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	<title>atelier di traduzione &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Leggere Inès Cagnati: il margine e l’assenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/05/28/leggere-ines-cagnati-il-margine-e-lassenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2023 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Scala </strong> <br /> Ci è voluto mezzo secolo prima che una scrittrice densa e potente come Inès Cagnati venisse “esportata” fuori da un paese dal quale non sembrerebbe essersi mai sentita davvero accolta e potesse “tornare” nel paese, l’Italia, dal quale i genitori, contadini, erano partiti per emigrare in Francia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Francesca Scala racconta il dittico di Inès Cagnati costituito da</em> Génie la matta <em>e </em>Giorno di vacanza<em>; quest&#8217;utimo, appena uscito per Adelphi, è stato tradotto da lei insieme a Lorenza Di Lella</em> [ot].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-103207 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg.jpg" alt="" width="312" height="489" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-300x471.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/cover__id13217_w600_t1683893894.jpg-268x420.jpg 268w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Francesca Scala</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A distanza di cinquant’anni dalla sua prima uscita in Francia per Denoël e dopo la ripubblicazione fattane da Gallimard prima nel 1980 e, più di recente, nel 2017, <em>Le</em> <em>jour de congé</em> di Inès Cagnati esce ora in Italia per Adelphi con il titolo <em>Giorno di vacanza</em>, nella traduzione di Lorenza Di Lella e mia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci è voluto mezzo secolo prima che una scrittrice densa e potente come Inès Cagnati venisse “esportata” fuori da un paese dal quale non sembrerebbe essersi mai sentita davvero accolta (stando almeno alle interviste rilasciate e ai suoi romanzi) e potesse “tornare” nel paese, l’Italia, dal quale i genitori, contadini, erano partiti per emigrare in Francia.</p>
<p style="font-weight: 400;">La scoperta tardiva di un’autrice pluripremiata oltralpe sin dal suo esordio (nel 1973 riceve il Prix Roger Nimier per questo libro e, nel 1977, il Prix Deux Magots per <em>Génie la folle</em>, pubblicato in Italia l’anno scorso, sempre da Adelphi, con il titolo <em>Génie la matta,</em> nella splendida traduzione di Ena Marchi), non è però prerogativa italiana.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche negli Stati Uniti e in Spagna sono infatti trascorsi decenni prima che venissero pubblicate, a distanza ravvicinata, le due traduzioni del suo primo romanzo: <em>Free day</em> è del 2019 (Ed. NYRB, trad. Liesl Schillinger), <em>El día de asueto</em> del 2021 (Ed. Errata Naturae, trad. Vanesa Garzía Cazorla). E, se a questo punto gli editori stranieri trovano lo spazio per inserire nel loro catalogo una voce così singolare come è quella di Inès Cagnati, difficilmente dipenderà soltanto dall’autorevolezza dell’editore dell’originale, ovvero da una sorta di suo imprimatur. È invece, senz’altro, il segno dei tempi che cambiano, il segno che la compattezza granitica di un canone maschile e autocentrato si sta finalmente sgretolando.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco allora che temi come la maternità (nei suoi aspetti meno poetici e meno retorici), la relazione madre-figlia (intesa come tensione e rifiuto continui), i rapporti di potere e di terrore al centro di una famiglia contadina patriarcale del secolo scorso e persino la morte ottengono cittadinanza letteraria internazionale. Ecco che Inès Cagnati può finalmente offrire anche fuori dai confini francesi la sua testimonianza, quella testimonianza con cui voleva “rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria” (come dichiara nell’intervista a firma di Laurence Paton pubblicata in appendice a <em>Génie la matta</em>, nella traduzione di Giorgio Pinotti). Già, perché entrambi i volumi che costituiscono questa sorta di dittico sulla maternità e l’assenza, sebbene siano materiati da un linguaggio che è poetico, riescono a collocarsi sul piano sociale: di economia sociale e di psicologia sociale. La lettura che in genere è stata data di <em>Génie la matta</em> è quella di un romanzo straziante sull’amore assoluto di una bambina, Marie, per sua madre, Génie. Eppure in <em>Génie</em> c’è molto di più. C’è la rappresentazione della violenza subìta da una donna (da chissà quante donne!) da parte di un singolo uomo e della società tutta, che con quell’uomo condivide principi e “cultura”. C’è una figlia bastarda e una madre che non può riuscire ad amarla con trasporto perché al concepimento è stata costretta con la forza. C’è una donna ripudiata dalla famiglia non tanto per aver deciso di dare al mondo