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	<title>Angelo Ferracuti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Punta della Lingua 2023</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/06/14/la-punta-della-lingua-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jun 2023 19:24:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<strong>La Punta della Lingua</strong> è alla sua diciottesima edizione. Con letture di poesia, spettacoli, escursioni, presentazioni, esperimenti, incontri sui classici, laboratori, videopoesia, poetry slam, concerti, la rassegna diretta da Luigi Socci e Valerio Cuccaroni tiene fede alla propria definizione di “festival della poesia totale”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-103759" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta.jpg" alt="" width="1701" height="850" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta.jpg 1701w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-1024x512.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-768x384.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-1536x768.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-150x75.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-696x348.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-1068x534.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/06/punta-840x420.jpg 840w" sizes="(max-width: 1701px) 100vw, 1701px" /></p>
<p>/ La <strong>Punta della Lingua</strong> è alla sua diciottesima edizione. Con letture di poesia, spettacoli, escursioni, presentazioni, esperimenti, incontri sui classici, laboratori, videopoesia, poetry slam, concerti, la rassegna diretta da <strong>Luigi Socci</strong> e <strong>Valerio Cuccaroni</strong> tiene fede alla propria definizione di &#8220;festival della poesia totale&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>// Tra i molti ospiti di quest&#8217;anno:</p>
<p><strong>Antonio Rezza, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Ishion Hutchinson, Valzhyna Mort, Damiano Abeni, Linda del Sarto, Compagnia Frosini Timpano, Ivan Talarico, Laura Pugno, Angelo Ferracuti, Paolo Capodacqua, Florinda Fusco, Fabrizio Venerandi, Maria Borio, Francesca Del Moro, Mariagiorgia Ulbar, Michele Zaffarano, Vanni Bianconi, Massimo Gezzi, Michelle Steinbeck.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>/// <a href="https://www.lapuntadellalingua.it/programma/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a>&nbsp;il programma, comprese le anteprime di maggio e giugno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Al via le iscrizioni per la scuola Jack London</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/15/al-via-le-iscrizioni-per-la-scuola-jack-london/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 16:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Marrozzini]]></category>
		<category><![CDATA[Jack London]]></category>
		<category><![CDATA[scuola jack london]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />Una scuola di letteratura e fotografia che insegna il mestiere di raccontare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Ricevo e volentieri diffondo:</p>
<p><em>«Quando abbiamo lanciato la Scuola in piena pandemia, una Scuola nuova che non c&#8217;era, crediamo sia stato in parte un gesto di grande coraggio e allo stesso tempo di estremo rischio. Sono le componenti che spingono in genere quelli che hanno un sogno ma anche una grande passione, come noi. Abbiamo superato difficoltà che sembravano insormontabili, la formula che avevamo immaginato non solo ha retto nel concreto, ma ha entusiasmato docenti ed allievi, creando nel contempo un clima speciale a Torre di Palme, dove il rapporto con la comunità locale è stato magnifico, così come ci ha entusiasmato il fatto che subito la Scuola si è fatta conoscere in tutto il panorama nazionale ed oggi è già un punto di riferimento per chi vuole raccontare i grandi temi internazionali attraverso il reportage, mettere insieme creatività e voglia di scoperta. Un&#8217;altra soddisfazione è sapere i nostri allievi già al lavoro!</em><em>Siamo certi che insieme ai nostri sostenitori, a cominciare dal Comune di Fermo, ai docenti, tutti professionisti di grandissima bravura ed esperienza, daremo al nostro territorio una istituzione concepita come una finestra sul mondo. È solo l&#8217;inizio di una grande avventura.</em><br />
<strong>Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini</strong></p>
<p>Nata nel 2020 da un’idea dello scrittore Angelo Ferracuti e del fotografo Giovanni Marrozzini, la Scuola di letteratura e fotografia Jack London è riuscita nei suoi due primi anni di vita a portare a termine il suo obiettivo: insegnare il mestiere del reportage e portare i suoi allievi “sul campo” nella migliore tradizione londoniana, con stages e concrete possibilità per il futuro. Una scuola per imparare un mestiere, quello del raccontare, declinato non solo sulla letteratura e l’arte, ma anche e soprattutto sul giornalismo, sul racconto delle aziende e delle realtà, per dare alla comunicazione il valore etico e sociale che oggi più che mai è necessario.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-98108" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-846x1024.png" alt="" width="696" height="842" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-846x1024.png 846w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-248x300.png 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-768x930.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-1269x1536.png 1269w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-150x182.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-300x363.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-696x843.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-1068x1293.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2-347x420.png 347w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/london2.png 1672w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>La Scuola è stata promossa dall’associazione culturale “Jack London” con il contributo del Comune di Fermo, dell’Ambito Territoriale Sociale XIX delle Marche, con il sostegno della  Fondazione Carifermo e dalla Daca di Tre Elle, con la partnership della Fototeca provinciale Fermo e dell’Archivio Mario Dondero, il Centro Studi Osvaldo Licini, con il patrocinio del Parco nazionale dei Monti Sibillini e del Parco nazionale di Frasassi e della Gola Rossa, e ha trovato poi, lungo il percorso, partner quali Fondazione Lavoroperlapersona e Premio Ghergo a sostegno degli stage formativi, l’Agenzia France Press, Cospe Onlus, la casa di produzione MaxMan, l’Agenzia fotografica Contrasto, le testate Rai Radio Tre, Fatto Quotidiano, Left, Redattore Sociale e Ristretti Orizzonti: proprio grazie a questi partner è stato possibile formulare stage di grande impatto, dai reportage sulla povertà in Italia a quelli sui nuovi lavori, dall’impiego in redazioni giornalistiche fino alla possibilità di essere autori radiofonici o raccontare l’Africa come fotografi insieme a France Press Africa, o l’Amazzonia colombiana con Cospe. Tra questi, il progetto “Un passo dopo l’altro” finanziato dalla Fondazione Lavoroperlapersona: un viaggio a piedi lungo la via Emilia, da Rimini a Piacenza, a firma di una allieva della scuola. Rai Radio Tre, inoltre, ospiterà i reportage della scuola che saranno protagonisti dei podcast della trasmissione Tre Soldi.</p>
<p>Fondazione Carifermo e Daca Tre Elle sosterranno inoltre due delle <strong>tre borse di studio in palio per gli iscritti. </strong></p>
<p>Insegneranno alla scuola Jack London nell’anno 2022/2023: <strong>Andrea Bajani</strong> (scrittore), <strong>Daniele Benedetti</strong> (Brand manager di Trentino Marketing, <strong>Christian Caliandro</strong> (critico d’arte), <strong>Annalisa Camilli</strong> (giornalista di Internazionale) <strong>Giovanna Calvenzi</strong> (fotografa e photo editor), <strong>Matteo Cavezzali </strong>(scrittore), <strong>Ascanio Celestini </strong>(attore, regista), <strong>Christian Elia</strong> (giornalista e consulente ong) <strong>Francesco Faeta</strong> (antropologo), <strong>Renata Ferri</strong> (caporedattore photoeditor di IoDonna), <strong>Alberto Giuliani</strong> (fotografo), <strong>Helena Janeczek</strong> (scrittrice, Premio Strega 2018), <strong>Carlo Lucarelli </strong>(scrittore), <strong>Marco Longari</strong> (France Press Africa), <strong>Alessandra Mauro</strong> (Direttore editoriale casa editrice Contrasto), <strong>Santa Nastro</strong> (critico d’arte e giornalista) <strong>Franco Pagetti</strong> (fotoreporter), <strong>Claudio Palmisano</strong> (fotografo), <strong>Massimo Raffaeli</strong> (critico letterario), <strong>Luca Rocco</strong> (Canon Europa), <strong>Alberto Rollo</strong> (editor Mondadori), <strong>Michele Smargiassi</strong> (giornalista di Repubblica).</p>
<p>Le ore di lezione previste sono 250. I corsi avranno inizio il 31 ottobre 2022. Dopo la pausa natalizia (dal 23 dicembre) le lezioni riprenderanno dal 10 al 28 gennaio 2023.</p>
<p>Le iscrizioni sono aperte sul sito <a href="http://www.jacklondon.it/">www.jacklondon.it</a> dove è possibile leggere il bando per intero e conoscere tutte le modalità per conseguire le 3 borse di studio in palio; si chiuderanno il 30 settembre. Il costo complessivo del corso è di 3.300 euro. Saranno selezionati 28 partecipanti, tra i quali i 3 borsisti. Le lezioni si terrà nella stessa location che ha ospitato la prima edizione e quindi nello splendido Borgo di Torre di Palme».</p>
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		<title>Sotto il vulcano ma fuori luogo con Andrea Bajani</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/09/sotto-il-vulcano-ma-fuori-luogo-con-andrea-bajani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2022 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
La geografia è la nostra cattiva coscienza. E ogni confine è una spartizione
]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="614" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-97966" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1024x614.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-768x460.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-150x90.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-696x417.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-1068x640.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280-701x420.jpg 701w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/map-of-the-world-2401458_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Immagine di <a rel="noreferrer noopener" href="https://pixabay.com/users/yuri_b-2216431/" target="_blank">Yuri_B, da Pixabay</a></figcaption></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p style="font-size:16px">È uscito da poche settimane il terzo numero della rivista &#8220;Sotto il Vulcano&#8221;. Il trimestrale diretto da Marino Sinibaldi ospita in ogni numero una parte monografica curata da uno scrittore. Qui è il turno, con &#8220;Fuori luogo&#8221;, di <strong>Andrea Bajani</strong>, che ha deciso di ragionare e far ragionare di <strong>geografia</strong>. «Pensare a un numero geografico di una rivista come “Sotto il Vulcano”, nel 2022 &#8211; osserva Bajani introducendo il dossier -, significa rimettere al centro la geografia, cioè la Terra e cosa ne stiamo facendo. La geografia è la nostra cattiva coscienza». Tra gli interventi: un’intervista dello stesso Bajani ad <strong>Abdulrazak Gurnah</strong> sul tema del colonialismo e una di Marino Sinibaldi a <strong>Franco</strong> <strong>Farinelli</strong> sulla geopolitica, un reportage di <strong>Maurizio Pagliassotti</strong> sulle rotte dei migranti e uno di <strong>Angelo Ferracuti</strong> sui suicidi assistiti in Svizzera. <strong>Mircea Cărtărescu</strong> racconta Bucarest, mentre l&#8217;autrice messicana <strong>Jazmina Barrera</strong> rievoca l’Inghilterra, anche attraverso gli occhi del proprio piccolo figlio. <strong>Dubravka Ugrešić</strong> affronta il tema dei falsi miti, mentre <strong>Jhumpa Lahiri</strong> riflette sulla geografia in Ovidio. Inoltre: due racconti, uno di <strong>David Szalay</strong> e uno di <strong>Maylis de Kerangal</strong>. I testi poetici sono di <strong>Cees Nooteboom </strong>e <strong>Adelelmo Ruggieri</strong>. Il graphic novel è di <strong>Davide Reviati</strong>. Abbiamo rivolto qualche domanda a Andrea Bajani.</p>



<h4 class="has-text-align-center">***</h4>



<p style="font-size:18px"><em>Hai chiesto a un gruppo di scrittori, poeti, illustratori di disegnare mappe con le parole, di raccontare scene forse &#8220;fuori luogo&#8221;, ma senz&#8217;altro non fuori dalla storia e dalla memoria. Introduci il numero chiedendo dove sia il limite tra ciò che sappiamo e quanto non conosciamo, dove inizi il territorio dell&#8217;invenzione nella cartografia narrata del nostro tempo. Dopo avere letto i testi che hai raccolto, questo limite, il punto in cui &#8220;sono i leoni&#8221;, per te si è spostato? In altri termini, quanto sei rimasto sorpreso dai materiali che hai ricevuto, e per quali ragioni?</em></p>



<p style="font-size:18px">Quello della geografia è un rovello che rimane in qualche modo inudibile per anni, nella vita delle persone, ma che poi a poco a poco si fa sentire. Tollerata a scuola, percepita come esornativa e fuori moda, finisce poi per &#8211; paradossalmente &#8211; diventare una forma di coscienza politica. Se a scuola la geografia sembra soltanto una specie di organizzazione degli spazi del pianeta, via via comincia a essere evidente quanto abbia a che fare con la gestione del potere. I confini tra gli stati nazionali, che apprendiamo disciplinatamente come fossero un fatto di natura, si rivelano nel loro tratto negoziale. Ogni confine è una spartizione, ci sono forze in campo, denaro, eserciti. Mentre scrivo queste parole ce n&#8217;è un&#8217;evidenza drammatica ai confini tra la Russia e l&#8217;Ucraina. I confini, ci dicono queste ore devastanti, li decide e li sposta a piacimento il più forte. Che questo si armonizzi poi con le persone, le lingue, le religioni, la conformazione geofisica di un territorio, importa poco. L&#8217;intervista che ho fatto a Adbulrazak Gurnah, mi pare particolarmente rappresentativa, da questo punto di vista: l&#8217;Africa, dice l&#8217;autore Premio Nobel, ha confini che sono ferite mai completamente rimarginate inferte dalla violenza coloniale del nostro continente &#8211; l&#8217;Europa. Ecco, quando ho coinvolto gli autori e le autrici che ora firmano i testi del terzo numero della rivista avevo chiaro questo quadro. Conoscevo bene il lavoro di ciascuno di loro &#8211; con ciascuno ho concordato il tema, discusso, ragionato &#8211; per cui più che la sorpresa c&#8217;è stato un lavoro collegiale. Che è il bello di una rivista, come sai, che ognuno porta il suo, ma la tavola è la stessa.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Ci sono motivazioni autobiografiche nella scelta del tema? In fondo sei uno scrittore, da quanto mi sembra di capire, piuttosto errante.</em></p>



<p style="font-size:18px">Credo che il mio nomadismo, se così si può chiamare, mi abbia aiutato a vedere, o forse ancora meglio, a fare esperienza della geografia. Che significa la lingua, la cultura, l&#8217;educazione, la geografia, l&#8217;economia. Altro che manuale delle scuole medie. Il fatto che io abbia vissuto in Germania, in Francia e ora sia a Houston, in Texas, mi ha fatto vedere in maniera politica l&#8217;incrostazione politica di ogni metro della Terra. Guidare verso il golfo del Messico per andare al mare e vedere i pennacchi di fuoco delle raffinerie, non è solo un paesaggio industriale texano: ha a che fare con l&#8217;America, con la geopolitica, con l&#8217;Iraq, con le guerre in corso, con la gestione del conflitto attuale &#8211; e dunque anche con l&#8217;Europa, con le bollette, con chi si ferma a fare rifornimento a una pompa di benzina sulla via Emilia, o nel centro di Palermo. Il sindaco afroamericano di Houston &#8211; e quello che significa per gli Stati Uniti &#8211; fa visualizzare immediatamente le navi dall&#8217;Africa, la schiavitù, la subordinazione geografica, la repressione &#8211; e poi da lì il passo è breve a sentire quante morti ci sono sul fondo del mar Mediterraneo, e sentire quanto questo ci riguarda. Insomma, il mio muovermi sul planisfero sono solo state delle lenti buone per i miei occhiali. Ma tutto questo è riscontrabile anche senza spostarsi troppo da casa, è sufficiente saper leggere il contesto. Le città, le case, le infrastrutture, la viabilità, sono libri sufficientemente chiari da poter essere letti da tutti. I quartieri cosiddetti dormitorio, i ghetti marginalizzati, i palazzoni in cemento armato, le strade dissestate, i centri pedonali rifiniti e ripuliti con sovvenzioni pubbliche, sono lì a rivelare una storia politica. Basta prendersi il tempo per alzare gli occhi a guardare. L&#8217;architettura è politica, l&#8217;urbanista è politica. Bisognerebbe pubblicare i piani regolatori, gli atti di acquisto delle case, per avere il grande romanzo di ogni epoca.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Alcuni dei testi in “Fuori luogo” mi sembrano sorprendentemente affratellati, come a segnalare dei dialoghi a distanza. Una di queste coppie &#8211; ma non so se sei d’accordo &#8211; mi pare comprendere la tua intervista a Abdulrazak Gurnah e quella di Marino Sinibaldi a Franco Farinelli. Da entrambe emerge una riflessione comune sulle mappe come specchio deformato di una volontà politica, statuale nel ragionamento di Farinelli o postcoloniale in quello di Gurnah. Quando si parla di mappe e geografia, non si scappa dal confronto col potere.</em></p>



