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	<title>anomalia italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 12:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a cura del Centro TraMe John Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia) alla storia delle città italiane (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città) fino all’analisi delle vicende [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">a cura del <a href="http://centrotrame.wordpress.com/"><strong>Centro TraMe</strong></a></p>
<p lang="it-IT"><em>John  Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e  alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (</em>Calcio  1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia)<em> alla storia delle  città italiane (</em>Milano dopo il miracolo. Biografia di una città<em>) fino  all’analisi delle vicende politiche. Nel 2009 ha pubblicato il libro </em>Fratture d’Italia<em>, in cui racconta le “memorie divise” sviluppatesi  attorno agli eventi più importanti della storia del paese – dalla Prima  Guerra mondiale fino agli anni di piombo – a partire dall’analisi di  varie pratiche di memoria (targhe, monumenti, anniversari e  commemorazioni).</em></p>
<p>[Nei mesi scorsi su <em>AlfaBeta2</em> Slavoj Zizek e Alexander Stille hanno parlato dell’“anomalia Italia”. E  su questa espressione è ritornato qualche settimana dopo Donald Sassoon  sul <em>Sole24Ore</em>. Lei  stesso apre il suo <em>Modern Italy</em> (2003) citando Peter Lange: “Che cosa rende l’Italia un caso di difficile classificazione?”.  Tutto sommato gli inglesi a volte discutono ancora su quale nome usare  per designare la loro nazione e per decenni hanno fatto i conti con  l’IRA; gli spagnoli elaborano ancora il doloroso passato franchista,  cercano di gestire forti spinte secessionistiche interne e qualche  settimana fa hanno ricordato i trent’anni dall’ultimo tentato golpe  militare; il Belgio sta attraversando una profondissima crisi politica  che ne minaccia la stessa esistenza. E infine la riunificazione della  Germania non sembra essere andata di pari passo con quella dei  tedeschi.]</p>
<p lang="it-IT"><strong>Allora, a 150 anni dall’unità, in che senso l’Italia rimane tra le nazioni europee l’anomalia di “difficile classificazione”? </strong></p>
<p>L&#8217;intervista continua <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/03/15/150-anni-di-memorie-divise-dialogo-del-centro-trame-con-john-foot/"><strong>qui</strong></a>.</p>
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		<title>Il male maggiore, Saviano e i letterati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 05:18:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico.</p>
<p>La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce una straordinaria narrazione corale, compiutamente sottratta alla logica del divenire storico e immersa in un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come preludio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato; tutti i mali sono <em>risaputi</em>. Accade, poi, che certi mali siano talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della coscienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta per tutte nella zona vigile.<span id="more-37478"></span></p>
<p>Ora, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia da quelle di altri paesi europei, nonostante il comune male degli attacchi allo stato sociale e della recrudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua disponibilità ad ospitare sul proprio territorio quattro delle maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del pianeta: cosa nostra, camorra, ’ndrangheta e sacra corona. Vale la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del 2009 sull’argomento: “Ciò che sappiamo è che il crimine organizzato è presente in tutte le moderne società industrializzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occidentale è presente solo in Italia” <strong>(1)</strong>. Distinzione cruciale, in quanto rende conto della difficoltà di combattere un fenomeno che, nonostante una ricorrente percezione, non si caratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antistato) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabile simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera non <em>contro </em>o <em>al posto </em>dello Stato, ma <em>grazie</em> ad esso.</p>
