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	<title>Andrea Pagani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ci vogliono poveri, Momar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 06:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[Alex Moustapha Sarr]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pagani]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di  <strong>Romano A. Fiocchi</strong><br />
La scelta della forma ‘romanzo’ e la collaborazione di due autori dalle origini culturali differenti è la formula ideale per coniugare caratteristiche altrimenti in contrasto tra loro, come ad esempio il rigore della ricostruzione storica degli anni Settanta – periodo in cui si svolge la vicenda – con la semplicità quasi primordiale del linguaggio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106360" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/All_orizzonte_finisce_la_terra.jpg" alt="" width="356" height="764" />di </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Andrea Pagani e Alex Moustapha Sarr</b></span><span style="font-family: Georgia, serif;">,<br />
</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>All’orizzonte finisce la terra. Le avventure di Momar Seye</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, Tempo al Libro, 2022</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Andrea Pagani e Alex Moustapha Sarr hanno scritto un libro bellissimo. Bellissimo perché composto a quattro mani</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;">: due italiane e due italo-senegalesi. Bellissimo perché il valore del progetto, portato avanti con quindici anni di stesure e di collaborazioni, va comunque al di là del risultato. Bellissimo, infine, perché ne è uscito un testo scritto con leggerezza, di godibile lettura ma intriso di impegno sociale, che si apre con l’aspetto di un reportage per poi rivelarsi un vero romanzo di fantasia, o quasi. Anche un romanzo di formazione, se vogliamo. Evidentemente la scelta della forma ‘romanzo’ e la collaborazione di due autori dalle origini culturali differenti è la formula ideale per coniugare caratteristiche altrimenti in contrasto tra loro, come ad esempio il rigore della ricostruzione storica degli anni Settanta – periodo in cui si svolge la vicenda – con la semplicità quasi primordiale del linguaggio, l’effetto per noi esotico di cibi e bevande come il Pastel fritto, i bicchieri di Bissap, i piatti speziati di Yassa Poulet e di Maffé, con gli squarci nostalgici e autobiografici dei paesaggi e dei profumi del Senegal. Ecco, odori e profumi sono fortemente presenti, tanto che si potrebbe definire una scrittura olfattiva. Ma quello che inizialmente sembra il diario di un migrante romantico, che lascia la propria terra spinto dal desiderio di raggiungere a Parigi la ragazza di cui è innamorato, si trasforma ben presto in un libro di denuncia e in un grido di dolore dei paesi africani. Ed è questo il suo vero significato. A lanciare in prima persona questo grido all’interno del libro è la bella Aby, con parole che lasciano allibito il giovanissimo Momar:</span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">«Momar, apri gli occhi. La crisi del nostro paese non è solo per la siccità».<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">«E per cosa?» la incalzo.<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">«Ci vogliono poveri, Momar. Ci lasciano poveri».<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">«Ma di chi parli? Non capisco».<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">«Del nostro governo. Dei governi dei paesi ricchi. I paesi europei come la Francia. E l’America. Gli facciamo comodo, se restiamo poveri».</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Entriamo più nel merito della struttura. Il romanzo è diviso in cinque parti, o meglio in cinque elementi che rappresentano simbolicamente le tematiche del libro: Etere, Fuoco, Aria, Terra, Acqua. L’elemento “Etere” è una sorta di premessa dove il lettore impara a conoscere Momar Seye, misto di ingenuità, generosità, irruenza e vitalità incontenibile. Una sorta di Zorba trasferito dalla Grecia al Senegal. Con una visione della felicità non dissimile da quella del celebre personaggio di Kazantzakis: «La felicità – dice Momar – è accontentarsi, godere ogni giorno di cose semplici, delle povere cose della natura, un tramonto, un pezzo di pane, un piatto di Pastel, un boccale di birra, il sole, l’acqua, l’odore del porto». Attorno a Momar si muove tutta una corte dei miracoli senegalese, variopinta e un po’ grottesca. Come l’avventuroso Babacar, spaccone e mito dei più giovani, il buon Meut, con la passione di sintonizzare la sua radio sulle frequenze italiane, Mère Daba, madre di Aby, sino a tutti quei personaggi che appariranno e scompariranno come fantasmi nelle tappe successive del suo viaggio: Mohamed, i tuareg del Mali, Adam Demel, Abdulaye, Khady Sow, e così via.