<p style="font-size:18px">È vero, lo sono, e per questo dicevo che c&#8217;era una forma di collegialità. Forse dovrei dire una piccola comunità, per usare una parola cara a Franco Farinelli, che è in fondo il nume tutelare di questo numero, e tra le persone che oggi con più acume sta leggendo la crisi della modernità in cui siamo sprofondati. Quella comunità nasce dai legami &#8211; ecco un&#8217;altra parola chiave, senza la quale è impossibile capire la geografia &#8211; intellettuali, e umani. Molti degli autori e delle autrici coinvolti sono amici e amiche, e l&#8217;amicizia è una cosa seria che si costruisce sull&#8217;ammirazione e la dialettica di percorsi che a volte si tangono, a volte si scontrano, a volte scorrono paralleli. Sì, ne parlavo poco sopra, del rapporto tra le mappe e il potere. Le potenze dominanti hanno i cartografi col diritto di parola e di veto sui cartografi delle potenze subordinate. Gurnah ha dedicato un saggio molto bello a Fra Mauro, e un mappamondo disegnato a metà del 1400. Non a caso riflette la visione del mondo della Repubblica di Venezia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-777x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97971" width="583" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-777x1024.jpg 777w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-768x1013.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1165x1536.jpg 1165w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1553x2048.jpg 1553w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-150x198.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-300x396.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-696x918.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1068x1408.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-1920x2532.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-319x420.jpg 319w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/cover_Sotto-il-Vulcano-Nr-3_-scaled.jpg 1941w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></figure></div>



<p style="font-size:18px"><em>Un’altra coppia la trovo nei due reportage di Maurizio Pagliassotti e Angelo Ferracuti. Molto diversi per tema, ma affini nel proporre una scrittura “pragmatica” della realtà. Sono quasi un controcanto alle pagine oniriche o fiabesche di Mircea Cărtărescu e Jazmina Barrera.</em></p>



<p style="font-size:18px">Pagliassotti e Ferracuti sono due reporter puri, pur con storie differenti, quasi opposte. Ferracuti ha scelto il reportage dopo aver constatato una sorta di scacco della ‘finzione’, abbattendo per certi versi lo steccato che almeno in teoria divide il racconto della realtà da quello per così dire di immaginazione &#8211; e in definitiva innovando entrambi. Pagliassotti invece è un reporter naturale, non tanto nel senso che arriva dal giornalismo &#8211; cosa che nei fatti è vera &#8211; ma che è mosso da un istinto naturale. Fiuta, e prima di decidere è già in volo verso la sua preda. I loro due interventi sono centrali, e hai ragione, sono il perno materico del numero. Quello di Pagliassotti è il più letterale, il più direttamente geografico. È impegnato nella ricognizione, per la maggior parte a piedi, della rotta cosiddetta balcanica dei migranti, quelli verso i quali profondiamo retorica e divieti, buonismo e odio mai esperito così ferocemente prima d&#8217;ora (come ricorda anche Gurnah nell&#8217;intervista). Quando stavamo per chiudere il numero l&#8217;ho chiamato ed era in Polonia, al confine con l&#8217;Ucraina. Era il giorno dell&#8217;incendio alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Sentiva che doveva farlo, perché il suo scrivere fosse completo. Un low cost da Torino, ed era a due passi dall&#8217;inferno. Il pezzo di Ferracuti indaga invece un confine molto più vicino a noi, ma per certi versi incolmabile. Geograficamente si tratta del confine tra Italia e Svizzera, ma il suo sguardo ci porta dentro quel confine tra la liceità di stabilire della propria morte &#8211; o del proprio fine vita &#8211; e l&#8217;impossibilità di farlo. È un testo toccante, disarmante, quel cercare di oltrepassare una dogana per potersene andare, congedarsi definitivamente dalla propria sofferenza.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Il mio pezzo preferito, lasciando da parte Cărtărescu che fa storia a sé, è proprio il racconto di Jazmina Barrera, che si muove con fascino e delicatezza in una Inghilterra utopistica e immaginaria, attraverso gli occhi e le memorie dell’autrice e poi di suo figlio. Anche le riflessioni di Jhumpa Lahiri sulla geografia delle </em>Metamorfosi<em> di Ovidio sono sorprendenti, e confermano una vocazione a viaggiare in terre incognite. Lahiri mi sembra avere un raro talento nel rendere il “fuori luogo” la propria casa. Tu hai dei contributi prediletti? Forse i testi poetici?</em></p>



<p style="font-size:18px">Mi piace questo tuo procedere per abbinamenti. Cărtărescu è visionario, la Bucarest che racconta è un corpo che cambia, e il suo viaggio è inarrestabile pur non spostandosi in tutto il racconto che di pochi chilometri. Jazmina Barrera è un talento naturale &#8211; mi dispiace usare un&#8217;espressione così retorica, ma tant&#8217;è, la penso esattamente con queste parole. Le sue ricognizioni del mondo sono diari di viaggio e racconti, travolge qualsiasi distinzione tra fiction e non fiction ma senza intenzione, superando una volta per tutte regole posticce e invecchiate. Lo fa come fosse un respiro. Jhumpa Lahiri ha fatto una specie di gioco di prestigio, scrivere in italiano della traduzione di Ovidio in inglese: già il solo progetto è vertiginoso. Quanto ai miei preferiti, non credo ce ne siano di preferiti in assoluto, ma certo la poesia &#8211; dici bene &#8211; è quella che sento più vicina in questo momento della mia vita. E il racconto per immagini, in questo caso firmato dal ravennate Davide Reviati, un poeta che disegna, oltre che scrivere. La poesia di Cees Nooteboom è una piccola epifania. Il poemetto di Adelelmo Ruggieri dedicato alle colline a sud di Fermo è in qualche modo una specie di segreto sussurrato dentro questo numero così nomadico. La dignità, la mitezza, la cura che il suo verso e il suo sguardo hanno sono l&#8217;unico antidoto alla violenza del presente finanziario, bellico, così spaventosamente incurante del clima, delle altre specie e, checché se ne dica, della nostra.</p>



<p style="font-size:18px"><em>Quanto tempo e impegno ci sono voluti, per mettere insieme “Fuori luogo”?</em></p>



<p style="font-size:18px">Ci sono voluti alcuni mesi. Le prime volte sono state chiacchiere con Marino Sinibaldi, che dirige il complesso della rivista, Federico Bona &#8211; il direttore responsabile di “Sotto il Vulcano” -, e Laura Cerutti, editor di Feltrinelli. Avevo le idee molto chiare, forse fin troppo, temevo di finire per essere troppo impositivo. Ma quando c&#8217;è ascolto reciproco, non si corrono di questi rischi come sai. Ho iniziato in <em>Nazione Indiana</em> &#8211; cosa di cui sono orgoglioso -, e insomma la dinamica di una rivista mi piace, anche se poi ogni organismo fa caso a sé. Ad ogni modo, è un tema che mi batteva e mi batte in testa da molto, e sapevo chi erano esattamente le persone che avrei voluto coinvolgere. Per me sarebbe stato impossibile un numero del genere senza David Szalay, il più cosmopolita degli autori in attività e altro &#8220;talento naturale&#8221;, Dubravka Ugrešić, una delle voci più importanti della letteratura mondiale, Maylis De Kerangal, che con <em>Nascita di un ponte</em> ci aveva fatto sentire il mappamondo in una storia corale di infrastrutture e sogni di dominio degli esseri umani sul mondo. Questo soltanto per citare alcuni degli autori e delle autrici che ancora non erano finiti nella ricognizione di questa nostra conversazione. Dialogare con loro, ascoltarli, concordare gli argomenti, e poi ricevere, leggere avidamente, constatare tutto lo scarto che c’è tra le idee dette a voce e poi quel risultato sbalorditivo che ogni volta la scrittura produce di per sé. Quell&#8217;unico modo che abbiamo veramente di pensare, noi malati di quel gioco pericoloso che è far interagire le parole con il mondo.</p>
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		<title>Angelo Ferracuti: &#8220;Mario, non ci resta che l&#8217;amore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
		<category><![CDATA[cervi volanti]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni volatili]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
		<category><![CDATA[giuditta chiaraluce]]></category>
		<category><![CDATA[mario dondero]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; «&#8221;Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono. Diversamente, il fotogiornalismo sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz&#8217;anima&#8221;, diceva&#8230; » &#160; Mario, non ci resta che l&#8217;amore di  Angelo Ferracuti -dedicato alla figura di Mario Dondero&#8211; è il nono libro dei Cervi Volanti, la collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-86479" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-1.jpg" alt="" width="448" height="722" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">«&#8221;Non è che a me le persone interessino per fotografarle,</p>
<p style="text-align: right;">mi interessano perché esistono. Diversamente, il fotogiornalismo</p>
<p style="text-align: right;">sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz&#8217;anima&#8221;, diceva&#8230; <span style="letter-spacing: 0.05em;">»</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mario, non ci resta che l&#8217;amore </em>di  <strong>Angelo Ferracuti </strong>-dedicato alla figura di <strong>Mario Dondero</strong><em>&#8211;</em> è il nono libro dei <em>Cervi Volanti</em>, la collana di scritture poetiche che curo insieme a <strong>Giuditta Chiaraluce </strong>all’interno del progetto <strong>Edizioni Volatili.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata (<em>esoeditoria</em>), evidenti nella loro invisibilità e indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Pubblico qui alcune pagine in anteprima, insieme a un estratto dal testo.<em> </em><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" aria-live="polite" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption">Le partiture visive e i segnalibri sono di <strong>Giuditta Chiaraluce</strong>. Il ritratto fotografico è un contributo di <strong>Marco Cruciani</strong>.</span></span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-86470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero.jpg" alt="" width="3102" height="2354" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero.jpg 3102w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-768x583.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-1024x777.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-250x190.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-200x152.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dondero-160x121.jpg 160w" sizes="(max-width: 3102px) 100vw, 3102px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno eravamo insieme a Milano per incontrare Giovanni Pesce, l’eroe della resistenza italiana nella sua casa di Piazza Bonomelli. Era una giornata molto afosa in una Milano semideserta. Mario era arrivato con una bottiglia di prosecco e una vaschetta di gelato, le macchine fotografiche in spalla, e proprio il giorno dopo sarebbe partito per la Russia per realizzare un reportage con il giornalista Astrit Dakli sul post-comunismo, “I rifugi di Lenin”. Ci aveva accolto «la compagna Sandra», ovvero sua moglie Onorina, in questo appartamento buio dove avevamo conversato per un paio d’ore. Volevo da Pesce una testimonianza su Giuseppe Di Vittorio, Nicoletti, per il libro che stavo facendo con Mario, “Di Vittorio a memoria”, commissionatoci dalla Cgil, che incontrò prima a Guadalajara e poi a Ventotene. Mi aspettavo un racconto vivido, pieno di aneddoti, come piacciono a me. Quelle piccole storie che messe tutte insieme fanno la Storia. Invece lo trovai stanco, quasi senza più voglia di raccontare, si limitava a rispondere l’essenziale, poche frasi significative ma brevi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario, dopo averli riempiti di attenzione e di affetto, mostrando loro le sue foto scattate proprio in Spagna, una delle sue ripetute ossessioni, chiese se potesse fotografarli. Eravamo in un tinello buio, la poca luce arrivava dalla portafinestra che dava sul balcone, faceva molto caldo, e loro due si misero uno accanto all’altro in attesa che scattasse, come una coppia di anziani qualunque nel tinello di un appartamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo venisse fuori una foto troppo scura, e temevo per il nostro libro che avrebbe perso una voce importante. Invece, quando dopo qualche mese Mario mi mostrò la foto m’impressionò moltissimo quel ritratto, e anche oggi continua a colpirmi. Lui aveva visto in macchina quello che io non ero riuscito a vedere, e che tutto quel tempo empatico era riuscito a creare, cioè la bellezza nuda di due persone giuste della storia, illuminate da una luce che le rendeva umanissime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-86476" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3.jpg" alt="" width="2530" height="1968" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3.jpg 2530w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-768x597.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-1024x797.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-250x194.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-200x156.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-3-160x124.jpg 160w" sizes="(max-width: 2530px) 100vw, 2530px" /></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-86471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond.jpg" alt="" width="2592" height="1997" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond.jpg 2592w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-768x592.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-1024x789.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-250x193.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-200x154.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/dond-160x123.jpg 160w" sizes="(max-width: 2592px) 100vw, 2592px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><b>Angelo Ferracuti</b> è nato nel 1960. Ha pubblicato <i>Attenti al cane</i> (Guanda, 2000), <i>Le risorse umane</i> (Feltrinelli, 2006, Premio &#8220;Sandro Onofri&#8221;), <i>Viaggi da Fermo</i> (2009), <i>Il costo della vita</i> (Einaudi, 2013, Premio &#8220;Lo Straniero&#8221;), <i>Andare, camminare, lavorare</i> (Feltrinelli, 2015), <i>Addio</i> (Chiarelettere, 2016). Scrive su &#8220;il manifesto&#8221;, &#8220;La Lettura&#8221; del &#8220;Corriere della Sera&#8221;, &#8220;Il Venerdì&#8221; di Repubblica, e collabora con Radio Tre.</p>
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		<title>Testimoni involontari del tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 12:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83919" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg" alt="" width="800" height="535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><em>Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture. Cercavo – lo ammetto – un poco di compagnia nelle parole degli autori, e l’intelligenza e la comprensione dei fatti che avrebbero potuto offrire. Avevo intenzione di pubblicare le risposte su <a href="https://www.rassegna.it" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rassegna.it</strong>,</a> un sito letto da attivisti sindacali e lavoratori. Volevo accostare mondi che non sempre si parlano. È così è andata. Ho ricevuto, fino al 30 marzo, <a href="https://www.rassegna.it/tag/scrivere-ai-tempi-del-coronavirus"><strong>diciassette risposte</strong></a>, documenti del cambiamento, anche, nel corso di questo mese alle spalle, dell’accelerazione delle clausure, della pandemia, della paura. Adesso che l’iniziativa è più o meno conclusa, non è terminata però la stagione precaria che pure guarda a un futuro incerto. Mi sono fatto l&#8217;idea che, delle tante manifestazioni di scrittura digitale e web che ci coinvolgono, Nazione Indiana sia probabilmente quella su cui è più sensato lasciare una traccia ulteriore. Forse perché sta qui da tanti anni, e nonostante tutto c&#8217;è ancora. Ecco i testi ricevuti: documento a memoria, piccola testimonianza di quello che ci è capitato. Li inserisco nell&#8217;ordine di pubblicazione su Rassegna, ma di alcuni aggiungo la data in cui sono stati inviati, nel caso sia risultata troppo lontana rispetto a quella di uscita. </em></p>
<p><em>Allego anche una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione pdf</strong></a> e una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.epub" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione epub</strong></a>, per maggiore comodità di lettura. D.O.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Francesco Targhetta</em></p>
