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	<title>Archivio dell&#8217;Olocausto di Bad Arolsen &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 08:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br /> 
In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l’ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in Aldo Pucher, di Giancarlo Puecher...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/T_let00_17bis.php_.jpg" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></center><br />
<center><small> ⇨ <a href="http://www.italia-liberazione.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=211&#038;doc=122&#038;testo=2#" target="_blank" rel="noopener"><strong>prima facciata dell’ultima lettera scritta da Giancarlo Puecher </strong></a></small></center></p>
<p>&nbsp;&nbsp;di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo tardo Novembre di governi e valori al tramonto, le sorprese non finiscono mai, ma l&#8217;ultima cosa che mi sarei aspettata era di trovare, citato su <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 14 novembre scorso, il nome, per di più storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong>, partigiano, Prima Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare della Resistenza, fucilato a vent&#8217;anni, il 23 dicembre 1943 dai miliziani della Repubblica di Salò, e non in un articolo sulla Resistenza, sul valore della memoria, ma, accusato di un omicidio che non ha mai commesso, in un&#8217;intervista di <strong>Luca Telese</strong> ad <strong>Alessandro Sallusti, </strong>direttore del <em>Il giornale</em>, sobriamente intitolata ⇨ <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/14/alessandro-sallusti-%E2%80%9Ci-topi-scappanoper-il-dopo-c%E2%80%99e-solo-marina%E2%80%9D/76833/" target="_blank" rel="noopener"><strong>I topi scappano. Per il dopo c’è solo Marina</strong></a>, in cui si promuove l&#8217;investitura di Marina Berlusconi a futuro premier del sultanato Italia, come se ormai anche il potere politico si potesse trasmettere per via dinastica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo scopo, il modo, la strumentalizzazione e le falsità storiche con cui <strong>Giancarlo Puecher</strong> viene chiamato in causa sono un vero e proprio <em>vulnus</em> alla sua memoria e alla sua figura luminosa.  Bisogna in qualche modo rimediare. Ristabilire la verità. <span id="more-37270"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo storpiare i nomi è il primo, sottile, vigliacco, metodo di infangare, in certi ambienti, odioso, se fatto intenzionlamente, come una pugnalata alle spalle, ma doppiamente insopportabile se fatto per ignoranza o incuria e nei confronti di una persona scomparsa. Un giornalista serio, prima di lasciar sbandierare nomi e fatti tanto gravi, ha il dovere di controllare ciò che pubblica, almeno per quel che riguarda l&#8217;ortografia. Non è difficile, basta, in mancanza di meglio, consultare <strong>Wikipedia</strong>, l&#8217;oracolo con un click di questi tempi bui.<br />
[ <em>copio e incollo con non lieve disgusto la parte dell&#8217;articolo che riguarda mio zio Giancarlo &#8211; compresa la paccottiglia del viso quasi scultoreo &#038; penombra &#038; maglione esistenzialista a girocollo &#038; la divisa del weekend &#8211; forse usata nell&#8217;impresa retorica quasi impossibile di rendere &#8220;simpatico&#8221; e alla mano l&#8217;intervistato</em> ]</p>
<blockquote><p>E poi, a fine intervista, Alessandro Sallusti mi gela il sangue con un ricordo che innesca un cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi: “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”.  Curioso. Il tono è ironico, il viso del direttore del Giornale, invece, sembra diventare quasi scultoreo, nella penombra nella saletta del lussuoso Hotel Park Hyatt dove ci siamo rifugiati per una lunga intervista. “Vedi, ti devo raccontare una storia della mia vita che nessuno conosce, nemmeno Giampaolo Pansa, neanche Vittorio Feltri”. Quale? “Scoprii solo da studente, su un libro scolastico della Laterza, che mio nonno, Biagio, tenente colonnello sulla piazza di Como, finito a Salò senza essere stato fascista, era stato fucilato dai partigiani”.<br />