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-106362" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/Pagani-e-Sarr.jpg" alt="" width="433" height="650" />Con l’elemento “Fuoco” inizia l’incredibile viaggio di Momar: in treno da Dakar all’orrenda Bamako, in Mali, poi Mopti, Dovenza, Gao, Kidal, con i più disparati mezzi di trasporto. Infine Djanet, in Algeria, ultimo avamposto prima del deserto, da attraversare a piedi con il solo aiuto di una guida, l’ivoriano Adam Demel. “Aria” si apre con l’arrivo a Ghat, nella Libia di Gheddafi, poi Sebha, Tripoli, incorrendo in arresti, detenzioni e persino torture, per poi riuscire a salire su un volo verso Parigi. È dunque a Parigi (elemento “Terra”) che Momar prende coscienza della realtà delle cose: il Senegal, il </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>suo</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;"> Senegal, come tutti i paesi africani deve sottostare alle condizioni dei paesi ricchi, ossia europei e americani. È una nuova forma di schiavitù, non più esercitata con la forza militare ma attraverso un imperialismo sottile, con accordi tra capi di stato. Addirittura con l’imposizione di una moneta emessa dalla stessa Francia, il </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_CFA" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">CFA</span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, che a tutt’oggi condiziona ancora quattordici paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, ossia l’Unione economica e monetaria ovest-africana, quindi Camerun, Gabon, Ciad, Congo, Repubblica Centrafricana e Guinea Equatoriale, ossia la Comunità economica e monetaria dell&#8217;Africa centrale. A risvegliare le coscienze sia tra i giovani immigrati sia tra i giovani francesi – siamo negli anni Settanta – è Arlette Laguiller, personaggio reale, all’epoca attivista del movimento Lotta Operaia. Non solo, Arlette Laguiller va oltre la sua propaganda e pronostica lo scenario drammatico di cui stiamo già vedendo l’intensificarsi in questi anni: i massicci e inarrestabili flussi migratori, un tempo favoriti dalla stessa Europa per il fabbisogno di mano d’opera a basso costo, poi sempre più incontrollati quando a generarli sono povertà e disperazione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Suggestivo è l’incontro tra Momar e l’amata Aby in mezzo alla distesa di croci bianche del </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.raicultura.it/storia/articoli/2019/01/Verdun-1916-c2620f3e-69d8-43c3-81ee-9cb0ded6c0c6.html" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Georgia, serif;">cimitero di Verdun</span></a></u></span><span style="font-family: Georgia, serif;">, dove tra i migliaia di caduti nei combattimenti del 1916 c’è un elenco esteso di nomi senegalesi: «Agli inizi del secolo – gli spiega Aby – il Senegal, come molti altri paesi africani, era una colonia della Francia, e un ottimo serbatoio dove trovare buone braccia per lavori forzati o per imbracciare le armi. Quando c’è stato bisogno di rimpolpare la trincea di guerra, per frenare l’avanzata tedesca, l’impero francese ha raccattato in Senegal qualche migliaio di schiavi negri per combattere». Con l’ultimo elemento, “Acqua”, una serie di circostanze sfortunate porterà Momar al rientro forzato nel suo amato Senegal.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Scrittura semplice, si diceva più sopra, fatta di periodi brevissimi, vocaboli isolati, sequenze di ‘punto a capo’ che restituiscono un ritmo incalzante alla narrazione e un aspetto di racconto semplice e primitivo. Perché tutto in realtà è filtrato dagli occhi e dal linguaggio del quindicenne Momar, voce narrante in prima persona. Linguaggio che in alcuni capitoli in corsivo sfuma a livello di flusso di coscienza o assume la fisionomia di una lirica in versi liberi. Eccone un esempio:</span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">la luce<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">luce abbagliante bianca trasparente<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">giardini deserti<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">soffio del vento<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">mare<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">scrosciare delle onde<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">sulla battigia<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">sugli scogli<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">sulla scoscesa scogliera<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">l’odore del pesce<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">l’acre aroma della salsedine<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">il dorso dell’acqua<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">il fremito di una vela<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">un’ala di gabbiano<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">ed ecco in un attimo<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">ritrovo casa<br />
</span><span style="font-family: Georgia, serif;">la mia natura</span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Trecentosessantotto pagine, insomma, che vanno via veloci ma lasciano il segno: la consapevolezza che il colonialismo non è affatto morto, ha solo modificato la forma. Che certe cose non cambieranno se non saremo noi europei a cambiare le nostre politiche e a premere sulle altre nazioni affinché facciano altrettanto. Che non si tratta soltanto di volersi mostrare solidali ma di essere meno miopi nel nostro stesso interesse: tutto il male che facciamo all’Africa ricadrà irrimediabilmente su noi europei.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Quella notte al Majestic</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pagani]]></category>
