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	<title>Andrea Migliorini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Benzina verde</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/19/benzina-verde/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2021 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Migliorini]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Migliorini</strong><br />
Penso che la colpa fu di nostro padre.
Quando gli disse: «Prenditela con lei, con tua madre. Io non c’entro».]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_91074" aria-describedby="caption-attachment-91074" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-91074" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280.png" alt="" width="1280" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280.png 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-300x150.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-1024x512.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-768x384.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-150x75.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-696x348.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-1068x534.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/man-1459662_1280-840x420.png 840w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-91074" class="wp-caption-text">Immagine di Mote Oo Education da Pixabay</figcaption></figure>
<p>di <strong>Andrea Migliorini</strong></p>
<p style="text-align: left;">Penso che la colpa fu di nostro padre.</p>
<p style="text-align: left;">Quando gli disse: «Prenditela con lei, con tua madre. Io non c’entro».</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre aveva ragione: la calvizie si trasmette con i geni materni. Mio fratello Matteo lo aveva scoperto da poco – erano appena usciti dallo studio della dermatologa Marta Ratti in Piazza Marconi, io li avevo aspettati in macchina – ma quando nostro padre gli disse di prendersela con nostra madre mio fratello Matteo lo guardò dritto negli occhi e gli rispose: «Tu lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre si passò una mano fra i capelli neri e lunghi e pettinati all’indietro e disse: «Che cosa, che cosa so, io?».</p>
<p style="text-align: left;">Quando andammo dalla dermatologa Marta Ratti mio fratello Matteo aveva 16 anni. Io ne avevo tre meno di lui. A casa di nostra madre dormivamo nella stessa stanza. Fra il mio letto e quello di mio fratello Matteo c’era lo spazio della finestra. Avevamo le tende con lo stemma dell’Inter: era l’anno del Triplete. La mattina io mi svegliavo sempre presto e fissavo il soffitto. Ma quell’estate, quando il sole entrava dalla tenda della nostra camera e colpiva la testa di mio fratello Matteo, io potevo vedere il suo cuoio capelluto, e sembrava che avesse sudato tutta la notte perché tra i fili dei capelli chiari c’era una patina che pareva uno smalto vecchio, stanco, che me lo sentivo addosso anche io e mi veniva il prurito.</p>
<p style="text-align: left;">Il giorno che mio fratello Matteo compì 17 anni – avevamo festeggiato tra di noi, io, mamma, e la Fede, la tipa di mio fratello Matteo, che però adesso non è più la tipa di mio fratello Matteo ma del suo migliore amico Riccardo Brambilla, che ovviamente adesso non è più il suo migliore amico – quel giorno nostro padre non venne e mandò soltanto un messaggio di auguri perché aveva il turno alla pompa di benzina.</p>
<p style="text-align: left;">Scrisse: «Auguri figliolo». Ci chiamava sempre figlioli.</p>
<p style="text-align: left;">Mio fratello Matteo rispose: «Tu lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">«Ma gli dici sempre così?» gli chiesi io.</p>
<p style="text-align: left;">«Così come?» mi chiese mio fratello Matteo. Quell’anno aveva cominciato a pettinarsi i capelli all’indietro perché aveva letto su un forum che gli avevo fatto conoscere io – si chiamava <em>embraceyourbaldness.com</em> – che con quel genere di pettinatura si poteva temporeggiare un po’. Non stava male. Sembrava più serio.</p>
<p style="text-align: left;">«Gli dici soltanto che lui lo sa» dissi io.</p>
<p style="text-align: left;">«Perché lui lo sa».</p>
<p style="text-align: left;">Con nostra madre ci parlavo poco. Mio fratello Matteo invece ci parlava molto, anche se nostro padre ogni tanto gli ricordava che: «figliolo, lo sai che io non c’entro niente. Devi prendertela con lei».</p>
<p style="text-align: left;">La mattina nostra madre entrava in camera mentre mio fratello Matteo si faceva la doccia. Io fissavo il soffitto. Il soffitto di camera nostra sembrava una mappa del mondo disegnata col ghiaccio spray.</p>
<p style="text-align: left;">«Che cosa fai?» le chiesi una volta.</p>
<p style="text-align: left;">Lei mi rispose che SHH dovevo tacere. Lei non era lì.</p>
<p style="text-align: left;">«Va bene – le dissi – tu non sei qui. Ma io sì. Io sono qui. Io devo guardare». Nostra madre entrava in camera e sbatteva il cuscino di mio fratello Matteo fuori dalla finestra prima che lui si facesse il letto. Penso fosse per via della quantità sempre maggiore di capelli che si incastravano sulla federa del cuscino. Nostro padre queste cose non le faceva, infatti quando dormivamo da lui ogni mattina mio fratello Matteo fissava la federa e si metteva a contare il numero dei capelli. Avevamo letto su <em>embraceyourbaldness.com</em> che fino a 100 capelli al giorno la situazione sarebbe stata ancora accettabile, quasi fisiologica.</p>
<p style="text-align: left;">Un sabato mattina ne contò 549.</p>
<p style="text-align: left;">Il giorno in cui la Fede – non so perché la chiamo ancora la Fede, dovrei chiamarla Federica Malerba, ma sento che devo essere sincero, comunque – il giorno in cui la Fede lasciò mio fratello Matteo ricordo che lui entrò in bagno. Io ero seduto sulla tazza del cesso e stavo pensando che dovevo chiedere al mio amico Mario Potenza il nome di quel sito che avevamo scoperto a casa sua, e mentre pensavo queste cose mi venivano in mente i video delle ragazze che avevo guardato insieme al mio amico Mario Potenza, così quando mio fratello Matteo entrò in bagno e prese in mano schiuma da barba e rasoio io non mi potevo alzare, e allora vidi tutta la scena: mio fratello Matteo che agita il barattolo di schiuma, la spalma sulla mano, se la passa sulla testa. Poi alza in alto il rasoio e con più rabbia che precisione comincia a radersi senza guardarsi allo specchio.</p>