Resto un attimo con il respiro in gola. Fino un attimo prima stavamo parlando di Feltri, di Fini, del Cavaliere, della crisi… Sallusti continua: “Mio padre questa storia non me l’aveva mai raccontata. Non certo per pudore. Per proteggermi. E invece scoprivo che dopo quattro vigliacchi rifiuti dei suoi superiori di grado, perché la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte, mio nonno aveva accettato di dirigere il tribunale che doveva giudicare Aldo Pucher, partigiano accusato per l’omicidio del federale Aldo Resega. Mio nonno salvò gli altri sei imputati, ma fu fucilato per quell’unica esecuzione. Curioso vero? Ma era la legge della guerra. Scoprii, e oggi quel dialogo è nei libri di storia, che il giorno prima della ritirata nella ridotta della Valtellina, mio nonno aveva chiesto a Mussolini di non scappare”. Chiedo: “Sarebbe cambiato qualcosa sull’esito della guerra?”. Sallusti prende un respiro: “Ovviamente no. Ma se avesse seguito quel consiglio non avremmo le foto del Duce travestito da soldato tedesco”. Pausa. Non vola una mosca. Sorriso: “Per questo spero che Berlusconi non si ritiri”.<br />
Pensavo di fare un’altra intervista. Raccontare ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultraberlusconismo e uno dei suoi campioni. Quando Sallusti va in tv sono sciabolate per tutti, colpi micidiali, affondi sotto la cintura, pronunciati con serafica tranquillità. In questa intervista, invece, la teleadrenalina non c’è, ma piuttosto una leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche. Sallusti ha il maglione esistenzialista a girocollo, la divisa del weekend.</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Telese, anche a me si <em>gela il sangue</em> e di più, ma nel leggere il nome, storpiato in <em>Aldo Pucher</em>, di <strong>Giancarlo Puecher</strong> in un contesto simile. E <em>resto un attimo con il respiro in gola</em>.  Anzi ben  più di un attimo, sarà che son più sensibile. Invece non ho avvertito alcuna <em>leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche</em> e le assicuro che non mi si <em>innesca alcun cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi</em>. Fra uomini che hanno combattuto eroicamente e pagato ieri, perché ci sia in questo triste paese un oggi democratico, mai così insidiato, fra <strong>Giancarlo Puecher</strong> e le mezze figure del passato e quelle attuali, ugualmente chine al potere e che ancora si arrabattano tra falsità e strampalate teorie, non c’è alcuna possibilità di raffronto e alcun legame. E&#8217; davvero rischioso fare le interviste nella penombra e nelle salette degli hotel lussuosi, meglio accendere la luce e andare al Bar Sport, dove vola qualche mosca in più. Quando è stagione e c&#8217;è <em>materia</em> per attrarne l&#8217;interesse.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paragone fra il Duce che, nonostante i preziosi consigli di nonno Biagio, scappa travestito da tedesco e Berlusconi che si dimette è quasi una specie di imbarazzante autogol. Al massimo oggi ne reggerebbe uno con un Napoleone, con bandana al posto della feluca, in esilio su di un&#8217;isoletta di qualche paradiso fiscale tropicale, allietato dal suo menestrello melodico personale e con scorta di escort per lo svago e il giusto riposo del guerriero.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Provo umanamente pena e pietà per le vittime che caddero dalla <em>parte sbagliata</em>, per il dolore dei loro congiunti, ma questo non elimina il giudizio della storia su quella parte e sulle sue colpe,  <em>à la guerre comme à la guerre</em> varrà in un torneo cavalleresco fra paladini, applicato ai milioni di vittime e alle stragi della Seconda Guerra Mondiale suona un po&#8217; troppo generico, assolutorio e sdoganante. L&#8217;Italia è un paese che i conti con il fascismo non li ha voluti e saputi mai fare fino in fondo e chiunque può fare della verità storica una materia molle e fumosa da plasmare a proprio uso e consumo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando Sallusti dice “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”, non si capisce davvero cosa intenda. Oggi non ci sono più i tribunali speciali e i processi sommari, la pena di morte, e si possono persino fare le leggi per evitarli i processi e avere l&#8217;impunità anche se colpevoli. Si possono fare in tv le fiction come <em>Il peccato e la vergogna</em>, con il nazista buono perchè innamorato speranzoso e il fascista cattivo e perverso in quanto innamorato deluso. Cosa teme Sallusti? Al massimo si prende un <em>vada a farsi fottere</em> da D&#8217;Alema e tutti si indignano e gli chiedono scusa. Lui e i suoi datori di lavoro non si sentiranno mica come i miliziani quando <em>la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte</em>?