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	<title>anoressia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per una lettura biopolitica dell’Anoressia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 05:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lucrezia Lombardo</strong> <br /> Nel 1997, la filosofa femminista Susan Bordo pubblicava "Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body", un saggio che rappresenta ancora oggi una delle più lucide analisi sociologiche dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), in particolare dell’Anoressia nervosa. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lucrezia Lombardo</strong></p>
<p>Nel 1997, la filosofa femminista Susan Bordo pubblicava <em>Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body</em>, un saggio che rappresenta ancora oggi una delle più lucide analisi sociologiche dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), in particolare dell’Anoressia nervosa. L’autrice interpreta tali fenomeni non come mere psicopatologie individuali, ma come effetti sistemici di un assetto biocapitalistico in cui il corpo delle donne diviene oggetto di controllo, disciplina e marginalizzazione politica.</p>
<p>Bordo evidenzia come, nelle società occidentali a capitalismo avanzato, il corpo femminile sia al centro di dispositivi simbolici e materiali di potere, che ne condizionano l’esistenza. Le immagini veicolate dai media – pubblicità, televisione, cinema, moda, web – costituiscono un vero e proprio regime visivo disciplinante, capace, cioè, di produrre modelli di bellezza, magrezza e perfezione, che vengono interiorizzati dagli individui e dalle donne in particolare, agendo come imperativi morali più che estetici. In questo contesto, la magrezza non è più una semplice preferenza fisica: essa diventa piuttosto una categoria etica, un criterio di autovalutazione, una modalità di appartenenza sociale.</p>
<p>Non sorprende, quindi, che l’Anoressia nervosa sia oggi diffusa in misura significativa tra le donne dei Paesi occidentali. Secondo gli studi più recenti, infatti, la percentuale di donne affette da Anoressia nervosa varia dallo 0,9% al 4,3%, con punte che arrivano fino al 6,3% tra le giovani adulte, a seconda dei criteri diagnostici adottati (DSM-5) e del contesto analizzato<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>. Tali percentuali, apparentemente contenute dal punto di vista numerico, corrispondono a milioni d’individui; ciò ne fa un problema sociale strutturale.</p>
<p>Il riferimento al pensiero di Michel Foucault permette di comprendere ulteriormente la natura di questi meccanismi. Il potere, difatti, nel biocapitalismo non si esercita più in forma verticale e repressiva, ma si diffonde capillarmente attraverso dispositivi tecnologici, pratiche discorsive e forme di autogestione dell’esistenza. In questa prospettiva, l’Anoressia può essere letta come una forma di assoggettamento volontario: la donna si sottomette alle regole del potere senza coercizione diretta, ma attraverso la progressiva interiorizzazione dei valori imposti dalla società in cui vive.</p>
<p>Il corpo anoressico si presenta, così, come luogo di una soggettivazione alienante. L’ossessione per il controllo, la restrizione calorica, l’esercizio fisico estenuante e la negazione della fame si configurano come modalità disciplinari attraverso cui il soggetto tenta di raggiungere l’ideale normativo della magrezza assoluta e della bellezza femminile promossa dai media. Questo modello, apparentemente individuale, è in realtà il prodotto di una logica collettiva di controllo, che esclude le donne dalla dimensione politica, pubblica e decisionale, per relegarle nella cura del corpo e nella riproduzione dei canoni estetici dominanti. In tal senso, i DCA non possono essere compresi unicamente attraverso categorie psicologiche o sociologiche. Essi chiamano piuttosto in causa una dimensione ontologica e simbolica: il corpo che si affama e si consuma è spesso l’unico linguaggio possibile attraverso cui il soggetto femminile esprime un dolore muto, invisibile, e che chiede riconoscimento. La ferita autoinflitta diventa perciò un atto comunicativo estremo, un tentativo di uscire dall’anonimato imposto da una società che trasforma l’identità in merce e la soggettività in performance.</p>
<p>In questa cornice, la fame torna a occupare un ruolo centrale nelle società opulente. Donne benestanti scelgono – o sono spinte a scegliere – di patire la fame, non per mancanza di risorse, ma per conformarsi a un modello di bellezza che, in realtà, cela una volontà di potere e annientamento dell’individuo. Il controllo del cibo e del corpo diventa pertanto un dispositivo biopolitico di controllo sociale, che impone autodisciplina, rinuncia, docilità e conformismo come criteri di legittimazione esistenziale.</p>
