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	<title>Angela Galloro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La paura della normalità. Sui Diari di Susan Sontag</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 07:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Galloro]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angela Galloro Nell’intervista fiume a Jonathan Cott per Rolling Stone, ripresa in due parti e pubblicata nel 2013, Susan Sontag dà quella che potrebbe essere la sua non dichiarata definizione di curiosità: dal momento che mi piace ciò che non sono, amo cercare di imparare ciò che non sono o quello che non so. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Angela Galloro</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-83140" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/diari-sontag-200x300.jpg" alt="" width="250" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/diari-sontag-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/diari-sontag-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/diari-sontag-160x240.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/diari-sontag.jpg 515w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></p>
<p>Nell’intervista fiume a Jonathan Cott per <em>Rolling Stone</em>, ripresa in due parti e pubblicata nel 2013, Susan Sontag dà quella che potrebbe essere la sua non dichiarata definizione di curiosità: <em>dal momento che mi piace ciò che non sono, amo cercare di imparare ciò che non sono o quello che non so</em>.</p>
<p>Su questa chiave di lettura, della più vivace voracità intellettuale, della curiosità instancabile si possono studiare i diari, pubblicati di recente da Nottetempo (<em>Rinata. Diari e taccuini 1947-1963</em> e <em>La coscienza imbrigliata al corpo. Diari e taccuini 1964-1980</em>) raccolti dal figlio David sulla base di quaderni e appunti.</p>
<p>A puntellare ogni pagina l’ossessione della scrittura a tutti i costi: tra le note di intensa intimità che ci si aspetta da un diario fanno la loro comparsa complesse critiche letterarie, sociali, cinematografiche, prodromiche a quelli che sarebbero stati (o che contemporaneamente venivano pubblicati) i romanzi e i saggi critici. Annotazioni centrifughe che solo una volta – e solo verso la fine dei quaderni – trovano pace in due colonne dal tono infantile: quello che mi piace / quello che non mi piace.</p>
<p>Sempre nell’intervista a Cott, il giornalista fa notare a Susan Sontag l’immagine di Hercules alle prese con l’Idra sulla copertina del saggio <em>La malattia come metafora,</em> pubblicato nel 1978 dopo la sua – infinita – lotta contro il cancro. Nonostante questo possa far pensare che il mostro sia la malattia, le teste del mostro rappresentano invece per Susan Sontag le false convinzioni, il pensiero demagogico, l’ossessione della scrittura, del tempo, delle convenzioni sull’età, sul genere, la misoginia, l’ambivalenza del potere.</p>
<p>La formazione intellettuale della giovane Sontag comincia molto presto, a giudicare dalla sconcertante maturità dei diari di <em>Rinata</em>, quella di una quindicenne combattiva e insieme di una giovane donna colta e dalle idee chiare, studentessa prodigio diplomata in anticipo. <em>Ho intenzione di fare tutto… di avere un solo modo di valutare l’esperienza &#8211; mi procura piacere o dolore? E mi premurerò di rifiutare ciò che è doloroso – pregusterò il mio piacere ovunque, e per giunta lo troverò, perché è ovunque!</em></p>
<p>Una passionalità che lascia spazio a mille dubbi, e che rimane così intatta nel tempo come rimangono, cambiando ed evolvendo, alcune incertezze.<em> Ogni posizione estetica è oggi una sorta di radicalismo. La mia domanda è: qual è il mio radicalismo, quello prodotto dal mio carattere?</em><br />
I diari sono una corsa all’inseguimento di questa definizione di personalità. Eppure non vi si troverà alcun atteggiamento radicale o categorico. La delicatezza del dubbio, la femminilità della soluzione sono le strade che la scrittrice percorre, a volte in preda a confusione consapevole, altre con chiarezza e convinzione disarmanti.</p>
<p>Si ha sempre paura di interpretare Susan Sontag, dal momento che gran parte della sua speculazione critica si è concentrata sul contestare l’interpretazione. Gli aspetti di cui Sontag parla nei diari, vita, scrittura, amore e tempo, sono gli stessi che nei saggi vengono studiati nelle personalità di altri intellettuali (si leggano le note su Benjamin o Barthes in “Sotto il segno di Saturno”) e che nei romanzi si risolvono e prendono le forme di un personaggio (Diddy l’ignavo ne “Il kit della morte”, Emma in “L’amante del vulcano”).</p>
