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	<title>Angelo Mastrandrea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I giovani figli di Marcinelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Aug 2014 06:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Angelo Mastrandrea (da rassegna.it) Caciocavallo stagionato e bruschetta all’olio di oliva, arrosticini a ventisei gradi all’ombra, patatine fritte, insalata con cetrioli e pomodori. Per finire, dolcetto al carbone vegetale con cuore di cioccolato al tartufo. Caffè e limoncello. Solo venendoci di persona si capisce il perché, qualche anno fa, il giro d’Italia ha fatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Mastrandrea</strong><br />
(da <a href="http://www.rassegna.it" target="_blank">rassegna.it</a>)</p>
<figure id="attachment_48538" aria-describedby="caption-attachment-48538" style="width: 792px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-48538" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/marcinelle.png" alt="foto di Luc Viatour" width="792" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/marcinelle.png 792w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/marcinelle-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 792px) 100vw, 792px" /><figcaption id="caption-attachment-48538" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/luc_viatour/" target="_blank">Luc Viatour</a></figcaption></figure>
<p>Caciocavallo stagionato e bruschetta all’olio di oliva, arrosticini a ventisei gradi all’ombra, patatine fritte, insalata con cetrioli e pomodori. Per finire, dolcetto al carbone vegetale con cuore di cioccolato al tartufo. Caffè e limoncello. Solo venendoci di persona si capisce il perché, qualche anno fa, il giro d’Italia ha fatto tappa da queste parti. Marcinelle è ancora oggi una little Italy d’oltralpe, tranquilla come una cittadina del New Jersey ma solo più operaia. Ci vivono i figli e i nipoti dei “musi neri” del Bois du Cazier, e qualche anziano ancora in vita. Sono le seconde e terze generazioni di emigranti, gente con il doppio e a volte triplo passaporto, discendenti delle migrazioni dal sud e dall’est d’Europa che si sono accoppiate fra loro durante il lungo secolo novecentesco.</p>
<p>Il giovane che aveva promesso un pasto frugale è uno di questi. Suo padre lavorava alla miniera e, come tutti gli italiani che arrivavano a Marcinelle, viveva in una baracca a un passo dal lavoro. Ha sposato una donna polacca e avuto due figli. Uno di questi gestisce un piccolo posto di ristoro a un centinaio di metri dai cancelli dell’ex miniera, ormai trasformata in museo e dichiarata dall’Unesco “Patrimonio mondiale dell’umanità”. All’interno c’è un flipper e la cucina è belga-abruzzese: arrosticini invece delle immancabili <em>moules</em>, le tipiche cozze belghe, e patatine fritte. La famiglia è originaria di Manoppello, in provincia di Pescara. Come Camillo e Rocco Jezzi, le prime due vittime italiane di cui si conobbero i nomi, dopo la tragedia dell’8 agosto 1956. E come altri trentotto suoi concittadini.</p>
<p>Dei 262 morti nella tragedia mineraria che sconvolse l’Europa facendo scoprire una schiavitù legittimata dai primi governi italiani del dopoguerra che commerciarono in uomini in cambio di carbone – duecento kg al giorno per ogni lavoratore – ben 61 erano abruzzesi. E Manoppello, un comune che all’epoca contava circa seimila abitanti, pagò il dazio più pesante. Ancora oggi molti italiani rimangono qui. Lo testimoniano le tante bandiere tricolore alle finestre e le facce delle persone che incontri per strada. Avrebbe dovuto essere un’emigrazione temporanea, quella dei nostri concittadini. Invece in tanti hanno messo radici da queste parti e non si sono mai mossi, smentendo quanto scriveva con qualche pregiudizio di troppo, all’indomani della strage, <em>Le peuple</em>, un quotidiano di ispirazione socialista e vicino al sindacato: “Se avesse voluto (il lavoratore italiano, <em>ndr</em>), forse avrebbe trovato, ai margini delle tetre periferie industriali, una casetta e un giardino. Ma lo spostamento gli sarebbe costato e vuole risparmiare molto per restare il minor tempo possibile in Belgio. E poi si sarebbe trovato solo, in mezzo a stranieri, mentre a lui piace sentire cantare nella sua lingua, mangiare le specialità della sua cucina e sfogarsi tra i suoi”. Per questo, concludeva, “accetta di vivere ai piedi dei terreni di scarico, dietro alle mura di vecchi accampamenti dei prigionieri di guerra”, “chiude gli occhi sui canali che scaricano l’acqua sporca del bucato e non vede più la sua baracca coperta di bitume, non sente più il triste odore che sale dall’accampamento”.</p>
<p>Parole che oggi potremmo ascoltare anche alle nostre latitudini, rivolte ad altri migranti. Ma dietro c’era anche dell’altro. Ai belgi non andava giù che gli italiani accettassero di lavorare di più e a condizioni peggiori, facendo regredire i diritti conquistati a fatica. Non si faceva lo sforzo di provare a capire chi erano i nuovi arrivati, da quale contesto provenissero e come venissero selezionati. Come avrebbe potuto, un’emigrazione dai piccoli e poveri paesi dell’Appennino, pensare di stabilirsi in una periferia industriale senza avvertire ancor più lo sradicamento? E in che modo avrebbero potuto farlo persone che non parlavano la lingua locale e che spesso leggevano negli annunci “non si fitta agli stranieri”? Senza considerare che l’alloggio era garantito, alla firma del contratto in Italia, dalla compagnia mineraria. La storia si è peritata di dimostrare il contrario.</p>