<p style="text-align: left;">Quando riuscii ad alzarmi dalla tazza lui aveva quasi finito.</p>
<p style="text-align: left;">«Sanguini» gli dissi.</p>
<p style="text-align: left;">«Lo so» mi rispose lui, ma era contento. Gli chiesi di farlo anche a me.</p>
<p style="text-align: left;">Gli dissi: «Voglio farlo anch’io».</p>
<p style="text-align: left;">«No. Non sei tu» rispose lui.</p>
<p style="text-align: left;">«Non sono io, chi?»</p>
<p style="text-align: left;">«Non sei tu che lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">Cercai di pensare a qualche attore cui paragonare il suo nuovo look. Ma in quel periodo guardavo pochi film e tanto calcio, e mi venne in mente soltanto Esteban Cambiasso, che tra l’altro era sempre stato uno dei miei giocatori preferiti, apprezzavo quel misto di grinta e ostinazione e zero tecnica. Ma quando guardavo le partite dell’Inter di quell’anno assieme a mio fratello Matteo, io lo capivo che non potevo dire nulla su Esteban Cambiasso. Preferiva parlare di Javier Zanetti.</p>
<p style="text-align: left;">«Ha dei capelli immobili – diceva –, sembra che non sudi mai».</p>
<p style="text-align: left;">Quando compì 18 anni mio fratello Matteo si iscrisse alla patente. A 17 aveva già preso quella per il 125, quindi gli bastò sostenere le guide obbligatorie e l’esame di pratica. Nostra madre gli comprò una Punto targata AZ. Il giorno in cui passò l’esame della patente mio fratello Matteo tornò a casa, chiese le chiave della Punto a nostra madre e le disse:</p>
<p style="text-align: left;">«Non è colpa tua».</p>
<p style="text-align: left;">Lei gli accarezzò la testa – adesso mio fratello Matteo si rasava con una macchinetta automatica impostata a 0,03 cm – e sentì i puntini ispidi dei follicoli ancora vivi. Ma non era colpa di nostra madre. No. E per dimostrarlo mio fratello Matteo tirò fuori dal portafogli una foto di nostro nonno – che ovviamente era pelato, ma di quei pelati con la testa dalla forma strana, che si alza in fondo al cranio e dà profondità al volto, tanto da sembrare la parte davanti di una locomotiva.</p>
<p style="text-align: left;">Poi mio fratello Matteo mi disse: «Vieni anche tu. Sali in macchina».</p>
<p style="text-align: left;">«Perché devo venire anche io?».</p>
<p style="text-align: left;">«Perché c’è sempre bisogno di qualcuno che guardi».</p>
<p style="text-align: left;">La guida di mio fratello Matteo era sicura e decisa. La macchina non si spense nemmeno una volta. Arrivammo al distributore di nostro padre – che stava appena prima della tangenziale est, all’uscita di Agrate – e ci mettemmo sotto la pompa 4, quella dove c’era scritto SERVITO.</p>
<p style="text-align: left;">La benzina verde costava 1.455.</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre arrivò e di primo acchito non ci riconobbe. Prese la pompa e chiese: «Quanto vi faccio?». E mio fratello Matteo gli disse: «Tu lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre spalancò gli occhi e guardò mio fratello Matteo – che intanto era uscito dalla macchina e stava davanti a nostro padre con le braccia incrociate. Nostro padre indossava un berretto della Erg, una maglia rossa e un marsupio blu.</p>
<p style="text-align: left;">«Ti ho chiesto quanto volete» disse nostro padre.</p>
<p style="text-align: left;">«Tu lo sai» gli rispose mio fratello Matteo.</p>
<p style="text-align: left;">«Facciamo 20, 50?» nostro padre tentò di sorridere. «Il pieno, dai. Ve lo mando io, figlioli».</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre aveva già tolto il tappo dalla portiera della Punto. Il tappo per la benzina era dalla parte dove stavo seduto io.</p>
<p style="text-align: left;">«Tu lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre disse: «No, Matteo. Cazzo. Non lo so. Non so un cazzo io, va bene? Te l’ho sempre detto che è colpa di tua madre, di quella puttana di tua madre. Va bene? Prenditela con lei, cazzo».</p>
<p style="text-align: left;">Mio fratello Matteo chiuse gli occhi. Li riaprì.</p>
<p style="text-align: left;">Nostro padre prese la pompa e la sollevò con fatica sopra la testa. Poi si tolse il cappellino della Erg e disse: «È questo che vuoi, Matteo? È questo?».</p>
<p style="text-align: left;">Mio fratello Matteo annuì e disse: «Tu lo sai».</p>
<p style="text-align: left;">Poi nostro padre aprì la pompa e si versò la benzina in testa. Aveva gli occhi rossi e gialli. I capelli erano lucidi e sotto le luci al neon del distributore risplendevano di macchie bianche.</p>
<p style="text-align: left;">L’accendino ce l’avevo io.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>TECHNE.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/04/techne/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Migliorini]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Rick Gin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Migliorini</strong></p> Rick Gin, dopo una lezione di greco in cui aveva ascoltato ben poco, si era convinto che anche il sesso, come la retorica, fosse una questione di tecnica. Era lunedì mattina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Andrea Migliorini</strong></p>
<p>Rick Gin, dopo una lezione di greco in cui aveva ascoltato ben poco, si era convinto che anche il sesso, come la retorica, fosse una questione di tecnica. Era lunedì mattina. Nel weekend, Rick Gin aveva incollato post-it riassuntivi ai bordi delle pagine di un libro che, il sabato prima, gli era apparso in fondo alla schermata di Amazon, nei consigli basati sulla sua cronologia, dopo aver appoggiato nel carrello un pacchetto di preservativi <em>latex-safe</em> e una borraccia termica. Al termine della consultazione del volume, incuriosito e non del tutto soddisfatto, Rick Gin aveva scorso le pagine dei siti che quel libro – <em>Sex for dummies</em> – si arrischiava di definire <em>affidabili</em>. In breve, Rick Gin si rese conto che il grado di scienza da lui raggiunto era ormai tale da permettergli di progredire nella materia. Era tempo di visitare quei siti che l’autrice – una sessuologa americana specializzata in angolatura del pene – aveva ritenuto adatto isolare in una apposita cornice dai contorni tratteggiati che, <em>N.B</em>., avvertiva l’amor proprio di chi v’entrava:</p>
