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	<title>Andrea Cirolla &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come un cane!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 07:12:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
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		<title>La caverna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 20:49:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cirolla]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cirolla L&#8217;unico modo per uscirne è scrivere. Usare parole come colpi di piccone, e come piccone la lingua. Lavorare, giorno dopo giorno, di piccone e pala. La pala è per pulire il pavimento, per togliere i detriti, le parole sbagliate, le pagine malriuscite. E non è detto che il lavoro più semplice sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/meris-angioletti.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-19110" title="meris-angioletti" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/meris-angioletti.jpg" alt="meris-angioletti" width="214" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/meris-angioletti.jpg 321w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/meris-angioletti-192x300.jpg 192w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Cirolla</strong></p>
<p>L&#8217;unico modo per uscirne è scrivere. Usare parole come colpi di piccone, e come piccone la lingua. Lavorare, giorno dopo giorno, di piccone e pala. La pala è per pulire il pavimento, per togliere i detriti, le parole sbagliate, le pagine malriuscite. E non è detto che il lavoro più semplice sia colpire. Potrei picchiare contro la parete per una notte intera e pensarlo all&#8217;alba un gran lavoro, poi dover pulire e pulire ancora per tutta la settimana successiva. Poi pensare, anzi magari averne la consapevolezza, che la mia camera sia sporca più di un sottoscala senza luce e senza finestre, e non si potrà mai pulire abbastanza. Allora perderei altre settimane, e i mesi successivi solo a pulire, ancora, a cercare ogni briciola, a buttare via pagine e pagine di vocabolari.<span id="more-19111"></span> Mi sentirei così prossimo all&#8217;afasia che, quasi, comincio a percepirla ora, col futuro arriva, e io non mi muovo di un passo, e mi compiaccio quasi a scriverlo, sembra di vederlo piombarmi addosso, sì, io sto qui in questo istante e non faccio un passo in più, è tutto il tempo dei secoli dei secoli che mi si rovescia in testa come un acquazzone. Ma non mi bagna, c&#8217;è solo polvere, polvere e briciole, briciole e parole, tutto si mischia, il mio posto con le sue corrispondenze nella mia fantasia. Fantasia e poi ancora realtà, quasi soffoco, sì, lo sento. Uno. Due. Tre, quattro. Sento, arriva un respiro. Cinque, sei. Ricomincio. Sette, otto, nove &#8211; è quasi dieci. Dieci. Dal di fuori hanno lavorato più di me, meglio di me, i fabbricanti di discorsi, bei discorsi e frasi su frasi, hanno armato dal di fuori la mia parete, che sembrava così scavata, così scolpita dal piccone, dai colpi di parole, che quasi si vedeva qualcosa, fuori, sembrava quasi trasparente. Ora è buio, tutto più di prima. Con questo buio si lavora meglio, non c&#8217;è il rischio di essere visti, né di vedersi. Tolgo le scarpe per sentire neanche il mio rumore. Strusciamenti, prima, poi il sudore dei piedi, poi ancora tutto si placa, si assottiglia. Rallento con gli attrezzi per non guastare il silenzio, che arriva, toglie anche lo sporco di torno. È tutto più nero, perché nero lo era già &#8211; ora è un nero senza palpebre. Uno schermo di parole fittissime tutto attorno. Mi gira la testa e io giro con lei, ballo un valzer con i nomi, gli aggettivi preposti, arrivo agli articoli, al primo, poi al punto. Chiudo gli occhi ed è il bianco. Apro gli occhi e fa lo stesso. Smetto di lavorare. Ignoro le parole come dimentico il piccone, la pala, e di stare dove sto. L&#8217;unico modo per scriverne è uscire. L&#8217;unico modo per uscirne è scrivere.</p>
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		<title>Non ho molti dischi di Bill Frisell</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Sep 2008 10:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cirolla]]></category>
		<category><![CDATA[Bill Frisell]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Cirolla Non ho molti dischi di Bill Frisell, giusto una manciata. Il primo me lo regalarono a Natale, quando avevo poco meno di diciott&#8217;anni. Stavo alla Virgin di via XX Settembre, in centro, fuori mia sorella e mia madre ad aspettarmi. Alla Virgin di via XX Settembre si potevano ascoltare i dischi prima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Svzv-YkUzdk&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param></object></p>