<p>Sembra quasi che i diari servissero a sparigliare le carte di un ordine creativo mai completo.</p>
<p><em>Come si tengono insieme le mie varie identità – donna, madre, insegnante, amante, ecc.? Ci riuscirò tra un quarto d’ora? Sarò capace di mettermi nei panni della persona che devo essere, di abitarla? </em>È solo una delle riflessioni sull’io, nelle quali però concima un fine più alto, un’idea dell’esistenza che non si chiude nella propria vita, nei limiti dell’ego e del successo (<em>L’attrito del successo: dispersione di energie </em>e ancora<em> Chi ha il diritto di dire “io”? è un diritto che ci si deve guadagnare?</em>) ma che trascende il momento e lo spazio e diventa meditazione sulla coscienza: <em>un progetto spirituale – ma legato alla creazione di un oggetto, così come la coscienza è imbrigliata al corpo</em>, è la frase che dà il titolo alla raccolta e che tradisce un’ambizione più alta in cui l’amore, il successo, l’esperienza, la maternità, l’arte si fanno strumenti dichiarati di un raggiungimento spirituale. All’inizio del ’66, dopo anni di insegnamento in accademia e dopo aver pubblicato il suo primo romanzo, “Il benefattore”, Susan dubita ancora di sé:<em> so di avere una buona mente, una mente persino potente. Sono brava a comprendere le cose + a dare loro un ordine + a usarle. Ma non sono un genio. L’ho sempre saputo</em>.</p>
<p>L’ossessione della mediocrità, della non-genialità, messa più di una volta in connessione con le aspettative genitoriali tutte al femminile – dopo la morte del padre quando era appena bambina le figure affettive di riferimento erano la madre e la sorella – ricorre più di una volta nel percorso di formazione della scrittrice, ma meno in quello della donna che si risolve molto presto in una percezione del mondo più elevata.</p>
<p><em>Per poter scrivere l’ego deve sparire o si deve ingrossare? </em></p>
<p>Vive appollaiato su ogni pagina il gigantesco contrasto tra ego e abbandono del desiderio, tra l’individualità, il genio creativo, e l’umanità profonda in contrasto, l’amore e l’ambizione: <em>preferisco essere cortese che giusta</em>, è il proposito che la muove già dalla prima giovinezza. Nei diari il distacco dell’individuo dal proprio sistema è al centro della riflessione: di fondo anche l’estetica fascista nei saggi di <em>Sotto il segno di Saturno</em> viene definita come esasperazione dell’individualità, celebrazione del genio a tutti i costi, dove il costo principale è la perdita dell’amore e della solidarietà del pensiero.</p>
<p>La normalità terrorizza Susan Sontag anche nella scrittura: nei diari vi è in controluce una consapevolezza per cui il genio egoico sia più portato allo scrivere, in particolare alla narrativa, una prova che l’autrice sentiva sempre molto ardua e che affrontava con più ansia rispetto al lavoro critico o cinematografico. <em>Il mio “io” è gracile, cauto, troppo sano di mente. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono – ma la loro sanità mentale è parassitaria e vive della facoltà creativa del genio.</em></p>
<p>Coscienza e corpo fanno a botte in molti passi, in altri si parlano e spesso si abbracciano: è evidente nel rapporto con il sesso, un atto sempre pronto ad ammettere sé stesso come errore. Susan cerca la risposta a questa dualità creativa, tra questo corpo “basso”, mortale, voglioso e – da un certo momento, purtroppo – malato e una mente che divora l’esperienza tutta, in modo “siddhartiano”, per elevarsi. La scrittrice esemplifica molto bene il contrasto purezza – saggezza impersonandoli rispettivamente in Simone Weil e Flaubert. Rimanere puri precludendosi l’esperienza o rinunciare alla purezza, preferire la lucidità e così l’esperienza? <em>L’origine più profonda della mia mediocrità: volevo essere pura e saggia allo stesso tempo</em>.</p>
<p>Il prezzo da pagare è una profonda e dolorosa solitudine, quella che si manifesta durante l’atto creativo. Scrivere annullava tutto della vita di Susan Sontag: mangiare, dormire, uscire, vedere gli amici: <em>ho trasformato la mia vita in un’officina. Amministro me stessa</em>.</p>
<p>Il lavoro che inonda progressivamente ogni aspetto della realtà della scrittrice non fa che aumentare la fame insaziabile della mente, che diventa quasi una malattia e che Susan aveva preannunciato nei primi diari al tempo della passionalità sfrenata, annotando convintamente: <em>il bisogno intellettuale simile al bisogno sessuale</em>.</p>
<p>L’amore, anche nei suoi momenti di tenerezza e/o passione, è trattato come un esperimento sociale. Con incredibile lucidità Susan Sontag si guarda dall’esterno e da fuori guarda la coppia, l’omosessualità, la perversione, il matrimonio. Pur amando, sinceramente e follemente.</p>