<p>In un saggio sulla geopolitica del crimine organizzato<strong> (2)</strong>, il criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie nel G. 9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto annuale dell’ONU per il 2007, intitolato <em>State of the future</em>, come uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assieme al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzione e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però, solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una generale sottovalutazione, di una <em>distrazione</em> mediatica e politica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.</p>
<p>Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, almeno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo compiuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo finalmente parlando <em>troppo</em>? Sono diventate un argomento abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei nostri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridisegnano le geografie del crimine, tracciano le parabole dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istituzionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’antimafia, ingaggiando lo stato sul versante oltre che giudiziario e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque associazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in modo sistematico? Vi è, insomma, un fenomeno di ridondanza, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra dell’elusione?</p>
<p>Se qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è, attualmente, la più significativa. Molti sono gli studiosi della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scrittori, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’attenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizzato dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello internazionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare efficacemente i vari media di massa (cinema, radio, tv, teatro). Saviano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità mafiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opinione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del dibattito politico regionale, dello studio specialistico, dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue parole.</p>
<p>Eppure proprio il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la <em>Piovra</em> e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama <em>responsabilità omissive</em>: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga <em>ridimensionata</em>, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…</p>
<p>L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei <em>letterati</em><strong> (3)</strong>. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. <em>Gomorra</em> e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.</p>
<p>In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che <em>Gomorra </em>sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana .</p>
<p>°</p>
<hr size="1" />1) Ugo Di Girolamo, <em>Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?</em>, Guida, 2009, p. 28.</p>
<p>2) Jean-François Gayraud, <em>Le Monde des mafias</em>, Odile Jacob, 2005 e 2008.</p>
<p>3) Una vecchia definizione ancora buona la si può trovare in Parise “Uno scrittore, un poeta, un artista, dando per scontato sia una persona colta (…) può essere o no un letterato. Se non lo è i suoi strumenti di conoscenza, di espressione, d’arte insomma, sono diretti, salgono direttamente dalla vita e quasi dalla vita del corpo (…). Se uno scrittore è un letterato, tutto, cose viste, esperienze dirette, vita insomma (…) passa attraverso il filtro della letteratura (…)”, in Goffredo Parise, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 1989 e 2005, pp. 1434-1435. Quanto a Saviano, valgano le parole di Walter Siti: “Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche”, “Saviano e il potere della parola” in Roberto Saviano, <em>La parola contro la camorra</em>, Einaudi, Milano 2010, p. VII.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito sul numero di 4 (novembre) di &#8220;alfabeta2&#8221;]</em></p>