<p>L’Anoressia -alla luce di quanto sostenuto sin qui- non è dunque solo una psicopatologia, ma un <em>sintomo politico</em>: essa manifesta, nel corpo, le contraddizioni di un sistema che produce soggettività obbedienti e corpi plastici, privati di unicità, autonomia di pensiero e progettualità. La logica tanatopolitica del biocapitalismo contemporaneo si altresì rivela nell’economia simbolica della magrezza: un modello in apparenza estetico che, in realtà, produce esclusione, sofferenza e autoannientamento. L’interiorizzazione d’ideali irraggiungibili e il rifiuto del sé corporeo sono infatti effetti diretti di un dispositivo di potere che si legittima tramite la seduzione, non più tramite la coercizione, poiché promette alle donne che, se raggiungeranno il modello promosso dal sistema sociale e mass-mediatico, saranno finalmente riconosciute e realizzate.</p>
<p>Potremmo dunque sostenere che i DCA rappresentano una forma di resistenza rovesciata: nel tentativo estremo di controllo, il soggetto femminile denuncia involontariamente la disfunzionalità del sistema in cui è immerso. Ed è proprio in questo paradosso – tra ribellione e assoggettamento – che si manifesta la natura profondamente politica della sofferenza femminile contemporanea.</p>
<p>L’anoressia nervosa, pertanto, al pari degli altri disturbi del comportamento alimentare, non può più essere interpretata esclusivamente alla luce di fattori clinici o psicologici individuali. Essa rappresenta, piuttosto, la manifestazione estrema di un dispositivo di potere che, agendo nel cuore delle società occidentali tardo-capitaliste, plasma le soggettività femminili attraverso l’illusione dell’autodeterminazione. Tant’è che nel corpo che si assottiglia fino a sparire, s’inscrive la traccia visibile di un consenso costruito, non imposto. Un consenso ottenuto attraverso la seduzione estetica, la normatività dell’immagine, l’autodisciplina elevata a virtù. È qui che il biocapitalismo contemporaneo raggiunge la sua massima efficienza: allorché la vittima si fa carnefice di se stessa, in nome di un ideale che non le appartiene. Pertanto, se la magrezza è oggi il sigillo simbolico dell’accettabilità sociale femminile, l’Anoressia diventa il volto tragico di una cultura che riduce la donna a corpo sessualizzato, il corpo a merce, e la libertà a performance. Denunciare questa dinamica significa non solo restituire dignità alla sofferenza silenziata di milioni di donne, ma anche smascherare il volto più raffinato – e perverso – del potere contemporaneo: quello che si nasconde dietro alle immagini, ai desideri indotti, e alla libertà apparente di <em>scegliere di scomparire</em>.</p>
<p><strong><em>Bibliografia essenziale: </em></strong></p>
<p>Bordo, S., <em>Unbearable Weight: Feminism, Western Culture, and the Body</em><em>, </em>University of California Press, Usa 1997</p>
<p>Orbach, S., <em>Fat is a Feminist Issue</em>, Arrow Books, London 1978</p>
<p>Bartky, S. L., <em>Femininity and Domination: Studies in the Phenomenology of Oppression</em><em>,</em> Routledge, New York 1990</p>
<p>Foucault, M., <em>Surveiller et punir. Naissance de la prison</em>, Gallimard, Paris 1975</p>
<p>Foucault, M., <em>Histoire de la sexualité I: La volonté de savoir</em>, Gallimard, Paris 1976</p>
<p>Agamben, G., <em>Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita</em>, Einaudi, Torino 1995</p>
<p>Baudrillard, J., <em>La société de consommation</em>, Denoël, Paris 1970</p>
<p>Gill, R., <em>Gender and the Media,</em> Cambridge Polity Press, Usa 2007</p>
<p>*</p>
<p>Note</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> I dati riportati sono stati elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità, nello specifico, sempre ricorrendo a tale fonte, si evince che, In Italia, vi è una presenza di Anoressia nervosa femminile pari allo 0,2% e lo 0,8% e di Bulimia pari all’1-5%, in linea con i dati forniti dagli altri paesi. Una ricerca condotta su un campione complessivo di 770 persone di età media di 25 anni, tutte diagnosticate con disordini alimentari e che si sono rivolte alla “Associazione per lo studio e la ricerca sull&#8217;anoressia, la bulimia, i disordini alimentari e l’obesità&#8221; a Roma e Milano, presieduta dalla dottoressa Anna Maria Speranza, ha rilevato una percentuale del 70,3% di Bulimia nervosa, il 23,4% di Anoressia nervosa, il 6.3% di “disturbi alimentari non altrimenti specificati” o di altra condizione, perlopiù corrispondente a obesità. Nel campione analizzato, la data di esordio del disturbo è mediamente tra i 15 e i 18 anni, con due picchi (15 e 18 anni), età che rappresentano due periodi evolutivi significativi, quello della pubertà e quello della cosiddetta autonomia, o passaggio alla fase adulta, che sono stati rilevati anche in molti altri studi sul tema.</p>
