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	<title>appunti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Appunti al tempo del Covid 19</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 05:02:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[appunti]]></category>
		<category><![CDATA[camilla albini bravo]]></category>
		<category><![CDATA[diario dei sogni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Camilla Albini Bravo</b><br />Consigli per la lettura Le pagine che seguono sono solo in apparenza una sequenza di 18 articoli, in realtà sono 18 voci soliste di un unico coro,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Camilla Albini Bravo</strong></p>
<p><em>Consigli per la lettura</em></p>
<p><em>Le pagine che seguono sono solo in apparenza una sequenza di 18 articoli, in realtà sono 18 voci soliste di un unico coro, essendo il risultato di un lavoro di aiuto reciproco che ha coinvolto una sessantina di colleghi, divisi in sei gruppi clinici, che si sono incontrati via Skype durante il difficile periodo del lockdown. Alle voci soliste va aggiunto il coro muto di quelli che non hanno scritto, ma che ci hanno aiutato a pensare. Ringrazio tutti, indistintamente, per l’aiuto reciproco, per la fiducia nella possibilità di sostenerci a vicenda, per la testimonianza che è il rapporto, sempre, che ci salva. Nessuno scritto ha la pretesa di teorizzare, il nostro intento era ed è quello di fissare i punti di un discorso che parte ora e cerca interlocutori. Buona lettura.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-88992" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151.jpg" alt="" width="600" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151.jpg 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/wild-boar-male-with-long-white-tusks-looking-glade-with-stumps_158217-1151-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Giugno 2020</p>
<p>Da quasi due mesi il nostro lavoro di psicoterapeuti ha dovuto confrontarsi con delle limitazioni e dei cambiamenti che, all’inizio, sembravano solo formali. Ci siamo trovati, tutti, soli nello studio con un computer davanti, o un cellulare, nel tentativo di continuare, a distanza, un lavoro che prima avveniva in vicinanza.</p>
<p>Abbiamo sentito tutti l’urgenza di un confronto fra colleghi per capire quali potevano essere le implicazioni di un tale cambiamento. Le riflessioni che ci proponiamo qui di condividere sono emerse dal dialogo tra colleghi e sono in fieri, ma ci sembra opportuno o addirittura necessario fermarle in uno scritto.</p>
<p>La prima attenzione, ovviamente, si è soffermata sul mezzo di comunicazione, che ci è apparso subito paradossale: la chiamata in video-conferenza testimonia la nostra vicinanza e la nostra distanza. I volti in primo piano sono fin troppo vicini, gli spazi privati delle case dei nostri pazienti quasi violati, la distanza è nell’assenza dei nostri corpi che condividevano prima la stessa stanza. Sono i confini ad essere diventati fluttuanti, troppo vicini e troppo lontani e abitati dalla inquietante sensazione di poterci perdere nella lontananza e di poterci infettare nella vicinanza. Il mondo stesso, il nostro oggetto, sembra essere diventato molto ambiguo e collocato in uno spazio-tempo quasi indifferenziato. Le giornate non sono più scandite dall’uscire e l’entrare per il lavoro o la scuola, sembrano scivolare fuori dal tempo lineare in un tempo circolare in cui è difficile distinguere ieri, oggi e domani.</p>
