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		<title>La poetica di Baricco</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 19:44:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Cordelli Forse Alessandro Baricco ignora quanto pochi siano i teatri stabili in Italia; e forse ignora le ridicole cifre che vengono loro devolute. Ma di sicuro ignora quale sia il “sistema”, come esso sia ben lontano dall’impedire ai privati di investire in operazioni di teatro o dal consentire che (a causa della sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Cordelli </strong></p>
<p>Forse Alessandro Baricco ignora quanto pochi siano i teatri stabili in Italia; e forse ignora le ridicole cifre che vengono loro devolute. Ma di sicuro ignora quale sia il “sistema”, come esso sia ben lontano dall’impedire ai privati di investire in operazioni di teatro o dal consentire che (a causa della sua pochezza) i propri contributi siano altrove diretti. L’attuale Fus (Fondo unico per lo spettacolo) è di 365 milioni, meno dei 400 necessari per eventualmente spostare il prossimo referendum sulla legge elettorale. Ma non voglio tornare sul significato politico delle sue proposte, sui «benvenuto tra noi» della destra. Quello che mi interessa è il nocciolo della questione.<span id="more-15164"></span><br />
A partire dal suo fiuto fin troppo sensibile ai mutamenti sociali, ovvero alle richieste del pubblico (più che del popolo), Baricco dichiara in mutevoli forme allegoriche la propria poetica, identica a se stessa dal debutto sull’«Europeo» come critico musicale. Baricco, io credo, detesta il conflitto; non crede che la storia proceda per vie dialettiche. Non crede, nella fattispecie, che in una democrazia matura vi sia un qualsivoglia rapporto tra élites e gente comune. Meglio ancora, e più radicalmente, non crede nelle élites. Ne consegue che gli operatori intellettuali sono (o dovrebbero essere) omologhi al resto della comunità. Questo è il significato della sua esclamazione «vogliamo parlare del teatro di regia, diventato praticamente l’unico teatro riconosciuto in Italia?». A parte che di teatri se ne fanno mille, di tutti i tipi, da soli o in compagnia, negli stabili e nelle cantine, nelle parrocchie e nelle scuole, quell’esclamazione è il sigillo del suo rifiuto di ogni contraddizione. Dubito che Baricco ignori come il teatro si sia emancipato, sia diventato in se stesso un’arte, e non un mero strumento di trasmissione di qualcos’altro, la letteratura, che lui dice esser venuta meno per colpa di questo teatro particolare, cioè del teatro per definizione nuovo, alla ricerca del nuovo. Che cos’altro è l’arte moderna se non un proclama del nuovo? E il nuovo non è ciò che definiamo, in termini artistici se non anche politici, avanguardia, ossia, precisamente, il prodotto di una élite? Io non penso che la letteratura sia venuta meno per colpa del teatro (di regia). Penso che ognuno ha il suo talento e che il nostro, italiano, sia proprio dinamico e visivo, sia proprio il teatro e molto meno la letteratura. A proposito di teatro, i teatri di sé sicuri, della propria sopravvivenza e delle proprie possibilità di lavoro, come i teatri debbono essere al pari dei musei, sono troppo pochi e all’orizzonte non si vedono prospettive, né per il teatro e, se per questo, neppure per la letteratura. Il discorso di Baricco si salda magnificamente a quello della letteratura dominante, la letteratura che rivendica le proprie vittorie di mercato. Niente da dire. Ma in punta di analisi, tutto ciò si chiama populismo: cioè rifiuto della storia, rifiuto del confronto, rifiuto dell’altro da sé. Il teatro è così marginale, e così  anacronistico,  nel suo porre fisicamente l’uno di fronte all’altro il proprio e il diverso, lo spettatore e l’attore, da essersi trasformato in un fatto elitario, in una avanguardia. Di qui la proposta di Baricco: ciò che a tanti commentatori è parso abnorme, l’aver posto una così esigua fetta di realtà di fronte a colossi educativi (o diseducativi) come la scuola e la televisione. Ma invero Baricco non ha fatto altro che applicare, nella analisi della nostra attuale società, lo schema di mera sintesi, ovvero di riduzione, che applicò all’Iliade perché noi, infine, potessimo tornare ad averne notizia. </p>
<p><strong>[Questo articolo è apparso sul <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/marzo/01/Baricco_quelle_sintesi_che_inclinano_co_9_090301410.shtml"><em>Corriere della Sera</em> del 1. 3. 2009</a>]</strong></p>
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