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	<title>andrea cavalletti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>altroché fascio littorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 08:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Bertante]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39212" title="jesi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg" alt="" width="340" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi-247x300.jpg 247w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Bertante</strong></p>
<p>“Non si può dedicare un certo numero di anni allo studio dei miti o dei materiali mitologici senza imbattersi più volte nella cultura di destra e provare la necessità di fare i conti con essa.” Con questa netta enunciazione di intenti Furio Jesi, nell’incipit dell’introduzione del suo saggio <em><strong>Cultura di destra</strong></em>, stabiliva da subito il compito e i confini che si era prefissato quando decise di affrontare le pulsioni storiche e culturali che stavano alla base del neo fascismo e della nuova borghesia italiana reazionaria. E non era certo un compito facile, in quanto nel clima di acceso scontro ideologico della fine degli anni Settanta (nel 1979 esce la prima edizione del saggio per Garzanti) il termine “cultura di destra” era considerato come un ossimoro e tutti gli studi sul mito, sul sacro e sul leggendario giudicati materia per ottusi nostalgici in odore di fascismo. Maneggiare quella materia non era facile allora e non è facile nemmeno adesso, per noi che, come piccioni sopra un cornicione, assistiamo attoniti al baratro culturale residuo di quella che è da considerarsi come la fase crepuscolare della televisione commerciale.<br />
<span id="more-39211"></span><br />
Accogliamo quindi con piacere la notizia dell’uscita della riedizione da parte di nottetempo di <em>Cultura di destra</em>, forte della nuova curatela di Andrea Cavalletti che aggiunge al corpo già noto dell’opera tre testi inediti e un intervista all’autore. Una buona notizia in quanto Furio Jesi fu uno studioso importante e solo la sua precoce scomparsa in un tragico incidente domestico, pochi mesi dopo l’uscita del saggio, non ci ha permesso di valutare la maturità di un percorso intellettuale ampio e diversificato. Storico, archeologo, critico letterario e germanista, Furio Jesi infatti comincia i suoi studi giovanissimo, occupandosi delle religioni dell’Egitto e della Grecia antichi, soffermandosi sui culti misterici, per poi diventare allievo di Kàrol Kerényi, rifiutandone in seguito la svolta umanistica. Questi lavori, insieme a quelli sulla letteratura tedesca contemporanea, saranno fondamentali per la stesura di <em>Cultura di destra</em>.</p>
<p>Scritto con lingua agile  e talvolta perfino divertita, il saggio comincia prendendo in esame la “mitologia della morte”, evidenziando le differenze fra il fascismo italiano &#8211; più laico, cinico, vitalista e di estrazione piccolo borghese &#8211; e il nazismo tedesco, caratterizzato da deliri misticheggianti e dalla rozza manipolazione di mitologie neo pagane che, specie per quello che riguarda le gerarchie SS, diventarono vettore di un nichilismo nutrito dal culto del sacrificio. E se il totalitarismo cattolico del ras rumeno Codreanu, che influenzò non poco il pensiero politico di Mircea Eliade, per Jesi diventa significativo solo nei suoi punti di contatto con il falangismo spagnolo, è quando il saggio affronta le problematiche del dopoguerra italiano che il discorso diventa per noi più interessante. Superata senza troppi traumi la venerazione di un passato glorioso tipica della retorica mussoliniana &#8211; che in realtà  nascondeva una vera e propria avversione per la ricerca storica documentata – i militanti fascisti neofascisti sembrano dividersi in due opposti schieramenti: da un parte la minoranza formata dai seguaci di Julius Evola e del suo “razzismo spiritualistico”, confusi fra un aristocratico esoterismo e la condivisione più ampia di una Tradizione con la t maiuscola, dall’altra la maggioranza che cerca di inserirsi nel contesto politico nazionale in rapporto dialettico con le istituzione repubblicane, dando vita a quella politica di rappresentatività borghese definita del “doppiopetto” e che vide in Giorgio Almirante il suo principale rappresentante. Una divisione piuttosto nebulosa, come la sfera ideologica che la sostiene, ma che caratterizzerà la destra italiana per decenni e che per Jesi sarà responsabile del definitivo superamento della retorica risorgimentale dell’amor di patria, virando decisamente nelle sue frange più estreme verso un europeismo anti comunista e anticapitalista, sull’esempio dalla legione dei volontari Waffen SS, considerata l’embrione del primo esercito europeo continentale. Ma è in punto meno celebre e discusso di <em>Cultura di destra </em>che Furio Jesi dimostra di essere acuto osservatore dei prossimi cambiamenti in divenire e studioso ancora attuale, quando analizzando la prosa di Liala, scrittrice rosa di grandissimo successo popolare, afferma che: “il linguaggio di Liala non vuole essere capito, per goderlo basta rimanere nel meno faticoso degli stati di torpore della ragione”.</p>