		<category><![CDATA[Hotel Majestic]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Romano A. Fiocchi</strong> <br />
Fu presso l’Hotel Majestic di Parigi, nell’imponente avenue Kléber, che nel corso di una serata organizzata dai ricchi coniugi Schiff si riunì un’incredibile schiera di artisti e di intellettuali. Tutti per assistere all’incontro tra due giganti della letteratura: Marcel Proust e James Joyce.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-100751" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina.jpg" alt="" width="391" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina.jpg 1589w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-673x1024.jpg 673w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-768x1169.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-1009x1536.jpg 1009w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-1346x2048.jpg 1346w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-150x228.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-300x457.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-696x1059.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-1068x1625.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/Giardino-copertina-276x420.jpg 276w" sizes="(max-width: 391px) 100vw, 391px" />di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Andrea Pagani</strong>, <em>Il giardino d’acqua</em>,<br />
Ronzani Editore, 2022.</p>
<p>Un libro richiama sempre altri libri. Qualche tempo fa l’editore Keller ha pubblicato un volume curioso: <em>1517. Storia mondiale di un anno</em> di Heinz Schilling (su Nazione Indiana ne ho scritto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/07/13/le-armate-spettrali-di-bergamo/">qui</a>). Si tratta di un libro che mi ha reso evidente una cosa: la convergenza di eventi storici è un fenomeno straordinario e ricorrente nella storia dell’umanità ed è una chiave di lettura altrettanto straordinaria del mondo in cui viviamo, perlomeno per noi abitanti della civiltà occidentale. Intendo quella civiltà che va grosso modo dall’incoronazione di Carlo Magno sino ai nostri giorni e che <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/oswald-spengler_%28Dizionario-di-filosofia%29/">Spengler</a> ci prospetta come giunta alla fine del suo corso. Un tramonto che porterà con sé quel senso della Storia che proprio per la nostra civiltà è elemento imprescindibile.</p>
<p>Ebbene, il 1517 fu l’anno in cui Lutero compì il gesto di affiggere sul portale della chiesa di Wittemberg le novantacinque tesi che scatenarono la Riforma protestante, l’anno di convergenza degli eventi che più rappresentano il nostro corso. Il 1922 fu invece un punto di convergenza per la letteratura, se non tutta, certamente quella del Novecento. In quest’ottica si presenta il libro <em>Il giardino d’acqua</em> di Andrea Pagani. In particolare, Pagani identifica un giorno e un momento precisi: giovedì 18 maggio 1922. «O meglio, a onor del vero – puntualizza – le prime ore del venerdì». Fu presso l’Hotel Majestic di Parigi, nell’imponente avenue Kléber, che nel corso di una serata organizzata dai ricchi coniugi Schiff si riunì un’incredibile schiera di artisti e di intellettuali. Tutti per assistere all’incontro tra due giganti della letteratura: Marcel Proust e James Joyce.</p>
<p>Scrive Pagani: «La notte di quel giovedì, la luna di maggio era calante, nel passaggio dal segno d’acquario a quello dei pesci, gonfia e gibbosa come un gigantesco frutto tropicale. Sotto quella luna, tutti erano immobilizzati in una nuvola di sospensione e attesa, come se il tempo si fosse congelato in un istante risolutivo».</p>
<p>Nel 1922 ci sono in realtà altre due date fondamentali da tenere a mente: il 2 febbraio, uscita dell’<em>Ulisse</em> di Joyce, fatto coincidere con il suo compleanno, e il 18 novembre, la morte di Proust a soli quarantanove anni. Il ’22 è anche l’anno di pubblicazione della seconda parte di <em>Sodoma e Gomorra</em>, il quarto volume della <em>Recherche</em>, e del romanzo <em>La stanza di Jacob</em> di Virginia Woolf. Ovviamente la Woolf non partecipò all’incontro di Parigi ma se ne avvertì il peso spirituale grazie alla presenza del cognato Clive Bell, critico d’arte e soprattutto esponente del gruppo Bloomsbury, di cui Virginia Woolf fu tra i fondatori. Viceversa parteciparono di persona figure di spessore intellettuale ed artistico del calibro di Igor Stravinskij e Pablo Picasso, impresari teatrali illuminati come Sergej Djagilev, accompagnato da una parte del corpo dei Balletti Russi (tra cui la danzatrice Olga Khokhlova, moglie di Picasso) che proprio la sera del 18 maggio aveva portato in scena il <em>Renard</em> di Stravinskij. Di qui la presenza, tra gli altri, del compositore Léon Delafosse e della pianista Marcelle Meyer. Una quantità di personaggi che Pagani evoca come attraverso una seduta spiritica letteraria.</p>
