepe salsa verde – una lattina di Coca Cola. Mangio sulle panche, accanto a muratori, ai giardinieri, a qualche raro pensionato che vive in una casa in questa spoglia periferia. Qui la campagna preme anche sugl’ultimi avamposti di città: sobborghi di villette, un carrozziere incastrato tra due palazzine dalle architetture incongruenti. C’è una cappella, una costruzione dal baricentro basso, sembra un’installazione islamica. La campagna, qui, è battuta dal vento e dalle ferite astrali dei tir che passano a tutta velocità. Il paninaro ha un’uniforme bianca: mano a mano che avanza la giornata la parannanza si sporca di unto, di grasso, di sugo. Le mani callose schiacciano la fetta di pane superiore, precedentemente intinta nel brodo del lampredotto. Lui sta tutto il giorno tra i fornelli, in postazione rialzata. Parla con i suoi avventori, li conosce tutti per nome e quelli che non conosce li chiama «mago», «professore», «belloccio». Conosce anche me: una mattina alle 10, prima che arrivassero tutti, gli ho portato il curriculum.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86730" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani8-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#8<br />
Da poco avevo trovato impiego presso il call center di Vladi, alla Deep Blu. Lavoravo in una zona periferica, per spostarmi usavo un autobus e la tramvia. Levi aveva la schiena contro il palo centrale fra due carrozze, non doveva aggrapparsi all’asta, si reggeva con la forza del suo equilibrio: il baricentro perfettamente individuato, la gravità che gli rispondeva, le ginocchia sollecitate e sorrette dai muscoli delle cosce. Parlammo, naturalmente: per me non erano che passati due giorni da quando l’avevo visto in ospedale a donare il sangue: nella mia vita le cose si erano susseguite mansuete e neutre: volta dopo volta avevo dato uno scossone perché la dinamo si rimettesse in funzione, ma la luce che emanava era sbiadita. Levi adesso insegnava: storia e filosofia in un liceo e aveva dei corsi all’università. Studiava, preparava lezioni per liceali e per laureandi. Mentre mi parlava dell’insegnamento capii che stava riprendendo un discorso interrotto due anni prima: educare i ragazzi era la sola forma di «possibilità» che si dava alla nostra generazione. La nostra occasione di lasciare un’impronta politica in questo mondo era fallita: eravamo stati sonnambuli, più o meno consapevoli, più o meno bruciati, ma pur sempre catatonici. Adesso, però, lui si era risvegliato e quello che doveva fare era insegnare il risveglio alle nuove generazioni. Per lui era una responsabilità dell’età. Capii che in due anni la neutralità ombelicale della mia esistenza, il bianco proseguire dei giorni, non era stato affatto docile come avevo immaginato: quella che avevo scambiato per pigrizia, in realtà, era stato un violento tirocinio al fallimento. Avevo appreso i fondamentali della sconfitta.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86731" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani9-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#9<br />
Avevo iniziato a frequentare Lucia: ci eravamo conosciuti al mare e mi ero trasferito da lei. Passavo i giorni e le notti, indistinguibili, cercando di tenere sotto la cenere i miei desideri, i miei ricordi, la vergogna, lo schifo di esserci. Consumavo con Lucia la cena, silenziosamente, poi ritornavo in camera senza dare troppe spiegazioni. Arrivavo con le ciabatte e l’accappatoio e masticavo piano, ma senza pigrizia, solo con molta cautela. Cenavamo sotto il cerchio di neon pallido della cucina. Dopocena cercavamo qualche film fra i canali del digitale terrestre, ma la tregua serale finiva con l’ultimo boccone ingurgitato: il giorno dopo ci sarebbe stato soltanto il lavoro, per otto interminabili ore. Dragavo le emittenti locali per trovare qualche classico, per aggrapparmi alla solidità di una visione assoluta, a qualcosa che mi avrebbe fatto trascendere la paura quotidiana. Lucia era leggera, la pioggia delle sue ossa che lasciava attraversarsi dal pulviscolo dei problemi. Per lei il «fa niente» era reale, tattile. Per lei esisteva davvero la formula del «fa niente»: lei aveva davvero una pelle che poteva proteggerla. Sono le creature come Lucia che possono andare avanti nel mondo, mi dicevo. Le stavo accanto e valutavo le nostre differenze biologiche. C’era una postura nel suo sopportare ogni destino possibile che io ritenevo intollerabile. E così era sempre stato, per me. Ad ogni mietitura avevo sfoltito le mie possibilità: ogni volta pensavo che qualcosa di meglio dovesse pur nascondersi da qualche parte. Anche Teresa era come lei: ma ormai quello era un matrimonio di molti anni prima. Come Teresa, seppur silenziosamente, anche Lucia mi domandava una specie di obbligo alla felicità. L’accettazione di un salario e una vita media.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-86732" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10.jpg" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-1024x684.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/biancalani10-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></h3>
<h3>#10<br />
Aveva una voce del Nord e diceva che a lui il calcio piaceva poco. Così l’uomo con la stampella, che gli sedeva davanti, mentre la carrozza sobbalzava sulla linea malferma, diceva che forse era il caso di sperare vincesse l’Inter. Ero salito sul treno a Empoli. Insieme a me erano salite le francofone sarabande dei ragazzi con i sacchi sulle spalle, i sandali, le magliette di squadre di calcio, delle schede SIM smerciate nelle stanze d’affitto. I due uomini sembravano conoscersi. Quello senza stampella aveva qualcosa sui capelli che avrei detto brillantina ed erano, nonostante l’età avanzata, foltissimi e tirati all’indietro. Neri di tintura. La temperatura condizionata dello scompartimento mi strizzava lo stomaco. Misi lo zainetto di tela sull’addome, per ripararmi. La truppa dei senza biglietto occupava tutti i sedili: abitavamo tutti in quei paesini ex rurali, nei villaggi usurpati dai condomini di sei piani per lo stesso motivo: perché non potevamo permetterci l’affitto di case in città più attrezzate. L’uomo con i capelli lucidi diceva che non gli piacevano neanche i cavalli: lo faceva solo per il gusto della scommessa. Il sole verdognolo attraversava la ragnatela di righe sul doppiovetro: mi scaldava il capo sino a farmi male. Aveva il ventre florido e una camicia pitonata allacciata fino al collo tozzo, incassato nelle spalle. Giocava le sue piccole cifre, non voleva passare il segno. L’altro lo provocava: Si direbbe che lei è un uomo giudizioso. Il giocatore aveva la risposta pronta: L’avidità è un peccato mortale. Il treno passava accanto a campi verdi, vigneti, altri treni, acquitrini. Erano il fondale sul quale proiettavo il mio tempo, tutto ciò che poteva esserne un residuo. Il treno aveva rallentato all’improvviso fino a procedere a passo d’uomo e infine fermarsi. Sa, io stuzzico la fortuna e basta. Se poi una cosa deve succedere succede, diceva lo scommettitore. I passeggeri avevano chiesto al capotreno cosa fosse successo e lui aveva risposto che un uomo era caduto sui binari. Caduto o buttato?, avevano chiesto, ma il capotreno non aveva risposto. L’uomo con la stampella si era affacciato al finestrino, ma non vedeva nessun corpo. C’erano solo fiori di zucca seminati tra i binari. Spero si sia buttato, disse il giocatore: Anche il suicidio è un peccato mortale.</h3>
