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	<title>Antonio Lanza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tredicesimo quaderno italiano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/13/tredicesimo-quaderno-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 May 2017 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Agostino Cornali]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Lanza]]></category>
		<category><![CDATA[claudia crocco]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Orso]]></category>
		<category><![CDATA[franca mancinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Ramonda]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Pini]]></category>
		<category><![CDATA[Tredicesimo quaderno italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[Agostino Cornali   È il respiro del drago Tarantasio                                                                                                 Chieve che fa tremare le persiane nelle notti di febbraio e sulle barche che solcano il lago i nostri antenati longobardi si alzano in piedi, tremanti sulle prue, le spade e gli scramasax in mano &#160; guardano la testa crestata del mostro che emerge lentamente dalle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><b>Agostino Cornali</b></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>È il respiro del drago Tarantasio                                                                                                 <em>Chieve</em></p>
<p>che fa tremare le persiane</p>
<p>nelle notti di febbraio</p>
<p><span id="more-68000"></span></p>
<p>e sulle barche che solcano il lago</p>
<p>i nostri antenati longobardi</p>
<p>si alzano in piedi, tremanti sulle prue,</p>
<p>le spade e gli scramasax in mano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>guardano la testa crestata del mostro</p>
<p>che emerge lentamente dalle acque,</p>
<p>i suoi occhi accesi nella nebbia</p>
<p>le fauci spalancate</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e allora divampa</p>
<p>il fuoco sulle torri</p>
<p>dei castelli di pianura</p>
<p>e il pianto dei bambini risuona sulle coste</p>
<p>da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di quel lago maledetto</p>
<p>che dà il nome alla tua via</p>
<p>è rimasta una piccola pozza</p>
<p>che non riesce ad asciugare</p>
<p>in un campo di frumento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma tu, nel sonno, continui a tossire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni venerdì pomeriggio di vent’anni fa                                                                              <em>Mozzanica</em></p>
<p>mio padre guidava sul fondo del lago,</p>
<p>attraversava questi luoghi prosciugati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>in ogni paese scendeva dall’auto</p>
<p>ed entrava nei bar</p>
<p>nelle farmacie, negli uffici postali</p>
<p>fermava persino i passanti in bicicletta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>chiedeva a tutti del mostro,</p>
<p>voleva la certezza</p>
<p>che il drago fosse morto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un giorno incontrò quest’uomo</p>
<p>mezzo addormentato sotto il campanile</p>
<p>che adesso a ogni ora del giorno</p>
<p>con gli occhi semichiusi</p>
<p>osserva le auto che risalgono la strada</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>forse gli parlò anche di me</p>
<p>perché quando rallento per fare la curva</p>
<p>quest’uomo che mi aspetta da vent’anni</p>
<p>mi fissa, mi riconosce</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un sussulto scuote</p>
<p>il suo torpore d’annegato.</p>
<p>* *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Claudia Crocco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>ad A. e a M.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>«Ma così uscirà solo il prossimo anno».</p>
<p>Non ci prenderanno. Lo sappiamo</p>
<p>mentre cerchiamo coraggio mentendo</p>
<p>sulle scale bianche della cattedrale &#8211;  gli occhi di lei</p>
<p>verso la fontana maggiore, la tua sigaretta</p>
<p>aspirata con l’ansia prima di un derby.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci guardiamo, e non serve</p>
<p>chiedercelo ancora: qui nessuno di noi</p>
<p>non abbiamo voglia noi di tornare</p>
<p>nei corridoi sporchi, i bagni senza lavandino,</p>
<p>gli altri candidati, i loro dossier in carta lucida.</p>
<p>L’attesa del colloquio ha molti segni</p>
<p>sui pori della pelle e nella saliva acida</p>
<p>sprecata davanti ai distributori del caffè</p>
<p>a parlare di luoghi e libri</p>
