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	<title>associazione palomar &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fare comunità con le arti e raccontarla: l&#8217;impegno come forma della gioia nelle periferie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni &#160; per Gianluca di Lupicciano  La comunità che viene: le ragioni fondanti Si è concluso da poco il festival La comunità che viene, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>per Gianluca di Lupicciano</em><em> </em></p>
<p><em>La comunità che viene: le ragioni fondanti</em></p>
<p>Si è concluso da poco il festival <strong><a href="http://www.reportpistoia.com/pistoia/item/64523-rinasce-ma-in-periferia-leggere-la-citta.html"><em>La comunità che viene</em></a></strong>, nome ispirato all’omonimo libro di Giorgio Agamben che si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente, dove l’individuo fondante è “qualunque”, con il suo sogno, la sua esperienza e il suo mistero. Ho deciso, come raramente faccio per questioni di pigrizia, ma soprattutto di tempo, di raccontare cosa è accaduto e soprattutto le ragioni personali, profonde e pregresse di quest’iniziativa, promossa dall’<strong>Associazione Palomar</strong> con un contributo importante di Unicoop Firenze, e realizzata principalmente nelle periferie collinari della città di Pistoia, qui nella Valle delle Buri, dove sono tornata a vivere cinque anni fa.</p>
<p>Le condizioni che hanno portato all’ideazione del festival sono riassumibili in questi punti: la presenza di patti di territorio o di collaborazione; un impegno sociale e artistico assiduo, rivolto agli abitanti dei borghi, più che agli addetti ai lavori; la ricerca costante di cooperazione con le realtà socio-culturali dei paesi; la scioccante svolta politica a destra nel governo cittadino; <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/2018/01/la-scuola-lo-scoiattolo-resti-comunale.html">la lotta per la nostra piccola scuola, condotta e vinta tutti insieme</a></strong>.</p>
<p>Circa quattro anni fa è iniziato il mio lavoro volontario nel <strong><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/">Centro Sociale di Santomoro</a></strong>, di cui sono attualmente la presidente, luogo <strong><a href="http://reportpistoia.com/agora/item/53731-patto.html">che beneficia di un patto per la cultura con l’amministrazione comunale</a></strong>, esistente da quasi trent’anni, ma ufficializzato solo in tempi recenti, grazie al regolamento scritto dai precedenti sindaco e vicesindaco, Samuele Bertinelli e Daniela Belliti, insieme a Gregorio Arena, presidente di <strong><a href="http://www.labsus.org/">Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà</a></strong>, che si occupa di patti di collaborazione per i beni comuni su tutto il territorio italiano. Mi soffermo su queste informazioni perché ritengo che stringere un patto per i beni comuni sia qualcosa che dovrebbe interessare tutti coloro che nutrono una qualche visione culturale dei luoghi e un po’ d’amore per i loro vicini.</p>
<p>I patti di collaborazione riguardano la manutenzione di strade, la pulizia di cippi e cimiteri, la riqualificazione di aree verdi, campi sportivi, locali dismessi, l’investimento e la progettazione culturale; molto spesso accade che a stringere questi patti siano persone dei quartieri ricche di volontà, ma magari con pochi strumenti culturali per essere davvero efficaci. Succede quindi che, una volta venute meno queste persone, tutto arranchi e si perda. Sono convinta che se artisti, scrittori, intellettuali si impegnassero nel particolare, accanto agli altri, mettendo da parte la ricerca di gloria mediatica per un po’ di invisibilità collettiva, ma fattiva, quel futuro migliore che ci sembra tanto lontano in quest’Italia allo sbando, diventerebbe un approdo chiaro e tangibile. Questo riguarda anche i politici animati da autentico spirito di servizio e non quella folla di politicanti da social network sempre pronti a esprimersi su immigrazione, diritti, scandali del lavoro, ma quasi del tutto incapaci di entrare nelle vite o nella geografia di un qualsiasi quartiere periferico delle città che magari si trovano ad amministrare – quello stesso quartiere in cui si fa esperienza diretta dell’integrazione e dell’esclusione, del disagio, dei sogni repressi, della cultura negletta, della condivisione. Della politica, in una parola sola, che nei patti di collaborazione unisce civismo attivo e progetto amministrativo democratico sul lungo termine.</p>
<p>Il lavoro culturale a Santomoro si sviluppa in laboratori artistici per bambini e adulti, feste, servizio di biblioteca legato soprattutto alla presenza dei bambini della nostra scuola primaria dell’infanzia Lo Scoiattolo, sperimentazione coi ragazzi nel doposcuola e nelle attività estive. Promuove una lenta tessitura collettiva, che ha come primo compito la valorizzazione degli abitanti e dei più piccoli, perché crescano coltivando speranze e fiducia al posto di ansie e frustrazioni. Dal paese ci siamo spostati alle altre frazioni delle nostre due valli, in nome di rapporti di amicizia e vicinanza, muovendosi lungo le due linee dei circoli Arci e dei patti di collaborazione.</p>
<p>Per qualche anno mi è parso di stare in un sogno, il cui risveglio sarebbe stato strepitoso. Un sogno, lo sottolineo, col cuore a sinistra, in quei valori di giustizia sociale e fratellanza, sostegno agli ultimi (che non sempre sono i più facilmente riconoscibili e talvolta vanno oltre l’umano, nel vivente) e lotta a tutte le povertà – economiche, culturali, spirituali, che condizionano l’essere umano fino a renderlo estraneo a se stesso e al godere del mondo. Poi nel giugno 2017 la destra ha vinto le elezioni comunali. Dopo lo shock ho iniziato a capire che più di prima c’era da proteggere ciò per cui stavamo lavorando e avevo ragione: nell’autunno è arrivata la notizia del progetto di statalizzazione della scuola comunale per l’infanzia, fino ad allora messa al sicuro dall’amministrazione insieme alle altre due piccole scuole dell’area montana. Una brutta notizia per chiunque sappia l’importanza di una scuola comunale in territori fragili, come la collina e la montagna – il passaggio allo stato ne avrebbe determinato la rapida chiusura, perché lo stato non può verosimilmente intervenire nel locale, come fa un comune, che ha il dovere di tutelare le sue aree marginali, affinché non diventino semplici dormitori. Per fortuna dove vivo la scuola è davvero di tutti – il paese e la valle hanno lottato, altri pistoiesi ci hanno sostenuto e la lotta, quando è vera e determinata, indipendentemente dallo snobismo di quotidiani e giornali impegnati, paga. La scuola è ancora comunale.  Di più: la lotta unisce. I rapporti con gli altri paesi si sono rafforzati, e con loro la necessità di alimentare una visione e un impegno comune.</p>