<p>di <strong>Andrea Cirolla</strong></p>
<p>Non ho molti dischi di <a href="http://www.billfrisell.com">Bill Frisell</a>, giusto una manciata. Il primo me lo regalarono a Natale, quando avevo poco meno di diciott&#8217;anni. Stavo alla Virgin di via XX Settembre, in centro, fuori mia sorella e mia madre ad aspettarmi. Alla Virgin di via XX Settembre si potevano ascoltare i dischi prima di comprarli, la fila di cuffie fuori da ogni reparto &#8211; allora era una novità per i clienti. Nella saletta <em>jazz&#038;classica</em> ben poche cose, un&#8217;infinità per le mie esigenze di quel tempo. <span id="more-8532"></span><br />
Al muro le copertine dei sei dischi del mese, era dicembre. Una di queste era del disco di Bill Frisell con Dave Holland ed Elvin Jones, il batterista di Coltrane. Già la copertina parlava di strane forme colorate, sorridenti, ma pure piuttosto inquietanti; giocavano col buio e la plasticità del sogno. Così la musica, appena calzate le cuffie ingombranti e calde di ascolti. I riverberi, gli echi, un suono lavorato, stratificato; tuttavia puro, semplice, compatto, singolare e veritiero. Ma quel che più mi ha sempre stupito di quel disco, così come degli altri lavori di Bill Frisell, non è tanto il suono, quanto l&#8217;atmosfera. E non dico quella che si crea in macchina o in salotto se scelgo la sua musica. Parlo della situazione, che della sua musica non è neppure l&#8217;effetto che crea quando cala in un assetto di arredi e persone. So che il discorso non è molto chiaro, pulito, soprattutto se ora mi metto a parlare dell&#8217;immaginarsi un luogo e un tempo asettici, incapaci di influenzare un ascolto, un ascolto che abbia il potere di mantenere i suoi effetti collaterali, al di là della melodia, quelli dati dalle briciole, dalle note di passaggio appena interpellate e che sfumano impastandosi con la linea protagonista vestendola a festa, dandole eleganza.<br />
Ogni volta la musica di Bill Frisell mi riporta allo stesso immaginario stralunato, notturno, fatto di smorfie ma anche di simmetrie, o perlomeno di forme rassicuranti; credo sempre che questo mi sia costantemente dovuto, e per giunta in grazia di una sua particolarità indipendente da me e dal mio ambiente.<br />
È chiaro che il mio discorso non ha senso. Me ne rendo conto subito riprendendo in mano quel primo disco. Appena ascolto Bill Frisell mi torna alla mente l&#8217;immagine madre a cui l&#8217;ho associato, che ha architettato la mia disposizione. I mostri nella copertina, mostri verdi e mostri blu &#8211; i miei preferiti. L&#8217;animale strano e grosso che sembra una teiera, i colori sfumati dal blu al bianco che sa di contaminato, sporco, ma che è pulito perché ci sbatte sopra la luce. Le finestre della casa senza imposte né telai, e fuori la città coi palazzi blu, anche quelli. Tutta una città nella quale suona il disco di Bill Frisell, dove gli abitanti vivono di conseguenza. Questo è ciò che sta davanti ai miei occhi se ascolto Bill Frisell, ed è un impasto che non so più, di immagini e di suoni che la prima volta distinguevo e cui ora magari non faccio più caso; che adesso anzi &#8211; ne sono sempre più certo &#8211; stanno nascosti all&#8217;attenzione così passiva come è quella dell&#8217;ascolto. Altre linee sonore, tra le tante che compongono la musica di un brano, hanno catturato la mia sensibilità; confermano così bene le mie aspettative nell&#8217;abitudine, che io non mi ci divincolo più, neanche me ne rendo conto. Tutto il resto è assorbito, c&#8217;è ma è come buttato via. E chissà se lo recupero prima o poi. Ma prima o poi è come tutto il resto, che se c&#8217;è sa anche ritornare, come la verità di un viso, una persona. Ti giri, la guardi, e non pare più la stessa dello sguardo prima. Ti ritrovi ad aspettare nulla di presentito, a non incasellare la presenza dell&#8217;altro nel repertorio che stai archiviando da una vita. Senza esigenze, colto di sorpresa la incontri davvero. E così pensi a come è bella quella sensazione perfettamente divisa tra l&#8217;ammirazione di un&#8217;immagine e la scoperta di una vita identica e pari alla tua, con le stesse premesse e le stesse aspettative, ma praticata altrove, non da dove sei tu. Con questo ne capisci ancora meno, ma talmente meno che ne sei quasi rassicurato, quasi senza <em>quasi</em>. Ancora un poco e corri, salti fuori e sorridi.</p>
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