il frutto di uno stupro, quanto piuttosto per non aver acconsentito allo stupro normato e reiterato dalle nozze, per aver rifiutato insomma un matrimonio riparatore. C’è la povertà e c’è l’emarginazione a cui Génie è costretta da un intero paese, c’è quell’etichetta di matta che la società le affibbia per garantire a sé stessa una patente di normalità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il tema del margine e della marginalità è centrale anche in <em>Giorno di vacanza</em>, ma è declinato in modo diverso. Stavolta ai margini c’è un’intera famiglia, quella di Galla, che è la protagonista nonché voce narrante. Una famiglia contadina che vive al di là alle paludi, in una terra inospitale di “acque selvagge” dove nessuno osa avventurarsi, tranne “il vecchio spagnolo con la capra”, presenza minacciosa per madri e figlie. Galla poi è doppiamente emarginata: non appartiene più del tutto all’ambiente agricolo dal quale proviene, dal momento che sta frequentando il liceo per costruirsi un avvenire, e d’altro canto è considerata come una specie di aliena da parte di compagne e professori, per la sua estrazione sociale, per la povertà dei suoi vestiti e per una sensibilità e una <em>forma mentis</em> che fanno di lei un’estranea ovunque.</p>
<p style="font-weight: 400;">La stessa lingua scarna ma poetica che lettrici e lettori hanno apprezzato in <em>Génie la matta</em>, quella laconicità lirica fatta di riprese lessicali continue a strutturare il testo, a innervare la narrazione, a darle ritmo e senso erano già presenti in questa prima opera di Inès Cagnati, <em>Le jour de congé</em>, e si ritrovano dunque conservate nella traduzione italiana. È una lingua che umanizza animali, vegetali e cose, una lingua che personifica quanto di più caro al mondo Galla possiede, la sua bicicletta, ovvero lo strumento di indipendenza e accesso all’istruzione, senza il quale lei resterebbe al di qua delle paludi e non potrebbe oltrepassare il confine concreto dei campi, accedendo così a una prospettiva di vita economico-sociale diversa da quella contadina. È una lingua che trasmette una visione del mondo olistica, una lingua che stabilisce legami affettivi tra persone, animali e cose, dando loro ruoli che sono intercambiabili: Daisy, la cagna di Galla, è anche l’emblema della maternità, incarna la madre ideale, è per la protagonista un vero e proprio sostituto materno; il primo lampione della città “sembra più solo degli altri. Non appartiene del tutto né alla città né alla campagna. Ha lo sguardo chino sui passanti, uno sguardo ampio e giallo”. E gli esempi potrebbero continuare. Paradossalmente, questa scrittrice del margine, che dal margine scrive e agli emarginati dà voce (potendo attingere, da un lato, alla sostanza della propria esperienza infantile di femmina all’interno di un <em>milieu</em> contadino di migranti e, dall’altro, alla forma di una lingua letteraria individualmente appresa), rappresenta una realtà nella quale i confini (tra mondo umano, animale, vegetale e inanimato) sono aboliti, in cui la protagonista riesce ad assumere il punto di vista di un grembiule “sgualcito da far pietà” e provare per esso compassione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa scrittrice non parla “conto terzi”, per usare un’efficace espressione di Vera Gheno. Parla invece per avere avuto esperienza diretta di ciò che descrive. A prendere la parola e ad autorappresentarsi, sebbene per il tramite della finzione, è insomma la protagonista effettiva di una vita fatta di miseria. E, per un felice paradosso, dalla sua scomoda posizione al margine di due ambienti che non sembrano avere nulla in comune tra loro, l’ambiente letterario e quello contadino, Inès Cagnati accede a un canone che con la propria presenza contribuisce a modificare, di modo che altre scrittrici possano entrarvi a loro volta e a loro volta modificarlo, rendendolo più accogliente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Volendo aggiungere un ulteriore tassello al confronto fra i due romanzi del dittico, occorre parlare dell’assenza, e della colpa che all’assenza si lega. Mentre Génie era colpevole dal punto di vista sociale, per non aver accettato di cancellare pubblicamente, con il decoro matrimoniale, la violenza privata subìta, la colpa di Galla in <em>Giorno di vacanza</em> è interna invece alla relazione madre-figlia. Ma è comunque in grado di condizionare un’intera esistenza. Se in <em>Génie la matta</em> la tensione che si instaura tra madre e figlia vede una figlia desiderante e una madre sfuggente, in <em>Giorno di vacanza</em> accade esattamente il contrario: qui a sentirsi abbandonata è la madre della protagonista, mentre Galla dal canto suo sente le richieste materne come soffocanti al punto tale da inibire in lei l’amore filiale. Galla non è libera di amare perché non è libera di esistere autonomamente: il suo amore per la madre è compromesso dal senso di colpa