<p>Coltivavo da un po’ l’idea di una manifestazione sul senso della comunità e del lavoro artistico al suo interno, che radunasse alcune delle esperienze significative nel locale e nel panorama nazionale, ne avevo parlato brevemente con il nostro ex-sindaco, Samuele. A Pistoia sotto la sua amministrazione si stava già portando avanti da tre anni un festival ambizioso e tematico, <strong><em><a href="https://www.comune.pistoia.it/5959/Leggere-la-citta/">Leggere la città</a></em></strong>, che aveva il compito di promuovere il dibattito sulle questioni urbanistiche e culturali del comune &#8211;  festival prontamente venuto meno con il cambio della guardia. Ciò di cui abbiamo bisogno ora tuttavia è un lavoro capillare dal basso, che rifondi una comunità plurale, radicata nei quartieri, ma con le porte aperte, capace di accogliere le intelligenze visionarie e la costruzione di progetti per il benessere di tutti, a partire da coloro che sono piccoli o addirittura non ci sono ancora. Così per la mia valle e per l’associazione Palomar mi sono presa la responsabilità di coordinare l’esperienza de <em>La comunità che viene</em>, dedicando questa prima edizione al Racconto di esperienze artistiche, educative e culturali in loci e altrove.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-76379" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg" alt="" width="500" height="707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1.jpg 2339w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/locandina-ccv-1-160x226.jpg 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><em>Il festival</em></p>
<p>La manifestazione si è svolta in più giornate, fra la fine di settembre e la metà di ottobre, alternando a eventi con vari ospiti, le “comunità transitorie”, ovvero laboratori ed esperienze rivolti a bambini e adulti, ispirati al lavoro già in corso nella Valle.</p>
<p>Il Racconto ha così, fra momenti di narrazione e altri di sperimentazione e gioia condivisa, portato alla luce la possibilità di trasformare territori per lo più caratterizzati dai concetti un po’ triti di periferia, marginalità, oblio, in centri di vitalità immaginativa, perché a volte dai margini, dalle soglie il mondo si vede meglio, perché, aggiungo, sono questi luoghi dove si possono ancora trovare, seppure residuali e nascosti, quei vincoli affettivi, fra abitanti e famiglie, comunitari.</p>
<p>L’anticipazione di <strong>sabato 22 settembre</strong> si è svolta nella <strong>periferia urbana delle Fornaci</strong>, quartiere nord di Pistoia, noto per le sue molte anime, non sempre in accordo. Villette, residenti storici e antichi, case popolari nella sua area più controversa, che è anche la più viva, e dove per anni sono stati portati avanti progetti di integrazione, rivolti primariamente agli adolescenti e in dialogo aperto con l’attivismo socio-culturale in tutta Italia.</p>
<p>Nei locali dell’ente <strong>Camposampiero</strong> abbiamo ospitato nel primo pomeriggio un laboratorio artistico dedicato ai bambini e condotto da <strong>Serena Zampini</strong>, la cui ricerca da anni va verso la commistione di performance, danza e pittura. L’idea dell’accoglienza e della condivisione è venuta qui naturalmente, mettendo insieme ragazzi con caratteri diversi e facendoli interagire nei gesti, fantasticando di provenire da paesi lontani di cui andavano ricreati i movimenti base di una danza rituale, imbrattandosi le dita nel colore a occhi bendati e chiedendo aiuto alla mano dell’altro per essere guidati sul foglio, perché lo scopo non era certo produrre opere d’arte, ma tirare fuori senza inibizioni l’entusiasmo, la piccola follia, la voglia di esprimersi ed essere ascoltato che tutti abbiamo dentro.</p>
<p>È seguito l’incontro con il professor <strong>Enzo Scandurra</strong>, docente di urbanistica presso l’Università La Sapienza di Roma, e <strong>Marina Dammacco</strong>, una delle anime della compagnia teatrale <strong><a href="https://puntacorsara.wordpress.com/">Punta Corsara</a></strong> di Napoli, di cui segue la parte organizzativa e laboratoriale. Entrambi i relatori, moderati da Antonio Sofia per l’Associazione, sono stati invitati per mettere in contatto mondi che talvolta si guardano appena – quello della riflessione intellettuale di lungo corso sulle questioni e l’intervento artistico, diretto, a contatto con coloro che abitano i luoghi. Enzo Scandurra ha parlato di un passato non lontano (si pensi alla produzione cinematografica degli anni Cinquanta e Sessanta) in cui le diseguaglianze sociali e l’assetto urbanistico dei quartieri era interesse vivo degli intellettuali, del fallimento di progetti amministrativi sulle periferie, nello specifico il caso esemplare del villaggio della Martella, a Matera, pure molto belli sulla carta, perché non si possono “deportare le persone” per un’idea astratta, sebbene nobile, di comunità. Occorre appunto un lavoro fianco a fianco con gli abitanti, che li liberi dalla lente del sociologo, ne faccia materia viva e partecipata e non di studio. E qui si è inserita Marina Dammacco mettendo in atto una vera e propria performance per noi del pubblico per raccontare l’azione teatrale sul tema delle periferie <em>Il Convegno</em>, immaginario quanto verosimile convegno a cui tutti, dai sociologi di cui sopra, agli assessori, sono invitati a esprimersi sul tema, mentre il corpo di un’adolescente che nella periferie risiede, attende pazientemente sdraiata, quasi un cadavere, davanti a loro, muta e non vista fino alla fine.</p>
