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	<title>attesa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Attesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2021 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[attesa]]></category>
		<category><![CDATA[Camilla Diez]]></category>
		<category><![CDATA[J'attendrai]]></category>
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		<category><![CDATA[Louis-René des Forêts]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong><br />
«Quando non ti amerò più, sarà il ritorno del caos», dice Otello, ma io dico che quando non lo amerò più sarà il ritorno alla serenità. Ha detto che sarebbe venuto alle due ed erano le due e dieci.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Attesa</strong><br />
di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;">Lucienne Delyle, <em>J&#8217;attendrai </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=gu7Ie5pw3DU">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_87682" aria-describedby="caption-attachment-87682" style="width: 626px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-87682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-1024x1024.jpg" alt="" width="626" height="626" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/26.-Attesa-Opera-nr.-23-1999.jpg 2048w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /><figcaption id="caption-attachment-87682" class="wp-caption-text">Ph. Mimmo Jodice, &#8220;Attesa&#8221;, 1999</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Da Louis-René des Forêts, <em>Les Mendiants, </em>Gallimard, 1986, traduzione inedita di Camilla Diez</p>
<p>«Quando non ti amerò più, sarà il ritorno del caos», dice Otello, ma io dico che quando non lo amerò più sarà il ritorno alla serenità. Ha detto che sarebbe venuto alle due ed erano le due e dieci. Mi sono alzata, sono andata verso l’armadio e ho aperto le due ante, ho infilato la mano sotto la pila di biancheria morbida, ho toccato la pendola piatta e fredda e l’ho posata sullo scrittoio. Ho teso l’orecchio ma il rumore violento della fiera copriva i rumori familiari: i rintocchi, il cigolio della porta e i passi. Le donne salgono sui vagoncini e in cima a un ripido pendio si stringono l’una all’altra, avvertono un delizioso bruciore nel petto. Il vagoncino è lento, lentissimo, poi precipita; le viscere scendono nelle gambe, esplodono grida; la gente, a testa in su, da sotto le guarda ridendo. Mi sono rimessa a letto, le mani incrociate sotto la nuca. Quando credevo di sentire il cigolio della porta mi alzavo di scatto e tutta stordita mi guardavo allo specchio premendomi le tempie con il palmo delle mani e giravo per la stanza, non sapendo più che farne, delle mani: non è lui, non è lui, lo so che non è lui, ma rimanevo immobile, i muscoli dolorosamente contratti (mi dicevo che non era lui perché se mi fossi detta che era lui ogni speranza sarebbe sfumata: bisogna dire no ed è sì, o sì ed è no), e attraverso la parete ascoltavo i passi che si allontanavano nel corridoio e che venivano coperti dalla musichetta delle giostre, poi non sentii più nulla. Mi ha mentito di nuovo, e continuavo a dirmi che non sarebbe venuto. Non verrà e stavolta è finita davvero, ma al tempo stesso pensavo che forse il pranzo si era protratto, avevano bevuto e fumato sigari, non poteva andarsene o magari avevano iniziato tardi, aveva perso la nozione del tempo e non sapeva che erano già le due e un quarto (non verrà, non verrà, non verrà) e lo vedevo in mezzo a volti congestionati, rideva e parlava a vanvera come sempre gli uomini dopo un buon pasto (non verrà, non verrà). Quando ieri sera mi aveva detto che sarebbe venuto alle due avevo avuto