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	<title>assenza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Esporre l&#8217;assenza. La mostra di Sophie Calle a Parigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 06:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani </strong> <br /> C’è sempre qualcosa di poliziesco nei lavori di Calle: la psiche (degli altri, ma sua innanzitutto) si fa terreno d'indagine. Però, se è vero che tre indizi fanno una prova, Calle preferisce sempre trovarne soltanto due, e dalla coincidenza cominciare a ricamare, così come vuole la letteratura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106555" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22.png" alt="" width="439" height="562" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22.png 518w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22-234x300.png 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22-150x192.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22-300x384.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.22-328x420.png 328w" sizes="(max-width: 439px) 100vw, 439px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Lo dice in apertura, Sophie Calle, e in modo chiaro: ciò che le interessa è «exposer l’absence», evocando presenze fantasmatiche, giocando con la dissimulazione, con l’invisibilità.</p>
<p>Tre piani del museo Picasso di Parigi per la mostra <em>À toi de faire, ma mignonne</em>, prorogata fino al 28 gennaio: il primo è dedicato al vedere e contiene a mio avviso la chiave di comprensione dell’opera di Calle, ossia la sua dialettica presenza/assenza. Il percorso si apre con dei “Picasso fantasma”, quadri normalmente in esposizione in questi spazi, ora velati da teli sui quali sono riportate le frasi con cui gli addetti del museo hanno provato a descriverli mentre erano stati prestati ad altre sedi: c’è chi ne ricorda colori e dettagli, chi racconta di emozionarsi nel guardarli, chi pensa solo ai chiodi cui agganciarli. Il telo semi-trasparente che li ricopre lascia indovinare il profilo dei soggetti pittorici: è già un esempio emblematico dell’arte di Calle, della sua poetica del vedo/non vedo.</p>
<figure id="attachment_106556" aria-describedby="caption-attachment-106556" style="width: 447px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-106556" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41.png" alt="" width="447" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41.png 502w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41-235x300.png 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41-150x191.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41-300x382.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-14-alle-23.34.41-329x420.png 329w" sizes="(max-width: 447px) 100vw, 447px" /><figcaption id="caption-attachment-106556" class="wp-caption-text">&#8220;La grande baigneuse au livre&#8221;, visibile qui: https://musees-rouen-normandie.fr/fr/oeuvres/grande-baigneuse-au-livre</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si passa poi ad alcuni dei suoi lavori più famosi: <em>Voir la mer, </em>in cui l’artista ha filmato abitanti di Istanbul, anche anziani, nel momento in cui si ritrovano per la prima volta davanti al mare. Grandi schermi alle pareti di una piccola sala: uomini e donne prima di spalle, sulla riva – li vediamo muoversi appena, una si asciuga lacrime di commozione, in sottofondo il frangersi delle onde. Poi si voltano, guardiamo il riflesso dell’esperienza del mare nei loro occhi: qualcuno è serio, qualcuna sorride, un vecchio buca lo schermo con uno sguardo d’intensità lancinante, come se in quei pochi istanti avesse attraversato oceani e forse secoli. Infine, uno dopo l’altro, scompaiono dallo schermo, lasciando il posto al bianco dell’assenza, con solo la risacca in sottofondo. La potenza evocativa dell’opera colpisce ancor di più se si pensa al rapporto di Istanbul con le sue <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/05/21/istanbul/">acque</a> – un estuario, un canale e due piccoli mari – e all’espansione mostruosa di una città così profonda da poterci vivere per buona parte della vita senza mai arrivare sulla costa.</p>
<p>Uscendo dalla sala si trovano alcuni scatti della serie <em>Aveugles</em>: come descrivono la bellezza o i colori dei non vedenti dalla nascita («Ogni volta che mi piace qualcosa, mi dicono che è verde: l’erba è verde, gli alberi, le foglie, la natura… mi piace vestirmi di verde»); o qual è l’ultima immagine trattenuta da chi ha perso la vista in seguito a un incidente («Tre bambini seduti uno accanto all&#8217;altro, di fronte a me, sul divano dove lei è seduta adesso»).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-106583 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-16-alle-22.24.32.png" alt="" width="390" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-16-alle-22.24.32.png 390w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-16-alle-22.24.32-300x228.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-16-alle-22.24.32-150x114.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/Schermata-2024-01-16-alle-22.24.32-80x60.png 80w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Visibile, invisibile. Fin qui Calle ha mostrato l’assenza dei quadri per dire cos’è l’arte; l’assenza del mare, portando a chiedersi cos’è il paesaggio, quale la sua fruizione; l’assenza della vista, da cui muove un’interrogazione sui sensi e sul concetto di esperienza. A questo proposito, clamoroso leggere su un muro la seguente citazione di Jean Cocteau:</p>
<blockquote><p>Picasso mi ha raccontato che ad Avignone, sulla piazza del palazzo dei papi, aveva visto un vecchio pittore mezzo cieco che dipingeva. La moglie, in piedi accanto a lui, osservava il palazzo col binocolo e glielo descriveva. Dipingeva seguendo la moglie. Picasso dice spesso che la pittura è un mestiere da ciechi. Lui non dipinge ciò che vede, ma ciò che prova, il racconto che fa a sé stesso di ciò che ha visto.</p></blockquote>
<p>Difficile non associare questo aneddoto al racconto <em>Cattedrale </em>di Raymond Carver, in cui il protagonista disegna insieme a un cieco il profilo di una cattedrale per fargli capire com’è fatta, ma poi è la mano del cieco che finisce per guidare la sua.</p>
<p>Torniamo a Calle, e all’assenza, stavolta, della madre e del padre, cui è dedicato il piano successivo: la prima, in particolare, è variamente presente in molti suoi lavori (ne parlavo anche <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/23/attesa-apparizione-scomparsa-un-fortda-sophie-calle/">qui</a>). Una delle ultime parole pronunciate dalla madre è “souci”, nel momento in cui chiede ai propri cari di non preoccuparsi per lei: lo apprendiamo in una sorta di anticamera, prima di entrare in una sala molto grande in cui il termine «souci» campeggia dappertutto, composto da farfalle, dipinto in un quadro, impresso sulla stoffa; la ripetizione ossessiva testimonia la mancanza dell&#8217;assente e il tentativo disperato di fissare le ultime tracce della sua presenza. Sul muro l’artista ha annotato a matita: «merci de ne pas filmer ou photographier ma mère dans son cercueil»; si riferisce a una foto della madre nella bara, con dentro la Pléiade di Proust, una bottiglia di vodka e altri oggetti amati.<br />