<p>Le due narrazioni possono sembrare addirittura in contrasto, come superficialmente si considerano troppo spesso arte e accademia, eppure quello stridore è la frizione, la scintilla per la collaborazione efficace fra un’azione dal basso, che coinvolga e chiami pazientemente le persone una ad una, e una visione architettonica e progettuale delle città.</p>
<figure id="attachment_76382" aria-describedby="caption-attachment-76382" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-76382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-1024x686.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018a-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76382" class="wp-caption-text">Ilde</figcaption></figure>
<p>Il festival è proseguito poi con l’incontro di <strong>venerdì 5 ottobre</strong>, presso il <strong>Centro Sociale di Santomoro</strong>, un evento a cui tenevo particolarmente, essendo stato il primo ideato e voluto da tempo. Siamo infatti entrati nel vivo del tema, ospitando tre esempi di interazione fra arti e territori marginali, difficili, comunque non esattamente sotto i riflettori.</p>
<p>La poetessa <strong>Azzurra D’Agostino</strong> e la preziosissima <strong>Daria Balducelli</strong> hanno illustrato l’attività appenninica dell’<strong><a href="http://www.sassiscritti.org/">associazione SassiScritti di Porretta Terme</a></strong>, una geografia montana prossima a noi del versante pistoiese e a noi sorella. Con il festival <strong><em>L’importanza di essere piccoli</em></strong>, giunto all’ottava edizione, sono la poesia e la canzone d’autore, a essere portate nei borghi della montagna, mettendo poeti e pubblico in un rapporto diretto, frontale. Il successo di questo festival, che ogni agosto riunisce una comunità eterogenea, creando legami affettivi che durano nel tempo, si deve in buona parte proprio alla scelta dell’ambientazione, al coraggio di salire le strade dei paesi di montagna, di stare fra la pieve e il bosco, o, come fu per la prima edizione, nel giardino di una casa privata. Chi partecipa diviene parte in causa e questo fa la differenza. Tra le altre attività promosse dall’associazione &#8211; <strong><em>InRitiro</em></strong>, calendario di laboratori residenziali, artistici e formativi, e una costante interazione col territorio, fra cui vale la pena ricordare il laboratorio teatrale con e per donne migranti, sull’Antigone, e la mobilitazione a sostegno degli <strong><a href="http://www.sassiscritti.org/2016/02/16/conclusione-della-vicenda-philips-saeco/">operai della Philips Saeco</a></strong>, impegnati in un presidio durato 71 giorni, iniziato a fine novembre del 2015 dopo l’annuncio dell’imminente licenziamento di 243 persone. Un sostegno avvenuto con la vicinanza della parola, della musica, delle conoscenze condivise, che non avrà cambiato le sorti degli operai, ma ha restituito almeno la dignità dell’essere insieme nello smarrimento, operai, artisti, musicisti, umani solidali.</p>
<p><strong>Mario Cubeddu</strong>  per <a href="http://www.perdasonadora.it/">l’<strong>associazione Perda Sonadora</strong></a>, è venuto a narrarci la storia del <strong><em><a href="http://www.settembredeipoeti.it/">Cabudanne de sos Poetas</a></em></strong>, festival di poesia che si svolge a inizio di settembre dal 2004 nel paese di Seneghe, nell’entroterra della provincia d’Oristano, un festival felice e longevo, nato grazie alla presenza di una consistente tradizione poetica in lingua sarda e in seguito diventato momento di incontro per la poesia a livello nazionale. Mario e l’amica Mattea Usai, sono stati fra i primi promotori del festival, grazie a una serie di eventi realizzati nel ristorante gestito nei primi anni duemila da Mattea, vera e propria semina per la manifestazione. Perché spesso succede così: si sperimenta in piccolo e poi si prende forza, si vede che ci sono altri pronti a seguire, si tenta, si salta e se la semina è buona si spicca il volo. A Seneghe in quei giorni la poesia è dappertutto. Dal cuore della Piazza dei Balli, alle viuzze, ai ragazzi che presto ricominceranno la scuola, alla piccola biblioteca, un paese apre le porte, accoglie, e a chi partecipa sembra di essere tornato fra antichi amici. È stato Mario a ricordarci nel suo intervento la centralità dell’agire politico, riprendendone la dimensione esistenziale, ben prima che partitica,  che Hannah Arendt, nel suo <em>Vita activa</em>, gli conferiva. Eccole le parole famose della grande filosofa: “L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo.”</p>
<p>Il progetto di <strong><a href="https://www.facebook.com/viaRomaReggioEmilia/">Via Roma a Reggio Emilia</a></strong> ci è stato raccontato da due dei suoi promotori: <strong>Pierluigi Sgarbi e Irene Russo</strong>. Via Roma è una strada popolare del centro storico della città, ma la sua “cattiva fama” la pone di diritto fra i luoghi fragili e periferici scelti per la nostra rassegna. È in realtà una via multietnica, osservatorio d’elezione su molte comunità che qui si incrociano: chi ci vive da sempre, chi ci si è insediato, chi la visita durante gli eventi, chi vorrebbe poter restare e naturalmente quelli che stanno crescendo. Può la creatività incentivare la coesione sociale? La risposta è ovviamente sì, ma a noi interessano le modalità e la reazione degli abitanti coinvolti.  