<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>andrea segre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/andrea-segre/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 23 Jan 2020 17:31:43 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.18</generator>
	<item>
		<title>Dublino dentro. L&#8217;Europa che non si vede</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/02/05/dublino-dentro-leuropa-che-non-si-vede/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea segre]]></category>
		<category><![CDATA[dublino]]></category>
		<category><![CDATA[dublino dentro]]></category>
		<category><![CDATA[luca bozzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82485</guid>

					<description><![CDATA[[Lo scorso settembre è uscito &#8220;Dublino dentro. L&#8217;Europa che non si vede&#8221; di Luca Bozzoli, un reportage, parte della collana di Geopoetica di Prospero Editore, che racconta Dublino e la comunità senzatetto che la abita. Pubblico uno stralcio della prefazione di Andrea Segre e alcuni estratti del libro. ot] di Luca Bozzoli &#160; (dalla prefazione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Lo scorso settembre è uscito &#8220;Dublino dentro. L&#8217;Europa che non si vede&#8221; di Luca Bozzoli, un reportage, parte della collana di Geopoetica di Prospero Editore, che racconta Dublino e la comunità senzatetto che la abita. Pubblico uno stralcio della prefazione di Andrea Segre e alcuni estratti del libro. </em>ot]</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-82531" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA.jpg" alt="" width="2001" height="1333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA.jpg 2001w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/1-COPERTINA-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 2001px) 100vw, 2001px" /></p>
<p>di <strong>Luca Bozzoli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>dalla prefazione di Andrea Segre</em>)</p>
<p>L’unico uomo capace di scalare una parete rocciosa di 500 metri senza protezione.<br />
Gli ultimi aborigeni che non conoscono il telefono.<br />
La donna con più figli al mondo.<br />
La miniera dove lavorano e muoiono i bambini più poveri del mondo.<br />
Dentro le barche dei più disperati, le barche della morte.</p>
<p>Eccezionale.<br />
Stupefacente.<br />
Unico.</p>
<p>Questo vuole il mercato del racconto documentario, del racconto del reale in questo mondo malato di spettacolo, malato di competizione. Lo spettatore deve poter essere risvegliato dal suo torpore quotidiano attraverso l’esperienza virtuale dell’eccezionale, dell’irraggiungibile. Dell’unico, nel senso di non ripetibile e soprattutto di non “inseribile” nella normalità.</p>
<p>In fondo ciò che i fornitori di spettacolo suggerisco-no al consumatore è di emozionarsi per qualcosa che altrimenti non potrebbe vedere e che di sicuro non ha nulla a che fare con la normalità della sua vita: un’unione perfetta di stupore e deresponsabilizzazione. Divertiti o prendi paura o piangi, ma soprattutto non preoccuparti, che tutto ciò che stai vedendo è molto diverso e tanto lontano da te.</p>
<p>È una regola del mercato quasi basilare: produci soddisfazione e non creare problemi.</p>
<p>E il mercato agisce ovunque, anche nei settori che ne sembrano nati come antidoto, anche nel cinema documentario o nella narrativa documentaria.</p>
<p>Il libro di Luca Bozzoli che avete in mano è un esempio di istintiva resistenza a questa tendenza. Non c’è un calcolo elitario di costruzione ideologica di un’alternativa al mercato, ma c’è l’istinto libero e diretto di una pratica che produce resistenza.</p>
<p>Il libro di Luca non è un racconto sulla vita degli ultimi di Dublino, come forse un marketing manager proverebbe a venderlo. Non è un surrogato di espe-rienza della povertà estrema o dell’incontro compassionevole con gli espulsi dall’economia turbo-liberista. Non è nemmeno una guida sulla vita di strada. Non è né spettacolo né implicito invito alla deresponsabilizzazione. E non è tutto ciò, ripeto, non perché ha scelto ideologicamente di non esserlo, ma perché questo libro è prima di tutto una pratica, una pratica spazio-temporale e una pratica corporea [&#8230;].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(dal II capitolo)</em></p>
<p>Sono seduto alla banchina del tram: non aspetto nessun tram, né ho un’idea chiara riguardo a dove andrò, non mi sto riparando dalla pioggia, non sto aspettando un amico.</p>
<p>Sono seduto accanto a Carlow, Carlow è stato chiaro: «Prenditi un giorno intero quando vieni per incontrarmi, non c’è niente che si possa capire in poche ore, in due chiacchere». Mi sta accanto e comincia a parlare, di tanto in tanto allunga una mano chiedendomi il registratore vocale e la fotocamera, scatta foto e racconta <em>cose </em>che intorno a quella banchina ci sono sempre state; indica, nomina, e un mondo di relazioni tra <em>cose</em>, un mondo di storie, è immediatamente chiaro e scoperto, davanti agli occhi di oggi e davanti agli occhi di sempre.</p>