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		<title>Stracquadanio, una storia del presente.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 07:26:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alcune considerazioni sulle affermazioni di Giorgio Clelio Stracquadanio, il film Videocracy e il documentario Il corpo delle donne. Di Carlo Antonicelli Non se avete mai prestato attenzione a come certi fenomeni colpiscano la mente quando li si incontra per la prima volta per poi perdere il proprio impatto emotivo quando gli stessi fenomeni tendono a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Alcune considerazioni sulle affermazioni di </em><em>Giorgio Clelio Stracquadanio, il film</em> Videocracy <em>e il documentario</em> Il corpo delle donne.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Di<strong> Carlo Antonicelli </strong></p>
<p>Non se avete mai prestato attenzione a come certi fenomeni colpiscano la mente quando li si incontra per la prima volta per poi perdere il proprio impatto emotivo quando gli stessi fenomeni tendono a ripresentarsi con una certa frequenza.</p>
<p>Ricordo che giovanissimo ero appena arrivato a Roma e vidi un uomo per strada, con un moncherino al posto del braccio e una gamba amputata, che chiedeva l’elemosina. Rimasi alcuni minuti a fissarlo, da lontano, incapace di qualsiasi reazione di fronte a quell’<em>immagine</em>. Era insostenibile non solo la sua presenza – il fatto che egli potesse davvero esistere – ma ciò che mi inquietava davvero era che egli potesse alzare lo sguardo su di me e chiedermi qualcosa, qualsiasi cosa. Dovetti cambiare strada quel giorno.</p>
<p>Successivamente l’ho incontrato di nuovo, quell’uomo, e poi ancora. Oggi, quando le nostre strade si incrociano, non cambio più strada. Piuttosto lo guardo nella sua interezza e poi nei suoi <em>pezzi</em> (il moncherino, la gamba mancante), pensando soltanto a quanto sia multiforme e strana la vita degli esseri umani su questa terra.</p>
<p><span id="more-37051"></span></p>
<p>L’immunizzazione dalle immagini dolorose del passato – o anche del presente – è una reazione naturale della nostra mente, utile a difenderci da una continua ricaduta in traumi che non ci permetterebbero di vivere. Tuttavia il confine tra una “visione senza sguardo” e una utile difesa da uno <em>sguardo</em> troppo traumatico è davvero sottile. È facile diventare indifferenti a tutto, incapaci di empatizzare, di indignarci e di reagire. D’altronde in una società di massa e mediatizzata come la nostra, tale problema si presenta in termini cubitali. La posta in gioco è l’etica singolare e collettiva di un popolo, la sua stessa esistenza nel mondo. Se diventiamo incapaci di ascoltare e di guardare perché ipertrofizzati da un immaginario che ci assorbe completamente nei suoi gangli, cosa diventeremo?</p>
<p><em>Glosse sulle macerie del contemporaneo italiano</em></p>
<p>Al tempo dello scandalo di <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200909articoli/47129girata.asp">Palazzo Grazioli</a>, dell’ <a href="http://video.unita.it/media/5_novembre_2008_la_mattina_dopo_Patrizia_Mi_hai_fatto_un_dolore_pazzesco__208.html">affaire D’Addario</a><em> </em>e di Noemi Letizia ci fu un vero sussulto in Italia nella pubblica opinione, specialmente femminile, che si mosse per reagire alle immagini di violenza mediatica e politica che si stavano solidificando nell’immaginario culturale italiano. Ci fu un onesto e trasversale disgusto che attraversò una parte della nostra società. Uno dei migliori risultati che l’offensiva femminile riuscì ad attestare allora fu il documentario-saggio, Il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wEEyVtiKvK4">corpo delle donne</a>, di <strong>Lorella Zanardo</strong> e <strong>Marco Malfi Chindemi</strong>. Poco tempo dopo uscì nelle sale il film di <strong>Erik Gandini</strong> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XTu2hKD3Y2I">Videocracy</a> che rappresentò il controcampo ideale del lavoro della Zanardo, nonché un amplificatore dei suoi contenuti.</p>
<p>Da un punto di vista estetico entrambi i lavori sembravano la giustapposizione di differenti puntate di <em>Blob</em> – e questo, detto per inciso – dovrebbe far riflettere su cosa significa rappresentare la ‘realtà’ in un società <em>mediatizzata</em> come la nostra.</p>