la certezza che sarebbe venuto, la certezza che sarebbe venuto proprio alle due, ma erano le due e un quarto passate, forse il mio orologio va avanti di cinque minuti. E difatti l’orologio di Sainte-Anne batté il quarto, e fui sollevata: era una vittoria sul tempo. Così tornavamo tutti indietro di cinque minuti, e durante quei cinque minuti sono rimasta seduta senza muovermi, mi bruciavano le mani, gli occhi sorvegliavano la lancetta, la vedevo scendere, ero furiosa che fosse tanto rapida e tra poco avrebbe nascosto il IV. Già sapevo che non sarebbe venuto. Ma perché, quando mi stava davanti e mi ha detto, inclinando la testa e sollevando un cappello immaginario, che sarebbe venuto alle due, non ho insistito perché mi confermasse che sarebbe venuto proprio alle due in punto? Mi guardava con quegli occhi così vivaci che ero assolutamente sicura che avrebbe mantenuto la parola. Ora ero assolutamente sicura che non sarebbe venuto. La lancetta era scivolata sul IV e continuava il suo cammino silenzioso. La lunga cenere della sigaretta mi era caduta sulle ginocchia. Mi sono alzata e ho scrollato la cenere leggera dalla gonna. Mi ricordavo le sue parole: «<em>Faccio quello che mi pare, ascolto il sangue nelle vene, io, mentre tu non saprai mai cos’è la vita perché stai sempre ferma ad aspettarla, invece di inseguirla</em>», non ho osato dirgli che lo inseguivo notte e giorno, e quando sono sola nel mio letto penso: «Sta con l’altra», e vedo come si china su di lei, come le sorride e vedo come fossero sopra la mia testa i suoi occhi grigi attraversati da tutti i riflessi della passione. Eppure della passione non sapeva nulla, conosceva solo il piacere. Avrei voluto che fosse nel mio cuore un minuto soltanto per vederne le ferite. O forse l’amava? Se sapesse che lo inseguivo notte e giorno sarebbe così contento che mi ignorerebbe ancora di più, perché allora saprebbe che i miei sentimenti non si fermano di fronte a nulla.</p>
<p>Ero rimasta sdraiata, tranquilla, con gli occhi aperti, mentre il brusio della folla che saliva dal porto a ondate d’intensità variabile rendeva più dolorosa la mia solitudine. Poi non ho pensato più a nulla, non aspettavo più, non soffrivo più, e per molto tempo rimasi con la mente vuota. Di colpo, le vibrazioni dell’orologio: mi ronzarono le orecchie. Lentamente mi sono seduta; avevo i capelli appiccicati alle tempie, e lentamente ho ripreso i sensi; poi mi sono alzata: la stanza girava piano piano. Quando ho sentito <em>Valencia</em> biascicata senza slancio dall’organetto della giostra i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Guardavo i miei piedi rosa, solcati da vene azzurre, con le dita strette nelle scarpe di camoscio e mi sono ricordata che era domenica. «<em>Devi cercare e troverai</em>», diceva, «<em>ma tu resti immobile ad aspettare che la vita ti piova dal cielo. Non devi aver paura dei tuoi impulsi, rincorri ciò che può darti gioia, non è la gioia a venire da te, sei tu che devi andarle incontro, e più tardi dovrai correre, e più tardi ancora, quando non avrai più la forza di correre, almeno potrai dirti sorridendo: l’ho avuta quando ho potuto averla e cerco di averla ancora quando ormai non posso più; quindi sono ancora viva</em>», ma lui parla così perché cerca una gioia qualunque; oppure è più fortunato degli altri. Perché forse l’ama e sta con lei, ecco perché non è venuto. E, di nuovo, lo vedevo chino su di lei, le accarezzava la mano, gli occhi la penetravano con un tiepido chiarore, eppure era sempre sdegnoso come se tutto gli fosse dovuto, e di nuovo ho sentito il desiderio di addormentarmi: non volevo più vedere quelle immagini, non volevo più sentire le sue parole che al mio orecchio, risalendo