<p>Le sette teste dell’Idra con cui inizia l’intervista di Cott, alla fine dei diari, sembrano diventare i grandi dualismi con cui la Sontag combatte ogni giorno. Alla ricerca disperata di un assoluto che li contenesse tutti, proprio come una “posizione estetica” ai tempi molto richiesta.</p>
<p>Ma al radicalismo, Susan preferiva la libertà e l’intolleranza verso gli stereotipi giovane / vecchio, uomo / donna, sui quali – sosteneva  – si tiene in piedi la società e che prevedono, com’è naturale, un vincitore e un vinto per poter convivere. Contrapposizioni e manicheismi inaccettabili per una personalità affamata di vita, per le infinite possibilità che Susan Sontag dava all’arte, al libro, al film, alla letteratura, al sesso, alla fotografia, all’umanità.</p>
<p>“Contro l’interpretazione”, il saggio del 1966, si fonda proprio sulla lotta alle categorizzazioni e ai limiti che queste impongono, impoverendo così il mondo e l’arte. Nel tempo dell’interpretazione a ogni costo, non stupisce che l’autrice sentisse mancare, e lo esprimesse nei suoi scritti più intimi, l’autostima data da una corrente, da una linea da seguire, come molti suoi colleghi (per giunta strutturalisti). Scrive spesso e in diverse forme di mancare di “audacia” e di “carattere”. La sua posizione umana e umanista, completamente priva di pregiudizio, passionale e vogliosa di vita non doveva sembrare a sé stessa completa, come si addiceva e si richiedeva all’approccio critico del tempo, ed è forse questo il grande aspetto del tutto nuovo che rende preziosi i diari.</p>
<p>I due volumi (che precedono un terzo di prossima pubblicazione) sono fondamentali per tracciare le mille strade interiori e quotidiane e sembrano diventare l’esemplificazione immaginativa e potente del pensiero di Susan Sontag, di un corpo indebolito da troppa coscienza.</p>
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		<title>Nuova antologia di poesia americana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2015 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Bava]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Galloro]]></category>
		<category><![CDATA[Ensemble Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova antologia di poesia americana]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.5;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-55702" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/nuova-antologia-di-poesia-americana-200x300.jpg" alt="nuova-antologia-di-poesia-americana" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/nuova-antologia-di-poesia-americana-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/nuova-antologia-di-poesia-americana-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/nuova-antologia-di-poesia-americana-900x1349.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/nuova-antologia-di-poesia-americana.jpg 1000w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di <strong>Angela Galloro</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.5;">Di altre Spoon River non resta molto in questi anni. Sembra che la poesia americana sia stata rastrellata via dalla Beat Generation o al limite dopo Ezra Pound e Thomas S. Eliot, quantomeno in Italia, dove – dopo l’interesse della Pivano – di poesia americana contemporanea se n’è parlato solo fino agli anni 00 con la raccolta di L. Ballerini, P. Vangelisti (Mondadori) o con </span><i style="line-height: 1.5;">West of your cities</i><span style="line-height: 1.5;"> di Minimum Fax, curata dal più grande poeta americano dei nostri tempi, Mark Strand, scomparso da pochi mesi e sotto la come sempre straordinaria traduzione di Damiano Abeni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-55701"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure Tom Wolfe, nel suo <i>Falò delle vanità</i>, ancora nell’87, fa dire a un poeta della buona società di Manhattan che «gli Stati Uniti meritano una poesia epica». Sarebbe impensabile proporlo ai poeti discreti presenti in <i>Nuova antologia di poesia americana</i>, pubblicata da Ensemble edizioni e curata da Alessandra Bava, poetessa, traduttrice e animatrice culturale, fondatrice di Rome&#8217;s Revolutionary Poets Brigades e attivista in 100 Thousand Poets for Change.