<p>Un giovane ragazzo che in questa emergenza ha dovuto sospendere la frequenza della scuola e il confronto con i suoi compagni, descrive perfettamente la dimensione esistenziale in cui scivoliamo quando perdiamo il mondo e la misura che lo stesso ci sa dare. Dice infatti: “Il tempo in questo periodo mi sembra non scorrere, mi sembra di stare sempre nella stessa giornata (…) prima lo scorrere del tempo mi faceva pensare al futuro, ora è come essere in una bolla, è strano, vedere sempre le stesse persone mi dà la sensazione di essere fermo. Nel contatto con gli altri potevo vedere i miei miglioramenti. Ora non li posso verificare”.</p>
<p>Ma il mondo rimane là fuori e noi, uscendo dotati di mascherina e guanti, non riusciamo più a capire chi sia pericoloso per chi. Siamo noi che possiamo infettare gli altri o gli altri noi? Il mondo quindi si è trasformato in un oggetto ambiguo, abitato da un fantasma tremendo di morte e di malattia portata da un virus sconosciuto e non visibile che può essere in noi o negli altri e che induce in un’angoscia abbandonica ma anche persecutoria. Se ci isoliamo la seconda si attenua, ma la prima si alza a dei livelli insopportabili. Siamo soli e desideriamo un contatto che ci atterrisce e ci ricaccia nella solitudine.</p>
<p>L’oggetto ambiguo, il fantasma di pericolosità reciproca, l’angoscia di morte, sia per vicinanza che per lontananza, sembrano riportarci a una relazione con l’altro quando il nostro Io, ancora incapace di definirsi in uno spazio e in un tempo, non era ancora in grado di decodificare l’altro nel suo essere a tratti buono e a tratti cattivo e quindi siamo costretti, noi adulti, a immergerci in quelli stati originari del nostro essere dove le angosce erano senza nome, senza fine e senza tempo.</p>
<p>Da lì, da questi spazi in cui l’Io è costretto a immaginarsi, escono angosce e paure per ognuno diverse e pensate ormai lontane e un Io adulto che si credeva sufficientemente collocato nello spazio e nel tempo, si trova a confrontarsi con antiche paure spesso indicibili che prendono forma in lunghi sogni spaventosi.</p>
<p>Per quanto individuale sia la storia di ognuno di noi, comune nei nostri sogni è l’immagine ricorrente di allagamenti, di contatti perduti, di confusione. Un sogno di una collega sembra perfettamente rappresentare la pericolosità della situazione che stiamo vivendo e può essere utile accoglierlo come un tempo si accoglieva il sogno di un singolo come visione utile al gruppo. Per questo ringrazio la collega che lo ha sognato e raccontato perché diventasse prezioso per tutti.</p>
<p>Nel sogno si trovava con altre persone a nuotare in una pozza di acqua terrosa, anzi era proprio fango, acqua e terra così mescolate da non distinguerle. Allora, alzando gli occhi al cielo, lei lo vide della stessa sostanza e sentì, con terrore, che stava per collassare giù.</p>
<p>Ci ha fatto pensare, questo sogno, a come viene descritta l’origine del creato: prima il caos, lo spalancarsi, poi le acque si separano dalla terra, il cielo si differenzia e si alza. Il nostro esistere ha assoluto bisogno di questo doppio movimento che installa tre livelli del nostro essere nel mondo.</p>
<p>Dalla nostra liquidità, abitata dalla mescolanza, dalle ondate emotive, dall’assenza di spazi definiti emerge la terraferma, luogo dove poggiare saldamente i piedi, solida madre terra, corpo asciutto delimitato e distinto che ci permetta di avere un davanti, un dietro, un prima, un dopo, un orizzonte finito. Ma un terzo elemento necessario sarà una cesura fondamentale: il cielo e la terra si devono staccare. Se la madre terra, la nostra possibilità di sentirci un corpo, orientato nello spazio e nel tempo sono necessari, ancor più necessario sarà per noi umani l’elevarsi del cielo. Solo la visione dall’alto infatti ci permette di cogliere l’intero orizzonte, di dare un senso e un significato al nostro esistere, di vivere come individui e di pensare la nostra vita.</p>