<p><em>Lisa Ginzburg</em></p>
<p><em>Gianni Biondillo</em></p>
<p><em>Alessandra Sarchi</em></p>
<p><em>Francesco Pecoraro</em></p>
<p><em>Vanni Santoni</em></p>
<p><em>Igiaba Scego</em></p>
<p><em>Giorgio Falco</em></p>
<p><em>Helena Janeczek</em></p>
<p><em>Alessandro Gazoia</em></p>
<p><em>Luciano Funetta</em></p>
<p><em>Angelo Ferracuti</em></p>
<p><em>Rossella Milone</em></p>
<p><em>Filippo Tuena</em></p>
<p><em>Andrea Gentile</em></p>
<p><em>Stefano Valenti</em></p>
<p><em>Simona Baldanzi</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Francesco Targhetta</strong>, <em>10 marzo 2020</em></h3>
<h3>Come insegnante in una scuola di Treviso, non vado a scuola dal 22 febbraio e non ci tornerò presto. Appena è diventato chiaro che la sospensione delle lezioni non sarebbe stata breve, mi sono informato su quale fosse lo strumento più comodo per tenere video-lezioni, ci ho un po’ familiarizzato e ho iniziato a usarlo con i miei studenti.</h3>
<h3>La condivisione di uno spazio virtuale è ben altra cosa rispetto a quella di un’aula, ma tocca accontentarsi: attraverso la chat i ragazzi mi fanno domande e rispondono alle mie sollecitazioni, ogni tanto aprono il microfono e ci parliamo, e così proviamo a surrogare l’insostituibile dialogo che si ha in aula. Mi sembra il male minore, l’unico vero modo per non lasciarli soli. Alla fine della prima video-lezione uno studente, per scherzo, mi ha chiesto: “prof, appena suona la campanella posso andare in bagno?”. Non lo ammetterebbero mai: ma a loro la scuola manca, e anche a me.</h3>
<h3>Molti mi dicono: approfittane per scrivere. Ma non ci riesco; al di là del fatto che il progetto che ho in cantiere è ancora in una fase troppo embrionale, avverto come un ronzio costante di fondo che mi rende difficile focalizzarmi su alcunché. Più concentrato è il posto in cui devo stare, meno concentrato riesco a essere.</h3>
<h3>Leggo moltissimo, ho fatto lunghe passeggiate con gli amici finché ho potuto, chiacchiero al telefono e scrivo mail su mail. E penso di essere fortunato, pur vivendo ora in una zona rossa, perché continuo ad avere uno stipendio regolare e non perderò il mio lavoro. Eppure ho la sgradevole sensazione di qualcosa che scivola via, oltre che l’impressione, impalpabile ma dilagata ovunque, che questo avvertimento della nostra infinita piccolezza e precarietà si sia radicato così profondamente che sarà difficile tornare a fare le cose come prima.</h3>
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<h3><strong>Lisa Ginzburg</strong>, <em>11 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Attraverso questo strano e non facile momento a Parigi, dove abito, e dove l’allerta Coronavirus non ha assunto la forma di particolari cambiamenti di usi e costumi del vivere comune. Chissà per quanto ancora ma – se pure nettamente meno del solito –  strade, caffè, autobus e metropolitane sono affollati. Non che l’ansia per l’epidemia non galoppi tutt’intorno; però mancano segni tangibili, tracce di radicali nuovi assetti che possano amplificare l’angoscia dei pensieri. Visioni trasformate che mi facciano sentire preoccupata più di quanto già non sia. Lo stesso l’ansia aleggia, abita dentro; da dieci giorni (o più? ho perso il conto, il tempo s’è come dilatato) il mio guardare la realtà è più che mai scisso, strabico, un occhio puntato fisso all’Italia – anche al mondo, certo, però all’Italia soprattutto – l’altro alla vita, occhio vigile sulla mia e quella di chi amo.</h3>
<h3>La vita prima di questo deflagrare – di un’epidemia, ma anche di molto altro. Il diverso rapporto con il futuro è la trasformazione più spiazzante. Faccio parte di quella vasta categoria di persone che sono solite vivere pianificando, trovando senso e rassicurazione in un monitoraggio continuo del loro tempo, organizzato secondo scansioni, orizzonti di date ed eventi a venire. Giorni e appuntamenti collocati nel futuro, prossimo o lontano, cui sono solita abbrancarmi come a protesi di me, e che invece improvvisamente o si vanificano, o diventano labili, immersi in una nebbia di possibilità che contiene nella sua bruma una buona dose di incertezza.</h3>
<h3>Il proprio avvenire come ipotesi: un paradigma nuovo, che dilata il presente, illumina il passato, mentre su quel che accadrà “dopo” mantiene un riserbo molto preoccupato. Non è caos quello generato da questo scomporsi delle certezze temporali: piuttosto direi uno smarrimento sconsolato e mite, un sussulto di vulnerabilità, atterrito, senza parole. Epifania muta di uno scoprirsi privi di strumenti per decifrare, la realtà così come se stessi. Per chi scrive, per quanti di noi lavorano con le parole, condizione destabilizzante anche da un punto di vista professionale, e perciò sentita come onnipervasiva, che schiaccia.</h3>
<h3>Il secondo pensiero è rivolto al Sé. Prende forma in embrione in queste settimane, penso, un modo nuovo di concepire le proprie identità. Ci si sente con gli altri, con tutti. Posti di fronte alla medesima minaccia e perciò interconnessi, nonostante ogni separazione da contagio. Davanti a questo grande pericolo che ci riguarda come esseri umani, senza distinzioni, ogni interesse personale quantomeno cambia di valore. A occhio nudo ecco si mostra la vanità dell’essersi sentiti importanti, anche unici. Come un’espiazione: tante forme di narcisismo verranno azzerate da questa nube di contagio, mi viene da supporre. La mannaia di questa malattia terribile, insidiosa e misteriosa, agirà da Grande Livellatore… Fantasie apocalittiche, la cui intensità è misura del disorientamento. Conta moltissimo il lavoro.</h3>
<h3>Leggere, scrivere, stare in ascolto, pensare. Come non mai, impegnarsi è la vera barra del timone; però acquattati, lì anche senza poter prevedere niente. Quanto durerà questa paura? Quanto l’allarme di queste settimane, e i disagi, e gli effetti nella lunga durata trasformeranno i nostri modi di stare al mondo, di lavorare, di amare? Domande ampie, avvolte loro anche dalla bruma incerta di questi giorni molto tesi e cupi. Chissà. Allenarsi all’imprevedibile. Addomesticare l’angoscia cedendo a una duttilità del pensiero. Perché dopo questo forme nuove saranno quelle che useremo: per pensare il tempo, e gli altri, e noi stessi.</h3>
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<h3><strong>Gianni Biondillo, </strong><em>12 marzo 2020</em></h3>
<h3>Forse l&#8217;immagine dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanza, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d&#8217;accatto, ma è pura finzione. Scrivere non è un&#8217;attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c&#8217;è una vita, c&#8217;è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Certo, ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer. Ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle scuole. Quando d&#8217;improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo “sospeso” è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, quella che ti ferma per strada, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.</h3>
<h3>Ma poi, ché di lavoro si parla, non di un ozioso passatempo, non di un hobby da farsi nel tempo libero, la ricaduta economica &#8211; per chi come me vive di parole, chi, insomma, non ha uno stipendio o una rendita assicurata &#8211; è disastrosa. Mi sono saltati incontri, conferenze, appuntamenti, convention programmati da mesi e che non potranno essere recuperati. Su alcune di queste, dove erano presenti rimborsi, <em>fee</em>, gettoni di presenza, avevo fatto affidamento per tamponare il mio magro bilancio familiare. Di libri, solo di libri, non si vive in Italia.</h3>
<h3>E, lo voglio dire, mi infastidisce sentire in televisione chi, cercando di sembrare simpatico o intelligente, se ne esce con dichiarazioni risibili. Cose tipo: “Be&#8217;, ora abbiamo il tempo per leggerci un buon libro”. Ché c&#8217;era bisogno della prospettiva di una pandemia per consigliarlo! Già prima di tutto ciò nessuno andava in una libreria, figuriamoci oggi. Tutto questo tempo sospeso non sarà utilizzato per leggere libri, siamo seri. In un tempo che non passa, in un tempo di pura attualità, il tempo lo passeremo consultando siti di notizie, facendo la conta dei morti e dei sopravvissuti, inebetendoci di fronte allo schermo televisivo, augurandoci nell&#8217;intimo la rissa. Per poi magari scrivere sui social che, male che vada, dobbiamo prenderci questo tempo “per aprire finalmente un buon libro”. Che non c&#8217;è nella maggior parte delle case degli italiani.</h3>
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<h3><strong>Alessandra Sarchi</strong>, <em>13 marzo 2020</em></h3>
<h3>L’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Coronavirus, e le conseguenti restrizioni alla mobilità e alla socialità, cadono per me come prolungamento di un periodo non tanto diverso: da un anno e mezzo ormai per ragioni di salute passo parecchio tempo da sola. In attesa che le cose migliorino, in attesa che gli esami cui mi sottopongo periodicamente mi consentano di ritornare a fare questa o quella cosa. In molti mi dicono: be’ ne approfitterai per scrivere, in realtà non è così.</h3>
<h3>Scrivere, scrivo, ma senza quella ricchezza di spunti e di sollecitazioni che rendono necessaria quest’attività. La scrittura è già di per sé isolamento, ma un conto è isolarsi mentre si è nel mezzo di relazioni e stratificazioni che premono e chiedono e suggeriscono connessioni e rimandi, e scavano tunnel che dal presente vanno al passato, un conto è vivere isolati per forza, privati della possibilità di un confronto frequente; ci si inaridisce, io mi inaridisco. Si coltivano ossessioni, a volte diventano percorribili con l’immaginazione, a volte è meglio trattarle per quello che sono: spazzatura della psiche.</h3>
<h3>Non è che il mondo di storie e di fantasie che mi porto dentro sia venuto a mancare, però è come se si fosse rattrappito; se ne sta lì, come una ballerina senza pubblico, perché dovrebbe esibirsi? Perché dovrebbe prodursi in una fatica fisica la cui bellezza e perfezione formale non verranno apprezzate da alcuno?</h3>
<h3>Anche ai cultori di un ego intellettuale autonomo e autarchico credo sia chiaro, ora, quanto la vita della mente si nutra di relazioni. Quanto lo scrivere richieda una fiducia nel prossimo di un qualche tipo. Forse è una lezione salutare per noi tardivi figli di un Novecento che ci ha nutriti di individualismo e cinica relatività.</h3>
<h3>Mi manca il cinema e mi manca il teatro, mi manca il poterne parlare con gli amici con cui condivido questi momenti, mi mancano moltissimo biblioteche e musei. Esistono i dialoghi a distanza, le letture e tutto il resto. Esiste il web. E per fortuna esistono gli amici come Davide, che da lontano vengono a stanarti e in questo momento è la cosa che più assomiglia a un: raccontami.</h3>
<h3>L’unica ragione per cui abbia senso pensare di scrivere.</h3>
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<h3><strong>Francesco Pecoraro</strong>, <em>14 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Per chi scrive e sta, metti, concentrato su qualcosa che lo interessa, un groppo di temi su cui riflettere, cose su cui documentarsi, quella del virus è soprattutto un’irruzione che si subisce a livello mentale, perché il dualismo ultimativo vita/morte spazza via tutti gli altri temi, rendendoli marginali. Le idee su cui stavo lavorando improvvisamente si sfarinano, il pezzo che stavo rifinendo diventa inutile, lo porto avanti per inerzia perché è quasi a posto, altrimenti lo abbandonerei.</h3>
<h3>L’auto-committenza, che caratterizza il lavoro di gran parte degli artisti contemporanei, è come se venisse meno. Con la mente occupata da pensieri ultimi e l’orecchio teso al flusso incessante dell’informazione sulla pandemia, con la città che si chiude e non ti chiama più a distrazione fruizione esplorazione, con gli incontri amicali che si diradano, è difficile assegnarsi dei compiti e tenere duro sull’auto-disciplina necessaria a questo lavoro.</h3>
<h3>Se mancano stimoli attenzione e nutrimento, semplicemente si smette di scrivere. Fortunatamente ancora ricevo una pensione che mi permette di vivere, ma in questi giorni sono solidale con quel titolare di una ditta di catering che racconta dei suoi ordini calati del 100%: gli “eventi” cui prestava i suoi servizi, diventando dannosi, hanno anche rivelato la loro marginalità.</h3>
<h3>Ci difendiamo amputando la vita associata. La cosa è come se si riflettesse nella mia testa. In questa fase la scrittura, da centrale che poteva parermi sino a due settimane fa, sta calando in uno stato secondario. Come tutti, mi domando se e quando questa strana vicenda collettiva finirà. E se, vista la mia età, ne uscirò vivo.</h3>
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<h3><strong>Vanni Santoni</strong>, <em>15 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
<h3>Un fatto interessante, tra tanti drammatici, di questi giorni di pandemia, è l’accelerazione del tempo. All’apparenza, il tempo si direbbe rallentato: le ore, chiusi in casa, si fanno lunghe per tutti. In realtà, non ha mai smesso di accelerare: ogni giorno sappiamo qualcosa in più sul virus, vediamo come reagiscono i vari paesi, abbiamo una nuova posizione; le idee e le considerazioni del giorno prima diventano immediatamente obsolete; lo abbiamo visto accadere da noi, e poi, in una replica piuttosto grottesca, perché evitabile, di nuovo in Francia: prima lo sminuire, il paragonare il Coronavirus all’influenza, il dire che colpisce solo chi è già malato; poi l’aumento della preoccupazione, le misure che si fanno via via più serrate, l’ineludibile prenderlo molto sul serio da parte di tutti. Allo stesso modo, ogni giorno siamo diversi <em>noi, </em>perché prendiamo le misure al nostro isolamento, alle nostre reazioni a esso e a quelle di chi ci è vicino.</h3>
<h3>Il contributo che segue, chiestomi da Davide Orecchio, è stato scritto <em>dieci giorni fa</em>. Oggi, vedendo che non era ancora uscito, avevo pensato di riscriverlo, dato che in dieci giorni è cambiato <em>tutto</em>; poi ho ritenuto più interessante lasciarlo così com’è, aggiungendo solo questa piccola introduzione, così che rimanesse a testimonianza di quanto velocemente cambino le cose durante un’emergenza del genere. Al lettore il compito di immaginare le molte, troppe cose che potrei aggiungere dopo così poco tempo.</h3>
<h3><em>[scritto a Bastia il 6 marzo 2020]</em></h3>
<h3>Per carattere – mia madre, da ragazzino, mi diceva sempre che ero “incosciente” – mi viene molto difficile spaventarmi o allarmarmi, così all’inizio della pandemia non ho cambiato minimamente le mie abitudini, che del resto non sono molto mondane essendo del tutto calibrate sul mio lavoro: mi alzo tardi, pranzo presto, vado in biblioteca a scrivere, torno a casa per leggere (e cenare, pure, presto); mi sposto in un caffè per scrivere fino a notte inoltrata, torno a casa a leggere, dormo.</h3>
<h3>L’unico cambiamento, quindi, che ho notato nei primi giorni del Coronavirus, è stato il progressivo calo delle presenze nella biblioteca (e nei bar) in cui sono solito andare, finché verso metà febbraio non mi sono ritrovato da solo nell’intera sala lettura. Cosa che mi ha fatto piacere, così come sul momento mi ha fatto piacere vedere Firenze libera dalla morsa turistica che ogni giorno la soffoca.</h3>
<h3>Quando le cose hanno cominciato a farsi più serie, e a condizionarmi contro la mia volontà – biblioteche chiuse, caffè che chiudevano prima per assenza di clientela – mi trovavo a Bastia, in Corsica, dove lavora in questo momento la mia fidanzata (all’arrivo del traghetto siamo stati accolti dalla stampa, alla quale in un francese mediocre ma spavaldo ho detto che era tutto solo una grande paranoia!), e qui mi sono trattenuto visto che nel frattempo sono saltati o sono stati rimandati <em>tutti </em>gli eventi a cui avrei dovuto partecipare: prima il festival “I Boreali” a Milano (annullato), poi la nuova fiera del libro “Testo” di Firenze (rimandata a giugno), poi il corso di scrittura che dovevo tenere alla Fondazione Altiero Spinelli sempre a Milano (rimandato a data da destinarsi), e ancora “LibriCome” a Roma (annullata); è di queste ore il rinvio di “Book Pride”, altra manifestazione milanese, che pure avrebbe dovuto tenersi a metà aprile, in una data quindi piuttosto lontana.</h3>
<h3>A questo punto, anche considerando l’ultimo dato AIE che parla di un calo delle vendite di libri attorno al 50%, ho cominciato a preoccuparmi un pochino, dato che, comunque, la barca sta a galla anche grazie a questo fitto calendario di eventi di grande qualità, indispensabile per tenere aggregato lo zoccolo dei lettori forti e fortissimi, oltre che noi addetti ai lavori.</h3>
<h3>E ovviamente ho cominciato a preoccuparmi per tutti gli amici precari che cominciavano a rischiare il lavoro, anche fuori dall’editoria: quanta gente, a Firenze, lavora nelle università americane con contratti semestrali? Quanta è precaria nella scuola? Quanta lavora a partita Iva in giro per l’Italia?</h3>
<h3>Insomma, con l’allungarsi del periodo di allarme, c’era poco da fare i gradassi: che uno avesse paura o meno del virus, questo cominciava ad avere effetti reali sulla vita delle persone, mettendo in luce la perversità del sistema tardo-capitalista in cui ci ritroviamo.</h3>