L’azione creativa di Via Roma si sviluppa fra il  monumento simbolo di Porta Santa Croce, un orto urbano, alcune osterie, fra cui la <strong><a href="http://www.ghirbabiosteria.it/">biosteria Ghirba</a></strong>, nel festival sulla fotografia e naturalmente fra le persone – Irene e Pierluigi insistono sui momenti preparatori alle attività, come l’occasione per la conoscenza reciproca e quindi l’unione. Gli eventi non piovono dal cielo, ci sono persone che sistemano i locali, prendono contatti, distribuiscono materiali, cucinano, e questo è, per chi lo fa, la fatica, ma anche il sabato del villaggio. Ciò che resta oltre la soglia del visibile e a cui molti pronti a scendere in piazza con qualche vessillo, a speculare e spaccare in quindici un capello moribondo, non sono abituati. Eppure  quel qualcuno che rende possibili gli eventi è l’anima e la persona più importante, è l’accoglienza. L’uso concreto dell’immaginazione, hanno proseguito i nostri ospiti, crea memoria collettiva, contatto fra gli artisti e gli abitanti, che aprono case, negozi, spazi di quartiere come accade durante il <strong><a href="https://www.fotografiaeuropea.it/off2018/2018/04/14/via-roma-non-esiste/">festival di Fotografia Europea</a></strong>,  intitolato per l’ultima edizione: Via Roma non esiste. Come un’utopia, in nessun luogo e ovunque – ovunque si lavori perché <em>utopia </em>diventi <em>eutopia</em>: il buon luogo.  La serata è terminata con un rinfresco offerto dal Centro Sociale e appunto cucinato dalle persone che ne fanno parte, che sono anche coloro a cui di cuore dedico questo evento specifico, perché senza di loro non potrei fare nulla.</p>
<p>Siamo così arrivati ai quattro giorni intensi  e finali compresi fra giovedì 11 e domenica 14 ottobre.</p>
<p><strong>Giovedì</strong> siamo scesi in città, ospiti del <strong>Circolo Arci Bugiani</strong>, dove Palomar ha la sede. È un circolo inusualmente ricco di proposte, il cui calendario è sempre fitto di riunioni ed eventi, dove i valori della sinistra non sono soltanto parole, dove trovano posto i ragazzi delle vicine scuole elementari e medie e varie associazioni. Insieme all’ideatrice, l’artista <strong>Emanuela Baldi</strong> abbiamo presentato e raccontato <strong><a href="http://www.zappalab.com/io-sono-qui-2/">il progetto artistico-formativo IO SONO QUI</a></strong>, promosso dall’Associazione Zappa! di Prato cui io stessa ho preso parte insieme a un gruppo di responsabili formato da Emanuela, la performer Francesca Campigli e la psicoterapeuta Paola Papi. Con un team vario (due videomaker umbri, Lorenzo Bernardini e Michele Manuali; un grafico emiliano, Marino Neri, e un fotografo come noi toscano, Guido Mencari). IO SONO QUI rispondeva a un bando del MIUR indirizzato a <em>progetti volti alla promozione di attività volte al recupero delle regolari attività scolastiche ed extrascolastiche nelle zone colpite dal terremoto</em>, di cui <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/22/abitare-mondo-stupore/">ho ampiamente scritto</a></strong>, e si è svolto nella città di Camerino nell’estate 2017.  Al festival ci hanno raggiunto tre dei bambini coinvolti, insieme alle loro mamme: oltre la gioia e la commozione di rivedersi dopo un lavoro intenso e provante, abbiamo così avuto la conferma che certi semi danno frutto e ricordo, che è poi quanto sempre si persegue. Ma abbiamo anche avuto la conferma che queste azioni, dove partecipanti e ideatori si mettono profondamente in gioco, dovrebbero essere quelle a cui dare rilievo se vogliamo un presente diverso, di reciproco sostegno e immaginazione, che parta dai ragazzi. Questo significa che i media per primi potrebbero ogni tanto decidere di raccontare queste <em>storie minime</em>, di rispondere ai molti appelli, telefonate, email – di diffondere speranza oltre che sgomento o sdegno. Cosa fa o non fa notizia, infatti, dovrebbe deciderlo il coraggio non l’opportunità. E cosa è davvero opportuno nei tempi bui che stiamo vivendo?</p>
<p>Abbiamo concluso con un’apericena al circolo e il concerto di un gruppo di giovanissimi, gli <strong>Sgurz</strong>, formatosi proprio per questo festival, che hanno unito i loro strumenti, dalla batteria al sax, agli archi, per riproporci canzoni di resistenza, gioia e lotta dal nostro cantautorato storico e da altre culture.</p>
<p><strong>Venerdì 12 ottobre</strong> abbiamo ripetuto il racconto di IO SONO QUI al <strong>Circolo Arci di Santomoro</strong>, dove abbiamo anche concluso con un’apericena e un dj set con Santo Jimmy, un amico di lunga data, mentre nel primo pomeriggio, al Centro Sociale di Santomoro, ho voluto inserito nel programma il primo incontro per <strong><em>Il Viaggio dell’Eroe</em></strong>, un laboratorio di scrittura poetica gratuito che conduco dal febbraio 2017 nella Valle delle Buri, girando fra i paesi e con qualche puntata in città, che è giunto ora alla terza e finale avventura, <strong><em><a href="http://santomorocentrosociale.blogspot.com/p/il-viaggio-delleroe-autunno-2018.html">L’Isola Chenoncè</a></em></strong>. Il laboratorio è nato primariamente grazie alla collaborazione con il Centro Diurno Desii3 come progetto di  integrazione fra diverse marginalità: psichica, sociale, geografica. Una volta al mese, con una pausa estiva, ci ritroviamo in un Circolo Arci, una proloco, un centro di quartiere, una casa o un prato, a leggere e scrivere poesie su temi scelti dal mondo archetipico della fiaba. Al tavolo si stabilisce una nuova forma di uguaglianza: che si provenga da una situazione di disagio psichico, che si sia bambini o anziani, che si viva su per le colline  o nel centro urbano, qui tutti abbiamo qualcosa da riscoprire ed è sorprendente la capacità di ascolto che ne deriva, fra persone che forse, per le vie più comuni, non si troverebbero mai. Perché la verità basilare è che siamo tutti fragili. Abitiamo tutti una qualche periferia, geografica, della società, dello spirito. Saperlo ci rende prossimi e ci mette in pace. Questo io l’ho capito camminando con gli altri sul sentiero della poesia, tirando fuori la parte di noi da proteggere, ma anche la forza eversiva e gli strumenti per dirsi. Per questo appuntamento siamo “volati via”, proprio come i fratelli Darling dietro Peter Pan, riprendendo il discorso con l’infanzia e magari trovando che non è così dorata come ce la vogliono illustrare. In questo laboratorio siamo temporaneamente un popolo consapevole, dentro uno più grande e spesso inconsapevole, che ci accomuna per lingua, tradizione o destino.</p>