generato in lei dal desiderio materno di continuare una vita simbiotica, di mantenere intatto il cordone ombelicale. In <em>Génie</em> l’assenza della madre agli occhi della figlia si materializza, anche simbolicamente, nell’“assenza” della parola “madre” o “mamma”: per tutto il libro Marie parlerà della madre adorata riferendosi a lei con il pronome personale di terza persona singolare femminile, “lei”, senza mai definirla. Le uniche occorrenze del francese <em>mère</em> sono relative agli animali (mucche, conigli, galline, anatre), alla madre di Génie stessa, oppure alla madre di Pierre, il fidanzato di Marie. Con tre sole eccezioni, due delle quali interne alla narrazione: un’occorrenza di <em>maman</em> e una di <em>mère</em> in bocca a Marie, contenute entrambe in una disperata invocazione di aiuto pronunciata al risveglio da certi incubi ricorrenti. E una contenuta invece nel paratesto, ossia nella dedica del libro, che recita: “A Teresina Stelide, mia madre”.</p>
<p style="font-weight: 400;">In <em>Giorno di vacanza</em>, invece, dove la presenza materna è vissuta come ossessiva, il termine “mamma” ricorre 38 volte e “madre” ben 148. Eppure questa “presenza ossessiva” di una madre emotivamente dipendente e colpevolizzante non impedisce a Galla di soffrire per l’assenza di una madre accogliente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per finire, un accenno al titolo italiano che, nel suo carattere antifrastico (la vicenda narrata e in generale l’atmosfera che pervade il romanzo sono molto distanti dal clima di spensieratezza tipico di un giorno di vacanza), compensa in parte la difficoltà di tradurre l’ambivalenza del titolo francese. Se infatti è vero che <em>jour de congé</em> ha il significato di “giorno libero” (nel nostro caso specifico “dagli impegni scolastici”, con quel <em>congé</em> che ha il medesimo valore in italiano della parola “congedo” all’interno di espressioni come “congedo parentale” o “congedo militare”), è vero altresì che il termine <em>congé</em>, proprio come l’italiano “congedo”, vuol dire anche “commiato”. Un’ipotesi di resa avrebbe potuto essere <em>L’assenza</em>, buona sia per il significato primario, prettamente scolastico, sia per il significato secondario e profondo, che è contiguo all’idea di “addio”. Ma di libri con quel titolo ce n’era già un buon numero. Forse anche per questo la scelta della casa editrice è ricaduta su “giorno di vacanza”, le cui suggestioni ottimistiche verranno smentite subito e che allude comunque, seppur velatamente, a una mancanza, dato che si ricollega dal punto di vista etimologico a <em>vacuus</em>, “vuoto”.</p>
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		<title>La stufa a parabola + una nota su Ponge</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/08/la-stufa-a-parabola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 13:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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		<category><![CDATA[Mariateresa Sala]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Francis Ponge traduzione collettiva* Questo intero quartiere della città quasi deserto dove m’inoltravo non era che uno degli angoli monumentali della sua altissima muraglia minuziosamente lavorata, rosea al sole che tramonta. Alla mia sinistra si apriva una via di case basse, secca e sordida ma inondata da una luce ammaliante, semi spenta. All’angolo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/radiateur-lilor-eclate.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-50127" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/radiateur-lilor-eclate-300x205.jpg" alt="radiateur lilor eclate" width="300" height="205" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/radiateur-lilor-eclate-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/radiateur-lilor-eclate.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  di <strong>Francis Ponge</strong></p>
<p><em>traduzione collettiva*</em></p>
<p>Questo intero quartiere della città quasi deserto dove m’inoltravo non era che uno degli angoli monumentali della sua altissima muraglia minuziosamente lavorata, rosea al sole che tramonta.</p>
<p>Alla mia sinistra si apriva una via di case basse, secca e sordida ma inondata da una luce ammaliante, semi spenta. All’angolo, con l’albero un poco di traverso, si ergeva una sorta di giostra minuscola, non molto più alta di un piccolo pero, dove giravano diversi bambini uno dei quali indossava un maglioncino d’un puro color limone.<span id="more-49990"></span></p>
<p>Si sentiva una musica, come il grattare ritmico di diversi violini, senza melodia.<br />
Grandi avvenimenti erano nell’aria, imminenti, che avevano più dell’avventura intellettuale o logica che di circostanze di ordine politico e militare.</p>
<p>Atteso per cena da questo scrittore, più vecchio di me, uno dei principi della letteratura dell’epoca, sapevo che mi avrebbe edotto sulla vittoria definitiva della nostra famiglia di intelletti.<br />