<p>che non ci riguardano, ma che ci misurano.</p>
<p>Eppure una tregua armata di tre anni</p>
<p>va difesa con graffi e morsi di righe</p>
<p>sul curriculum.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Cosa farai tu.</em></p>
<p>Aspetterò i nuovi bandi, il prossimo anno</p>
<p>cercherò di andar via, servono</p>
<p>un certificato di lingua e &#8211;</p>
<p>non ha ancora un piano lei, mi chiede</p>
<p>dove vivrò io.</p>
<p>«Dai miei non ci torno».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è l’assenza di un destino</p>
<p>non ci preoccupa realmente &#8211;</p>
<p>ma è non poter difendere</p>
<p>neanche i pochi attimi di ora, gli incontri</p>
<p>e le vite separate scanditi dai giorni</p>
<p>le offerte Ryanair.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«No, non è questo. È il nome di mio padre sul display</p>
<p>il ventisette di ogni mese. Si è fatto tardi»- schiacci la sigaretta</p>
<p>sul gradino plumbeo dove siamo sedute noi</p>
<p>quasi con violenza. A lungo evitiamo di guardarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Sapevamo che non avremmo scelto, ma</p>
<p>ora non sappiamo muoverci, ci manca</p>
<p>un’idea di spazio &#8211;</p>
<p>galleggiamo in questa piazza lattea, le strade strette</p>
<p>su ogni lato, senza cartelli e senza</p>
<p>una geografia nota. Non ci sono mappe</p>
<p>né leggi sul quadrato – le caselle impazzite.</p>
<p>Non ci conosciamo mai. Ma resiste</p>
<p>qualcosa nella tua mano tra i miei capelli,</p>
<p>con lenti gesti sgombri le spalle – o nei suoi</p>
<p>piccoli sorsi alla bottiglia di the verde,</p>
<p>me ne lascia metà.</p>
<p>Siamo pedoni impazziti</p>
<p>e per un caso vicini per un attimo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Lo so. Voglio soltanto &#8211; volevo essere più brava».</p>
<p>«Non cambia niente».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Calpesto una formica, guardo le altre intorno salve</p>
<p>per oggi. Ci muoviamo anche noi,</p>
<p>cerchiamo a lungo un’edicola, poi torniamo indietro,</p>
<p>prendo un altro caffè, raggiungiamo le stanze del colloquio.</p>
<p>Poi il treno, che di nuovo</p>
<p>rende tutto più decente e, allontanandosi, ci allontana.</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antonio Lanza</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si diffonde più tardi la notizia</p>
<p>di due rumeni sorpresi a rubare</p>
<p>portati via in manette dai carabinieri</p>
<p>della compagnia di Paternò.</p>
<p>Si passano il racconto gli avventori</p>
<p>al bar, ne discutono a braccia strette</p>
<p>al petto, con gravità, le commesse</p>
<p>davanti ai negozi:</p>
<p>sembrano incresparsi</p>
<p>le acque, irrancidire gli umori, sembra</p>
<p>disperdere Etnapolis l’allegria</p>
<p>nello scolo – ma non insiste più di</p>
<p>tanto la memoria, dura i minuti</p>
<p>esatti di permanenza, e neanche</p>
<p>quelli: poi le pieghe si appianano,</p>
<p>nuovi apporti disperdono i vecchi,</p>
<p>e torna uniforme la tavoletta.</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Franca Mancinelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <em>Pasta madre</em> (Nino Aragno, 2013)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un colpo di fucile</p>
<p>e torni a respirare. Muso a terra,</p>
<p>senza sangue sparso.</p>
<p>Cose guardate con la coda</p>
<p>di un occhio che frana</p>
<p>mentre l’altro è già sommerso, e tutto</p>
<p>si allontana. Gli alberi</p>
<p>si piegano su un fianco</p>
<p>perdono la voce in ogni foglia</p>
<p>che impara dagli uccelli</p>
<p>e per pochi istanti vola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cucchiaio nel sonno, il corpo</p>
<p>raccoglie la notte. Si alzano sciami</p>
<p>sepolti nel petto, stendono</p>
<p>ali. Quanti animali migrano in noi</p>
<p>passandoci il cuore, sostando</p>
<p>nella piega dell’anca, tra i rami</p>
<p>delle costole, quanti</p>
<p>vorrebbero non essere noi,</p>
<p>non restare impigliati tra i nostri</p>
<p>contorni di umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>padre e madre caduti</p>
<p>frutti che non potevano</p>
<p>marcirmi attaccati</p>
<p>mentre nudo imparavo</p>
<p>a reggere il cielo</p>
<p>come un uccello sul dorso, lasciando</p>
<p>campi e case affondare.</p>
<p>L’azzurro torna</p>
<p>a coprire la terra. Trattengo</p>
<p>nel becco il ricordo,</p>
<p>il seme che sono stati.</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Daniele Orso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sessant’anni e son sessant’anni di morte</p>
<p>Sulle spalle. Più morte che vita</p>
<p>Addosso. Pensieri impastati alle</p>