<p>Ultimamente <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/09/13/news/stracquadanio_legittimo_prostituirsi_se_si_vuole_fare_carriera-7033057/">le affermazioni</a> del deputato della Repubblica <strong>Giorgio Clelio Stracquadanio</strong> sono arrivate a colpire la nostra mente nella forma non della novità, bensì in quella della ripetizione. Il messaggio che era soltanto alluso ed implicito nelle vicende che hanno coinvolto il presidente del consiglio (<em>prostituitevi se volete avere successo</em>), è ritornato sotto forma di un enunciato chiaro ed esplicito, nelle parole di Stracquadanio stesso. La ridondanza, la ripetizione, si è fatta espressione e verità.</p>
<p><em>Fabbricare corpi, ovvero come si diventa l’immagine che sei.</em></p>
<p style="text-align: right;">La borghesia […] ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse lo spietato «pagamento in contanti». Essa ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco della sentimentalità piccolo-borghese</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">Karl MARX, Frederich ENGELS</p>
<p>Torniamo su Videocracy per analizzare come funziona questa <em>produzione di verità</em>, chi ne sono i produttori e come tale verità modelli la società, strutturandone le relazioni umane, sociali, politiche e culturali.</p>
<p>Videocracy si apre con la storia di un giovane operaio bresciano che cerca ostinatamente di rendersi <em>appetibile</em> al mercato televisivo disciplinando il proprio corpo e lavorando sulla propria <em>immagine</em>. La finalità dell’operaio in questione è la creazione di una sorta di <em>cyborg</em> che materializzi in se stesso la fusione di due note figure dello <em>show business</em>: <strong>Jean Claude</strong> <strong>Van Damme</strong> e <strong>Ricky Martin</strong>. Tutto ciò potrebbe suonare risibile, se non fosse invece tragico. Ma intendere questo singolo caso come un’eccezione periferica sarebbe miope. L’immaginario dentro cui si muove tale mentalità è continuamente sostenuta da tutti i segnali culturali che ci circondano. L’operaio(ma è un discorso estensibile a molte altre categorie oggigiorno), scriveva <strong>Guy Debord</strong>,</p>
<p>&#8220;lavato dal disprezzo totale che è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa trattato apparentemente come una persona grande, con cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore&#8221; (2).</p>
<p>Quello che correttamente <strong>Debord</strong> chiama «l’umanesimo della merce» ingloba in sé gli svaghi e la vita del lavoratore come un fatto normale. Ed un fatto ordinario perché è la realtà intera, nei suoi minimi aspetti, a confermare che tutto è merce, tutto e tutti hanno un prezzo, ogni singola cosa, materiale o immateriale, si può vendere, comprare, scambiare – specialmente i corpi e le immagini dei corpi stessi.</p>
<p>Insomma non è tanto una questione morale, quanto di <em>economia politica</em>. Tendenzialmente il reale tende sempre a diventare razionale quando il primo risulta immodificabile.</p>
<p>Il nuovo regime del commercio e dello scambio capitalistico ha la sua punta produttiva nei mass-media, ovvero nel cinema, nella televisione e nei media diffusi (internet, I-Pod, tv on demand, videotelefoni etc.). Le nuove «terre vergini» da colonizzare per plasmare nuovi bisogni sono la nostra mente, l’immaginario, i(bi-)sogni. <strong>Berlusconi</strong> ha forse il solo merito di aver importato ed adattato il modello globale all’Italia. L’anomalia, come si usa dire, è che Berlusconi, a differenza di <strong>Ruper Murdoch</strong> o <strong>Bill Gates</strong>, è il primo ministro dell’Italia mentre i due sopra menzionati, sono ‘solo’ i possessori di immensi imperi tecnologici e network che si estendono per tutto il pianeta.</p>
<p>Non voglio sottacere le conseguenze politiche che perforano il diritto e minano il piano democratico di una società civile. Piuttosto vorrei, se ci riesco, tratteggiare una quadro sinottico della situazione in cui viviamo.</p>