<p style="text-align: center;">SOLO PER UTENTI<br />
ESPERTI</p>
<p>Spulciate le sezioni più recondite dell’ultimo sito della lista – <em>Duffy Dick</em> – Rick ritenne di aver chiarito gli ultimi dubbi sulle sue lacune, e si dedicò alla stesura di un programma di allenamento personale: non gli sarebbe più successo, al suo livello di preparazione teorica, così pensava, di venire dopo due minuti – misura che, con fiduciosa generosità, Rick Gin era giunto a stimare quale media delle sue performance, costretto a questi calcoli da un format online che poneva ai visitatori più curiosi un questionario circa l’annosa questione della durata del piacere.</p>
<p>Sebbene, allo scoccare del secondo minuto, la sua ragazza – Linda Blummy, due anni più piccola di lui – lo accarezzasse sempre con una tenerezza sfrenata e accogliente, quel lunedì, mentre tornava a casa da scuola, Rick Gin si era convinto che doveva esserci una soluzione meccanica ai suoi problemi. Gli tornarono alla memoria le parole di suo zio, primario di urologia infantile all’ospedale Baby Jesus di Vike City, pronunciate tempo addietro, a una cena di Natale: «Il pisellino, caro Rick, è un congegnetto: tutto storto, ma simpatico. Sotto la linea della pancettina sta una fune. Ecco. Questa fune, caro Rick, si collega agli occhi, e alle mani, e alla lingua. Hai presente i ponti levatoi dei castelli?, ecco, funziona più o meno così». «Dunque – pensò di nuovo Rick, ripercorrendo con la mente il discorso dello zio – Dunque, il sesso è una questione di tecnica; deve essere, una questione di tecnica». Bastava capire come.</p>
<p>Quel lunedì era il 23 Novembre 20**. Erano le 23.45 quando lo schermo del cellulare di Linda Blummy si illuminò: <em>RICKY&lt;3</em> le scriveva che per quella settimana non avrebbe fatto in tempo a vederla, nonostante le avesse promesso che avrebbero fatto colazione insieme mercoledì prima delle lezioni. Linda gli rispose con un messaggio conciliante: non c’erano problemi, si sarebbero visti nel weekend; qualora, ovviamente, lui fosse stato più calmo; <em>ma mi manchi di già</em>, così gli scrisse lei, infine, prima di spegnere il cellulare.</p>
<p>Rick sarebbe stato pronto a giustificarsi con miliardi di scuse: verifiche, interrogazioni a tappeto, versioni senza dizionario, la simulazione di terza prova. Ma Linda non gli aveva chiesto giustificazioni, così Rick Gin passò il tempo libero di quella settimana a rileggere i passi che aveva evidenziato nel libro della sessuologa e a navigare fra le pagine web salvate tra i preferiti. Si stupì di quanto l’alimentazione fosse importante in questo genere di processi, e organizzò un regime alimentare che unisse le ancora valide convinzioni degli antichi – riso Venere, zenzero, vino rosso – ai consigli degli specialisti d’oggigiorno: tuorli d’uovo, avocado, fettine di roast-beef crudo e così via. Si diede poi, seguendo le indicazioni di un personal trainer il cui motto di presentazione era:</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Your cock<br />
</em></strong><strong><em>is the strongest muscle you’ve got</em></strong>,</p>
<p>a doppie sessioni di masturbazione quotidiana. La mattina cercava di sfruttare le vivide fantasie di sogni declinanti; la sera invece ripiegava su siti porno di nicchia, ripromettendosi di non saltare mai l’intro. <em>Mai avere fretta</em>, ammoniva <em>Duffy Dick</em>. Mercoledì notte, nonostante il GLORIOSO allenamento del martedì sera, Rick Gin si svegliò con una macchia biancastra, quasi giallognola, al centro delle mutande nere in microfibra di Underwearest. Fu costretto poi, con estrema difficoltà, dato il materiale, a bruciarle con dell’alcool, così come indicava, per casi del genere, la regola numero 8 del breviario di autocontrollo pelvico redatto da un blogger di nome Francesco che, su Medium, si faceva chiamare <em>fra.legambe</em>.</p>
<p>Il giovedì e il venerdì passarono tranquilli, quiescenti nella nuova routine del LEONE – si era dato questo soprannome per motivarsi, Rick Gin, come consigliava <em>manoamica.org</em>. Mentre il sabato, quando ormai la tensione iniziava a insistere alle porte della coscienza, Rick uscì a correre, per rilassarsi, e percorse 10,5 km in 47 minuti e 08 secondi, con una velocità media di 13.7 km/h e un dispendio calorico di 578 kcal. Il pomeriggio, per sollecitare la produzione di testosterone, seguì le linee guida di un <em>workout</em> che aveva individuato nel libro della sessuologia: 40 flessioni a braccia larghe, 15&#215;4 burpees, 20 squat thrust, 3.50 minuti di plank sui gomiti.</p>
<p>Al termine di una notte senza macchia e senza sogni, tra i buchi delle tapparelle filtrò l’alba timida della domenica, che la madre di Rick, con ingenua fedeltà, salutava ancora come <em>il giorno del Signore</em>, concedendosi, per ringraziarlo, una colazione di circa tre ore, accompagnata dalla lettura integrale delle pagine culturali di <em>The Truth</em>. Rick aveva appuntamento a casa di Linda, che abitava sulla Settima, alle 11:30, giacché aveva letto, su <em>manoamica.org</em>, che l’orario preprandiale è il più indicato per gli amplessi di lunga durata. Per colazione si preparò, con il sottofondo delle sottili pagine di <em>The Truth</em> che giravano, un vasetto di yogurt per i grassi e fette biscottate con burro di arachidi per carboidrati e proteine. Erano le 9.30, controllò Rick, e calcolò che i tempi digestivi erano perfetti. Così mandò un messaggio di conferma a Linda, che, quando lo lesse, si mise a preparare una torta di carote e ricotta dolce.</p>