<figure id="attachment_76381" aria-describedby="caption-attachment-76381" style="width: 577px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-76381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1.jpg 2000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018t_1-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /><figcaption id="caption-attachment-76381" class="wp-caption-text">Andrea e Rosalba, la polenta stesa</figcaption></figure>
<p>Siamo così arrivati a <strong>sabato 13 ottobre</strong>, nella “valle di là”, a <strong>Iano</strong>, con cui da più di un anno Santomoro tiene un rapporto di amicizia e sfida, grazie al duello poetico fra due paesani, <strong>Chiara Vitali</strong> e <strong>Michele Berti</strong>, nato su internet, sviluppatosi poi in due sfide epocali nei rispettivi circoli, fomentato da <strong>Antonella</strong>, la maestra della nostra scuola dell’infanzia, di origine ianese, e confluito in un piccolo libro che ripercorre anche la tradizione del cantar di poesia, dell’ottava rima da queste parti, stampato col contributo del Centro Sociale di Santomoro e del Comitato paesano di Iano. Ci tengo a dire tutto questo per far comprendere che il festival non è piovuto dall’alto, come alcune grandi e ben finanziate manifestazioni-astronave in cui artisti, scrittori, intellettuali letteralmente invadono i luoghi senza nessun tipo di sensibilizzazione precedente. Per noi è una tappa di un percorso comune, faticoso ed entusiasmante.</p>
<p>Ci hanno ospitato la <strong>Biblioteca di Iano</strong>, sita nell’ex scuola elementare del paese e gestita, grazie a un altro patto di collaborazione, dal <strong><a href="https://www.facebook.com/ComitatoPaesanoDiIano/">Comitato paesano</a></strong>, e la stupenda <strong>Casa del Popolo</strong>, unica già nella sua struttura circolare.</p>
<p>Nella biblioteca per le comunità transitorie <strong>Ginevra Ballati</strong> ha condotto il laboratorio <strong><em>Storie di animali</em></strong>, rivolto ai bambini, che hanno realizzato i loro libri sotto la guida dell’artista. I bambini, mi preme dirlo, erano quasi tutti di Iano, grazie al lavoro fatto dai volontari per il coinvolgimento. In questo caso la corsia preferenziale è d’obbligo – non si importa la partecipazione, la si crea lentamente dove si sta.</p>
<p>È seguito presso la Casa del Popolo un incontro a cui tenevamo moltissimo sulla scuola della Barbiana, con la storica e scrittrice <strong>Vanessa Roghi</strong> e <strong>Ezio Palombo</strong>, uomo che ha avuto una lunga e singolare esperienza di sacerdote e che è stato amico sincero di Don Lorenzo Milani. A moderare per Palomar i nostri <strong>Laura Bonanno</strong> e <strong>Marco Leporatti</strong>.  Mentre i nostri ospiti raccontavano a me sembrava che l’esperienza di Don Milani si riflettesse sui volti dei miei compagni in questa Valle, Valentina, Luciana, Lido, Laura, Daniela, Isa, Mirna, Enrico, per dirne solo alcuni, e  nel patto che ci tiene.  Ezio Palombo ricordava il valore del voler bene alla gente, che non è e non può essere tutta l’umanità – come in quel verso della Szymborska, “preferisco me che vuol bene alla gente a me che ama l’umanità”.  Che significa scegliere a chi dedicarsi, se ne abbiamo gli strumenti, e da quel momento non retrocedere di un passo. Vanessa ha raccontato le ragioni personali dietro al suo libro <strong><em><a href="http://www.lavoroculturale.org/lettera-sovversiva/">La lettera sovversiva. Da Don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 2017)</a></em></strong>, e ha insistito sull’impegno per la scuola, una scuola che non può e non deve essere solo il perseguimento di un voto su una tabella. Si dovrebbe imparare a scuola la via dell’emancipazione, perfino dell’obiezione di coscienza, quel radicale “se pur tutti, io no”.  Ricorda Ezio Palombo nelle prime pagine del libro della Roghi, a proposito della scuola popolare di San Donato: “Vedevo per la prima volta seduti, intorno ai tavoli della scuola, ragazzi cattolici e ragazzi comunisti, perché la verità, diceva Don Lorenzo, non era di destra e non era di sinistra, ed era compito della scuola insegnare a cercarla”.  Ezio ha quasi novant’anni, è lucido e tagliente, testimonia una lezione dei più vecchi, male assorbita dalle generazioni seguenti, ma che è attuale e opportuno riprendere, non tanto per rispolverare la nostalgia, quanto per agire. Così il lavoro di intellettuali come Vanessa Roghi è quanto mai utile ora,  perché aiuta a districare le trame in cui il paese sembra essersi attorcigliato e intorpidito e lo fa, in questo caso, partendo dal tema dei temi: l’educazione, che precede tutto e non è riducibile a un bagaglio di nozioni. Ecco perché l’abbiamo voluta quassù. Perché i paesi della Valle, sono luoghi piccoli, sostenuti dalla possibilità di incidere davvero non su X vite pescate affidandosi alla fortuna, ma sulla vita di ragazzi che conosciamo nel volto e nel carattere.  In questi luoghi tutti siamo responsabili dei processi educativi, tutti siamo chiamati per nome. Qualcuno più forte, forse, perché chi più sa, più deve sentirsi responsabile verso gli altri.</p>
<p>Abbiamo concluso in bellezza, cenando tutti insieme e ascoltando musica e alcuni di noi tirando tardi, bambine comprese, prima di salutarci.</p>
<p>La mattina seguente siamo saliti all’ultimo e più alto dei paesi, <strong><a href="https://www.facebook.com/baggioforever.bucci.1">Baggio</a></strong>, dove si trova la proloco e il Museo del Carbonaio, ultimo dei tre patti di collaborazione. Ci aspettavano i volontari e <strong>Cecilia Lattari</strong> e <strong>Lucia Mazzoncini</strong>, custodi dell’ultima avventura nelle comunità transitorie, <em><a href="https://www.facebook.com/events/482489765583826/">Camminare il silenzio</a></em>.  