L’immagine, per Calle, è sacra: non deve stupire, per un&#8217;indole irriverente come la sua, una performer che non disdegna di farsi fotografare mentre un toro le lecca i capezzoli (fu una sua proposta, geniale, per la celebre marca di formaggini “La vache qui rit”, che le aveva chiesto un&#8217;opera nell&#8217;ottica di pubblicizzare il prodotto; proposta bocciata dall’azienda). Non deve stupire perché il gioco con l’assenza e la presenza è per lei serissimo, soprattutto se c’è in ballo la morte di chi ama: lo stesso avvertimento scribacchiato in un angolo ritorna per un’altra foto della madre defunta, dal titolo «Pas pu saisir la mort».</p>
<p>Con la propria, di morte, il rapporto di Calle è invece molto più <em>décomplexé</em>: se è vero che ha già comprato un loculo in un cimitero californiano, lì dove ha scattato le sue prime foto, si chiede però che fine faranno le sue cose quando non ci sarà più, dato che non ha figli; la risposta è che andranno probabilmente all’asta. Perché allora non chiamare due commissari dell&#8217;Hôtel Drouot e fargliele inventariare sin da ora? Assistiamo al tutto in un gustoso video: «Comportatevi pure come se non ci fossi», li esorta Calle – salvo poi naturalmente farsi onnipresente, sedersi sul divano mentre i due lo misurano, stendersi sul pianoforte mentre loro lo studiano; quando i commissari entrano in bagno per proseguire il lavoro lei se ne sta placidamente seduta sulla tazza. In un’operazione che presupporrebbe la sua assenza, insomma, appare di continuo.</p>
<p>Seguono stanze piene di suoi oggetti, foto, libri – dalle Pléiade di Zola e Tolstoj a volumi improbabili intitolati “Perché le mogli dei ricchi sono belle”. Si sale poi al terzo piano, dove si ha la misura della prolifica capacità creativa dell’artista: tutto è dedicato all’<em>inachevé</em>, all’incompiuto. Decine di progetti abbozzati, con una lapidaria spiegazione del perché non siano andati in porto. Una fucina infinita, che soddisfa anche il gusto oggi marcatissimo, in Francia particolarmente, per l’esplorazione degli archivi.</p>
<p>Durante tutto il percorso Picasso, per l’occasione relegato nei sotterranei, non sparisce, ma viene più volte evocato come una presenza intermittente: è davvero il fantasma chiuso in cantina, col quale però Calle dialoga, giocando un po’ con le sue opere. Addirittura ha la premura, a beneficio degli inconsapevoli visitatori che fossero venuti da lontano per lui e non per lei, di allestire una specifica “salle de consolation”, ovviando così ai propri sensi di colpa: un piccolo spazio in cui propone un tête-à-tête con il suo quadro <em>La Célestine</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-106558 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-scaled.jpg" alt="" width="537" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-scaled.jpg 2560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/20240114_163821-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 537px) 100vw, 537px" /></p>
<p>C’è sempre qualcosa di poliziesco nei lavori di Calle: la psiche (degli altri, ma sua innanzitutto) si fa terreno d&#8217;indagine. Però, se è vero che tre indizi fanno una prova, Calle preferisce sempre trovarne soltanto due, e dalla coincidenza cominciare a ricamare, così come vuole la letteratura. I due indizi consentono di spalancare il campo a ogni possibilità, anche al sovrannaturale: così l’assenza, che è il deposito di fantasmi per eccellenza (sto citando una definizione di Giuseppe Merlino), diventa anche una riserva prodigiosa di presenze più o meno fantasmatiche da raccontare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/17/lettere-dallassenza-5-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2021 05:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong> <br />
Cara L. 
Seduta sulle ginocchia dell’alba ho il volto rivolto ad est, ho sempre capito i segni cardinali, li sento nell’esofago, ti scrivo mentre la casa è un temporale.]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align:justify">Cara L.&nbsp;</p>
<p>Seduta sulle ginocchia dell’alba ho il volto rivolto ad est, ho sempre capito i segni cardinali, li sento nell’esofago, ti scrivo mentre la casa è un temporale. Mi sono rinchiusa qui in una posizione d’attesa, come l’animale morto di fronte alla preda, irrigidito come i piccoli topi per fingersi invisibile: dire non prendermi, dire non ci sono.&nbsp;</p>
<p>Mentre tu, L. ci sei da secoli e scalpiti nel mondo. Ti ho vista piegare le strade per aprirti un varco, bere boccette per la crescita e la disperazione, mangiare funghi e dispensare voglie, non posso dire che mi manchi. Mi manca la tua voce, l’animale che portavi in gola e che cantava al mattino, non mi hai mai portata sulle rotaie, ti sei distesa senza aspettarmi. &nbsp;</p>
<p>Dal tuo letto al mio passano millenni, dove io accudisco l’immobilità tu hai il volto ceruleo e ti accontenti dei fiori, di quei piccoli oggetti appoggiati sul cemento, una candela rossa che smette di bruciare quando è notte – e chi l’ha accesa spera in un fuoco, e chi ha il fuoco spera in un incendio.<br />
Là, dove tutti stanno, nei condomini apparecchiati dei morti, milioni di piccoli camei con la foto più bella, i parenti decidono il tuo ricordo, come ricordare, l’espressione di un giorno, quando il giorno non è che un giorno, e io sono troppo distante: ci separano continenti. Mi hanno detto delle tue ossicine mentre scrivevo il commiato alla mia lingua, ho dichiarato che non ci sarebbe stato più linguaggio. Anche in questo momento la lingua non mi sostiene, cede ad ogni passo, mi hanno chiesto: riconosci queste ossa?&nbsp;</p>
<p>Non le ho mai viste, ho solo sentito scricchiolarti un plesso solare la notte in cui hai detto che la tua testa era una mandria, e che le mandrie sono piante, e che le piante vanno innaffiate. Mi hai detto – e scricchiolavi – che avevi smesso di innaffiarti la testa, le piante hanno un inizio e una fine, le tue foglie avevano finito di respirare.&nbsp;</p>
<p>I petali sono caduti d’improvviso, come da una grondaia nel corpo.&nbsp;</p>
<p>Ho chiesto di conservare solo questo. Un grammo della tua pianta è racchiuso in un vaso, un colore ruggine, i vagiti escono dal vaso, li sento ululare nella notte. &nbsp;</p>
<p>Seduta sulle ginocchia del mattino il cielo mi penetra la gola, ho ingoiato l’umidità della nebbia, sono piena di umori nella bocca, lo sterno è un passaggio per arrivare al fondo dei fondi e non c’è fondo. Pensata dai pensieri, dicevi: hai deciso di eliminarne uno a uno. &nbsp;</p>
<p>Qui gli oggetti hanno la forma di autunno, la necessità di percorrere le stagioni al rovescio, rovesciare i nomi, anagrammare i contenuti delle nostre percezioni. Non chiedermi di pregarti, non me lo hai mai chiesto.<br />