<p>Gli italiani, verso i quali la Democrazia Cristiana aveva usato la leva dell’emigrazione per attenuare il problema della disoccupazione e risollevare il Pil con le loro rimesse, non solo non sono tornati indietro ma sono stati artefici di una scalata sociale che tutti in Belgio riconoscono, come dimostra il caso dell’ex premier socialista Elio Di Rupo, anch’egli di origini abruzzesi e figlio di minatori. Quei contadini del nord, per la prima ondata, e poi del centro-sud, sono diventati la seconda comunità di migranti in Belgio, mantenendo radici identitarie molto forti e conservando persino le tradizioni contadine: prima di allora i belgi non conoscevano melanzane, peperoni e neppure il basilico. Gli arrosticini e il caciocavallo del barista di seconda generazione ne sono una testimonianza diretta.</p>
<p>L’ex lager nazista, poi capovolto dai rovesci bellici in campo di prigionia per i soldati tedeschi, oggi si è trasformato: le <em>cantines</em>, baracche di legno dove si viveva ammassati su letti di paglia, senza acqua, riscaldamento né servizi igienici, sono state abbattute e trasformate nelle casette basse in mattoncini tipicamente belghe, e così le “case di ferro”, come chiamano da queste parti i terribili hangar militari in cui si moriva di freddo d’inverno e si arroventavano nelle rare giornate di sole. Resistono, a memoria di quel che è stato, i <em>terril</em>, colline nere formatesi con i detriti di carbone sulle quali crescono piante ed erbacce, un po’ come il monte dei cocci di Testaccio, a Roma.</p>
<p>Marcinelle oggi è un tranquillo villaggio che conta appena un verduraio, un barbiere, il bar dell’emigrante di Manoppello e un ristorante. Dopo i tragici fatti del ’56, è assurto agli onori delle cronache solo in un’altra occasione. Fu quando si scoprì che un elettricista del luogo, Marc Dutroux, in più di un decennio aveva sequestrato, seviziato e ucciso alcune ragazzine. Si ipotizzò un giro di pedofilia molto più esteso, il governo e le forze di polizia finirono sotto accusa al punto che due ministri furono costretti a dimettersi, e a Bruxelles una “marcia bianca” di 350 mila persone chiese che si facesse luce fino in fondo sulla vicenda. Ma questa brutta storia non ha cambiato il volto di Marcinelle, un luogo-simbolo delle tragedie dell’emigrazione e della “guerra del carbone” che il piccolo Stato belga decidette di combattere per risollevarsi dal conflitto mondiale. Un passato che ha impiegato del tempo per essere archiviato definitivamente.</p>
<p>Il Bois du Caziers, dove i minatori scendevano fino ai 945 metri, come avvenne alle 8,10 della mattina dell’8 agosto 1956, senza protezione alcuna se non un caschetto, ammassati uno accanto all’altro in ascensori in cui non ci poteva neppure alzare in piedi, costretti a scavare il carbone in cunicoli alti al massimo cinquanta centimetri, ha chiuso i battenti oltre un decennio più tardi. L’ultima miniera è stata dismessa nel 1984, nonostante dopo i fatti di Marcinelle l’Italia avesse disdetto gli accordi con il Belgio. Ma, così come gli italiani avevano preso il posto dei belgi che non volevano saperne più di scendere nelle viscere della terra, allo stesso modo quest’ultimi furono rimpiazzati da turchi e marocchini.</p>
<p>La strage fu uno spartiacque. Il governo italiano fu costretto, sull’onda dell’emozione, ad aprire gli occhi. Il <em>Corriere della Sera</em> il giorno dopo titolò “Tragedia nostra” un commento di Dino Buzzati: “Bois du Cazier, questo lontano posto che non si era mai sentito nominare, diventa Italia”. Ruben Tedeschi, inviato dell<em>’Unità</em>, dettò a braccio: “Uno spettacolo pauroso si è presentato ai nostri occhi quando siamo giunti davanti ai cancelli della miniera. Il fumo – un fumo denso, nero, acro – oscurava il cielo e rendeva l’aria irrespirabile. Dal cielo buio cadeva una pioggia silenziosa di fuliggine. Di tratto in tratto, l’oscurità era lacerata da lingue di fuoco che guizzavano ruggendo dalle miniere della terra. Una folla composta in massima parte di donne e di bambini, a stento trattenuta da cordoni di gendarmi, faceva ressa per avere notizie, si accalcava intorno ai membri delle squadre di soccorso che, dopo ore e ore di durissimo lavoro, tornavano alla superficie. Le informazioni che costoro recavano non erano rassicuranti, e, nella loro inevitabile contraddittorietà, contribuivano ad alimentare l’incertezza e la confusione. Dalla folla si levavano lamenti, invocazioni e invettive: invettive contro il destino, ma anche contro coloro che portavano la pesante responsabilità della sciagura. Erano frasi gridate in molte lingue: in francese, in fiammingo, in greco, ma, soprattutto, in italiano, perché italiani sono in massima parte, i sepolti vivi e italiani i loro figli e le loro mogli”.</p>
<p>Oggi la crisi batte forte pure da queste parti. A Marcinelle, chiusa la miniera, il museo, una sorta di monumento alla civiltà industriale, non basta a garantire il benessere degli abitanti. Tutta l’area, nata intorno alla grande industria manifatturiera, versa in una crisi quasi irreversibile. Perfino il terziario e la logistica soffrono della stagnazione economica. I tassi di disoccupazione sono ai livelli del sud d’Europa e il nord ricco e fiammingo è sempre più insofferente nei confronti del sud povero e, a loro detta, dissipatore di risorse pubbliche. È per questo che la destra nazionalista guidata dal sindaco di Anversa ha spopolato nelle Fiandre e il premier Di Rupo è stato costretto alle dimissioni. A sud, nelle zone operaie, i socialisti sono ancora il primo partito (con i comunisti del Ptb e i Verdi sfiorano il 50 per cento dei consensi) e resiste una solida cultura sindacale. È questa la vera differenza con il vicino nord della Francia, dove il voto popolare è traslocato tutto verso l’estrema destra del Front National. Che fare, dunque? Il barista pare avere pochi dubbi. “Qui le cose vanno male. Torno in Italia. Proverò ad aprire un bar sul mare, a Montesilvano”. Come a dire, quando i figli emigrano nelle terre dei padri.</p>