<p>Dublin Heuston è un posto diverso da come l’ho conosciuto per un anno intero, assomiglia sempre meno allo spazio vago a cui l’ho sempre associato: di ora in ora è come se diventasse più dettagliato e decifrabile: si rivela come luogo intessuto da costanti, sostenuto da un ritmo proprio.</p>
<p>Quattro piedi: i piedi di sempre, i piedi di oggi.</p>
<p>A Dublin Heuston ci sono persone che non vanno in nessun luogo. Un popolo immobile non abita la stazione come un luogo di transito verso un altro spazio, ma come un <em>qui</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-82540 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-1024x949.jpg" alt="" width="860" height="797" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-1024x949.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-768x712.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-250x232.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-200x185.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12-160x148.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-12.jpg 1463w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(dal III capitolo)</em></p>
<p>Stazione. Transito. Strada.</p>
<p>Un’infrastruttura sta nel mezzo, collega due strutture. La strada è uno spazio deputato a una funzione, coincide con essa: quando ce la immaginiamo in astratto è “la strada per”, “la strada da”.</p>
<p>A differenza delle strutture a cui dà accesso, la strada, spesso, non è chiusa, né privata. Non appartiene a qualcuno, non è coperta.</p>
<p>Non offre riparo e perciò non ha un uso indipendente dalla sua funzione di tramite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La strada intorno sfugge dentro il cielo, senza proteggere, senza resistergli. A Dublino le pensiline sono un riparo mi-nimo dalla pioggia, e bisogna farsi piccoli per non bagnarsi, sperare che non tiri vento. A Dublino non ci sono portici: per ogni fermata con una pensilina, due constano invece di un cartello giallo, con sopra uno schermo a led, o sotto una bacheca girevole a tre facce, su cui leggere destinazioni: verso altrove.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-82534 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-1024x949.jpg" alt="" width="860" height="797" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-1024x949.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-768x712.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-250x232.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-200x185.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3-160x148.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-3.jpg 1377w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
<p><em>Sono seduto al riparo di una pensilina da qualche ora, accanto a me c’è Doy, Doy legge. Il fatto che non mi muova, che non vada in nessun posto, non stia per salire su nessun tram, nessun autobus, insospettisce la sicurezza della stazione di cui ho incrociato gli sguardi già due o tre volte. Sono un corpo estraneo alla città perché non partecipo al movimento che la anima ed è come la tenesse insieme.</em></p>
<p><em>Dublino è un moto centripeto nelle ore diurne, frenetico e fitto, e un moto centrifugo, lento e scomposto, la notte.</em></p>
<p><em>Un polmone gigante che espleta la sua funzione fisiologica, caratterizzato da un respiro netto e inalterabile.</em></p>
<p><em>Visto da un posto lontano, il suo paesaggio, seppure can-giante, ha senz’altro una sua ragione d’insieme, una sua compattezza; è come se quel moto, preso tutto insieme, sapesse sostenersi da sé, ruotando.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-82533 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-1024x947.jpg" alt="" width="633" height="587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-768x711.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-250x231.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-200x185.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4-160x148.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4.jpg 1686w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></p>
<p>(dal IV capitolo)</p>
<p><em>«Una casa e il Natale». Ho creduto fosse una risposta banale quella che mi ha dato Blackie quando gli ho chiesto cosa sognasse la notte, e non ha esitato un istante.</em></p>
<p><em>Ora che ci ripenso una casa è la prima cosa che ho fatto, la prima notte, con i rami di un cespuglio e il mio impermeabile.</em></p>
<p><em>Dentro una casa si può avere un Natale, si può intraprendere qualcosa di nuovo, addobbare una parete o un albero, sentirsi a proprio agio e protetti, rispecchiarsi in una struttura stabile.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le case, gli uffici, i negozi appartengono a una o più persone. I parchi, le stazioni, la strada appartengono invece a delle comunità: in Irlanda alla comunità dei cittadini irlandesi, e sono a disposizione di chiunque ne sia parte o ne sia ospite, come turista, lavoratore con visto, residente con permesso di soggiorno, ecc.</p>