<p>«Vai da Linda, oggi?» chiese la madre, prima di voltare pagina, indugiando tuttavia a metà su una parola lunga, di difficile lettura. Rick scavò nel vasetto di yogurt le ultime tracce, ed emise un muggito nasale – riprodurre versi animali era, secondo <em>fra.legambe</em>, un buon riscaldamento per risvegliare l’atavismo dei sensi. «Che carina che è, la Linda. Speriamo solo che non si tagli di nuovo i capelli da maschietto». La madre di Rick era in grado di innescare nella coscienza di lui, con semplici frasi, a sua detta <em>innocenti</em>, fenomeni che alle amiche Mary Bertal – così si chiamava la madre – definiva <em>problemi di comunicazione</em>, mimando le virgolette con le dita. Quella volta in Rick si agitarono gli stessi demoni per i quali suo padre si era sempre rifiutato di guardare per intero <em>Magic Mike</em>. Ripensò al taglio a caschetto di Linda, al giorno in cui, senza avvisarlo di nulla, si era presentata a scuola coi capelli corti, e lui l’aveva trovata non soltanto più bella di prima, ma bellissima. Bellissima, pensò di nuovo, e scacciò, grattandoli a forza, i tratti ingiustamente virili che la frase di sua madre aveva apposto all’immagine di lei, come una caricatura. Avrebbe voluto litigare, ma si rese conto di non averne la forza, e si limitò a pronunciare, sillabandola, la parola difficile sulla quale la attenzione della madre si era posata fino a quel momento: <em>GEN-TRI-FI-CA-ZIO-NE</em> disse, e la madre sospirò di sollievo, prima di passare finalmente alla pagina successiva.</p>
<p>Rick tornò in camera sua, indossò le mutande in microfibra, fece una ventina di flessioni aggiuntive e uscì schiaffeggiandosi le guance: LEONE, lui era un LEONE. Il campanello di Linda suonò dieci minuti prima del previsto: Rick Gin aveva bruciato le previsioni di Google Maps, che calcolava un tragitto di 28 minuti tra le due case; lui ne impiegò 15. Scarsi. Linda lo accolse con il calore del forno ancora acceso; l’odore di carote e zucchero che pervadeva la cucina ricordò a Rick Gin quello delle mattine che seguivano le loro prime notti d’amore e, assieme, l’umiliante brevità delle sue erezioni. Non se l’aspettava, Rick Gin, quel simbolo: nessun sito aveva preso in considerazione quella eventualità, e il libro della sessuologa, come del resto si dichiarava onestamente nella prefazione, si limitava a questioni pratiche, rimandando ad altri specialisti per i problemi di natura psicologica.</p>
<p>Cercando di vincere il peso di quel fastidioso inconveniente, Rick trattenne il fiato per qualche istante, e sfruttò l’ossigeno incamerato per slacciare con foga il grembiule di Linda, ancora sporco di granelli di farina; lei si lamentò di quei gesti volgari, che in lui non ricordava; dapprima, con tono divertito, tentò di schermire la violenta passione di quella voglia inaspettata, ma quando le mani di Rick cominciarono a toccarla come se fosse un idolo d’argilla, lei cercò di respingerlo. Fattasi più seria, Linda chiese a Rick di aspettare un attimo: che appoggiasse lo zaino in camera, che bevesse un goccio d’acqua, che assaggiassero una fetta di torta, almeno; ma Rick, che principiava ad avvertire una sorta di patina anestetica intorno al pene, prese il preservativo dalla tasca e si slacciò la patta dei jeans; il pene tuttavia non era alto quanto s’aspettava: era ancora a mezz’altezza; formava un angolo di 90 gradi rispetto alla perpendicolare delle gambe, mentre il libro della sessuologa americana consigliava di tenerlo fra i 70 e i 45 per una penetrazione confortevole e soddisfacente.</p>
<p>Linda, sedutasi sul divano, si slacciò il reggiseno, cercando di indicare con la lentezza dei gesti una conciliante reticenza: poi fissò Rick, il cui corpo pareva tremare pur senza tradire alcun tremore, e ne scrutò lo sguardo, che le cadeva addosso; le cadeva, senza sosta, sui seni; Linda li coprì istintivamente con il braccio, e, mentre Rick si avvicinava, lo osservò di nuovo. Dopo un acuto istante di timore, non provò altro che compassione. Qualcosa le sciolse il guscio d’orgoglio restio che l’aveva avvolta sino a quel momento: scostò il braccio. Davanti a quei seni inutili, Rick, che tentava di reggere con l’indice e il medio il membro cadente, si fermò: «Linda» la implorò Rick, con una voce che non si conosceva. «Linda» era l’unica cosa che riusciva a dire, anche se, in teoria, lui sapeva come affrontare situazioni di stallo: <em>fra.legambe</em>, per esempio, suggeriva alla partner femminile di titillare i testicoli partendo dai peli; ma Rick, sopraffatto dall’odore crescente di carote e zucchero e pasta, riusciva soltanto a ripetere il nome di colei che, per prima, l’aveva iniziato al sudore dei corpi.</p>
<p>«Linda» disse ancora, con il tono che userebbe un giovane padre venendo a conoscenza dell’aborto inaspettato della moglie. Al nome di lei si aggiungessero lacrime di disperazione quando l’angolo acuto divenne piatto. <em>A riposo</em>, l’avrebbe definito la sessuologa. «Ricky» fece Linda, indossando la maglietta di lui, sconvolta dalla sincerità della compassione che provava, che animava le carezze e i sussurri: <em>Shh</em>. «Ricky, lascia», <em>Shh</em>. «Non ti preoccupare», <em>Shh</em>, fece Linda, con la mano sul petto di Rick, <em>Shh</em>, cercando di abbassare il ritmo dei respiri, <em>Shh</em>, salendo con il dorso della mano sino alla attaccatura dei capelli, <em>Shh</em>, capelli castani che tirò fino a intravederne l’origine bianca, <em>Shh</em>. «Io, io non so» riuscì a dire Rick Gin, fra un respiro e l’altro. <em>Shh</em>. «Nemmeno io» rispose Linda sorridendo, seguitando a indagare la soglia fra le ciocche e la fronte.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Storia del compagno Rick Gin</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/30/storia-del-compagno-rick-gin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2019 07:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Migliorini]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Rick Gin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Migliorini 1. All’interno del microcosmo d’ogni classe scolastica si generano gerarchie: è legge di natura, di pseudo-natura. Il Capitale studentesco non è inteso come valore del lavoro, dello studio o della fatica: corrisponde bensì all’immagine che ogni studente costruisce di sé, tramite l’ausilio di doti innate che la comunità gli riconosce unanime. E [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Migliorini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-81083" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w-226x300.jpg" alt="" width="300" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w-226x300.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w-250x332.