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		<title>La bella anoressia del cigno nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 11:38:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli “Il cigno nero è il mio film preferito di tutti i tempi”, scrive una ragazza su Pretty Thin, un forum pro-ana americano (pro-ana sono i siti che promuovono l’anoressia). E si capisce. “Il cigno nero” è un film geniale per la coerenza perfetta della sua iper-estetizzazione . Bello e immorale, nella misura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vomito.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38659" title="vomito" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/vomito-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Il cigno nero è il mio film preferito di tutti i tempi”, scrive una ragazza su Pretty Thin, un forum pro-ana americano (pro-ana sono i siti che promuovono l’anoressia). E si capisce. “Il cigno nero” è un film geniale per la coerenza perfetta della sua iper-estetizzazione . Bello e immorale, nella misura in cui assume il punto di vista della &#8220;malattia&#8221; – quella di un’autolesionista anoressica allucinatoria &#8211;  trasfigurandola (e legittimandola) nei diversi livelli della favola e del mito. Anzitutto è un film implacabile, che esibisce subito il suo scheletro figurale, le stereotipie polari su cui gioca.<span id="more-38658"></span> Si prenda la madre che fa la torta e poi, quando la figlia Nina non la vuole mangiare, d&#8217;un tratto diventa una strega, quasi con un tratto cartoonico: quella non è una scivolata grottesca. La madre “deve” essere una strega, lei “è” la strega cattiva. Come dev’essere in una trasfigurazione favolistica-artistico-mitologica (nei rispettivi diversi e intrecciati livelli). Ma Aronofsky non riduce il mito alla materialità di un&#8217;anoressica autolesionista allucinatoria (come, che so, chi legge le mistiche medievali esclusivamente come anoressiche isteriche): piuttosto, al contrario, legge la vicenda mediante la chiave mitologica. Che finisce in tragedia, e sta qui &#8220;l&#8217;immoralità&#8221;: perché l&#8217;ottica tutta autoriferita del soggetto allucinatorio, &#8220;malato&#8221;, viene assunta senza incrinature nella sua pretesa assolutezza, fino al volo mortale. Si prenda l’elemento fondamentale che manca: il vomito. Che nel film non viene mostrato. Perché il sangue può essere romanticizzato, il vomito no. Il film fa questo infatti: assume il punto di vista estetizzante della “malata”. Come ha scritto un sito per la guarigione dall’anoressia, una moltitudine di anoressiche “glorificano il loro deperimento fino alla morte, vivendo le proprie vite con lo scopo della perfezione definitiva. Esse sono delle Nina nella vita vera”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 2/4/2011)</em></p>
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		<title>Flebo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 04:00:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[alice keller]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alice Keller Flebile tubicino che mi entra nel braccio, che buca la mia sottilissima vena per cercare di ristorare con un po’ d’acqua questa terra secca e arida, per cercare di dare quel nutrimento, quel liquido vitale, che ormai chi doveva farlo non le dà più. Mamma che dà l’acqua a un bambino che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Keller</strong></p>
<p>Flebile tubicino che mi entra nel braccio, che buca la mia sottilissima vena per cercare di ristorare con un po’ d’acqua questa terra secca e arida, per cercare di dare quel nutrimento, quel liquido vitale, che ormai chi doveva farlo non le dà più. Mamma che dà l’acqua a un bambino che non è in grado di gestirsi da solo. Bimba irresponsabile, non sei capace di occuparti di te, non vuoi bere, capricciosa, ora ti imbocco io, te la do io, l’acqua, bimba in coma anche se cammina ancora.<span id="more-36010"></span></p>