<p>Nessuno di noi è in grado di accettare una vita senza darle un senso. Ce lo ricorda l’Ulisse dantesco quando incita i compagni verso la ricerca dell’altrove, ce lo ricordano le tremende depressioni di chi non riesce ad accedere a un senso che dia ragione della fatica dell’esistere. Per noi umani questo è il tremendo che ci divide dal regno animale, cui peraltro apparteniamo. Non ci basta la vita dobbiamo saperne le ragioni. Homo faber e homo philosophicus non si possono escludere l’un l’altro.</p>
<p>Nel sogno il pericolo sembra rappresentato dal ritorno ad un indifferenziato dei tre elementi: le nostre liquidità emotive e immaginali, la nostra base ferma su cui ergersi e dire: “Io”, e il nostro poterci pensare. È il ritorno nel mondo senza spazio e senza tempo, senza pensiero e senza senso, dell’ambiguità totale. Abbiamo pensato che lo sforzo da fare tra noi, colleghi, e tra noi terapeuti con i pazienti sia proprio quello di tenere alto, limpido e differenziato il cielo. Pensiamo che sia necessario pensare e che questo sia proprio il terrore, l’oggetto impensabile che ci può far scivolare in un orrore della perdita dell’aggancio al cielo, di quel vertice alto che, cogliendo il tutto, ne veda il senso.</p>
<p>Abbiamo detto tra di noi che il paziente non può pensare quello che noi non riusciamo a pensare e che mentre lo aiutiamo a ritrovare frammenti di terra emersa su cui poggiare i piedi mentre teme di scivolare nel fango, noi dobbiamo fortemente tenere alto il cielo sopra di noi anche quando i nostri piedi stessi sono già bagnati delle stesse acque che bagnano loro. Pensare insieme, pensare al senso di queste ore lente di quarantena, pensare al tempo, mantenere la luce che ci aiuta a distinguere le forme, saper riflettere tutti insieme.</p>
<p>Per fortuna l’inconscio in tutti noi sta cercando di capire e di vedere quello che accade e lo esprime in sogni incredibilmente intensi, riconosciuti dal sognatore come eventi/visioni speciali. Una giovane antropologa, che sta tenendo un diario dei sogni di questo periodo, ce ne offre due particolarmente intensi.</p>
<p>Nel primo si trova a camminare per una strada liminare tra il bosco e la città, con lei è la madre, arrivate a un bivio la strada a destra va verso il centro abitato, a sinistra nel bosco. Proseguono verso il bosco e arrivano a una radura al centro della quale vedono, con spavento, un irsuto cinghiale. Vincendo la paura la giovane gli si avvicina e lo vede ingigantirsi. Sulla schiena dell’animale ci sono tracce di ruote di macchina come cicatrici. Lei si rende conto che da questa tremenda dissacrazione può nascere una nuova possibilità. Nei commenti ci rendiamo conto che l’animale sacro della grande madre terra, il suo furore selvaggio porta i segni di una civiltà violenta che lo ha calpestato ma che non lo ha ancora distrutto a patto che se ne regga il furore e il terrore che ne deriva.</p>
<p>Nel secondo sogno si trova in una foresta amazzonica aggrappata ad un tronco d’albero che sta andando alla deriva in uno spazio d’acqua senza fine. L’albero sradicato non ha più l’aggancio con la terra e non è più in grado, come nelle tradizioni amazzoniche, di reggere il cielo. Ci rendiamo conto insieme che il tremendo è rappresentato proprio da questo, come se l’albero, nella sua funzione di axis mundi, capace di collegare acqua, terra e cielo, si fosse sradicato e scivolasse in una liquida deriva senza orizzonti.</p>
<p>Non crediamo sia necessario commentare queste tremende immagini che perfettamente descrivono il pericolo che su tutti noi incombe di diventare esseri alla deriva delle nostre emozioni, disorientati come naufraghi in un gigantesco infinito mare. Ma continuare a pensare, il tenerci forte all’albero ci permetterà di arrivare a un nuovo approdo in cui noi, diversi, consapevoli della follia di cui siamo capaci, quando titanicamente non rispettiamo più i limiti e i confini che la madre terra ci impone, ci chiederemo chi vogliamo essere ora.</p>