E ancora, batte ancora questo tuonare delle cose nella stanza, dove io irrigidisco gli arti e tu non hai più arti, dove io ho osservato il passaggio veloce dalla banchina tu hai poggiato l’inappartenenza sui ferri battuti.<br />
Forse abbiamo aspettato entrambe. <em>Se morire significa aspettare, se aspettare significa morire.</em> &nbsp;</p>
<p>Mi hanno prelevato imbavagliata da ogni intento e portata nel labirinto dei corridoi, le stanze verdi, i soffitti sporchi, le donne senza madre gettate sulla cesta girevole dei disperati, l’uomo con la faccia di bottiglia, la vecchiaia con gli occhi dipinti, e mentre trascinavano le braccia, le gambe si stingevano sull’asfalto. Ho lasciato una bava di lumaca per chilometri, non hanno pulito niente: ci sono ancora le mie tracce. &nbsp;</p>
<p>I prelievi del sangue, i prelievi di cuore dal bulbo degli occhi – e diceva la madre: prego, signorina, suturatele la bocca. &nbsp;</p>
<p>Eri tu sulla banchina, ero io sulle rotaie. Abbiamo aspettato entrambe, i miei petali secchi sono i tuoi petali secchi, il mio vaso è il tuo vaso, dove io non sono io e sono la tua animella capovolta. Non portarmi la cera, non consumarmi. Svolta tre volte a destra, mi hanno incastrato tra la cassa del padre e quella di uno sconosciuto. Dove io non sono io e tu se rimasta dove non sono. Il silenzio merita attenzione, cammina piano, non svegliarci, mi troverai a sud, hanno scelto un volto che non avrei mai scelto – i ricordi non sono mai i nostri ricordi, siamo i ricordi degli altri, a volte siamo solo una dimenticanza. &nbsp;</p>
<p>Dimentica le parole, dimentica le frasi, dimentica le piante della testa, dimentica i pianti, dimentica le ore passate a contemplare, dimentica che non avevo scelta, dimentica che ho confuso, dimentica la storia che ci siamo rammendate, dimentica la bava alla bocca, dimentica la scia, dimentica che avevo paura, dimentica che tu camminavi quando io non avevo gambe, dimentica gli arti, dimentica che i giorni erano contati, dimentica che li ho contati.&nbsp;</p>
<p>Tua<br />
S.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2019 05:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Caro J, qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato. Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-78810" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg" alt="" width="480" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/uovo-bosch-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Caro J,<br />
qui il cielo è una sommossa, l’uovo del mondo si è strappato : nascono gli oggetti che mi hai lasciato.<br />
Ti scrivo ed è ancora buio, filtrano lampi di pulviscolo dalla finestra, la grana del mondo si frammenta e io distendo le righe di una lettera che non arriverà mai.<br />
Abbiamo montato una tenda, raccolto le bacche e i ramoscelli per fuggire nella piena del bosco, hai radunato i corpi e li hai abbracciati ad angolo retto appena prima di partire, gli zaini pesanti, la pesantezza dell’esistenza, gli occhi spalancati in una sinfonia autunnale.</p>
<p>Ricordo ancora i passi, i piccoli avvenimenti delle giornate fredde, la foglia circondata dai sassi, il sasso che portavi al collo &#8211; e mentre ti scrivo apro la mano e raccolgo il mutaforma del suo resto, la scheggia rimasta.<br />
Ne ho una piantata sul fianco, me l’hai infilata come s’infilano i ricordi. E’ questa memoria che non rimuove, dove tutto il già detto e già passato si presentifica come un appena nato ogni nuovo giorno, un embrione che continua la sua nascita milioni di volte, si prolunga nei millenni.<br />
Ho visto una lepre correre sul petto, aggirarsi sulla pelle e saltare ai limiti sbordati di questo organo inquieto: quando l’hai mandata? Era ancora festa? Erano ancora i fiori?<br />
La mancanza si fa presenza, non demorde, mi morde le labbra e le piccole viscere. Ho molti anni e non ne ho nessuno, come quando ci siamo scambiati le bocche per parlare la lingua dell’altro.<br />
Nella tua c’era un serpente, i miei denti come chicchi di riso ridevano sulla tua: è forse questo diventarsi?</p>
<p>Ho una culla dentro la bara e un cimitero nella soffitta, lo visito a giorni alterni portando narcisi e piccole pietre scavate dall’oceano (hai visto l’oceano, mi hai vista tuffarmi con la testa degli annegati?) &#8211; e mentre le rocce del muro si sfaldano, io mi aggiro votiva per accogliere un liquido stanco che cerca di portare nutrimento all’abitazione del cervello.</p>
<p>Ancora, qui, di fronte allo sguardo c’è la tua immagine annebbiata che fisso per ore dal giorno in cui ti hanno portato a forza nel tombale dei tuoi sacrifici, la camicia di forza contenuta in una pillola bianca, il pungiglione conficcato nella gamba. Non ho pianto, ho solo premuto forte l’indice al centro della fronte, dove stanno le connessioni uno a uno, io a tu, tu e l’altro. Ascolto canti nordici nella lingua del Von, i prati aperti dell’Islanda, le strade che dovevamo calpestare, e con una corda ho legato la tua gabbia alla mia, permango nell’attesa dello snodo, il lento disorientarsi delle cose.</p>
<p>Una chioccia<br />
una scarpa<br />
un mantello<br />
la mantide<br />
le tue braccia<br />
il mio ventre<br />
la tua testa<br />
le mie dita<br />
la tua gente<br />
la mia città<br />
la tua perdita<br />
la mia scomparsa</p>
<p>Vivo ancora senza nome, all’anagrafe dicono: un errore negli spazi. A volte, J, il bianco prevale.<br />
Eppure non mi pesa, libera le dichiarazioni, libera i riconoscimenti dalle paure, apre le porte all’impensato, dove tu spingi con le dita attraversando le maglie della tua reclusione e io mi rannicchio nel fondale per una fine annunciata il giorno degli inizi. Ti hanno preso appena fuori dal bosco, quando appesi alle liane dei tronchi ci siamo gettati nella strada dei passaggi. Era inevitabile: i giorni di luce vengono rinchiusi se non portano le vesti adatte, e noi eravamo nudi nella nostra grande mattina calda. Il segno marchiato a fuoco sulla schiena è rimasto, tu rimani nella bocca e sulla pelle, cerco di grattare la superficie ma la superficie resta. E’ forse la tua maledizione?</p>
<p>Le madri sono nel sacco, ho provveduto io, non aver paura. Le ho attirate come si fa coi roditori quando hanno mangiato troppo: e loro avevano mangiato troppo.</p>
<p>Puntellati nel posto in cui ci siamo detti addio abbiamo optato per la resistenza, una lettera come un capotasto per racchiudere le note successive : siamo nello spazio vuoto degli innati, ci compensiamo mentre io stringo le gambe e tu trattieni gli eccessi.</p>
<p>Poi, a volte, si accende un lumino: urlano le gatte in calore, urlano corvi e grondaie, urlano gli oggetti, urlano le mandrie impazzite del ventre, urlano le mani, urlano i lampi estivi, e mentre tutto grida la parola si distende. Una lingua strappata e depositata nella teca dei passati.<br />
J, quando accade tu non cadi, ti ritrovo nell’angolo remoto per passare la punta delle dita ancora una volta tra la radura della tua testa : hai un parco e un giardino nel petto. Pianto un seme di giacinto e lo innaffio ad ogni ora. Se questo amore morto, se questo amore giallo, se questo sole bianco si fonde con l’opposto, se questo nero è nero.</p>