dal passato, si agitavano come mosche d’estate. Avrei voluto che fosse notte e sprofondare nel buio, nel buio, il buio, ma quando chiudevo gli occhi vedevo una distesa rossa che mi bruciava le palpebre e preferivo vedere la luce brutta e cruda. Lo cercavo notte e giorno: come era stato in mia presenza, gentile o ostinato, come aveva recitato, e tutti i suoi gesti, tutte le sue espressioni riprendevano vita a mezzanotte, quando nell’albergo regnava finalmente il silenzio e sentivo solo le fronde, il mare, i muggiti delle navi. Pesavo le sue parole più dolci e quelle più cattive, le più dolci mi sembravano spesso venirgli dal cuore e le più cattive elaborate dal cervello per nascondere quelle più dolci, per turbare la mia fiducia, perché è convinto che l’amore sia un gioco e per alimentare la fiamma si debba stuzzicare la gelosia. Era colpa mia: avrei dovuto amare un uomo che cerca il riposo. L’amore, una pianura tenera e malleabile (e al tempo stesso mi dicevo: «No, no, io amo solo la violenza, non so che farmene di quegli uomini mansueti che si fanno comandare a bacchetta; lui è un uomo, un uomo, un uomo»). Attraverso la camicia sentivo una frescura leggera e salina, un po’ umida; la fronte poggiava sulle braccia incrociate, la bocca sul copriletto madido di lacrime; sotto la pelle delle tempie si stringevano due tenaglie. Non verrà e sta con lei. «<em>Il giorno in cui non ci sopporteremo più troncherò all’instante</em>», diceva, «<em>bisogna essere schietti, perché la libertà esige schiettezza</em>.» – «Ma Grégoire, noi non ci lasceremo, non ci lasceremo mai.» Lui fischiettava e mi guardava con un’aria assorta, impietosita, intollerabile. Mi ero stretta a lui ed eravamo rimasti per un po’ senza parlare. <em>Ciascuno va per la sua strada, ciascuno va per la sua strada</em>, aveva canticchiato, <em>e le strade non si incontrano</em>; suppongo fosse una citazione (alle domande imbarazzanti lui risponde con delle citazioni); poi mi aveva abbracciata e aveva posato le labbra ardenti sulle mie e io avevo pensato, stupida che sono, che quella fosse la risposta migliore, ma ora so che era un insulto.</p>
<p>Mi sono girata, sbadigliando, e sono rimasta stesa sulla schiena, con gli occhi spalancati e le mani sotto la nuca lacerata da un dolore cocente, a guardare il soffitto chiazzato di macchie di ruggine tanto da somigliare a una mappa. Mi sembrava che il lungo gemito di una nave, le risate dei bambini, le spirali rapide e cristalline degli organetti e il baccano metallico del Scenic Railway mi martellassero forte la fronte, le tempie e la nuca, e mi gridassero che era finita, finita, finita, che la vita mi metteva alla porta: vattene, vattene, vattene; prendevano a calci un cadavere, vattene, vattene, vattene, non ce ne importa nulla di te, vattene, vattene, vattene, nulla di te, nulla di te. Mi sono tirata su di scatto: il sole che splendeva sotto le tapparelle abbassate faceva brillare il nichel della pendola, che segnava le tre meno un quarto; mi sentivo perduta, impotente, presa in trappola come una mosca nel ritmo monotono e vorticoso della giostra, e le sue grida acute squarciavano l’aria assonnata come grida di rivolta in un mondo pesante, dolciastro e opprimente. Mi sono alzata. Davanti allo specchio mi sono stropicciata gli occhi con il fazzoletto attorcigliato; ho acceso una sigaretta e mi sono affacciata alla finestra: la folla era ammassata contro le giostre che, viste dall’alto, parevano ombrellini; palloncini gialli, rossi, verdi e azzurri svolazzavano altissimi, uniti in un grappolo multicolore, trattenuti a terra da fili invisibili; un odore di scuderia, di torrone, di noccioline, di bambini e di folla saliva a ondate fino a me, e sulla piattaforma brulicavano le macchinine, minuscole macchie rosse che si scontravano in una specie di danza vana e scomposta tra le urla di gioia e gli spari del tiro al bersaglio. A fare da sfondo, rimorchi scuri, golette bianche e pesanti barconi carichi di carbone e sabbia rossa.