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		<title>I dimenticati del terremoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 11:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Angelo Mastrandrea da IL PAESE DEL SOLE EDIESSE Marzo 2014 &#160;&#160;&#160;&#160;All’ingresso di San Gregorio c’è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po’ meno. «Lì c’era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla». &#160;&#160;&#160;&#160;Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Angelo Mastrandrea</strong></p>
<p align="right">da <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/il-paese-del-sole" target="_blank"><strong>IL PAESE DEL SOLE</strong></a><br />
EDIESSE Marzo 2014</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;All’ingresso di San Gregorio c’è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po’ meno. «Lì c’era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla».</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto di case in pietra che piange il cuore a vedere così malridotto: ferito a morte dal terremoto di quattro anni e mezzo fa, abbandonato, destinato a essere cancellato dalle cartine geografiche. San Gregorio è una delle 59 frazioni dell’Aquila, neppure la più lontana dal capoluogo. Troppo piccole per avere la pretesa di assurgere alla dignità di comune autonomo, ma ognuna con una vita propria, una sua storia, un’identità e una fisionomia uniche. Bisogna prendersi la briga di venire fin qui, fuori dalla città e lontano dallo scandalo del centro storico senza vita, per comprendere fino in fondo in che modo vivono i dimenticati del terremoto abruzzese, come interi paesi siano stati uccisi, e con essi un intero tessuto economico e culturale sia stato lasciato marcire. Il loro cuore si è fermato alle 3 e 32 del 6 aprile 2009, quando una tremenda scossa – magnitudo 6,3 della scala Richter – ha cambiato per sempre l’assetto urbanistico e sociale di un pezzo di Italia appenninica. Il resto lo hanno fatto gli uomini.</p>
<p><center><iframe loading="lazy" width="640" height="360" src="//www.youtube.com/embed/PHJ3Ne5KeZU?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carlo Cinque oggi vive in uno dei moduli abitativi provvisori costruiti dal Genio militare sulla collina che sovrasta San Gregorio, una delle 19 <i>new towns</i> sorte a margine dei centri abitati distrutti, vere e proprie «non-città», come le definirebbe l’antropologo francese Marc Augè, o ancora peggio «anti-città», come le ha definite Barbara Spinelli su «Repubblica» sottolineandone la cancellazione di un elemento costitutivo fondamentale: la <i>polis</i>, ossia quella forma di organizzazione civile, politica, urbanistica che trasforma gli individui in cittadini. La casetta provvisoria del signor Cinque è un’abitazione di 40 metri quadri in legno e dalle pareti in cartongesso, poggiata su una superficie in cemento armato. Prima o poi dovrà lasciarla per tornare ad abitare una casa vera, ma quel giorno pare ancora lontano. Nell’attesa, ogni mattina il nostro interlocutore esce per andare al lavoro, da geometra all’Agenzia delle entrate, e ritorna quando ormai è sera. Così fan tutti, nel dormitorio di San Gregorio.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nessuno sa quanto eterna sarà la provvisorietà. Queste casette non sono fatte per reggere a lungo, da queste parti il tempo è inclemente e le infiltrazioni di umidità sono comuni come i raffreddori invernali. Ma lo scandalo peggiore non sono tanto le condizioni in cui versano le abitazioni, la loro fragilità, la sproporzione evidente tra soldi spesi e servizio fornito, quanto il non aver neppure immaginato la possibilità di una vita sociale. A San Gregorio non c’è un bar, un negozio o un luogo di ritrovo per i suoi trecento abitanti. È stato costruito un centro civico ma rimane chiuso «per diatribe sulla gestione», e le panchine nella piazzetta antistante sono desolatamente vuote. Un po’ di movimento c’è solo quando il bus scarica i ragazzi di ritorno da scuola e i pochi senza patente. «Qui devi avere la macchina per spostarti, altrimenti sei finito», spiega Cinque. Nelle 19 <i>new towns</i> che circondano L’Aquila come una corona di spine sono stati trasferiti poco più di 15 mila terremotati – su 60 mila sfollati complessivamente – e l’unico problema che non esiste è quello del parcheggio.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per comprendere appieno cos’è stato il berlusconismo vale la pena farsi un giro da queste parti, entrare nelle case, osservare la vita nei suoi aspetti più minuti. Alle vittime del sisma è stata fornita un’abitazione con tutti i confort: la televisione, la lavatrice, il ferro da stiro, persino lo schiaccianoci e una bottiglia di spumante come segno di benvenuto, poi sono stati abbandonati al loro destino. All’esterno, il deserto. Carlo Cinque aspetta che arrivino i soldi per ricostruire la sua casa laddove era prima del terremoto. «Per ora stanno solo demolendo le case pericolanti», sono passati quattro anni e mezzo e la ricostruzione appare una chimera. Facciamo una passeggiata nelle stradine dell’antico borgo, violando con facilità le transenne della “zona rossa”. A San Gregorio il terremoto ha fatto otto vittime, le case hanno retto abbastanza e, a girare tra i vicoli, si ha quasi un’apparenza di normalità. A un balcone ci sono dei panni stesi ad asciugare. Stanno lì da quattro anni e mezzo, nessuno è venuto a riprenderseli. Il paese è morto: su settecento abitanti ne sono rimasti una decina, gente che abitava ai margini del centro storico e che per questo ha potuto ristrutturarsi l’abitazione o autocostruirsi una baracca in legno nella quale poter risiedere. Chi poteva lo ha