<p>Veniamo ora alla struttura del libro, che se da un lato ricostruisce storicamente quella serata, dall’altro si sviluppa come un racconto di narrativa che porta avanti per centonove pagine le conversazioni tra i convenuti e l’atmosfera mondana degli anni Venti parigini, per poi culminare nel momento fatidico dell’incontro tra Proust e Joyce. Suddivisa in cinque capitoli, a loro volta ripartiti in tre sottocapitoletti, la narrazione si apre con la scena dell’arrivo di Proust all’Hotel Majestic, avvenuta verso le due di notte, orario non insolito per le metodiche abitudini di lavoro dello scrittore francese. I capitoli alternano i protagonisti: in quelli dispari Proust, in quelli pari Joyce, come se Andrea Pagani si trovasse alla regia e manovrasse due differenti telecamere puntate sui due scrittori.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-100752" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/majestic_hotel.jpg" alt="" width="452" height="288" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/majestic_hotel.jpg 568w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/majestic_hotel-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/majestic_hotel-150x96.jpg 150w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" />La particolarità di questa alternanza di punti di vista è rafforzata da un susseguirsi di brani in corsivo che riportano veri e propri “flussi di coscienza”. Joyce con le sue frasi spezzate, i suoi monconi di pensiero, la sua ricerca musicale della parola, il ritorno istintivo a espressioni utilizzate nell’<em>Ulisse</em> («Mkgnao. Piagnucola la gatta. Guarda in su con occhi avidi ammiccanti»). Proust con le sue elucubrazioni più articolate, i suoi lunghi periodi in divenire, l’ombra della “cattedrale gotica” sul suo stesso linguaggio. Le due telecamere di Andrea Pagani convergono nel capitolo cinque, dove i corsivi dei flussi di pensiero si incrociano e avviene lo storico incontro.</p>
<p>Il libro non finisce qui. C’è una serie di schede, non schematiche ma discorsive, che Pagani – fedele a questa sua dinamica cinematografica – chiama <em>Titoli di coda</em>. Sono ben sessanta pagine di note biografiche, aneddoti, semplici ritratti narrativi dedicati a ventun personaggi: quindici intervenuti al Majestic e altri sei assenti ma evocati nelle conversazioni. Tra questi ultimi, per fare un esempio, Afred Dreyfus, nel ’22 poco più che sessantenne, riabilitato dopo il celebre errore giudiziario ma ancora oggetto di discussioni e di prese di posizione contrastanti a distanza di vent’anni.</p>
<p>Tuttavia, per quanto inizialmente possa sembrare strano, il filo conduttore di tutta questa convergenza di genialità in quel preciso punto spaziocronologico è un altro genio del periodo: Claude Monet. In realtà Monet non partecipò alla serata del Majestic, sia per il peso dei suoi ottantadue anni, sia perché ritirato nella sua piccola casa colonica di Giverny, in Normandia. Eppure Pagani gli dedica l’introduzione e persino il titolo del libro, <em>Il giardino d’acqua</em>, che riconduce al suo ciclo pittorico delle ninfee. Lo fa per un semplice parallelo ideologico: Monet, con il suo tormento creativo, la sua ossessionata ricerca dell’attimo supremo, dell’energia vitale concentrata nel suo giardino d’acqua, è identico a Proust, a Joyce, a Virginia Woolf. È la sintesi della loro poetica proiettata nel mondo dell’immagine. Proust stesso, nella <em>Recherche</em>, sembra richiamarsi a lui inventando la figura del pittore Elstir.</p>
<p>«Il fluire della vita – scrive Pagani – e la volontà comune del pittore, del musicista, dello scrittore, Joyce, Proust, Monet (Elstir), Virginia Woolf, di fissare l’attimo, di ristabilire l’essenza dell’impressione, di donare l’eternità al momento. Solo così riuscivano a fronteggiare la sensazione di un mondo che andava in frantumi. La loro lotta contro il potere distruttivo del tempo. Contro la morte. Quello volevano fissare. La bellezza di quel preciso momento».</p>
<p>Racconto-saggio, il libro riporta anche un nutrito elenco di riferimenti bibliografici che si articola su quattro pagine. Dai testi fondamentali, come ovviamente la <em>Recherche</em> e l’<em>Ulisse</em>, alle fonti indispensabili per la ricostruzione della serata al Majestic, alle bibliografie critiche su Proust e su Joyce, alle indagini sulla loro poetica (tra queste <em>James Joyce e la fine del romanzo</em> di Enrico Terrinoni e <em>Il cammino di Bloom. Sentieri simbolici nella Dublino di Joyce </em>dello stesso Andrea Pagani), alle memorie di Sylvia Beach, la libraia-editrice di Joyce, fino alle pubblicazioni minori dei due grandi autori, come gli <em>Scritti mondani e letterari</em> di Proust curati da Mariolina Bertini o il celebre <em>Commento a «Ulisse»</em> di Giulio de Angelis compreso nella sua storica prima traduzione italiana dell’<em>Ulisse</em>. Chiude il libro, caratteristica della collana Carvifoglio della <a href="https://ronzanieditore.it/">Ronzani</a>, un codice Spotify per ascoltare on-line l’elenco delle musiche che fanno da colonna sonora al testo: tra queste, ovviamente, il <em>Renard</em> di Stravinskij e brani di Debussy e di Satie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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