Siamo entrati nel bosco. In un cerchio silenzioso Cecilia e Lucia ci hanno simbolicamente unito con un filo che è stato poi reciso, a sancire il passaggio dalla dimensione quotidiana a una immersiva nella natura che pure qui è compagna riconoscibile. Qui certe volte scendono i lupi. Qui, nei nostri borghi, i cervi vengono nelle piazze alla fine dell’estate, quando comincia il periodo dell’amore. Qui cominciano quelle castagnete che hanno sfamato tanta gente durante le guerre. Qui la memoria ha un altro passo rispetto alla parola. Cercando di mantenere il silenzio una settantina di persone fra adulti e bambini hanno camminato per il sentiero di un’antica processione paesana, raccogliendo sassolini, rami, fiori, gusci da donare poi alla Bure, il nostro torrente. Un cammino breve, rituale, verso l’acqua, come verso la verità ultima del nostro essere temporaneo e costante insieme, del nostro renderci infine al mondo che è ben più vasto dell’umano e lo si avverte quando si entra in un luogo noto mettendo da parte le nostre abitudini e acuendo i sensi alla sua presenza, alla voce dell’acqua e del vento. Al ritorno siamo risaliti dall’acqua al bosco agli olivi già carichi e pronti per la raccolta, alla strada. Alla proloco intanto si stava preparando un pranzo toscano e antico, con la polenta stesa e tagliata col filo, la pappa al pomodoro, il fungagnino appena trovato, i necci di farina di castagne con la ricotta e i canti dell’Italia popolare sul giradischi. Abbiamo pranzato tutti insieme sotto un bel sole sulla grande terrazza che si affaccia sulle due valli. Ecco, in questi momenti qui, io non credo ma so, che è possibile lavorare per una felicità diversa, io non credo ma so che questo serve, un lavoro incessante, un affetto capace di crescere, una o più persone che spendono tanto del loro tempo per la comunità e hanno il diritto di non sentirsi abbandonate. A un certo punto Michele di Iano si è alzato ed è andato ad abbracciare <strong>Rosalba Bucci</strong>, la presidente della proloco di Baggio e questa è fra le pagine di letteratura non scritta che serberò con cura.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-76380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg" alt="" width="577" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-1024x685.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/151018ba.jpg 2000w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /></p>
<p>Provengo per una parte della mia famiglia, quella paterna, dall’Appennino montano, dalla Sambuca Pistoiese. Ne ho scritto, ne parlo, scappo come posso al mio bosco del Prataccio per ritrovare quel mio antico amico. Ma Santomoro e la Valle delle Buri, che in qualche modo dipendono  dal ramo materno della mia storia, grazie alla mia bisnonna che era nata qui, mi hanno insegnato ad apprezzare la gente, il popolo di questa microscopica geografia. Non tutta la città, non tutta la nazione, non tutto il mondo: una Valle appenninica, una sola – per una vita è sufficiente.</p>
<p>Concludo questo mio lungo scritto rivolgendo un pensiero a chi a quella tavola a Baggio mancava. Se tutto questo è stato possibile è perché nel 2016 con un’altra persona, l’allora presidente del circolo Arci di Lupicciano, Gianluca Menichini, dal cui spirito spero di aver imparato qualcosa, immaginammo per primi di camminare fra i nostri paesi, con le storie e la poesia. Immaginammo un lavoro coeso per tutta la Valle, sperimentammo nell’estate il percorso io lui e Valentino di Santomoro e il 2 ottobre 2016 camminammo davvero, con tanti altri, fra Santomoro e Lupicciano, leggendo e ascoltando poesie, parlando delle erbe e delle piante, rievocando le infanzie degli abitanti, fino a un altro sole, al Portico di Goro, un altro luogo affacciato sulla vallata, dove pranzare tutti insieme.  Gianluca per questioni sue più che legittime e dopo molti anni al servizio del suo paese,  ora ha lasciato ad altri ed è da una telefonata di diversi mesi fa che non ci parliamo.  Ma io non dimentico. Gianluca, grazie. Questo è per te.</p>
<p><strong>********</strong></p>
<p><strong>La locandina è stata realizzata da Benedetta Matteoni a partire da una foto di Chiara Vitali di un gruppo di bambini della scuola Lo Scoiattolo in visita alla Bure. Questa è la foto che ha accompagnato tutta la nostra lotta per la &#8220;scuolina&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Le fotografie scelte per l&#8217;articolo sono state scattate da Eleonora Chiti nella giornata conclusiva a Baggio. Altre giornate del festival sono state documentate da Giovanni Fedi per il quotidiano online Reportcult e si trovano ai link seguenti.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/fotografie/collection133209313-72157656497231769/set72157695800052090.html">22 settembre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157672042195817.html">5 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157700775013081.html">11 ottobre</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.reportcult.it/multimedia/collection133209313-72157656497231769/set72157699167636332.html">13 ottobre</a></strong></p>
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		<title>Pistoia è sul mare. Lo stupore e il rischio della proposta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 May 2016 05:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[associazione palomar]]></category>
		<category><![CDATA[bando per la cultura e le arti]]></category>
		<category><![CDATA[capitale della cultura 2017]]></category>
		<category><![CDATA[nicola ruganti]]></category>
		<category><![CDATA[palomar]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;articolo è uscito, sia in forma cartacea che online, sul secondo numero del giornale bimestrale dell&#8217;Associazione Palomar. Qui il sito dell&#8217;Associazione politico-culturale, che ha sede a Pistoia, dove sono reperibili tutti i numeri del giornale, gli eventi e l&#8217;archivio delle attività (ndf). di Nicola Ruganti Pistoia è Capitale italiana della cultura 2017. Con l’assegnazione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;articolo è uscito, sia in forma cartacea che online, sul secondo numero del giornale bimestrale dell&#8217;Associazione Palomar. <strong><a href="http://associazionepalomar.it/">Qui</a> </strong>il sito dell&#8217;Associazione politico-culturale, che ha sede a Pistoia, dove sono reperibili tutti i numeri del giornale, gli eventi e l&#8217;archivio delle attività (ndf).</em></p>