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Attesa, apparizione, scomparsa. Un Fort/Da di Sophie Calle</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/23/attesa-apparizione-scomparsa-un-fortda-sophie-calle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2016 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo articolo è tratto da Le Attese &#8211; opificio di letteratura reale /2, seconda pubblicazione dell&#8217;Opificio di letteratura reale, gruppo di ricerca nato in seno all&#8217;Università degli Studi di Napoli Federico II, creato e diretto da Francesco de Cristofaro e Gianni Maffei. Il volume, curato da Elisabetta Abignente ed Emanuele Canzaniello (Napoli, ad est dell&#8217;equatore, 2015), contiene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_60992" aria-describedby="caption-attachment-60992" style="width: 1009px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-60992 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/sophie-calle-foto.jpg" alt=" Où et Quand ? - Lourdes - de Sophie Calle © Actes Sud 2009 per l'Opificio di Letteratura reale " width="1009" height="756" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/sophie-calle-foto.jpg 1009w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/sophie-calle-foto-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/sophie-calle-foto-768x575.jpg 768w" sizes="(max-width: 1009px) 100vw, 1009px" /><figcaption id="caption-attachment-60992" class="wp-caption-text">Où et Quand ? &#8211; Lourdes &#8211; de Sophie Calle<br /> © Actes Sud 2009 per l&#8217;Opificio di Letteratura reale</figcaption></figure>
<p><em>[Questo articolo è tratto da </em>Le Attese &#8211; opificio di letteratura reale /2<em>, seconda pubblicazione dell&#8217;Opificio di letteratura reale, gruppo di ricerca nato in seno all&#8217;Università degli Studi di Napoli Federico II, creato e diretto da Francesco de Cristofaro e Gianni Maffei. Il volume, curato da Elisabetta Abignente ed Emanuele Canzaniello (Napoli, ad est dell&#8217;equatore, 2015), contiene testi</em><em> di: Arrigo Stara, Elisabetta Abignente, Daniela Allocca, Pasquale Bellotta, Antonio Bibbò, Vincenzo Birra, Emanuele Canzaniello, Annalisa Carbone, Francesco Chianese, Mirta Cimmino, Federica Coluzzi, Bruna Corradini, Enza Dammiano, Francesco de Cristofaro, Giovanni De Leva, Giuseppina Dell&#8217;Aria, Paola Di Gennaro, Brigida Di Schiavi, Alberta Fasano, Carmine Ferraro, Luca Ferraro, Marianna Ferriol, Fernando Fevola, Carmen Gallo, Stefano Genua, Ida Grasso, Valeria Gravina, Fausto Maria Greco, Mara Imbrogno, Michela Iovino, Giovanni Maffei, Anastasia Manna, Natalia Manuela Marino, Marilisa Moccia, Elena Munafò, Gianluca Nativo, Alfredo Palomba, Dominique Pellecchia, Viviana Pezzullo, Francesca Piccirillo, Jacopo Pignatiello, Isabella Puca, Annarita Rendina, Andrea Salvo Rossi, Chiara Salierno, Maria Chiara Sassano, Gennaro Schiano, Assunta Claudia Scotto di Carlo, Giulia Scuro, Francesco Serao, Ernesto Severino, Gabriella Sgambati, Francesco Sielo, Laura Staiano, Nicole Suppa, Ornella Tajani, Mariangela Tartaglione, Marco Viscardi. </em>o.t.<em>] </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>De tout consultant, quel qu’il soit, j’attends qu’il me dise :</em><br />
