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		<title>La vita lontana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 13:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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<em>Di seguito, l&#8217;incipit in anteprima. Buona lettura.</em></p>
<p>di <strong>Paolo Pecere </strong></p>
<p>Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie deserte, come una coppia di palombari nello scafandro dell’auto, sonnolenti e senza direzione. Elio guidava piano, rideva fuori sincrono, mi sfiorava dolcemente il braccio. Nella pancia sentivo un solletico elettrico. Forme di vita cominciavano a uscire di casa per procurarsi cibo e giornali, il vento palpitava sotto i panni appesi, i filamenti delle nuvole si aprivano. Dai tetti delle palazzine scese una scala musicale: l’esercizio di un musicista al flauto, appena distinto tra gli sbuffi dei motori, o un miraggio uditivo di cui una voce bisbigliante in me giurava l’esistenza. Un giorno sei stata felice.<br />
– Mare? – disse Elio, e poi silenzio. Comunicavamo col pensiero, seguendo una traccia invisibile, centrifuga, per un istinto migratorio che portava via dalla calotta della città, oltre l’agro romano, verso un’altra vita.</p>
<p><span id="more-72886"></span>Sostammo al recinto di un cantiere abbandonato, ai margini di Casal Monastero. L’erba spuntava dalle spaccature del cemento tra gli avamposti di mattoni rossi, mossa dal vento secco e pulito. Qui mancava una scuola, osservai. Per Elio, come sempre, non bastava: bisognava abbattere, rifare tutto da capo, come disse, passando la mano sul profilo preistorico di un escavatore chino al suolo, poi sul mondo intero. Gli accarezzai la testa, già scaldata dal sole. Ripartimmo. La campagna si allargò intorno a noi.<br />
Persi l’orientamento nel terreno senza linee, forse mi addormentai, mentre Elio procedeva sicuro. Una sterpaglia bruciava in lontananza, sotto una macchia di grigio. Il vento secco mulinava impregnato di fumo. Il forte calore piegava la luce, mischiando boschetti e lotti edificati all’orizzonte. Poi scomparvero i riquadri colorati delle costruzioni: qui il passato assomigliava al futuro, e saremmo potuti essere chiunque.<br />
Ritrovammo l’orientamento sulla via Pontina, dove ci fermammo a rinfrescarci all’ombra di una bancarella della frutta. Due giovani sikh fumavano appoggiati alle biciclette. Ci dissero di essere fratelli. Elio fissava i capelli neri e il fuoco sulle sigarette con la concentrazione introvertita che adoravo. Il fruttivendolo accettò di scattarci una foto: noi due con i fratelli indiani, tutti con espressioni imbarazzate, disposti a riconoscere il destino in quell’incontro casuale.<br />
Tirammo ancora gli sportelli. Il crepitare di cicale e aghi di pino frantumati sull’asfalto riprese, si perse nell’urto dell’aria, tornò distinto mentre ci veniva incontro e si fermava il lungomare del Circeo. Scivolammo tra le nostre ombre sulla sabbia, unendoci ai gruppi di bagnanti rifugiati sotto il monte, tra la cresta dei cespugli e il mare. Oltre la duna scomparivano le auto e il dormiveglia collettivo era lo sfondo di un film di cinquant’anni prima, dove la somiglianza tra Elio e Marcello Mastroianni diventava quasi identità: osservai la distesa della fronte incresparsi lievemente mentre s’inginocchiava, affondava il braccio fino al gomito, traeva la terra nera, piantava l’ombrellone. Per la fibrillazione degli ormoni fantasticavo dettagli surrealisti alla deriva: atleti greci, bronzi metafisici, torri nel nulla.<br />
Sfilammo i libri dalle borse. Sulla spiaggia, tra caldo, gravità e ingloriose sfide a racchettoni, tutti cedevano al torpore, e leggere era un modo di riaffermare chi eravamo. Sfilai il segnalibro da un romanzo austriaco che mi sforzavo di finire, in cui non si capiva se la narratrice amasse un fantasma o un personaggio reale. Elio sfogliava la rivista Focus, numero doppio con dieci ipotesi sull’autodistruzione della specie umana, commentando a voce alta. La luce era accecante e il litorale, oltre il riparo delle ciglia, assomigliava al cartone preparatorio di un dipinto che non si è potuto finire. Sotto il cielo smaltato riposavano figure primitive, due buchi neri e un taglio muto al posto del viso. Un cane fissava qualcosa nello spazio turchese.<br />