fatto, preferendo il proprio giardino a una asettica <i>new town</i>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giusto a fianco alla voragine che un tempo ospitava la casa di Carlo Cinque si lavora alla ristrutturazione di un edificio religioso: «È la chiesa di Putin», intitolata a San Gregorio Magno. Leggo sul cartello che indica la data di inizio dei lavori, i progettisti, ecc: «Intervento finanziato dal governo della Federazione russa, importo 1.957.288,37 euro». È l’eredità del G8 voluto da Berlusconi proprio a L’Aquila, nel 2009: la Russia ha «adottato» l’edificio religioso e pure un palazzo settecentesco nel centro della città, mentre il governo del Kazakistan – lo stesso del caso Shalabayeva – ha ristrutturato a sue spese l’Oratorio di San Giuseppe dei Minimi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Camarda è un piccolo borgo arroccato su una roccia lungo la strada che porta al Gran Sasso. L’Aquila è distante una ventina di chilometri, di cui la prima metà sono tornanti che attraversano un suggestivo canyon. Il paese ha retto meglio di altri l’urto sismico, forse perché le case nascono come appendici alle grotte, che generalmente erano usate come cantine. In una di queste, Anna Barile ha portato due bombole del gas e un fornello, e organizza di tanto in tanto qualche serata “clandestina” con gli amici, riportando per qualche ora un po’ di vita in un paese-fantasma. Mentre Camarda si spopolava lei vi si è invece trasferita. Romana, trapiantata all’Aquila da vent’anni e sfollata a causa del terremoto, dopo otto mesi in una tendopoli è riuscita a farsi assegnare un appartamento di 40 metri quadri nella <i>new town</i> costruita sulla collina di fronte all’antico borgo grazie al fatto che il suo compagno Paolo è originario di questi luoghi. A dirla tutta, una parte dei terreni sui quali hanno costruito la città nuova era di sua mamma, gliel’hanno espropriata «e non hanno ancora pagato». «C’erano vigne, boschi, cave di tartufo, alberi secolari. Hanno abbattuto tutto», racconta. Ora ci sono file ordinate di case a due piani, circondate dall’asfalto. Anche qui, come a San Gregorio, non c’è un bar, un negozio o un qualsiasi altro punto di ritrovo, la posta apre due volte a settimana e per far la spesa bisogna attendere che passino i venditori con i furgoncini. Alcuni girano porta a porta, un camioncino che trasporta latticini parcheggia in un piazzale deserto in attesa di qualche raro passante. Chi soffre più degli altri, in queste <i>new town</i> che non hanno più nulla di quelle <i>old</i> e da cui prendono il nome, sono gli anziani, sradicati, più che dalle loro vecchie case, dal tessuto di relazioni del paese. Li vedi uscire solo quando passano gli ambulanti. Fanno la spesa e rientrano nelle loro case, spesso senza scambiare tra loro neppure una parola. «Qui a Camarda morti per il sisma non ce ne sono state. Sono arrivate dopo, sotto forma di infarti, depressioni, suicidi», sostiene la mia interlocutrice.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle “anti-città” del dopo-terremoto in Abruzzo si vive così, rintanati come topi nelle proprie tane. Si esce solo per andare a scuola o al lavoro, e ogni giorno scendere verso la città e poi rientrare è un piccolo viaggio. Anna Barile ci tiene a farmi vedere quello che è diventato l’unico spazio di socialità di questa <i>new town</i> sotto il Gran Sasso. È quello che definisce un «orto insorto»: un quadrato di terra con piccole coltivazioni, un tavolone per pranzi e cene, una capanna di legno e uno spazio giochi per bambini. «Si è trattato di un atto di ribellione, la dimostrazione che anche senza risorse economiche si può fare qualcosa di meglio di quello che è stato fatto», dice.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I soldi buttati al vento nella ricostruzione dell’Abruzzo sono stati tanti. L’europarlamentare danese Soren Sondergaard ha appena consegnato al Parlamento europeo un dettagliato dossier che mette in fila tutte le assurdità della gestione del post-terremoto: ogni appartamento di quelli che mi stanno di fronte è costato il 158 per cento in più rispetto ai prezzi di mercato, diversi appalti sono finiti a società in contatto diretto o indiretto con la criminalità organizzata, il calcestruzzo è stato pagato quattro milioni oltre il previsto e i pilastri degli edifici hanno sforato di 21 milioni il prezzo preventivato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anna Barile ci aggiunge i costi del pacco dono berlusconiano: 10 mila euro per i tozzetti alle mandorle, 9 mila per i portachiavi con lo stemma della Protezione civile, 24 milioni per l’irrigazione artificiale dei giardini «che non funziona perché mancano le cisterne» e così via per altre inutilità servite solo ad alimentare l’ideologia individualista della «tana casalinga» – rubo il termine ancora una volta a Barbara Spinelli – e il culto della finzione, prerogativa essenziale del berlusconismo. Come per i limoni finti fatti piantare a Genova per il G8 del 2001, mentre attorno si scatenava l’inferno.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il centro storico di Camarda è stato abbandonato anche da qualcuno che, sfortunatamente, aveva ristrutturato l’abitazione poco prima del sisma. Come si fa ad abitare in un paese-fantasma, senza servizi e attività? Le bollette però continuano ad arrivare, nonostante il gas sia stato staccato all’indomani del 6 aprile e le case siano state dichiarate inagibili e dunque inabitabili. Il contenzioso va avanti da mesi: le agevolazioni previste dall’Autorità per il gas e l’energia elettrica non sono state prorogate ed è accaduto che l’Enel abbia richiesto anche gli arretrati, dal giorno del terremoto.