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w-200x265.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w-160x212.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/nypl.digitalcollections.510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99.001.w.jpg 573w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>1. All’interno del microcosmo d’ogni classe scolastica si generano gerarchie: è legge di natura, di <em>pseudo-natura</em>. Il Capitale studentesco non è inteso come valore del lavoro, dello studio o della fatica: corrisponde bensì all’immagine che ogni studente costruisce di sé, tramite l’ausilio di doti innate che la comunità gli riconosce unanime. E le relazioni che si generano nelle trame di questo tessuto iconodulo determinano l’ascensione di una nuova élite, oltre che la conseguente frattura fra padroni e non padroni: l’egemonia dei pochi è garantita dallo Spettacolo non soltanto quando si discute delle astratte macro-dinamiche del metodo di produzione occidentale, ma anche — e soprattutto — all’interno del microcosmo d’ogni classe scolastica, ovvero del <em>sistema-terzaC</em>.</p>
<p>2. In terza C — seconda porta del primo corridoio, Son Row School, Vike City — le forze storiche della dialettica assumono le sembianze d’una società matriarcale e vulvocentrica: dalla cui piramide sociale — non priva d’una propria particolarità raffigurativa — emergono le profetesse della Nuova Era: a sinistra mordicchia la matita certa Lisa More, futura attivista social wwf, ad oggi ancora teorica vegetariana non praticante; a destra si volta — e sorride non senza malizia — certa Linda Blunt, occhiali tondi e profilo bloccato per ragioni di sicurezza. Il potere, in terza C, è una diarchia bivaginale.</p>
<p>3. La coscienza di quest’infinito potere d’acquisto — tanto astratto quanto empirico — si palesa nella descrizione che le due paladine del <em>sistema-terzaC </em>giudicano quale opportuna sintesi delle proprie ambizioni esistenziali: ovvero le didascalie da esporre sulle vetrine dei mezzi di comunicazione di massa. Luogo di nascita: marchio d’un infanzia dura. Anno di nascita: giorno e mese sono opzionali, si venera il demone della Privacy nel politeismo digitale. Luogo di residenza, espresso con patriottico tradizionalismo, specie se coincide con quello di nascita. Passioni tecniche e sportive: giustificano l’esposizione muscolare nell’atto del cosiddetto <em>uork-aut</em>. Qualità scolastiche: giustificano le lamentele continue sui duri tempi della vita. Risorse fotografiche a disposizione: “Reflex”. Eventuale esperienza lavorativa: ben venga se questa sezione tradisce una qualunque esterofilia. Citazioni d’autore: le statistiche indicano come più quotato uno tra Murakami e Bukowski. Infine, la corrente filosofica d’adesione: generalmente il buddhismo zen.</p>
<p>4. La capacità di vivere negli <em>egosistemi </em>digitali si situa a metà fra l’<em>ars </em>e l’<em>ingenium</em>: una qualità innata e orizzontale, che necessita affinamento ed esperienza; un fiuto politico per il successo che deve essere coniugato allo sviluppo d’un moderato cinismo; il sorgere d’un individualismo proto-populista che nemmeno Darwin avrebbe considerato come fattore discriminante per la sopravvivenza della specie — e che d’altro canto si rivela necessaria per la preservazione dell’Io: chi non si vede, non esiste. Lisa e Linda eccellono in questa pratica sociale, che nel gergo accademico è definita con l’anglofona curva sonora di <em>socialmedia-managing</em>, nuovo ramo etimologico dell’antica radice del <em>social</em>-ismo. Eppure la diarchia istituzionale presuppone un confronto costante e serrato fra le due matrone di Governo, la cui indipendenza è relativa: bisogna creare due poli comunicanti, onnipresenti nella dialettica delle comunicazioni sincroniche. Per questa ragione, la costituzione dei profili sociali di Linda Blunt e Lisa More è speculare, l’una pensata in relazione alla fisionomia <em>html </em>della compagna; e quest’architettura a distanza non lascia spazio ad aperture nel vuoto apparente che le separa: nessuno spiffero, nessuna ipotesi così come nessuna certezza; soltanto una corrente continua di dati, senza sosta. La relazione umanoinformatica è ermetica, d’una dialettica figlia più delle binarie dicotomie kierkegaardiane che del triadico pensiero hegeliano, il quale comunque non si astiene dall’influenzarne indirettamente il paradigma. Nella realtà del <em>sistema-terzaC </em>non vi è sintesi, e alla tesi non s’oppone un’antitesi: la vittoria è della negazione che nega se stessa, non senza un briciolo alquanto sfavillante di burbero esistenzialismo camusiano. E’ questa l’affermazione: Lisa More e Linda Blunt restano — seppur simili, se non identiche — entità separate e distinte, nonché complementari: basti uno sguardo rapido ai volti espressivo-semiotici prescelti come manifesti dell’impianto messaggistico delle Vuote Zappe. Del resto, ubi scripta volant, l’epigrafe comune ai due profili è ugualmente rivelatrice: “io sarò per te condanna, L.”, affianco l’<em>eros-kai-thanatos </em>di due labbra disegnate, colorate di rossetto.</p>
<p>5. Ogni società rielabora le medesime ingiustizie, variandone tuttavia le forme, i significanti. A seconda della prospettiva, ogni individuo può essere considerato sia oppresso che oppressore. Tuttavia, è innegabile l’esistenza d’una sorta di classifica primigenia di qualità inalienabili, la quale si condensa in doveri e divieti e diritti. Per quanto concerne questi fattori primi, la struttura della classe scolastica si può tradurre nella forma di un triangolo isoscele — la suddetta piramide non priva di particolarità — che non si esibisce d’altronde come una consueta piramide socio-economica: la descrizione alto-bassa delle classi non termina alla base ampia e larga del disegno. Si produce, invece, una deviazione opposta e contraria al di sotto della comune piramide. Una spinta newtoniana scava le falde del terreno per dare un posto ai dannati, rendendoli sommersi: un disegno di studi cosmologici danteschi, senza amore e senza stelle. La parte inferiore della nuova figura appare come un riflesso pittorico nei campi francesi di Renoir: non meglio definito, non meno rappresentativo. E il quadro finale somiglia, più che a un panorama egizio lungo il Nilo sanguinoso, ai campi perfetti della geometria di Flatlandia: un rombo incomunicabile. Sbiadito, tumefatto. O meglio, un assetto romboide in cui l’asse inferiore perde consistenza; di cui l’ultimo gradino è rovesciato e minuscolo: si direbbe tana di formiche, a vederlo. La vera rivoluzione — quella pratica, quella autentica; non intellettuale — dovrebbe sorgere da qui, ma ne mancano le forze piuttosto che la coscienza, nonostante le presenza sporadica di qualche profeta: talvolta è più arcigna e violenta la volontà dei salvati di salvare i sommersi piuttosto che quella dei sommersi di salvare se stessi.</p>