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher</strong>, punto di riferimento di un gruppo di giovani che in Brianza si stavano organizzando in una formazione partigiana ancora <em>in nuce</em>, e che si era <em>macchiata</em> fino allora solo di qualche sabotaggio e sequestro di mezzi e benzina, fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il federale di Milano Aldo Resega, che Sallusti, senza storpiarne il nome, nomina, fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre <strong>Giancarlo Puecher</strong> era già in prigione e da più di un mese.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Giancarlo Puecher non fu accusato nè processato per alcun omicidio.</strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando il 20 dicembre fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui <strong>Giancarlo Puecher</strong>. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per <em>aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell&#8217;ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato</em>.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l&#8217;effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell&#8217;Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/27/ascoltando-un-sopravvissuto-di-varsavia-di-arnold-schoenberg/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio nonno Giorgio Puecher Passavalli</strong></a>, dopo la fucilazione del figlio fu arrestato e tradotto nel campo di concentramento di Fossoli e poi a Mauthausen, da dove non tornò più. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/25/dalle-belle-citta-date-al-nemico/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mio padre Virginio</strong></a>, allora sedicenne, fu costretto a rifugiarsi esule in Svizzera.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Trascrivo qui l’ultima lettera di Giancarlo e le motivazioni della sua Medaglia d’Oro, per dovere di verità e di memoria, per oppormi fermamente a questa macchina del fango retroattiva che tenta di strumentalizzare e di mettere sullo stesso piano figure inconciliabili, ma anche perché in questo momento in cui etica e dignità sono continuamente calpestate, fa bene al cuore leggerle, con le parole antiche, desuete, forse, con i loro valori alti, oggi quasi inconcepibili, con l&#8217;ingenuo desiderio del riconoscimento dei valori militari e sportivi, con i teneri lasciti dei beni personali. E <em>l&#8217;anello d’oro ricordo della povera mamma</em>, una pietra bianca e una blu su cerchietto semplice, sta ancora qui e nessuno l&#8217;ha mai più indossato.  </p>
<blockquote><p>21 dicembre 1943</p>
<p>Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.<br />
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.<br />
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.<br />
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.<br />
Viva l’Italia.<br />
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.<br />
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.<br />
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.<br />
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.<br />
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.<br />
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.<br />
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.<br />
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.<br />
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.<br />
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.<br />
Baci a tutti<br />
Giancarlo Puecher Passavalli<br />
&nbsp;<br />
<small>[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&#038;doc=122&#038;testo=2&#038;lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]</small></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
dal sito <a href="http://www.quirinale.it/elementi/DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=45604" target="a_blank" rel="noopener"><strong>www.quirinale.it</strong></a></p>
<blockquote><p>Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con l’esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana. —  Como &#8211; Erba, 9 settembre &#8211; 23 dicembre 1943.