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Felice invece non ha voluto saperne di andarsene e continua ad abitare nella casa puntellata e piena di crepe nella piazzetta di fronte alla chiesa. È l’unico abitante del paese antico. Poco più su, in cima a una torre, l’orologio del Treo continua imperterrito a sbagliare l’ora con estrema precisione: la vendetta postuma dell’orologiaio cui non fu corrisposto il compenso pattuito – «l’orologio del Treo è sempre matto per cinque lire mancate al patto fatto», recita un proverbio locale – ha resistito all’usura del tempo e alla violenza del sisma. All’ingresso del paese, ai piedi della collina, Pasqualina non ha chiuso neppure un giorno il suo negozietto di generi alimentari. E così ogni sera il negozio si trasforma in punto di ritrovo per i dimenticati di Camarda.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Arrivo a Pescomaggiore avendo negli occhi le immagini delle <i>new</i> <i>towns</i> visitate e nella mente le parole del dossier di Sondergaard: i moduli abitativi provvisori come quello in cui vive Carlo Cinque sono costruiti con «materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile». Quassù, invece, a oltre mille metri di altitudine, nel nevischio incombente, le case hanno deciso di ricostruirsele da soli, dimostrando che si poteva fare diversamente.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sarebbe bastato dare ascolto a quel gruppo di architetti esperti di bioedilizia arrivati a L’Aquila all’indomani del sisma animati da tanta buona volontà per creare dei villaggi a misura d’uomo e d’ambiente. Invece sappiamo com’è andata: troppo ghiotto l’affare per le <i>ienae ridentes</i> della <i>shock economy</i>, l’“economia dei disastri” i cui meccanismi globali sono stati svelati dalla giornalista canadese Naomi Klein.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli unici che hanno dato loro credito sono stati un gruppo di abitanti di questa frazione aquilana in piena montagna. Così in cima a tutto, alle porte del paese semiabbandonato e con una vista mozzafiato sulla vallata, è nato Eva, un acronimo che vuol dire Ecovillaggio autocostruito. Sono sette abitazioni che qui chiamano “le case di paglia” per via della loro composizione: la paglia è nei muri, compressa da una rete zincata sulla quale viene gettato l’intonaco.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le travi e tutta la struttura delle case sono invece di legno. Il risultato è eccezionale: ogni abitazione rispetta l’ambiente ed è perfettamente isolata dalle intemperie.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli abitanti di Eva, non più di una dozzina di persone, hanno messo su anche un orto sinergico, un impianto per la fitodepurazione e un altro per il compostaggio. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza alimentare. L’ecovillaggio edificato su questa punta d’Abruzzo, per le sue caratteristiche e la lontananza anche geografica dalla modernità, è diventato in breve tempo una sorta di città ideale per neoruralisti, territorialisti, seguaci del filosofo della “decrescita felice” Serge Latouche ed ecologisti radicali, per cui gli abitanti hanno costruito anche una casa per gli ospiti, che arrivano da tutto il mondo. «Un giorno si è presentato qui persino un giapponese da Fukushima», ricordano. La porta è sempre aperta: all’interno ci sono pomodori messi a maturare e arnesi da lavoro. In un’altra abitazione Evandro, un operaio edile, sta finendo il bagno di quella che sarà la casa del figlio. «Se avessero fatto tutti come noi, sa quanto si sarebbe risparmiato?», dice. Per costruire il villaggio sono bastati 150 mila euro, raccolti attraverso una sottoscrizione via web. Nel frattempo, i costi delle case nelle <i>new towns</i> lievitavano a 2.800 euro al metro quadro.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paese non è stato completamente distrutto, però è abbandonato. Il terremoto non ha fatto altro che accelerare, qui come in altri piccoli borghi sperduti dell’Abruzzo, un processo di spopolamento già in corso da tempo. Ormai Pescomaggiore è abitato non più di qualche decina di persone. La vita quotidiana, quassù, non è agevole. Senza negozi e attività produttive, e con una produzione agricola quasi inesistente, per qualsiasi necessità bisogna scendere a valle fino a Paganica. Vengono alla mente le immagini di un celebre documentario di Vittorio De Seta: <i>I dimenticati</i>. </p>
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<p>L’anno era il 1959 e ne erano protagonisti gli abitanti di Alessandria del Carretto, un borgo del Pollino ai confini tra Basilicata e Calabria, dove si arrivava solo a dorso di mulo. A Pescomaggiore è stato rimesso in funzione solo un forno sociale, dove si fa il pane in comune, soprattutto d’estate, quando spesso si organizzano tavolate all’aria aperta. Gli anziani del paese hanno così ritrovato un pezzo di tempo perduto e gioiscono: così si faceva fino a quarant’anni fa. C’è voluto un devastante terremoto per far riaffiorare una cultura sepolta.</p>
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		<title>LA LUNA E I CALANCHI</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Aug 2013 10:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211; Festival ideato e curato da Franco Arminio &#8211;  &#160; &#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno di azioni paesologiche ad Aliano &#8211;</p>
<p>Festival ideato e curato da <strong>Franco Arminio &#8211; </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">&#8220;Una cerimonia dei sensi contro l&#8217;autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. [&#8230;] Abbiamo bisogno di partire da un posto preciso. Fare comunità, anche se comunità provvisorie.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il programma</em></p>
<p><strong>Giovedì 29 agosto</strong></p>
