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	<title>Antonio Moresco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ferrari, Moresco: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/18/ferrari-moresco-chi-la-fa-laspetti-la-posterita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[conversazione]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Ivano Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Giorgiomaria Cornelio</b> e <b>Antonio Moresco</b> <br />
Fin da <em>La franca sostanza del degrado</em>, la poesia di Ivano Ferrari (1948 - 2022) è stata una meraviglia acuminata come un uncino da macello. A quattro anni dalla morte, e a più di venti da <em>Macello</em> -opera a sua modo capitale-, esce ora, per Crocetti Editore, <em>Transitori e risorti</em>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Una conversazione con <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Giorgiomaria Cornelio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-118665 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/image.jpgfdetail_558h720w1280pfhwd5eb06a-1.jpg" alt="" width="598" height="342" /></p>
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<p style="text-align: justify;" data-start="0" data-end="495" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Fin da <i id="mwKw">La franca sostanza del degrado, </i>la poesia di <strong>Ivano Ferrari</strong> (1948 &#8211; 2022) è stata una meraviglia <em>acuminata</em> come un uncino da macello. A quattro anni dalla morte, e a più di venti da <em>Macello </em>-opera a sua modo capitale-, esce ora, per Crocetti Editore, <em data-start="88" data-end="110">Transitori e risorti</em>, raccolta che vuole riportare al centro del dibattito italiano un’opera radicale, estranea a ogni funzione meramente consolatoria della poesia. Il volume, curato da <strong>Antonio Moresco</strong> (amico fraterno di Ferrari), nasce da un lascito imponente: centinaia di cartelle che attraversano decenni di scrittura, tra poesia, appunti e materiali visivi. All&#8217;uscita di <em>Macello</em>, Moresco scriveva alcune righe che rilette oggi sono ancora più impressionanti nella loro <em>puntualità: «</em>Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie; [&#8230;] <em>c</em>on un occhio fermo e una perentorietà alla quale non si può sfuggire facendo finta di non vedere, di non sapere, al termine del Novecento, secolo attraversato da stragi, guerre, olocausto, e all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio e di fronte ai nuovi massacri che già ci sono e di quelli ancora più grandi che verranno all’interno delle stesse logiche ideologiche, biologiche, economiche, tecnologiche e militari bloccate.»</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="0" data-end="495" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Proprio con Moresco parlo del perché di questa nuova ripubblicazione, tra congedo impossibile e gesto di resurrezione.</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div class="z-0 flex min-h-[46px] justify-start" style="text-align: center;">***</div>
<div class="mt-3 w-full empty:hidden">
<div></div>
<div class="text-center">
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
Inizierei chiedendoti questo. Nella prefazione al libro metti insieme una serie di tue annotazioni critiche  che avevano già percorso, negli anni delle pubblicazioni Einaudi, l’opera di Ivano Ferrari. Poi, alla fine, dai questa immagine di un titolo pescato dalla moltitudine dei frammenti e delle <em>frattaglie</em> dell’opera di Ferrari: <em>Transitori e risorti</em>.</p>
<p>Ecco: per questo libro si <em>transita</em>, si passa come attraverso un fenomeno che resterà imprendibile, oppure ti auguri che la ripubblicazione funzioni come una <em>resurrezione</em> della poesia di Ferrari, ad oggi relegata a un silenzio a mio parere ingiusto?</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
Diciamo che questo libro partecipa di entrambe le nature. È <em>Transitori</em> perché Ivano è morto, quindi è nel passato, nel passaggio dalla vita alla morte. Ed è <em>Risorti</em> perché mi piacerebbe che fosse un gesto <em>resurrettivo</em> nei confronti della sua poesia, andando a pescare in questo giacimento che lui, con questo <em>scherzo da prete</em>, mi ha lasciato.</p>
<p>Un giacimento pieno di roba turbolenta, sporca, lirica, sconcertante, inusuale nella tonalità poetica di questi anni. Vorrei che significasse questo. E il fatto che il titolo sia stato pescato quasi per caso -è stato Crocetti a trovarlo in un secondo, tra <em>Rosso epistassi</em>&#8211; spero sia di buon auspicio.</p>
<p>A lavoro finito, ora che ho il libro tra le mani, ho pensato che ci sarebbe stato al suo interno anche un altro titolo possibile: <em>Erezioni votive</em>.</p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
C’è una poetessa che amo molto, Ida Travi, che ripete spesso che «il libro non basta». Soprattutto in poesia, il libro è una traccia di un passaggio che però, come nell’opera di Ferrari, trabocca di appunti, rimasugli, collage, montaggi.</p>
<p>Tutta questa opera che tu hai avuto in consegna -e che tu stesso definisci uno <em>scherzo da prete</em>&#8211; è anche il sintomo di un’amicizia stellare che ripercorri nell’introduzione. Come hai vissuto la responsabilità di un lascito così strabordante, che fatica a entrare in un libro di 200 pagine?</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
Per molti mesi, quasi un anno, sono rimasto annichilito. Ho accumulato queste 103 enormi cartelle: hanno occupato diverse librerie del mio corridoio, ma non le ho toccate quasi per un anno. In quell’anno sono stato anche male, ho avuto diversi ricoveri ospedalieri e interventi. Guardavo tutte queste cartelle senza osare avvicinarmi.</p>
<p>Poi, dopo un anno e mezzo, le ho prese in mano e ho cominciato a leggere. È stato un lavoro lungo. Sono rimasto sconcertato: c’era anche molto materiale che non conoscevo, strano, dato che lui mi faceva leggere tutto. Infinite versioni delle stesse poesie, poesie torride, perturbanti.</p>
<p>Mi ha colpito anche l’enorme quantità di cose che riguardavano me: testi miei che avevo dimenticato, cose mie che aveva conservato, ma anche suoi scritti su di me. Ne ho inseriti nel libro solo una piccolissima parte. Mi ha rimandato l’idea di un’amicizia artistica molto profonda, ma anche strana: quando ci eravamo conosciuti eravamo due ragazzotti di provincia che si sono montati la testa a vicenda, due invasati, due innamorati della poesia e della letteratura.</p>
<p>Il caso ci ha fatto incontrare alla stessa età, nella stessa città, per ragioni diversissime, tra follie politiche e letterarie.</p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
A un certo punto del libro, nei <em>Prolegomeni per un commiato</em>, Ferrari scrive che i fantasmi non amano che si dia loro un corpo, è un lusso che riservano a se stessi.</p>
<p>Fare questo libro è dare un corpo a un fantasma? Oppure è un modo per prendere commiato da questi testi &#8220;ereditati&#8221;?</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
Un po’ tutte e due le cose. È un congedo, nel senso che è il distillato di un enorme lavoro poetico, quasi un diario poetico che attraversa tutta la vita di una persona. Io però non riesco a sentire Ivano come una presenza morta, catalogata. È un poeta vivo, drammatico, perturbante. Un poeta perennemente in stato di risurrezione.</p>
<p>Il lavoro che ho fatto è stato istintivo. Se fossi stato un filologo che agiva con criteri specialistici, sarebbe venuto fuori un libro completamente diverso. Io ho voluto lasciare dentro lo sporco e il sublime, perché Ivano è una compresenza continua di queste due dimensioni.</p>
<p>Non volevo fare un santino postumo dell’amico. Volevo un libro ancora bruciante, sconcertante, vivente.</p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
C’è un verso che mi viene in mente a tal proposito: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
È un tipico guizzo suo. La poesia di Ivano è piena di questi cortocircuiti mentali. E ho voluto che venissero comprese jn questa raccolta anche altri aspetti della sua officina: poesie visive, fotomontaggi. Ho insistito perché nel libro ci fossero anche alcuni dei suoi numerosi fotomontaggi, anche se scuri, sporchi. Lui li aveva fatti a colori, ma quelli non li ho più trovati.</p>
<p>Ce n’erano di incredibili: lui mano nella mano con un matto del manicomio di Mantova, su una panchina; lui con un vestito da ballo che danza indiavolato; una ragazzona a cui aveva messo la sua faccia spiritata.</p>
<p>Erano segni di un’effervescenza mentale che poi si è tradotta negli accostamenti vertiginosi delle parole. Prima questo scatto ha attraversato altre forme; poi ha giocato tutto dentro la lingua, dentro le sue poche parole accostate in modo intenso e spiazzante.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-118667 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-607x1024.png" alt="" width="430" height="726" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-607x1024.png 607w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-178x300.png 178w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-768x1295.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-249x420.png 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-150x253.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-300x506.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30-696x1173.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Screenshot-2026-02-12-at-12.08.30.png 802w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