<p>Me la ricordo la mia prima flebo: che terrore, che paura del dolore, erano ancora i primi giorni in ospedale, ancora mi terrorizzavano gli aghi, mi faceva paura il male. I pianti davanti alla richiesta del medico di mettere quel tubicino in vena, il cuore che batteva forte mentre l’ago minaccioso si avvicinava, il terrore di chissà che cosa avrei sentito, e invece poi nulla, non fa male, è fastidiosa all’inizio, non la sopporti, devi camminare con quell’albero accanto a te, devi stare attenta a come usi il braccio, quasi immobile, e poi tutti quei bip, e l’acqua che si inceppa e non scende più, e la sacca da cambiare&#8230; Poi tutto cambia, poi entri nel mondo dell’ospedale, è il tuo nido, ormai, e la flebo è un’amica, l’albero accanto a te che sei a tua volta un albero, uno stecco di ebano nero, la seconda gamba del fenicottero, il trofeo della tua anoressia. Quella flebo dimostra che sei anoressica, che rifiuti la vita, che rifiuti il cibo, rifiuti l’acqua, e allora i medici ti obbligano a prenderla con quella flebo; non sei tu che ti nutri, sia ben chiaro, sono loro a importelo, non a te, non alla tua volontà, al corpo, e la flebo lo dimostra, la flebo è il simbolo del tuo rifiuto, della lotta, della risalita controcorrente; e ti vedi bella con tutti quei tubi, ed è bello farsi torturare e bucare, è bello essere importanti perché tutti devono ricordarsi quando cambiarti la sacca; e fanno compagnia le lucine e i bip, hai un cuore e una voce elettronica ora, tu non brilli più, tu sei spenta, ma guarda quante lucine elettroniche intorno a te, la bimba artificiale, quella che non vive più ma cammina ancora.</p>
<p>Però non la stacchi, la flebo, lasci che ti nutra. Nel silenzio, in fondo, non c’erano solo accuse e urla di dolore, il rifiuto era anche una richiesta d’aiuto. Io smetto di mangiare, cesso di nutrirmi, ma per favore, anche se non ve lo chiedo, anche se sto zitta, fatelo voi, finché non deciderò di farlo di nuovo io, perché sono irresponsabile, e ora lotto anche contro la vita, lotto rischiando la vita e non sento il pericolo, non lo vedo, troppo ho sofferto e sono troppo concentrata su di me, sulla volontà, sul mio dolore e la mia rabbia, ma voi che siete razionali, voi che siete umani lo sapete che se cesso io, presto o tardi cesserà tutto, anche se io non me ne rendo conto, e quindi prendetevi cura voi di questo corpo sempre più brutto, di questo trofeo di guerra; io piango, ma in fondo mi lascio cullare, voglio tornare una bimba in fasce, che non fa nulla, che lascia che siano gli altri a occuparsi di lei: lei dorme, e tutti pensano a lei.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alice-foto.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36019" title="alice foto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alice-foto-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alice-foto-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/alice-foto.jpg 600w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p><small>tratto da <em>Alfabeto dello stomaco (e del cuore). Ti racconto l&#8217;anoressia</em>, Pendragon, 2010</small><br />
<small>foto di Alessandro Pedrelli (con la partecipazione di Andrea Bizzocchi)</small></p>
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		<title>L&#8217;indecenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 06:48:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Altro]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Lacan]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i Greci. (Roland Barthes) La prima volta, dopo molti anni, l&#8217;ho vista arrivare dall&#8217;alto. Un cavalcavia e il suo corpo ombra che in lontananza sembrava  un arbusto senza foglie, due rami che si allargano al cielo aggrappati tenacemente al manubrio di una bicicletta troppo alta. E [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lz_mark_ryden.gif"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19332" title="lz_mark_ryden" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/lz_mark_ryden-150x150.gif" alt="lz_mark_ryden" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i Greci.</em><br />
(Roland Barthes)</p>
<p>La prima volta, dopo molti anni, l&#8217;ho vista arrivare dall&#8217;alto. Un cavalcavia e il suo corpo ombra che in lontananza sembrava  un arbusto senza foglie, due rami che si allargano al cielo aggrappati tenacemente al manubrio di una bicicletta troppo alta. E quel gesto tipico della vittoria aveva in lei l&#8217;ansia della resa, dell&#8217;abbandono disperato della vittima che attende il sacrificio: la testa rivolta al cielo, identica ai tempi del liceo, chinava da un lato appoggiata alla nuca, come se pesasse troppo o chiedesse una tregua all&#8217;Inferno o a qualche Santo dimenticato.<br />
Arrivava dall&#8217;altro lato della salita mantenendo la posizione di fatica anche in discesa, patita, con l&#8217;acqua alla gola e senza gola, le gambe rapide, secche, indecenti &#8211; come le ha definite la sorella &#8211; tremendamente  magre, asessuate. Indecenti. Questa parola si ripete, le trapana il cervello fino al punto di non ritorno che chiede una ripetizione per essere digerito, triturato come il cibo frantumato che si nega: Olga é indecente, un corpo indecente, la lingua di una casa indecente, la mia annata indecente.<span id="more-19333"></span><br />