<p>Ore 13.00: Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Aspettando la Luna e i calanchi<br />
Un video di <strong>Francesca Catarci</strong></p>
<p>Ore 15,30: Auditorium dei Calanchi<br />
I bambini e i calanchi<br />
a cura di <strong>Maria Delorenzo</strong></p>
<p>Ore 16.00: calanchi<br />
Movimenti, Canti, suoni, letture e narrazioni nel paesaggio inoperoso<br />
<strong>Valerio Apice, Samanta Balzani, Egidia Bruno, Joe Capalbo, Lucia Citterio, Camillo Ciorciarlo, Pietro Colaiacovo, Nicola D’Imperio, Claudia Fofi, Teresa Lardino, Cristiana Liguori, Luigi Marra, Antonio Petrocelli, Gloria Pomardi, Caterina Pontrandolfo, Pino Quartullo, Mariolina Venezia e altri</strong></p>
<p><span id="more-46294"></span><br />
Ore 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Io sono uno degli altri<br />
omaggio a <strong>Rocco Scotellaro</strong> (Altroteatro)<br />
Lettura per Rocco<br />
<strong>Joe Capalbo</strong></p>
<p>Ora 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.00: Piazzetta Panevino<br />
Duo lucano<br />
<strong>Caterina Pontrandolfo</strong> &amp; <strong>Graziano Accinni</strong></p>
<p>Ore 22.00: Piazzetta Panevino<br />
da solo o in buona compagnia<br />
<strong>Antonio Infantino</strong></p>
<p>Ore 23.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti meridiani<br />
<strong>Gaetano Calabrese, Daniel Cundari, Biagio Guerrera, Silvana Kuhtz, Peppe Lanzetta, Vincenzo Mastropirro, Raffaele Niro, Salvatore Ritrovato, Pasquale Vitagliano e altri</strong></p>
<p>ore 2.00:   Auditorium dei calanchi<br />
Visioni notturne<br />
<strong>Rocco Brancati, Paolo De Falco, Luigi Di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Venerdì 30 agosto<br />
dalle ore 10.00 alle ore 20.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Parlamenti sull’Italia interna<br />
Intervengono, tra gli altri, <strong>Pino Aprile, Silvana Arbia, Franco Arminio, Fabrizio Barca, Piero Bevilacqua, Rocco Brancati, Joe Capalbo, Antonello Caporale, Franco Cassano, Luisa Cavaliere, Domenico Cersosimo, Vito De Filippo, Riccardo De Gennaro, Luigi De Lorenzo, Francesco Erbani, Micaela Fanelli, Doriana Laraia, Roberto Leoni, Paride Leporace, Maria Liguori, Laura Marchetti, Angelo Mastrandrea, Mauro Minervino, Raffaele Nigro, Mimmo Parrella, Giampiero Perri, Francesco Pesce, Ulderico Pesce, Marta Ragozzino, Cristiano Re, Isaia Sales, Vincenzo Santoro, Mario Salzarulo, Vito Teti</strong></p>
<p>Ore 21.30: Cortile Palazzo Colonna<br />
Cartoline dai morti<br />
di <strong>Franco Arminio</strong>, spedite da <strong>Rocco Papaleo</strong></p>
<p>Ore 22.30: Piazza San Luigi Gonzaga<br />
Canzoniere dell’ebbrezza:<br />
<strong>Daniele Sepe e il suo gruppo</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
La lingua dei poeti lucani<br />
<strong>Dora Albanese, Domenico Brancale, Antonio Bruno, Antonio De Rosa, Andrea Di Consoli, Elena Di Napoli, Donato Aurelio Giordano, Alfonso Guida, Donato Imprenda, Roberto Linzalone, Antonello Morea, Raffaele Nigro, Eliana Petrizzi, Gilda Policastro, Daniela Riviello, Lidia Riviello e altri</strong></p>
<p>Ore 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
<strong>Rocco Brancati, Francesca Catarci, Paolo De Falco, Luigi di Gianni, Antonello Faretta, Camillo Mastrocinque, Antonello Matarazzo, Paolo Muran, Gianfranco Pannone, Chiara Idrusa Scrimieri, Franco Taviani, Nicola Ragone</strong></p>
<p>Ore 5.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche albeggianti<br />
<strong>Nazim Comunale</strong></p>
<p>Ore 5.30, davanti alla tomba di Carlo Levi<br />
Quaderno di legno<br />
<strong>Andrea Di Consoli</strong></p>
<p>Ore 6.00: Piazzetta Panevino<br />
Canti delle sei del mattino:<br />
<strong>Samanta Balzani, Claudia Fofi, Silvia La Ferrara, Roberta Langone, Marzouk Mejri, Caterina Pontrandolfo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 31 agosto</p>
<p>Ore 10.00: in giro per il paese<br />
Esercizi di paesologia</p>
<p>Ore 13.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 15.00: Auditorium dei Calanchi<br />
Laboratori illustrati<br />
gli artisti invitati raccontano il loro lavoro</p>
<p>Ore 18.00 Cortile Palazzo Colonna<br />
Il barbiere di anime<br />
presentazione del libro di <strong>Anton Giulio Scardaccione</strong></p>
<p>0re 19.00: Cortile Palazzo Colonna<br />
Jennu brigannu, <strong>Teatro della Ginestra</strong></p>
<p>Ore 20.00 Cerimonia dei sensi</p>
<p>Ore 21.30:  Auditorium dei Calanchi<br />
La farfalla della voce, poesie e canzoni d’amore<br />
Con<br />
<strong>Franco Arminio, Alessandro D’Alessandro, Rocco De Rosa, Canio Loguercio,</strong><br />
<strong> Gloria Pomardi</strong></p>
<p>0re 23.30: Auditorium dei Calanchi<br />
Omaggio a <strong>Matteo Salvatore</strong><br />
Video prodotto da <strong>FestambienteSud</strong><br />
<strong>Livio e Manfredi Arminio</strong></p>
<p>Ore 24.00: Piazzetta Panevino<br />
Musiche facoltative, canti notturni, deliri e parlamenti finali<br />
<strong>Biagio Accardi, Alessandro D’Alessandro, Vittorio Nicoletti Altimari, Vittorino Curci, Carmine Ioanna, Mandatari, Marzouk Mejri, Pasquale Innarella, Musici lucani di Sergio Santalucia, SuonidiLuna e tanti altri</strong></p>
<p>Ore 5,00: Auditorium dei Calanchi<br />
Visioni notturne:<br />
I Basilischi di <strong>Lina Wertmuller</strong> a cinquant’anni dall’uscita<br />
**<br />
LABORATORI<br />
Arte ambientale a cura di <strong>Pietrantonio Arminio</strong><br />
Poesia in azione a cura di <strong>Silvana Kuhtz</strong><br />
Corpo paesaggio a cura di <strong>Lucia Citterio</strong><br />
Maschere provvisorie a cura di <strong>Deni Bianco</strong><br />
Calancart a cura di<strong> Arturoom</strong></p>
<p>AZIONI VISIONARIE<br />