<p>Puoi sentirmi? Ti attraversa la corrente?</p>
<p>Il tuo grillo parlante sono io, quando decido di restare.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il suono dell&#8217;assenza. Variazioni sul dolore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/03/22/il-suono-dellassenza-variazioni-sul-dolore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 06:27:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[assenza]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Gigante]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Manganelli]]></category>
		<category><![CDATA[piscoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Roland Barthes]]></category>
		<category><![CDATA[Sigmund Freud]]></category>
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					<description><![CDATA[di Elena Gigante [Presentiamo un estratto da Il suono dell’assenza. Variazioni sul dolore, Moretti e Vitali, Bergamo 2018.] &#160; Il lessico dell&#8217;assenza Ci sono alcune parole importanti che, come in una costellazione inaudita, appaiono legate tra loro da congiunzioni – contemporaneamente – sottili e forti: Mancanza, Adorazione, Perdita, Desiderio, Bellezza, Disperazione, Movimento, Distanza, Vuoto, Presenza. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elena Gigante</strong></p>
<p>[Presentiamo un estratto da <em>Il suono dell’assenza. Variazioni sul dolore</em>, Moretti e Vitali, Bergamo 2018.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il lessico dell&#8217;assenza</em></p>
<p>Ci sono alcune parole importanti che, come in una costellazione inaudita, appaiono legate tra loro da congiunzioni – contemporaneamente – sottili e forti: <em>Mancanza, Adorazione, Perdita, Desiderio</em>, <em>Bellezza, Disperazione</em>,<em> Movimento</em>, <em>Distanza, Vuoto, Presenza.</em></p>
<p>I legami che allacciano tra loro queste parole hanno a che fare con l’esperienza ineffabile dell’amore, nelle sue molteplici accezioni. Potremmo immaginare che queste parole rappresentino degli universi di senso, come se ciascuna di esse fosse un corpo celeste contenente al suo interno un mondo imperscrutabile.<span id="more-78218"></span><br />
Il lessico dell’assenza rientra per costituzione nell’universo – preferirei dire – nel “multiverso” dell’amore. Idealmente questo insieme di pianeti orbita attorno a due stelle fondamentali che chiameremo, per tradizione, <em>Eros</em> e <em>Thanatos</em>.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> L’<em>Assenza</em> potrebbe essere pensata come la stella che le congiunge, situandosi esattamente a metà tra amore e morte. Intorno alla struttura fondamentale <em>Eros-Assenza-Thanatos</em> gravitano un’infinità di corpi celesti di varie dimensioni<em>.</em></p>
<p>Per esplorare le costellazioni che si sviluppano intorno all’assenza, potremmo riprendere le riflessioni di Maria Ilena Marozza<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> e considerare che la <em>Presenza</em> di un’<em>Assenza</em> o viceversa l’<em>Assenza</em> di una <em>Presenza</em> – di cui le immagini psichiche diventano testimonianza viva – rappresenti qualcosa di essenzialmente diverso dal concetto di <em>Vuoto</em>. Infatti l’esperienza dell’assenza presuppone il movimento, la dinamica; al contrario, il vuoto indica una stasi paralizzante.</p>
<p>Tuttavia, per comprendere a fondo la differenza tra assenza e vuoto, mi sembra necessario fare un passo indietro e tentare di enucleare, innanzitutto, gli elementi di somiglianza che accomunano la fenomenologia di queste due esperienze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mancanza, Adorazione, Perdita</em></p>
<p>Emergono tre pianeti linguistici che sono connessi sia all’assenza che al vuoto e che potremmo definire <em>Mancanza, Adorazione</em>, <em>Perdita</em>.</p>
<p>La fenomenologia dell’assenza e quella del vuoto si caratterizzano entrambe per la fondamentale e dolorosa mancanza di un oggetto. Quest’ultimo per mancare deve essere stato necessariamente un “oggetto d’amore” (altrimenti non ne sentiremmo la mancanza). Quel legame d’amore tra soggetto-amante e oggetto-amato si fonda su una paradossalità: l’estrema variabilità dell’oggetto amoroso – evidenziata da Freud con il concetto di plasticità libidica –<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> è accompagnata, <em>contemporaneamente,</em> dal sentimento di insostituibilità di quell’oggetto. Potremmo pensare che la specificità dell’amore consista proprio nel fatto che l’oggetto amato assuma – almeno temporaneamente – un carattere di unicità, di irripetibilità agli occhi del soggetto amante, assurgendo al più alto grado di assolutezza ontologica. L’amato è <em>assolutamente</em> unico, cioè letteralmente sciolto da ogni vincolo, da ogni limite d’incarnazione; l’amato è oltre la carne, come una specie di divinità onnipotente degna di adorazione. Roland Barthes, nel suo lessico della frammentazione dell’amore, ci restituisce, con immagini perspicue, l’assolutezza-unicità dell’oggetto amato. Lo scrittore francese descrive così la specificità dell’amore da cui deriva la sua <em>Adorazione</em> e pertanto la sua <em>Mancanza</em>:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Nella mia vita, io incontro milioni di corpi; di questi milioni io posso desiderarne delle centinaia; ma, di queste centinaia, io ne amo uno solo. L’altro di cui io sono innamorato mi designa la specialità del mio desiderio. Questa scelta, rigorosa al punto da non prendere in considerazione che l’Unico, costituisce, si dice, la differenza tra il transfert analitico e il transfert amoroso; l’uno è universale, l’altro è specifico. […] È un enigma che io non riuscirò mai a risolvere: perché mai desidero il Tale? Perché lo desidero persistentemente, languidamente? È tutto lui che desidero (una sagoma, una forma, <em>un’aria</em>)<em>?<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a></em> O è solamente una parte di quel corpo? E, in tal caso, che cos’è che, in quel corpo amato, ha per me il valore di feticcio? Quale porzione, per quanto esigua sia, quale sua caratteristica? Il taglio di un’unghia, un dente leggermente rotto di sbieco, una ciocca di capelli, un certo modo di muovere le dita mentre parla, mentre fuma? Di tutte queste <em>caratteristiche</em> del corpo ho voglia di dire che sono <em>adorabili</em>. <em>Adorabile</em> vuol dire: questo è il mio desiderio, in quanto esso è unico: “È questo! È esattamente questo (che io amo)!” [<em>sic</em>] Tuttavia, più provo la specialità del mio desiderio, meno sono in grado di precisarla; alla precisione di ciò che voglio dire corrisponde uno sfocamento del nome; il proprio del desiderio non può produrre altro che un improprio dell’enunciato. Di questo fallimento linguistico, resta soltanto una traccia: la parola “adorabile” (la buona traduzione di “adorabile” sarebbe l’<em>ipse</em> latino: proprio lui in persona).<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>L’<em>ipse</em> – il collasso linguistico che designa l’unicità <em>adorabile</em> dell’oggetto d’amore – fa sì che la sua mancanza sia vissuta come assenza del soggetto stesso: se manca l’amato, l’amante smette di esistere, si sente de-personificato, de-realizzato.</p>