<p>Altroché fascio littorio o passato mitico da rievocare, questa caustica considerazione anticipa quella che sarà la vera politica culturale della destra italiana degli anni Ottanta fino ad oggi: la sublimazione del vuoto.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">[questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità domenica 22 maggio 2011]</span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39213" title="jesi_cover_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/jesi_cover_web.jpg" alt="" width="145" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>F. Jesi, <em>Cultura di destra</em>, (a cura di A. Cavalletti), nottetempo, 2011, pp. 297, 17,50 eu.</strong></p>
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		<title>L&#8217;infanzia assoluta &#8211; Su &#8220;Cristi polverizzati&#8221; di Luigi Di Ruscio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 14:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cavalletti]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cavalletti Il ghirigoro elegante del naso, il piccolo tratto orizzontale e la sinusoide della bocca, l’occhio lungo sotto la lunga arcata: è il volto dell’Amalasunta, vergato a matita da Osvaldo Licini sulla carta un po’stropicciata di una busta postale, col suo timbro d’ufficio e la data: 16 febbraio ’53. Ed è anche l’immagine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone" alt="" src="http://files.splinder.com/aa252ba7ce9a84fafe812b2e1b5f8791.bmp" width="144" height="186" /></p>
<p>di <strong>Andrea Cavalletti</strong></p>
<div>Il ghirigoro elegante del naso, il piccolo tratto orizzontale e la sinusoide della bocca, l’occhio lungo sotto la lunga arcata: è il volto dell’Amalasunta, vergato a matita da Osvaldo Licini sulla carta un po’stropicciata di una busta postale, col suo timbro d’ufficio e la data: 16 febbraio ’53. Ed è anche l’immagine che Luigi Di Ruscio ha scelto per la copertina del suo nuovo libro, il romanzo bello e stranissimo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860872367/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860872367&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Cristi polverizzati</strong></a> (introduzione di A. Cortellessa, contributi di A. Ferracuti e E. Zinato, Le Lettere, pp. XIV + 317, € 25,00). La data, poi, non è forse casuale: proprio nel 1953, infatti, Di Ruscio esordiva poco più che ventenne con la raccolta poetica <em>Non possiamo abituarci a morire</em>, che Franco Fortini presentava così: &#8220;Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono &#8230; alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti risultati &#8230; atroci affermazioni ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze&#8230;&#8221; Cos’è cambiato da allora? <span id="more-24233"></span>Certo nel tempo lo spirito aspro e genuinamente neorealista dei primi lavori doveva decantare, o meglio trasfondersi in una sempre più libera teoria di motti ironici, spinta a volte e specialmente nelle prove narrative fino a punte di comicità visionaria: sino alla ridente, caustica vitalità che già in <em>Palmiro</em> (1986) come nei più recenti <em>Le mitologie di Mary </em>(2004) e <em>L’allucinazione</em> (2007) sembra scaturita dalla narrazione stessa più che derivare dalle vicende narrate, sembra investirle e contaminare ogni ricordo a partire dalla pratica febbrile e gioiosa della scrittura. Di Ruscio ha certo coi ricordi una familiarità estrema. Nato a Fermo nel 1930, è emigrato in Norvegia già nel 1957. Fu da allora che la stessa lingua natale divenne un ricordo per lui. Senza mai invecchiare, tuttavia. Scalzata dal bokmål e ammutolita nell’uso quotidiano, questa lingua ha saputo sopravvivere nella scrittura; le è stato imposto il silenzio, e si è fatta notturna. Ha attraversato mille difficoltà, e serbato un vantaggio sicuro. Una volta, infatti, l’oralità quotidiana non bastava, e la scrittura era per il giovane poeta insieme esigenza vitale e più o meno faticosa, comunque solitaria conquista, di parole scovate in biblioteca o altre volte sottratte &#8220;a tradimento&#8221; al giro di voci della casa e della strada. Poi, con l’emigrazione, la lingua materna si fece in segreto scrittura materna: non si sentiva che il rumore dei tasti, non c’era parola che non fosse stampigliata sulla pagina, e finalmente ogni pagina scorreva libera anche più delle voci di un tempo, e piena e felice. Poiché da allora, strano paradosso, il poeta non è più solo: si chiude nella stanza, e la sua è la lingua corale degli amori, dei vecchi libri e delle fughe nei vicoli, lingua non più separata e ormai tanto leggera che non smetterà di gioirne. Così Di Ruscio ride e scrive ridendo, e scrivendo si legge e ride ancora. Cosa ricorda? Si direbbe che in ogni cosa egli rammenti l’innesco di un contagio continuo al quale neanche il lettore saprà poi sottrarsi.</div>