<h3>Ho la fortuna di scrivere sui giornali, che non hanno fermato le loro attività, e ho avuto la fortuna di non avere libri fuori in questo momento: il mio ultimo romanzo è uscito un anno fa e sono fuori dalla fase di promozione, mentre il prossimo è in mezzo al guado e quindi farei vita monastica comunque. È vero che ho un pamphlet in uscita ad aprile, ma essendo un piccolo libro sulla scrittura e sul suo (non) insegnamento, ha un pubblico specifico – gli aspiranti autori – e quindi non lo avrei portato molto in giro… Si dice sempre che le presentazioni servono a poco, ma non è vero: nel momento in cui un libro è in fase di lancio, concorrono, assieme alle recensioni, alla presenza sui social e al resto, a creare attorno al libro quell’aura di attenzione che poi è decisiva nel determinarne il successo. La singola presentazione, come la singola recensione, non cambia niente, ma tutte assieme sono fondamentali (specie quelle alle manifestazioni frequentate dai lettori più attenti) per innescare, se le cose vanno bene, la famosa “massa critica”, e capisco quindi lo stato d’animo esasperato di chi ha avuto un libro in uscita a febbraio o adesso a marzo, normalmente mesi eccellenti per arrivare in libreria.</h3>
<h3>Adesso la mia preoccupazione è per l’intero comparto, che sembra accusare la crisi da pandemia più di altri, ma più in generale per tutti coloro che rischiano il lavoro, nell’editoria come altrove. Cerchiamo di reggere il colpo, e speriamo che almeno tutto questo serva a tenere a mente quanto è importante la sanità pubblica e quanto fa schifo l’erosione dei diritti dei lavoratori.</h3>
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<h3><strong>Igiaba Scego</strong>, <em>15 marzo 2020</em></h3>
<h3>Caro Davide, mi mancano le parole. È strano da dire visto che facciamo le scrittrici e gli scrittori con vocazione quasi monastica. Ma è la verità, mi mancano tutte le parole per descrivere questo caos. Il coronavirus me le sta togliendo una ad una. Come tutti sto vivendo questa esperienza di vivere sigillata, come se fossi in una scatola di sardine dove l&#8217;unica sardina sei tu, che nuoti e provi a tenerti a galla in quel mare di olio nonostante tutto. Siamo topi in trappola. E stiamo provando ora sulla nostra pelle quello che molti uomini e donne del Sud Globale provano quotidianamente. Io ho sempre ragionato del viaggio, quello possibile e quello negato. Sono sempre stata conscia di essere parte di una bolla di privilegio pazzesca, bolla che mi ha permesso nel tempo di fare viaggi transoceanici in pochi giorni. Ed è questo privilegio di viaggio che mi ha sempre mosso alla difesa di chi invece veniva privato della mobilità, a volte persone con la mia stessa faccia, con il mio stesso colore scuro di pelle, che hanno dovuto attraversare il deserto e la ferocia dei trafficanti solo per poter fare un passo.</h3>
<h3>L&#8217;anno scorso l&#8217;ho capito come non mai quanto il passaporto europeo che portavo in tasca fosse una chiave che apriva magicamente i confini. Infatti è l&#8217;anno scorso che ho fatto la pazzia di attraversare tre volte l&#8217;Atlantico, per andare due volte negli Stati Uniti e una volta in Brasile. Controlli standard e poi via alla conquista di quei territori che in fondo fino a ieri consideravo quasi dietro l&#8217;angolo. Ma niente è dietro l&#8217;angolo. Il privilegio di avere un passaporto forte si è scontrato oggi con un virus che assomiglia ad una cabarettista degli anni &#8217;20 e che ha la caratteristica di colpirti dove non te lo aspetti. E questo virus ci ha calato come non mai nell&#8217;esperienza reale delle persone che il mainstream chiama migranti e che in condizioni di viaggio normale, legale e possibili, sarebbero stati solo viaggiatori.</h3>
<h3>Capisco nell&#8217;intimo, nel dolore di questa stasi causata da condizioni straordinarie, che il diritto alla mobilità dovrebbe essere concesso a tutti. Ma nel mondo nuovo (perché volente o nolente sarà nuovo) che verrà capiremo secondo te la lezione del virus? O continueremo a costruire muri e frontiere? Ora la frontiera me la sento addosso. Io che ho la famiglia quasi tutta fuori dall&#8217;Italia, mi sento separata da loro come non mai. E questo sta succedendo a tante amiche/amici che hanno i figli in qualche altro paese, italiani emigranti con una laurea al posto della valigia di cartone. Sono preoccupata per loro, per la mia famiglia che vive altrove, e se succede qualcosa? La consapevolezza che questa volta non ci sarà un volo Ryanair per raggiungerli mi annienta.</h3>
<h3>In questo il virus ci ha fatto vedere come sarebbe brutto vivere nel mondo sognato dai sovranisti, un mondo sigillato, chiuso, dove l&#8217;assenza della relazione umana è l&#8217;imperativo categorico. Da poco stiamo sperimentando questo paradiso sovranista e già ci da la nausea. Ed è così odioso non poter più fare nulla di quello che ci piaceva, nemmeno il caffè al bar che come sai fa sempre molto made in Italy.</h3>
<h3>Il virus è un dittatore, lo ha definito tale il virologo Burioni. Ed è così. Costringe i nostri governi (dico nostri perché finalmente alla lungimiranza del governo italiano se ne stanno aggiungendo altri) a diramare decreti che mai avrebbero voluto firmare. Ma è anche un virus comunista, mi ha detto Simone Paulino editrice della brasiliana Nos, un virus che sconquassa con la sua invisibilità il mondo del capitale, mettendo a nudo le catene dello sfruttamento e le idee malsane per la società che sono dietro ad alcuni leader di organi sovrazionali. E’ il virus, con la sua pericolosità, che ci mostra con chiarezza le diseguaglianze sociali, i posti letto tagliati in ospedale per profitto, le carceri sfinite da troppe politiche sbagliate.</h3>
<h3>Io però, caro Davide, lo confesso non so dirti se questo virus sia comunista, fascista, qualunquista&#8230; probabilmente è solo un virus ecologista perché mette a nudo la sbagliata relazione di noi esseri umani con il pianeta. Non so che virus sia. So però che, dopo, le nostre piccole vite non saranno più le stesse. Qualcuno la vita non ce l&#8217;avrà più e chi sopravvivrà, dovrà fare i conti con le paure di un dopo che non sappiamo ancora che forma avrà. Niente sarà davvero più lo stesso per nessuno, nemmeno la vita dei paesi sarà più la stessa, con una Cina in gran sfoggio pronta a un suo personale (e meritato direi) rinascimento e con gli Stati Uniti malandati quanto i suoi candidati in corsa alla poltrona di presidente.</h3>
<h3>Vorrei dirti di più, ma ho perso le parole. Anche se ora tu le vedi, le leggi, sono ancora troppo impalpabili come il virus, ancora troppo spaventate. Un giorno torneranno tutte con la lucidità necessaria. Torneranno le parole giuste e ci guideranno verso nuovi orizzonti.  Credo che però per poter scrivere di quello che ci sta succedendo, della paralisi, delle paure, dell&#8217;angoscia, ci vorrà tempo. Molto tempo. Per ora ho deciso di aprire dei libri, leggerli, ho bisogno delle parole degli altri oggi più che mai, per mettere a fuoco, per non perdere l&#8217;equilibrio, per esistere, per resistere. Solo guardando alle esperienze del passato o anche solo dell&#8217;altro ieri potrò/potremo capire come sarà il mondo che verrà.</h3>
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<h3><strong>Giorgio Falco</strong>, <em>16 marzo 2020</em> <em>(inviato l’8 marzo)</em></h3>
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<h3>Prima del coronavirus uscivo poco, adesso esco ancor meno e sono autorizzato dal decreto. Certo, ho dovuto annullare o rinviare alcuni piccoli impegni lavorativi; avrò ulteriori incertezze economiche, ma il mio unico lavoro lo svolgo a casa, scrivendo libri. Di solito non sono invitato a festival, saloni e altre situazioni del genere.</h3>
<h3>Per me è tutto come prima. Beh, quasi. Voglio dire, da alcune settimane fatico a mantenere la concentrazione mentre scrivo e leggo. Di sicuro è aumentata l’ansia; a ogni fine giornata non guardo più le previsioni meteo e le temperature delle varie città del pianeta; adesso guardo il numero dei contagiati e il numero dei morti da coronavirus, in Italia e nel mondo; poi faccio il conteggio dei morti in Italia e in Lombardia, uso la calcolatrice, poiché nessuno ripete più la percentuale del 2%, il valore ipotizzato durante i primi giorni. Oggi la percentuale dei decessi è stata vicino al 5%, ieri era al 4,5%, l’altro ieri era al 4%.</h3>
<h3>Cerco di difendermi ingenuamente, confidando nei numeri, e nel fatto che questo virus sia l’unico portatore di malattia e dolore e morte. All’inizio ho pensato di rifugiarmi nella casa disabitata di un parente, sulla costa adriatica ferrarese, in un luogo quasi disabitato. Ma poiché da molti giorni ho tosse e mal di gola (l’ennesima ricaduta dell’influenza, credo, e spero), a volte temo che sia il coronavirus in una forma blanda, e allora ho preferito rimanere a casa.</h3>
<h3>Da molti anni ho sperimentato su di me una piccola teoria, ovvero che la condizione migliore per guardare il mondo sia avere una febbriciattola, 36.9, al massimo 37.2, non di più. È la soglia per cui tutto appare in una forma leggermente diversa rispetto a quella abituale. È la soglia per cui possiamo togliere il velo appoggiato sulle cose, pur continuando a mentire.</h3>
<h3>Come diceva il mio allenatore dopo aver subìto il primo gol: ragazzi, tranquilli, non è successo niente, non è successo niente. Poi, se e quando arriverà proprio a noi la febbre alta, saremo comunque troppo deboli per sopportare la verità.</h3>
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<h3><strong>Helena Janeczek</strong>, <em>16 marzo 2020 (inviato il 14 marzo)</em></h3>
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<h3>È appena giunta la notizia che anche la Spagna, dove l’epidemia ha avuto un drammatico incremento, ha deciso delle misure simili a quelle italiane. Questo rafforza uno dei pensieri più angosciosi di questi giorni: il Covid corre più veloce dove ogni gesto introiettato contravviene alla regola di mantenere le distanze. Persino nel Lombardo-Veneto, avvezzo a considerarsi “il Nord”, è naturale fare grappolo, salutare con baci, abbracci, pacche e strette di mano, parlare vicino dall’interlocutore. Naturalmente ci sono altri elementi, ma l’idea che il contagio punisca la nostra <em>maggiore </em>socialità – socialità scelta o obbligata – mi risulta abbastanza insopportabile. L’ironia della sorte vuole che dal giorno del primo caso a Codogno, in vista di un tour in Germania poi cancellato dal galoppare degli eventi, mi fossi quasi messa in “autoquarantena”. Ma per quanto mi dispiaccia che la pandemia abbia colpito e abbattuto il lancio ben preparato della traduzione in tedesco di <em>La ragazza con la Leica</em>, in queste settimane non riesco a stare dentro i miei panni di scrittrice.</h3>
<h3>Sono stata presa a imparare delle regole contrarie alle mie abitudini e persino ai miei tic nervosi, io che metto spesso le mani nei capelli e pure in faccia. Questo mi ha fatto sentire esposta a una diffidenza verso me stessa, quasi appesa a un sottile filo di paranoia. Ora sono più serena e rodata, con le scorte di sapone e crema per le mani ormai secche. Però mi sento un corpo vulnerabile attorniato da altri corpi ancora più vulnerabili. Ho tanti amici e addirittura figli di amici che lavorano nella sanità lombarda. Quasi tutti gli altri sono lavoratori autonomi che non hanno idea di come tenersi materialmente a galla, eppure non si lamentano delle misure intraprese. Penso che <em>Rassegna</em> sia il luogo giusto per menzionare queste lavoratrici e questi lavoratori, non importa se sono librai o baristi, teatranti o altre partite Iva.</h3>
<h3>Passo le mie giornate a sentire le persone care, quasi tutte con una forte preoccupazione: genitori anziani, figli all’estero, bambini piccoli da gestire a casa o qualche pregresso clinico che in una situazione normale sarebbe sotto controllo. E poi cerco delle informazioni attendibili su questo virus e le strategie per contrastarlo. Ho una mente pochissimo scientifica, invece adesso mi rasserena solo il rigore del metodo scientifico, incluse le ammissioni di imprevedibilità e di ignoranza. Le mani non rimandano più il privilegio di essere una scrittrice, una che lavorando non le consuma. La testa arranca dietro una realtà mutevolissima per cui il primo grado di comprensione viene fornito da una cultura che non mi è familiare. Ma va bene starci così, in questa crisi, senza una stanza per sé, perché anche con una porta chiusa, la mente non riesce a isolarsi.</h3>
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<h3><strong>Alessandro Gazoia</strong>, <em>17 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>In questo momento m’imbarazza scrivere della mia condizione, perché non è di particolare disagio né significativa in special modo. Tuttavia darò in breve la mia testimonianza, appunto solo una tra le tante. Credo che il mio caso sia relativamente raro, infatti da molti anni “lavoro a distanza” come editor: le case editrici con cui collaboro sono lontane centinaia di chilometri e gli autori che seguo, ovvero le persone che sento più spesso per mail o al telefono, vivono in altre regioni, in altri Stati. Quando la situazione era meno grave, molti mi hanno detto scherzando che per me non era cambiato niente: restavo sempre quarantenato volontario. Sono cambiati però i momenti in cui solitamente incontravo le persone dell’ambiente editoriale in generale, ovvero le fiere e i festival: fiere e festival annullati, posticipati, in via di probabile annullamento e posticipo.</h3>
<h3>Ad esempio a metà aprile non ci sarà a Milano Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, con la quale collaboro da diversi anni, come uno dei “curatori del programma”. Venerdì 6 marzo abbiamo comunicato che la manifestazione è rimandata, e non sappiamo ancora quando potremo recuperarla. Dopo l’annuncio, ho guardato ancora una volta il documento condiviso in rete dove in questi mesi noi del “gruppo di lavoro” abbiamo segnato tutti i circa 300 incontri programmati (se un documento condiviso in rete non pare il massimo della tecnologia per organizzare un festival di dimensioni non piccole, è perché non è il massimo della tecnologia, però grazie alla buona volontà di tutti ha sempre funzionato bene; nell’editoria la buona volontà muove le montagne che devono essere mosse).</h3>
<h3>Ho provato dispiacere per il lavoro sfumato, fatto insieme a decine, centinaia di editori e autori, poiché, anche nella migliore delle ipotesi, cioè con un recupero della fiera, si dovrà ricominciare quasi da zero – non essendo certo possibile tra diversi mesi presentare solo libri usciti all’inizio di quest’anno; ma soprattutto c’è il rammarico di avere fatto qualcosa di molto buono (a nostro giudizio) che non può essere condiviso col pubblico dei lettori, lettori per i quali – lo dico senza retorica, perché parliamo pure di concretissima economia – tutto il settore editoriale lavora.</h3>
<h3>Oggi tornerò a editare libri altrui, a scrivere per me e a guardare le notizie. Domani farò lo stesso, dopodomani anche. Fino a quando, spero presto, la “necessità” di aprire ogni ora una pagina web per “controllare la situazione” si farà meno forte.</h3>
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<h3><strong>Luciano Funetta</strong>, <em>18 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Scrivo queste brevi righe da una casa in un quartiere molto popoloso di Roma. Dicono che presto anche qui verranno tracciate le linee della zona rossa. Chi lo dice? Voci. Voci che sussurrano e avanzano ipotesi. Sono esattamente otto giorni che non vado al lavoro, non per ragioni legate all&#8217;emergenza sanitaria.</h3>
<h3>Nell&#8217;ultima settimana ho avuto il tempo – tre ore trafugate alle incombenze quotidiane – di scrivere soltanto la bozza di alcune pagine di accompagnamento a cui una casa editrice mi ha gentilmente chiesto di pensare per il romanzo breve di un&#8217;autrice cilena. È un&#8217;opera che parla delle cicatrici dei sogni. I protagonisti sono poco più che bambini e i loro sogni sono le emissioni spettrali di una notte collettiva.</h3>
<h3>Per il resto dei giorni appena passati ho respirato l&#8217;odore di reparti ospedalieri, viaggiato su mezzi pubblici stranamente poco affollati, ascoltato, per strada, frasi in lingue che all&#8217;improvviso sembravano più antiche e solenni, e ho pensato che la stanchezza e la mancanza di sonno mi avessero trasportato in una megalopoli fuori dal tempo.</h3>
<h3>Ho letto giornali, guardato trasmissioni, cercato articoli, ricevuto messaggi e telefonate, ho comprato medicine, ho letto libri per bambini, pochissime pagine di libri per adulti, ho resistito alla tentazione di riattivare un paio di profili social (non ne faccio uso da anni), sono rimasto in costante contatto con i colleghi della libreria di San Lorenzo dove lavoro. Nelle ultime due settimane abbiamo dovuto annullare gli eventi che permettono al fragile equilibrio del nostro commercio di prosperare. In compenso, mi dicono, stiamo vendendo buoni libri. Soprattutto pare ci sia un certo rinnovato interesse per i cosiddetti “libri che non si possono non leggere prima di morire”.</h3>
<h3>In balcone stamattina, mentre fumavo dopo aver aggiunto due frasi al romanzo con cui combatto ormai da otto anni, ho sentito un insolito silenzio. Mia figlia di tre anni e mio figlio di sei giorni dormivano. Forse era il silenzio del sabato, il silenzio di un sabato come gli altri, o forse c&#8217;era, come mi è parso, in quel silenzio qualcosa di nuovo, un’aria luminosa, «un silenzio che», scrive Thomas Bernhard, «fa davvero orrore alla natura». Niente traffico, niente ambulanze o volanti della polizia, nessuna traccia del rombo che sembra la voce profonda della città.</h3>