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ascoltando &#8220;Un sopravvissuto di Varsavia&#8221; di Arnold Schoenberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 07:00:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Saskia Boddeke]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br />"A survivor from Warsaw", composto da Schoenberg dall’esilio americano, captando con un oceano di mezzo lo spirito terribile della prima metà del novecento europeo, immaginandolo nelle minime pieghe di sofferenza, come e più che se le avesse vissute in prima persona nei suoi minuti istanti, traccia un brivido che sale quasi senza volerlo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center></p>
<div style="width:700px;"><iframe loading="lazy" width="640" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/EWsQtw78f9c?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:15pt; font-family: Times New Roman"><strong>Un sopravvissuto di Varsavia</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra</em><br />
Testo e Musica di <strong>Arnold Schoenberg</strong><br />
op. 46  [ 11 &#8211; 23 agosto 1947 ]</span></p>
<p align="center"><a href="http://www.piano.ru/scores/schen/schen-wars.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Spartito</strong> in PDF</a></p>
<p align="center"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"> Video di <strong><a href="http://video.google.it/videosearch?q=Saskia%20Boddeke&#038;oe=utf-8&#038;rls=org.mozilla:en-US:official&#038;client=firefox-a&#038;um=1&#038;ie=UTF-8&#038;sa=N&#038;hl=it&#038;tab=wv#client=firefox-a&#038;emb=0&#038;hl=it&#038;q=Saskia+Boddeke+Peter+Greenaway&#038;view=3" target="_blank" rel="noopener">Saskia Boddeke &#038; Peter Greenaway</a></strong></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:500px"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">I cannot remember everything.<br />
I must have been unconscious most of the time.<br />
I remember only the grandiose moment<br />
when they all started to sing, as if prearranged,<br />
the old prayer they had neglected for so many years<br />
the forgotten creed!<br />
But I have no recollection how I got underground<br />
to live in the sewers of Warsaw for so long a time.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:11pt; font-family: Times New Roman"><em>Non posso ricordare ogni cosa<br />
Devo essere rimasto privo di conoscenza il più del tempo.<br />
Ricordo soltanto il grandioso momento<br />
quando tutti cominciarono a cantare,<br />
come si fossero messi d&#8217;accordo prima,<br />
l’antica preghiera trascurata per così tanti anni<br />
il credo dimenticato!<br />
Ma non ho memoria di come riuscii sotto terra<br />
a vivere nelle fogne di Varsavia, per un tempo così lungo.</em></span></p>
<p><span id="more-29082"></span><br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">The day began as usual:<br />
reveille when it still was dark.<br />
Get out! &#8211; Whether you slept<br />
or whether worries kept you awake<br />
the whole night.<br />
You had benn separated from your children,<br />
from your wife, from your parents;<br />
you don&#8217;t know what happened to them &#8211;<br />
how could you sleep?<br />
The trumpets again &#8211; Get out!<br />
The sergeant will be furious!<br />
They came out; some very slow;<br />
the old ones, the sick ones;<br />
some with nervous agility.<br />
They fear the sergeant.<br />
They hurry as much as they can.<br />
In vain! Much too much noise,<br />
much too much commotion &#8211; and not<br />
fast enough! The Feldwebel shouts<br />
&#8220;Achtung! Stillstanden!<br />
Na wird&#8217;s mal? Oder soll ich mit dem<br />
Gewehrkolben nachhelfen?<br />
Na jutt; wenn ihr&#8217;s durchaus haben wollt!&#8221;<br />
The sergeant and his subordinates<br />
hit everybody: young or old, strong or sick,<br />
quiet or nervous, guilty or innocent.<br />
It was painful to hear them groaning<br />
and moaning. I heard it though<br />
I had been hit very hard,<br />
so hard that I could not help<br />
falling down. We all on the ground,<br />
who could not stand up were then<br />
beaten over the head.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 120px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Il giorno cominciò come al solito:<br />
sveglia quando era ancora buio.<br />
Venite fuori – Sia che dormiste<br />
o che le preoccupazioni vi tenessero svegli<br />
per tutta la notte.<br />
Eravate stati separati dai vostri bambini,<br />
da vostra moglie, dai vostri genitori;<br />
non sapevate che cosa era accaduto a loro<br />
– come potevate dormire?<br />
Le trombe ancora  – Venite fuori!<br />
Il sergente sarà furioso!<br />
Vennero fuori; alcuni molto lenti;<br />