Ero come un trionfatore, accompagnato da questo grattare di violini.</p>
<p>Allo stesso tempo, sentivo sul viso e sulle mani il calore come di un sole basso ma così vicino, raggiante, e mi resi conto, bruscamente, che stavo sognando, quando, deciso a svegliarmi, mi accorsi di non poter più riaprire gli occhi.</p>
<p>Nonostante i molti sforzi dei muscoli delle palpebre, non riuscivo a sollevarle. In realtà, come capii solo dopo, sbagliavo muscolo: agivo proprio su quello dell’occhio, facevo roteare gli occhi sotto le palpebre.</p>
<p>La cosa cominciava a prendere una brutta piega quando, d’un tratto, avendo per un attimo abbandonato ogni sforzo, le palpebre si schiusero da sole e intravidi la spirale ardente della stufa a parabola, sistemata vicino alla poltrona su un’alta pila di libri, che m’illuminava.</p>
<p>Mi ero addormentato, tenendo con una mano la penna, con l’altra il leggio e la pagina vergine sulla quale non rimaneva che consegnare quanto precede, con questo titolo conservato qui per la fine: «Sentimento di vittoria al calar del giorno, e conseguenze funeste».</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: right;">Francis Ponge, <em>Pièces</em>, Gallimard, 1962</p>
<p style="text-align: left;"><strong>°</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>*Atelier di traduzione coordinato da Andrea Inglese con Cristina Guerra, Cinzia Imperio, Cristina Longo, Federica Merati, Antonella Rea, Mariateresa Sala allieve del corso di Letteratura francese (proff. Hélène de Jacquelot e Barbara Sommovigo) Corso di Laurea magistrale in &#8220;Traduzione Letteraria e Saggistica&#8221;, Università di Pisa (a.a. 2013-2014).</em></p>
<p style="text-align: left;">°</p>
<p style="text-align: left;">Da <em>Ponge nostro contemporaneo</em></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: left;">[&#8230;]</p>
<p style="text-align: left;">3.</p>
<p style="text-align: left;">Ponge è, quindi, un nostro contemporaneo, e la sua lezione è particolarmente proficua, in quanto si ostina a considerare in modo non velleitario e nostalgico l’unità del gesto etico, estetico e conoscitivo. Quando celebra “l’eroismo della più piccola cosa”, ci ricorda la tristezza di cui è ampiamente intrisa la nostra vita fintantoché siamo incapaci di godere del mondo che ci circonda, e ne siamo incapaci perché ciechi a quanto è costantemente sotto i nostri occhi, prossimo e familiare, laddove le instancabili macchine pubblicitarie e dell’informazione popolano di fantasmi e chimere la nostra esistenza, la rendono dipendente dalle droghe dell’esotismo, la allontanano dalle piccole e più enigmatiche evidenze. Ponge è un nostro contemporaneo perché ci parla della felicità possibile, del posto preminente che dobbiamo restituire al mondo, della difficile riconquista della realtà terrestre: animale, vegetale, inorganica. In questa prospettiva, pur inserendosi a pieno titolo nel paradigma della lirica moderna, egli ne sovverte alcuni meccanismi dominanti: in primo luogo l’esigenza di trasfigurare il banale, il consueto, il quotidiano e di utilizzare la particolarità dei vissuti individuali come leva di questa trasfigurazione. La consuetudine, come insegnava già Proust, è solo una forma di neutralizzazione – funzionale alla vita moderna e urbana – dell’estraneità originaria del mondo. (Ponge parla di “un rapimento dovuto all’estraneità delle cose”.) Questa estraneità, ossia lo scarto fra l’espressione e la cosa, fra l’enunciato e il suo referente, va preservata e nutrita, affinché si generi quel movimento ampio, metonimico, di accerchiamento della realtà attraverso la scrittura di cui già si è detto. Ciò di cui Ponge diffida è l’occultamento della singolarità dell’oggetto – la sua qualità differenziale – sull’altare dell’espressione soggettiva e la tendenza di quest’ultima alla trasfigurazione metaforica. Ponge è nostro contemporaneo perché invece di fare del poeta il custode dei “grandi significati” e della “profondità”, ossia il sacerdote che, accanto al filosofo, tiene accesa la fiamma degli ideali umani contro la notte del non-senso, scende risolutamente in quella tenebra e si scontra con la sua idiozia. Scrive in <em>Nioque de l’avant-printemps</em>: “Non cercheremo (di dire) nulla di «significativo» sulla nostra epoca (ciò accadrà da sé; non potrebbe essere diversamente, ne siamo fin troppo impregnati). Noi cercheremo (al contrario) ciò che non appare significativo, ciò che non rientra nei simboli (nella sua simbolica), ciò che è del tempo seriale (o eternità)”.</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: left;">[<em>Da una nota apparsa sul n° 8 di</em> Atti Impuri <em>che introduceva un estratto della traduzione italiana di</em> Nioque de l&#8217;avant-printemps <em>realizzata da Michele Zaffarano per Benway Series (2013)</em>.]</p>
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