<p>di <strong>Nicola Ruganti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pistoia è Capitale italiana della cultura 2017. Con l’assegnazione di questo riconoscimento è stata premiata la connessione tra storia della città e progetto di governo votato nel 2012. Il silenzio operoso dell’amministrazione ha dato i suoi frutti; il risultato è evidente e conferma che il lavoro sui pensieri lunghi è attuale ed ha senso. A pranzo di lunedì 25 gennaio ero con un amico alla trattoria San Vitale; ci interrogavamo su quale sarebbe stata la città designata; abbiamo commentato che Ercolano tra le candidate fosse molto esposta mediaticamente. Poco dopo, in consiglio comunale, il sindaco ha raggiunto la sala di Grandonio e ha annunciato il riconoscimento all’assemblea cittadina: emozione e tra i presenti anche qualche lacrima. Perché siamo stati colti dallo stupore? Perché tutti abbiamo festeggiato e tutti eravamo increduli? Che c’entra Pistoia Capitale della cultura se in Italia ci sono Firenze o Venezia? Prima informazione necessaria: non si partecipava alla selezione inviando una cartolina. Così l’incipit del bando per la Capitale italiana della cultura: “L’iniziativa di selezionare ogni anno la ‘Capitale italiana della cultura’ è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa delle città italiane nel campo della cultura, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la conservazione delle identità, la creatività, l’innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo.” Insomma si premiava il progetto e la capacità della città di sostenerlo. Quando queste informazioni si sono diffuse capillarmente la città si è attivata ma al tempo stesso non si è discostata dalla meraviglia unita all’atteggiamento brusco e guardingo che abbiamo mantenuto nel tempo. Un po’ come se ci avessero detto, e ce lo avessero detto da Roma, a Pistoia c’è il mare. Mi sono, così, ricordato di una bella poesia di Ingeborg Bachmann: <em>La Boemia è sul mare</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>[…]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Venite boemi voi tutti, gente del mare, puttane dei</em><br />
<em>porti e navi</em><br />
<em>disancorate. Non volete essere boemi, illiri, veronesi,</em><br />
<em>e veneziani voi tutti. Le commedie recitate che son</em><br />
<em>fatte per ridere</em><br />
<em>e inducono al pianto e cento e più volte sbagliate,</em><br />
<em>come me che tanto ho sbagliato e prove mai ho</em><br />
<em>superato</em><br />
<em>sì, l’una e l’altra volta le ho superate.</em><br />
<em>Come la Boemia le ha superate e un bellissimo giorno</em><br />
<em>il mare le fu donato e adesso è sul mare.</em><br />
<em>Io confino ancora con una parola e con una terra</em><br />
<em>diversa,</em><br />
<em>io confino, anche se poco, sempre più con tutto,</em><br />
<em>un boemo, un errante, che nulla ha, nulla trattiene,</em><br />
<em>capace ancora soltanto di vedere dal mare, che è</em><br />
<em>controverso, la terra della mia Elezione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Pistoia è sul mare, dobbiamo prendere consapevolezza di ciò che è successo in questi anni: sono ormai in atto progetti che trasformano la città in modo radicale: la trasformazione dell’area del Ceppo e la Capitale della cultura fanno già parte della storia della città di oggi e di quella che sarà. E per quanto riguarda la parte economica? Con i finanziamenti si aggiusteranno le buche? Certo che sì; dovrà essere così. Tutto, in una città che si aggiudica un riconoscimento così importante e storico, deve tendere a far sì che Pistoia sia pronta anche dal punto di vista infrastrutturale, in centro, ma soprattutto in periferia, nella piana, in collina e in montagna. Il milione di euro di contributo per le attività del dossier Capitale 2017 era già finanziato dunque avremo soldi in più nelle casse del Comune, ed un milione in più, per gli enti locali di questi anni dieci, significa respirare. Quel milione attrarrà altri finanziamenti e parteciperanno molte persone: alle mostre, alle iniziative, alle manifestazioni. È importante leggere il dossier: rispecchia la città, è un modo per ritrovare ciò che si conosce e scoprire ciò che in città non si è mai incontrato. Guardandosi allo specchio ci poniamo alcune domande: cosa genera la cultura? Di quale cultura stiamo parlando? Negli anni novanta (gli anni sessanta, settanta e ottanta appartengono a un’epoca e a un’Europa troppo diverse) siamo stati governati da assessori alla cultura con notevole disponibilità di denaro per i progetti più variegati: da quelli che leggevano “la Repubblica” e pensavano fosse il modo per capire il mondo, a quelli più antagonisti che riciclavano estetiche degli anni, perduti e soffocanti, dell’orda d’oro del sessantotto eccetera. I finanziamenti di quel periodo e possibilità culturali più ampie hanno, però, reso possibile anche la nascita di realtà artistiche molto interessanti: compagnie teatrali, gruppi di cinema sperimentale, donne e uomini di letteratura, illustratori e fumettisti, fotografi… hanno trovato la strada, in alcuni casi anche recuperando le briciole, per veder sostenuta sia la propria poetica, sia il proprio lavoro culturale. Queste occasioni sono state rese possibili anche grazie a quegli assessorati. La Capitale italiana della cultura ci offre un’occasione: chiedere – all’amministrazione comunale e non alle fondazioni e neppure all’Europa – di essere il soggetto pubblico che dà alla cultura giovanile e ai progetti culturali e artistici non <em>mainstream</em>, nascosti, ma presenti nella nostra città, l’occasione per rappresentare il proprio pensiero le proprie idee e opere. Il progetto della Capitale fa e farà il suo corso ma può fare di più, può essere aggiornato alla luce di una possibilità economica superiore, sensibilmente, a tutti gli investimenti fatti negli ultimi anni in città. Uno dei tanti progetti dunque? No. Si tratta di aprire un concorso di idee e di prevedere, concretamente, la fattibilità economica di quei progetti, di quelle idee che risulteranno essere le migliori. Dobbiamo accorgerci prima, e non dopo, di ciò che possiamo fare, di quali condizioni possiamo creare perché in tutte le discipline artistiche si possa determinare la possibilità di vedere che cosa la città è in grado di proporre, trasversalmente; e