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<h3>#11<br />
Levi non guarda le persone come le guardo io. Lui ne coglie il punto di desiderio, la capsula animale. Si siede accanto a me, al tavolino che occupo da solo. È ancora presto, io ho ancora una casa e Lucia che mi aspetta. Non ha bisogno di avviare una conversazione con un espediente: sono gli altri che hanno bisogno di confidarsi, che sembrano dirgli di aver atteso lui soltanto per tutto questo tempo. Nel mio spazio claustrale, assediato dal bicchiere, la bottiglia di birra, il posacenere, il volume della rumba che scuote i culi delle avventrici di mezza età lui si adagia con naturalezza. Siamo due quarantenni separati dal dismorfismo dei nostri corpi dentro al bar: nel mio caso non c’è incongruenza, nel caso di Levi sì. Si siede senza chiedermi il permesso, mi fa domande, chiede della mia vita, dice che sono fortunato ad avere una donna, che lui non ha nessuno, ma sta bene, ha sempre avuto un’anima solitaria. Insegna ancora, sempre diviso tra università e licei; sta scrivendo un romanzo, ma adesso ha dovuto interrompersi, non ha la concentrazione per finirlo. Altri pensieri, altre questioni. Rispetto agli anni passati sembra irrequieto, nonostante all’aspetto non dimostri più di trentacinque anni. Per me, invece, ogni intervallo trascorso tra una visita casuale e l’altra, ha inciso la sua impronta: noia e insensatezza e il corpo che è tracimato in una non-forma alla quale non si può voler bene. Tutti, eccetto Lucia, non vogliono bene al mio corpo: percepisco l’offesa che reca agli sguardi degli altri. L’adipe, che suda anche d’inverno dentro la costrizione della canottiera. I pochi capelli rimasti, senza un verso: non c’è più poesia in questo decadimento di mezza età. Levi mi ricorda che detesto gli specchi, i confronti, le fotografie. Vivo nell’angolo cieco e sordo di una vita che va avanti grazie all’amore di Lucia. L’obbligo della felicità: glielo devo. Non parliamo dei suoi successi, stranamente. Non che abbia mai chiesto di essere adulato, tutt’altro. Però stavolta m’incalza con le domande: come si chiama la mia compagna, dove abitiamo, in quale lavoro sono imbarcato adesso. Rispondo a tutto, con sollecitudine. Mi chiede di accompagnarlo fuori a fumare: in tanti anni non è mai riuscito a smettere. Adesso però fuma i sigari, ché recano meno danno ai polmoni. Fuma un sigaro, nella transumanza del pubblico da bar, che improvvisamente mi sembra molto malinconico, ma anche ingenuo, benevolo. Avere Levi al mio fianco inquadra in una nuova luce tutto il reale: la disperazione si mitiga, la tristezza s’addolcisce. Studio le striature perfettamente grigie sui suoi capelli che non hanno perso il colore castano. Le nuvole di fumo alla vaniglia si dissolvono lontano dal <em>dehor</em>. Poi, togliendosi un pezzo di tabacco dal labbro, mi dice che avrebbe bisogno di un aiuto. Domani deve partire e avrebbe bisogno di una persona fidata che lo accompagni, che gli stia accanto. Dice che ha pensato a me; in tutti questi anni ha sempre pensato che, qualora si fosse presentato il momento adatto, la sola persona della quale si sarebbe potuto fidare ero io. Dice che partirà domani, che ha bisogno di una risposta subito, che il viaggio che deve intraprendere è lungo. Devo salvare una vecchia compagnia di liceo, dice. Non so come fare per aiutarlo, le mie ferie sono concentrate perché possa assentarmi in agosto, prenotare al mare una stanza con Lucia, non pensare a niente per venti giorni, anche se poi dopo la prima settimana inizio sempre a pensare al ritorno. Se faccio questa cosa, dice Levi, dovrò fregarmene delle ferie, del mare: lui è sicuro che Lucia capirà, che non vorrebbe impedire a suo marito di dare un contributo ad una causa. Una giusta causa. Non mi dice chi è la ragazza che «deve salvare», né da cosa la debba salvare. Però è determinato: ad ogni boccata di sigaro il tempo passa, s’avvicina l’alba e se anche lo seguissi ora dovrei tornare subito a casa, mettere le cose apposto, parlare con Lucia e poi non potrei neanche dirle per quanto starei via, perché neanche Levi lo sa. Mi dice: Non ti sembra di essere stato fin troppo nell’ombra?</h3>
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		<title>Tempimorti #2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto) (#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine è la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-82192 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(testo) e <strong>Andrea Biancalani </strong>(foto)</p>
<p>(#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine <em>è </em>la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello che viviamo tutti. Giorni di ossessione: i cinesi. Ormai sono notti intere che non dormo completamente: mai del tutto insonne, mai del tutto riposato. Penso ai cinesi, ai cambiamenti, alle urgenze del clima, al neoliberismo, alla tenaglia, all’oblio, al limbo, all’impotenza. Vorrei fare qualcosa ma non so cosa e tutto mi pare oltre le mie forze. Descrivere. Bisogna continuare a de-scrivere. È l’unica. E lamentarsi, vedi alla voce <em>cahiers de doléances</em> (cfr. Bruno Latour).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82193" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Lavanderia a gettoni). Questo odore di disinfettante che rinchiude l’aria in un guscio detergente. Una cappa plumbea di odore caldo, una specie di panificio del sapone, la traccia indiana sul confine tra un profumante che dovrebbe coprire un odoraccio ma è esso stesso un odoraccio remixato. Sono le 7 del mattino, sono qui soltanto per usare l’asciugatrice. Mi sono sempre piaciute le lavanderie, la loro esperienza urbana, intrinsecamente provvisoria, da studentato perpetuo, luogo di socializzazione tra gente in calzoncini e ciabatte che non ha più niente di pulito se non pochi stracci addosso. Invece qui, a Pae, la lavanderia a gettoni è una stanzetta piccola, dipinta di giallo, con alle vetrate decalcomanie di bolle di sapone. Tre lavatrici (due da 9 kg, delle quali una ha un cartello «Guasta», una da 16 kg – per un piumone matrimoniale: è quella l’unità di misura) e due asciugatrici. Cartelli con le istruzioni sul muro. Telecamere a circuito chiuso, una tinozza di plastica azzurra, quel ceruleo standardizzato per queste tinozze da Interstock, un carrellino di metallo bianco e un po’ rugginoso, nessuna sedia comoda ma panche di legno con la seduta scomoda attaccate al muro e un tavolo centrale per piegare i panni asciutti. Ci vogliono 24 minuti per asciugare il mio carico di panni. Cerco più volte di aprire la porta, ma il gancio di ottone che serviva per l’operazione è stato strappato dalla porta stessa, così come l’asola di ferro, sul muro, che serviva per ricevere l’uncino. Con la porta chiusa l’effluvio ambiguo è ancor più insopportabile. C’è un mucchio di riviste sulle panca: due pile più o meno identiche di settimanali, mensili scandalistici, <em>tabloid</em>, «Chi», «Gente», «Grand Hotel», «Panorama» e così via. Accanto, una più misera pila di <em>dépliant</em> illustrativi di pizza-a-taglio, <em>mindfulness</em>, corsi di Yoga, corsi di nuoto e giocoleria per bambini. Prendo un blocchetto di quei volantini e tento di bloccare la porta, ma non funziona: non funziona neanche con tutto il mazzo, quindi rimango con l’odore soffice di muffa e deodorante.</p>