C’è in lui questo doppio aspetto terrestre e lunare, come in uno dei fotomontaggi: «Sono come la luna, condannato a stare in alto per colpa dei poeti». Tu invece dici che la sua poesia si abbassa radicalmente sulle cose. È un contro-movimento coraggioso: la poesia, dall&#8217;altezza dove è confinata nell&#8217;opinione comune, scende nello sporco delle cose &#8211; là dove non dovrebbe.</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
Proprio per questo Ferrari è difficile da incasellare. Possono venire in mente, ad esempio,  espressionisti tedeschi come Gottfried Benn, ma lui è diverso anche da questi. C’è in lui una commistione tra sublime e sporco, tra violenza e riso, tra sarcasmo e pietà, tra ironia e pietà, una miscela che è tutta sua.</p>
<p>Questa musica così dissonante non è stata compresa — nel senso etimologico del termine, cioè presa dentro — non è stata ancora accolta dal mondo della poesia italiana.</p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
Io appartengo a una generazione che non ha vissuto l’uscita di <em>Macello</em>, ma l’ha ricevuto dopo. È un libro fondamentale. In Italia c’è ancora un equivoco: la poesia dovrebbe essere consolatoria. Ferrari scriveva che la sua poesia stava nel cesso delle cose, nello spazio <em>impuro</em>. Questo la rende difficilmente digeribile, e insieme attualissima nel &#8220;macello planetario&#8221; in cui siamo raccolti.</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
È come se avesse visto in nuce il mattatoio di specie in atto nel mondo. Questa poesia è ineducata ma stratificata. Ivano non è un naif. Lui usava un’espressione buffa per certi poeti: «tutto pelo e senso». Ma lui non era così. Era viscerale e insieme raffinato. Ha raggiunto la concisione dopo un lungo percorso. Basta seguire il suo cammino interno testimoniato dalla <em>Franca sostanza del degrado, dalla prime poesie piene, quasi naturalistiche,</em> fino a quelle di <em>Smaltitoio</em> o <em>Poesie laconiche</em>.</p>
<p>C’è un’intransigenza profonda nel suo lavoro. Era un poeta che non era mai contento.</p>
<p><strong>Cornelio</strong>:<br />
Un’ultima domanda. Lui scriveva: «Lo spazio di un poeta è la prima volta di un prestito, dopo / la seconda». Abbiamo parlato dell&#8217;amore di Ferrari per la tua opera &#8211; ma tu cosa hai preso in prestito da lui?</p>
<p><strong>Moresco:</strong><br />
Da ragazzo scrivevo poesie, ho cominciato come poeta. Poi ho distrutto tutto quello che avevo scritto fino ai vent&#8217;anni. Mi sono avviato verso altre avventure, anche artistiche. Non perché abbia cessato di essere un poeta, ma perché si vede che avevo bisogno di mettere la poesia dentro un altro alveo, che non fosse quello della forma-poesia  La frequentazione di Ivano, l&#8217;aver seguito passo dopo passo, da vicino, da amico, il suo percorso poetico mi ha pacificato. Ho pensato: non ho bisogno di scrivere poesie, le scrive Ivano.</p>
<p>È come se la parte di me che mi sono lasciato alle spalle si fosse realizzata attraverso di lui. Non mi ha fatto sentire un traditore della poesia. C&#8217;era lui sull&#8217;altro piatto della bilancia.</p>
<p><strong>Cornelio:</strong><br />
Ti chiederei, a sigillo, una poesia di Ivano che porti con te.</p>
<p><strong>Moresco:</strong></p>
<p>Eccola qui:</p>
<p><em>Do quanto basta<br />
per essere frainteso<br />
il mezzo litro d&#8217;anima<br />
che mi resta dentro<br />
lo berrò con Dio.</em></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</article>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Opera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/04/opera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Castronuovo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Castronuovo</strong><br />
<br />
e vai di asfalto<br />
che l’analfabeta si faccia gli occhi<br />
segni la croce per farci strada con la matita,<br />
lì dove cresce l’erba<br />
noi copriremo tutto<br />
immondizie, alberi e schede nulle<br />
<br />
vai di asfalto perché bisogna correre<br />
<br />

]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Castronuovo</strong></p>
<p> </p>
<p>1. <em>(e vai di asfalto)</em></p>
<p>e vai di asfalto<br />che l’analfabeta si faccia gli occhi<br />segni la croce per farci strada con la matita,<br />lì dove cresce l’erba<br />noi copriremo tutto<br />immondizie, alberi e schede nulle</p>
<p>vai di asfalto perché bisogna correre<br />lungo queste elezioni<br />i muri vanno lavati<br />i manifesti non si incollano<br />se c’è un pezzo di avversario sotto<br />potrebbe sembrare storto il naso del presidente</p>
<p>in propaganda dobbiamo urlare,<br />urlare più del popolo<br />ma con le stesse parole<br />la politica non esiste, è solo incomunicazione<br />una lotta tra noi per la presenza</p>
<p>tu asfalta intanto schiavo<br />sei fortunato<br />ti ho trovato un posto prima del voto<br />stai certo<br />sarai l’unico a portare un buono pasto a casa</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>2. <em>(il cimitero zincato)</em></p>
<p>sembrano epitaffi gli slogan<br />affissi su lamiere<br />e quei sorrisi di antimonio<br />che invitano alla caricatura<br />una settimana enigmistica<br />lasciata all’imbianchino<br />per non sporcare il battiscopa</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>4.</p>
<p>la cassetta della posta è ingozzata<br />le infilo due dita in gola per liberarla dalle bollette<br />e dalle offerte del discount<br />tra volantini e pubblicità<br />mi chiedo se solo tutta questa carta<br />questi alberi abbattuti<br />e l’impegno della raccolta<br />potessero riciclarsi in poesia<br />per arricchire gli assessorati</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>8.<em> (il cimitero ittico)</em></p>
<p>a galla si respira male<br />il mare ha perso il suo odore<br />antistaminico e decongestionante<br />è una lastra di pesci palla<br />un feto nuota in mezzo al mediterraneo<br />una vasca di bolle<br />i genitori l’hanno raccomandato di aspettare<br />mentre gli scafisti puntavano coltelli<br />e con la pompa piegata in due frustavano<br />un futuro impossibile<br />un approdo alla speranza<br />un ortaggio da raccogliere<br />prima di diventare tutti dello stesso colore</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>9.</p>
<p>approdarono alla magna grecia in piena estate<br />accadrà anche quest’anno<br />le palestre libere di alunni<br />gli unici luoghi ospitali</p>
<p>tanti hanno ascoltato le loro storie<br />io avevo degli strascichi di panico<br />non potevo stare lì in mezzo</p>
<p>in una busta misi calze, mutande, abiti nuovi,<br />alcuni da lavoro – un po’ sporchi di pittura,<br />qualsiasi cosa potesse aiutarli,<br />erano spogli anche del coraggio caricato all’altra costa</p>
<p>tra i capi c’era una maglia di superman<br />la usavo solo alla vendemmia<br />un capo fresco dalle maniche stracciate</p>
<p>due giorni dopo la consegna ai volontari<br />la vidi in tv addosso a un senegalese<br />buttato nei campi a lavorare per circa sedici ore<br />e nonostante ciò, sorrideva</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>10. <em>(il cimitero rosso)</em></p>
<p>il sole non è ancora sorto<br />si sta rigirando appena tra le lenzuola<br />mentre le serre già brulicano di<br />tute acetate e doppie maglie<br />provenienti da associazioni o bidoni sigillati<br />affettati con la mola</p>
<p>bisogna delinquere o mendicare per coprirsi<br />percorrere chilometri al buio di un furgone<br />per diventare formiche sui <em>sanmarzano</em></p>
<p>raccogliere / caricare / svuotare<br /><em>il tempo stringe per salvare l’economia</em><br />la voce del padrone lo ripete per sedici ore<br />prima di lasciarli marcire<br />assieme ai pomodori nelle baracche</p>
<p>quando il sole muore</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>14. <em>(il cimitero di polveri)</em></p>
<p>è uscita da un rudere una signora<br />per buttare l’immondizia<br />in una busta i resti del pranzo<br />nell’altra i suoi capelli<br />perché non voleva vedere la caduta<br />le piogge acide<br />i venti rossi depositati sul guardrail<br />e il cielo di un <em>colore venuto dallo spazio</em> –<br />la spuma espansa le ha occluso i bronchi<br />mentre suo marito la teneva in vita<br />alimentando la sua malattia con le colate –<br />lui era uscito qualche giorno prima<br />per buttare l’immondizia<br />ma credo sia passato<br />a comprare le sigarette</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>23.</p>
<p>non ho più parole da dire<br />i versi si accorciano<br />all’aumentare dello sdegno<br />siamo zombi in un tritaossa<br />limacce nel <em>natron</em><br />non abbiamo niente da perdere</p>
<p>né da conquistare</p>