Mi ferma allungando un braccio e spingendo la bicicletta contra la mia che sale, ruota contro ruota &#8211; mi scruta fisso, il tono aspro e incalza:</p>
<p><em>Ciao. Sai chi sono?</em></p>
<p><em>Certo, Professoressa.  Lo so bene. Come sta?</em></p>
<p><em>Secondo te? Tu come mi vedi? Come mi vedi?</em></p>
<p>E la sua voce é come l&#8217;urlo di allora. Un acuto senza crescendo, che parte e resta altissimo, lacerante, le strilla dei gatti che a primavera sembra stiano per morire da un momento all&#8217;altro per azzannarsi.<br />
E invece desiderano notti d&#8217;amore. E amore.</p>
<p><em>Male.</em></p>
<p><em>Male, vero?   ripete lei.</em></p>
<p><em>Si, male, Signora D. E non lo sopporto.</em></p>
<p>In una frazione di secondo il mio sguardo cambia posizione: non é più la mia professoressa di tedesco, é una donna anziana, livida, una bambina dentro l&#8217;utero di una donna che spinge al fuori, tende a quell&#8217;Aperto osceno che le ha impedito di vivere e da quell&#8217;Aperto rifugge, terrorizzata. I suoi occhi sono un&#8217;alterazione mostruosa dell&#8217;immaginario e cercano di perforarmi. Non si mangia mai da soli, scriveva Lacan, si mangia sempre alla tavola dell&#8217;Altro, e oggi che ritrova me donna, mi chiede questo, di mangiare alla sua tavola. Di sedermi con lei e stare a guardare quell&#8217;indecenza. Per mano.</p>
<p><em>Anche tu avevi il vuoto, vero?</em></p>
<p><em>Si, anch&#8217;io. C&#8217;erano solchi violenti. E lei lo sapeva.</em></p>
<p><em>Io ero cattiva. Per questo lo sapevo. Sai da dove vengo?</em></p>
<p><em>Da dove, Signora D.?</em></p>
<p>Dall&#8217;Inferno. Sinfonia n. 3  Gorecki</p>
<p><em>Dalla nuova casa dei profumi. Mia sorella e mio fratello ne hanno aperta una poco più in là, un centinaio di metri. Se non fossi malata, se avessi passato una vita decente, magari anch&#8217;io adesso starei lì a distillare i fiori. E le erbe mediche. E invece guardami. Sai cos&#8217;ha detto oggi mia sorella? Che le faccio paura. Che sono solo uno scheletro che divora le ossa, che riesco solo a bucare le scarpe camminando avanti e indietro per tutto il tempo che mi rimane e me ne rimane poco, che il tempo è una questione da adulti e che io sono una lattante di sei anni battezzata al seno di mamma, perché il mio é una cavità nel vuoto. Mi vedi? Solo costole e domande, e in realtà non me la faccio più le domande, perché per chiedersi c&#8217;è bisogno di una lingua e la mia lingua non ha papille, sono un mostro sottratto al senso, la macchina mangiante per la mamma.<br />
Essen, in tedesco: Mangiare, Essere. E lo sai da quando sono malata, lo sai piccola mia? Non lo so nemmeno io perché senza tempo non c&#8217;é neppure più il tempo di mettersi a pensare. Non ci sono ricordi. Non esiste lo spazio se non questo luogo che é un non-corpo. Le lancette del cadavere, i battiti, bradicardici. Solo quelli.<br />
Erano gli anni cinquanta e la mamma mi diceva: Olga guarda che bella che sei, sei la bella Olga della mamma, la più brava di tutte, sei la sola mia gioia, la mia felicità grassa, le mie cosce preferite, guarda il mio angelo, guarda che brava tu che non sei mai cattiva sei la bimba gentile il piccolo cerbiatto.<br />
Moriva una donna nella gabbia delle figlie, e ne restavano i resti, rimasugli organici, caverne.<br />
Io lo sapevo, sai, che anche tu avevi la carne nascosta nelle tasche, quando ti guardavo dalla cattedra. Ma i cani non possono divorare gli avanzi all&#8217;infinito. Avrei voluto io, essere quel cane sotto al  tuo tavolo appoggiato alle ginocchia, ti avrei detto dammi un morso ancora e dimenticami, sono il cane bastardo della vostra tavola, che mangia e mangia senza conoscere il confine. Lo vedi questo cavalcavia? Un giorno sono scappata per non vederlo più a cercare l&#8217;appetito e ripetevo come la filastrocca: via! via! via di qui cavalca la via cavalca la via, con le trecce legate col fiocco bianco credevo ci fosse un fiume e un desiderio d&#8217;acqua &#8211; e ho trovato un binario morto. In quegli anni non si parlava di anoressia, pensavano che fosse un cuore a destra ad impedire al cibo di raggiungere le parti giuste per finire invece nei polmoni: mi mancava l&#8217;aria, questo era. Aria, e la leggerezza dell&#8217;acqua. E non lo capivano perché non si può capire, perché non lo capiscono nemmeno adesso, quando i piccoli gendarmi ti dicono di ingoiare l&#8217;uovo e la pillola e tutto il guscio. Sai cosa sto facendo da giorni per mia madre? Come le colazioni degli alberghi a Vienna. Riempio la tavola dall&#8217;interno, divoro prima di sentire, stendo la tovaglia bella nello stomaco e poso tutto con la meticolosità di un chirurgo, della più brava delle governanti governo il mio corpo e lo preparo al pasto nudo, al punto vuoto di ogni cosa, della Cosa, di quella Cosa perduta che non so neppure io cosa sia, tu lo sai? Col tuo bel nome da brava bambina? Lo sai cos&#8217;é che abbiamo perduto, dov&#8217;è l&#8217;origine di quella assenza di quella mancanza, di quell&#8217;errore? A volte mi capita anche di sognarlo.<br />