<p>6. Gauss è cristallino. Per la maggioranza degli studenti la <em>medietas </em>rappresenta una condizione accettabile: di debole sopravvivenza, con gradi differenti di sconfitte e mutilate vittorie. E’ la normalità che dà la normatività. La teoria di Gauss suggerisce dunque che ai vertici opposti si concentrino i numeri più bassi, nel Bene e nel Male: infatti, nel <em>sistematerzaC </em>sono pochi i padroni dei mezzi di produzione; allo stesso modo i veri miseri — ovvero coloro che nemmeno prendono parte alle dinamiche di mercato — rivelano la propria esigua quantità. Costoro si trovano apparentemente fuori dal sistema, e vengono inglobati solo nei momenti di furore mistico: quando si ha necessità d’uno sfogo inerme. Sono accolti per la loro negatività intrinseca: null’altro. Stanno appostati alle gambe nel banchetto dei grandi, si nutrono delle briciole della nuova avida sapienza: fra questi, sgattaiola carponi e sgomita anche l’affamato stomaco di Rick Gin, futuro compagno cui la tradizione epico-scolastica — tanto quella orale quanto quella epigrafica — ha affiancato l’epiteto formulare di “Scopa”, nelle seguenti varianti: “Rick Gin la Scopa”, “Rick la Scopa Gin”, “la Scopa Rick Gin”, o, per brevità e licenza poetica, semplicemente “la Scopa”. Il gusto perverso dei <em>nomina </em>–- quae ne sunt consequentia rerum, sed opposita –- sussume varie circostanze che smussano l’autostima mai appuntita del compagno Rick Gin — metaforico compagno, s’intende. Non è forse una condizione tragica quella cui è sottoposto l’eroismo del giovanissimo proletariato post-moderno? La domanda si alza e la risposta è lo specchio dopo la sveglia delle 7:30, in pigiama, i traumi mattutini di Rick: le mani sudate; il cuscino sbavato; l’iride di sterco, la forma mandorlata delle palpebre, così poco fascinosamente orientale; i capelli duri come il frumento, il cui colore richiama il giallo d’urina che indora la paglia campestre nei mesi più afosi — prima di “la Scopa”, gli aedi avevano proposto una pena nominale per contrappasso: “e se lo chiamassimo il Biondo?”. E poi quella statura da sedicenne in attesa, che ancora sogna. I piedi che cominciano a somigliare a quelli di un Bilbo Baggins; il meteorismo inestinguibile come la sete. Ma s’aggrappava a una frase, Rick, all’alba delle mattine più dure: una <em>sententia </em>antica pronunziata con la voce grave e calda degli adulti più cari, la più alta delle speranze post-pubertà: “fino ai vent’anni; fino ai vent’anni si cresce” — s’era dato quel limite prima d’ammettere la sconfitta del metro e settanta. L’ultimo gesto compreso nella ritualità del risveglio consisteva nell’indagine delle foreste ascellari: quell’odore sapeva creare un’aurea circolare attorno alla sua figura, pareva descrivere una lotta furiosa fra ormoni in conflitto, che s’incornavano l’uno con l’altro a graffiare i respiri. Tempo al tempo: un giorno, era sicuro, ne sarebbe andato fiero. Il profumo non era altro che una moda: sarebbe passata.</p>
<p>7. Son Row School, Vike City, seconda porta del primo corridoio. L’intervallo è concluso: gli alunni tornano ad occupare i punti del sistema. Rick Gin non si è alzato: ha seguito i movimenti di Lisa More, il docile oscillare delle gambe dalla porta al banco. Ora, dal basso, osserva con cupida brama la cima della piramide, partecipe ignaro dello Spettacolo. E gli sovviene un fruscio estivo ma fresco, una brama tattile e prensile, che sviluppa le immaginifiche capacità del pollice opponibile: ovvero Rick Gin, cadendo lo sguardo sulla scollatura di Lisa More che s’era voltata verso una collega, s’accorge d’un tratto che vorrebbe toccarla, la vetta. <em>Toccare</em>. Già. Osservare non lo sazia più. Rick si convince che la contemplazione non può essere l’ultimo stadio dell’itinerario della mente: non può esserlo se ancora avanza un desiderio più concreto e fisico. <em>Toccare</em>. Già, perché più gli occhi restano concentrati, più i neuroni impazziti s’informano di dettagli succosi: una leggera oscillazione del campo visivo mostra che la vetta della piramide è bipennata. <em>Toccare</em>. Non solo Lisa More, anche Linda Blunt. <em>Toccare</em>. Toccare le vette, di Linda Blunt. Di Lisa More. Le vette. <em>Toccare</em>. <em>Toccare</em>. <em>Toccarle</em>. <em>Strizz</em>-“Oh!”, una voce maschile, estranea lo distrae, un gomito lo sfiora: “sta entrando la Mc Pie”. Rick respira con più calma, finge una smorfia di ringraziamento. Stringe le dita, che quasi gli dolgono. Lo zoom visivo si allarga, ponendo gli oggetti ermeneutici nel loro contesto storico-naturale. Eccole lì: una fila di banchi davanti alla sua, l’una di fianco all’altra. Le vette. <em>Toccare</em>.</p>