<p>(#In ufficio). In attesa si apra Photoshop. Storicamente le mie percezioni si sono rivelate errate. Statisticamente quello che vedo, il ragionamento che ci faccio dietro per spiegarmi cos’ho visto, è sbagliato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In auto). Credo di essere dalle parti di Monteroni d’Arbia, zona Buonconvento, Cassia. Poco avanti Siena, verso l’Amiata. Sono uscito dal raccordino, ho imboccato una strada piovosa piena di capannoni ai lati, imboccato una di queste viuzze liminari ad uno dei capannoni. Sono officine, argenterie, mobilifici, <em>showroom</em> con sanitari domestici, magazzini all’ingrosso di stoffe, un’insegna dice «TOYS» con <em>font </em>puerile, tutto nebuloso, ogni lettera ha un colore diverso e una forma lievemente obliqua, divergente, come se le lettere della scritta T O Y S fossero state ritagliate ciascuna da una rivista diversa e incollate sullo sfondo dell’insegna da un maniaco. Ho accostato e spento il motore. Siamo qui, tutti e tre. Le ragazze già dormono. È per questo che ci siamo fermati: il postprandiale. Mando indietro il sedile, stendo le gambe sopra il volante. I muscoli si liberano dalla prigionia della posizione seduta. L’anidride carbonica delle giunture scoppietta. Sul tettuccio cade una pioggia continua, fragrante, catatonica. Sento che qui il tempo, tutt’altro che morire, rinasce. È tempovivo, appena rigenerato. Qui dentro posso contemplare le pozzanghere trafitte dalle stilettate fittizie delle gocce d’acqua, gli aghi di pino caduti più avanti, ridotti quasi a poltiglia, il grigio cementizio che non stritola, perché siamo protetti nel guscio di madreperla dell’automobile. Il suono attutito dall’esterno è anch’esso protettivo. La quasi totale assenza di umanità in transito o, semplicemente, in attività, è protettiva. La dismissione è protettiva. La dissipazione senza angoscia, l’osservazione di questa dispersione di minuti è protettiva, di più: è desiderio realizzato, fa godere. Insieme al tempo che scorre scemano anche le ansie, le emergenze, i doveri. Persino la desertificazione d’intorno, questa piana pre-montuosa plumbea, sottratta alla sua storia rurale e al suo destino industriale, povera, incarognita, depressa, ora come ora, è ansiolitica, è geo-Xanax urbano.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Q8). In attesa che la pompa mi riempia il serbatoio di GPL. Dal vetro opacizzato per la condensa, punteggiato dall’acne della pioggia, s’intravedono due macchie più luminose, rifrazioni dell’insegna. Scatto una foto col telefonino. La foto è bella, mi soddisfa: due aloni pallidi in un cosmo nero, palpitante di formazioni d’acquerugiola stellare. Il benzinaio è un po’ tocco, però: borbotta tra sé e sé, non gli s’attacca mai l’augello al dispositivo del gas delle vetture; attacca briga con molti clienti. Da un po’ di tempo non vedo Mustafà: spero non lo abbiano barattato con questa specie di naziskin che, oltretutto, mi dava l’impressione di prendersi gioco di Mustafà stesso. Non mi sorprenderebbe, tuttavia. Il tempo di oggi è il tempo della Belva.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). Attendendo che il lavello si colmi di acqua e sapone. Schiuma e bolle iridate. <em>Shining</em> libro (più del film): è evidente che i fantasmi siano poco più che dispositivo drammaturgico. Nel film, invece, il Male è Totale: è storico, metastorico, è cosmogonia malvagia, è fondazione nazionale al nero, è oscura teologia, è mito perpetuo saturnino e rete neurale di HAL 9000 trasferita nel corridoio con tappeti e arazzi arabescati con fantasie <em>sioux</em> o <em>comanche</em> (lo scrive Ghezzi: <em>Shining </em>è lo stesso film di <em>2001: Odissea nello spazio</em>). Il che rende ovviamente il film molto più grande del libro. Ma non m’interessa, mentre il lavello si riempie e penso a quest’oggi, alla pausa pranzo trascorsa in auto, chiuso nell’abitacolo con l’alito tiepido del riscaldamento e la pasta fredda trangugiata diaccia tutta sullo stomaco, ma, curiosamente, senza abbiocco post-prandiale, mentre, appunto chiuso in auto, scrivevo e godevo, autentica ‘gioia di vivere’, mi viene in mente che Jack Torrance è sì un alcolizzato, padre violento figlio di un padre a sua volta violento, ma soprattutto Jack Torrance è un tizio che non scrive più. E allora lo assalgono gli spettri. Come dire: finché scrivi sei salvo. Il che fa di <em>Shining</em> libro una variante di Sherazade. E questo è tutto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82198" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). A e C giocano con la zia. A tenerissima stende la pasta per le tagliatelle che mangeremo a pranzo. C le scatta una foto anch’essa tenera: la piccola ha due treccine ai lati, corte come i suoi capelli che ora hanno una tonalità giallo limone. È una scena di quiete domenicale, in questa bella cucina dove, da fuori, arriva una luce pallida. Il grande vento di scirocco scuote le fronde dei castagni perché si facciano male: ma qui dentro non entra alcun dolore. È il tempo della festa: non posso fare a meno di pensare a domani, agli impegni di frustrante quotidianità salariata che mi attendono. Scrivo a F, dicendogli che la domenica il realismo capitalista si realizza con tutta evidenza nelle oscillazioni tra «peggio» (il lavoro che c’è là fuori, fatto di gretto sfruttamento, di selvaggio liberismo da <em>caballeros</em>) e «meno peggio» (il mio lavoro, noioso e stolido, che disattiva ogni acume, ma almeno con stipendio regolare e diritti lavorativi garantiti: una pacchia per qualcuno, la morte per altri, ma pur sempre quintessenza di un /ufficio/). F risponde che è per via della «festa» (ponte lungo dei Morti): dopo ogni festa ci fanno sentire in colpa per esserci divertiti, per non essere stati connessi al lavoro. La festa è un lemma interessante, viene dalla Comune di Parigi, da Rimbaud e poi Marx e infine Furio Jesi (bibliografia da rinvenire in rete: del resto ogni giorno, un poco alla volta, cerco ‘bibliografie’ in rete, qualcosa per fuggire, derive, piani di uscita o, come dice F, «se il foglio è occupato dal salario scrivi sui margini»: è quello che faccio – o cerco di fare ogni giorno un poco – scrivere sui bordi): le cannonate di Mac Mahon hanno cancellato la festa, il trionfo dell’alternativa, la vendemmia degli entusiasti, degli insorti, del popolo: non gli avevano perdonato la sconfitta di Sedan, ma non era neanche questo: era la possibilità, la liberazione del desiderio, una mesata di democrazia. Niente, via, tutto finito, spazzato via, piombeggiato. Ci fanno provare vergogna, durante la festa, dal 1871 fino a ora: non c’eri, i doveri ti aspettano, il bromuro del capitalismo è un farmaco da banco del supermercato – e se non è vergogna è ansia e se non è ansia è depressione e se non è depressione è bipolarismo e se non è bipolarismo è disturbo narcisistico di personalità: e su tutto è teologia del capitalismo (Benjamin).