L&#8217;ultima volta era questo: la via di un centro affollato e uomini e donne trampolino che saltavano con un aggeggio appuntito. Per ogni passo un buco nel terreno. E poi dall&#8217;alto arrivano i ragazzi-uccello, due giovani amanti col corpo di statua e la pelle d&#8217;ambra e alla bocca avevano un enorme becco, alla schiena un paio d&#8217;ali. Erano questi uomini alieni che parlavano la lingua più bella della terra, oltre la terra, oltre il sole, un tedesco senza gutturali ma coi  veri significanti e io me ne stavo là rannicchiata sotto la cattedra per nascondermi sperando però anche che mi scoprissero, per essere portata via. Lontana. E uno degli amanti becco si avvicina e mi solleva stringendomi per il collo. Nel sogno c&#8217;era carne da prendere. Vola verso le carceri , ma la prigione ha il tetto scoperto non è più una prigione, è un luogo d&#8217;ombra in cui a restare lo si fa per scelta &#8211; e mi lascia lì, tra un muro portante e una sua crepa. Allora io chiedo e urlo e sbraito: perché in questa fessura? Perché qui, proprio in questo spazio cavo, qual é il motivo? E con la lingua più bella e un cenno di capo mi dice semplicemente: perché si. Perché la fessura? perché mi hanno dato una fessura e non un palo con cui conficcare il terreno ad ogni passo? Perché si. L&#8217;uomo uccello se ne va e io resto a guardare dall&#8217;alto. Il soggetto è la mia opzione. E allora chino il capo, come sempre, ma anziché al cielo, lo chino al fondo dei fondi e vedo una bimba, portata anch&#8217;essa per il collo e davanti alla bimba che ora è nuda c&#8217;è un vecchio, un nonno e lei dice con la voce stridente delle streghe mettilo qui dentro mettilo qui dentro vieni qui dentro.  E fa male, piccola mia. Fa male.</em></p>
<p><em>Io non ho mai detto a nessuno, di venire qui dentro. All&#8217;inizio arrivavano come la pioggia. E alla fine hanno smesso di venirci tutti. Guardami: sono un animale. E molto peggio dei cani randagi che scelgono di andarsene. Sono una settantenne malata aggrappata al collo di una madre metafora che tutti i giorni, ancora, dalla sua poltrona di novant&#8217;anni mi chiede se ho mangiato a sufficienza. Ma la sufficienza non la prendo mai. Ed é assurdo, non credi, che io stia qui in faccia ad una  giovane grazia a vomitarle addosso quest&#8217;indecenza a lamentarmi di una vecchia a margine che non ne vuol sapere di morire, quando io ne ho quasi settanta e per non  sottrarmi alla sua logica non sono mai neppure andata a dormire fuori casa. A volte l&#8217;ho desiderato tanto. I campeggi, i baci .<br />
I baci. La pelle dei pesci e l&#8217;amore di paglia e gli strumenti. Quando mi dicevano Olga finirai per morire, io all&#8217;alba pensavo ma è questo ciò che voglio e non capiscono, la mia morte lenta, l&#8217;uscita di scena  leggera, senza traccia, uno di quei fiori che a primavera diventano bianchi e col soffio degli innocenti volano via. I fiori su cui d&#8217;estate pisciano i cani e dai cani prendono il nome.<br />
E invece no. E&#8217; l&#8217;opposto, é come avessi trovato &#8211; perversa &#8211; la formula a tracciare in sottrazione. Io sono perché assente. E tu, madre, che prima mi guardavi per non vederti, ora mi guardi perché non ci sono più o perché sono sempre in procinto di abdicare. Siedo lì,alla corda del circo. E sto  per cadere all&#8217;infinito.<br />
Poi chissà, ci sarà pure la questione dell&#8217;epoca, dei fantasmi del capitalismo e del troppo che divora, la decisione di un salto che allontana da quell&#8217;eccesso, che lo denuncia e se ne separa o che invece lo insegue come oggetto, ci sarà pure un tempo culla di sante anoressiche e un tempo culla di donne manifesto, lo ZeitGeist come si dice in tedesco, ricordi il tedesco che ti ho insegnato, bambina?, ma poi c&#8217;é altro. E a me é quest&#8217;Altro che interessa. Perché é negli occhi che risiede. E non ci sono manuali né camere di congresso che ne sappiano davvero qualcosa.<br />