quelli vecchi, quelli ammalati;<br />
alcuni con agilità nervosa.<br />
Temono il sergente.<br />
Si affrettano più che possono.<br />
Invano! Molto troppo rumore,<br />
molta, troppa confusione – e non<br />
svelti abbastanza! Il sergente urla:<br />
Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo?<br />
O devo aiutarvi io con il calcio del fucile?<br />
E va bene; se è proprio questo che volete!”<br />
Il sergente e i suoi sottoposti<br />
colpivano tutti; giovani o vecchi, sani o malati<br />
calmi o nervosii, colpevoli o innocenti.<br />
Era doloroso sentirli gemere<br />
e lamentarsi. Sentivo tutto sebbene<br />
fossi stato colpito molto forte,<br />
così forte che non potei evitare.<br />
di cadere. Noi tutti al suolo,<br />
chi non poteva reggersi in piedi<br />
era allora colpito sulla testa.</em></span></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">I must have been unconscious.<br />
The next thing I knew was a soldier<br />
saying: &#8220;They are all dead&#8221;,<br />
whereupon the sergeant ordered<br />
to do away with us.<br />
There I lay aside half-conscious.<br />
It had become very still &#8211; fear and pain.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Devo essere rimasto privo di conoscenza.<br />
La prima cosa che percepii fu un soldato<br />
che diceva: “Sono tutti morti”,<br />
al che il sergente ordinò<br />
di sbarazzarsi di noi.<br />
Io giacevo da una parte – mezzo svenuto.<br />
Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore.</em></span></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"></p>
<p align="justify">Then I heard the sergeant shouting: &#8220;Abzählen!&#8221;<br />
They started slowly and irregularly:<br />
one, two, three, four &#8211; &#8220;Achtung!&#8221;<br />
the sergeant shouted again, &#8220;Rascher!&#8221;<br />
&#8220;Nochmal von vorn anfangen!<br />
In einer Minute will ich wissen,<br />
wieviele ich zur Gaskammer abliefere!<br />
Abzählen!&#8221;.<br />
Then began again, first slowly: one,<br />
two, three, four, became faster<br />
and faster, so fast that it<br />
finally sounded like a stampede<br />
of wild horses and all of a sudden,<br />
in the middle of it<br />
they began singing the Shema Ysroël.</p>
<p></span></p>
<p style="padding-left: 80px;" align="justify"><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman"><em>Poi udii il sergente che gridava: “Contateli!”.<br />
Cominciarono lentamente e in modo irregolare:<br />
uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”<br />
il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”<br />
“Cominciate di nuovo da capo!<br />
Fra un minuto voglio sapere<br />
quanti devo mandare alla camera a gas!<br />
Contateli!”.<br />
Ricominciarono, prima lentamente: uno,<br />
due, tre, quattro, poi sempre in fretta,<br />
sempre più in fretta, così in fretta che<br />
alla fine risuonò come un fuggi fuggi<br />
di cavalli selvaggi e all’improvviso<br />
nel mezzo di questo<br />
essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Shema Ysroël<br />
Adonoi, Elohenu,<br />
Adonoi echod;<br />
Vehavto et Adonoi elohecho<br />
bechol levovcho,<br />
uvchol nafshecho<br />
Uvchol meaudecho.<br />
Vehoyù had e vorim hoéleh<br />
asher onochi metsavacho<br />
hajom al levovechò<br />
veshinantòm levonechò<br />
vedibarto bom<br />
beschitechò, bevetecho<br />
uv&#8217;lechetecho vadérech<br />
uvshochbecho<br />
evkumechò.</span></p>
<p><span style="font-size:12pt; font-family: Times New Roman" align="center"><em>Ascolta Israele,<br />
il Signore è il Dio nostro,<br />
il Signore è uno.<br />
Amerai il Signore tuo Dio<br />
con tutto il tuo cuore<br />
con tutta la tua anima<br />
e con tutte le tue forze.<br />
e saranno queste parole<br />
che io ti comando oggi,<br />
sul tuo cuore<br />
le ripeterai ai tuoi figli<br />
e ne parlerai con loro,<br />
stando nella tua casa<br />
camminando per la via,<br />
quando ti coricherai<br />
e quando ti alzerai.</em></span></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="center">[ <em>all&#8217;arte che sa essere nervo scoperto, </em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>monito&#038;memoria</strong></a><br />
<em>alle vittime di tutte le dittature</em><br />
<em>a mio nonno</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=600,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2009/03/19/da-cenere-oro/#footnote_0_14749" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>Giorgio</strong></a> <em>(Mauthausen)</em><br />