<p>L’incontro, in uno spazio aperto, conserva quasi intatta la sua componente di imprevedibilità: non è come l’incontro in uno spazio chiuso – una farmacia, una banca, un ristorante – dove spesso si incontrano persone impegnate in quello spazio, allo stesso modo o in modo complementare a noi che ugualmente ci troviamo in quello spazio.</p>
<p>Sebbene si tratti di luoghi aperti e disponibili, gli spazi pubblici sono intensamente controllati. Se il carattere pubblico, aperto, ovvero la disponibilità di un luogo, è un suo tratto peculiare, è vero, allo stesso tempo, che una serie di oggetti e norme ridiscute costantemente questo aspetto facendone, anche paradossalmente, luoghi aperti regolati e luoghi aperti controllati.</p>
<p>Se nel caso della stazione o del parco abbiamo a che fare con luoghi aperti ma che possono essere chiusi o recintati, a cui perciò si possono limitare gli accessi tramite la pianificazione di orari d’apertura, il caso della strada è unico. Non potendo ricorrere a limiti che la contengano, il controllo della strada passa attraverso l’uso di alcuni dispositivi che agiscono dal suo interno. In questo caso non si tratta di rendere inaccessibile uno spazio, ma di renderlo non-disponibile a un uso specifico, in particolare al suo uso non transitorio.</p>
<p>Quattro immagini riassumono, meglio di altre parole, quanto appena detto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Seguono esempi di dissuasori, braccioli divisori che impediscono di sdraiarsi sulle panchine e borchie disseminate su tratti di pavimentazione.]</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-82535" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima.jpg" alt="" width="1636" height="1105" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima.jpg 1636w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-768x519.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-1024x692.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-250x169.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-200x135.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_prima-160x108.jpg 160w" sizes="(max-width: 1636px) 100vw, 1636px" /></p>
<p><em><img loading="lazy" class="wp-image-82537 size-large aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-692x1024.jpg" alt="" width="692" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-768x1137.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-250x370.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-200x296.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta-160x237.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_quarta.jpg 1069w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /><img loading="lazy" class="size-full wp-image-82532 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda.jpg" alt="" width="1101" height="1333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda.jpg 1101w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-248x300.jpg 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-768x930.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-846x1024.jpg 846w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-250x303.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-200x242.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_seconda-160x194.jpg 160w" sizes="(max-width: 1101px) 100vw, 1101px" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><img loading="lazy" class="size-full wp-image-82539 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza.jpg" alt="" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/CAP-4_terza-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></em></p>
<p><em>Cesar guarda la città come una foresta. I vetri fitti che nascondono l’orizzonte come una fioritura precoce. Il cielo assente, scomparso.</em></p>
<p><em>Gli alberi sono come la folla di un marciapiede. Il suolo è scomparso come se il palmo di una mano si fosse rovesciato, indecifrabile.</em></p>
<p><em>Cesar guarda la città come un destino, la tiene forte fino a fidarsene, finché la sete e la fame di riposo non sono una certezza.</em></p>
<p><em>«Lascia che anche la pioggia non cambi il tuo cammino».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cercare riparo in una città può sembrare simile a cercarlo in una foresta, su un monte, in una località dove ci si sia recati per campeggiare. Tuttavia, la città ha una sua dimensione specifica di cui tenere conto, i criteri orografici e idrografici possono essere di scarsissimo rilievo, ma altri criteri, legati ad esempio alla stima della propria reperibilità e del rischio a cui si espone il proprio corpo, diventano cruciali.</p>
<p>Ma cos’è un luogo protetto in uno spazio urbano?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ho creduto fosse una risposta banale quella che mi diede Blackie quando gli chiesi cosa sognasse, «una casa e il Natale» mi rispose senza esitare un istante.</em></p>
<p><em>Ora che ci ripenso una casa è la prima cosa che ho fatto, con i rami di un cespuglio e il mio impermeabile.</em></p>