I miei ti spaventano? Gli occhi. Lo so, mi detestavi &#8211; come io detestavo te. Perché riuscivamo a vedere il corpo interno, sottratto allo sguardo. Diventare pietre. Tentare di sottrarsi alla logica perversa della misurazione, indietreggiare, sottrarre, sottrarsi, svuotare fino al grado zero. Potrei fissarmi per ore ed ore e secoli allo specchio, dritta, a gambe chiuse, spalancata, senza denti, ruvida. Ma se l&#8217;Altro arrivasse alle spalle, e toccandole vedesse quel riflesso che io  stessa vedo, quella nudità che io sento, quella mostruosità che tormenta me sottopelle, mi ucciderebbe. Occhi agli occhi. E&#8217; diverso. Ma l&#8217;altro che può vedere ciò che tu stai vedendo che ti strazia e ti strappa l&#8217;anima in sette pezzi, questo no. Non ce la facevo. Per ciò coprivo lo sguardo con le urla. E perdonami, ti prego, per questa lacrima e quelle fiamme, ma se anche dovessi morire così, già morta da decenni di corpo e senza corpo, se anche dovessi andarmene senza bara perché già decomposta, e sarà probabile perché sono troppo vecchia per diventare adulta, voglio però tu sappia che qualcosa è cambiato nell&#8217;ultima strada, come se mi si fosse aperta una voragine al centro del petto &#8211; e del ventre, capisci, ed é la visione di quella mancanza profonda ed é il bisogno disperato di farci entrare dentro qualcuno che non sia un riflesso. Perdona le urla, perdona la lingua della vecchiaia e questi raggi spezzati, perdona il fango o ricordalo per sempre per non avere il freddo che ho avuto io, ma vieni a mangiare con me almeno una volta.<br />
Al cavalcavia, dove c&#8217;é un po&#8217; d&#8217;acqua. A soffiare i fiori come gli innocenti &#8211; e poi magari, pisciarci anche un po&#8217; sopra. Aprire la cesta del pane. L&#8217;ultima cena possibile a primavera, la prima cena vera.</em></p>
<p><em>Gli alberi sono alfabeti</em>. I corpi, sono alfabeti. E mentre la guardo allontanarsi nella direzione che porta alla Madre, penso a questo. Alle stagioni sbagliate, alla parola piena e al vuoto delle frasi di campo. Penso ai baci che non ha mai dato e alle sue gambe spalancate al violento. E forse Olga non ha mai parlato, forse é solo rimasta immobile, come un albero piantato a forza nell&#8217;asfalto bollente, a fissare il centro delle mie foglie.</p>
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		<title>Ana, dea della morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 06:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ana]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ci sono libri come questo che non ha importanza che siano belli o brutti, ma che facciano male. Questo libro mi ha fatto soffrire. L&#8217;autore ha deciso di rimanere anonimo perché non cerca una gloria personale, semmai uno sguardo verso un mondo a noi vicino eppure sconosciuto. Ho chiesto a lui e al suo editore, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Ci sono libri come <a href="http://www.noreply.it/pag/velvet/beautiful.html">questo</a> che non ha importanza che siano belli o brutti, ma che facciano male. Questo libro mi ha fatto soffrire. L&#8217;autore ha deciso di rimanere anonimo perché non cerca una gloria personale, semmai uno sguardo verso un mondo a noi vicino eppure sconosciuto. Ho chiesto a lui e al suo editore, Leonardo Pelo di <a href="http://www.noreply.it">Noreply</a>, di scrivere due note attorno a questo libro. Ve le porgo. G.B.</em>]<br />
<img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/beautiful_2.JPG' alt='beautiful_2.JPG' /><br />
di <strong>Andrea</strong> e <strong>Leonardo Pelo</strong> </p>
<p>Andrea: “E ora? “<br />
Leonardo: “Lo pubblichiamo.”</p>
<p>::::::</p>
<p>Un problema lo riconosci quando ti smuove dentro un insieme di sensazioni talmente aggrovigliate e brucianti da non poter essere digerite a freddo. I problemi sono nervi scoperti, richiedono pazienza, attenzione, riflessione, tempo. Dolore. Dovevo scrivere quanto avevo vissuto e visto.</p>
<p>::::::<span id="more-5371"></span></p>
<p>20 mesi di ricerche. Scritto in un mese. Rielaborato in quattro.<br />
E quasi altrettanto per decidermi se mandarlo in stampa. A convincermi credo siano state le parole di &#8220;Fatina dei Muffin&#8221; (una ex anoressica di 14 anni la cui testimonianza fa da prefazione al libro).<br />
“Tutti ci guardano nessuno ci vede. Siamo in tante urliamo urliamo e anche se spuntano le ossa non capiscono.”</p>
<p>Per la prima volta in 10 anni che uso parola “pubblichiamo” capisco il significato: rendere pubblico.<br />
Mostrare e capire un mondo. E per capire bisogna ascoltare.</p>
<p><em>La testa di chi vive in un mondo parallelo in cui si cerca la perfezione fino a scomparire è una strada contorta e piena di svincoli e bivi in cui è facile perdersi e difficile capire dove si è. </em></p>
<p>:::::::::</p>
<p>Sempre meno si ascolta. La gente sembra innamorata delle proprie parole dimenticando, non solo in confronto, ma anche l&#8217;ascolto. Il processo che porta a comprendere gli altri.<br />
Non a giustificare, ma capire.<br />