<p>vado a tuffarmi<br />da quella torre<br />nel paradiso dello ionio<br />a spegnere le fiamme<br />di questi inferi</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Poesie tratte da <em>E vai di asfalto</em>, apparse per la prima volta in <em>La croce versa </em>(Effigie, 2022) e successivamente rieditate e inserite in <em>Opera. 2004–2024</em> (Il Convivio, 2025). Scrittura esistenziale e volitiva quella di Castronuovo, non indulge nell’autocommiserazione, piuttosto insiste a calarsi nella materialità di un Sud abraso, dove il cemento, l&#8217;immondizia e le ferite dello sfruttamento formano un corpo che chiede di essere riconosciuto, e quindi di vivere. Il dettaglio lampante, scandaloso, urla una richiesta di giustizia che resta sospesa, senza destinatario certo, e riconfigura il paesaggio ben oltre i confini amministrativi e le vedute amene. Qualcosa continua a covare in questa terra che brucia, un&#8217;altra terra che non coincide con quella imposta dalla violenza degli sfruttatori. A sigillare l’invito alla lettura, le parole di Antonio Moresco: «Conosco e leggo Paolo da tempo. È uno che ci dà dentro. Andategli incontro, leggetelo!».<br />Paolo Castronuovo (1986) è poeta, editor, direttore di collana e musicista noise pugliese. Ha pubblicato raccolte poetiche, volumi d’artista e romanzi per editori tra cui Castelvecchi, Effigie e Il Convivio. È tra i curatori italiani di H. P. Lovecraft per averne tradotto i versi. Dirige la collana di poesia, prose e rarità «Occhionudo» per Il Convivio Editore. L’insieme della sua produzione poetica è raccolto nel volume <em>Opera. 2004–2024</em> (Il Convivio, 2025), un ri-attraversamento di vent&#8217;anni di scrittura che ne restituisce continuità e metamorfosi.</p>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Overbooking: Mota e Antonio Moresco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/15/overbooking-mota-e-antonio-moresco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam Corongiu]]></category>
		<category><![CDATA[Mota]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Miriam Corongiu</strong> <br />Se la favola antica e moderna de “La lucina” arriva al nostro inconscio quasi esotericamente, sottilmente, rispolverando il fine ultimo della favola stessa, ne “La luce inversa” è l’ipotesi di un futuro salvifico, concretizzato dall’invenzione tecnologica, a polverizzare tutte le nostre fortezze interiori.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116602" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Capture-décran-2025-10-19-à-11.50.48.png" alt="" width="693" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Capture-décran-2025-10-19-à-11.50.48.png 693w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Capture-décran-2025-10-19-à-11.50.48-300x215.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Capture-décran-2025-10-19-à-11.50.48-150x107.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/Capture-décran-2025-10-19-à-11.50.48-587x420.png 587w" sizes="(max-width: 693px) 100vw, 693px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La grandine e i gigli</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Note tra “La luce inversa” di Mota e “La lucina” di Antonio Moresco</em></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong> Miriam Corongiu</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’era una volta, <strong>la Luce</strong>. Impossibile non rimanerne folgorati.<br />
Anche quando inversa, fantascientifica, anche quando piccola. Lontana, fioca.<br />
Una Luce che dall’alto di veri e propri fari letterari, eretti per rischiarare le maree nere dell’infanzia violata o le colpe ipogee dei corpi abusati, si fa meravigliosa e terribile come l’Angelo di Duino. “Perché il bello – ci rivela Rilke &#8211; è solo l’inizio del tremendo”. E gli esseri umani sono soltanto soglie di sangue tra realtà e immaginazione.<br />
C’è una solida tettonica a placche che muove insieme, attraverso subduzioni o reciproci sfioramenti sotterranei, l’incredibile esordio di Mota e l’ormai classico moreschiano.<br />
Due opere molto diverse, certo, ma entrambi dantesche, catabatiche.<br />
Opere ctonie che fioriscono dal trauma.<br />
Opere che ricostruiscono la nostra capacità di apprendere la violenza, di sentirla e di sublimarla nella compassione o nell’agnizione, una capacità del tutto atrofizzata dal dato cronachistico, dall’inutile lucore del drama contemporaneo. Dalle statistiche, dal racconto sfilacciato, mai troppo esplicito, degli esperti.</p>
<p>Da Mota e Moresco, invece – io l’ho vissuto &#8211; non c’è nessuna possibilità di nascondersi. La violenza è lì, viva, eterna, incorruttibile stella nera. Trama e ordito di due testi straordinariamente potenti, ci costringe alla resa dei conti.<br />
Se la favola antica e moderna de “La lucina” arriva al nostro inconscio quasi esotericamente, sottilmente, rispolverando il fine ultimo della favola stessa, ne “La luce inversa” è l’ipotesi di un futuro salvifico, concretizzato dall’invenzione tecnologica, a polverizzare tutte le nostre fortezze interiori. La verità di ciò che accade mentre accade si manifesta per lampi nel nostro cielo, nel cielo dei ragazzini brutalizzati, destinati a rimanere tali – piccoli e marcescenti &#8211; per sempre.<br />
Il punto è: cosa siamo noi adulti se non ragazzini solo un po’ meno smarriti? Sostiamo sgangherati in questi due romanzi, dentro pagine e pagine di letteratura altissima, e lì ci scopriamo in affanno mentre risaliamo a fatica la corrente della nostra stessa infanzia, ognuno con il suo carico di offese, di cieca e ingenua fiducia nei padri, di proiezioni violente nelle nostre emozioni.<br />
Torniamo, in queste letture, a non poterle governare, le emozioni, a non poterle sopportare, che siano rivestite della levità moreschiana o della ruggente complessità di Mota.</p>
<p>Torniamo, per evocare Moresco, a essere gigli. Gigli spezzati dalla grandine all’alba della loro stessa fioritura, calici bianchi tracimanti sangue, appena inventati dalla vita, dalla letteratura, e già recisi come Eurialo, papavero virgiliano, immagine di fanciullezza negata.<br />
Oppure, in preda al panico, corriamo a invertire il movimento, a farci grandine battente tra le parole di Mota. Fuori dalle norme, oltre i compromessi: basta con l’adesione umana, con questa burocrazia dei corpi fragili. Io volevo essere una bestia.<br />
La religione dell’eccesso in Mota sta così alla dimensione del sottobosco in Moresco, ed entrambe si consacrano alla solitudine perfetta di una vita condotta sui monti (vale per Mota), o della letteratura come voce di un narratore unico (Moresco). Realtà, immaginazione: una sola soglia di carne. Citandoli e mescolandone le carte: lunghi inverni muti, i loro, dove la neve emette un rumore di catastrofe soffice.<br />
Silenzio. Ritiro.</p>
<p>Il desiderio di isolamento serve, così, a non sostare davanti all’Esistere. Perché là fuori la vita ci chiama a vivere, ad ammettere la nostra presenza di sangue, a sentire la forza gravitazionale della sofferenza, perfino ad alleggerirci attraverso la gioia o a riconoscere i nostri corpi nella passionalità di un solo, breve momento.<br />
Ma noi bambini e bambine violate non possiamo guardare altro che il bianco. I colori ci accecano. Che non c’è davvero differenza, nel groviglio oscuro dei boschi e del trauma, tra ciò che è vivo e ciò che non lo è.<br />
In questo non-essere-mai-più può intervenire, allora, solo la letteratura: un disperato fantasticare.<br />
Chiaro, le differenze sono accese. Illuminano.</p>
<p>Antonio Moresco sembra disseminare nel paesaggio, nel carosello delle stagioni e in ogni forma di vita animale il senso ultimo di ciò che è umano: un tasso non riesce ad attraversare la strada/possibile che non esca un suono dal cane con le zampe rotte?/le rondini curano la loro follia con la follia del volo. Vivere è un gesto assurdo che si persegue fino a morir(n)e. Una pletora di sensazioni, di domande – le dolci cantilene interrogative di Moresco – mediate dal sogno e da indistinti confini ovidiani tra il dentro e il fuori della presenza narrativa.<br />
Nell’affrontare il tema del ricordo, Mota, al contrario, predilige ciò che è tattile, corporeo, concreto fino alla deiezione, abietto, per poi risalire la china lirica attraverso un senso vivissimo della metafora: le ciabatte, allora, fanno rumore come uno spettacolo di delfini o Martin e Siddiq pesano quanto due bambini ancora da attendere […] due deboli lampadine amniotiche.<br />
Le due opere dialogano, però, indubbiamente. Specie sul finire della narrazione, in un crossover che è richiesta di contatto puro con le lettrici, i lettori.<br />
I testi vanno simultaneamente oltre la dissoluzione della famiglia tradizionale, dell’infanzia o del ricordo di quella infanzia a cui dovrebbe essere consentito l’accesso nella sacralità e mai nella profanazione (nella casa con la lucina, l’uomo Moresco entra solo su invito); si portano molto oltre la cifra dell’odio cieco o della malinconia. E scorgiamo, al diradarsi delle nebbie emotive, le nostre/le loro, una piccola folla di manine tese.<br />
Una resa assoluta alla luce. Alla luce della verità su noi stessi e sul mondo.<br />
Occhi aperti, ora, che forse lo erano già.<br />
Nella sperimentazione della Luce Inversa appare una casa.<br />
Nella casa sulla montagna appare una Lucina.<br />
Una casa &#8211; scrive Mota, suggerisce Moresco &#8211; che è anche la nostra.<br />