Elio mi lesse, con la voce a tratti cancellata dal vento, l’articolo tipicamente estivo sulla scoperta di un gruppo di psicologi californiani. Parlava di un sogno identico sognato da migliaia di persone: l’alta marea che sale lentamente intorno alle caviglie, mentre nessuno si allarma, finché l’acqua arriva al collo. Uomini e donne stancamente sorpresi, mentre i vestiti diventano una seconda pelle e il peso del corpo si confonde con la corrente, osservano con muta rassegnazione la superficie del mare che sale, scambiandosi occhiate che esprimono domande primordiali: di chi è la colpa, e perché non fa qualcosa. Una rappresentazione nell’inconscio collettivo di una catastrofe prossima ventura, che Elio riportò seccamente alle sue convinzioni.<br />
–  Tutti sanno, ma non reagiscono: che fine miserabile!<br />
–  Sciocchezze. E poi, tu che ne sai?<br />
–  Non posso prevedere il futuro. Ma so che è brutto.<br />
L’apocalisse, nientemeno. E rieccolo a gesticolare verso i bagnanti, colpevoli di letargia morale. Ma la giornata mi appariva dolce. Tenendomi una mano sulla pancia, appoggiai il libro aperto tra le gambe, vidi le pesche e le banane calcate nel borsone di stoffa e, oltre il bordo dell’ombrello, il profilo di un torso: tutto sembrava un rebus della Settimana Enigmistica, l’attesa equanime di una soluzione. E ancora il nostro gioco sfaccendato, che andava avanti in pratica dai tempi del liceo: lui che s’indispettiva per il pianeta abusato, disperando della resistenza ai fatti della specie umana, della stupidità come malattia autoimmune, col sorriso che cercava una reazione; io che gli davo un po’ di corda, fidandomi dei suoi eccessi più che dei miei compromessi, ma concludevo che le cose si sarebbero aggiustate, non sapevo come. Due bambini giocavano a rincorrersi tra gli schizzi, sotto la linea dell’orizzonte. In quel momento per me il mondo – non il pianeta – era bello, fatto apposta per gli occhi e i pensieri sublimi.<br />
Alle dodici spaccate il libro si bagnò. L’acqua impregnò le lettere fino a gonfiarle.<br />
– Non ho sentito niente! – dissi. Solo un vago bruciore.</p>
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		<title>Storia di alberi e della loro terra: Matteo Melchiorre</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/26/69978/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2017 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[Marsilio Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Melchiorre]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia di alberi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta In uscita per Marsilio il 28 settembre, Storia di alberi e della loro terra è un testo narrativo, tra autobiografia e non fiction, di Matteo Melchiorre [autore vincitore del Premio Rigoni Stern e del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo, con il saggio La via di Schener] che racconta di una generazione sempre pericolosamente in bilico fra il radicamento e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/MelchiorreSTORIAcopWEB-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/MelchiorreSTORIAcopWEB-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/MelchiorreSTORIAcopWEB-768x1107.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/MelchiorreSTORIAcopWEB-710x1024.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/MelchiorreSTORIAcopWEB.jpg 1769w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /></p>
<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>In uscita per Marsilio il 28 settembre, <em>Storia di alberi e della loro terra </em>è un testo narrativo, tra autobiografia e non fiction, di Matteo Melchiorre [autore vincitore del Premio Rigoni Stern e del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo, con il saggio <i>La via di Schener</i>] che racconta di una generazione sempre pericolosamente in bilico fra il radicamento e lo sradicamento delle comunità, e lo fa con un linguaggio fresco, pungente e vivo, proprio come la materia stessa delle sue elucubrazioni, la natura (umana).</p>
<p>Di seguito, un estratto.<br />
Buona lettura</p>
<p><span id="more-69978"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>11.</p>
<p>A Tomo, tra gente di Tomo, si usa il dialetto e non l’italiano. Ci sono alcune parole e una cadenza della parlata più stretta, fitta di vocali chiuse e di aspirazioni delle consonanti gutturali, che si possono cogliere come «tomitane». Ma questo non differenzia il nostro dialetto da quello dei paesi vicini. I più vecchi del paese usano un linguaggio più stretto, mentre la generazione cui appartengo io parla un dialetto italianizzato dalla televisione, dalla scuola e dalle letture. Per indicare il marciapiede che gira intorno a casa noi diciamo <i>marciapié </i>ma i vecchi dicono <i>salìsio. </i>Su all’Alberón ci sono dialoghi in dialetto, in tutte le varianti. Trascriverli è laborioso, ma ancora più complicato è leggerli e comprenderli; del resto il dialetto di Tomo è una lingua parlata e non scritta. Per questo do conto dei dialoghi che si svolgono intorno all’Alberón in italiano. Come in ogni traduzione, se ne perde in termini di ritmo e di eloquenza e la verità, racchiusa nelle parole dette, sfuma.</p>