<p>L’astro linguistico dell’<em>Adorazione</em>, da cui deriva quello della <em>Mancanza</em>, è legato a un terzo pianeta che accomuna l’esperienza dell’<em>Assenza</em> a quella del <em>Vuoto</em>: il pianeta<em> Perdita.</em> Sia il vuoto che l’assenza nascono da un’esperienza di perdita.</p>
<p>Ritengo che per comprendere la differenza tra mancanza e perdita non occorra riferirsi al concetto di reversibilità/irreversibilità del distacco dall’oggetto d’amore, bensì potrebbe essere forse più opportuno esplorarne fenomenologicamente la temporalità. Potremmo immaginare che la perdita indichi qualcosa che si situa nel piano del passato (la <em>retentio</em> binswangeriana);<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> questa sfumatura semantica potrebbe essere condensata nella locuzione “<em>assenza di una presenza”.</em> Viceversa la mancanza appare come esperienza relativa al presente (la <em>praesentatio</em> binswangeriana): l’oggetto amato assente, che è stato perso nel passato, manca angosciosamente nell’<em>hic et nunc</em>, configurando – proprio qui e proprio ora – la “<em>presenza di un’assenza”</em>.</p>
<p>William Shakespeare ha sintetizzato la perdita-mancanza in due versi: «So, either by thy picture or my love,/ Thyself away art resent still with me» che potrebbero essere tradotti: «Così, con la tua immagine o con il tuo amore, benché assente, sei sempre in me presente».<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p>Lo stesso Roland Barthes può aiutarci a chiarificare la differenza tra assenza di una presenza e presenza di un’assenza attraverso la distinzione tra referenza e allocuzione:</p>
<p style="padding-left: 30px;">All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato tra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolgo a te). Io so allora che cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a><a name="_Toc392601222"></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Desiderio, Bellezza, Disperazione, Movimento, Distanza</em></p>
<p>Finora abbiamo dunque analizzato gli elementi che accomunano l’assenza al vuoto identificandoli in tre pianeti linguistici: innanzitutto nella specificità insostituibile dell’oggetto-amato assente da cui nasce l’A<em>dorazione,</em> in secondo luogo nella <em>Mancanza</em> che rende il presente «un pezzo di angoscia pura» e infine nella <em>Perdita</em> di quell’oggetto come accidente relativo al piano del passato, come assenza di una presenza. Ora dovremmo cercare di volgerci, invece, verso l’analisi delle diversità, tentando di far emergere in cosa consista la differenza specifica tra assenza e vuoto. Ritengo che per raggiungere il nostro obiettivo sia indispensabile richiamare altri cinque pianeti: <em>Desiderio</em>, <em>Bellezza, Disperazione</em>,<em> Movimento</em>, <em>Distanza.</em></p>
<p>Il pianeta linguistico del <em>Desiderio</em> indica una tensione che si situa <em>tra</em> lo spazio presente della mancanza e quello passato della perdita, proiettandosi verso il piano futuro (la <em>protentio</em> binswangeriana) della <em>Bellezza</em> o della <em>Disperazione</em>. Il desiderio, infatti, indica una tensione che può diventare <em>tra-</em>zione <em>tra-</em>sformativa: questo avviene quando la perdita subisce una metamorfosi che la tramuta in sguardo estetico e dunque in <em>Bellezza </em>– come ci insegnano le bambine di Fédida.<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>  Attenzione però: qui la bellezza non è intesa come lo stupore dell’eccezionalità, ma come l’inatteso che sta nell’ordinario,<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a> come il soffio vitale di un soffione anonimo, la <em>svolta del respiro</em> del poeta Paul Celan o il<em> «non so che/che si trova per caso»</em> di San Giovanni della Croce. Tuttavia il desiderio non sempre conduce alla bellezza, ma può anche sfociare nell’<em>asfittica</em> constatazione dell’impossibilità di appagamento del desiderio stesso: si precipita così nella <em>Disperazione</em>, cui può seguire quella stasi paralizzante che chiamiamo <em>Vuoto</em>. Nell’ipotesi peggiore e più estrema, il desiderio, paradossalmente, può terminare nel suo appagamento e pertanto nella morte del desiderio stesso che induce a bloccare la tensione trasformativa; potremmo definire questo processo in termini freudiani come <em>Thanatos,</em> come fossilizzazione mortifera sull’eterno ritorno dell’uguale, senza possibilità trasformative.</p>
<p>Viceversa, per canalizzare la trazione trasformativa del desiderio verso la bellezza, occorre donare <em>Movimento</em> alla mancanza che angoscia il presente. Solo così sarà possibile trasformare la perdita, avvenuta nel passato, in esercizio di <em>Distanza</em>.</p>
<p>A volte la scrittura saggistica rischia di diventare banalmente noiosa, in effetti credo che quanto appena espresso possa essere sintetizzato in modo più incisivo nei versi di una poesia di Giorgio Manganelli che amo particolarmente. Questi versi ci suggeriscono che l’unica cosa che possiamo fare con quel “poco” – quel quasi niente – che resta dopo aver vissuto l’esperienza della perdita, consista nel manipolare la parzialità angosciosa del presente, conferendo <em>Movimento</em> alla nostra insufficienza. Questo concetto in definitiva significa trasformare il dolore dell’assenza in <em>materiale operatorio </em>plastico – come sosteneva Didi-Huberman a proposito del sudario danzante delle due bambine di Fédida e del suo <em>thymiaô</em>.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a></p>
<p>Riporto di seguito i versi di Manganelli che potrebbero essere pensati come l’algoritmo sublime della <em>lingua dell’assenza</em>, la sua sintesi poetica o – più pragmaticamente – un manuale d’istruzioni per <em>l’uso del dolore</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I</strong><em><br />
</em></p>
<p><em>Scrivi, scrivi;</em><br />
<em>se soffri, adopera il tuo dolore:</em><br />
<em>prendilo in mano, toccalo,</em><br />
<em>maneggialo come un mattone,</em><br />
<em>un martello, un chiodo,</em><br />
<em>una corda, una lama;</em><br />
<em>un utensile, insomma.</em><br />
<em>Se sei pazzo, come certamente sei,</em><br />
<em>usa la tua pazzia: i fantasmi</em><br />
<em>che affollano la tua strada</em><br />
<em>usali come piume per farne materassi;</em><br />
<em>o come lenzuoli pregiati</em><br />
<em>per notti d’amore;</em><br />
<em>o come bandiere di sterminati</em><br />
<em>reggimenti di bersaglieri.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><strong>II<br />
</strong></h5>
<p><em>Usa le allucinazioni: un</em><br />
<em>ectoplasma serve ad illuminare</em><br />
<em>un cerchio del tavolo di legno</em><br />
<em>quanto basta per scrivere una cosa egregia –</em><br />
<em>usa le elettriche fulgurazioni</em><br />
<em>di una mente malata</em><br />
<em>cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore</em><br />