Con un’idea di condivisione del vivere e del morire, di riconoscimento dell’Altro che abita in noi, termina così l’espiazione di colpe mai commesse, di colpe create ad arte da violatori e violenze. Termina l’esperienza della scissione: l’adulto si riconcilia con il bambino, il corpo perde tensione, il confine il filo spinato. Si annulla la soglia tra realtà e fantasia. Tra Morte e Non-Morte.<br />
È solo dopo aver innescato la vertigine che ci porta sull’orlo dell’abisso (Danilo Kis) che le penne magistrali di Mota, di Moresco, ci trattengono:</p>
<p><em>Vieni!</em><br />
<em>Gli do la manina. </em></p>
<p><em>E adesso che siamo a casa, vi prego.</em><br />
<em>Non lasciateci fuori. </em></p>
<p><em>Non è mai tardi, ci dicono, per smettere di non-vivere. </em><br />
<em>Per afferrare la mano che arriva.</em><br />
<em>Per entrare in casa.</em><br />
<em>E accendere una lucina.</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>ANTONIO MORESCO Come si diventa nazisti oggi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/07/28/antonio-moresco-come-si-diventa-nazisti-oggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jul 2018 16:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[populismo di destra]]></category>
		<category><![CDATA[svolta autoritaria]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Italia di Salvini raccontata tre anni prima. (da qui) (Pubblichiamo volentieri questo video, dove tre anni fa Antonio Moresco già intuiva la svolta autoritaria, che ha confermato con il governo Lega/5telle le sue peggiori previsioni. Gli amici de Il primo amore hanno condiviso qui la risposta di Helena Janeczek a Roberto Saviano.)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center></p>
<div style="border: 0px solid #c0c0c0; margin: 15px; width: 560px; color: #000000; font-size: 15px; background-color: #ffffff; text-align: center;"><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/Ukfi5Hxo7uw" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>
<p></center><br />
<center><strong>L’Italia di Salvini raccontata tre anni prima.</strong> (da <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article4000" target="_blank" rel="noopener">qui</a>)</center><br />
(<em>Pubblichiamo volentieri questo video, dove tre anni fa <strong>Antonio Moresco</strong> già intuiva la svolta autoritaria, che ha confermato con il governo Lega/5telle le sue peggiori previsioni. Gli amici de <strong>Il primo amore</strong> hanno  condiviso <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article4001" rel="noopener" target="_blank">qui</a> la risposta di <strong>Helena Janeczek</strong> a <strong>Roberto Saviano</strong>.</em>)<span id="more-75172"></span></p>
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		<title>Scrivere sul fronte occidentale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/05/20/scrivere-sul-fronte-occidentale-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 May 2018 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[archivio della domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione di Nazione Indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi cominciamo con l’articolo iniziale di uno dei principali fondatori, Antonio Moresco, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg" alt="" width="201" height="313" class="alignleft size-full wp-image-74224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-96x150.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-200x311.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/scrivere-sul-fronte-occidentale-160x249.jpg 160w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></a> (<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi cominciamo con l’articolo iniziale di uno dei principali fondatori, Antonio Moresco, che da tempo non fa più parte del blog, avendone fondato un altro, <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?page=indexBLOG">Il Primo Amore</a>. La redazione</em>) </p>
<p>Dopo l&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre che ha colpito le &#8220;Torri Gemelle&#8221; a New York e il Pentagono a Washington, scrittori e uomini di cultura italiani si sono confrontati in un convegno a Milano, il 24 novembre 2001, discutendo su che cosa significa scrivere e operare &#8220;in tempo di guerra&#8221;.Da quel convegno deriva questo libro, curato da Antonio Moresco e Dario Voltolini, che raccoglie riflessioni, interrogativi, testimonianze presentate a Milano, ma anche scritte dopo quell&#8217;incontro (nei sette mesi successivi all&#8217;11 settembre).<span id="more-74217"></span></p>
<p><strong>sommario</strong></p>
<p>Antonio Moresco: Lettera &#8211; Dario Voltolini: Inizio dei lavori &#8211; Carla Benedetti: Il pieno &#8211; Tiziano Scarpa: Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione &#8211; Antonio Moresco: L&#8217;occhio del ciclone &#8211; Piersandro Pallavicini: Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari &#8211; Marco Drago: Disturbare l&#8217;universo &#8211; Christian Raimo: Poco acuto, così poco acuto &#8211; Mauro Covacic: L&#8217;orecchio immerso &#8211; Raul Montanari: Due cose per dire che non cambierà  niente (anzi è già  tutto di nuovo come prima) &#8211; Marosia Castaldi: L&#8217;insaziabilità  &#8211; Ivano Ferrari: I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo &#8211; Antonio Piotti: Nostalgia del simbolico &#8211; Marco Senaldi: Il Ground Zero del godimento &#8211; Giuliano Mesa: &#8220;Dire il vero&#8221;. Appunti &#8211; Paolo Nori: Il quadro &#8211; Andrea Bajani: Il grande spot &#8211; Giuseppe Genna: Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale &#8211; Giorgio Mascitelli: Ma le nostre parole saranno scritte invano? &#8211; Marina Mander: Undici pensieri dopo l&#8217;11 settembre &#8211; Andrea Inglese: L&#8217;estraneità  e la festa &#8211; Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli) &#8211; Giulio Mozzi: Parlare della verità  &#8211; Donata Feroldi: Per interposte persone. I tessitori &#8211; Gian Mario Villalta: Dalla mia postazione alla periferia dell&#8217;impero &#8211; Federico Nobili: Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco &#8211; Helena Janeczek: Una gonna per l&#8217;11 settembre.</p>
<p>Stiamo organizzando un incontro che si terrà  nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità  e l&#8217;urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.</p>
<p>Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l&#8217;un l&#8217;altro delle nostre buone intenzioni e della bontà  e necessità  della nostra attività  di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità  di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità  e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:</p>
<p>che viviamo nell&#8217;epoca della virtualità  e dell&#8217;irrealtà<br />
che l&#8217;unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà  vu<br />
che la storia è finita<br />
che l&#8217;attività   umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all&#8217;interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità  dell&#8217;imprevisto<br />
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine<br />
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell&#8217;universo orizzontale della &#8220;comunicazione&#8221; totale e della rete<br />
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni<br />
che non possono esistere più &#8211; nel bene come nel male &#8211; il conflitto, l&#8217;alterità<br />
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l&#8217;ignoto<br />
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia<br />
ecc&#8230;<br />
E&#8217; terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell&#8217;attività  umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.<br />
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità  e radicalità .</p>
<p>Milano, settembre 2001</p>
<p>Antonio Moresco</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
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			</item>
		<item>
		<title>waybackmachine #02 Antonio Moresco &#8220;Le cavallette&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/04/09/waybackmachine-02-antonio-moresco-le-cavallette/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[cervantes]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[melville]]></category>
		<category><![CDATA[shakespeare]]></category>
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					<description><![CDATA[<b>23 marzo 2003</b><br />
<b>ANTONIO MORESCO “Le cavallette“</b><br /><br />
Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>A partire da oggi, ogni domenica, noi redattori di Nazione Indiana ripubblicheremo testi apparsi nel passato, scritti o pubblicati da indiani o ex-indiani, e che ci sembra possano dirci ancora qualcosa dell&#8217;attuale : che ancora ci parlano, ancora aprono interstizi tra le maglie del presente, ancora muovono la riflessione. L&#8217;archivio è vasto: cominciamo a sfogliarlo.</em></p>
<p><center><strong>23 marzo 2003</strong></center><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2003/03/23/le-cavallette/" target="_blank"><strong>ANTONIO MORESCO &#8220;<em>Le cavallette</em>&#8220;</strong></a></p>
<p>Capita ogni tanto, nella letteratura come nella vita, di imbattersi in semplici frasi, scritte o orali, riflessioni e immagini di tale radicalità e umanità che ci danno l’immediata sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di lungamente meditato e sofferto, che va subito all’osso, che ci dice come stanno veramente le cose, direttamente, senza mediazioni, senza fronzoli.<span id="more-67698"></span></p>