<p>Figure di morte portate con orgoglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste case e questa più di altre</p>
<p>Queste stanze che risuonano di morte</p>
<p>Queste pietre già calpestate in altre</p>
<p>Messe passate, vite, vie, acque spante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una frattura, dentro, dentro la casa</p>
<p>Limite alle ombre, linea che percorre</p>
<p>I vetri, i muri, il legno, le ossa, la carne</p>
<p>Si screpola lentamente e crolla la casa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Crollano i muri, le tegole, la gronda che corre</p>
<p>Attorno si decompone, così come ai morti</p>
<p>Si decompone sulle ossa la carne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I ROMANZI</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rosso è il cuore e in basso</p>
<p>Sta a sinistra, scriveva Saba.</p>
<p>La letteratura è sempre di destra,</p>
<p>Chiosava Pier Paolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La verità è che i romanzi</p>
<p>Sono sempre così pietosamente</p>
<p>Ostili alla ragione:</p>
<p>Che succedeva a Dachau, Dachau-paese,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre poco distante l’Essere</p>
<p>Scompariva nei forni del campo</p>
<p>E l’Agnese andava pedalando,</p>
<p>Come fosse niente, a morire?</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Stefano Pini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Premono i pesi sul petto,</p>
<p>le ore sulla sera e noi a frugare</p>
<p>lavori che non esistono più,</p>
<p>un tempo del tempo per cui siamo</p>
<p>qui tra le cime e i fontanili. Ci sono</p>
<p>camicie e anelli e denti a ciascuna finestra</p>
<p>i ritorni di chi ha stretto un patto</p>
<p>con i corpi e le fabbriche.</p>
<p>Quello per cui restiamo</p>
<p>e rimane dopo di noi.</p>
<p><strong> ***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Jacopo Ramonda</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Cut-up n. 9</em></p>
<p>Quando mi hai invitato a passare da te per prendere un caffè e parlare di quello che è successo, ho tirato un sospiro di sollievo, ma ora che siamo seduti al tavolo non riesco a raggiungerti, a scavalcare la tua indifferenza. È una barriera trasparente, velata da un sottile strato di condensa e intuizioni a cui non ho accesso. C’è una calamita che attira la tua attenzione. Per tutta la sera i miei alibi rimbalzano su di te, come se fossi fatta di gomma, e cadono a terra, formando un mucchietto sul pavimento.</p>
<p>Mentre mi accompagni alla porta, alzo lo sguardo: il soffitto è una nuvola nera, carica di pioggia e presagi. Dopo averti salutata con un abbraccio, mi volto e scendo la prima rampa di scale lentamente, sentendo la porta che si richiude alle mie spalle; poi mi siedo su un gradino e ti spio dalla mia immaginazione. Sei tornata in cucina, hai aperto l’anta sotto il lavandino per prendere una paletta. Con la scopa raccogli il mucchietto che si è formato sulle piastrelle e lo versi nella stufa. Poi fai un passo indietro e ti appoggi al tavolo, soffermandoti con lo sguardo su un punto imprecisato davanti a te, prima di spegnere la luce uscendo dalla stanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Una distanza relativamente breve (cut-up n. 134)</em></p>
<p>Nonostante la distanza che la separa da quel periodo sia ancora relativamente breve, i grandi cambiamenti affrontati da L. dilatano il tempo trascorso, dandole l’impressione che quegli eventi appartengano ad un passato remoto, totalmente superato. In quel periodo sentirsi sopraffatta era diventata un’abitudine; il silenzio era l’unica reazione di cui si sentiva capace. Sostanzialmente si stava esercitando a scomparire, in una sorta di prova generale della sua morte. La consapevolezza di indugiare troppo a lungo sulle occasioni sfumate serviva solo ad abbatterla di più, facendogliene sprecare di nuove, e rendendo l’impasse sempre più difficile da superare. Quando ci ripensa, L. si sente davvero grata di essere riuscita a chiudere quel capitolo. Il sollievo non è tuttavia sufficiente a renderla immune alla nostalgia, una nostalgia appena accennata, ma comunque percettibile, nei confronti di quelli che considera gli anni peggiori della sua vita. Di tanto in tanto le manca quel senso di mancanza, e ha il sospetto di essere diventata indifferente. A volte teme che il suo ritrovato benessere provenga da una perdita di sensibilità, come quando ci si addormenta su un braccio.</p>
<p>*</p>
<p>Testi tratti di <em>Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni, Marcos Y Marcos, Milano, 2017.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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