<em> « La personne que vous aimez vous aime et va vous le dire ce soir »</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si fa assumere come cameriera in un albergo veneziano e fotografa le tracce del passaggio dei clienti nelle varie stanze. Trova una rubrica sul marciapiede e contatta tutte le persone delle quali è indicato il recapito con l’obiettivo di ricostruire, partendo dai loro racconti, un ritratto del proprietario. Chiede a dei non vedenti dalla nascita di raccontarle quale sia la loro immagine della bellezza. In vari musei, domanda ai visitatori e allo staff di descriverle i quadri che mancano perché temporaneamente esposti altrove, o fotografa le pareti vuote lasciate dai quadri rubati. Fa installare, sul Pont du Garigliano, una cabina dotata di un telefono al quale lei sola può telefonare per dialogare con i passanti che avranno voglia di rispondere. Invita centosette donne a commentare, sulla scia delle rispettive specialità professionali, la lettera con la quale il suo compagno l’ha lasciata. Dedica più di un lavoro alla madre defunta.<br />
Basta una rapida e sommaria panoramica delle performance che strutturano il lavoro di Sophie Calle per notare una costante: le sue operazioni artistiche ruotano spesso intorno alla dicotomia apparizione/scomparsa; del resto alcuni suoi titoli, come <em>Les Anges, Fantômes, Last seen, Disparitions, </em>lo confermano in maniera esplicita.<br />
Nel 2013, invitata a partecipare alle ricerche dell&#8217;Opificio di Letteratura reale sul tema dell’attesa d’amore, Sophie Calle ha inviato un testo di sua scelta, inedito in italiano, tratto da <em>Où et quand ? Lourdes </em>(Actes Sud, 2009), secondo volume di una trilogia. In quest’opera Calle coniuga apparizione e scomparsa &#8211; già parzialmente evocate nel titolo, che racchiude il miracolo &#8211; con il binomio attesa/ricerca.<br />
Non sono poche le figure dei <em>Fragments d’un discours amoureux</em> di Barthes, testo di riferimento per i nostri lavori sull’attesa d’amore, che possono farsi indicazioni teoriche del percorso artistico di Sophie Calle. D’altronde la stessa scrittura in frammenti è tipica di alcuni autori che, nel corso della loro carriera, hanno giocato con quella che nei <em>Cahiers de la photographie </em>veniva definita «photobiographie»: Roland Barthes in <em>La chambre claire</em>, Sophie Calle in tutte le sue opere e il loro comune amico Hervé Guibert, scrittore e magnifico fotografo, sono alcuni dei nomi interessati da questa pratica scrittoria, come racconta Magali Nachtergael nel suo articolo <em>Photographie et machineries fictionnelles</em>.</p>
<blockquote><p>Al di là di questi punti in comune, è chiaro che c’è un legame affascinante, per quanto incongruo, tra i membri di questo trio improbabile formato dallo scrittore, il critico e l’artista. Il loro frequente utilizzo della fotografia, il gusto per le piccole storie e per il frammento finiscono per mettere in scena dei «soggetti autobiografici» le cui strade si incrociano, a volte anche nella vita quotidiana,</p></blockquote>
<p>scrive Nachtergael (Nachtergael 2010. Trad. mia). Mettere in scena dei «soggetti autobiografici»: nelle gallerie che ospitano i lavori di Sophie Calle, quella di cui lo spettatore fruisce è sempre, prima d’ogni altra cosa, una autobiografia frammentata. Sta in questo utilizzo della modalità-frammento il primo punto di contatto tra Calle e Barthes.<br />
Tornando ai <em>Fragments</em>, lasciando da parte la figura che il semiologo dedica all’attesa<em>, </em>ce n’è un’altra che si presta meglio come <em>ouverture</em> a un commento di <em>Où et quand ? </em>: è quella intitolata <em>La dernière feuille </em>e dedicata alla magia.</p>
<blockquote><p>Magia. Nella vita del soggetto amoroso, non importa a quale cultura esso appartenga, non mancano mai le consultazioni magiche, i piccoli riti segreti e le azioni votive (Barthes, 1977: 132).</p></blockquote>