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-82195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Pausa pranzo) A vederlo da fuori, cioè passandoci accanto con l’auto, l’ex-bar Luisa (ex Arcangeli pure), appare sempre più in disfacimento, in dis-aggregazione. Cataste di sedie irrimediabilmente sciupate, slabbrature di forassiti, calcinacci. Ma dopo, con l’intenzione di fermarmi lì davanti per consumare il mio pranzo nel Tupperware, vedo che ci sono due muratori che stanno portando via dall’interno secchi di detriti e disgrazia. Stavolta, immagino, qualcuno avrà già pensato a un piano di ristrutturazione per trasformare il vecchio bar in una tavola calda alla moda. O magari, invece, diventerà qualcos’altro; il terzo concessionario, dopo gli altri due che occupano i cubi in quest’area di cemento posta accanto al cimitero (che in definitiva non è che un arcipelago di pompe di benzina/autolavaggi/neon/cubi concessionari/parcheggi privati con pilomat delimitante/aiuole sfibrate). Un salone come gli altri, con le auto parcheggiate dentro, il baule aperto, lucidate, su un tappeto lindo di moquette, tanto da chiedersi come le abbiamo materializzate lì. E accanto alle auto le scrivanie in compensato Ikea, il porta ombrelli ai piedi del tavolo, una coppa smaltata in ottone (qualche premio aziendale? Il miglior venditore del trimestre?); la tristezza di questi uffici, la loro squallida referenza gestionale, da foglio Excel, ma anche, al tempo stesso, una sorta di sedazione cartesiana, qualcosa di ordinato, un effetto placebo del settore terziario o, più probabilmente, un’illusione per chi guarda da fuori, attraverso la protezione dello schermo di vetro, fuggevolmente, una cosa estranea tra tante cose estranee, ma solo più pulita. Ineccepibile lo sgomento metafisico, poi, che offre, a tal proposito, la visione della saletta contrassegnata come «Area di consegna»: uno spazio di circa 10&#215;5 m, praticamente sgombro di tutto: ogni oggetto disposto ai lati: macchinetta del caffè con cialde, uno schedario, due pile di sedie (plastica+seduta di tessuto sintetico ceruleo), alcuni birilli arancioni stradali, come quelli che vengono utilizzati nelle scuole guida, per gli esami della patente A; un aspirapolvere, anch’esso accanto alle sedie. Due piante (a me la specie è ignota), dal fusto lungo, magro, le foglie esanimi e lanceolate, senza più grazia, solo ciuffi da appartamento, da perimetro disinfettato.</p>
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		<title>Tempimorti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/16/tempimorti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto) (#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80895" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-4-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(testo) e <strong>Andrea Biancalani </strong>(foto)</p>
<p>(#Ufficio, 2017) Ho sentito prima M. che sospirava. Un rilascio di aria veloce, rapidissimo epperò pieno di respiro, al colmo di una boccata d’ossigeno catturata nei polmoni e poi rimessa in libertà, alla svelta, perché forse aria già avvelenata, già corrotta dall’anidride carbonica che dovrebbe essere l’ultimo passaggio dell’atto. E invece no. Invece qui tutto t’avvelena. Mi rendo conto che tutti sospirano. Sospira M. come oggi, ma più di tutti sospiriamo io e E. Me ne sono reso conto da poco: E. sospira tantissimo, soprattutto quando cammina e quando sta seduta, quindi sospira praticamente per tutto il tempo che rimane in ufficio. A volte la sento mollare questi pacchetti d’energia sotto forma di respiro, tutta questa accelerazione quantica d’infelicità fin da qui, da questa stanza. C’è lei che sembra sempre così sola e che sospira. Inspira aria ed espira questo mix tossico di cose andate storte. Poi invece cammina qui, accanto a me, per contingenza, nel corridoio. Replica la stessa solenne liturgia nera. Non si sfugge dalla sua vita, dal suo appartamento solitario (lo immagino: non ci sono mai stato), dal suo pendolarismo cittadino e automobilistico, abbastanza irritante perché accumuli qualche minuto di ritardo ogni giorno: un paio di minuti al lunedì per una coda sul Piazzale, un paio il martedì per i lavori della tramvia eccetera eccetera. Dai suoi piccoli malori isolati e senza nessi, grappoli di sintomi senza significato e conseguenze, che però le fanno aumentare il ritardo mattutino. Mi sono sentita male, dice a volte, non spesso, ma talvolta sì. Non riesco a immaginarne una vita oltre a questo recinto di sospiri e di fastidi. Non riesco a vederla al cinema, con gli amici, a bere, a fare l’amore. Ora ha attaccato il telefono: una chiamata a una collega che lavora a distanza (beata lei), una conversazione cordiale, gentile, su aspetti legati a un singolo lavoro, ma insomma, quella che diremmo una telefonata tranquilla e quando ha attaccato, salutando la tipa di là dal telefono con un “ciao cara” ha sospirato. Non uscirà mai dai suoi sospiri. E anch’io sospiro. Lo faccio spesso, per rabbia. Il sospiro è il lamento, il lamento è vento biblico di impossibilità ad agire. O sospirando si agisce?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80896" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In coda, 2019) In auto, per andare a lavoro: grande anello di auto imbottigliate intorno. I soliti paesaggi di vegetazione disfatta, cementizia, indistinguibile. Case e villette costruite su questa porzione di Chiantigiana che è trafficatissima. Qualche volta, soprattutto negli anni scorsi e in inverno, ho percorso questa strada a piedi, per andare a lavoro (30 minuti da casa), ma è un percorso pericoloso, senza marciapiede, senza protezione, affogato nel gas di scarico delle auto. È un tragitto che fa ammalare ai polmoni. Ci sono case arroccate contro la massicciata del raccordo autostradale che passa proprio qui sopra, che designa dunque uno spazio-di-sotto con manifesti teatrali di spettacoli sfranti e disperati, stratificazioni di carta e colla, volti di attori ormai bolliti che si rincorrono nei teatri di provincia (Firenze è tutta provincia) per darsi un’ultima occasione di rilancio &#8211; faranno battere le mani a un pubblico anch’esso sfinito dall’inedia e dall’abitudine a ricevere il Nulla &#8211; ma anche cassonetti divelti, detriti di ogni genere, l’onda di comparsa-e-scomparsa delle siringhe per terra, un materasso mezzo bruciacchiato, sassi e resti di cemento sgretolato dalle colonne del viadotto: e quella casa che apre la finestra proprio sulla strada. Chi viene prima? La casa o la strada? Poco importa, per chi apre la finestra, fa entrare CO2 fra le stanze, espone le coperte della notte all’aria velenosa, poi le ritira, le rimette nel letto, ci dorme, le respira nottetempo. Questo paesaggio non lo capisco: è una giungla; liane e alberi infestanti, verde scuro, spugnosi, appiccicosi. C’è poco da capire: è così e basta, disordinato e rampicante, così proliferante che mi sembra una buona approssimazione dell’angoscia che si prova nei sogni, quando non si riesce a divincolarsi dalla prigionia di una stanchezza ottusa. C’è apparente vitalismo in questa vita che si riproduce incessantemente. È il selvaggio? È terzo paesaggio, biodiversità, dovrei amarla, rispettarla. Osservarla in maniera empatica, ma non ci riesco. Su Novaradio, al mattino, ascolto sempre un programma di musica soul. Non danno mai notizie, al contrario delle altre emittenti, solo musica soul. È una scelta de-responsabilizzante, forse, sebbene il momento delle news sia solo rimandato di poco. Adoro, però, ascoltare Otis al mattino: quando lo passano alzo il volume. Ma non stamani. Stamani non trasmettono niente che riconosca.