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua selezione si trovano poeti nati dopo il ’40, attivi quindi insieme a Bob Dylan e Bruce Springsteen, quelli che avrebbero potuto condividere con Sylvia Plath, se fosse ancora viva, la stessa corrente senza nome di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio a lei va il sentito omaggio funebre, dolorante e insieme sarcastico di Thomas Rain Crowe, uno dei poeti ospitati nell’antologia: sua la diagnosi di<i> Synapses of imagined pain</i>. Ma sono molti gli epitaffi e i cammei presenti tra questi nuovi volti. Sembra che la smania futuristica on the road si sia addormentata sotto l’albero del passato. I nuovi poeti sussurrano sulle spalle di giganti come Federico García Lorca, che ricorre negli istanti anaforici di John Brandi e nei suoi versi pieni di dettagli osservati con la coda dell’occhio, ma anche nella rievocazione degli idoli del passato di Alejandro Murguìa.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Il fuoco della lingua e la rosa rossa del canto</i> di Pier Paolo Pasolini compaiono in una poesia a lui dedicata di Neeli Cherkovski, ma anche Trastevere e Trieste si tingono di stelle e strisce. La selezione di Ensemble raccoglie tutto il mondo in una varietà di toni dove la ricorrenza ossessiva della parola ‘America’ in <i>I Wash Your Dishes America</i> sempre di Rain Crowe è soltanto il frutto di una protesta spaesata che si fa largo alla cieca tra le categorie di banchieri, politici, insegnanti, attricette di Hollywood e che chiede infine umilmente al nuovo sogno americano di <i>lavare e asciugare queste lacrime</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è davvero una piccola Spoon River letteraria, invece, la passeggiata di Sharon Dubiago accanto alla tomba di Emily Dickinson, Albert Camus e signora, Simone de Beauvoir e Giovanna D’Arco, Vallejo, Jean Seberg e ancora Gertrude Stein e Karl Marx. Sempre nella Dubiago si leggono i versi d’amore più belli e di avvolgente erotismo che scalzano finalmente l’ombra logora e volgare dei bukowskiani, con le puntigliose istruzioni tattili di <i>How To Make Love To A Man</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora, le tensioni trascendenti di Renée Gregorio, una preghiera fatta di domande e risposte e i suoi ritratti di donne; Stephan Kessler e la mitologia contemporanea di un’Euridice scomparsa, metafora dell’atto creativo della poesia; il tenero e fantasioso omaggio a Zelda Fitzgerald di Kaye Mc Donough. In Mc Donough, tra l’altro, si trova anche una bellissima dichiarazione d’amore per la poesia, senza scopo, senza lucro, di sola polvere. In generale, come in tempi già visti, ricorre frequente l’amnistia della parola poetica, come in Alvaro Cadorna-Hine ma anche nella <i>Lazy tongue</i> di Terri Carrion, con i suoi bozzetti casalinghi di prosa poetica. La voce di quest’antologia si spinge fino al parossistico annullamento della poesia, scritto in capital letters nei versi di <i>This Isn/t a Poem</i> di Michael C. Ford con la sua minacciosa clausola: <i>this isn/t a poem: this is the way we can figure out / a way to make them all stop / breathing </i>dove per “them all” si intendono gli artefici di tutte le rivoluzioni, una guerriglia contro tutti i sistemi, sorretti da un’abile psicologia del contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, ragliamo come asini pur di avere qualcosa da dire, ci ammonisce con rassegnazione Michael Rothenberg.</p>
<p style="text-align: justify;">Riportano all’ossessione Sarah Menefee che in <i>If He Didn’t Keep Appearing </i>ci mette sulle spalle il peso di Abu Ghraib e Anne Valley Fox, inviata dalla storia recente, mentre Bill Pearlman celebra il poeta Javier Sicilia e la sua triste storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Da considerare, tra l’altro, che è sempre americana e precisamente di Chicago, la più grande associazione al mondo che si occupa di poesia, Poetry Foundation, in cui uno staff di venti persone riempie la vita quotidiana di lettori e utenti di poesia tramite eventi, newsletter, articoli di critica letteraria e aggiornamenti. Con metodi vari, tra cui il Poetry Magazine, un gioiello della poesia contemporanea. «Una sorprendente community culturale» come l’ha definita Henry Bienen, nuovo presidente ad interim chiamato poche settimane fa a sostituire Robert Polito, già direttore del corso di scrittura creativa alla New School di New York.</p>
<p style="text-align: justify;">A mantenere «robusta» la poesia ci pensa la Fondazione, che con un cospicuo bilancio riceve donazioni da varie altre società e associazioni – anche non prettamente culturali – e gestisce premi, bandi, borse di studio. Non male per la tutela dell’ars che ha ancora molto da offrire, stando al panorama attuale. Un’arte magica, come la descrive nella <i>Nuova antologia</i> Stephen Kessler, in una – per la verità rara – ventata di ottimismo creativo: <i>Relish your lost mind and embrace the mania, / just keep it contained, and when the spirit hits, / write. You are a poet</i>».</p>
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