<h3>Il silenzio che ultimamente avvertiamo, o meglio questo rumore bianco in cui di tanto in tanto si affacciano versi di uccelli e isolate voci umane che balbettano qualcosa, e che tentiamo di coprire con parole inadatte, ci accompagnerà ancora a lungo. Dovremo amarlo e custodirlo, considerarlo come una prefigurazione. Attraversarlo non ci obbligherà a raccontare la sua comparsa, e tuttavia non potremo ignorarne il lascito. Il silenzio degli ultimi giorni e dei giorni che ancora verranno è tessuto cicatriziale e come ogni cicatrice, come ogni sogno, a distanza di tempo tornerà a farsi vivo. Ne troveremo tracce in ciò che leggeremo e scriveremo, ne porteremo con noi i residui fisici, sociali e psichici. Questo, è ovvio, non comporta che la letteratura o in generale la vita umana sulla terra possano in qualche modo trarne giovamento.</h3>
<h3>Continueremo, quando l’emergenza passerà, a scrivere opere ignobili e a condurre vite infami. Solo di tanto in tanto, può darsi, ci ritroveremo tutti insieme dentro il fantasma di uno strano sogno, in un mattino di quiete abbacinante in cui tutto apparirà uguale a sempre, tutto tranne noi.</h3>
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<h3><strong>Angelo Ferracuti</strong>, <em>19 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Nei giorni scorsi ho avuto l&#8217;influenza, vissuta da solo a casa perché mia moglie si è fratturata il femore sciando due mesi fa e, stando noi al quarto piano, per un periodo è andata a vivere da sua sorella. Tendo per mia natura a non drammatizzare, ho perso una precedente moglie giovanissima di cancro, mi sono costruito “la corazza”, quindi uscivo di casa con il cane – il boxer londoniano Buck, adorabile – anche con la febbre e al freddo, direi in maniera quasi temeraria, sfidando la cattiva sorte e il virus. Buck per ripagarmi veniva al mio capezzale ogni 10 minuti a controllare il mio stato di salute, guardandomi con gli occhi lucidi, interrogativi.</h3>
<h3>L&#8217;influenza mi ha lasciato una stanchezza fortissima. Intanto, arrivavano notizie contrastanti, troppo contrastanti, i cosiddetti esperti nelle società mediatiche si esibiscono, spaventando la gente, i miei figli stavano a Bologna e a Milano, non potevano tornare. Prima c’è stata l’angoscia, il panico, la paura di molti che non era la mia, poi tutto è fisiologicamente passato a uno stato di allerta e di adattamento alla clausura, quindi il tempo è diventato un tempo di attesa e di transito, come se le vite di tutti si fossero fermate. Quindi uscire con Buck è stato e resta un vero e proprio privilegio, ogni uscita è diventata un osservatorio sulla vita degli altri.</h3>
<h3>Il clima nella via in questi giorni è da fine dell’umanità, la grana del silenzio a momenti rasserena, sembra quella degli anni 60, oppure dei tempi dell’Austerity, che ricordo benissimo, di ipersocialità, in altri momenti spaventa, sembra quella di prima di una Apocalisse. La gente mi chiama dai balconi, la cosa più bella è stata la riscoperta della nostra reciprocità, la riscoperta del legame sociale, il capire che nessuno vuole stare solo, come ci stanno cercando di far credere i potenti, i media, le tecnologie, la ricerca disperata di parlarci, salutarci, nella mia via è successo spesso in questi giorni. Ho sentito tutti più vicini. Una signora mi ha chiesto se potevo prestarle il cane, per uscire, ho visto un signore, che di solito incontro a passeggio, che si allenava nel quadrato del suo attico nel palazzo che sta di fronte al mio, dalle case potevano arrivare le musiche più diverse, il <em>Nabucco</em> invece che l’<em>Aida</em> o i Rolling Stones, cose che probabilmente c’erano anche prima, ma che adesso, senza più rumori di sottofondo, riuscivano finalmente acusticamente ad affiorare, così come percepivo struggente il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani.</h3>
<h3>Certo ho pensato a certi libri che hanno colonizzato il mio immaginario, soprattutto quelli di Ballard, Camus, ho pensato che questa poteva essere un’occasione per ripensarci come società, ma gli intellettuali – quelli veri – vivono sempre dentro questa riflessione profonda. E gli altri? Siamo sicuri che servirà? Mi dicono che le vendite dei libri siano crollate, la gente non vuole pensare, invece si sono impennati gli share delle tv, la corsa agli accaparramenti nei supermercati.</h3>
<h3>Una cosa è certa, tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei mercati, il virus provocherà a catena chiusure di attività economiche, commerciali, siamo tutti consumatori che tengono in vita altri consumatori, e che alimentando questo grande mercato i ricchi saranno sempre più ricchi, e tutto il fronte dei precarizzati, delle fasce più deboli, come gli operai delle fabbriche, ha una doppia esposizione, al virus e alla minaccia della perdita del posto di lavoro.</h3>
<h3>Il virus mostra la debolezza delle società che abbiamo creato, ma nessuna voce si è alzata a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità che hanno tolto risorse, specie in Lombardia e in Veneto, le regioni più colpite, governate da un trentennio dalla Lega, dove hanno tagliato servizi, cancellato presìdi, ospedali, così come purtroppo è successo anche in regioni storicamente governate dal centrosinistra. Non c&#8217;è stata una sola voce civile, politica, spirituale, che si è elevata sopra a dichiarazioni tecniche, mediatiche, mediche.</h3>
<h3>Quella che manca, oggi, è una lingua che vada oltre il parlato dell&#8217;eterno presente, una lingua umanistica nuova. Se non cerchiamo quella lingua, se non troviamo quella lingua, politica, letteraria, civile, rischiamo di diventare anche noi scrittori, artisti, complici di quella banalizzata, spettacolarizzata, cinica del grande mercato globale, quella che, per dirla alla Volponi, fa parlare il banco del supermercato, il quale diceva, profetico, che “sembrava scomparsa la profondità del mondo”.</h3>
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<h3><strong>Rossella Milone</strong>, <em>20 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri.</h3>
<h3>Lo dice Marguerite Duras, nei suoi pensieri raccolti da Feltrinelli in <em>Scrivere</em>.</h3>
<h3>È così, per chi scrive: stare soli, concimando la propria scrittura di un silenzio che non è vuoto, ma il circondario dove si raccoglie l’immaginario per creare storie.</h3>
<h3>Gli altri sono tutto ciò che sta prima della storia. Il nostro mondo, la nostra normalità, la ritualità del nostro stare in vita – è tutto ciò che vive prima della storia.</h3>
<h3>Nessuna storia può venire al mondo senza il mondo.</h3>
<h3>Quindi, l’isolamento dello scrittore è solo mentre scrive; è nell’atto creativo che la scrittura mette in campo la separazione di cui parla Duras: dentro quella separazione possiamo vedere gli altri.</h3>
<h3>Quello che sta accadendo in questi giorni di isolamento forzato, ci sta permettendo di scrivere tutti – in senso molto metaforico. Ci sta permettendo – o potrebbe permetterci, se riusciamo a cogliere il virtuosismo di questo shock – di guardare gli altri, di guardare noi stessi, e il mondo in cui viviamo, nello stesso isolamento privilegiato che ha lo scrittore. Da questa separazione possono emergere metafore, illusioni, comprensioni e spiritelli, spifferi inediti in cui ricomporre il mondo.</h3>
<h3>Non è questo, scrivere storie?</h3>
<h3>Io credo di sì. Io credo che stiamo scrivendo tutti, e, come succede con i libri e gli scrittori, c’è chi scriverà meglio, chi peggio.</h3>
<h3>Ora come ora questo isolamento non mi permette di scrivere granché.</h3>
<h3>Il tempo in famiglia, coagulato in salotto e non frazionato fuori le mura domestiche, si riduce come il fiato in una corsa. Soprattutto quando si hanno figli piccoli, il tempo viene fagocitato, risucchiato, e il lavoro diventa un’apnea. Sembra un paradosso, ma si riescono a fare molto, molte meno cose di prima perché i bambini, per fortuna, non conoscono tempo. Nulla in confronto a chi deve rischiare ogni giorno per raggiungere il lavoro, o, addirittura, per chi lavora in ospedale. Noi quarantenati in smart working godiamo di un tempo e di una sicurezza che ci permette di interrompere la vita solo a metà.</h3>
<h3>Però è anche vero che chi fa un lavoro come il mio, creativo, che richiede un isolamento particolare in cui raccogliersi, isolarsi col cervello, entrare in una specie di trance immaginifica, diventa più complicato se un bambino ti si arrampica addosso.</h3>
<h3>Ma, forse, per chi è abituato a scrivere e a passare molto tempo da solo come me, questo tempo va ricalibrato, va solo normalizzato secondo altri parametri, perché la solitudine ci appartiene come una virtù, e non come un fallimento.</h3>
<h3>Mi manca tutto della vita di fuori. Mi manca l’idea, la libertà di poter uscire a prendermi un caffè con un amico, anche se poi non lo farei davvero. Ma questa mancanza è nutrita tutti i giorni da qualcosa di intimo che riscopro nel silenzio di Roma, che più che un silenzio mi sembra un respiro.</h3>
<h3>Allora, visto che sono una maniaca del controllo, sto provando a darmi una disciplina, perché è così che scrivo da sempre: con estro, e con disciplina. Senza, i libri non si scrivono.</h3>
<h3>Risveglio. Due ore di lavoro generale (recensioni, consegne, preparazione delle lezioni on-line).</h3>
<h3>Tempo libero per mia figlia.</h3>
<h3>Due ore di lettura dopo pranzo mentre mia figlia vede un po’ di cartoni e gioca per i fatti suoi.</h3>
<h3>Tempo del gioco. Tempo del gioco. Lezioni on-line nel tardo pomeriggio. Tempo del gioco ancora.</h3>
<h3>Scrittura in tarda serata, dalle 23.00 fino a notte inoltrata.</h3>
<h3>Ecco, questo il mio piano. Nel mio piano quelle ore lì – quelle finali – in cui mi dedico alla scrittura nella notte dilatata della quarantena, sono le più belle, quelle in cui niente è accaduto e tutto quello che accade è nella storia che sto scrivendo.</h3>
<h3>Da quando è cominciato il mio isolamento, questo programmino non l’ho mai ancora rispettato.</h3>
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<h3><strong>Filippo Tuena</strong>, <em>21 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
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<h3>Per me, da un punto di vista pratico cambia poco. Vivo diciamo da pensionato. Lavoro in casa da anni. Ho pochi contatti col prossimo. Non do lezioni né nelle scuole né nelle università. Faccio da sempre poche presentazioni. Rinunciarci non mi pesa. Ma quel che nasce da un&#8217;imposizione si vive diversamente da quanto si decide in maniera autonoma.</h3>
<h3>Sono abbastanza preoccupato della situazione, per i figli, per la nipotina, per la crisi economica che seguirà il picco del contagio &#8211; che temo dovrà ancora arrivare.</h3>
<h3>Sto gran parte del tempo in casa, porto il cane a spasso, vado nel piccolo supermercato sotto casa, frequento poco qualche libreria, mi concedo qualche caffè. Passeggio spesso con mia moglie. Il fatto poi che a Milano abbiano chiuso tutti gli spazi di aggregazione culturale mi toglie dal dubbio. Non so se, essendo aperti, andrei nei teatri, nei cinema o nelle sale da concerto. Non sono andato a vedere mostre recentemente, né musei. Vivo, da buon e rispettoso ultra sessantacinquenne, l&#8217;autoclausura suggerita dalle autorità. Non mi pesa. La ritengo una cosa saggia da fare. La faccio.</h3>
<h3>Dovrò pormi tra un paio di settimane la questione se andare a Roma qualche giorno. Dipenderà dalla situazione. Aspetto. Scrivo. Sto ultimando un nuovo libro che mi pone dei problemi. Li affronto.</h3>
<h3>La scorsa settimana ho lanciato una specie di gioco letterario: scrivere un racconto di 9000 battute sull&#8217;<em>Ultimo sesso in tempo di peste</em>. Nata per gioco l&#8217;idea è piaciuta. Ho raccolto una cinquantina di adesioni e in pochi giorni già 25 racconti. M&#8217;interessa molto questo esperimento, non tanto dal punto di vista letterario &#8211; a chi importa la letteratura? forse neppure a me. M&#8217;importa come le persone reagiscono a questa situazione. Se i rapporti personali vengono vissuti con ansia o come soluzione alla quarantena. Quando avrò raccolto un&#8217;altra ventina di testi mi sarò fatto un&#8217;idea più chiara.</h3>
<h3>Per il resto seguo i notiziari, sviluppo diagrammi di previsioni che mi spaventano ma che, ragionevolmente accetto, sperando siano meno preoccupanti di quanto vado prevedendo.</h3>
<h3>Leggo, ma sempre più in maniera scorretta, qui e là; più poesie che prose.</h3>
<h3>Poi, invecchio e, al momento, questa mi sembra una preoccupazione individuale che mi prende forse persino più di una pandemia della quale forse potrei essere una delle tante vittime. Dello scorrere del mio tempo sarò invece certamente vittima.</h3>
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<h3><strong>Andrea Gentile</strong>, <em>23 marzo 2020 (inviato il 16 marzo)</em></h3>
<h3>Da giorni rinvio la scrittura di questo piccolo testo. La procrastinazione è un’arte di cui tutti disponiamo, chi più, chi meno. Funziona più o meno così: cerchi continuamente delle scuse per non fare qualcosa che ti spaventa o ti preoccupa. Dici a te stesso che oggi proprio non puoi, perché hai troppe email a cui rispondere, troppe cose da fare. Dici che domani sarà il giorno giusto, domani avrai certamente tempo per affrontare questo compito. Domani troverai altre scuse. Ci penserò domani, un&#8217;altra volta. Anche questa volta, troverai altre scuse e così via.</h3>
<h3>Questo è un meccanismo visibile, di cui siamo a conoscenza. Ma è già una fase avanzata del percorso che poi ci porterà a fare quella determinata cosa: nel mio caso, scrivere questo piccolo testo.</h3>
<h3>La fase preliminare è ancora più invisibile: non arrivare neanche a darsi delle scuse. Non arrivare neanche a dire a sé stesso che c’è questa cosa da fare, che c’è una parte di te che è contenta di farla, che facendola capirai qualcosa (scrivere spesso serve a pensare). Semplicemente fai finta che questa cosa non esista. L’hai appuntata su un quaderno, magari, come a dire che è qualcosa che in futuro dovrai/potrai/vorrai fare, ma gli appunti sui quaderni sono fatti per essere smarriti. In questa fase preliminare, non cerchi neanche una scusa: questa cosa appartiene al tuo futuro. E visto che non sappiamo nulla del futuro, è una cosa che non ci appartiene.</h3>
<h3>Si chiama “inversione temporale delle preferenze”. Siamo a dieta. È deciso. Faremo la dieta. Al mattino siamo davvero rigorosi: solo un succo di pompelmo e due biscotti, come dice la dieta. Poi però arriva il pranzo. Ed è un pranzo di lavoro. Finiremo in un bel ristorante. Non potremmo certo mettere a disagio il nostro ospite. E poi che bel menù. Mi permetterò una carbonara, solo per oggi.</h3>
<h3>Ecco l’inversione temporale delle preferenze: preferire cioè l’opzione meno vantaggiosa in quanto imminente e meno faticosa. Farsi dunque affascinare dalla gratificazione più immediata possibile. Gratificazione, però, che, alla lunga, non ci farà contenti.</h3>
<h3>Quando si supera questa fase, e si arriva all’altra, cioè a quella in cui ci si dà delle scuse, vuol dire che il nostro “compito” sta oramai emergendo. Si è preso del tempo per spuntare fuori, o per essere abbattuto per sempre.</h3>
<h3>Nel momento in cui sono qui, che scrivo, e mi ripeto che scrivere aiuta a pensare, mi chiedo quale fosse la mia opzione vantaggiosa e perché. Quale era la mia carbonara? Ora lo so: la mia carbonara era non fare assolutamente niente.</h3>
<h3>Parlare del coronavirus, ora, è come aggiungere la legna al fuoco: fare ardere dentro la preoccupazione, il timore, l’ansia.</h3>
<h3>Altro motivo per cui cercavo di sfuggire a questo momento è quello tipico dell’uomo vittima di inversione temporale delle preferenze: a chi mai interesserà come io sto vivendo il coronavirus, cosa ne penso, come scrivo, chi sono? Non ha alcun valore, e quindi è meglio non preoccuparsene. Nascondersi. Non aggiungere la legna al fuoco della preoccupazione. Scrivere d’altronde, come pensare, può essere proprio questo: mettere le mani dentro il camino.</h3>
<h3>Ora, mentre scrivo, mi chiedo allora che cosa significhino questi giorni, queste settimane. Per chi soffre meno, per chi ha la fortuna di poter stare in casa, e non in un ospedale, forse un piccolo significato può emergere.</h3>
<h3>Siamo pieni di codici di comportamento abituali. Giudichiamo continuamente nostra madre o i nostri amici, perché, che so, sono “poco sensibili”, “sciocchi”, “ignoranti”. Apriamo WhatsApp come fossimo gatti con le fusa. Laviamo i piatti, ma non li asciughiamo. Sempre gli stessi gesti, da tempo.</h3>
<h3>A guardarci indietro, forse, potremmo vederci sempre uguali a noi stessi. Sempre le stesse piccole frenesie. Sempre la paura di perdere le chiavi di casa, sempre la paura che arrivi una multa. Da quando abbiamo superato l’adolescenza, siamo sempre uguali, questa è l’impressione.</h3>
<h3>Per alcuni psicologi, i tratti della personalità dei bambini tra i tre e i sei anni si sviluppano in modelli di comportamento che durano per tutta la vita. Questi modelli vengono poi rafforzati dall’ambiente che rispecchia e rafforza questi tratti. Dunque: si costruisce una maschera e poi si indossa quella maschera.</h3>