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80897" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-5-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Area di sosta Q8, 2019) Ho fatto pausa pranzo, come spesso il venerdì, in auto: sportello aperto, gamba sul telaio del finestrino, all’ombra del cubo di cemento, ora vuoto, che ospitava prima il bar Luisa poi il bar Arcangeli e ora, appunto, niente. La successione ereditaria di quei bar è un romanzo naturalistico. Ora attraverso le pareti della zona-pranzo del bar, che sono tendoni di nylon trasparenti, ma sporchi perché da un anno e mezzo nessuno li pulisce, s’intravedono ancora un paio di tavoli, chiaramente vuoti; una bottiglia di acqua piena posata per terra, il bancone con la spina della birra impolverato, le marche delle birre – italiane, artigianali, non filtrate: tentavano anche di usare la ‘qualità’ come estrema salvezza, ma senza esserci riusciti a quanto pare – che sono ovali sbiaditi, come fotografie sulle tombe. Il vento della strada accanto fa sbatacchiare i tendaggi a ritmi sonnolenti. Ho gli occhi chiusi, tento di dormire per quei pochi minuti di pausa. Piccoli svenimenti per recuperare ore di sonno perdute a causa del raffreddore. Davanti a me, per tutto il tempo, un furgone porta-valori. Bianco, Fiat, con scritte sulle fiancate (“Spuma antiscasso” o qualcosa del genere, non ho preso appunti, non ho trattenuto la nota di colore che poteva essere decisiva). È stato tutto il tempo fermo di fronte a me, il motore acceso, i due passeggeri dietro i vetri blindati e chiusi, che sonnecchiavano. Un refolo di aria condizionata a congelargli il naso, l’ordine di non aprire per niente al mondo lo sportello o anche soltanto il finestrino. Prigionieri criogenizzati. Ho pensato: fossimo in un libro pulp o in un film poliziesco – l’atmosfera pare essere quella: stasi catatonica che prevede l’esito di un lungo percorso di male e di morte proprio qui, nel <em>redde rationem</em> del Far West urbano; minaccia incombente che spesso alita su ciascun nostro giorno, su ciascun nostro spostamento &#8211; se fossimo insomma in una pellicola di <em>exploitation</em> arriverebbero dei rapinatori, ucciderebbero i passeggeri, farebbero esplodere la lamiera blindata del carro e ruberebbero tutto quanto racchiuso nel ventre di piombo del bestione. Corpi crivellati, buchi di fucile enormi, corpi sventrati, lo stupore del sangue carnoso, delle buie budella riversate sui sedili, schizzate sui vetri anch’essi infranti dalle esplosioni e dai proiettili rinforzati o qualcosa del genere. L’oscena crudeltà di una messinscena che di fatto ripete su scenario urbano scene di guerra che abbiamo visto/non visto sui Tg della sera. Di fatto in quei servizi giornalistici non abbiamo visto il sangue, le frattaglie, le trippe umane sversate. Abbiamo annusato la minaccia, la precarietà, la sabbia, il report delle vittime, il conteggio delle risorse umane; eravamo nel pre e nel post, ma non nell’atto: impossibile da svelare per limiti tecnici o forse solo moralistici. Ma un regista pulp ha abbastanza forza e la cattiveria da trasportare effetti-di-guerra in <em>landscape</em> metropolitani. Insomma, alla fine della mattanza i rapinatori se ne sarebbero andati. Naturalmente io sarei figurato fra le vittime collaterali. La mia sola sfortuna sarebbe stata trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anch’io sbudellato dai proiettili. Anch’io irriconoscibile come dopo un incidente automobilistico, come dopo un banchetto di zombi.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80898" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-7-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019) Ore 17.28. Due minuti non bastano a raccontare la noia, il feroce disprezzo per ogni manufatto dell’umano, la letargica e depressa voglia semplicemente di uscire, il basso voltaggio dell’esistenza, l’incredulità che un’altra giornata sia trascorsa così.</p>
<p>(#In coda, 2019) Sulla E78 appena dopo Siena, verso Grosseto. Ai lati campi di grano, un casolare diroccato con ferraglie e cocci in vendita e un grande cartello appeso alla facciata che dice: “Vendita permanente antichità”. Qui vicino c’è un posto che si chiama Orgia. Scorriamo a passo lento su due file, disposti nelle nostre auto. Nella mia: canzoni di bambini scozzesi, <em>nursery rhimes</em> scaricate da internet con un gruppo che rielabora antichi canti scozzesi. Molto bello, ad A. piace un sacco. Forse è un modo per imparare l’inglese, già adesso balbetta qualche suono a memoria. Impossibile acchiappare la teoria delle auto che mi sfilano accanto e che io sorpasso e poi loro mi sorpassano, il tutto a una velocità follemente ridotta. Ci sono le automobili coi finestrini sigillati per l’aria condizionata; la ragazza che sporge i suoi piedi &#8211; unghie smaltate di rosso, sandali marroni legati fino alla caviglia, le gambe lisce di fresco dall’estetista, abbronzatura leggera, cittadina, in direzione mare per perfezionarla; le auto pulite, quelle, come la mia del resto, pigmentate dalla pioggia di sabbia che ormai è l’enzima dell’estate (dimenticarsi le estati degli ultimi miei 36 anni, ormai solo estati post-clima, quelle di cielo avvolto dalla lastra per radiografie, oppure di cielo color polvere di caffè, che poi piove per tre minuti e sulle auto, per strada, sui vestiti, sulle tele degli ombrelli, sui cornicioni, sui fiori, sui ferri delle altalene nei parchi comunali si deposita una macula di sabbia desertica: è il soffio del millennio, la profezia pasoliniana ch’è tanto liberazione quanto incubo e così ogni liberazione dev’essere, distruttiva); un telefonino acchiappato dalla morsetta di gomma a sua volta appesa al bocchettone dell’aria: una mappa GPS disegnata sul display. Il cielo è grigio uniforme, appena ondulato, morbido, è la prima giornata da un mese a questa parte in cui il tempo sembra brutto. Sono dominato da un’angoscia senza nome: è l’angoscia dell’estate, è l’ansia di una stagione sfibrante, di pura sopravvivenza, tanto più difficile per me perché si suppone ci si debba divertire, liberare, vivere esperienze rilassanti e rigeneranti dopo un anno intero di lavoro: invece mi sfianca l’estate. Ora l’estate è per me il piazzale del lavoro, di cemento, battuto dal sole; l’odore di zucchero e petrolio dei tigli nella villa che ci ospita; il ventilatore in ufficio, le finestre sbarrate, chiuse, alle 9.30 del mattino, l’ondata di calore per raggiungere casa. E ancora: gli inciampi, la pelle appiccicata di sudore, l’afa che mi restringe i bronchi e non respiro; ogni impegno è un limite insopportabile, ogni azione è definitiva e devastante.