<p>Può succedere per strada, mentre siamo dal panettiere o stiamo seduti con una lattina di birra in mano sul gradino di una chiesa, oppure mentre leggiamo Shakespeare, oppure Cervantes, Melville, oppure, per esempio, Dopo il ballo di Tolstoj, scrittore elementare e profondo del vostro grande paese, attraversato così dolorosamente e da parte a parte, nel secolo appena trascorso, dalle illusioni della modernità, che io amo in modo particolare e che ha significato così tanto per me, di cui fin da ragazzo ho amato sopra ogni altra la grande letteratura come se fosse la mia stessa patria e la mia stessa vita, quando l’ho incontrata per la prima volta nella mia adolescenza, in una piccola città italiana di nome Mantova.<br />
L’immagine da cui voglio partire per questa piccola riflessione l’ho trovata in Leopardi, un grande poeta e pensatore italiano capace di dire cose scomode e vere.<br />
“Ognuno di noi” dice Leopardi “da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamene, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere sul punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.”<br />
Poiché mi era capitato di imbattermi in questa riflessione – contenuta nelle Operette morali – dopo la lettura della Divina commedia, mi era parsa immediatamente come la desolata risposta alla disperazione di Dante per le vicende politiche della Firenze del suo tempo, in cui egli stesso si era trovato profondamente coinvolto, con quelle continue guerre e sopraffazioni tra guelfi e ghibellini. Come se lo stesso microcosmo politico della città fosse simile a quell’uomo che si gira continuamente nel letto da un fianco all’altro nel tentativo di trovare un po’ di sollievo. Questi due momenti, nonostante siano divisi tra di essi da cinque secoli, si sono così immediatamente legati dentro di me che ho addirittura creduto per molto che questa immagine dell’uomo che non smette mai di girarsi si trovasse direttamente in Dante, riferita a un uomo coperto di ferite e di piaghe che cerca, girandosi, di alleviare almeno per un po’ la sua sofferenza, e che questa fosse la sua riflessione finale dopo tutto il tormento per le sorti della sua città. Solo adesso, che ho dovuto fare una verifica prima di scrivere questa piccola cosa, ho scoperto che questa immagine in Dante non c’è. Io perlomeno non l’ho trovata. Eppure ancora, nonostante questo, mi sembra che si debba trovare per forza in Dante, che si annidi in qualche punto segreto del suo poema, anche se invisibile agli occhi di tutti.</p>
<p>Cosa c’entra tutto ciò col tema di questo incontro su quella cosa che è stata chiamata modernità? A me pare che c’entri molto. E che c’entri tanto più adesso, in un momento in cui pare di essere arrivati al culmine e all’implosione di tutte le illusioni che hanno caratterizzato la modernità, che si sono rovesciate nella mancanza di illusioni della postodernità. Ma non è vero che nessuno ci aveva detto come stavano veramente le cose. Qualcuno, più d’uno, ce l’aveva detto da tempo. Ma non sono stati ascoltati. Non volevamo ascoltarli, forse non potevamo ascoltarli. Tutta la massa di illusioni e utopie politiche, artistiche, scientifiche e spirituali che si sono generate nella cosiddetta modernità sembrano arrivate al capolinea, sono finite nel vicolo cieco postomoderno della ideologia – camuffata da antideologia terminale – della comunicazione generale nell’universo reticolare imploso e del labirinto, con la sua falsa immobilità generata per rovesciamento dal falso movimento della modernità. Che maschera, dietro la demagogia sull’apertura a 360°, la realtà di una crescente chiusura di ogni spazio, tragica in termini umani, politici, geopolitici e persino di prospettiva di specie. Come l’ideologia di ogni altra struttura di potenza che l’ha preceduta, anche quella attualmente dominante ama autodescrivere il proprio dominio come quadro ultimo, insuperabile, elabora proprie ideologie funzionali (fine della storia, orizzontalità, interscambiabilità, superfici come unica dimensione possibile e altre descrizioni della vita e del mondo che – introiettate – sono funzionali al controllo delle vaste masse umane allevate di questa epoca). Per esorcizzare il fatto che, come ogni altra che l’ha preceduta, anche questa sarà a sua volta macinata nel frantoio della vita e del tempo, quando l’uomo insonne – o ricoperto di piaghe – si girerà dall’altra parte nel suo scomodo letto. Fino a che tutto questo verrà oltrepassato da altre forme e strutture di dominio con i soliti terribili e prolungati schianti attraverso i quali è crollato ogni altro impero, il tutto drammatizzato oggi dall’enorme numero di individui umani che popolano il pianeta e dalla devastante potenza distruttiva di cui sono adesso in possesso.<br />
E’ così fin dall’inizio. Continui rovesciamenti politici, militari. Atene e Sparta che si alleano contro i persiani e che poi, sconfitto Serse, riprendono a farsi la guerra tra di loro fino a distruggersi e ad aprire la strada all’impero macedone. Nel secolo appena trascorso Stati Uniti e Unione Sovietica che si alleano contro il nazifascismo e poi, sconfitto questo, riprendono a farsi la guerra tra di loro. E così mille altre volte, nel corso del tempo. Ora tutto il movimento o l’illusione del movimento che sembrava caratterizzare la modernità appare deflagrato e depotenziato nel falso movimento della dimensione economica, finanziaria, tecnologica e pubblicitaria dispiegata. Mentre chi si presenta come antagonista appare il più delle volte imprigionato dentro la stessa logica e lo stesso schema, in un gioco minoritario e gregario che non può che alimentare sempre più lo stesso tipo di dominio che proclama di voler combattere. L’illusione del “progresso” si è rovesciata in una labirintica interscambiabilità totalizzante e diffusa, nell’immobilità della pozzanghera sovraffollata di miriadi di minuscole larve in movimento inerte e impazzito, con le loro traiettorie abrasive. L’illusione della “democrazia”, con tutta la sua enfasi iniziale sull’ apertura di possibilità in ogni campo, si sta bloccando in una morsa totalitaria di tipo nuovo, economica, tecnologica e militare, si sta rovesciando nel controllo planetario di masse sterminate di uomini che devono e possono soltanto consumare e moltiplicare ricchezze finanziarie altrui, che si spostano come nuvole di cavallette su ciò che resta del tessuto umano e vivente su questo piccolo pianeta abitato. Enormi possessori o collettori di ricchezze ed élite enormemente arricchite dal gioco circolare ed autoreferenziale economico, tecnologico e militare che possono comperare letteralmente – attraverso il meccanismo pubblicitario del condizionamento mediatico e il possesso e il controllo di esso – le strutture di governo di interi paesi, senza neppure più le labili mediazioni politiche del passato. Un gioco sempre più chiuso per il possesso delle risorse energetiche e ora anche genetiche e riproduttive, in una situazione in cui il rapporto della nostra razza con l’unico pianeta di cui disponiamo – portata avanti con impressionante cecità di specie – sta arrivando al punto di non ritorno. Questa macchina composita di dominio planetario, per proprie logiche interne, sta portando al collasso il nostro rapporto e il destino stesso della nostra specie su questo piccolo, sperduto pianeta che ruota nel silenzio e nel buio cosmico. Ci capita quasi ogni giorno di leggere sui giornali articoli di esperti che dibattono tra di loro sui recenti allarmi lanciati sulla situazione del nostro rapporto con il pianeta. Dove la cosa impressionante è che la natura del loro contendere non è se questo quadro allarmante sia realistico o no, ma se ci vorranno cinquant’anni oppure cento perché si arrivi al collasso. Di fronte a notizie e prospettive simili, di tale rilevanza di specie, dovrebbe succedere qualcosa di enorme nella mente dei singoli uomini, dei popoli e di chi li governa. Invece tutto pare continuare come se niente fosse, chi detiene il potere si guarda bene dal mettere in discussione la struttura di dominio di cui è espressione, le grandi masse allevate non escono dalla loro narcosi, in un’assuefazione generale con la catastrofe di specie che pare sempre più un aspetto caratterizzante di questa epoca e che mette i brividi.</p>
<p>Ma non voglio dare un’idea troppo cupa della nostra situazione e del nostro futuro. Come se i giochi fossero ormai fatti e il treno deragliato non potesse che correre ormai verso il precipizio. Può sempre succedere qualcosa di inaspettato, di imprevedibile. A patto che non si chiudano gli occhi su come stanno veramente le cose. Nascono qua e là embrioni di consapevolezza e gruppi umani che paiono avere coscienza della situazione e aspettative nei confronti della vita e del mondo e che sembrano aver capito che non si può giocare più nulla dentro il solito vecchio schema del rovesciamento antagonistico speculare dentro lo stesso gioco, che bisogna inventare qualcosa di completamente diverso per cercare di uscire da questa impasse epocale e che questo sarà il compito del futuro.</p>