<p>Fa specie che oggi giorno la prostituzione sia divenuto l’unico ascensore sociale, specialmente in Italia, per raggiungere un determinato stato di benessere. Preciso che quando parlo di prostituzione intendo sia quella di carattere materiale (si vende il proprio corpo per avere qualcosa in cambio), che l’altra, di carattere ‘simulacrale’ (si vende UNA immagine del proprio corpo per avere qualcosa in cambio).</p>
<p>Possiamo davvero indicare in Berlusconi l’origine della situazione in cui ci troviamo? Saremmo ipocriti nel farlo.</p>
<p>Sono numerosi i movimenti convergenti, nelle società complesse e nei sistemi sociali occidentali, ad aver portato a questa ‘congiura della realtà’ che appare cospirare da ogni lato contro il rispetto dell’essere umano. Ci vengono nuovamente in aiuto delle parole scritte più di cento anni fa, ma che suonano così reali ai nostri giorni: «La borghesia […] ha fatto della <em>dignità</em> personale un semplice <em>valore di scambio</em>»(3). Non si scopre proprio nulla di nuovo insomma. Basta guardare al “Nostro” operaio bresciano, a tutte le dame di corte che svolazzano in abiti succinti in tv o nei palazzi di potere. Ma di nuovo, non facciamone una questione morale. Stiamo parlando di lavoro, domanda e offerta. <em>That’s it.</em></p>
<p><strong>Lorella Zanardo</strong> cercando di descrivere l’antropologia dei “tipi” televisivi, ha parlato del potenziale di falsa emancipazione che i <em>media</em> rappresentano per molti giovani. <strong>Andrea Inglese,</strong> rispondendo allo stesso proposito su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/">NazioneIndiana</a>, ha descritto questa “nuova umanità”, come eroi tragici che falliscono proprio cercando la strada della propria salvezza.</p>
<p>Non possiamo che trovarci d’accordo con loro su un piano teorico generale. Ma qui si fugge il problema chiave, materiale direi: i media, essendo il centro d’eccellenza della produzione capitalistica attuale, sono davvero forieri di ricchezza per chi vi entra! E lo sono materialmente, distribuendo danaro e collaterali (ovvero notorietà e successo in tutti i campi. Ve lo ricordate, a proposito, il semi-analfabeta, evasore, pilota-di-moto munificato con una laurea <em>honoris causae</em> da una prestigiosa università italiana?).</p>
<p>Le nuove fabbriche dei <em>media</em> esigono a chi vi lavora, al salariato, la «sussunzione» totale di sé, non solo del proprio tempo e lavoro, ma richiedono che il corpo intero, ovvero la sua immagine-simulacro, venga messo al lavoro. Il “contratto” tra le parti implica anche la promessa ad identificarsi a vita con siffatta <em>immagine-perfezione-verità</em>, senza mai smentirla, pena il fallimento. Invero, bisogna alienare anche e soprattutto la mente per rendersi disponibili al rito sacrificale del processo capitalistico.</p>
<p>A tutto questo non dobbiamo arrivarci, ci siamo già dentro, e <em>Videocracy</em> ce lo (di-)mostra brutalmente, portando alla luce una violenza che non è <em>nelle</em> immagini ma, come scriveva <strong>Deleuze</strong>, «<em>delle immagini</em>» del film.</p>
<p>Come reagisce la cosiddetta società civile a un tale abominio? <a href="http://www.youtube.com/watch?v=PBMcq4QNb94&amp;feature=related">Guardiamo</a> a cosa è disposta una tranquilla comunità di provincia per entrare a pieno diritto nella “modernità”: immolare sul patibolo televisivo le proprie figlie appena maggiorenni, esponendole allo sguardo panottico di un mondo che si fa teatro di pornografia. A tale spettacolo gli uomini (i maschi) vi assistono con la bocca semiaperta, inumidendo, di tanto in tanto, gli angoli della bocca inariditi dalla calo di salivazione.</p>
<p>I corpi si vendono così, hanno bisogno di essere ipostatizzati nell’empireo delle cose perfette, e noi che ne siamo solo una volgare riproduzione dobbiamo sottometterci, altrimenti finiremo per essere dei marginali.</p>
<p>Qui ci torna utile la definizione di “<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/">fascismo estetico</a>” coniata da Andrea Inglese.</p>