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80899" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-9-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In cucina, 2019) Aspetto che il caffè sia pronto. Per viaggiare per strada, sui viadotti, nelle gallerie, quando si apre la vertigine orizzontale della strada, in discesa magari, quando appare l’inevitabile, l’Incontrollato, il potenzialmente distruttivo, bisogna avere fiducia: fede che il ponte non crollerà, che le tue mani continueranno a tenere stretto il volante, che un colpo di sonno, un malore, un attacco di panico, una respirazione selvaggia, una aritmia burlesca, non ti faranno perdere i sensi e volare, in un bolo di lamiera e controsole, nel vuoto. Per prendere l’aereo devi aver fiducia che il pilota non sarà come quell’Andreas Lubitz che, quietamente, si è blindato nella cabina e ha diretto l’aereo &#8211; colmo di gente, <em>ça va sans dire</em> &#8211; contro le montagne. Un lavoro svolto pazientemente, lucidamente: una lenta degradazione verso la morte esplosiva. Bisogna avere fiducia nel mondo. A me, invece, viene da pensare d’avere sempre la casa infestata di formiche.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80900" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-8-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019). In attesa che G. mi dia relazione per una email. Tutte le nostre piccole morti.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80901" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-12-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Pausa pranzo, 2019) Importanti novità all’ombra dell’ex-bar Luisa. Dentro il bar tutto smembrato: portato via il bancone, la spina, i tavoli, le sedie, abbattuto parte del muro. Calcinacci in giro, cavi scoperti, forassiti. E un cartello affisso: Proprietà privata.</p>
<p>(#Ufficio) I minuti che passano tra l’accensione del computer &#8211; la macchina che ansima e ritorna alla vita, si sgela dal suo sonno notturno ibernato &#8211; e l’apertura del programma di posta elettronica. L’ansia per quello che arriverà, le richieste da sbrigare, le email con l’etichetta urgente, il carattere urgente del servizio che va esplicato il prima possibile. Per me &#8211; e presumo per tutti quelli come me &#8211; che non abbiamo una mansione precisa, che viviamo di piccole quantità di tempo che si sommano l’una all’altra, senza particolare valore, dove magari troviamo il tempo per fare piccole cose nostre, bazzicare siti internet che ci piacciono, interessarci alle cose che c’interessano, come se il tempo di lavoro, libero dalle tenaglie dei ritmi serrati, fosse un tempo di semi-libertà vigilata, nel quale troviamo il modo di proseguire i nostri commerci illegali. E allora, per quanto odiamo la nostra giornata di lavoro, ne siamo avvinti: siamo legati alle piccole povere occasioni di clandestinità (l’illusione di portare avanti un discorso-altro, di fare il nostro eroico lavoro sottobanco, di nascosto, al nero, approdare alla mitologia dello scrittore che lavora di giorno ma scrive di notte o scrive nelle pause: è una mitografia). Quando si sta per aprire la posta e l’emergenza &#8211; ci chiederanno documenti importanti, servizi di complicata burocrazia, roba da sfasciarsi gli occhi su Excel, sarà tutto dominato dal foglio verde di Excel &#8211; è potenza vitale, è viva, è un non-ancora ma tuttavia un è-presente, anche ora, foss’anche solo in forma di angoscia, vorrei fuggire. Smetterla con tutto. È tempo morto nell’angoscia.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80903" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-3-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#In ufficio, 2019) Aspetto il temporale. L’hanno dato per certo, ovunque: sul sito dell’Aeronautica militare lo danno al 50%. È poco, mi rendo conto. Spero che arrivi presto, però, che spacchi la calura alogena, che incendi il cielo saturo di polvere esplosiva come una miccia, nella distrazione degli altri, mentre scatena un nubifragio che stronchi i balconi e rovesci le radici. È da questa radice che nasce la Reazione: immobilità, decelerazione emotiva, urla delle carni. Come fare a non vedere che siamo chiamati a diventare Insubordinati di noi stessi? Presto chiederemo un sorso d’acqua ai paesi scandinavi. Sono ossessionato dalla Fine. Sono già nella Fine, mi comporto come se dovessi affrontare &#8211; pur sapendo di non farcela &#8211; un Post. E così immagino, ma per rassicurarmi, che la Fine del Mondo arriverà per depressione. Una parola per oggi: psicosocialismo. C’è questa specie di pioggia di afidi sulle nostre carni.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11.jpg" alt="" width="864" height="577" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11.jpg 864w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/tempi-morti-11-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 864px) 100vw, 864px" /></p>
<p>(#Ufficio, 2019) Non ti riposi mai, non acceleri mai: è un tempo uniforme, terribilmente uniforme; un tempo glaciale, di premorte, intessuto d’ideologia e superstizione.</p>
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		<title>Balcanica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/07/08/balcanica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (foto di Andrea Biancalani) #1 I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(foto di Andrea Biancalani)</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79746" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica1-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#1</strong></p>
<p>I nostri compagni di viaggio ci introducono nel sonno. Un vecchio non respira, accanto a me, dall’altra parte del corridoio. Ha un vestito grande e marrone, le maniche di fustagno gl’inghiottiscono le mani. Solo la punta delle dita ballonzola in una fibrillazione ritmica. Il viso del vecchio è accartocciato, scuro, carta gialla da macelleria, da negozio alimentare disposto in curva. Quel viso non suda, non gocciola, non si bagna con la stessa patina oleosa che appiccica le nostre palpebre insieme, le fonde, finché non abbiamo più scelte che tener gli occhi chiusi e dormire. Nel volto del vecchio ogni sudore è assorbito dalla carta ruvida del suo epitelio. Ma il vecchio non respira. Ansima, fischia. Il suo petto si gonfia con parossismo, alla ricerca di aria in qualunque direzione: più in là di qualche centimetro c’è un po’ di ossigeno, basterebbe una molecola di ossigeno, un atomo, il piccolo dono dell’elemento, un’estrazione dalla massicciata della realtà. Cerca aria con la furia di una migrazione: sulle setole raspose del sedile un poco polveroso, nel vetro, nel sole alogeno che inchioda le ombre nel corridoio. La cerca più avanti, nel corridoio, nella piccola tv piazzata sopra il capo dell’autista, nel suo schermo muto e cieco.</p>
<p><strong>#2</strong></p>
<p>Dal mio diario:</p>
<p>“dopo 6 ore di bus siamo a Podgorica, sulla strada per Sarajevo. tutto questo giro per non passare dalla Serbia. la città sembra disegnata da De Chirico e colpita da una pandemia. nessuno in giro. città metafisica, tra Viareggio e una qualunque città russa. abbiamo mangiato un panino ripieno di pollo e verdure e ci ha serviti Sanya, una ragazza giovane e timidissima, con un grosso neo sul collo, che non sapeva nulla d’inglese. questo popolo si sta prendendo gli avanzi del nostro consumismo e li sta usando con la stessa ingenuità che avevamo noi negli anni ’60. quando inizieranno anche loro a fissare il buio? a Podgorica la vita inizia dopo le 17. pulviscolo di ragazzini, mamme, passeggini, biciclette, tacchi alti, zeppe, minigonne, ginocchia rotte, automobiline a motore elettrico che si riversa sulle strade, tra i cubi in cemento del socialismo reale.</p>