<p>Allora proviamo a immaginare che il nostro uomo insonne – o ferito – col quale abbiamo cominciato, nel suo continuo girarsi da un fianco all’altro non stia sempre sveglio, ma che riesca di tanto in tanto ad addormentarsi, e che in questi brevi sonni riesca a fare addirittura dei piccoli sogni. Ma sì, facciamolo sognare un po’! Che cosa potrà sognare? Non uno di quei sogni dove gli uomini sono tutti buoni e vivono in armonia con la natura, gli altri e se stessi ecc… ecc… direi. Perché anche i sogni ne hanno ormai abbastanza dei sogni. Allora, vediamo. Che cosa potrebbe sognare? Ecco, facciamogli sognare che sta vivendo da qualche parte sotto la crosta terrestre, perché tutta la superficie del pianeta è spazzata da ondate immense di cavallette d’acciaio, generate da combinazioni genetiche sfuggite a ogni controllo, che passano divorando ogni cosa e oscurano il cielo. E’ tutto freddo, spurgano da sotto terra miasmi tossici generati da scarichi e odori fisiologici, prodotti da masse umane che sono riuscite a fuggire dalla superficie e ad ammassarsi nelle zone cave che si aprono sotto la linea dell’orizzonte, scantinati, rifugi antiaerei, metropolitane, altri spazi scavati con le unghie e coi denti per sfuggire alle nubi di cavallette che cercano di infiltrarsi anche sotto terra attraverso le griglie, i condotti.<br />
“Ma come fanno a vivere là sotto tutte quelle persone se, sopra, ogni cosa viene divorata e distrutta?” ci chiederà qualcuno “Come fanno ad alimentarsi di cibo, elettricità, per mandare avanti le strutture sotterranee in cui vivono?”<br />
“Non ne ho la più pallida idea! Il sogno non spiega. E’ così.”<br />
Vengono ogni tanto da fuori, amplificati dalle cavità sotterranee, i rumori della devastazione che sta avvenendo sopra la linea dell’orizzonte. Si sentono, in un unico terrificante boato, i rumori metallici di miriadi di organismi viventi e di oggetti che si fracassano sotto l’urto sincronizzato delle masticazioni. Prima le cose tenere che si gonfiano sul filo della terra, frutti aerei, forme vegetali, coltivazioni umane, animali di carne che si spostano sulle strade delle città, uccelli ricoperti di piume. Li aggrediscono in volo, divorano le uova ancora all’interno dei loro corpi, mentre continuano a spostarsi ancora per un po’ nello spazio serrati nella capsula luccicante di mille e mille corpi metallici che li masticano in volo e poi passano ad altro. Le masse nere del fogliame notturno, la polpa fibrosa dei tronchi. Trapanano la corteccia, entrano fin nelle loro zone più segrete e concentriche. Divorano uomini e donne che sono rimasti all’esterno, sul filo delle strade o serrati nelle loro case e nei loro palazzi. Si sentono enormemente amplificati i rumori delle loro teste che esplodono. Le scatole craniche dei governanti e dei padroni del mondo scoppiano sotto l’urto di miriadi di mandibole d’acciaio che si conficcano nelle masse molli della loro materia cerebrale da tempo disattivata. Assalgono i malati distesi nei loro letti, negli ospedali, ancora attaccati alle fleboclisi, spolpano in pochi istanti i cadaveri congelati negli obitori. Si gettano contro le nubi, le divorano, le masticano, le fanno a pezzi. Cominciano ad attaccare le case, i palazzi. Si gettano dentro i contenitori delle immondizie, del vetro, conficcano i loro denti d’acciaio nei rifiuti umidi, fracassano le bottiglie. Aggrediscono le strutture portanti delle case di fango, di cemento, di metallo, di vetro, le antenne paraboliche delle televisioni sui tetti, i centri spaziali. Cominciano ad aggredire le superfici dei grattacieli, che oppongono resistenza per un po’, coi contorni tutti masticati contro la luce. Si avventano all’interno, nel loro midollo: ascensori, uffici, impianti elettrici che crepitano emettendo folgori, nel cozzo spaventoso di miriadi di teste metalliche che si scontrano avventandosi tutte assieme e da ogni parte contro le strutture degli ultimi grattacieli ancora in piedi, nel bagliore accecante sprigionato dai loro gusci sterminati che avanzano a testuggine nello spazio. Aggrediscono le auto abbandonate nelle vie, il manto stradale, i ponti sospesi, intaccando i grandi cavi d’acciaio che li tengono sollevati nell’aria. Li si sentono anche da lontano precipitare nei fiumi, nei mari, pieni di resti di masticazioni di navi che galleggiano semiaffondate. Masticano tutto ciò che resta di emerso delle grandi città costiere, si tuffano sotto il pelo dell’acqua per masticarne là sotto le fondamenta, i grandi pesci gonfiati da immondizie e escrementi, li sollevano fuori dall’acqua continuando a masticarli in volo, smembrati. Vanno a snidare i carnai in putrefazione nei cimiteri, gettandosi con stridori e cozzi elettrici contro le forme molli in disfacimento sotto il velo di terra. Si levano di nuovo in volo con le bocche ancora bagnate, le antenne sporche di liquami, lordate. Le grandi città crollano, i mari e gli oceani ribollono per l’agonia delle miriadi di corpi torturati e smembrati. Tutto il cielo è pieno di clangori e di grida e di corpi alati che volano ancora per un po’ semimasticati.<br />
Cosa sta facendo intanto il nostro sognatore? Si sposta nei cunicoli della metropolitana, dopo essersi rifugiato là sotto assieme alle fiumane di gente terrorizzata che si è asserragliata nelle viscere della terra per sfuggire al flagello. Non sa da quanto tempo si trova lì. Non sa nulla, non ricorda nulla. Neppure il suo nome. Non ha padre, né madre. Devono essere stati divorati anche loro quando erano in superficie. E’ mezzo sdentato, non ricorda perché. Forse perché, prima di riuscire a fuggire infilandosi nel più vicino cunicolo della metropolitana, qualche cavalletta gli avrà sfondato la chiostra dei denti, venendo giù fulmineamente dall’alto come un proiettile, per cercare di entrargli nelle parti molli del corpo. Forse è proprio da quel momento che non ricorda più niente. Si sposta nei cunicoli, dorme per terra, mangia dove capita e quello che capita, durante le distribuzioni di cibo che ancora avvengono qua e là, mentre arriva da sopra il rombo delle teste d’acciaio che cercano di sfondare i condotti armati e di penetrare nell’intestino caldo della metropolitana piena di carne ancora vivente. Ogni tanto, andando qua e là tra le fiumane di folle che si spostano lungo le banchine e i cunicoli, incrocia una ragazza con un orecchio per metà masticato. Si mette a correre forte, quando la vede. Anche lei corre più forte quando lo vede. Si oltrepassano correndo sul tappeto di immondizie accumulate lungo i condotti, rasentando le zone fetide dove sono ammassati gli escrementi umani che ammorbano l’aria. Continuano a correre così per un po’, senza sapere dove andare, perché. Finiscono in zone sotterranee infinitamente lontane prima di rendersi conto della velocità del loro andare. Ritornano sui propri passi. Si incontrano di nuovo da tutt’altra parte, lontano. Salgono e scendono più volte, solo per l’emozione di incrociarsi su due scale mobili parallele mentre uno scende e l’altra sale, e di venirsi incontro mentre stanno fermi e con gli occhi sbarrati nell’aria, nella luce. Lui le sorride con la bocca sdentata. Lei sbarra gli occhi, arrossisce, perché nessuno le ha mai insegnato a sorridere, perché anche lei è orfana. Si perdono di vista per giorni perché, dopo ogni incontro, la loro corsa li porta così lontano che perdono l’orientamento, mentre da sopra le volte continua ad arrivare il rombo di miriadi di denti metallici che staccano a brani gli ultimi lembi d’ asfalto per raggiungere le zone umide annidate sotto di essi, spaccano i grandi tubi dei condotti fognari, si gettano a capofitto nelle nere acque succulente che corrono sotto terra. Si rivedono su un’altra scala mobile, si incrociano fulmineamente, perché il mulinare dei loro piedi in corsa sui gradini in movimento moltiplica la velocità della loro corsa.<br />
“Che cosa ti è successo ai denti?” gli riesce a chiedere lei, all’improvviso.<br />
“Non lo so. E a te che cosa è successo all’orecchio?” riesce a chiederle lui, farfugliando per l’aria che gli esce dalla chiostra dei denti sfondati.<br />
“Non lo so” gli risponde lei.<br />
Non si vedono per giorni e giorni, perché è bastato questo piccolo scambio di frasi per accelerare a tal punto il battito dei loro cuori da far correre all’impazzata i loro corpi fin nei cunicoli più lontani e mai visti prima.<br />
“Come ti chiami?” le farfuglia lui la volta dopo, correndo giù da un’altra scala mobile.<br />
“Non lo so” gli risponde lei “Nessuno mi ha dato un nome.”<br />
“E tu come ti chiami?” gli domanda lei la volta dopo.<br />
“Non lo so. Anch’io non ho un nome” le farfuglia lui.<br />
Dalle volte arrivano intanto fragori sempre più forti, perché miliardi di denti metallici stanno trapanando gli strati di terreno per svellere i cavi elettrici che corrono sotto terra, masticano i loro rivestimenti di gomma provocando cortocircuiti che gettano nell’oscurità intere zone della metropolitana e fanno filtrare anche là sotto bagliori enormi, spaventosi, improvvisi. Si capisce che le cavallette in esplosione demografica abnorme stanno cominciando ad attaccarsi tra di loro per il possesso degli ultimi brandelli commestibili del pianeta. E che, quando non trovano più nulla sulla linea della loro corsa, cominciano a divorarsi persino tra loro. In alcune zone lontane della metroplitana le intercapedini armate sembrano sempre più sul punto di cedere sotto l’urto delle miriadi di proiettili di metallo che vengono giù a strapiombo dall’alto per sfondare le volte e gettarsi tutte assieme all’interno per consumare il loro ultimo pasto.<br />