<p>8. Nonostante l’ingresso della professoressa Mc Pie, Rick ritorna all’analisi autoptica. L’attitudine allo studio lo conduce all’elaborazione d’una precisione chirurgica della volontà: lo zoom si restringe, il campo torna a concentrarsi sulle cime della piramide. Un primo piano d’autore di film per adulti. Non vorrebbe più soltanto <em>toccarle</em>, le vette. Vorrebbe <em>averle</em>, entrambe: possederle nella totalità grassa e unta del mondo vero. Averle entrambe: <em>stringerle</em>. Già. <em>Strizzarle</em>. E poi apparire con esse: apparire era l’ultimo punto, ma contava meno. Era speculativo. Arrivò a provare dolori simili a quelli che i Werther d’ogni adolescenza — insicuri e imbottiti di retorica — provano per il feticcio romantico del possesso: ma la causa ora non era Amore, era il conflitto. Immerso in queste riflessioni, Rick non s’accorge di ciò che appare nel mondo dei fenomeni: la pressione del suo sguardo dev’essere così graffiante da portare una delle due — Lisa More, come per istinto — a compiere una scattante proiezione del torace verso la radice pulsante di quell’energia ossessiva, di cui l’inconscio borghese avvertiva l’inadeguatezza. Rick, sconvolto tanto dalla velocità quanto dalla leggerezza dei gesti — i capelli avevano seguito il corpo in crescita come un cagnolino distratto segue la padrona — mantiene la fissità generatasi dal terrore, le sopracciglia paiono gonfiarsi di folte preoccupazioni, le mani sudano, scivolano dal banco; piove sulle foreste ascellari, sulla pianura frontale, sui piedi da Hobbit. “Ehi, Linda, guarda un po’”, “Guarda ‘sta Scopa”, “Cosa?”, “Ci fissa”. Non appena si voltano —entrambe, questa volta, sempre mantenendo la speculare struttura tanto misteriosa quanto naturale delle mestruazioni parallele — lo sguardo di Rick, quale passero poggiato sul ramo, s’invola spaventato verso le mete ignare della prima finestra disponibile: appena in tempo, prima che il fuoco fatuo dei cristallini si riveli fuoco incrociato. Ma la simulazione — così come la spontaneità — non costituivano la specialità personale del repertorio qualitativo di Rick Gin, ed ogni gesto risuonava nell’aria vuota come goffo, imprudente accusa alla società intera: società incarnata, in questo frangente, dalle paladine della giustizia interna. Ogni gerarchia — dalla comunità medica al microcosmo d’ogni classe scolastica — si autoregola: è come un termosifone troppo intelligente.</p>
<p>9. Lisa gli parlò: non era una domanda elevata nella forma. Si chiedeva, a metà fra retorica e sincero disgusto, quale specifico tributo dionisiaco-fallico, ligio alle usanze d’alcune tradizioni giapponesi, desiderasse da loro. La semantica violenta non giunse alle remote zone della psiche di Rick Gin: quegli spazi che traducono i concetti recepiti — ininterrotta musicalità — e li digeriscono, quali molecole alimentari, scindendoli in foni, fonemi, morfemi, sintagmi. Il tutto rimase nel limbo delle percezioni interrotte, nel traffico mattutino delle metafore pendolari. Ciò che contava, nell’universo costruttivista di Rick, stava nel destinatario: il destinatario, era il messaggio. Ed era lui, il destinario. Era lui che contava. Era la prima volta che si rivolgevano a lui — già, proprio a lui — con la seconda persona? “Tu, Gin?” Davvero? La frenesia delle circostanze pervadeva la classica razionalità che lo contraddistingueva nelle fervide lotte di Pokemon alle elementari. Ma era vero: Lisa parlò a lui –- già, proprio a lui –-, la voce era ormai quella dei sogni per il giovane Rick, ammaliato ed estasiato dalla sola apostrofe iniziale. Eccitato: un sincretismo di folklore digitale s’alzava; ed era gioia e imbarazzo.</p>
<p>10. La reazione alla domanda di Lisa More non giunse: non vi fu risposta. Non fu tanto un’assenza d’azione, quanto un’incapacità psicofisica, pineale. Conscio della propria goffaggine, Rick preferisce rispettare il principio della conservazione di massa, mai pienamente compreso nelle lezioni di fisica –- bisogna dire che Rick la Scopa Gin era rappresentazione icastica dello stereotipo scolastico ribaltato: molto impegno e molta applicazione, risultati scarsi. In principio, Lisa e Linda non colgono il nesso fra l’attacco e la reazione vuota –- sempre più attesa, come un segno del nemico in una guerra di posizione. Quando il silenzio e l’immobilità paiono volgere, come neve, su ogni fonte di luce, l’animo bellico di Linda ha un sussulto che si direbbe d’orgoglio, se non d’affetto verso il proprio universo razionale: privarle d’un confronto, ma come si permette, ‘sta Scopa?!, ‘sto scemo!, ‘sto coglione!: già, ’sto fetente!. “Gliela facciamo pagare, questa!”. “Aspetta che la Mc Pie si gira”, “Non farti beccare”. Rick restava immobile: nella sua mente conservava la massa, ed era la scelta migliore. Fuori dalla finestra, oltre le fessure delle tapparelle, un corvo muto e scuro: elegante fugge.</p>
<p>11. Rick non parlò e non si oppose durante l’esecuzione della condanna, subìta non senza una coerenza giurisprudenziale interna, il cui verdetto inappellabile fu “colpevole”. Di cosa, poi, ben non si sapeva: figurarsi su quali basi. Rick patì senza dare aperta mostra di rassegnazione, come si accetta un’esistenza priva di senso: la coscienza d’essere un capro espiatorio. Doveva farsi eroe, per sopravvivere. Per dare una speranza a se stesso e alla classe dei sommersi: qualcuno lo avrebbe ammirato, oltre che compatito. Fu una visione progressiva, che iniziò con quella sopportazione inattesa e volgare. Maturare una tacita svolta. Era deciso a sviluppare una vendetta, nell’incomunicabile mutismo della sofferenza umana ingiustificata, nonché inevitabile. Comprese che era giusto, doveva essere così: che non potendo attuare una rivoluzione collettiva nel sistema-terza C — une vera Lotta di classe — l’oppresso doveva agire con tecniche di rivolta individuali. Uscì per ultimo dall’aula, sotto gli occhi impotenti e pietosi della signora Mc Pie, il cui pensiero va pur sempre alle vittime. E gli sovvenne un’intuizione, sul pullman, a Rick Gin: logica conseguenza delle prime ammissioni. Una conoscenza intuitiva a corroborare la tempra delle tesi precedenti, stratificatesi ormai nell’inconscio. Venne come un ladro, come le istanze dell’Essere: mentre osservava dal finestrino le gocce di pioggia ferme, immobili prima di cadere, condannate. Le gocce che poi si trascinavano giù, come lumache. Ripensò al corvo, ultimo fotogramma prima della tragedia: si disse “mai più”, con la convinzione del tossicodipendente. Lo colse poi una serie di questioni, una raffica psicologica d’origine masochistica: c’era un piacere nell’essere sopraffatti? E la risposta, ora come per i successivi quesiti, fu sempre la stessa. C’era un senso nell’etica del dolore? Mai più. Perfino la libertà può essere oggetto d’alienazione? Mai più. E le sensazioni? Mai più. Provava rancore? Mai più. Che cosa cercare, illusioni? Mai più. Mai più: mentre cadeva l’ultima goccia del quadro sovvenne l’idea finale, parvenza di orizzonte totale sul cosmo al crepuscolo. L’illuminazione politica, personale. Non era una risposta. Era una forma del pensiero che superava le canoniche dinamiche della <em>quaestio</em>. La verità svelata d’un tratto, sui misteri del tempo umano, sulle leggi della dialettica, sulla condizione dello Stato e sull’amore puro, sulla Rivoluzione: più che articolarsi per essere comunicata, questa verità si tradusse in un proposito d’azione.</p>