<em>insaporisci della tua anima piagata</em><br />
<em>l’insalata, il tuo vino</em><br />
<em>rosso come sangue, o bianco</em><br />
<em>come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><strong>III<br />
</strong></h5>
<p><em>Usa la tua morte: la gentilezza</em><br />
<em>grafica gotica dei tuoi vermi,</em><br />
<em>le pause elette del nulla</em><br />
<em>che scandiscono le tue parole</em><br />
<em>rantolanti e cerimoniose;</em><br />
<em>usa il sudario, usa i candelabri,</em><br />
<em>e delle litanie puoi fare</em><br />
<em>un bordone alla melodia – improbabile –</em><br />
<em>delle sfere.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5>IV<em><br />
</em></h5>
<p><em>Usa il tuo inferno totale:</em><br />
<em>scalda i moncherini del tuo nulla;</em><br />
<em>gela i tuoi ardori genitali;</em><br />
<em>con l’unghia scrivi sul tuo nulla:</em><br />
<em>a capo.</em><a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giorgio Manganelli ci invita a farcene qualcosa del nostro dolore, a renderlo materiale operatorio plastico, fucina del sublime e dell’eterno <em>nell</em>’umano; questa esortazione poetica coincide, qui, con la capacità di penetrare il gioco dinamico della <em>Distanza</em>. La scrittura di Manganelli – alla stregua del nostro soffione anonimo, del lenzuolo in movimento delle bambine di Fédida o dell’<em>Atamvictu</em> di Jung – potrebbe essere considerata come un paradigma dinamico fondato sulla nostra capacità di diventare <em>coltivatori di distanze</em>. Il pianeta linguistico <em>Distanza</em> si configura, pertanto, come il cuore pulsante dell’arte, di una svolta del respiro che è sguardo rinnovato, possibilità preziosa di riprendere fiato nell’esistenza. In questo corpo celeste si verifica una dinamica di metamorfosi del dolore connaturato alla vita: si puà mantenere un contatto con la perdita, senza precipitare nel baratro asfittico e mortifero del vuoto e della disperazione. <em>Distanza</em> è il pianeta in cui forse è ancora possibile continuare a coltivare la bellezza, nella cruda luce a picco di un Occidente che reca in sé la memoria del tramonto.<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Nella visione junghiana la psiche si struttura su relazioni antinomiche che forse potrebbero essere tutte riferite alla coppia d’opposti amore-morte, come peraltro già sottolineato da Freud attraverso il concetto di istinti primari – sebbene in un’ottica pulsionale e non antinomica; la polarità amore-morte potrebbe derivare, a mio avviso, proprio dall’esperienza originaria della perdita, come la nascita del pensiero potrebbe essere associata a un processo di generazione dall’assenza.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> M.I. Marozza, <em>Assenza di vita, assenza di morte. Il rischio della vita psichica</em>, in Id., <em>Ritorno alla talking cure</em>, Giovanni Fioriti, Roma, 2015, pp.97-109.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> S. Freud, <em>Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti</em> (1915-17), vol. VIII, <em>Opere</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2002. Cfr. anche J. Laplanche e J.B. Pontalis, <em>Enciclopedia della psicoanalisi</em> (1967), vol. I, Laterza, Roma-Bari, p. 328.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Corsivo mio.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> R. Barthes, <em>Adorabile, </em>in <em>Frammenti di un discorso amoroso</em> (1977), Einaudi, Torino 2014, pp. 18-19.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Ludwig Binswanger riprende i tre piani della fenomenologia husserliana – <em>retentio</em>, <em>praesentatio</em> e <em>protentio</em> – che mettono in relazione l’oggettività temporale con l’intenzionalità degli interlocutori. Tuttavia Binswanger sottolinea che <em>«</em>Protentio, retentio e praesentatio non sono […] da considerarsi come pietre isolate nella costruzione dell’oggettività temporale […]. Mentre parlo, dunque nella praesentatio, ho già delle protenzioni, altrimenti non potrei terminare la frase; allo stesso modo ho, “durante” la praesentatio, anche la retentio, altrimenti non saprei ciò di cui parlo»; cfr. L. Binswanger, <em>Melanconia e mania</em> (1960), Bollati Boringhieri, Torino 1983, p. 33.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>W. Shakespeare, <em>Sonetti</em>, Rizzoli, Milano 1995. Il <em>Sonetto XLVII </em>è reperibile anche al sito: shakespeareinitaly.it/sonetto47.html.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> R. Barthes, <em>Assente</em>, in <em>Frammenti di un discorso amoroso</em>, cit., p. 35.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Cfr. capitolo 1.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> In questo passaggio vorrei proporre una distinzione tra le qualità di “eccezionalità” e di “inatteso” dell’esperienza: l’eccezionalità si riferisce a una sfumatura qualitativa che eccede l’ordinario e sconfina nella sfera dello straordinario; nel linguaggio questa fenomenologia viene descritta con aggettivi come “miracoloso” oppure “soprannaturale”. Viceversa per inatteso si intende qualcosa che, pur deviando da un’aspettativa circa l’accadere dell’esperienza, rientra pienamente nella fenomenologia ordinaria della stessa. In questa prospettiva, la possibilità di generare bellezza non fa riferimento, dunque, a una fuoriuscita dal piano dell’ordinario, come una sorta di attività occulta che determina una trascendenza; al contrario la possibilità di accedere “al pianeta <em>Bellezza” </em>rientra in una trasformazione ordinaria, piccola, limitata e irriducibilmente umana del dolore. Cfr. A.a.V.v., (a cura di P. Cavalieri, M. La Forgia, M.I. Marozza, <em>L’ordinarietà dell’inatteso</em>, “Atque. Materiali tra filosofia e psicoterapia” (nuova serie), vol. X, 2012.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Cfr. capitolo 1.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> G. Manganelli, <em>Poesie</em>, Crocetti, Milano 2006, pp. 184-185.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> U. Galimberti, <em>Il tramonto dell’Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers</em>, voll. I-III, <em>Opere</em>, Feltrinelli, Milano 2005.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lettere dall&#8217;assenza #2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/16/lettere-dallassenza-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/16/lettere-dallassenza-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Nov 2018 11:25:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[assenza]]></category>
		<category><![CDATA[briciole]]></category>
		<category><![CDATA[cuccioli]]></category>
		<category><![CDATA[lettere dall'assenza]]></category>
		<category><![CDATA[Luna]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; Cara J., la coltre di nebbia che ha piegato il cielo mi scava le ossa, sono mature per la semina, come quando ci siamo incontrate, e tu danzavi sopra le mie corde. Un canto muto, una sirena. Abbiamo camminato lungo la scia delle lumache, e tu disegnavi cerchi nell&#8217;aria, gettavi i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-76484" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/20140219_172816-e1541936398926.jpg" alt="" width="966" height="1277" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cara J.,</p>