<p><strong>Testo tratto da: <a href="http://www.astrolabio-ubaldini.com/scheda_libro.php?libro=1495">Rivista di Psicologia Analitica Nuova Serie, Volume 101/2020, n. 49</a></strong></p>
<p><strong>Camilla Albini Bravo è Psicologa Analista, membro ordinario A.I.P.A. e I.A.A.P. con funzioni didattiche – Roma e Pistoia</strong></p>
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		<title>Appunti su L’iris selvatico e Averno di Louise Glück</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2021 06:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ho incontrato per la prima volta le poesie di Louise Glück nell’antologia Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006) curata da Elisa Biagini.  In seguito, grazie a piccoli editori, sono apparsi in italiano due libri: L’Iris selvatico (Giano, 2003); e Averno (Libreria ed Editrice Dante &#38; Descartes, 2019). Entrambi ci arrivano  nella traduzione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Ho incontrato per la prima volta le poesie di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/30/da-a-village-life/"><strong>Louise Glück</strong></a> nell’antologia <em>Nuovi poeti americani</em> (Einaudi, 2006) curata da <strong>Elisa Biagini</strong>.  In seguito, grazie a piccoli editori, sono apparsi in italiano due libri: <strong><em>L’Iris selvatico</em> </strong>(Giano, 2003); e <strong><em>Averno</em></strong> (Libreria ed Editrice Dante &amp; Descartes, 2019). Entrambi ci arrivano  nella traduzione di <strong>Massimo Bacigalupo</strong>. Quando nell’autunno del 2020 vince il Nobel, <a href="https://www.ilsaggiatore.com/autori/gluck/">il Saggiatore decide di riproporre i due libri già pubblicati</a> e acquista i diritti per le altre sue opere.</p>
<p>Lo scritto che segue si compone di appunti sulle due opere disponibili in italiano, entrambe percorse dalle forze opposte di estraniamento e riconciliazione. Continuamente i protagonisti delle poesie sono estraniati da qualcosa di promesso o sfiorato in un’età indefinibile; continuamente viene tentata la riconciliazione fra l’ora e l’eterno, la terra e la mente, l’amore e la completezza. Ma anche queste categorie sono illusioni, che Louise Glück rivela mettendole in scena. La sua parola si affila senza compiacimento, colloquiale e assertiva.</p>
<p>Ne <strong><em>L’Iris selvatico</em></strong>, ci troviamo in un giardino, che è sia il giardino dove la poetessa, il marito e il figlio coltivano fiori e piante, sia una copia del Giardino da cui l’umanità è stata esiliata secondo il libro della Genesi.  Parlano i fiori, che sembrano capaci di scrutare nel tempo remoto e futuro. Da dove viene questo dono profetico, la loro parola fredda come acqua da una pietra?<br />
Ci risponde la poesia di apertura:</p>
<blockquote><p>È terribile sopravvivere<br />
come coscienza<br />
sepolta nella terra scura.<br />
(&#8220;L&#8217;iris selvatico&#8221;)</p></blockquote>
<p>Il bulbo è l&#8217;oscurità della terra, dove il ciclo vitale convive con il presentimento della fine, lo incarna, portandolo alla luce. I fiori sbocciano in bellezza perché la morte li sorveglia da vicino; la loro ignoranza è una sapienza più duratura di quella dell’umano che li coltiva o li estirpa, come un dio ordinante nel microcosmo. Così in “Viole” incontriamo l’anima in pochi versi chiari e lapidari:</p>
<blockquote><p>in tutta la tua grandezza non sapendo<br />
nulla della natura dell’anima,<br />
che è di non morire mai: povero dio triste,<br />
o non ne hai mai una<br />
o non ne perdi mai una.</p></blockquote>