<h3>Passano altri anni e quella maschera è diventata carne viva sul nostro viso.</h3>
<h3>In seguito all’influenza degli amici e della famiglia, quella maschera diventa il “vero io”. Siamo esattamente come gli altri ci vedono, in pratica.</h3>
<h3>Naturalmente, non del tutto.</h3>
<h3>A un livello più profondo, al di sotto della mente razionale, c’è la maggior parte del nostro essere, tutta la zona coperta dalla maschera. Un pensiero, di notte, ci fa dubitare della nostra autenticità: siamo proprio cosi? Sono proprio questo? E se fossi quell’altro? Non sappiamo rispondere, però. E dato però che non sappiamo rispondere, lasciamo tutto come prima, finiamo per non fare niente.</h3>
<h3>Questi giorni molto difficili, questi giorni in cui vediamo persone ammalarsi, morire, forse, mi dico, potrebbero anche darci questo: tentare di cambiare. Cambiare anche una piccolissima cosa, solo un piccolo gesto. Quando ci svegliamo, controlliamo lo smartphone? Domani no. Tutt’altro.</h3>
<h3>Fare uno sforzo e strapparci la maschera che abbiamo sul viso, almeno un piccolo pezzo. Smetterla con le inversioni temporali delle preferenze. Oppure seguirle, ma con convinzione.</h3>
<h3>Cascare nel vuoto, se serve.</h3>
<h3>Andare a scoprire, nient’altro che un nuovo mondo: il mondo che c’è sotto la maschera.</h3>
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<h3><strong>Stefano Valenti</strong>, <em>26 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l&#8217;inconscio collettivo.</h3>
<h3>Preparo da tre anni un romanzo intitolato <em>Cronache della sesta estinzione</em>. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d&#8217;amore.</h3>
<h3>Ho abbandonato l&#8217;epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.</h3>
<h3>La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.</h3>
<h3>Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l&#8217;ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell&#8217;economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un&#8217;uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.</h3>
<h3>Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.</h3>
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<h3><strong>Simona Baldanzi</strong>, <em>30 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Apro gli occhi e penso, anche stanotte né scosse e né tosse. Mi sveglio ogni mattina così. C&#8217;era stato il terremoto a dicembre e ci eravamo stretti per la paura delle nostre case traballanti. Adesso dobbiamo stare distanti e la paura si aggira fuori casa. Una schizofrenia di paure con cui abbiamo dovuto fare i conti qua a ridosso dell&#8217;Appennino.</h3>
<h3>Non ho avuto molto tempo di elaborare, di leggere, di scrivere in queste settimane, c&#8217;era solo il tentativo urgente e maldestro di mettere in sicurezza chi sta lavorando, il far chiudere il più possibile e non essenziale, il limitare i rischi ovunque.</h3>
<h3>Lavoro per la Camera del lavoro di Prato, sono una rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Come si può fare? Come farlo ora e tutto insieme? In Italia si muore sul lavoro in tre o quattro al giorno, come possiamo diventare eccellenze sanificate istantanee?</h3>
<h3>Lavarsi spesso le mani, una cosa piccola e banale. Li conoscete i cantieri, i capannoni, i magazzini, le fabbriche, i furgoni, i treni, i cessi di chi lavora? Catapultati in lotte ridicole eppur vitali come chiedere il sapone, i disinfettanti, i plexiglass, i guanti, le mascherine. Improvvisamente lottare a distanza, senza assemblee, senza scambiarsi strette di mano, senza condivisione di sguardi fuori dagli schermi, chiedere ovunque un&#8217;organizzazione del lavoro con turni ridotti, con la distanza e la rarefazione di presenze, con la conciliazione della vita fuori, rafforzare il lavoro in ospedale e di cura.</h3>
<h3>Non dovevamo aver già lottato prima e meglio per tutto questo e per non ritrovarci così impreparati? Un uragano di telefonate, mail, chat, videoconferenze, videochiamate, decreti, protocolli, interventi, risposte da dare, protezioni da costruire e reperire. Proteggere pelle e nervi degli altri, problemi che provi a spazzare, ma come i coriandoli, te li ritrovi ovunque, anche nelle mutande.</h3>
<h3>Fin da ragazzina mia mamma mi diceva che in casa avevo i pruni, perché stavo sempre fuori. La mia vita è sempre stata fuori, è difficile pensare che lo spazio privato possa proteggermi più dello spazio pubblico. In realtà gli spazi che ci stanno curando sono proprio quelli pubblici come gli ospedali, i centri di ricerca e gli scienziati, la protezione è un ambiente liberato dalle nostre tossicità e frenesia, i luoghi sono tornati a chi li vive nei pressi.</h3>
<h3>Oggi ho sbucciato tre kiwi, piccoli e succosi. Li ho mangiati alla finestra guardando il ciliegio. Mio babbo si prende cura di un pergolato di kiwi e quando sono andata a portare la spesa ai miei per evitare a mia mamma di uscire e stare in fila al ghiaccio, che qua pure è nevischiato, ho fatto un bottino di kiwi, ma anche di conserve, marmellate, verdure sottolio. Non è difficile salutare i miei a distanza, senza abbracciarsi, noi non siamo mai stati avvezzi a smancerie. Non avrei mai creduto potesse essere un vantaggio la ruvidità. Sul ciliegio si è posato un merlo. Mi è parso che controllasse i rami: devono ancora sbocciare i fiori, per i frutti bisogna aspettare. Se ne è andato, ignorandomi.</h3>
<h3>Fuori le specie animali e vegetali vivono meglio senza di noi. Noi coltiviamo piccoli desideri, alcuni nuovi, altri vecchi, altri ancora interrotti. Scaviamo pozzi segreti da cui tirare fuori risorse e unguenti e tunnel per evadere. Vale la pena sopravvivere a questa pandemia per vedere la fine della miseria umana e del sistema economico fondato sul profitto che ci ha ammalato, affamato, isolato. Vale la pena sopportare la solitudine credendo che i ragazzini costretti in piccole stanze nei condomini popolari senza giardino stiano già costruendo una lingua nuova per un mondo nuovo, giusto e sano. Vale la pena aspettare che il merlo torni e si mangi ciò che gli spetta, ignorandomi.</h3>
<p><em>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/nike159-4320960/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Nici Keil</a> da <a href="https://pixabay.com/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Pixabay</a> </em></p>
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		<title>Vivere, scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2019 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Daniele Combierati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Ferracuti L’allerta meteo qui a Montpellier mi pare davvero provvidenziale. Un evento naturale cambia la tramatura della vita sociale, fa chiudere le scuole, minaccia persino lo svolgimento del nostro convegno, e piove ormai da due giorni ininterrottamente. Questo ci dice qualcosa sull’imprevedibilità di chi scrive come me reportage narrativi, e di come un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-77640" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/Conto-la-finzione.gif" alt="" width="325" height="516" />di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p>L’allerta meteo qui a Montpellier mi pare davvero provvidenziale. Un evento naturale cambia la tramatura della vita sociale, fa chiudere le scuole, minaccia persino lo svolgimento del nostro convegno, e piove ormai da due giorni ininterrottamente. Questo ci dice qualcosa sull’imprevedibilità di chi scrive come me reportage narrativi, e di come un evento di questo tipo possa produrre storie e deragliamenti, possa essere capace di cambiare persino un punto di vista. E’ un po’ il mistero e il fascino del reportage, che è vivente perché sta dentro la vita. In un libro che ho letto di recente, “In viaggio con Erotodo” di Kapuscinsky questa cosa è sempre presente, il racconto compie dei deragliamenti di continuo, come quando in Congo il famoso reporter incontra dei soldati che gli vengono incontro, o quando al Cairo il guardiano di un hotel vuole accompagnarlo per forza a vedere delle cose. Se avessi dovuto scrivere un reportage a Montpellier, sicuramente questa faccenda avrebbe condizionato la mia storia. In questo modo è come se si mettesse un elemento di finzione nella realtà, anzi, come se la realtà mettesse un elemento di finzione dentro se stessa.</p>
<p>Invece per spiegare meglio la mia condotta, il mio scrivere, voglio partire da un contesto, quello italiano, proprio in generale e nel pieno dell’era digitale, segnato profondamente dalla crisi della lettura e del libro tradizionale, e credo anche da un indebolimento cognitivo molto grave. A tutto questo si aggiunge un’altra crisi, quella della carta stampata, e in generale della cultura, che ormai non è più pensata come creatrice di senso, di senso critico, di visione del mondo, ma più come un’attività d’innocuo intrattenimento, che vede il libro come prodotto da consumare, merce di un’industria con le sue campagne di marketing, gli investimenti pubblicitari e sugli scaffali della libreria, il lavoro degli uffici stampa. Quindi la condotta di un autore come me sta dentro questo contesto frustrante, dove a maggior ragione se hai una postura autoriale e letteraria, per non dire politica, a parte pochissimi casi, sei assolutamente marginalizzato, spogliato del tuo ruolo sociale. Parlo di quegli scrittori che già nelle opere che scrivono hanno una connotazione molto civile e che raramente partecipano al dibattito collettivo, come accadeva una volta, perché il dibattito collettivo è ormai il talk show, con i tempi e i modi televisivi, cioè in un terreno ostile agli intellettuali perché è volutamente il luogo della semplificazione, della banalizzazione, quello dello spettacolo. Quindi oggi quel tipo di scrittore pensatore, che s’interroga sulle sorti dell’umanità, che ha una sua idea particolare del mondo e della vita, è fuori dal dibattito, è orfano del proprio ruolo. E’, appunto, relegato nell’ambito letterario, e in quello editoriale. Fare reportage avventuristici, un po’ come facevano i “francescani della Leika”, cioè gli arditi dell’agenzia Magnum, secondo me è anche un gesto per sottrarsi a una condizione deprimente dello scrittore marginalizzato.</p>
<p>Premesso questo, credo in tutta sincerità di non aver mai scritto una vera storia di pura invenzione, non ho mai avuto nessun interesse o forse capacità a inventare, questo è un fatto. Inventare mi sembrava tradire, forse quelli che più inventano sono i romanzieri, gli scrittori di fantascienza, i giallisti, quelli che fanno la letteratura di genere o quella fantastica, chi scrive favole per bambini, mentre io mi considero un narratore, che è una cosa diversa, più incline a trasformare qualcosa di esistente, a “inventare dal vero” come diceva Bilenchi, a rielaborare l’esperienza. C’è una frase di Debenedetti a proposito del lavoro di Federigo Tozzi che mi ha sempre colpito molto confermando questa cosa: “Narra, perché non può spiegare”. Anche se vengo dalla poesia, avendo scritto per anni versi, sono nato e ho una natura di narratore, o meglio di raccontatore sin dalla prima raccolta, che s’intitolava “Norvegia”, ed era stata concepita come unitaria, cioè era una specie di romanzo di racconti collegati tra di loro, come “Winesburg Ohio” di Sherwood Anderson. Il tentativo era di rinnovare il racconto italiano innestandolo con i modi, i ritmi, i dialoghi di quello americano che sentivo più contemporaneo e vitale, meno lezioso, in particolare con i racconti e i modi di Raymond Carver, ingiustamente definito “minimalista”, che è stato anche uno scrittore capace come pochi di raccontare l’universale classe media, la “meccanica sociale” giusto per citare il titolo di un suo fulminante racconto.</p>
<p>“Norvegia” era un libro che raccontava la mia generazione, quella dei ragazzi della provincia italiana usciti dall’esperienza politica degli anni ’70, di quei ragazzi che allora non venivano chiamavano precari ma “non garantiti”, l’entrata nel mondo del lavoro dopo gli anni del riflusso, della disillusione, quel sogno che per molti di noi era diventato un incubo, di autodistruzione e violenza. Era un libro di formazione in tutti i sensi, letteraria ed esistenziale, e il primo racconto s’intitolava per l’appunto “Collocamento”, questo per dire che il tema del lavoro, che poi ho sviluppato più tardi, c’era già anche allora, come nei miei libri successivi “Attenti al cane” e “Un poco di buono”, che è l’unico vero romanzo che ho scritto, probabilmente anche l’ultimo, perché quello che sto scrivendo da qualche anno ha come protagonista – anche se non viene mai detto – me stesso, questo a conferma della mia incapacità di inventare storie. Quest’uomo, che è una persona, e non un personaggio, è stato un ragazzo a Fermo, ha partecipato ai movimenti politici degli anni ’70, è uno scrittore, ha perso una moglie giovanissima, accudirla e portarla alla morte sono state le uniche cose della sua vita che non considera un fallimento.</p>
<p>Comunque il mio passato politico sta dentro tutti i miei libri e, forse peccando di presunzione, quando scrivo, mi penso ancora dentro il dibattito sociale, scrivo immaginando che quello di cui mi occupo possa avere una urgenza, per esempio quando scrivo di morti sul lavoro, di fine del lavoro e deindustrializzazione, di passaggio dalla società post-industriale a quella digitale, oppure racconto i luoghi attraverso i portalettere e il combattimento in corso tra il “naturale” e “l’artificiale” che erano due categorie molto care all’ultimo Volponi, lo scrittore che più di ogni altro (insieme a Pasolini) ha visto le derive del capitalismo finanziario, del neoliberismo, l’avvento della società liquida.</p>
<p>Mi considero uno scrittore della realtà, e oggi il reportage è la risposta realista al mondo che viviamo, così come funzionò nei grandi momenti di trasformazione sociale con i libri di London, Orwell, Steinbeck, Vassilj Grossmann, tanto per fare qualche nome. C’è stato un ritorno del reportage non solo in Italia, e il Nobel a Svjatlana Aleksievič è la dimostrazione che da Kapuscinsky in poi è ormai un genere letterario che ha pari dignità e lettori della cosiddetta letteratura di finzione, che invece mi sembra subire un momento di stanca e di crisi creativa.</p>
<p>Credo che la mia idea di letteratura si sia formata dentro il lavoro culturale che si è sviluppato intorno alla politica, alle dinamiche politiche della mia generazione, nel corso di una stagione ricca di ribellioni e sperimentazioni. L’humus sono stati gli anni ’70, che ho vissuto nei suoi ultimi fuochi ma che mi hanno lasciato dentro una traccia profonda. “Gli anni giovani” di cui ha scritto il poeta Gianni D’Elia non sono stati solo segnati dalla letteratura, ma anche dal cinema, dal teatro, dalle arti figurative, soprattutto stranieri, da tutto il portato di cambiamento e di scontro contro i poteri costituiti, il progetto di liberazione culturale, la realtà internazionale, il movimento pacifista contro la guerra, quello femminista, l’antipsichiatria, naturalmente la storia del movimento operaio direttamente legata alla democrazia, alle conquiste sociali. Molti scrittori di quella generazione e di quella ancora precedente (penso a Piersanti, Tondelli, Palandri, persino Del Giudice) si sono formati dentro quella stagione, quando ancora c’era una società letteraria, un magistero critico, dentro il ‘900, ma il lavoro editoriale si stava trasformando, le case editrici di cultura diventavano sempre di più aziende con logiche commerciali.</p>
<p>In quel primo libro, “Norvegia”, c’era sempre una “invenzione dalla realtà”, cioè prendevo dei fatti realmente accaduti o che mi avevano raccontato ai quali cercavo di dare una natura letteraria. A posteriori, posso dire che le stesse cose che faccio adesso le facevo già allora, anche se quella sembrava fiction rispetto al mio narrare di oggi che non saprei come definire, ma che certamente non è giornalismo perché a me non interessa spiegare i fatti ma sono attratto dalla loro complicazione. Forse si potrebbe chiamare “racconto sociale”. La narrativa non deve spiegare ma dare una rappresentazione a ciò che non è visibile, a ciò che è sommerso, che non si vede, cioè portare in superficie porzioni di realtà, porzioni di senso, collegare parti apparentemente distanti tra di loro, e costruire con tutto questo degli immaginari. Se allora portavo la cronaca dentro la finzione, ora semmai faccio un’operazione contraria, anche se m’interessa sempre saldare questi due elementi. Perché il reportage narrativo di uno scrittore è diverso da quello di un giornalista, tutto ciò che attiene al ritmo, alle descrizioni, alla scrittura mira a un risultato estetico diverso, più curato. Questo forse è l’unico vero elemento di finzione che mi concedo. Anche i miei reportage in fondo sono dei racconti, qualcuno l’ha anche scritto, per esempio Ermanno Paccagnini sul Corriere, che ha definito “Andare, camminare, lavorare” come un libro fatto da “53 racconti di particolare struttura”. C’è sempre una narrazione, infatti, e al centro il sottoscritto che fa intanto una esperienza corporale, sensoriale, esplora i luoghi, gli spazi, vede, scopre insieme al lettore. A questa si legano altri materiali di un ibrido eccentrico che poi sono gli altri scrittori che credo di essere, cioè il narratore tout court, per esempio, e lo scrittore di viaggio, cosa che ho fatto per alcuni anni, identificando nei luoghi microcosmi sensibili con un loro preciso precipitato antropologico fatto di storie della Storia. E’ anche un tipo di letteratura che considero più democratica perché fatta insieme ai molti, come scrive Kapuscinsky, la quale si scontra con la dittatura del trama e la postura autoritaria dello scrittore onnisciente.</p>