<p>Chi conosce anche lontanamente l’universo dei media sa quali regole ferree e inderogabili reggono quel mondo. A questo servono i <em>guardiani delle porta stretta</em>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kzSbnbjTEA4&amp;feature=related">Lele Mora</a> ad esempio, che cercano le «potenzialità» dei corpi per uniformarle al modello unico che ne permetta una più semplice circolazione. Si scambiano i corpi come le monete, l’importante è che siano tutte dello stesso conio. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=lQSt4E8kkyw&amp;feature=related">Fabrizio Corona</a>, segnatamente, è solo il più coerente assertore di una logica di sistema che oggi impera quasi incontrastata. Egli sta all’attuale stato di cose come il marchese <strong>De Sade</strong> stava al kantismo e alla Rivoluzione Francese. Ovvero, egli non è l’eccezione al sistema, l’elemento sfuggito al controllo, il reo criminale, tutt’altro. Egli è l’eccesso prodotto direttamente e automaticamente dalla struttura a cui appartiene. A Corona non va addebitata nessuna accusa morale, piuttosto gli va accreditato il merito di aver esplorato magistralmente la perversione del sistema mediatico e culturale del nostro paese. La censura perpetratagli contro serve solo a fornire un capro espiatorio che permetta al sistema di continuare a funzionare come prima. In attesa della prossima “crisi”.</p>
<p>La sfera di tale enorme mercato mira ad espandersi continuamente e la società civile vi è inclusa a piene mani. Per questo <em>negri</em>, <em>froci\e</em>, <em>zingari</em> sono persone che per loro natura risultano sovversive a questo sistematico UNI-verso. Il meccanismo integrato tra Stato società civile e ‘nuove fabbriche mediatiche’ unisce da un lato una specifica modalità di produzione e valorizzazione (la mercificazione delle immagini e di corpi) e, dall’altro, <em>una</em> <em>cultura</em> che rende fertile la possibilità di modellare soggettività che, attraverso l’emergere di bisogni eterodiretti, legittimano la sovranità della Videocrazia.</p>
<p>Oggi, ad esempio, la ‘bella presenza’ è un <em>must</em> in moltissimi settori e aziende che devono vendere una “bella” immagine di sé. Lavorare in qualsiasi locale d’intrattenimento, un pub, una discoteca, un studio di architetti, o anche in una <em>boutique</em>,  senza essere ‘belle’ o ‘belli’ è divenuto impossibile.</p>
<p>Questa violenza intrinseca alla realtà stessa è il ‘fascismo estetico’, che è più forte di qualunque appello all’etica pubblica o al ritorno alla vecchia e cara morale; tutti appelli legittimi, ragionevoli, ma che cozzano contro un sentire quotidiano difficile da sovvertire.</p>
<p><em>Una libertà ottativa </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;">Nessuno sa ancora</p>
<p style="text-align: right;">ciò che può un corpo</p>
<p style="text-align: right;">Baruch SPINOZA</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Una domanda frequente circola nei discorsi attorno al rapporto corpo-media: si può distinguere tra coloro che consapevolmente accettano di far parte del gioco di potere mediatico e chi invece crede fanaticamente nel miracolo televisivo e vi si assoggetta ‘senza se e senza ma’?</p>
<p>Secondo le regole classiche del mercato, perché il lavoro possa essere scambiato liberamente, esso deve essere pari ad una merce qualsiasi (la cosiddetta forza-lavoro). Se, come abbiamo cercato di dimostrare, è il corpo a diventare base dello scambio mercantile, esso può e deve essere scambiato secondo questa logica, <em>liberamente</em>. D’altronde vi è sempre una relazione asimmetrica tra chi offre e chi cerca lavoro (quest’ultimo deve pur mangiare, s’intende; mentre l’altro, forte di un certo capitale, può scegliere la sua forza-lavoro nell’esercito degli inoccupati).</p>
<p>Teoricamente saremmo tutti liberi di cercare il lavoro che meglio soddisfa le nostre aspirazioni, perché dovremmo poter vendere <em>liberamente</em> la nostra forza-lavoro. Ma ciò accade davvero raramente, per classi privilegiate della società, ed è tanto meno valido per un mercato totalmente deregolamentato com’è quello dei media, dove non ci sono istituti di garanzia per chi vi lavora. È talmente evidente la disparità di potere tra Lele Mora e l’operaio bresciano di <em>Videocracy</em>, che parlare di libera scelta fa sorridere. Allorché si sceglie di «sussumere» al processo di valorizzazione il proprio corpo &#8211; carne e mente &#8211; tutto il resto è conseguente. La pianificazione dispotica di questo mercato non lascia altra scelta che la genuflessione ad una ‘servitudine volontaria’ che prevede un totale sacrificio di sé, previa oggettivazione della propria coscienza e dei propri sogni dentro l’iperuranio catodico, foriero di tutti i desideri di emancipazione più arditi e concreti.</p>