<em>e alla prozia</em> <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=550,height=700,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/2009/01/27/cercando-primavere-di-viole/" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>Alice</strong></a> <em>(Ravensbrück)</em><br />
con il <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=450,height=450,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/triangolo-rosso.png" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>triangolo rosso</strong></a><em> dei politici</em> <em>cucito sul petto</em><br />
<em>radici strappate del mio albero</em> ]</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman"><em>A survivor from Warsaw</em>, composto da Schoenberg dall’esilio americano, captando con un oceano di mezzo lo spirito terribile della prima metà del novecento europeo, immaginandolo nelle minime pieghe di sofferenza, come e più che se le avesse vissute in prima persona nei suoi minuti istanti, traccia un brivido che sale quasi senza volerlo. La prima rappresentazione ad Albuquerque nel ‘48 fu accolta, dopo l’ultima nota, da un lunghissimo silenzio, lo si dovette eseguire una seconda volta per scuotere il pubblico dall’attonita sensazione di gelo e di meditazione.<br />
Il racconto della giornata nel ghetto, le semplici parole del testo, le domande urlate, il tedesco ostile, aspro, degli aguzzini sono vivi davanti a chi ascolta. Così lo stato di non coscienza per le percosse, quasi rifugio all’incomprensibilità di tanta paura e dolore. Il procedere ritmico della musica sottolinea il clima emotivo e narrativo con una forza che nessuna parola sarebbe in grado di esprimere. Gli scoppi &#8211; le piccole pause di lirismo turbato &#8211; squilli e dissonanze &#8211; l&#8217;incalzare convulso della conta fino al sollevarsi finale nel canto unisono in ebraico di speranza e fede, andando verso la morte &#8211; la ritrovata identità dimenticata da anni sull’orlo del baratro &#8211; tutto nel breve spazio di sei minuti o poco più.<br />
Un ascolto che non lascia indenni. Cosi le immagini di Saskia Boddeke e Peter Greenaway, che sono state materia per diverse rappresentazioni in giro per i teatri del mondo, immagini che sono esse stesse trama e tessuto narrativo parallelo.<br />
Il lento inabissare di corpi: gli abiti che fluttuano fra le bollicine in un lunghissimo tuffo di annegati, che ancora continua, non ritrovati non restituiti, inceneriti, dispersi che ancora vorticano in quell’abisso affondando, continuando ad affondare. La carne rosa dei corpi che si immaginano invece solo nel lungo bianco e nero del tempo storico. I bambini macilenti, i gesti quotidiani del ghetto, una donna che fa l’uncinetto, stivali e file di soldati. La marionetta di Hitler e il gesto di un vagone chiuso, quasi lubrico di un mezzo sorriso. Visi e visi, capelli, cappelli, occhiali, pose sorridenti di foto ritratto. Acqua per lavare via, che spazza e purifica. La ripetizione di un corpo scheletro che scivola lungo un toboga, un altro di rimbalzo lanciato su di un camion a simulare l&#8217;iterazione, il meccanismo quasi industriale della fabbrica dell’eliminazione nazista. E anche immagini degli olocausti odierni, sempre volti, occhi, implorazioni, Africa, Iraq, Afghanistan e Palestina &#8211; Palestina, sì, anche &#8211; e bambini e bambini, ché la storia non insegna e si perpetua, forse in forme meno vaste per numero, ma con lo stesso identico spirito.<br />
&nbsp;<br />
Per chi ha il fardello di avere fra i suoi cari qualcuno scomparso in un campo di concentramento, per chi è sopravvissuto, non c’è ricorrenza, non serve un giorno della memoria, il ricordo non lascia mai, ed è dolore ma anche desiderio di non dimenticare e di non essere dimenticati, per non tradire il senso del sacrificio, per esserne eredi attraverso le generazioni e trovare parole per dire le cose, per scavare di più le ferite e contemporaneamente medicarle.<br />
La retorica ha sempre buone intenzioni, o forse le buone intenzioni  trovano sempre retorica disponibile: ogni ricorrenza sciorina la serie degli aggettivi per definire quel male, ma la definizione fatica a trovare attributi &#8211; male assoluto &#8211; la sua banalità &#8211; parole che non esauriscono l’incommensurabilità sistematica, capillare, l&#8217;officina del suo attuarsi, la sua geometrica modalità, pari alla disposizione rigorosamente a cardo e decumano delle baracche dei campi.  Gli aggettivi di tipo etico sono inapplicabili, insufficienti, qualsiasi altra cosa a cui lo si paragoni non raggiunge la misura reale. Perché  quel male fu un male minuzioso. Nella sua minuzia, nell’organizzazione logica, esatta, dei particolari sta uno speciale tipo di orrore che non trova requie, più la minuzia è precisa, più aumenta lo sgomento.<br />