<p>Mentre in “Zizzania” attraverso il tema del capro espiatorio si espongono le illusioni di potenza. La prospettiva della pianta rovescia quella del giardiniere che cerca di preservare quanto ama, stabilendo regole di sopravvivenza: meri capricci, guardati dal basso, dal silenzio dell’erba che ritrova sempre la via per tornare.</p>
<blockquote><p>Non era fatta<br />
per durare sempre nel mondo reale.<br />
Ma perché ammetterlo quando puoi continuare<br />
a fare come sempre fai,<br />
dolerti e incolpare,<br />
sempre le due cose insieme.</p>
<p>Non mi serve la tua lode<br />
per sopravvivere. Ero qui prima,<br />
prima che tu fossi qui, prima<br />
che tu abbia mai piantato un giardino</p></blockquote>
<p>La dignità fiori tuttavia non si oppone al linguaggio umano. Al contrario compie un’azione di pulizia, libera da pregiudizi e armature costruite negli anni, per restituire agli esseri umani un posto nel giardino. Come i fiori interrogano l’uomo e la donna che se ne prendono cura, così i due redivivi Adamo ed Eva, si rivolgono al giardiniere-dio, che li ha cacciati dal Giardino primordiale. All’alba e alla sera, nelle poesie che si ripetono in serie sotto i titoli di “Mattutino” e “Vespro”, si svolge il dialogo con il creatore, oscillando fra la preghiera e la sfida aperta. Al divino e alla pretesa del controllo risponde un cieco desiderio di essere al mondo, più che di ricevere, infine, giustizia.</p>
<blockquote><p>Volevate nascere<br />
Vi ho lasciato nascere<br />
(“Fine dell’Inverno”).</p></blockquote>
<p>Quel desiderio che spinge a cercare amore dove non si trova che precarietà.</p>
<blockquote><p><strong>Mattutino</strong></p>
<p>Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo<br />
esiliati dal cielo, creasti<br />
una replica, un luogo in un certo senso<br />
diverso dal cielo, essendo<br />
pensato per dare una lezione: altrimenti<br />
uguale  ̶  la bellezza da entrambe le parti, bellezza<br />
senza alternativa  ̶  Solo che<br />
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,<br />
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono<br />
anni di oscurità; facemmo a turno<br />
a lavorare il giardino, le prime lacrime<br />
ci riempivano gli occhi quando la terra<br />
si appannò di petali, qui<br />
rosso scuro, là color carne  ̶<br />
Non pensavamo mai a te<br />
che stavamo imparando a venerare.<br />
Sapevamo solo che non era natura umana amare<br />
solo ciò che restituisce amore.</p></blockquote>
<p>La conversazione si dipana dai fiori all’umano a dio e di nuovo rimanda ai fiori, detentori di un segreto manifesto, mentre il divino viene spinto in un margine estraneo: esiste, ma non ha davvero a che vedere con noi. Esiste, ma non possiede le risposte alle nostre inquietudini.</p>
<blockquote><p>Dubito<br />
Tu abbia un cuore, nel senso che intendiamo<br />
Noi.<br />
(“Vespro”)</p></blockquote>
<p>Così il giardino è testimone dell’incontro fra l’uomo e la donna, evento che li avvicina nella reciproca tensione affettiva, mentre li corrompe nel destino.</p>
<blockquote><p>persino qui, persino all’inizio dell’amore,<br />
la sua mano lasciando la faccia di lui si compone<br />
un’immagine di separazione<br />
e pensano<br />
che sono liberi di ignorare<br />
questa tristezza.<br />
(“Il giardino”)</p></blockquote>
<p>L’unità è consapevolezza di una continua separazione, di una ricerca frammentata in molte vite, dimenticanze, incomprensioni, illusioni di purezza e compimento. Eppure i fiori sollevano la testa, risplendono, se amiamo, ci consegniamo come bulbi l’una all’oscurità dell’altro. Il cerchio è chiuso.</p>
<blockquote><p>Zitto, amore. Non mi importa<br />
quante estati vivo per ritornare:<br />
in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità.<br />
Ho sentito le tue due mani<br />
Seppellirmi per sprigionare il suo splendore.<br />
(“I gigli bianchi”)</p></blockquote>