<p>Questo lavoro su Lourdes inizia, come il precedente volume della trilogia, con la consulenza che l’artista chiede a Maud Kristen, famosa medium francese. La domanda che apre la lettura delle carte è sempre la stessa: «Dove e quando?» &#8211; un quesito, lo si nota subito, tutt’altro che estraneo all’innamorato che aspetta. Tuttavia, nel momento in cui lo si rivolge all’ignoto, la scena si cristallizza nell’attesa di un accadimento che non si conosce e si declina in maniera diversa rispetto alla <em>Erwartung </em>classicamente intesa: si trasforma cioè in qualcosa di più simile a una ricerca. Seguendo Barthes in <em>La dernière feuille</em> individuiamo una leggera ma ben codificata distinzione grammaticale che conferma quanto detto:</p>
<blockquote><p>Per poter interrogare il destino, c’è bisogno d’una domanda alternativa (<em>Mi amerà/Non mi amerà</em>), di un oggetto suscettibile di una modificazione anche semplice (<em>Cadrà/Non cadrà</em>) e di una forza estrinseca (divinità, caso, vento) che contrassegni uno dei poli della modificazione. Io faccio sempre la stessa domanda (sarò amato?) e questa domanda è alternativa: <em>o tutto o niente</em> […]. Io non sono dialettico (<em>ibid.</em>).</p></blockquote>
<p>In realtà, al cospetto di un indovino, la «question alternative» di cui parla Barthes, ossia l’interrogativa disgiuntiva, si trasforma spesso in una interrogativa totale: mi ama? La risposta può essere soltanto affermativa o negativa, non ci sono vie di mezzo: <em>je ne suis pas dialectique.</em> Invece, la domanda di partenza della Calle è qui un’interrogativa parziale: dove e quando? – domanda per la quale «Lourdes» rappresenta un sottotitolo, più che una risposta.<br />
In questo volume chi pone la domanda iniziale non è una donna innamorata, bensì qualcuno che desidera «andare incontro al futuro, batterlo sul tempo», come l’autrice dichiara sin dall’incipit. In questo sta la prima e fondamentale differenza tra la Calle e il <em>sujet amoureux </em>di cui parla Barthes, al quale al contrario questo genere di gioco con il tempo è precluso, poiché egli non è in alcun modo in grado di dominarlo.<br />
Come mai dunque l’autrice, sollecitata a prendere parte a un lavoro sull’attesa d’amore, ha scelto proprio un estratto di questo volume, se non è specificamente d’amore che il volume tratta? Vediamo il testo:</p>
<blockquote><p><em>Come si saranno incontrati gli altri, quelli che si amano ancora? I luoghi. Le date. Le parole dette… Li avrei imitati, mi sarei messa in uno stesso posto, a una stessa ora. Avrei aspettato. E visto se il miracolo poteva ripetersi. </em><br />
<em>Ieri, d’un tratto, così, senza motivo, sono andata sul Pont du Garigliano, alle otto, e ho aspettato di incrociare un uomo con un giubbotto di pelle, com’era successo a Jeanne tre anni prima, un bell’uomo di quarantadue anni, bruno, un uomo di cui aveva sentito parlare spesso perché facevano lo stesso lavoro, ma che non aveva mai incontrato, un uomo che aveva fatto le ore piccole e tornava a casa a dormire in quel mattino ventoso.</em><br />
<em>Avrebbe sorriso, avrebbe rallentato il passo, mi avrebbe chiesto se ero proprio io quella donna di cui anche lui conosceva l’esistenza. E il vento forte ci avrebbe spinti a rifugiarci nel caffé più vicino, all’uscita del métro Balard.</em><br />
<em>Ieri c’era vento, ma nessuno mi ha sorriso. Sono passati due mendicanti con un carrello del supermercato, senza guardarmi. Un ciclista si è voltato verso di me, ma ha proseguito. Alle nove ho rinunciato. Nessun miracolo. Però mi piaceva. Simulare altri incontri, andare a sperare altrove… Se questo progetto andrà in porto, lo intitolerò Lourdes.</em><br />