Che alle ragazze di Ravensbrück i medici strappassero l’utero da vive per osservarlo è terribile, ma che poi l&#8217;operazione e questi reperti fossero filmati, fotografati  e catalogati, cinque minuti prima di avviarle alla camera a gas, non ha definizione.<br />
Che dire poi della altrettanto maniacale classificazione di insegne sulle divise a righe, che prevedeva e catalogava quel che quell’uomo-numero era, così da definirlo a prima vista, come i gradi di un esercito  analogo e disperato?<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png" alt="cc" width="402" height="558" class="aligncenter size-full wp-image-48314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc.png 402w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/cc-216x300.png 216w" sizes="(max-width: 402px) 100vw, 402px" /></a><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">Di questa minuzia esiste in Germania un preciso riscontro nell’anonima palazzina che ospita l’archivio dell’olocausto, a Bad Arolsen, dove, con altrettanta precisione, dopo la guerra furono raccolti e catalogati tutti i reperti provenienti da tutti i campi nazisti: camion e camion di carte.<br />
Gli aguzzini facevano annotare tutto delle loro vittime, in bella calligrafia su appositi moduli, conservavano anche oggetti, qualora non fossero di valore, occhiali, portafogli vuoti, cose scritte dai deportati. Chi spariva ha lasciato l&#8217;unica traccia in questa vecchie carte pedanti degli archivisti del male. Chilometri e chilometri di scaffali e corridoi di fascicoli, sulle costole le scritte della geografia dei luoghi di sterminio. Ora tutto in via di scannerizzazione e digitalizzazione, aperto al pubblico e consultabile da chiunque lo voglia, i parenti innanzitutto, gli storici e i ricercatori.<br />
L’Italia, per inciso, è stata l’ultima delle nazioni europee a dare il permesso affinché gli archivi fossero consultati non solo dai parenti delle vittime, accampando questioni di privacy, forse per la paura che fra le carte dei singoli casi ci scappassero, magari, i nomi di qualcuno che gli ebrei o i dissidenti aveva denunciato per soldi, per vendetta, e che per anni  ha vissuto con quel segreto indegno. Chissà. Abbiamo la specialità a mantenere i segreti delle stragi, noi. Forse sarà per questo che nell’homepage del sito  </p>
<p align="center"><a href="http://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html" target="_blank" rel="noopener"><strong><big>www.its-arolsen.org</big></strong> </a></p>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: Times New Roman">non c’è da cliccare un BENVENUTI! scritto anche in Italiano, fra le altre lingue europee &#8211; fra Welcome! &#8211; Bienvenue! &#8211; Willkommen! &#8211; Witajcie &#8211; добро пожаловать! &#8211; ברוכים הבאים<br />
&nbsp;<br />
Così la Germania ha trovato il coraggio di uscire dalla sua vergogna storica: con la Verità. Una cosa meritoria, sovvenzionata ampiamente e per la maggior parte ad opera di volontari, che pare incredibile se si pensa che qui da noi l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Bologna fatica a trovare 30000 euro per scannerizzare i faldoni, in via di deterioramento cartaceo di quel processo. Perché “restino”.<br />
L’<strong>ITS di Bad Arolsen</strong>, gestito dalla Croce Rossa Internazionale è luogo di tutte le nazioni europee, zona franca del dolore e della memoria condivisa. Esiste un ufficio anagrafico che stila i certificati di morte dei deportati di cui sia richiesto il riscontro. Al posto del certificato di morte presunta che, non vedendone il ritorno, molti furono costretti a far stilare dai Comuni.<br />
Perché di quel male minuzioso, per chi resta, la caratteristica davvero dolorosa è quella di avere cenotafi, tombe vuote, su cui piangere: non sono tornati e nulla è tornato dei loro resti. Non la civiltà che da Antigone in poi restituisce i corpi del nemico perchè abbiano degna sepoltura e compianto.<br />
&nbsp;<br />