<p>Dal giardino ci spostiamo nella provincia di Napoli, presso le rive del lago vulcanico Averno, uno degli accessi al mondo infero, secondo la tradizione greco-romana. Averno significa assenza di uccelli. Si dice che essi non potessero abitare questo luogo a causa di esalazioni tossiche. Ma gli uccelli della poesia d’apertura, “Migrazioni notturne”, sono soprattutto l’anima che fugge altrove, si distacca dal corpo e dalla terra, diventa inconoscibile, quando la morte sopraggiunge. L’anima che scende nell’oltretomba  appartiene sia a una qualsiasi donna (o uomo), sia a Persefone (la fanciulla, la figlia, l&#8217;errante), rapita dal dio dell’inferno. Nelle poesie del libro <em><strong>Averno</strong></em> la narrazione mitica si mescola alle vicende quotidiane della protagonista: una donna che ricorda la ragazza che è stata, da cui è stata estraniata, ben prima che dal tempo, dall’anima.  Quell’anima che compie atti irreparabili, seguendo il divino nel fondo, perché si innamora &#8211; o viene rapita, fa lo stesso. O ancora, tradotto in termini più pratici, ha vissuto, accettando che quel vivere sia una violenza inflitta all&#8217;infanzia, al corpo che non sa niente di sé, alla mente che immagina. E immaginando entra nelle sfide, nei fallimenti, nella perdita, nella morte. Al principio dell’autunno Persefone abbandona la madre. Nel poemetto ottobrino si legge:</p>
<blockquote><p>La violenza mi ha cambiato.<br />
Il mio corpo è diventato freddo come i campi spogli;<br />
ora c’è solo la mia mente, cauta e guardinga,<br />
con la sensazione di essere messa alla prova.<br />
(“Ottobre”)</p></blockquote>
<p>Affacciarsi sul lago che è specchio e porta, corrisponde al passaggio dal risiedere in un posto sicuro al vagare di luogo in luogo, di persona in persona, perdendo a piccoli brani un’interezza che non c’è mai stata.</p>
<blockquote><p>è la terra<br />
«casa» per Persefone? Lei è a casa, plausibilmente,<br />
nel letto del dio? È<br />
a casa in nessun luogo?<br />
E poco più avanti:</p>
<p>Dicono<br />
Che c’è una spaccatura nell’anima umana<br />
che non fu costruita per appartenere<br />
interamente alla vita<br />
(“Persefone l’errante”)</p></blockquote>
<p>A chi appartiene l’anima? Si potrebbe rispondere alla soglia, dove le esistenze del mondo non si attardano mai troppo a lungo, trascorrono  in un colpo di vento.</p>
<blockquote><p>Il mondo<br />
è nel flusso, quindi<br />
illeggibile, i venti che girano,<br />
le placche terrestri che girano e scorrono invisibilmente –<br />
(“Prisma”)</p></blockquote>
<p>E perché non è possibile mantenere o raggiungere l’interezza? Si ricorderà che Persefone è dibattuta fra l’amore del dio e l’amore materno: dalla madre ha avuto tutto, dal dio è stata privata di tutto. Ma questa privazione significa l’esserne amata e scoprire di poter amare, accettando di avere identità instabili, essere materia sognante, in movimento.</p>
<blockquote><p>Come uno scudiero che vuole<br />
servire un grande guerriero, l’anima<br />
voleva parteggiare per il corpo.</p>
<p>Si volse contro il buio,<br />
contro le forme di morte<br />
che riconosceva.</p>
<p>Da dove viene la voce<br />
che dice supponiamo che la guerra<br />
sia male, che dice</p>
<p>supponiamo che il corpo ci abbia fatto questo,<br />
abbia creato in noi la paura dell’amore  ­­̶<br />
(“Lago vulcanico”)</p></blockquote>
<p>Forse l’amore che ci scuote è un passo più spedito verso la dissoluzione, un passo che supera soglie invernali, e nel farlo provoca fratture.</p>
<blockquote><p>Il tempo passava, trasformando tutto in ghiaccio.<br />
Sotto il ghiaccio, il futuro si agitava.<br />
Se ci cadevi dentro eri morto.<br />
(“Paesaggio”)</p></blockquote>