Persino qui, dentro Nazione Indiana, alcuni commenti sono di persone che parlano sopra, litigano.<br />
Un vociare sopra, inutile. Asincrono dal contesto.</p>
<p><em>Il mondo di Ana è strano, sai? è un mondo che ti distrugge&#8230; ma chi l&#8217;ha vissuto sulla sua pelle difficilmente lo accetta. Ana è come un&#8217;amica&#8230; è l&#8217;amica!!!</em></p>
<p>L&#8217;anoressia tutti dicono sapere che cos&#8217;è. Ma quanti conoscono Ana?<br />
Ana è la personificazione dell’anoressia. È una dea potente. Ci sono ragazze che la invocano e ci fanno i riti. Ci sono i blog con i dieci comandamenti.<br />
Perdere peso è bene. Fai di tutto per essere magra.<br />
Essere magri è più importante che essere sani.<br />
Quod me nutrit me destruit. </p>
<p>Sono pazze? Sono vittime? Sono ribelli?<br />
Ma tu che adesso ci stai leggendo sai quanto è diffuso questo inferno?</p>
<p><em>Mi pesa dirlo, ma penso che tu possa capirmi un bel po’&#8230; A certi problemi non è dedicata la giusta attenzione&#8230; non è una questione di quantità ma di qualità&#8230; se ne parla tanto, ma a vuoto&#8230;</em></p>
<p>Ci sono oltre 300.000 indirizzi internet pro Ana, dicono le ricerche. Oltre ai siti, i blog, in Italia, anche qualche forum, più o meno nascosto. Il più famoso è stato censurato da poco. Di certo ci sono 9.000 nuovi casi d’anoressia l’anno. E per ogni ragazza che cade nella patologia, tantissime altre sono a un passo dal diventarlo e non puoi mai sapere dove dal disagio si passa alla malattia.<br />
Il dolore è profondo e per esplorarne i confini bisogna anche mettere in conto di sentirlo, farcelo entrare dentro. Fare da tramite. Siamo ancora in grado di concedercelo? </p>
<p><em>Quegli stralci qua e là che ho trovato mi hanno interessata… e perché no, anche pugnalata, ma in senso assolutamente positivo e liberatorio&#8230; finalmente qualcuno che parla di noi e di Lei.</em></p>
<p>Così ti trovi per l’ennesima volta a chattare su MSN alle tre di notte, con gli occhi che bruciano.<br />
Chi hai virtualmente davanti dice che vuole vivere, quindi essere perfetta, quindi sparire.</p>
<p>Come si fa a raccontare l’anoressia e chi la sua malattia la difende, la rivendica?<br />
Abbiamo scelto le parole da dentro, le centinaia di pagine di blog, le chat, gli incontri in carne e ossa. Il reale e il virtuale mischiati. Ecco perché queste tre storie, queste tre ragazze che non esistono singolarmente, ma vivono dietro al volto insospettabile di migliaia di coetanee.<br />
Non ci possono lasciare indifferenti, perché, come cantava Fabrizio De André: “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.”</p>
<p><em>Per me le ragazze anoressiche dovrebbero solo essere ascoltate. Lo so perché per qualche mese nella mia vita mi sono comportata esattamente così… e ne vedo le conseguenze.</em></p>
<p>“Sul forum le altre non ci volevano credere che i miei genitori hanno scambiato il fatto che sono collassata sul banco per non mangiavo con un attacco da stress da troppo studio. E che hanno pensato bene di offrirmi <em>una cena</em> per farmi rilassare.”<br />
Questo lo dice Kiara in <em>Beautiful</em>. È invenzione letteraria.<br />
È la realtà. Figli anoressici. Genitori anoressici emotivi.</p>
<p>Abbiamo in questo momento una speranza. Anzi una ambizione. Folle.<br />
Che questo libro aiuti ad ascoltare e a capire chi soffre di anoressia.<br />
Se è così, allora è un libro utile.</p>
<p><em>Questo libro mi ha permesso di ripercorrere quei momenti difficili, di riviverli quasi, tanto che temevo di ricascarci un&#8217;altra volta, sono stati giorni duri.<br />
Ma poi è passata, sono riuscita in qualche modo a metabolizzare tutta quella realtà e a superarla più o meno illesa, forse questa volta per sempre.<br />
È un documento importante, grazie per esserti messo da parte e non aver giudicato, per essere stato fedele alle realtà con cui sei venuto a contatto.</em></p>
<p>Il 9 febbraio <a href="http://esserenulla.splinder.com/">una ragazza</a> dopo aver letto <em>Beautiful</em> ha detto addio all&#8217;anoressia.<br />
Del resto davvero oggi non ci importa. </p>
<p><em>Le parti in corsivo sono estratti dei commenti e dei messaggi ricevuti <a href="http://www.myspace.com/librobeautiful">qui</a></em><br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/beautiful_copertina.jpg' title='beautiful_copertina.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/beautiful_copertina.thumbnail.jpg' alt='beautiful_copertina.jpg' /></a><br />
<em>giovedì 6 marzo ore 18.00 a MILANO<br />
Libreria Porta Romana (corso Porta Romana, 51)<br />
Presentazione del libro con Pierluigi Panza. Moderano Alessandro Beretta e Gaia Giordani</em></p>
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