<p>la coltre di nebbia che ha piegato il cielo mi scava le ossa, sono mature per la semina, come quando ci siamo incontrate, e tu danzavi sopra le mie corde. Un canto muto, una sirena.<br />
Abbiamo camminato lungo la scia delle lumache, e tu disegnavi cerchi nell&#8217;aria, gettavi i drappi colorati facendoli roteare appena più in alto del collo: ricordi la scena della pista da ballo?</p>
<p>Oggi è un giorno senza parole, cerco di deglutire la poca saliva rimasta, ma non esce che uno sputo, un gorgoglio avanzato a forza. Le mani sono di creta, provo il disgusto delle frasi troncate, di questi arti incandescenti, di questa pasta madre che non fa madre, che non fa niente. A volte, ritornando sugli eventi, ho un&#8217;immagine di te, J., che cerca di annotare le ultime note del diario notturno: una spia rossa illuminava la tua attesa, il microchip impiantato nell&#8217;utero, questo figlio che non arriva, i preti senza croce, le infermierine del piano interrato.<br />
Mi dicevi: è un campo, ho un deserto nella testa, e io ti innaffiavo senza speranza.</p>
<p>Non c&#8217;è che il dolore per quegli attimi scuri, per la peste che ci appestava, per i liquidi scuri iniettati a tradimento.<br />
Eppure, nell&#8217;angolo liscio da cui ti scrivo, posso vedere a distanza il tuo occhio puntato nella direzione del vento, la tua Nigeria, la tua macchina corporale ancora tesa nel vuoto.<br />
Raccontami dell&#8217;uomo malato, raccontami del sangue, delle particelle inumane della terra che non ti apparteneva, quella in cui ci siamo incontrate e il nero masticava ogni odore, i sette peccati capitali. Raccontami della tua zona, dei territori che hai navigato, della casa, delle tue chiese appese al muro della stanza.</p>
<p>I mancati appuntamenti sono assenze da ricordare, spremute nella memoria dei nostri secoli minori, delle parti piccole, delle macerie. Io sono il gambo secco della tua pelle, l&#8217;inflorescenza immatura, tu sei la donna d&#8217;ambra, l&#8217;ugola nera.</p>
<p>Ho un gufo che preme al centro del cranio, è un ricordo notturno, un&#8217;esclamazione finita dove l&#8217;intero mondo carpiva i parchi, o le foreste, o i canili dell&#8217;ombra.<br />
Le delusioni sono contemplate insieme, non esiste separazione. Il verde che ti ho regalato quando ci siamo salutate è una città. Dimmi della tua, raccontami cosa ne hai fatto: se dici prato e il cielo cade, se decanta un assoluto.</p>
<p>Come ti penso, quanto ti prego, quanto mi cade dalle mani, quanto dolore, quanto il tuo viso, come il tuo corpo, quanto mi manca il passaggio della luna, quanta cancrena, quanto rispondi. Mi metto nella posizione degli appena nati, i cuccioli che hai nutrito prima degli altri, con la bocca spalancata attendo una risposta. Scatto con il diaframma un taglio di luce &#8211; e tu sei lì, affacciata ancora alla finestra umida della febbre.</p>
<p>Mi hai detto: attendi, ho risposto che ai risultati non c&#8217;è vigilanza, che il nudo della festa che abbiamo conosciuto non ha risposta: ha solo questa donna inginocchiata, come siamo tutti a terra a mangiare i resti, le briciole cadute dal tavolo.</p>
<p>Tu parlami del tempo, della luna, parlami della terra.</p>
<p>Tua, sempre, S.</p>
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		<title>Lettere dall&#8217;assenza #01</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Caro F, ti scrivo dall’angolo nero della stanza, ho un soffitto pieno di crepe, un corpo attorcigliato ricoperto da un unguento verde, l’affaccio alla finestra è sbarrato. Il tempo è cristallizzato nel suo opposto, mi vedo rispecchiata sul vetro: un volto bruciato dall’interno, le ossa zigomatiche spingono verso l’esterno, l’occhio s’infittisce, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-76040" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl.jpg" alt="" width="800" height="649" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl-300x243.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl-768x623.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl-250x203.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl-200x162.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Clearing-Storm-Glencoe-mono-ntl-160x130.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><strong>di Mariasole Ariot </strong></p>
<p>Caro F,</p>
<p>ti scrivo dall’angolo nero della stanza, ho un soffitto pieno di crepe, un corpo attorcigliato ricoperto da un unguento verde, l’affaccio alla finestra è sbarrato.</p>
<p>Il tempo è cristallizzato nel suo opposto, mi vedo rispecchiata sul vetro: un volto bruciato dall’interno, le ossa zigomatiche spingono verso l’esterno, l’occhio s’infittisce, la lingua geografica è consumata dalle parole.</p>
<p>Mi chiedo se nella tua terra siete riusciti a sopportare la sepoltura, il lavaggio del corpo: ti ho sentito e avevi la voce rotta. Ho un lago sotto le radici e vorrei poterci innaffiare i fiori del cimitero di S.</p>
<p>A volte mi distendo calma sule cose, addomestico i silenzi e la giostra del vuoto, indosso la pelle che mi hai regalato nella nostra città di montagna, quando le mura erano alte e tu tentavi la fuga – mi chiamavi Holy Mary. Il maniacale ti afferrava alle caviglie, sei entrato nella mia stanza danzando.</p>
<p>Non danzo più da tempo, F. Le mani si muovono sulla cima del crinale per definire il contorno del burrone in cui sono caduta – dicono <em>faglia beante</em>, e non dicono niente : non c’è beatitudine in questa faglia, non c’è faglia, c’è una separazione.</p>
<p>Perché io, F. sono separata.</p>
<p>Ascolto Cissoko, l’Africa entra dalle intercapedini e cerca di sconvolgere gli avvenimenti. A volte guardo le montagne e vedo solo sassi muti dove prima osservavo marmotte distese sul ciglio dei laghi ad alta quota a prendere il sole, a volte osservo una pozzanghera e non vedo che pioggia: come se il mondo si fosse spento, come se io fossi caduta al di fuori, dove tutto l’impossibile continua a divorare ossicini e non smette nemmeno quando sono consumati.</p>
<p>Ecco, F., è il consumato, il continuo consumarsi delle cose. La tua voce era calma anche quando parlavi di lui, il precipitato (ne ho un ricordo vivo, un abbraccio folle nei corridoi dell’ospedale, una disperazione dolce, una risata aperta: lui, il dottore arrivato da Londra. Lui e il secondogenito con il volto angelico. Gli scrissi lunghe lettere parlandogli di Giuliano Mesa e fotografando oggetti muti nello spazio circostante).</p>
<p>La vita è sempre quest’attesa di contingenze, ma noi siamo nell’assoluto, F., siamo caduti dall’alto dei cimiteri per riposare i rami accanto alle bare, ci rialziamo per comporre una notte.</p>
<p>Ricordi quando abbiamo festeggiato nel giardino paterno? Quando con la dolce M. ci siamo viziati di vino e crepe sul viso? Ricordi il ricordo della città innominabile? Tua madre che girava lo specchio per evitare di vedermi, tuo padre con la papalina islamica chiedeva un matrimonio.</p>