tutto ciò riguarda, dal punto di vista artistico, sia chi sta crescendo, sia chi inizia adesso, sia chi lavora da tempo. In questo frangente si può cogliere l’occasione per costruire una commissione di artisti, critici, curatori e intellettuali che hanno lavorato tanto in questi anni affinché la cultura fosse la cultura della sperimentazione, che l’arte fosse l’arte che porta turbamento e non consolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amministrazione potrebbe chiedere alla città, scrivendo un bando per l’occasione, progetti di interpretazione e trasformazione della città, chiarendo di non aspettare idee affette dal gigantismo, ma proposte che abbiano la possibilità di far respirare un’aria diversa da quella che si respira in tante città d’Italia. Sarebbe un segnale molto rilevante in un momento Pistoia è sul mare lo stupore e il rischio della proposta in cui l’artista Blu decide, con una scelta sofferta e spiazzante, di cancellare tutte i suoi disegni murali dagli edifici di Bologna. È da cogliere la sfida di far emergere alcuni progetti, almeno una decina, sostenuti economicamente e che si misurino con la città. Perché è una priorità? Perché siamo in una temperie culturale generale in cui sono rare le emersioni di diversità creative? In un periodo di omologazione forte e imperante la funzione pubblica, il Comune, deve cogliere il proprio compito nella produzione artistico culturale. Accade già per esempio nel caso dell’area ex ospedaliera del Ceppo, nelle scelte di politica urbanistica, di intraprendere la scelta di infrastrutturare con soldi pubblici: possiamo farlo anche nelle politiche culturali. Siegfried Kracauer in <em>La fabbrica del disimpegno</em> definisce l’importanza delle idee e del loro concretizzarsi, sono riflessioni che innescano la consapevolezza della necessità di essere conseguenti in ragione di ciò che viene stabilito come prioritario. “Il mondo sociale è sempre colmo di un numero incredibile di forze spirituali o idee che si possono definire brevemente idee. Movimenti politici, sociali, artistici, nei quali si incarnano alcuni determinati contenuti, un bel giorno si svegliano e imboccano il loro corso. Una caratteristica comune alle idee è che cercano di impregnare l’esistente, cercano di diventare esse stesse realtà; come un dovere materiale e concreto, spuntano all’interno della società umana con l’innata intenzione di realizzarsi. Ma solo quando cominciano ad agire nel mondo sociale mettendolo in subbuglio, invece di restare semplici chimere senza influenza sulla realtà, possono essere prese in considerazione da un punto di vista sociologico. Tutte le idee che crescono così nel mondo sociale per riscattarlo dalla sua rigidità, attraversano alcuni processi che si presentano non solo come fatti storici, ma sono caratterizzati anche dal loro aspetto formale e sociologico. Come il sasso lanciato in acqua produce cerchi di un genere di una grandezza legati non tanto alla sua forma e qualità specifiche, quanto piuttosto alla forza e alla direzione del lancio, così ogni idea che urta contro l’elemento sociale esistente suscita in esso uno stimolo il cui sviluppo è condizionato da fattori di ordine generale. Per comprenderli nella loro necessità, questi fattori dovranno essere dedotti dalla struttura dello spirito esaminata da una prospettiva fenomenologica.” Che cosa è la nostra cultura oggi? Quale arte è all’altezza dei conflitti e del confronto con la povertà? Che forza e che direzione diamo al nostro sasso lanciato in acqua? Che forza e che direzione diamo all’intenzione di aprire un concorso di idee, finanziato, per coloro che hanno visioni della città, di ciò che è o non è mainstream, delle contraddizioni del contemporaneo? L’istituzione ha il dovere di cimentarsi con la mutazione delle culture e delle arti: c’è uno spazio di azione possibile, c’è bisogno di discuterne a fondo e poi, di fare cultura dando spazio a ciò che dell’arte è contemporaneo; è un compito per Pistoia, è un compito per una città che sa prendersi la responsabilità di formulare una proposta che non serva solo qua. Ciò che la città è va connesso con ciò che la città può essere. Il compito che possiamo prenderci è quello di non perpetrare lo<em> status quo ante</em> perché in ciò che siamo stati, in ciò che siamo, si anima l’inizio della trasformazione in una città che non possiamo sapere. In una città con cui dobbiamo prenderci dei rischi e che dobbiamo mettere nella condizione di stupirci.</p>
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		<title>Dentro la città. La città e i diritti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/11/23/dentro-la-citta-la-citta-e-i-diritti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 14:15:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[Mercoledì 24 novembre 2010, ore 21 presso gli Antichi Magazzini del Sale, Palazzo Comunale &#8211; Pistoia La città e i diritti *il diritto di ciascuno come dovere di tutti* Ne discutono: Luca Baccelli &#8211; filosofo del diritto, autore di I diritti dei popoli (Laterza, 2009) Franco Buffoni &#8211; poeta, autore di Roma (Guanda, 2009) e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mercoledì 24 novembre 2010, ore 21</strong></p>
<p>presso gli Antichi Magazzini del Sale, Palazzo Comunale &#8211; Pistoia</p>
<p><strong>La città e i diritti</strong><br />
*il diritto di ciascuno come dovere di tutti*</p>
<p>Ne discutono:</p>
<p><strong> Luca Baccelli</strong> &#8211; filosofo del diritto, autore di <em>I diritti dei popoli</em> (Laterza, 2009)<br />
<strong> Franco Buffoni</strong> &#8211; poeta, autore di <em>Roma</em> (Guanda, 2009) e <em>Laico alfabeto in salsa gay piccante</em> (Transeuropa, 2010)<br />
<strong> Giovanna Campani</strong> &#8211; sociologa dell&#8217;interculturalità, autrice di <em> Veline, niokke e cilici</em> (Odoya, 2009)<br />
<strong> Daniela Belliti </strong> &#8211; delll&#8217;Associazione Palomar</p>
<p>_ _ _ _ _</p>
<p>Info: Associazione Palomar &#8211; Via Mazzini 28, Pistoia<br />
info@associazionepalomar.it</p>
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