“Che cosa ti è successo?” le farfuglia lui, la volta dopo, con il cuore in gola, perché le gambe di lei sono tutte rigate di sangue, sgorgato evidentemente da qualche punto segreto del suo corpo, sotto ciò che resta della sua gonna, mentre si trova per la prima volta a salire qualche gradino sotto di lei sulla stessa scala mobile, una delle ultime ancora in funzione.<br />
“Non lo so” risponde lei.<br />
“Sono entrate anche qui dentro le cavallette?” le farfuglia ancora lui “Ti sono entrate nel corpo?”<br />
“Non lo so” gli risponde ancora lei.<br />
E’ girata verso di lui, che continua a guardarla dal basso, col cuore in gola, mentre la scala mobile continua a salire e si sentono venire clangori sempre più tremendi dall’esterno, e non si riesce a capire se le cavallette sono ormai riuscite a sfondare e hanno già cominciato a penetrare all’interno o se è solo il fragore di miriadi di corpi che si stanno fronteggiando e masticando tra loro. Non si capisce che cosa sta succedendo, cosa succederà: se le cavallette sono già penetrate là sotto, se riusciranno infine a penetrare là sotto o se non ne avranno il tempo solo perché si divoreranno prima tra loro.</p>
<p>“Che sogno è questo?” domanderà forse qualcuno, a questo punto “Questo non è un sogno, è un incubo!”<br />
“Ma non vedete cosa sta succedendo? No, no! E’ un sogno! E’ un sogno!”</p>
<p><em>Intervento letto al convegno “Ripensare la Modernità”, Mosca, ottobre 2002.</em></p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/waybackmachine/" target="_blank"><strong>waybackmachine</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fiaba d’amore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/24/fiaba-damore/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/24/fiaba-damore/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-) G.B.) Antonio Moresco, Fiaba d’amore, Mondadori, 2014, 155 pag. Antonio Moresco con Fiaba d’amore ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-50298" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg" alt="a moresco" width="473" height="272" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/a.-moresco-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<em>per la vigilia di Natale direi occorra segnalare una fiaba, no? ;-)</em> G.B.)</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Antonio Moresco, </b><i><b>Fiaba d’amore</b></i><b>, Mondadori, 2014, 155 pag.</b></p>
<p align="JUSTIFY">Antonio Moresco con <i>Fiaba d’amore</i> ci racconta una storia che si svolge nel non-tempo della favole. “C’era una volta”, scrive in apertura, “una volta” che potrebbe essere ieri, domani, o mai. Eppure come è simile al nostro mondo, al nostro tempo, la vita disperata del protagonista, un vecchio pazzo, residuo di una società indifferente, che vive coperto di stracci e cartoni nel cuore di una metropoli.</p>
<p align="JUSTIFY">A quest’uomo che non ha più nulla, né beni materiali né speranze, con un corpo acciaccato e un’anima sfibrata, accade, “come nelle favole”, il più incomprensibile dei miracoli: il suo sguardo incrocia il volto di una ragazza bellissima che, quasi lo avesse cercato fra tutti i rifiuti del mondo, lo porterà con sé, a casa sua. I due vivranno di un amore fatto di gesti e di corpi, prima ancora che di parole, sempre inadeguate di fronte ai miracoli.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni scrittore, se è davvero uno scrittore, non scrive mai “opere minori”. In attesa della pubblicazione del monumentale <i>Gli increati</i>, conclusione di un’opera-mondo iniziata decenni addietro, Moresco, con questa sua fiaba che parla di vita, di morte, di tradimento e redenzione, si comporta come un pittore che, in attesa di portare a termine l’affresco della cattedrale, continua a vergare bozzetti, disegni, acquarelli. Non per puro intrattenimento personale, ma come desiderio di fissare immagini, sperimentare forme. E non è un caso che spesso in queste opere, quasi più svincolate dal programma monumentale, si svela una libertà immaginifica che commuove.</p>
<p align="JUSTIFY">È una fiaba crudele e dolce assieme, rivolta ad un pubblico che non ha età, scritta con una lingua che non nasconde nulla, esplicita fino all’ossessione nelle descrizioni tattili, eppure spesso pudica nei sentimenti; scrittura pura come quella di un bambino che non ha problemi ad immaginare una luminosa città dei vivi attraversata da morti inconsapevoli, e una buia città dei morti, così tanto simile alla sua gemella, dove però, quando tutto è perduto, si può tornare a vivere per davvero.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 8, del 18 febbraio 2014</em>)</p>
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		<item>
		<title>Antonio Moresco, 21 preghierine per una nuova vita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/06/49509/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2014 06:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[21 preghierine per una nuova vita]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Della Casa]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[poeti.com]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Francesca Fiorletta Esce per le edizioni Nottetempo, con una tiratura limitata e numerata di 230 copie, nella collana di poesia digitale poeti.com, questo libro di Antonio Moresco che è davvero un piccolo gioiello: 21 preghierine per una nuova vita, illustrate da Giuliano della Casa. Di lui dice il nostro autore, nella Nota introduttiva: “Giuliano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49543" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/21-preghierine-per-una-nuova-vita-ed-speciale-ebook-d435.jpg" alt="21-preghierine-per-una-nuova-vita-ed-speciale-ebook-d435" width="200" height="276" />di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esce per le edizioni <em>Nottetempo</em>, con una tiratura limitata e numerata di 230 copie, nella collana di poesia digitale <a href="http://poeti.com">poeti.com</a>, questo libro di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-moresco/">Antonio Moresco</a> che è davvero un piccolo gioiello: <i>21 preghierine per una nuova vita</i>, illustrate da Giuliano della Casa.<br />
Di lui dice il nostro autore, nella <em>Nota introduttiva</em>:<br />
“Giuliano è un pittore che dipinge con la sapienza di un maestro antico e con lo scatto e l’ingenuità di un bambino. Nelle sue immagini c’è sempre qualcosa che sorprende e che spiazza ed è per me una gioia vedere cosa riesce a combinare ogni volta con un pennello e un po’ d’acqua sporca.”<br />
E poi aggiunge:<br />
“Siamo molto diversi l’uno dall’altro ed è forse proprio per questo che ogni tanto ci viene voglia di incrociare le nostre strade”.<br />
Io non lo so quanto sia effettiva, questa diversità che Moresco sente, perché a leggere i 21 testi che compongono il libro, si ha esattamente l’impressione di trovarsi davanti alla sapienza calma di un maestro antico che, quando vuole, sa far presto a lanciarsi in certi notevoli scatti di pretesa ingenuità bambinesca, tanto commovente quanto affilata.<span id="more-49509"></span><br />
I 21 animali, perciò, oggetto delle così definite “<i>preghierine</i>”, sono scelti e calibrati con un criterio sapido, delicato e tutt’altro che di maniera: queste vivaci bestioline si trovano a fungere da perfetto contraltare dell’autore stesso e, sostanzialmente, del suo rapporto sempre travagliato con la scrittura, così come dell&#8217;intera vita quotidiana che tutti, bene o male, ci troviamo a dover affrontare, più o meno &#8211; appunto &#8211; a muso duro.<br />
E allora, chi non ha mai sognato di assomigliare a una puzzola, per far fuggire a gambe levate quei soggetti indesiderati che troppo si avvicinano, infestando i malevoli avventori con un fetore nauseabondo e urticante, e però egoisticamente salvifico?<br />
Chi non ha desiderato mai di poter vivere serenamente nelle profondità degli abissi, circondato dalla pace e dal silenzio marino, e di poter fluttuare senza limiti di creatività e coraggio, sorretto solo dall’istinto atavico per la sopravvivenza, come fanno i cari pesci?<br />
Insomma, dall’illustre Esopo ai giorni nostri, il regno animale è specchio perfetto per le malinconie degli umani, ma anche per le loro proiezioni più acute, per la pratica vivace della loro più viscerale (auto)ironia.<br />
E Antonio Moresco, particolarmente, in questo libro, si dimostra davvero un eccellente antico maestro bambino, giocando con la metrica, quasi come con l&#8217;esperienza stessa della vita.<br />
Eccone alcuni esempi, e buona lettura.</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco-193x300.jpg" alt="farfallesco" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/farfallesco.jpg 620w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
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<p>Farfalla</p>
<p>Oh, farfallina, farfallina che ti posi sui fiori&#8230;<br />
Ma&#8230; Dove sei finita? Accidenti, non ho fatto<br />
in tempo a cominciare la mia preghierina e sei già<br />