<p>12.</p>
<p>Questi che sono qui adesso hanno parlato dell’albero ancora cinque, dieci minuti; poi hanno cominciato ad andarsene più o meno nell’ordine in cui erano arrivati. Non partono mai tutti insieme, ne resta sempre almeno uno di guardia alla spoglia.<br />
Fanno manovra con la macchina o rimettono le mani in tasca e vanno via.<br />
Capita una signora di Tomo, classe 1921, nonna di un ragazzo che conosco. Gira intorno all’albero a passi veloci. Guarda e non guarda, comunque sorride. Si ferma giusto per salutarmi e per sistemarsi uno scialle bordò. Domando se ha visto l’Alberón e mi risponde: «Non l’avrò visto secondo te!». Riparte subito. Dice che ha fretta, deve «correre dietro al sole prima che vada giù» e prendersi il poco caldo di questa giornata.</p>
<p>13.</p>
<p>Sulla strada sterrata che viene all’Alberón dal cimitero si avvicina un uomo che corre, in felpa, pantaloncini corti e scarpe da ginnastica sporche di fango. Non è di Tomo. Ogni tanto l’ho incrociato mentre sale in corsa, con un ritmo micidiale, le <i>Rive di Tomo. </i>Visto l’albero, rallenta e si ferma; stoppa il cronometro da polso. Mi chiede quando è venuto giù l’Alberón. Adesso sono io quello che spiega. Racconto l’accaduto, dicendo del vento, delle radici marce e del <i>bissón</i>, che l’ha mangiato dall’interno per chissà quanti anni.</p>
<p>14.</p>
<p>È chiaro che si sta formando un altro gruppo e preparando un’altra messa. Un uomo con i capelli bianchissimi, di Tomo, e un suo nipote di cinque o sei anni stanno salendo il pendio e una macchina bianca, lungo la strada, ha rallentato e messo la freccia per girare in su. Arriva prima la macchina, scende una ragazza di Tomo che viene verso di me. Guardando l’albero e scuotendo la testa fa la voce triste. Il corridore sta già esplorando il buco del <i>bissón </i>e l’uomo che saliva dal pendio si è messo a parlare con lui. Dice al podista <i>foresto </i>che, a saper guardare, si vedeva chiaro che l’Alberón avrebbe retto per poco, troppi fulmini lo avevano colpito e troppe poche foglie in primavera. Intanto il bambino dà pugni innocui alla carcassa ma, visto il mio cane, fa per corrergli incontro. Io accorcio il guinzaglio e dico al cane: «Atena, buona!»; il nonno ferma il nipote e se lo tira in braccio. Il corridore chiede se non si poteva far nulla per guarire l’albero. Mentre gli dice che l’albero era ormai terminale, il nonno alza il nipote e lo mette sul tronco. Lo controlla da sotto con le mani aperte.<br />
La ragazza, verso il bambino: «Ma che grande che sei!». Il bambino sorride.<br />
Il corridore saluta, riavvia il cronometro e parte, già a buon ritmo.</p>
<p>15.</p>
<p>Arriva uno, mi sembra sia un contadino in pensione, montato su una vespa azzurra con parabrezza. Viaggia sempre tenendo il suo bastone appoggiato al braccio, dalla parte della frizione. Parcheggia, si appoggia al bastone, tira una bestemmia e viene avanti.</p>
<p>16.</p>
<p>Il pellegrinaggio continua con lo stesso andazzo. Arrivano specialmente in macchina, a piedi pochi, solo i più anziani: non so se per timore che il tempo giri di nuovo in pioggia o perché da Tomo-piazza a Tomo-Alberón la strada è troppo lunga.<br />
Quelli che passano in macchina, lungo la strada Tomo-Porcen, vedono l’albero a pancia in su e un mucchio di gente che gli gira attorno. Naturale che mettano la freccia, scalino in seconda e girino su.<br />
Stanno intorno all’Alberón. Lo guardano, lo misurano camminando intorno alla chioma, si confrontano con la pianta. Fanno piazza e parlano. C’è sempre uno più esperto, che sa di più e sermoneggia. Quando il più esperto se ne va, un altro prende il suo posto, ripetendo quello che si ricorda di ciò che ha appena sentito e aggiungendo di suo.<br />
Sono andati avanti così no a notte. Alla fine, nel verde del prato intorno all’Alberón, le manovre dei pellegrini hanno inciso linee di fango dritte e curve. Come nei parcheggi delle sagre.</p>
<p>17.</p>
<p>Quasi a mezzanotte, ho visto gli abbaglianti di una macchina puntati sull’albero. La luce rossa dei fari posteriori mi sembrava quella di una Punto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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