Mio padre era uomo di lunghi silenzi, nei quali pensava a suo padre. Non c’era giorno che non ci pensasse. Una volta credette di riconoscerlo in una foto dietro un filo spinato. Gli nascondemmo a lungo il libro di un sopravvissuto che descriveva la morte di suo padre. Lo trovò e pianse come un bambino. Di stenti morì il nonno: a un certo punto si lasciò andare, non si alzò più e via. E mancavano pochissimi giorni alla liberazione del campo. Come successe per Alice, la zia di mia madre. Sempre di aprile.<br />
Andò ad Auschwitz per delle riprese per <em>L&#8217;istruttoria</em> di Peter Weiss. Quel dolore non trovò mai pace, nei suoi ultimi giorni ne parlava sempre.<br />
Così dopo aver letto di Bad Arolsen &#8211; aperto al pubblico dal 2006 &#8211; ho deciso di scrivere e di avviare la ricerca.<br />
Si fa online, senza formalismi, con un modulo.<br />
Bastano pochissimi dati, nome, cognome, date, campo, nome della moglie, ultimo indirizzo.<br />
E la prima sensazione nel compilarlo è quante cose già non si sanno, non si ricordano, ad una sola generazione di distanza, così vicina, eppure quanti spazi vuoti.<br />
In quel momento nemmeno la data di nascita sapevo, dove trovarla? Metto quel poco che ricordo, pochissimo, e clicco invio.<br />
Dicono che risponderanno in tre mesi nella sollecita, immediata, mail di risposta.<br />
Non ci credo quasi.<br />
Non ci penso più.<br />
Allo scoccare della scadenza arriva un plico del Ministero della Difesa Italiano.<br />
Ci sono poche cose, le fotocopie anastatiche dei moduli che schedarono il nonno nella sua permanenza al campo, uno verdino, molto ordinato, calligrafia da vecchia maestra elementare puntigliosa, con altezza, peso, segni particolari, spostamenti, numero di matricola, un modulo generale dei suoi compagni di blocco di baracche. Una riga nera sopra gli eliminati e uno sgorbietto che pare una croce. Anche sopra il suo. Accanto, nell’apposito spazio, la data e ora di morte.<br />
Il nonno alle 11 di sera, in quegli ultimi momenti della soluzione finale le camere a gas e i forni funzionavano 24 ore su 24.<br />
Faccio una enorme fatica a leggerli, a riprenderli in mano.  Penso agli originali, fra le file di raccoglitori, fra milioni di altri, alle mani per cui sarà passato, alle impronte digitali impresse a qualche scaglia, gocciolina di DNA, polvere &#8211; pollini.<br />
Tutto si fa ancora più concreto e doloroso.<br />
C’è un modulo per avere il certificato di morte.<br />
Ancora non l’ho compilato.<br />
Ancora non riesco a mandarlo.<br />
Credevo fosse importante.<br />
Lo sarà.<br />
Lo farò di certo.<br />
Senza consolazione.<br />
Che cosa sono quelle poche parole, i nomi, le date?<br />
Lo scarno <em>Giorgio Puecher Passavalli arrivato il…</em> contiene tutto quel viaggio sul vagone &#8211; la data e ora della morte momenti che non c&#8217;e nessuno a poter descrivere.<br />
&nbsp;<br />
Ma lo farò anche per la prozia Alice, ora. Di certo.<br />
&nbsp;<br />
Per farli tornare ad essere, anche se solo in un certificato, esistenti, per ridare loro la dignità annientata di persone e non il nulla di numeri su di un avambraccio.<br />
&nbsp;<br />
La cosa più ridicola &#8211; ma è un ridere per non piangere &#8211; la cosa al limite del disdicevole è la lettera di accompagnamento a quel poco che resta del  nonno Giorgio, vergata da un tale ufficiale italiano che, con prestampata cortesia da la notizia che <em>il nostro congiunto è deceduto</em>, e aggiunge un improbabile <em>sentite condoglianze alla vedova</em>, che se solo nel suo ottuso, indelicato, burocratico procedere avesse letto le date, avesse cercato di capire che cosa era la pietosa pratica che stava svolgendo, si sarebbe reso conto che ella avrebbe oggi quasi 120 anni. Ma è volere troppo. Cose così: cose di un paese di distratti e smemorati.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ <em>iniziato a scrivere &#8211; di getto &#8211; per rabbia &#8211; verso le 23 circa del 26 gennaio &#8211; ieri sera &#8211; avrei messo solo Schoenberg &#8211; ma c&#8217;era la tv accesa in sottofondo &#8211; come a volte capita &#8211; e una puntata di Porta a Porta che scorreva un titolone bianco gigantesco &#8211; full screen &#8211; PERDERE 28 CHILI IN 20 SEDUTE &#8211; era ormai il 27 e ancora discettavano di adipi massaggiate e spremute da appositi macchinari &#8211; di diete dopo l&#8217;abbuffata natalizia &#8211; ed era il giorno di ricordare altri corpi che altri chili avevano persi &#8211; così ho scritto e sto correggendo i refusi d&#8217;emozione</em> ]<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</span></span></p>
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