<p>cubi e volumi, case euclidee, desideri geometrici pensati e realizzati, alla <em>Solaris</em>.</p>
<p><em>tutto era così mentale che la città mancava di colore. c’era un’aria polverosa, una caligine gialla per le strade deserte. a Podgorica nessuno si sarebbe fermato di proposito; solo chi, come noi, ci capitava per caso l’avrebbe vista.</em></p>
<p>qui si beve birra Niksicko”.</p>
<p><strong>#3</strong></p>
<p>C’è un’aria da località di montagna. Fuori dalla finestra dell’albergo un caos quasi messicano: uno sferragliare di mezzi, voci, musiche planetarie. Fuori dalle stanze d’albergo, oltre il bazar, c’è il solito clima provvisorio di chi vive senza tante aspettative. Oggi mancavo. Mancavo e basta. Chiediamo a un tassista di portarci a Kolovice, perché a quanto pare c’è un monastero. L’autista è un ragazzo giovane, perlopiù biondo, con una testa come quella di un toro, poggiata sulle clavicole. Si vede immediatamente che non capisce nulla del posto che gl’indichiamo. Si consulta con un collega, uno più vecchio; ci stordisce l’odore di farina di ceci, di felafel, di spezie e soffritto d’aglio. Alla fine concordiamo un prezzo per 5 euro e partiamo, ma stiamo in auto per più di un’ora e per strada imbarchiamo due ragazzi che si fermano in un campeggio per strada (uno dei due ha le grucce). Alla fine il taxi si ferma in un punto sperduto, da qualche parte sulla montagna. Non c’è niente qui, se non una chiesa cattolica costruita dagli italiani. Torniamo indietro molto delusi, tra pareti rocciose, gole ombrose, chiaroscuri vegetali. Alla stazione è evidente che l’autista non aveva capito né la destinazione né il prezzo, perché ci chiede 50 euro. Gli diamo la metà e lui, sorridendo e scusandosi, se ne va. Vorrei sapere il nome delle ciabatte che il nostro autista e tutti gli altri tassisti del piazzale indossano.</p>
<p><strong>#4</strong></p>
<p>Una ragazza mi dice che Trieste ci mette poco a essere triste: basta una vocale. Io e Andrea ci prendiamo una bella sbronza, nella tavola calda di Tito, un albanese. Dopocena gironzoliamo per le strade, a cercare refrigerio e proteggerci dal vento. Poi, sotto il loggiato di una chiesa, uno zingaro suona <em>Ederlezi</em>. Ci viene da ridere perché è il primo zingaro che vediamo, dopo le settimane nei Balcani. Lo paghiamo perché suoni ancora e ancora e lui si convince solo quando diciamo la parola “Kocani”. Si chiama Mikele, è uno zingaro di Bulgaria. Attacca con un lamento straziante, la litania di un rimpianto infinito, che ci schianta a sedere contro le colonne della chiesa ad ascoltarlo. In quel canto di tromba ci sono i Balcani che non abbiamo visto, quelli che in Macedonia si disperdono nelle lunghe strade che occupano le giornate. L’<em>Ederlezi</em> di Mikele, invece, è il triste rimpianto del profugo. Accanto a noi ci sono tre ragazzi. Uno di loro dorme. Alla fine compriamo il cd, dove in copertina c’è Mikele con il suo cappellaccio nero e il nome a caratteri dorati.</p>
<p>Quando sono a casa ascolto il disco, sperando che ritorni quel lamento della chiesa, ma ci sono solo i classici di Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Tony Bennett suonati dalla tromba su base midi di Mikele.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica2-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#5</strong></p>
<p>1988.</p>
<p>Il colonnello croato dice a Fatir di andarsene a fare un giro in Italia. Fatir non ci pensa due volte: vive per mesi in albergo, a Trieste. Quando finisce i soldi scrive a casa e si fa spedire denaro. Tre mesi in questo modo. E poi altre lire, da suo padre. Quando conosciamo Fatir ha 45 anni e ne dimostra venti di più. Suo figlio non voleva partire per non lasciare la fidanzata italiana a casa. Fatir non ha mai dormito per strada. Non va in Serbia, con l’auto. Una volta ci provò e rimase in dogana per ore. Ci sconsiglia di farlo, per non restare inchiodati all’angolo per ore.</p>
<p><strong>#6</strong></p>
<p>A Kocani, terra di zingari, cerchiamo tracce della Kocani Orkestar. Troviamo, invece, Ivan Levkov, capostazione. Ci accoglie con una foresteria di parole; tutte quelle che non ha potuto spendere in questi anni di anonimato. È felice di vederci, ma degli zingari della Kocani Orkestar non vuol parlare. Ivan vuol bere, la sua <em>grozjie</em>, una grappa d’uva dolcissima, che ci avvelena di oblio il pomeriggio.</p>
<p><strong>#7</strong></p>
<p>La cerimonia della chiamata dei nomi. Affidiamo come gli altri i passaporti all’autista. Lui compila una lista e ci chiama uno per uno, dal predellino del pullman. Sono nomi ottomani, giugulatorie alfabetiche; rispondono all’anagrafe dei Muzzein, del nome che si scioglie nella preghiera dell’alba. I nostri nomi sono incongruenti, ridicoli. Non ci riconosciamo in questo appello. Saliamo defilati, senza dare nell’occhio, confusi fra le canottiere dei ragazzi, nelle musiche che provengono dai telefonini; fra i fazzoletti delle donne, pezzuole nere cotte dal sole, identiche e ripetute di generazione in generazione. Portano pacchi e borse sportive, comprate nei <em>temporary store</em> della capitale. Li cuoce il sole di Roma Tiburtina. Si abbatte vitreo e incandescente sulle pezzuole nere delle donne e delle vecchie, sulle camicie dalle maniche tagliate degli uomini, i loro cappelli. Un sole alogeno, incattivito, insudiciato dalle sopraelevate, gli scheletri elefantiaci dei rebus tangenziali. Un intrico di Escher domina il sottobosco putrido di queste ombre lacustri. Dentro gli occhi è il rombo imperscrutabile del transito romano. Il continuo e ripetuto suono della strada che alimenta se stesso.</p>
<p><strong>#8</strong></p>
<p>Nel sogno c’è un vecchio che organizza una festa per quello che presumibilmente è il suo compleanno. La casa della festa è quella di campagna dove io e Andrea abbiamo pensato a questo viaggio. Ci sono tutti, ma proprio tutti: gli amici, i primi amori, conturbanti avventure sentimentali o soltanto il reparto Baci Rubati. (Manca la mia famiglia). Ci sono anche quelle persone che non si frequentano più perché c’è stato un momento nel quale noi e quelle persone eravamo così arrabbiati che ci sembrava giusto rompere tutto. Poi passa il tempo e si scopre di essere rimasti assenti per così tanto tempo che ormai la paura di non riconoscersi più in quello che eravamo c’impedisce l’ultimo, sensato, tentativo di chiamare nel cuore della notte e svegliare quei testimoni del nostro passato. Insomma, nel sogno ci sono anche queste persone, che nell’arco della vita sono disseminate qua e là.</p>
<p>Improvvisamente si scopre che al di là della festa gli invitati sono lì perché io e Andrea siamo tornati dal viaggio dai Balcani; sono lì per festeggiare il nostro ritorno. I primi amori sono ancora quella struggente tenerezza pomeridiana che erano al tempo; gli amici sono i compagni di una vita; coloro che non sono più nella nostra vita sono lì, di nuovo, per chiederci udienza, per domandarci scusa o per darci l’occasione di fare noi altrettanto.</p>