<p>Prima, quando parlavo della mia prima raccolta di racconti, “Norvegia”, dicevo dare una natura letteraria a una storia orale, ascoltata da altri, significa creare una forma e una lingua. La lingua che usavo allora quando ero considerato uno scrittore di finzione è la stessa di adesso, non la percepisco troppo diversa, semmai il processo di scarnificazione l’ha ulteriormente semplificata, impoverita, faccio uso di pochi vocaboli, è una lingua nuda, quella cosa che il poeta Claudio Damiani chiamerebbe “la difficile facilità”. La lingua che uso è stata all’inizio qualcosa di istintivo, di naturale, poi di lei ho preso coscienza e per anni diciamo che ho lavorato alla sua definizione, dopodiché la uso in automatico. Ho cercato di mantenere una lingua non compromessa con gli stilemi della contemporaneità, non contaminata, impastata con i linguaggi del “villaggio globale”, non uso termini televisivi, della pubblicità, aborrisco le parole in lingua straniera. Faccio uso di una lingua povera, francescana, spogliata di ogni orpello, una lingua semplice, classica, perché credo che proprio in virtù di questo possa diventare più espressiva. E’ una questione estetica ma anche etica e politica, perché io voglio essere quella lingua, sono quella lingua, mi rappresenta. Non scrivo “in falsetto”, non ho bisogno di inventarmi una lingua letteraria nel senso di artefatto, perché la mia lingua è molto simile a quella che parlo, è una lingua che ha nostalgia dell’oralità perduta, cioè sono costretto a scrivere ma vorrei raccontare ad alta voce. Anche questa è una risposta “naturale” in un mondo sempre più “artificiale”.</p>
<p>Più avanti questa mia idiosincrasia per l’invenzione è addirittura aumentata, e nel 2002 ho smesso definitivamente di scrivere storie di finzione in senso stretto, votandomi interamente al racconto dal vero. Prima ero stato molto condizionato dalle condotte di due scrittori che hanno recuperato la forma reportage, ma nel senso più letterario possibile, parlo di Edoardo Albinati ed Eraldo Affinati, anche loro hanno contribuito a farmi compiere questa scelta, così come un fotografo che per me è stato un punto di svolta, Mario Dondero, un grandissimo reporter, con il quale ho avuto il privilegio di lavorare e che mi ha fatto capire, fondamentalmente, che come lo faceva lui andava oltre la forma fotografica o letteraria, e diventava una vera e propria esperienza. Lo chiamava “collante delle relazioni umane”, ma si può definire anche “racconto empatico” o racconto vivente, che è un’altra strada del realismo ai tempi dell’iperfinzione. Quindi, credo di essermi poi trasformato in qualcosa di diverso da uno scrittore, di aver pensato che il risultato estetico fosse secondario, la carriera fosse marginale, in una società letteraria sempre più mondana, autoriferita, competitiva e narcisistica, questo scarto fa la differenza. Adesso, quando comincio un libro, so che per due, tre anni della mia vita mi occuperò di questo e sarò in viaggio, incontrerò molte persone, leggerò molti testi, guarderò diversi film e ascolterò alcune canzoni. So che questo “libro vivente” cambierà pelle moltissime volte, e anch’io cambierò con lui, gli incontri che farò, i luoghi che visiterò, questo intreccio di antropologie, di nozioni storiche, di storie vissute al presente alla fine prenderanno una forma sul campo, in itinere.</p>
<p>Ricordo una frase di Salman Rushdie ai tempi in cui cominciai a fare questi ragionamenti, che era anche la citazione che pubblicizzava la rivista che leggevo allora, di cui mi piacevano il taglio e il pensiero, diretta da Goffredo Fofi, “Linea d’ombra”: &#8220;La narrativa, dice la verità in un&#8217;epoca in cui le persone cui è demandato di dire la verità inventano storie. Abbiamo i politici, i media o chi, altri; coloro che creano le opinioni che, in effetti, inventano storie. E allora diventa il dovere di uno scrittore cominciare a dire la verità&#8221;. Quella frase fu per me un viatico importante, perché riassumeva ciò che in quel momento pensavo e volevo fare. Anche se Rushdie diceva che “I romanzi sono pieni di bugie, di bugie che dicono la verità”, mentre trovavo la narrativa contemporanea sempre più prevedibile proprio per questo suo statuto d’invenzione, di fiction in un contesto sociale dove tutto stava diventando spettacolo. Dove “la narrazione”, lo storytelling appunto inventa la realtà, diventa un potente strumento di marketing, commerciale e politico, religioso, turistico. Pochi mesi fa il Presidente del consiglio Renzi a Vinitaly ha espresso tutto questo alla perfezione, utilizzando il retroterra retorico del suo ispiratore Baricco, cioè il vino italiano è qualitativamente migliore di quello francese, solo che loro sanno raccontarlo meglio. Voleva dire che raccontandolo meglio, diventa più buono, diventa migliore, dicendoci anche che non è importante la realtà ma l’invenzione della realtà, o meglio la falsificazione della realtà, la differenza tra la finzione e il falso è questa.</p>
<p>Sono molti anni, ormai, che scrivo reportage narrativi. Lo faccio nell’unico modo possibile in cui queste vere e proprie esperienze sul campo si possono fare, almeno per uno come me, cioè con la massima partecipazione emotiva, i sensi aperti, i nervi scoperti, vagabondando a volte alla cieca nei luoghi, cercando di capirli, di interrogarli, e mettendomi in gioco. Questo modo di scrivere storie dal vero, più della fiction, compie una vera e propria trasformazione non solo della materia narrativa, della forma che di volta in volta si sceglie, ma anche dei sentimenti, delle convinzioni profonde chi scrive. Il reportage è un’opera aperta straordinaria che migliora negli anni perché ogni reporter affina il suo modo, che è diverso da quello di tutti gli altri, appunto per questa sua assoluta soggettività. Diventa uno stile, certo, un modo di scrivere e dare prospettiva al raccontare storie vere, che si avvicinano alla realtà, se non altro alla verità dei fatti, ma anche un modo di fare che serve per raggiungere determinati risultati, in definitiva un modo di vivere, di stare al mondo.</p>
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<p>Da <em>Contro la finzione. Percorsi della non-fiction nella letteratura italiana contemporanea</em>, a cura di <span style="letter-spacing: 0.8px;">Daniele Comberiati e  Carlo Baghetti,</span><span style="letter-spacing: 0.05em;"> Ombre Corte 2019. </span></p>
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		<title>La terra, il paesaggio, la letteratura</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 06:01:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Angelo Ferracuti Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a>Girando parecchio l’Italia, negli ultimi periodi mi sono reso ancora di più conto di come il paesaggio marchigiano, fermano, mi appartenga interiormente in modo molto forte per intima consonanza. Come questo condizioni il mio umore, un’idea estetica in generale, persino lo stile, la scrittura che adopero, l’organizzazione dello spazio, e come non riesco a staccarmene, nonostante poi la vita di provincia sia in realtà abbastanza claustrofobica e fisiologicamente noiosa.</p>
<p>Sono nato in una famiglia contadina, e di quel mondo ho ancora molta nostalgia. Quindi sono un assiduo frequentatore dei “luoghi persi” di cui parla il poeta Umberto Piersanti, amo molto la terra, la natura, gli alberi, e vado spesso in cerca di silenzio in un mondo frastornante, dove i rumori di sottofondo sono una parte del dominio, del caos, della confusione, e confondono le idee. Nelle nostre campagne ritrovo l’armonia, l’ordine e il disordine naturale, la quiete.</p>
<p>Quando vado in un&#8217;altra regione, la prima cosa che mi viene da fare è un paragone di paesaggi, e anche di abitudini, di riti quotidiani, quali sono le diversità tra il luogo di residenza, e quello dove sono arrivato. Spesso mi accorgo che il mio occhio si è in qualche modo allenato su queste colline marchigiane, sui paesi arroccati, nei piccoli luoghi, che basta spostarsi di pochissimi chilometri e si scorge oppure si arriva direttamente al mare. Almeno dalle mie parti. Certo nel nord delle Marche non è sempre così, se penso a Falconara, con quel Moloch orribile della raffineria dell’Eni, una città di mare dove il mare non si vede mai. Ma il paesaggio della Sardegna, per esempio, è più impegnativo da un punto di vista strettamente naturalistico, più selvatico e roccioso, a volte soffoca, la stessa cosa vale per quello abruzzese, tanto per fare degli esempi tangibili, mentre in Calabria in pochi chilometri si passa dall’alta montagna al mare, in modo molto netto, quasi violento, e le speculazioni edilizie, gli sfregi della ‘ndrangheta, hanno irreparabilmente violentato cittadine e costa, molti luoghi da quelle parti sono inguardabili.</p>
<p>Il nostro paesaggio è assolutamente conservato meglio, anche se sulla costa non c’è più un tratto di spiaggia libera, tutti i piccoli chalet degli anni ’60 dalle tinte pastello si sono quadruplicati di dimensioni, diventando spesso ristoranti, campi di calcio, luoghi del brutto, del cattivo gusto e del consumismo di massa in salsa spettacolar-televisiva, dove gli zombie saltellano nell’acqua. La costa marchigiana che si vede dal treno è spesso così, e non è un bello spettacolo.</p>
<p>Anche da noi ormai vince l’idea che il paesaggio non deve essere tutelato ma sfruttato come le persone, il consumo di suolo della nostra Regione è tra i più alti d’Italia, si cementifica molto. Sono tutt’altro che uno specialista di queste cose, ma nel 1998, in occasione del bicentenario leopardiano, proprio per onorare questo illustre antenato, scrissi un racconto che uscì in un libro (gli altri scrittori erano Gilberto Severini, Claudio Piersanti, Eraldo Affinati e Laura Pariani) al quale tengo molto e la dice lunga su come la penso. La letteratura può dire tutto ciò che in genere non si può dire, e resta una forma, una rappresentazione del mondo spesso avversa che si materializza rispetto a quella del potere. La letteratura mostra cose che possono esistere, che possono accadere, e anche i loro paradossi. E’ un altro modo di vedere il mondo, spesso di chi è stato sconfitto ma non ha perso la speranza di cambiare. In realtà nella società dell’eterno presente, dove l’esperienza di molte vite si gioca sull’attimo, così come suggerito dalle culture neoliberiste che con impeto necrofilo, una idea di distruzione, cavalcano il mito del consumo, credo che l’attenzione per il paesaggio, per lo sviluppo compatibile delle città, dei paesi, e dentro questo il recupero di una socialità, interessi davvero una minoranza di persone e venga percepito come qualcosa di anacronistico. La maggioranza vede ormai tutto come qualcosa da consumare, dal sesso a una gita in barca, annullando tutto quel sentimento del tempo che ci hanno insegnato gli antichi. Quindi, siccome lo spettacolo deve continuare, è questo che vuole il potere, tutto deve essere consumato, da una funzione religiosa a un film pieno di rapporti anali con protagonisti uomini e animali, la suora che canta il rock e il festival di musica sacra, la religione di questo tempo è non fermare “lo sviluppo”, “la crescita”. Ma nella foga avevo dimenticato il mio racconto, che si intitola “Un barbaro”, al quale sono molto legato, e l’antologia, “La città raccontata”, curata da Daniele Garbuglia. Ebbene a Recanati, nel natio borgo selvaggio, questo vecchio impazzisce, prende in mano lo schioppo, si barrica in casa e dal balcone comincia a sparare contro i manovali che stanno costruendo un palazzo di fronte alla sua casa colonica e stanno cancellando “la vista” dell’ermo colle. Arrivano i carabinieri, e il figlio, che vive in un comune vicino, avvertito da questi ultimi, e, nonostante da fuori tutti cerchino di convincerlo alla resa, il vecchio leopardiano continua a combattere finché non resta ucciso nel conflitto a fuoco con i militari. Ovviamente non è un invito ad imbracciare le armi, come dicevano una volta i cattivi maestri, ma a non smettere di lottare e di pensare con quelle pacifiche del pensiero, di cui anche la letteratura è parte.</p>
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		<title>L&#8217;ULTIMA RACCONTA (ancora dallo Zibaldone Norvegico)</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jan 2014 07:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Luigi Di Ruscio Mi hanno pubblicato l’ultima raccolta. Non sono all’altezza per sostenere tutto questo casino. La cosa è superiore alle mie forze, oltre alla mancanza di coraggio morale subentra anche la mancanza di coraggio morale. Non al punto di chiedere scusa, perché in tutti i casi non meritate di meglio. Uno sta a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Mi hanno pubblicato l’ultima raccolta. Non sono all’altezza per sostenere tutto questo casino. La cosa è superiore alle mie forze, oltre alla mancanza di coraggio morale subentra anche la mancanza di coraggio morale. Non al punto di chiedere scusa, perché in tutti i casi non meritate di meglio. Uno sta a casa lontano da tutto scrive tutto quello che gli passa in testa e poi quando la cosa riesce stranamente a diventare pubblica uno si mette paura. Vivo in un mondo in cui la lingua italiana è incognita. La dissociazione tra quello che scrivo e quello che il pubblico si aspetta è enorme. L’ipotetico lettore è lontanissimo, siamo distanti più di duemila chilometri e c’è anche una distanza umana, qui sono tutti luterani, i classici scandinavi non sono certo Pascoli e Carducci ma Ibsen e Kierkegaard e Strindberg. Il lettore si aspetta “belle lettere” ed invece il lettore riceve delle belle lettere cartate di merda in faccia. Il non aver frequentato le scuole dove per prima cosa per prendere voti buoni bisogna scrivere quello che fa piacere al professore, quindi lo scrivere diventa un aspetto della socialità, il sottoscritto avendo frequentato solo cinque classi delle elementari e avendo sempre preso voti bruttissimi e ripetuto diverse classi non è stato capace di una scrittura come uno degli aspetti del sociale dove vengono scritti e recepiti messaggi che non sono affatto in disarmonia tra lo scrittore e il ricevente, cioè il lettore. Nel caso del sottoscritto si instaura una specie di confrontazione e provocazione tra il sottoscritto e il lettore. In un saggio di Elia su Mozart viene costatata una tragica dissociazione,<br />
il pubblico della musica in quel periodo era la corte e l’aristocrazia invece la musica di Mozart era quella del mondo che sarebbe nato con la rivoluzione francese. Quindi da una parte il comico ciò l’irrisione per i valori dominanti e dall’altra parte l’angoscia di non avere più committenti, essere tagliati fuori.</p>
<p><em>[anche quest&#8217;altro testo di Di Ruscio, come il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/10/dallo-zibaldone-norvegico/">precedente</a>, fa parte dello &#8220;Zibaldone Norvegico&#8221;, in uscita da Luigi Pellegrini Editore, collana &#8220;Itaca Itaca&#8221; con una prefazione di Angelo Ferracuti e una nota finale di Mauro F. Minervino; il delizioso errore dell&#8217;autore nel titolo è stato mantenuto dall&#8217;editore]</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/10/dallo-zibaldone-norvegico/cop_collana1/" rel="attachment wp-att-47282"><img loading="lazy" alt="cop_collana1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/cop_collana1-1024x728.jpg" width="700" height="497" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>VOLPONI (dallo Zibaldone Norvegico)</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2014 07:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Luigi Di Ruscio Mi proponevo poesie a comunicazione rapidissima e senza sotterfugi, la gente ha fretta e bisognerebbe scrive­re romanzi di un’unica frase, la mia è una affermazione di identità e mi irrita se mi confrontano con un scritto­re molto importante che magari stimo. Antonio Porta quando dirigeva “Alfabeta” voleva pubblicare il primo capitolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luigi Di Ruscio</strong></p>