<p>Almeno una volta egli ha descritto la svolta felice: &#8220;Lo stato normale è quello angoscioso e tutto a un tratto la gioia tutta intera mi salta addosso e faccio un mucchio di stupidate&#8230; Non le faticate carte, ma le allegre carte&#8230; iscritte per la sola gioia di comunicarvi tutto senza le reticenze del perbenismo e dell’oggettività, una scrittura viva, palpitante al contrario delle scritture spente e senza orgasmi&#8221; Cristi polverizzati è insieme la storia picaresca e il ritmo vivo di questa trasformazione. Si sviluppa nel tempo insieme presente e remoto del realismo fantastico. In quel tempo &#8220;La mia infanzia divenne sempre più totalmente infanzia. Le strade potevamo percorrerle tutte, non vi erano più proibizioni, più la guerra andava male e più io e Mazza ci sentivamo completamente liberi. Costruivamo i carrozzi, li mettevamo in ordine di partenza sulla strada principale del paese, un bell’asfalto liscio, la strada era diventata la nostra. Quando arrivava alla curva, il carrozzo poteva anche capovolgersi, le cosce erano come raspate dall’asfalto&#8230; Sapevamo tutte le erbe e i fiori che potevamo mangiare, il paese in quegli anni era tutto un fiorire e crescere di erbe&#8230;&#8221; Questa è l’infanzia assoluta, perfetta e rivissuta, che segue e non precede un tempo in cui le cose parevano invece un po’ più complicate: &#8220;Infatti ero stato scoperto, ormai tutti sapevano che iscrivevo le poesie, il mistero era diventato pubblico, sta sempre nella biblioteca comunale a leggere libri che nessuno legge, spedisce plichi da tutte le parti. Non facevano che domandarmi: Poeta ora ti provo, dimmi è nata prima la gallina o l’uovo? &#8230; Come ti permetti d’iscrivere le poesie nostre?&#8230; mi rallegravo e mi dicevo che non potevo assolutamente essere scemo, fregavo tutti a scopone, a tressette e anche a dama&#8230; e ripetevo continuamente i versi famosi di Solmi: fuggi / la vita è un sogno e i sogni sono sogni / nebbia le spesse muraglie, le sbarre&#8230;&#8221; La fuga ribelle dei bambini, dei gatti o degli anarchici, che sono qui simili e compagni, è poi lanciata in un precipizio grammaticale che lascerà senza fiato il redattore. E Di Ruscio lo sbeffeggia: &#8220;Se a qualcuno dispiace la mancanza di punteggiatura sui miei versi ebbene ce la mette tutta lui, con le poesie non ho mai guadagnato una lira e pretendere da me anche la punteggiatura è il colmo&#8221;. La notizia, insomma, è questa: una virgola non è qualcosa qu’on aime pour elle même: se la grammatica ne convalida l’uso, questo suo valore d’uso non è che il &#8220;sostrato materiale del valore di scambio&#8221;. C’è un’economia politica della lingua, e c’è una forza critica della lingua, &#8220;unica arma rimasta alle classi subalterne&#8221;. Ora, l’italiano &#8220;si presta a tutte le menzogne &#8230; è una cosa che può essere migliorata solo peggiorandola&#8221;; occorre quindi forgiare armi nuove, e tenerle, pronte, con sé: &#8220;Ho le tasche piene di poesie e se trovo uno adatto gliele leggo di colpo&#8230;&#8221; Cristi polverizzati attua l’agguato definitivo, organizzato non in capitoli ma in tanti piccoli blocchi, unità a volte scosse internamente da sbalzi anche vertiginosi eppure conchiuse, come da sentenze o proverbi appena inventati; è un libro fatto di aggiunte, dove anche la minuzia si perde in lontane visioni finché trama e scrittura, materia narrata e voce narrante risultano del tutto confuse: &#8220;Il romanzo inizia con un sottoscritto intrappolato in Piazza del Popolo di un paese di trentamila anime nel decennio subito dopo l’ultima guerra mondiale. A fatica il sottoscritto riesce a disintrappolarsi e prende il Lecce-Milano dove incontra Moscatritata, un rivenditore ambulante a domicilio di crocifissi più o meno polverizzati che brama il ritorno del regno borbonico. Il sottoscritto invece pretenderebbe una nuova repubblica romana che sfratti ancora una volta tutto il papato. Insomma i due personaggi di codesto romanzo fanno sogni non omologati e durante l’inseguimento dei personaggi da parte dell’autore si intromettono tutta una serie di considerazioni letterarie e oniriche e perfino teologiche, affabulazioni di tutti i tipi che disorienteranno tutti i fili delle future letture. La macchina da scrivere viene trasportata continuamente dalla camera da letto alla cucina per evitare che il sole strapiombi sulla tastiera&#8230;&#8221;Dunque chi fugge e chi segue? Di Ruscio riesce nell’una e nell’altra cosa, sorprende senza artifici, sogna o meglio osserva baratri reali &#8211; gli orrori del mondo; si leva a volte con una facilità davvero liciniana, e infine in poche, lucidissime battute, congeda la sua storia.</p>
<p><em>(pubblicato su</em> Alias<em>, 10 ottobre 2009)</em></p>
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