<p>Il ghiaccio del lago si restringe a &#8220;intuizione raggelante” che in “Un mito di innocenza”, fa comprendere alla fanciulla Persefone il prezzo dell’amare: sentirsi incompleti e invasi dall’altro. Da quel momento non si può che seguire quel compagno temuto e desiderato, senza per questo acquisire saggezza. Al contrario l’innocenza è lo strano risultato dell’ignoranza, dell’immaginazione e della fede.</p>
<blockquote><p>La ragazza che scompare dal lago<br />
non ritornerà mai. Ritornerà una donna,<br />
cercando la ragazza che era.</p>
<p>Si ferma presso il lago dicendo, di tanto in tanto,<br />
<em>sono stata rapita</em>, ma suona<br />
sbagliato per lei, niente come ciò che sentiva.<br />
Poi dice, <em>non sono stata rapita</em>.<br />
Poi dice, <em>mi sono offerta, volevo</em><br />
<em>fuggire dal mio corpo</em>. Anche, a volte,<br />
<em>l’ho voluto</em>. Ma l’ignoranza<br />
non può volere la conoscenza. L’ignoranza<br />
vuole qualcosa di immaginato, che crede esista.</p></blockquote>
<p>L&#8217;ignoranza è anche speranza che questa fede sia condivisa quale reciproca devozione. In una delle poesie più belle del libro, la Glück presenta le ragioni del dio, cioè dell’amore, travestito da morte. Fa risuonare magnificamente il sentimento in una verità che infrange ogni promessa felice.</p>
<blockquote><p>Una luce soffusa si alza sopra la distesa del prato,<br />
dietro il letto. Egli la prende tra le braccia.<br />
Vorrebbe dire <em>ti amo, niente può farti del male</em></p>
<p>ma pensa<br />
questa è una bugia, quindi alla fine dice<br />
<em>sei morta, niente può farti del male</em><br />
che gli sembra un inizio più promettente, più vero.<br />
(“Un mito di devozione”)</p></blockquote>
<p>Sappiamo dal mito che Persefone deve andare all’inferno per permettere il ciclo delle stagioni, interrompere l’inganno dell’eternità con la vita. Sappiamo anche che non decide: il fato e gli dei decidono per lei. La madre e l’amante si dividono una ragazza che scomparirà senza riuscire a crescere. O il suo crescere sarà un moltiplicarsi di sensi di colpa, inadeguatezza, un vago disagio per aver tradito qualcuno o qualcosa che la amava. Ma chi, di preciso? La casa infantile? La casa nuziale? Chi l’ha nutrita? Chi l’ha desiderata? E Persefone cosa desidera?<br />
Forse desidera soltanto che gli uccelli volati via tornino, non come anime, come finzione, messa in scena mitica, ma come loro stessi. Desidera uno sguardo disincantato. Desidera che il volo non sia una fuga, ma una sospensione nel cielo. Una tregua.</p>
<blockquote><p><strong>Tordo</strong></p>
<p>La neve cominciò a cadere, sulla superficie di tutta la terra.<br />
Questo non può essere vero. Eppure sembrava vero,<br />
cadeva sempre più fitta su tutto ciò che potevo vedere.<br />
I pini divennero vitrei dal ghiaccio.</p>
<p>Questo è il luogo di cui ti ho detto,<br />
dove ero solita andare di notte per vedere i merli dalle ali rosse,<br />
che qui chiamano <em>tordi</em>,<br />
barlume rosso della vita che scompare –</p>
<p>Ma per me – penso che il mio senso di colpa significhi<br />
che non ho vissuto tanto bene.</p>
<p>Qualcuno come me non evade. Penso che per un po’ dormi,<br />
poi scendi nel terrore della vita che verrà<br />
solo che</p>
<p>l’anima assume qualche forma diversa,<br />
più o meno cosciente di prima,<br />
più o meno avida.</p>
<p>Dopo molte vite, forse qualcosa cambia.<br />
Penso che alla fine quello che vuoi<br />
sarai in grado di vederlo –</p>
<p>Allora non hai più bisogno<br />
di morire e ritornare ancora.</p></blockquote>
<p>Guardare per breve momento la grazia delle vite che non sono simbolo di nulla, che non incolpano di nulla né chiedono ragione. Prima di dimenticare, ancora, sulla terra fiorita o nel gelo dell’altromondo. Ricominciare il conflitto. Errare.</p>
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