<p>Mi proponevo poesie a comunicazione rapidissima e senza sotterfugi, la gente ha fretta e bisognerebbe scrive­re romanzi di un’unica frase, la mia è una affermazione di identità e mi irrita se mi confrontano con un scritto­re molto importante che magari stimo. Antonio Porta quando dirigeva “Alfabeta” voleva pubblicare il primo capitolo del mio romanzo il <i>Palmiro</i>, dovette rinunciar­vi, aveva trovato tutta la redazione contro, nella reda­zione c’era anche Volponi e Leonetti, strano che anni dopo, tanti anni dopo Volpini mi disse che il <i>Palmiro </i>era un capolavoro, erano presenti De Signoribus e Zinato. Leonetti farà la prefazione alla mia ultima raccolta. Alla gente occorre anni ed anni per capirle le cose e non è certo colpa mia, anzi è colpa mia. Lavoro nella solitudi­ne più completa, non so niente della situazione letteraria italiana, leggo giornali e libri norvegesi è chiaro che al lettore occorre tempo per capire. Ero un amico frater­no di Eugenio De Signoribus, le sue poesie neppure le leggevo, mi arrivavano le sue raccolte con dedica, davo una vista e mettevo nella libreria, non è questione di va­lori, siamo diversi, Volponi è un grande scrittore, però la scrittura del sottoscritto e quella di Volponi o De Signo­ribus è tutta diversa, ho l’ambizione di essere solamente me stesso, nessun pugno e neppure denti, la scrittura del sottoscritto è diversa da quella di tanti grandi scrittori marchigiani o milanesi e se trovate qualche somiglianza è perché certi grandi scrittori sono stati influenzati dalla mia scrittura, io non leggo poesie dei contemporanei, abito ad Oslo, gli ultimi libri italiani che ho compera­to sono i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi e Feltrinelli della Baldini&amp;Castoldi figuriamoci se vado in Italia a comperare i libri di Cucchi per esempio o del Ricciardino, mica ho soldi da buttare e non ho neppu­re tempo da buttar via a 76 anni. Sono incastrato in due fenomeni opposti, perché diverso vengo rimosso, i critici illustri preferiscono il prevedibile, vengo rimos­so anche perché viene disconosciuta la mia diversità, in fondo adoperiamo tutti lo stesso alfabeto, anche se l’ita­liano del sottoscritto è leggermente insolito. La fedeltà alla stima di Volponi di certi critici che hanno stimato la mia poesia non dovrebbe disconoscere che grande è la diversità della mia ultima raccolta con qualsiasi scrittura di Volponi, la mia prima raccolta edita nel 1953 è: <i>Non possiamo abituarci a morire</i>, poco prima Volponi pubbli­cava la sua prima raccolta, possiamo paragonare queste due prime raccolte? Ci possono essere due raccolte tanto diverse? Una con prefazione Carlo Bo, il ricercatore del viscerale, l’altra raccolta ha la prefazione di un Fortini del primo dopoguerra che se non altro si era accorto del­la terribile tragedia dell’ultima guerra mondiale e sapeva che una certa poesia dopo l’olocausto era diventata im­possibile. Ho amato la <i>Divina commedia</i>, le grandi poe­sie di Leopardi, <i>I sepolcri </i>di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime tre raccolte di Montale, la prima di Ungaretti, poi poesie isolate dei maggiori poeti del novecento. Si tratta di poeti estremamente diversi, un Leopardi e un Belli nonostante fossero contempora­nei è come fossero poeti di pianeti diversi, <i>I sepolcri </i>non è certo le <i>Rimembranze</i>, la prima raccolta di Ungaretti è la cosa più diversa degli <i>Ossi di seppia</i>.</p>
<p>Conosco i professori, mio figlio insegna cibernetica in una università norvegese, qualsiasi cazzata mi dice mi domanda poi ripetutamente se ho capito, poi magari mi racconta delle cagnare con certi ricercatori anche ci­nesi che gli avrebbero fregato non capisco bene quale enigma. Capisco anche che tutto può essere uguaglia­to e tutto può essere distinto, per esempio Iddio e il sottoscritto sono molto dissimili, siamo simili in una cosa, siamo tutti e due essere viventi anche se per po­co, come ripeto ho 76 anni. Il sottoscritto e Volponi che un tempo confondevo con Volpini sono tutti e tre marchigiani, siamo tutti e due nello stesso periodo sto­rico, però caro critico amico, dopo aver eguagliato poi bisogna distinguere. Anche nella marchigianità ci sono differenze, io sono nato a Fermo, Marche sporche, Vol­pini è di Urbino che non risiede nelle Marche sporche, lassù sono puliti. Le distinzioni bisogna farle oppure non si capisce più niente. Tra un assassino e il sotto­scritto ci sono somiglianze, ieri con un colpo di giornale ho ammazzato una mosca e non ho mai ammazzato un uomo e neppure una donna per fortuna, e ancora per fortuna non ho causato neppure per sbaglio la morte di nessun uomo o donna. Le vespe che terrorizzano Mary ho dovuto farle fuori perché non sono riuscito a farle volare fuori della finestra. Volponi che è nato nel 1924, nel 1944 alla caduta del fascismo aveva venti anni, cioè come tutti è stato fascista sino a venti anni, durante il periodo fascista erano tutti fascisti, io ho portato la ca­micia nera per tutti i sabato del periodo scolastico che si chiamavano proprio sabato fascisti, c’era una carriera stabilita, figlio della lupa, balilla, avanguardista e giova­ne fascista, Volponi avendo anni 20 nel 1944 sarà stato giovane fascista, stessa cosa per Pasolini, questa gente ha raccontato tutto mai hanno accennato di aver portato la camicia nera sino all’età adulta, la prima raccolta di Volponi è tutto il contrario del Volponi dell’età adulta. Cioè di un Volponi della sinistra italiana, insomma vor­rei che non si facessero più apologie ma analisi critica, gli autori seri come Volponi sono sempre estremamente travagliati, per esempio il sottoscritto di oggi è diverso dal sottoscritto della mia prima raccolta dove mai mi sarei permesso a scherzare con le vespe. Ho scritto di queste cose a diversi tipi, vediamo cosa succede, proba­bilmente niente, figurati se prendono in considerazione quello che dico io. Io vorrei essere il fratellino minore di questa gente, come ogni fratello minore che si rispetti dovrei spiarli e riportare tutto ai miei genitori, chi sa­rebbero i miei genitori in questo caso? A chi raccontare le malefatte dei nostri fratellini maggiori? Ora cerco di raccontarle a voi. Figurati se i professori in belle lettere prendono in considerazione quello che scrivo io.</p>
<p><em>[questo testo di Di Ruscio fa parte dello &#8220;Zibaldone Norvegico&#8221;, in uscita da Luigi Pellegrini Editore, collana &#8220;Itaca Itaca&#8221; con una prefazione di Angelo Ferracuti e una nota finale di Mauro F. Minervino]</em></p>
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		<title>Il costo della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2013 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Ferracuti]]></category>
		<category><![CDATA[incidenti sul lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Ferracuti George Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi La strada di Wigan Pier, una cittadina mineraria dell’Inghilterra del sud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortuni fra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività, che le morti sono accettate come cosa normale, quasi come si farebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Ferracuti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/05/29/il-costo-della-vita/img407a/" rel="attachment wp-att-45693"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-45693" alt="img407a" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a-183x300.jpg" width="183" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/img407a.jpg 392w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" /></a>George Orwell nel suo saggio sui minatori inglesi <i>La strada di Wigan Pier</i>, una cittadina mineraria dell’Inghilterra del<i> </i>sud, a un certo punto scrive sgomento: ≪La media degli infortuni<i> </i>fra i minatori è cosi elevata, a confronto con altre attività,<i> </i>che le morti sono accettate come cosa normale, quasi<i> </i>come si farebbe in una guerra minore≫. Come succede in Italia,<i> </i>dove attualmente ci sono 8oo.ooo invalidi e 130.000 tra<i> </i>vedove e orfani che percepiscono una pensione. E’ una cosa<i> </i>che viene da lontano se si pensa che nel ventennio 1946-66 si sono verificati 2.2860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e 966.880 invalidi: quasi un milione di menomati, il doppio di quelli causati dalle due guerre mondiali, che furono mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e delle malattie professionali negli anni della ricostruzione e del boom economico è stata lievemente superiore a un milione di casi annui, dal 1967 al 1969 la cifra è salita a oltre 1,5 milioni e nel 1970 a 1.650.000. Con un primato successivo: il nostro paese nel decennio 1996-2005 è risultato quello con il più alto numero di morti sul lavoro in Europa. Infatti continuano a creparne più di quattro al giorno. Rachid Chaiboub, un operaio marocchino di trentadue anni, è morto a Desio mentre stava pulendo una tramoggia spargisale. Ha sollevato la grata di protezione dei rulli ed è precipitato all’interno del macchinario. Fabrizio Pagliano, trent’anni, e morto alla cartiera di Torre di Mondovì: era rimasto impigliato con la tuta in una apparecchiatura che poi ne ha provocato la morte per soffocamento. Francesco Calderaro, operaio di quarant’anni, è scomparso tragicamente a Palagiano cadendo dall’impalcatura di un capannone mentre stava rimuovendo alcune lastre in eternit dal tetto. A San Nicandro Rachid Douioi, trentun anni, bracciante agricolo, è stato travolto brutalmente e senza scampo dalla macchina rotante del trattore mentre recuperava dei tubi per l’irrigazione. Sono alcune vittime di una strage infinita, e sembrano i personaggi della piccola America di fine Ottocento cantati da Edgar Lee Masters nell’<i>Antologia di Spoon River</i>. Dopo  un secolo ecco i nuovi Butch Weldy, che saltò in aria mentre la cisterna esplodeva nella fabbrica di scatolame e ricadde ≪con le gambe spezzate e gli occhi bruciati come uova fritte≫, o Herman Altman, ≪arso nella miniera≫; per non parlare di quel Mickey M’Grew che per pagarsi la scuola finì operaio giornaliero e morì mentre puliva la torre dell’acqua:</p>
<p>Sempre la solita storia la mia vita:</p>
<p>qualcosa al di fuori di me mi trascinava in basso,</p>
<p>non fu la mia forza ad abbandonarmi.</p>
<p>Ci fu una volta che mi guadagnai i soldi</p>
<p>per andarmene via a studiare,</p>
<p>e all’improvviso mio padre si trovò in difficolta</p>
<p>e dovetti dargli tutto.</p>
<p>E così un giorno mi ritrovai</p>
<p>uomo tuttofare a Spoon River.</p>
<p>E quando si trattò di pulire la torre dell’acquedotto</p>
<p>e mi tirarono su a settanta piedi di altezza,</p>
<p>mi sciolsi la fune dalla cintola,</p>
<p>e slanciai allegramente le braccia gigantesche</p>
<p>verso il liscio orlo d’acquaio della cima della torre –</p>
<p>ma scivolarono sul perfido limo,</p>
<p>e giù, giù, giù, affondai</p>
<p>nella tenebra ruggente!</p>
<p>Massimo Occhiuzzi, quarantun anni, è stato schiacciato da una pressa in una fabbrica di Avezzano dove si lavorano ferro e profilati. Al povero Gaetano Saraceni, trentuno anni, è stata fatale una sbarra metallica mentre lavorava vicino a un macchinario in un’azienda specializzata in stampaggio di metalli, a Solbiate Arno. Michela Vagaggelli, portalettere di quarantun anni, è morta a Siena: mentre percorreva una via in ciclomotore è stata urtata da un’auto che viaggiava a forte velocita nel senso opposto di marcia. Per lei non c’è stato scampo. Cambiano i nomi, i cognomi, ed eccone di nuovi. Nella società dello spettacolo parlarne significa cancellarli. Sono esistiti per trenta secondi, per un minuto, qualche loro familiare diventa protagonista di un programma di intrattenimento del primo pomeriggio. La faccia di un conduttore mostra un’espressione commossa, l’invitato piange, lo share si alza, si impenna, va su. Per altri di questi operai il lavoro è fisiologicamente letale, perché è rischioso ed espone a malattie a volte incurabili.</p>
<p>Forse pochi lo sanno, ma nel nostro paese ci sono ancora i minatori. Non vanno quasi più nelle miniere, non scavano cunicoli per estrarre il carbone come accadeva nel distretto di Marcinelle, ma uno di loro, Pietro Mirabelli, crepato a cinquantadue anni nella galleria Alptransit del Canton Obvaldo, in Svizzera, anche lui aveva lavorato insieme ad altri suoi compagni nei cantieri dell’alta velocita del Mugello: otto ore e più a massacrarsi di fatica nel sottosuolo e una paga da fame. I rischi per la salute sono ancora altissimi: il più comune si chiama silicosi. Per capire quanto la silicosi sia legata a questo genere di mansioni, basti pensare che qualcuno l’ha soprannominata la tisi dei minatori: una malattia che attacca i polmoni causata dall’esposizione prolungata a un minerale molto pericoloso, il biossido di silicio. I sintomi più frequenti possono comparire anche dopo tanti anni dall’esposizione: difficolta respiratorie, tosse, insufficienza cardiaca, tubercolosi. Sempre George Orwell, in quel libro ormai diventato di culto, definì con esattezza estetica la condizione degli uomini del sottosuolo: ≪Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro e cosi esageratamente orribile, ma anche perché è cosi virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene≫. Molti di questi lavoratori non li vediamo, nessuno ce li racconta, come gli addetti ai fumi, che rischiano l’avvelenamento da mercurio, o quelli che lavorano nelle cave, soggetti a gravissime malattie dell’apparato uditivo che causano ipoacusia da rumore. Per non parlare della costante esposizione ai gas che aumentano il rischio di cancro ai polmoni. Qualcuno sa dei palombari che resistono alla mitologia di Jules Verne e dei suoi romanzi avveniristici, per caso? Ebbene, molti sono vittime di un’infermità che colpisce chi opera in cassoni subacquei o dentro scafandri elastici. E ancora ci sono gli operai delle fonderie costretti a maneggiare materiali che contengono amianto e quelli che lavorano in spazi ristretti, all’interno di condotti, cunicoli di servizio, oppure pozzi, fognature, serbatoi e caldaie, un lavoro invisibile come i tanti lavoratori che si calano nelle segrete di una nave, nei bassifondi lerci, oscuri, puzzolenti, e che si chiamano in gergo <i>picchettini</i>.</p>
<p>Al porto di Ravenna, nei cantieri navali Mecnavi di proprietà dei fratelli Arienti, il 13 marzo 1987 tredici di loro morirono asfissiati per via delle esalazioni di acido cianidrico provocate da un incendio nelle stive della <i>Elisabetta</i> <i>Montanari</i>, una nave cisterna in secca adibita al trasporto di Gpl. Davanti all’ingresso del palazzo comunale, a metà della scalinata, c’è una lapide che li ricorda, vicino a quella dei partigiani, perché questa è la citta di Arrigo Boldrini, il comandante Bulow. Ma la lapide e un po’ troppo generica: ≪La citta di Ravenna alla memoria dei morti sul lavoro≫. Morti dove, perché? Parafrasando la frase scritta davanti ai cantieri navali di Monfalcone che ricorda i morti per amianto (≪Costruirono le stelle del mare, li uccise la polvere, li tradì il profitto≫), avrebbero potuto scrivere: Pulivano le navi dei petrolieri miliardari, li uccisero i tempi di consegna, li tradì il profitto. Si chiamavano Filippo Argnani, e aveva quarant’anni, Marcello Cacciatori, ventitré, Alessandro Centioni, ventuno, Gianni Cortini, diciannove, Massimo Foschi, ventisei, Marco Gaudenzi, diciotto, Domenico Lapolla, venticinque, Mosad Mohamed ne aveva solo trentasei, il povero Vincenzo Padua, sessantenne, stava per andare in pensione e si trovò li per puro caso, chiamato all’ultimo momento per uno scherzo del destino, ed era l’unico assunto e veramente in regola dalla Mecnavi; e ancora Onofrio Piegari, ventinove anni, Massimo Romeo, ventiquattro, Antonio Sansovini, ventinove, e infine Paolo Seconi, anche lui di ventiquattro. Tredici lavoratori morti come topi, asfissiati nel ventre della balena metallica. ≪Non credevo che esistessero ancora simili condizioni di lavoro, a Ravenna, alle soglie del Duemila≫, disse il procuratore capo della Repubblica Aldo Ricciuti che svolse le indagini. Fu una giornata tragica e indimenticabile per la città, e ai funerali, tre giorni dopo, arrivarono la presidente della Camera Nilde Iotti, tutti i massimi dirigenti del partito, e le foto in bianco e nero dell’epoca mostrano il primo cordone di uomini e donne delle istituzioni, i cappotti scuri e le cravatte nere, e dietro una folla immensa e impietrita con gli striscioni dei Consigli dei delegati del porto e delle fabbriche della zona, i vecchi comunisti dagli sguardi increduli, gli occhi lucidi, con ancora le bandiere rosse e in cima un cerchio di metallo dorato con la falce e il martello, un clima da messa da requiem. Mancò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che non ritenne opportuno recarsi nella terra dei ≪bolscevichi≫. Tre giorni dopo Miriam Mafai dalle pagine di ≪Repubblica≫ fece una riflessione citando un autorevole commentatore della televisione giapponese, il quale diceva, rivolto a noi italiani: ≪Voi ci avete dimostrato che si possono raggiungere buoni risultati economici senza trascurare la qualità della vita≫. ≪Purtroppo poi, – scriveva la giornalista, – arriva una tragedia come quella di Ravenna a dirci che le cose sono un po’ più complicate: il secondo miracolo economico, l’aumento del Pil, della produttività e del profitto non sono frutto soltanto di robotica informatica elettronica, ma anche di lavoro più o meno nero, lavoro all’antica “al limite delle possibilità umane”, come ha commentato un magistrato, “in un buco senza uscita, sdraiati per dieci ore al giorno, con l’aria che mancava e la testa che girava per le esalazioni di anidride carbonica”, come ha raccontato un ragazzo che si è salvato perché ha preferito licenziarsi. Dunque, nel felice paese che ha superato l’Inghilterra, nella Pirlandia che è il quarto paese industriale del mondo, in una regione che è fra le più progredite d’Italia, si può morire anche così: un giovane disoccupato, diplomato in ragioneria, a fianco dell’ex tossicomane che intendeva liberarsi della droga e dell’immigrato del Nordafrica che aveva trovato alloggio in una baracca dei bagni di Marina di Ravenna. Visto che celebriamo quotidianamente la scomparsa della classe operaia, come classificheremmo dal punto di vista sociologico questi morti?≫</p>
<p><em>(questo testo è tratto da &#8220;Il costo della vita&#8221;, Einaudi, 2013; l&#8217;immagine è una delle</em><em> fotografie di Mario Dondero incluse nel volume</em>)</p>
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