<p>Nel sogno sono in definitivo accordo col mondo. Mi sento come il verso di un poema.</p>
<p>Invece mi sveglio: sono ancora a Tetovo, lontano da tutto, in una gelida stanza d’albergo. Racconto il sogno ad Andrea. Per lui ha ragione lo Schnitzler del <em>Doppio sogno</em>: noi siamo anche quello che sogniamo. I sogni sono tanto reali quanto la realtà, quindi il mio sogno armonico era reale. “Reale quanto questo comodino”, dice Andrea. E ancora: “è successo davvero, che tu ci creda o no”.</p>
<p>A Skopje, qualche giorno dopo, mi dicono da casa che qualcuno se n’è appena andato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-79748" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg" alt="" width="1000" height="802" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-768x616.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-200x160.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Balbanica3-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p><strong>#9</strong></p>
<p>Il bar; al tavolino un uomo con due belle donne, bionde. Mosche dappertutto, uno sciame come polvere di caffè. Il posto è insolitamente fitto di partenze; pullman per Istanbul, Struga, Skopje, per la Svizzera.</p>
<p>Il bar è attesa. Nell’attesa c’è tutto, compreso il movimento. Il movimento è tempo, è dispiegamento della vita. Nel bar c’è vita, vita-in-attesa, attesa di movimento; qualcosa che sta per cominciare, poi l’attesa è finita.</p>
<p>La vita è sulla soglia, oltre è già troppo. Il bar della stazione è una soglia, più avanti è tutta un’altra faccenda (vale la pena o non vale la pena avventurarsi laggiù, se ne può discutere).</p>
<p>Se l’unico modo per cui abbia senso vivere è spostarsi di continuo, il bar è un senso+1, perché nel movimento manca l’assenza-di-movimento, che è invece nell’attesa, nell’infinita parata degli istanti prima di partire, mentre si beve una birra Ϲкoпскo (Scopsko) e si aspetta il pullman per un’altra città, un poco più a est.</p>
<p><strong>#10</strong></p>
<p>Da un po’ di tempo non riesco a dormire. La notte è tutt’altro che uno spazio neutro, un ricavo, la mia geografia di libera mobilitazione. Di notte sento forze che volteggiano sopra la casa, disegnano campi di gioco magnetici, intessono reticoli elettrici. È uno svolazzo invisibile, frustrante. L’inquieto circuito di traiettorie sopra la mia testa. Allora chiudo gli occhi. La scorsa notte è successo di tutto; poi si è alzato un vento incattivito che ha rovesciato vasi, schiantato vetri e battuto porte. Dalla finestra della camera da letto ho sentito una danza di foglie secche, per strada, e nel silenzio sembravano carta. Non riuscivo a pensare a niente; avevo la mente occupata dalle frequenze di quel vento. Gli Hertz epilettici mi facevano uscire fuori di cervello: ho aspettato l’alba sperando che le cose migliorassero e basta.</p>
<p>Non mi alzo, di notte, quando non dormo. Non esco. Rimango disteso, sgomento per quel rovescio della regola che vorrebbe vedermi in una fase di sonno profondo. Ma a quelle latitudini non ci arrivo. Rimango sulla superficie di un sonno interrotto, di momenti di stanchezza insopportabile. Rimango con gli occhi aperti, spesso, in un eccesso. Le pupille si riempiono di buio. Cerco d’impormi il silenzio, quello spazio di bianco dove non transitano variazioni ottiche, dove la somma ambiguità è non avere ambiguità. Il silenzio, però, rimane in fondo a quella landa nera, percorsa da prismi di luce, di variazioni sintetiche del blu, del rosso, dell’indaco, del giallo, del viola. Là in fondo brilla anche il tasto del silenzio, ma non riesco a raggiungerlo. Più forte è la sinfonia della febbre notturna che soffia col vento. Io con la notte e le sue brigate.</p>
<p>Una notte sono rimasto a fissare un ragno. Il palazzo di fronte al mio, dalla nudità del terrazzo, era illuminato dal giallo dei lampioni in basso. Aveva un aspetto sporco, senza ombre, un aspetto così insopportabilmente oggettivo e urgente. Il ragno era sul mio balcone. L’ho visto zampettare in cerchio. Ho immaginato che avesse paura di me, della mia imponderabile dimensione. Non fuggiva, però. Continuava la sua ginnastica macabra andando avanti, poi di lato, poi di nuovo avanti. Restava nei paraggi, a volte scompariva. Guardavo il palazzo e poi il balcone e non lo vedevo. Dopo poco, però, era di nuovo lì, di fronte a me. Ho pensato di schiacciarlo e basta, ma non si fa con i ragni. Di notte sono tiranneggiato da un senso superstizioso e naturale ancor più che durante il giorno. È ormai evidente che il balletto che questo ragno né più repellente né più minaccioso di altri sta compiendo un rituale apotropaico prima di sferrare un attacco: è una danza di morte, prima della battaglia. È così ostinatamente aggrappato alla sua liturgia di guerra, questo ragno. La minuscola orografia del suo corpo nero sprofonda nel più tenace istinto del sangue, nel tributo che domanda il suo codice genetico. È ingenuo e superbo questo ragno: crede nel suo onore da strada, come per una disperata febbre da infezione.</p>
<p><strong>#11</strong></p>
<p>Trame di informazioni incomprensibili sorvolano la nostra testa, calano in basso come un narcotico. Non oppongo forza. Lascio aperta giusto la frattura orizzontale che immette una bassa vibrazione di rosso, l’ipotesi di finire accecato. Sobbalziamo in questa notte divorata dal giorno, dalla luce, dalle aiuole autostradali.</p>
<p><strong>#12</strong></p>
<p>Sul pullman le musiche ottomane sono interrotte soltanto da sketch comici con una drammaturgia basica: un operaio addetto al manto stradale si fracassa un dito per errore, dopo essersi colpito accidentalmente col martello; due amici si lanciano torte di panna in faccia. Gli attori sono gli stessi: passano da una situazione all’altra con disinvoltura e incanto. Sono cortometraggi prima del cinema, incastrati nella transizione dal <em>vaudeville</em> al grande schermo. È una comicità che scatena risate e battimani e, in fondo, funziona. C’è una dolcezza paesana nel ridere di fronte a questi siparietti innocui, in mezzo alle montagne albanesi. I filmati scorrono in un VHS trasmesso da un videoregistratore ad uso schermo che domina il corridoio. Un occhio lontano e brillante ci proietta luce in faccia nella direzione opposta alla strada. Poi, in una delle scene, due amici ricordano un vecchio amore e cantano <em>Marina</em>, il mambo di Rocco Granata (1959). Tutti la conoscono; e cantano. L’unisono nasconde timbri, volumi, livelli di ubriacatura diversi, ma tutti hanno un amore lontano da ricordare. Scopro invece che il nome “Marina” era una marca di sigarette belga.</p>
<p><strong>#13</strong></p>
<p>Da un terrazzo sventolava una girandola arcobaleno e piante anemiche abbellivano coi loro spogli rami il grigiore del palazzo. La Macedonia era un posto disabitato dalla grazia; umido, squallido, spoglio. Un luogo abitato da fantasmi, da assenze. Non c’erano le montagne sassose della Grecia, ma campi dissodati, erbacce lasciate crescere senza cura e nelle città più grandi un’euforia patetica verso un futuro di benessere e capitalismo che altrove, in Europa […]</p>
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