<strong>Roberto Campoli, Paola Livia Di Chiara, Salvatore Di Vilio, Federico Iadarola, Claudia Fabris, Marco Petroni, Michela Pozzi, Maria Grazia Tata, Cristina Balestracci</strong></p>
<p>RIPRESE VIDEO<br />
<strong>Paolo Muran</strong></p>
<p>GRAFICA<br />
<strong>Franco Lancio</strong><br />
WEB<br />
<strong>Davide Ardito</strong></p>
<p>COORDINAMENTO ORGANIZZATIVO<br />
<strong>Antonio Colaiacovo, Luigi Scelzi e Ilenia Fulco</strong></p>
<p>Saranno presenti anche<br />
<strong>Gianluca Mulone, Patrizia Flecchia, Barbara Lottero, Benedetta Ricci, Roberta Sama, Mario Lusi, Grazia Coppola, Fabrizio Carucci, Nicola Baccellieri, Massimiliano Guerrieri, Marcella Zeppa, Andrea Semplici, Valentina Russo, Francesca Di Ciaula, Domenico Porfido, Marco Montanaro, Federico Pommier, Nicola Di Croce, Massimo Ammendola, Marianna Borriello, Diana Senese, Irene Balducci, Barbara Crusco, Mauro Orlando, Fabio Nigro, Paolo Bruschi, Antonella Screti, Alessandra Battaglia, Francesco Ventura, Rocco Calandriello, Filomena Sessa, Mauro De Cillis, Luigi Cazzato, Vassilis Nikolapoulos, Imma Tessitore, Mario Fellet, Riccardo Benetti, Susanna Piccin, Enzo Gioffrè, Mario Vallone, Mariangela Contursi, Brunella Cappiello, Laura Angelino, Ilde Catapane, Francesco Forlani, Carlotta Napolitano e Rossella Della Corte, Palma Bianca, Antonella Sassone, Giovanni Simiele, Ettore Botte, Gianluca Coviello, Marinella Murgolo e Francesco Sivilli, Consuelo Nava, Valentina Del Pizzo, Loretta Amadori</strong></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ritorno alla terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Aug 2013 08:20:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Angelo Mastrandrea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Mastrandrea Non poteva avere obiettivo più diretto, l’annuale convegno della Società dei territorialisti, svoltosi a Milano alla fine di maggio: “Ritorno alla terra”. I territorialisti non sono post leghisti né ideologi del Nimby – acronimo di “not in my backyard”, “non nel mio giardino” –, appendice estrema e conservatrice della resistenza all’apertura delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-46124" alt="0587" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/0587.gif" width="550" height="421" /></p>
<p>di <strong>Angelo Mastrandrea</strong></p>
<p>Non poteva avere obiettivo più diretto, l’annuale convegno della Società dei territorialisti, svoltosi a Milano alla fine di maggio: “Ritorno alla terra”. I territorialisti non sono post leghisti né ideologi del Nimby – acronimo di “not in my backyard”, “non nel mio giardino” –, appendice estrema e conservatrice della resistenza all’apertura delle frontiere geografiche e culturali. Sono architetti, ingegneri, docenti universitari, attivisti neoruralisti. Un po’ seguaci del filosofo della “decrescita felice” Serge Latouche, un po’ teorici dell’alleanza tra produttori e consumatori, tutti proiettati verso un modello di sviluppo eco-compatibile, si definiscono “entomologi del territorio”.</p>
<p>Per questo si pongono agli antipodi rispetto ai nonluoghi del mercato globale, all’appiattimento dei gusti e dei consumi, alla globalizzazione che sotterra ogni identità. In questo momento, sono la punta teorica avanzata di un fenomeno che, nella crisi del neoliberismo, prende sempre più piede: quello del ritorno alla terra, appunto. Per inquadrarlo al meglio è necessario fare un po’ di conti: la Cgil e Sbilanciamoci hanno stimato nel 25% la perdita di produzione industriale in Italia dal 2008 a oggi; viceversa, ci dice l’Istat, in agricoltura le assunzioni sono aumentate del 3,8% rispetto allo scorso anno. In questo quadro, il biologico fa registrare addirittura un +10% di fatturato: basta farsi un giro nei mercatini bio di mezza Europa, specie nei paesi del Nord dove la diffusione di questi prodotti è di massa, per rendersi conto di come il cibo italiano sia diffuso.</p>
<p>Se si pensa che nel 1860, al momento dell’unificazione, l’Italia era un paese che viveva al 90% di agricoltura, e di come la “civiltà contadina” di cui tesseva le lodi il poeta-scrittore-politico Rocco Scotellaro sia stata spazzata via a partire dal dopoguerra, potremmo essere di fronte, oggi, al primo segnale di inversione di tendenza. I territorialisti, dal canto loro, mettono legna al fuoco del progetto di riconversione agricola: parlano di filiere alimentari sostenibili, chilometro zero e alleanze tra produttori e consumatori. Propositi tanto affascinanti quanto realizzabili, a Nord, se si pensa che l’Expo 2015 di Milano avrà come tema portante l’alimentazione, tra i consulenti scientifici c’è l’ecologista indiana Vandana Shiva e un po’ di risorse stanno andando alla ristrutturazione delle vecchie cascine lombarde, alcune inglobate nello sprawl urbano, altre tuttora in aperta campagna.</p>
<p>Anche a Roma, la città d’Europa con più terreni agricoli, si sta affermando un movimento di “nuovi contadini” che formano cooperative e si attrezzano a coltivare in maniera attenta alla salute e al territorio. “Siamo in presenza di un vero e proprio fenomeno, ma sappiamo bene che su cento giovani che si avviano su questa strada, alla fine rimarranno in venti”, mi dice il presidente dell’Aiab Lazio Adolfo Renzi, che incontro alla Città dell’Altra Economia nell’ex Mattatoio di Testaccio, a Roma, uno dei punti principali di sbocco della produzione biologica in Italia. Al netto dell’entusiasmo e della moda degli orti urbani – mediaticamente attraente e finalizzata all’autoconsumo, ma dai numeri ancora poco significativi – per parlare di una conversione a U del nostro sistema produttivo bisogna innanzitutto sviscerarne le difficoltà. La prima è la durezza del mestiere del contadino, il suo essere legato alla stagionalità.</p>