<p><sup> </sup></p>
<p>Dire (e ri-dire, come fa il deputato Stracquadanio) che il corpo può essere usato in forma di oggetto di scambio, come merce tra le merci, non ha solo un suo grave peso morale, come è ovvio. Laddove le parole di Stracquadanio sembrano infrangere una norma (è immorale doversi vendere, è “sbagliata” la prostituzione, ecc), tale affermazione, invece, deve la sua genesi al contesto generale in cui ci troviamo a vivere e finalizza una precisa strategia “culturale”. Se tutto quello che abbiamo detto precedentemente non fosse reale ciò che Stracquadanio ha detto non avrebbe potuto essere nemmeno pensato. Chiariamo: la prostituzione è un mestiere antichissimo e il potere ha sempre intrattenuto relazioni stabili con essa, ma tutto ciò, un tempo, avveniva all’ombra di alcove discrete; anzi, a quei tempi, quando la Chiesa esercitava una certa influenza sulle coscienze degli italiani, l’incontinenza sessuale andava pubblicamente censurata, anche laddove fosse invece indefessamente perpetrata.</p>
<p>Perché allora oggi si può dare la stura ad un comportamento moralmente abietto in maniera così plateale?  È chiaro che qualcosa è cambiato nell’etica pubblica così come nelle condotte individuali. C’è stato quel «mutamento antropologico» del popolo italiano su cui ha tanto insistito Pier Paolo Pasolini negli ultimi hanno della sua vita? Ciò che il fascismo di Mussolini non è stato mai capace di fare – trasformare gli italiani in marionette del potere – è invece stato portato a termine dalla «società dei consumi»? Credo che ognuno possa giudicare da sé la verità di tali previsioni.</p>
<p>Quello che appare chiaro è che il nostro humus culturale è microfisicamente fecondo perché un pensiero del genere possa essere concepito. Lo sfondo su cui si stagliano le parole del “nostro” deputato dimostrano che è già stata strappata via anche solo la parvenza della vecchia morale che, proprio perché depravata fino all’osso di ipocrisia, formava, fino a qualche tempo, il collante del legame sociale.</p>
<p>Le affermazioni di codesto, seppur minuto, menestrello di corte, andrebbero prese davvero sul serio. In quelle parole si pone una sfida strategica: colpire con l’atto comunicativo la sensibilità mediatica e penetrare la mentalità collettiva.</p>
<p>Giacché oggi “esiste” (all’attenzione del mondo politico, sociale, giornalistico, ecc) solo ciò che appare, la presenza di un messaggio così chiaro nel circuito dei discorsi collettivi serve e legittimare un pensiero ed un <em>modus operandi</em>. L’atto linguistico di Stracquadanio ha un valore performativo in un’epoca in cui i media modellano individui e realtà; esso enuncia ciò che si fa e che si può fare. Tale messaggio ha la capacità di circolare nelle pratiche quotidiane e nei palazzi di potere, ma per poter essere definitivamente dichiarato reale, deve riceve il sigillo di veridicità dai media, per poi tornare ad appurare la propria capacità formativa nei corpi reali.</p>
<p>Gandhi qualche tempo fa scriveva: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci».</p>
<p>Dopo l’affaire D’Addario, le rivelazioni su Noemi Letizia, le immagini di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, (ri-)affermare verbalmente che è legittimo usare i corpi come prodotto e strumento di scambio ha un senso preciso: sancire un forma di relazione stabile e autoritario tra corpo (specialmente, ma non esclusivamente, femminile) e potere. La ridondanza del messaggio di Stracquadanio mette in luce una cinghia di trasmissione comunicativa che è puro segno di subordinazione e comando.</p>
<p>La verifica che informazione e spettacolo, media e potere, comunicazione ed economia sono legati assieme senza soluzione di continuità è presto fatta. Resta da approntare una resistenza.</p>
<p><sup> </sup></p>
<p><sup>09-09-2010</sup></p>
<p><strong><sup> </sup></strong></p>
<hr size="1" />
<p>(2) G. Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini&amp;Castaldi Dalai Editore, 2008, p.67.</p>
<p>(3)  K. Marx – Engels, <em>Manifesto del Partito Comunista</em>, Einaudi, 2005 p. 27 corsivo mio</p>
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