<p><em>Dentro una casa si può avere un Natale, si può intraprendere qualcosa di nuovo, addobbare una parete o un albero, sentirsi a proprio agio e protetti, rispecchiarsi in una struttura stabile.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Per Yusuf</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 17:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[andrea segre]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[stefano liberti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38839</guid>

					<description><![CDATA[di Stefano Liberti e Andrea Segre Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba. E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante. E&#8217; il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger. Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci. Questa volta la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<div id="_mcePaste"><strong>di </strong><strong>Stefano Liberti</strong> e <strong>Andrea Segre</strong></div>
<p style="font-weight: bold;"><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<div>Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; il protagonista di <em>A sud di Lampedusa</em>, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.</div>
<div id="_mcePaste">Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.</div>
<div id="_mcePaste">Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.</div>
<div id="_mcePaste">Ci ha detto: &#8220;Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell&#8217;aiuto di Dio&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Gli abbiamo detto: &#8220;Non partire, è pericoloso&#8221;. Lui ci ha detto: &#8220;Stare qui è più pericoloso&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.<span id="more-38839"></span></div>
<div id="_mcePaste">E dall&#8217;indifferenza.</div>
<div id="_mcePaste">Non c&#8217;è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall&#8217;origine etnica?</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c&#8217;è un&#8217;unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.</div>
<div id="_mcePaste">Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.</div>
<div id="_mcePaste">La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?</div>
<div id="_mcePaste">O via terra verso Tunisia ed Egitto.</div>
<div id="_mcePaste">O via mare verso l&#8217;Italia.</div>
<div id="_mcePaste">Partono.</div>
<div id="_mcePaste">Partono comunque.</div>
<div id="_mcePaste">Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.</div>
<div id="_mcePaste">Cosa dobbiamo fare?</div>
<div id="_mcePaste">Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).</div>
<div id="_mcePaste">Si dirà: &#8220;Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo&#8221;. E&#8217; una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E&#8217; una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.</div>
<div id="_mcePaste">Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?</div>
<div id="_mcePaste">Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall&#8217;intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: &#8220;Partono comunque, salviamoli&#8221;.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; l&#8217;ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.</div>
<div id="_mcePaste">Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/20/per-yusuf/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Caro Maroni, ecco che succede appaltando gli immigrati alle dittature</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/15/caro-maroni-ecco-che-succede-appaltando-gli-immigrati-alle-dittature/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/15/caro-maroni-ecco-che-succede-appaltando-gli-immigrati-alle-dittature/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 16:06:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea segre]]></category>
		<category><![CDATA[global voices]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione tunisina]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38182</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Segre Devo ringraziare il Ministro Maroni, perché nella sua indubitale intelligenza di uomo politico offre sempre l’occasione di smascherare l’ipocrisia delle politiche italiche sull’immigrazione. Stanno arrivando centinaia di ragazzi tunisini sulle coste italiane. E come li definisce Maroni? “Esodo biblico di fronte al quale l’Europa non può lasciarci soli”. Ci sono tre motivi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://andreasegre.blogspot.com/">Andrea Segre</a></p>
<p>Devo ringraziare il Ministro Maroni, perché nella sua indubitale   intelligenza di uomo politico offre sempre l’occasione di smascherare   l’ipocrisia delle politiche italiche sull’immigrazione.<br />
Stanno arrivando centinaia di ragazzi tunisini sulle coste italiane.<br />
E come li definisce Maroni? “Esodo biblico di fronte al quale l’Europa non può lasciarci soli”.<br />
Ci sono tre motivi che spingono un uomo politico a pronunciare   rapidamente la definizione di un problema: per alimentare un’emozione,   per indicarne una soluzione e per coprirne altre spiegazioni.<span id="more-38182"></span><br />