<p>“Questo settore è per sua natura precario. Su un milione e centomila lavoratori, solo centomila hanno un contratto a tempo indeterminato”, mi spiega Davide Fiatti della Flai Cgil. La seconda è l’accesso alla terra: è forse esagerato affermare che siamo in una situazione analoga a quella dell’immediato dopoguerra, prima della riforma agraria, però gli intoppi, per un giovane che voglia mettersi a fare questo lavoro, sono notevoli. “Non è che la terra manchi in assoluto: ce n’è tanta abbandonata, altra è di proprietà pubblica. Ma il problema in Italia è l’edilizia: a Roma le terre sono nelle mani dei costruttori, e nei paesi i piccoli proprietari hanno come obiettivo quello di poterci costruire”, dice Renzi.</p>
<p>La politica non li ha abituati bene: il settore delle costruzioni ha trainato il boom economico del dopoguerra, l’Italia è diventata un paese di proprietari di case – l’80% ne possiede almeno una – ed è sempre arrivata, prima o poi, una modifica dei piani regolatori a consentire di edificare o un condono a sistemare gli abusi. In Francia il problema è stato affrontato dando in comodato d’uso gratuito per due anni le terre incolte nelle mani dello Stato, e altrettanto si potrebbe fare da noi. I benefici potrebbero essere notevoli: stando alle stime della Confederazione italiana agricoltori (Cia), dall’agricoltura potrebbero nascere 150mila nuovi posti di lavoro, offrendo uno sbocco alla crisi occupazionale dei giovani.</p>
<p>La Coldiretti si spinge persino più in là: i nuovi occupati potrebbero essere 200mila. Già nel 2012, a fronte di una recessione in quasi tutti i settori produttivi, quello agricolo è andato in controtendenza, facendo registrare una crescita dell’1,1 del Pil. “Sono dati che, sommati all’andamento in crescita sia dell’occupazione sia delle nuove aziende agricole iscritte negli elenchi delle Camere di commercio, dimostrano la vitalità di un settore che continua a muoversi con una tendenza anticiclica rispetto al resto dell’economia”, commentano alla Flai Cgil. Il problema dell’accesso alla terra è stringente a tal punto che a Roma è nato un Coordinamento dei soggetti che si battono per ottenerlo.</p>
<p>Lo scorso 10 maggio le organizzazioni che ne fanno parte – tra le quali l’Aiab, le associazioni Terra e Da Sud, la Flai Cgil – hanno manifestato su un terreno di 22 ettari, di proprietà del comune, a Borghetto San Carlo, sulla via Cassia. L’obiettivo dei manifestanti era di far sì che il comune lo affittasse a una cooperativa di giovani agricoltori. “Trasformati da fondi dimenticati in aziende agricole, terreni come questo potrebbero essere quella green economy di cui tanto si parla”, ha dichiarato in quell’occasione Marta di Pierro, dell’Aiab Lazio. Qualche giorno fa le stesse organizzazioni hanno consegnato al neosindaco di Roma Ignazio Marino 10mila firme raccolte in calce a una petizione che rivendica l’assegnazione delle terre incolte ai giovani agricoltori.</p>
<p>“Abbiamo chiesto di rimettere l’agricoltura al centro dell’agenda politica per difendere i posti di lavoro e crearne di nuovi in grado di assorbire la domanda occupazionale dei giovani”, ha dichiarato il segretario regionale della Flai Alessandro Borgioni. Per il sindacato della Cgil, solo a Roma si potrebbe dare occupazione a 35mila persone. Secondo la Coldiretti il 42% dei giovani, se avesse accesso alla terra, sarebbe disposto a darsi all’agricoltura. Un terzo elemento di difficoltà è il credito. Il 65% dei giovani – stando a un sondaggio Swg/Coldiretti – lamenta difficoltà ad accedervi, mentre il 67% ritiene necessari strumenti di finanziamento agevolato. In questo caso, si tratta di una situazione non dissimile da quanto avviene in altri settori. Nel frattempo, soprattutto al Nord si avvicinano le distanze tra produttori e consumatori.</p>
<p>Nei Distretti di economia solidale (Des), molto attivi in particolare in Brianza, i gruppi di acquisto (Gas) fioriti in risposta alla crisi ma anche all’esigenza di consumare prodotti a chilometro zero e con garanzie di qualità, si incontrano con i coltivatori, accorciando drasticamente la filiera produttiva e sperimentando un modello mutualistico. L’obiettivo – rilanciato al convegno annuale della Società dei territorialisti – è quello di creare una Rete nazionale di economia solidale, esportando il modello in tutto il paese. Un’indagine commissionata dalla Cia alla Doxa ha messo in fila alcuni punti rilevanti per il settore: l’importanza della vendita diretta e dei mercati contadini per veicolare i prodotti, l’esistenza di uno spazio imprenditoriale per i distributori, la necessità di creare consorzi di aziende e di formare competenze per raggiungere nuovi canali di vendita, sostegno agli investimenti in attrezzature e mezzi per la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti.</p>
<p>Anche nel Mezzogiorno d’Italia, dove il Pil negli ultimi cinque anni è andato giù più che in Grecia, l’agricoltura non è solo sfruttamento della manodopera migrante e caporalato. La Calabria, ad esempio, è al secondo posto nel paese per numero di aziende biologiche e per ettari di terreno coltivati, appunto, biologicamente. I “nuovi contadini” non hanno più nulla a che vedere con quell’“agricoltura dell’assurdo” stigmatizzata da Manlio Rossi Doria in un celebre discorso al Teatro Stabile di Potenza, nel 1949: un modello produttivo votato all’autoconsumo, in cui la sproporzione tra l’impegno lavorativo e i risultati concreti aveva il solo effetto di rendere l’attività diseconomica e defatigante, al punto di indurre le persone a emigrare in cerca di condizioni di lavoro e di vita più soddisfacenti.</p>
<p>(da <a href="http://www.rassegna.it/articoli/2013/07/23/103055/agricoltura-ritorno-alla-terra" target="_blank"><strong>rassegna.it</strong></a>)</p>
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