volata via!</p>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-300x136.jpg" alt="lombrichesco2" width="300" height="136" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-300x136.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-1024x466.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2-900x410.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lombrichesco2.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p>Lombrico</p>
<div class="page" title="Page 39">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Oh, lombrico, meglio conosciuto come verme,<br />
vermiciattolo, corpicino cieco, senza mani, senza<br />
piedi, senza orecchie, senza pisello, senza mutan-<br />
de, senza orologio, che ti allunghi sempre di piú<br />
quando piove, che ti sposti al buio inghiottendo<br />
ed espellendo la terra, che non si capisce se sei tu<br />
che ti muovi dentro la terra o se è la terra che si<br />
muove dentro di te. Ma cosa fai lí, allo scoperto?<br />
Cosa ti è saltato in mente di formare con il tuo<br />
corpo la parola che ti nomina e ti condanna? Sta’<br />
attento perché, anche se tu non lo vedi, vicino a<br />
te c’è un picchio che ti sta osservando e che vor-<br />
rebbe catturarti con il becco e mangiarti! E poi<br />
c’è anche una mosca che ti ronza intorno con la<br />
scusa di fare il puntino sulla i. Io non lo so se tu<br />
con il tuo corpo puoi scrivere solo quella parola<br />
che ti definisce o se ne puoi anche scrivere altre.<br />
Ma, se ne puoi anche scrivere altre, allora scri-<br />
vi che sei un’altra cosa, una cintura, un filo del-<br />
la luce, un laccio da scarpe, cosí il picchio pensa<br />
che sei una roba che non si può mangiare e vola<br />
via. E poi insegna anche a me a scrivere che sono<br />
un’altra cosa, cosí la smetteranno di beccarmi, di<br />
ferirmi, di farmi a pezzi.</p>
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</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 41">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49554" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco-193x300.jpg" alt="moschesco" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/moschesco.jpg 620w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
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<p>Mosche</p>
<p>Oh, mosche, moschine, mosche fastidiose, schi-<br />
fose, coi vostri occhi composti tutti pieni di spec-<br />
chietti e di prismi, con le vostre antenne, la vostra<br />
boccuccia che succhia e che punge e le alucce<br />
trasparenti e piene di nervi, che vi posate su tut-<br />
to, che mangiate tutto, anche la cacca, che ficcate<br />
le vostre larve nei frutti, dentro il formaggio, che<br />
diffondete nel mondo quelle altre bestioline piú<br />
piccole ancora, amebe, germi, batteri, che cavolo<br />
di preghierina posso rivolgere a degli animaletti<br />
schifosi come voi? Mi viene in mente solo questa:<br />
Forza, venite qui che vi schiaccio con la paletta!<br />
No, invece, la preghierina giusta è quest’altra:<br />
Oh, mosche, moschine, ma come fate a scom-<br />
parire cosí durante l’inverno, quando sulla terra è<br />
tutto freddo, gelato, e anche le pozzanghere sono<br />
gelate, e anche le vostre larve sono gelate, e poi<br />
di colpo, in piena estate, ad apparire di nuovo<br />
come sbucate dal nulla? Insegnate anche a me a<br />
scomparire e apparire, a non esserci e a esserci, a<br />
morire e a risorgere.</p>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La nostra misteriosa follia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/15/la-nostra-misteriosa-follia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Freccia d'Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Schulz]]></category>
		<category><![CDATA[Matthias Grünewald]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco (Molto volentieri ripubblico qui il pezzo conclusivo di Antonio Moresco sulla freccia Freccia d&#8217;Europa, as) La freccia è arrivata. Non so bene come sia stato possibile. Un mese e otto giorni di cammino, un centinaio di camminatori, quattro Paesi attraversati, più di 1150 chilometri per strade, sentieri, boschi, persino ghiacciai, al caldo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013-224x300.jpg" alt="freccia-strasburgo 2013" width="224" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-46036" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/freccia-strasburgo-2013.jpg 500w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>(Molto volentieri ripubblico qui il pezzo conclusivo di Antonio Moresco sulla freccia <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?rubrique36">Freccia</a> d&#8217;Europa, <em>as</em>)   </p>
<p>La freccia è arrivata. Non so bene come sia stato possibile. Un mese e otto giorni di cammino, un centinaio di camminatori, quattro Paesi attraversati, più di 1150 chilometri per strade, sentieri, boschi, persino ghiacciai, al caldo, al freddo, nel forte vento, sotto il sole, la pioggia. Credo che sia stato il più lungo cammino compiuto in questi anni in Europa da camminatori non professionisti, di ogni età e condizione fisica, più lungo ancora del più lungo tratto del cammino di Santiago di Compostela.<br />
   Non so bene come sia stato possibile per un così gran numero di persone vivere insieme in condizioni spesso difficili e disagevoli per tanti giorni e per tante notti.<br />
   Aleggiava su questa impresa una sorta di misteriosa follia. <span id="more-46035"></span>Ma il bello è che -se eravamo tutti parte di questa pazzia- ciascuno era pazzo in modo diverso e tutto suo. Per questo la nostra piccola repubblica nomade ce l’ha fatta a stare insieme e a portare a termine questo lungo cammino, nonostante le grandi  differenze caratteriali e di altro tipo. Solo qualche piccolo scazzo ogni tanto, cose da nulla rispetto a ciò che abbiamo chiesto agli altri e a noi stessi.</p>
<p>   Molti dei camminatori facevano parte della vecchia-giovane guardia con cui abbiamo camminato anche durante i due anni scorsi attraverso l’Italia e ognuno dei camminatori è diventato parte di un mito per gli altri ed è stato protagonista di racconti mitici che sono nati e che hanno proliferato durante il cammino, perché è così che sono nati i miti ed è così che possono ancora nascere, da persone che compiono un’impresa insieme e si conoscono e si trascendono nell’immaginazione che da vita al racconto. Perché, se non si dissotterra questa potenza metamorfica, niente ha forza e grandezza, tutto è  prevedibile e piccolo, tutto è perduto.<br />
   Alcuni camminatori che si sono uniti per brevi tratti possono avere rilevato in noi tanti piccoli difetti e miserie (che ci sono sicuramente stati), non avere colto il senso di questo originale cammino. Chi ha compiuto lunghi tratti o l’intero percorso ha visto altro e ha vissuto un’esperienza completamente diversa.</p>
<p>   Notti su nudi pavimenti, bunker antiatomici, spossatezza, bivacchi, piedi martoriati che però continuavano a camminare, tendini infiammati, ma anche momenti di allegria, esplosioni alimentari e grandi libagioni. Tutto questo poteva bastare a se stesso, poteva avere dentro di sé la propria forza di irradiazione. Invece c’è stato anche altro. L’oltranza di un così lungo cammino ha prodotto anche altri risultati, come quello di venire ricevuti a Strasburgo da Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, nella Sala Protocollare (“La stessa dove ricevo i capi di stato” è stata la prima cosa che ha tenuto a dirci) e di consegnare direttamente nelle sue mani la lettera aperta al Parlamento Europeo scritta giorno dopo giorno durante il cammino e dibattuta in diverse riunioni dell’intero gruppo di camminatori a fine tappa.<br />
   Per quanto mi riguarda, ho fatto parte anch’io della “sporca dozzina” e ho percorso l’intero cammino con i miei piedi, dall’inizio alla fine, senza saltare un solo metro. Ho appena passato -dopo un mese e otto giorni di letti, brande e pavimenti sempre diversi- la prima notte nel mio letto, tra le lenzuola pulite.<br />
   Prima di lasciare Strasburgo sono andato con alcuni amici a Colmar a vedere la pala di Grünewald, che non avevo mai visto direttamente con i miei occhi. La portentosa crocefissione, il legno storto della croce contenuto appena nella cornice, la grande bestia divina macellata, le donne tese e incurvate come archi, le mani deformate, gli artigli, l’allucinante splendore alieno della Resurrezione, la Madonna con la testa cinta da una corona di fuoco e il coro di angeli al quale si è unito il demonio, l’angelo tenebroso dell’Annunciazione e una Madonna con le labbra intensamente rosse e la faccia greve da donna tedesca vissuta e forse sazia di cibo e ubriaca, l’altra Madonna con il bambino e il suo pitale di fronte a un paesaggio cosmico, le tentazioni di sant’Antonio trascinato a terra per i capelli e col volto attraversato da un sorriso ebete… Antiumanistico, antirinascimentale, ancora medievale in pieno Rinascimento e nello stesso tempo artisticamente e spiritualmente più avanti, molto più avanti.<br />
   Questa cosa, che sembrava impossibile per le nostre piccole e volontarie forze -non so bene come- è stata fatta, è avvenuta.<br />
   Quanto al resto, non si può mai sapere cosa ci sarà dopo.<br />
   Neppure io so che cosa farò e che cosa sarò. </p>
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