L’emozione da alimentare è chiaramente quella paura per l’invasione dei clandestini che tanto rende elettoralmente.<br />
La soluzione suggerita è che l’esodo va fermato e va fatto rafforzando i poteri militari tunisini con soldi europei.<br />
Ma quali sono le spiegazioni che invece Maroni rapidamente vuole coprire?<br />
Sono principalmente tre:<br />
1. <strong>L’Italia ha costruito la sua strategia di gestione dei flussi   d’immigrazione sul finanziamento ai regimi dittatoriali del Maghreb</strong>,   facendo finta che tali non fossero, mettendosi in balìa   dell’arbitrarietà dei loro poteri privi di controllo democratico, nonchè   consegnando alle violenze e  torture delle loro polizie migliaia di   esseri umani. Nel momento in cui questi regimi crollano sotto il peso di   popolazioni stremate, l’Italia non ha più strumenti di gestione dei   flussi stessi. Anzi<br />
2. <strong>L’Italia si è progressivamente privata di sistemi di accoglienza, per sostituirli con sistemi di respingimento</strong>.   Così un flusso di 4 o anche 10mila persone in fuga diventa un esodo   biblico, mentre si tratta sempre di numeri facilmente gestibili da un   Paese di 60milioni di persone dotato di sistemi di gestione delle   emergenze avanzato e spesso sovra-blasonato dai nostri stessi   governanti. Ma il sistema di gestione delle emergenze non può essere   scomodato per gli stranieri invasori: politicamente non rende. Per   questo è meglio far finta di non prevedere l’inevitabile flusso ( che   come sappiamo era ampiamente prevedibile, visto l’impatto storico che le   rivoluzioni nordafricane stanno avendo sulle vite di milioni di   persone) e aspettare di poterlo definire “esodo biblico”.<br />
3. <strong>L’Europa fatica a rispondere alle richieste italiane</strong>,   non solo per le sue intrinseche e note lentezze diplomatiche, ma anche  o  forse soprattutto, e questo è ciò che Maroni e Frattini non possono   dire, <strong>perché l’Italia ha più volte non rispettato o bypassato le direttive europee in termini di immigrazione</strong>:   l’Italia è in ritardo storico sulle politiche d’asilo, ha violato più   volte la Convenzione di Ginevra con le politiche di respingimento, ha   ignorato i richiami di Parlamento e Commissione Europea sul Trattato con   la Libia, è sotto giudizio della Corte di Strasburgo, ha perseverato   con relazioni bilaterali con i regimi meghrebini bypassando le procedure   multilaterali volute dall’Europa. E perchè l’Europa dovrebbe aiutare   l’Italia se l’Italia non la ascolta e non la rispetta?</p>
<p>Questo è ciò che Maroni vuole nascondere, oltre a voler mantenere   l’imbarazzato silenzio italiano (di Governo ma ahinoi anche di   opposizione) di fronte alla caduta dei regimi dittatoriali nordafricani.   Non c’è stato nelle ultime settimane nessun pronunciamento ufficiale  di  plauso alle rivoluzioni tunisine ed egiziane e non c’è stato per un   semplice motivo: per oltre vent’anni, ma con particolare fermezza negli   ultimi dieci, l’Italia ha sostenuto i governi di Ben Alì e Moubarak  (per  non parlare di Gheddafi e Bouteflika) , ritenendoli fidati alleati  e  ottimi partner commerciali e chiudendo non uno ma entrambi gli occhi  di  fronte alla profonda illiberalità e antidemocraticità dei due  regimi. I  cittadini tunisini che oggi scappano dal loro Paese sono i  ragazzi  cresciuti sotto l’oppressione e la violenza di un regime con  cui  l’Italia è stata ottima amica e con cui i governi italiani avevano   stretto costosissimi trattati per fermare in qualsiasi modo (spesso   violento e disumano) i flussi di emigrazione e per effettuare rimpatri   di centinaia di cittadini destinati, una volta rientrati, alle torture e   alle segregazioni della polizia di Ben Alì. Quando crolla un regime   amico, non si può festeggiare la libertà dei suoi sudditi; e quando i   suoi sudditi finalmente possono fuggire non si può accoglierli, ma   bisogna definirli “esodo biblico”. Se il regime che crolla è nemico, la   storia è ben diversa, come successe con la caduta delle dittature   comuniste. Semplice.</p>
<p>Domanda: cosa succederà quando a cadere sarà anche Gheddafi? Ci   stiamo pensando o attendiamo l’ennesima occasione per urlare   all’emergenza e poter scavalcare o schiacciare i diritti e le vite di   altre migliaia di migranti in fuga?</p>
<p>Allora, utilizzando una sua altrettanto celebre definizione sulle   manifestazioni dei migranti a Rosarno, mi permetto di suggerire al   Ministro Maroni un’altra definizione del problema che in queste ore   stiamo affronatndo sulle coste di Lampedusa: “è frutto dell’eccessiva   tolleranza dell’Italia nei confronti dei regimi dittatoriali, a cui   abbiamo appaltato negli ultimi anni la gestione dei flussi migratori.”</p>
<p>via <a href="http://vociglobali.it/caro-maroni-ecco-che-succede-appaltando-gli-immigrati-alle-dittature%E2%80%9D/">Voci Globali</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/15/caro-maroni-ecco-che-succede-appaltando-gli-immigrati-alle-dittature/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-09-20 10:43:52 by W3 Total Cache
-->