<p>Mi sono spostata, resto appesa al traliccio della casa, e la casa è una consolazione per gli interni. Questa casa da cui cadono parole in forma di pietra, persone come parole, parole come cose, come fatti, come oggetti. Ho visto una goccia appesa al soffitto e ho pensato: <em>è una lacrima, devo gettarmi dalla finestra.</em></p>
<p>Dicono sia un mancato passaggio al simbolico, una presa dura sul reale dell’esistenza, dicono sia la cosa morta che mi ombreggia il capo e mi accompagna nelle passeggiate mattutine che faccio quando il mondo è ancora nascosto come l’astro potente. Dalle strade vedo piano le luci illuminarsi, le finestre trasformarsi in riquadri gialli e arancio, un quadro atmosferico rimaneggiato per consolazione.</p>
<p>Qualcuno, forse, ha i corpi ancora incastrati, nei dentro dei dentro degli interni.</p>
<p>Mi chiedo dove stia il coraggio dell’uscita – lo chiedo a te, sempre così integro nel mondo, mi arrampico con le mie zampe al tuo braccio in miniatura, ascolto Jordi Savall, una danza di corte, mancano i cavalli, mancano le carrozze, non mancano le nostre parole liquide.</p>
<p>Hai detto: hanno lavato il corpo. È una sonata per violino solo. Hai detto è stato straziante, ma ho cercato la tua lingua solo dopo la telefonata. Cercavo solo di consolarti dicendoti: <em>I’m always here, always with you.</em></p>
<p>È caduto nella bellezza, hai ripetuto tre volte – o forse l’abbiamo detto insieme. Cadere nell’atto più bello, precipitare nella propria passione, come un musicista che muore d’infarto dopo la Nona di Beethoven, nell’apice del desiderio, sulla cima più alta dei mondi. Era Scozia ed era tutto.</p>
<p>Ancora, come sempre, mi chino sulla superficie liscia dell’animale, divento la bestia ammutinata che si alza lenta per raggiungere il piano delle medicine. Le scarto una a una, le ingoio una a una, e vorrei sputare tutto questo veleno, ma se non lo facessi : rischierei la camicia di forza, i camici della forza, e allora mi faccio compromesso in una vita che non è più vita.</p>
<p>Eppure, F. , quando vedo le stelle ho il ricordo delle tende d’agosto, dell’immensa stellata caduta dal cielo sul prato dei colli Berici, ricordo quella notte come una nascita.</p>
<p>Ho partorito piccoli pianeti dalla bocca, ti ho detto <em>I miss you</em>, hai risposto : sono il tuo uomo d’arancio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tua,<br />
S.</p>
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		<title>Ditele l&#8217;assenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[assenza]]></category>
		<category><![CDATA[cefalotorace]]></category>
		<category><![CDATA[madre]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Ditele che il giorno ha smesso di parlare, ditele che quando lo scorrere del tempo si inarca la vita diventa processione, ditele che un bambino urla, ditele che la conta delle ore non fa testo, ditele che la testa è piena, ditele che le uova non hanno cornice, ditele che l’insonnia è [&#8230;]]]></description>
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<p style="text-align: justify;">Ditele che il giorno ha smesso di parlare, ditele che quando lo scorrere del tempo si inarca la vita diventa processione, ditele che un bambino urla, ditele che la conta delle ore non fa testo, ditele che la testa è piena, ditele che le uova non hanno cornice, ditele che l’insonnia è un’armatura per restare, ditele che la parola si misura in grammi e non in metri, ditele che la soglia è tutto questo vedere, ditele che il pianto non veste un cranio, ditele che la ruggine accade sull’umano, ditele che ho mani di caduta, ditele che quando il tempo non si piega la vita è un artificio, ditele che urlo, ditele che l’adulto ha mangiato il suo silenzio, ditele che piove, ditele che resto se restate, ditele che un albero blu se è stanco non reagisce, ditele d’ingiallire, ditele il vischio della pianta, ditele che il campo non è aperto, ditele che il mondo è una massa verticale, ditele l’assenza, ditele che il bianco che ho ingerito si è deposto sulle dita, ditele che grida, ditele che la via lattea ci attraversa in diagonale, ditele che un termine caldo non è un frutteto, ditele che non termino, ditele che il cuore ha scampo quando smette, ditele che tremo, ditele che ho un fiume sulla testa, ditele che rovistare non è una vergogna, ditele che il segno non è un gesto, ditele che un resto di sogno mi ha svegliato, ditele che non dormo, ditele del bianco appoggiato sulla vita, ditele dei gradi zero, ditele dei maiali appesi, ditele dei cadaveri che non smettono la morte, ditele che quando il tempo piega la vita è carneficina, ditele che il mondo è il retaggio di una madre, ditele che è un cratere spento, ditele che l’uomo ha fame dell’umano, ditele che la fame non è innocente, ditele che il giorno ha smesso di parlare, ditele che grido, ditele che è bianco, ditele che è forma, ditele che il niente ha il peso di un oggetto, ditele che il vuoto non è cavo, ditele che parlo.</p>
<p>Ditele la fame, ditele che la bocca è il centro di una testa, ditele che se piange è per pudore, ditele lo sputo, ditele che il cielo senza occhi non ha ragione, ditele che una parola è matura quando è grave, ditele che grido, ditele che hanno forato il cranio con un punteruolo, ditele che passano le voci, ditele che non passa, ditele che i bambini hanno lo sguardo torvo, ditele che non guardo, ditele che le maglie della terra sono strette, ditele che non usciamo, ditele che usciremo, ditele che l’uomo ha una gabbia sulla testa, ditele della cornea, datele una retina, ditele il sangue sui tappeti, ditele che non avrò figli, ditele che ha innaffiato fiori finti, ditele che non fingo, ditele che i pianeti quando non cadono è perché cedono, ditele che nel pozzo non cadano bambini, ditele di non cadere, ditele che il radicale è un frutto senza seme, ditele dei confini mancati, ditele che se non sono &#8211; sono l’altro, ditele della rincorsa dei coltelli, ditele della camera nera, ditele che un luogo non fa territorio, ditele che i territori sono reti, ditele della ragnatela, ditele che il mio scheletro ha la forma di una mosca, ditele dei ragni Ditele che non ho pertugi, ditele che il consiglio è : evaporare, ditele che un foro non è un passaggio, ditele che non passa, ditele che hanno cartografato il vuoto, ditele che la fedeltà non si misura in giuramenti, ditele che sono infedele, ditele che la parola è un segno, ditele che ci parliamo, ditele che vedo, ditele che l’uomo ha creato bocche ovunque, ditele che sono una buca, ditele che non ho un fondo, ditele dell’universo osservabile, ditele che se ho taciuto è per gravità, ditele che non ho mai taciuto, ditele che il principio di reazione ha fallito, ditele che è falso, ditele che ho fame, ditele che è freddo, ditele che piange, ditele che un uomo è un bambino in verticale, ditele che cado, non ditele niente, ditele della sbarra piantata sulla schiena, ditele che la verità è una menzogna, ditele che mento.</p>
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