<p>12. Rick entrò in camera, chiuse la porta a chiave. La madre — Dorothy Fletcher — sentì il rumore della serratura e della chiave che gira, un vuoto di cecità giocastica le corse lungo i reni: atavico ed eterno. Un lampo le illuminò ogni errore di madre: la separazione genitoriale si traduceva nei confini interni alle mura domestiche, entro le quali non si viveva come in una comunità, ma come in un groviglio di solitudini destinate a marcire: la conoscenza procede per illuminazioni irrazionali; si direbbe eredità cristiana. Dorothy Fletcher si fermò: si sedette. Dorothy Fletcher accese il telefono ed espose sulle bacheche immateriali la trasposizione linguistica stereotipata del proprio disappunto, per affermare con volto piangente che “Dorothy Fletcher è preoccupata”.</p>
<p>13. La nuova società di vergogna spingeva Rick a farsi utente passivo delle comunicazioni mediatiche, piuttosto che leader attivo e propositivo: un’esistenza silenziosa a non rendersi noto, a scomparire nell’ombra. L’esperienza orizzontale non si adattava al verticale senso delle cose vissute, che si facevano storiche nella memoria; e coloravano le stanze. E questa stanza: dell’infanzia, di noi che siamo terra e gioco. Saper giocare è essenziale. Ma ora, adesso: quale ruolo nel grande gioco del mondo? Che cosa poteva mostrare Rick Gin ai pollici del cosmo? Quale parte fisica di sé poteva prostituire nella sublimazione degli sguardi passionali? Le domande erano giuste, sensate. Ma la vendetta doveva passare da qui: dai loro mezzi, oltre i filtri razionali. Mai più, s’era detto. Rick accese il telefono — lo aveva spento per evitare di notare racconti d’icone rappresentanti la trasmissione della propria tragedia — ed entrò nel network. Attraversò la foresta derisoria delle nuove tribù digitali. Passò per la violenza e il degrado, per la stagione del calore e i ghiacci, per le teorie di Girard e gli uomini di Malinowski, per i terrori apocalittici e le profezie di Babele. Passò fra Lestrigoni e Ciclopi: fra hipsterici vestiti ed egocentrici urli; noiose vanità notturne nascoste nel linguaggio dell’anticonformismo radical. Passò fra natiche panoramico-marine di ninfe in bichini, fra superfici d’amicizia e clientele cesariane. E vette. Enormi vette. Finché, ormai fatto savio e stanco — era impossibile tornare a Itaca: dov’è Itaca? — giunse al caloroso nocciolo della propria alienazione, annunciato dall’epigrafe: “Io sarò per te condanna, L.”. Alla fine del viaggio Rick Gin ebbe come l’impressione d’essersi lasciato alle spalle un deserto. Alle spalle il peso di un Dio turbinoso e fraudolento. Come se il rumore, nell’eccesso, avesse raggiunto quella soglia oltre la quale ogni suono ritorna nel silenzio. Rick continuò nei suoi propositi: la prima vittima della vendetta sarebbe stata Linda Blunt, la quale, fra le due matrone di Governo, era parsa agire con maggiore rabbia nell’applicare la colla vinilica ai capelli color paglia — non che a un trattamento simile sarebbe sfuggita, in seconde nozze, anche Lisa More. Rick poteva ammirare, assieme ad altri mille pollici, le immagini che Lisa — previa accettazione iniziatica — aveva scelto per presentarsi al mondo: l’insieme lo colpì, poi l’analisi delle singolarità lo spinse a scorrere verso il basso; era una forza gravitazionale dell’estetica corporea. L’attenzione si fermò sui prodotti della stagione estiva: i più gettonati dagli utenti sconosciuti, oltre che i più riconoscibili. Si fermò lì dove la kantiana cosa in sé si mostra intellegibile, sebbene non esplicita: ai confini fra il conoscibile e il noumeno delle curve e dei seni — d’altronde bisognava che ci fosse della creatività nell’atto vendicativo. L’occhio cade poi su alcune figure particolari, che tradiscono una confidenza intima e, si direbbe, teneramente femminile con il terreno, su cui poggiano le ginocchia sporche di bianca sabbia. E’ il momento della vendetta: Rick si slaccia la cintura. Una mano a reggere lo schermo, l’altra a cercare il falco alto levato della repressione sconfitta, della rivolta individualistica e minoritaria, del mondo sommerso di coloro che non comunicano, del “Mai più” -– “Dorothy Fletcher è preoccupata”, e a quattro persone piace questo elemento. Rick Gin agisce senza un pensiero, coglie la radice dei problemi con la precisa volontà d’alleggerire il bagaglio dell’oppressione: s’aggrappa all’arma del risorgimento proletario. Tutto sarebbe partito da qui.</p>
<p>14. L’epilogo della lotta, breve e priva d’amore, non è altro che un ghigno. Sul viso di Rick Gin resta una smorfia impossibile da connotare in positivo o in negativo: il fulgore rivoluzionario s’attenua piano; si comprende soltanto l’odore sudaticcio e acre del fiore goduto, bergsoniano inno all’amarezza dei piaceri. Un alone di tristezza lo avvolse d’un tratto, una volta appoggiato il telefono sul comodino. Oltre le tende pensò esserci il corvo della mattina: non parlava. L’epifania di Rick Gin fu tragica e tardiva come quella d’Aiace Telamonio: alla pazzia si sostituisce una frustrazione che non conclude e non distrugge; che è sottile, asintotica. L’epifania di Rick Gin fu la realizzazione che esiste soltanto una vendetta per l’oppresso, ed è una vendetta autoreferenziale, priva di riconoscimento. Che esiste un distacco fra il reale corso delle cose e l’universo delle icone. Che nello spettacolo delle illusioni, il problema resta la proprietà privata dei mezzi di produzione. L’epifania di Rick Gin fu sintetica, fu un seme disperso nei campi dell’intelletto: che le immagini non si possiedono, mai. Che i sommersi resteranno sommersi.</p>
<p>15. E poi c’è l’alienazione, ovvio. L’alienazione.</p>
<p>(foto: Perry Como, <em>When you were sweet sixteen</em>, <strong><a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/510d47df-f1a8-a3d9-e040-e00a18064a99" target="_blank" rel="noopener">New York Public Library</a></strong>)</p>
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