(Calle 2009: 19. Trad. mia per tutte le sue cit.).</p></blockquote>
<p>In questo frammento ci troviamo di fronte a un singolare tipo di attesa d’amore (o meglio <em>dell’</em>amore). Calle non prova alcun tipo di delirio, non ha la possibilità di dire: «Je suis celle qui attend. L’autre n’attend jamais», poiché l’altro non esiste, o non ancora. Nel constatare l’assenza dell’altro, lei non pensa: «je suis moins aimée que je n’aime». Piuttosto, si tratta di una sfida: è come se l’artista sperimentasse l’attesa in via preventiva, con la speranza che un <em>objet aimé</em> si manifesti, si materializzi di colpo. Calle riutilizza la scenografia dell’attesa di amori altrui, sperando che il miracolo dell’incontro possa compiersi una seconda volta.<br />
L’attesa «che qualcosa accada» è il <em>fil rouge</em> dell’intera operazione messa in scena in <em>Lourdes, </em>all’interno della quale Calle si trasforma in una sorta di semiologo non dissimile da quello che, nei <em>Fragments</em>, Barthes identifica con il <em>sujet amoureux</em>. Una volta nella città santa – dove, su indicazione dei tarocchi, è andata a cercare qualcosa che non conosce, forse una rivelazione – l’artista studia i segni. Il 23 gennaio, ad esempio, annota sul suo diario che, passeggiando per strada, ha trovato un’insegna con il suo nome, Sophie: «pista sbagliata», commenta immediatamente. Poco dopo si ritrova davanti all’hotel Sainte Monique, e Monique è il nome della madre: un altro segno? Qui Calle svela qualcosa in più, usando una citazione: «tutte le scorciatoie iniziano a convergere sulla tua ossessione» (Calle: 113). L’ossessione di questo volume è proprio la madre morente, <em>Rachel Monique, </em>come da titolo di un’altra sua opera. L’artista parte per Lourdes già sapendo che la madre è in fin di vita: il volume si apre con un ironico autoritratto in cui lei si mostra con il capo coperto da uno scialle fucsia e il trucco sciolto, come una madonna Kitsch, e si conclude con un’istantanea che Calle si scatta dietro prescrizione telefonica della veggente; in questa ultima fotografia l’artista appare stanca, pallida, provata. «Torni subito» (Calle: 143), recita infatti la didascalia.<br />
Al termine del libro, il lettore scopre di aver accompagnato l’autrice durante una sorta di attesa luttuosa e al contempo purgatoriale, poiché la morte rappresenta in ogni caso una liberazione. Al centro del volume sono poste sessantasette pagine di carta velina, semitrasparenti, in bianco e nero, sulle quali figurano i nomi delle malattie miracolosamente guarite dalla Madonna di Lourdes. Nella lista compare soltanto per imbroglio dell’artista il male di sua madre, inserito in maniera posticcia e truffaldina, certamente con un intento esoterico e bene augurante.<br />
«Ciò che lei sta andando a cercare a Lourdes è di ordine guerriero. Un modo di celebrare il suo lutto in grande» (Calle: 97), predicono le carte prima della partenza. Il termine <em>deuil </em>è qui carico di due significati: il lutto è certamente quello, imminente, della madre, ma è anche l’<em>attente-deuil</em> barthesiana; un’attesa <em>del</em> lutto, in questo caso. Sophie Calle non è nuova a esperimenti di manipolazione del tempo, nei quali gioca con la ripetizione (<em>Les dormeurs</em>), la durata (<em>Douleur exquise</em>) o l’incompiutezza della fine (<em>En finir</em>). Alla manipolazione si aggiunge qui il gioco fantasmatico dell’alternanza tra apparizione e scomparsa, cui l’artista si riferisce esplicitamente in più di un caso: «una scomparsa comporta un’apparizione» (<em>ibid.</em>), annota prima di partire, quasi si trattasse di un mantra.<br />
In effetti, in <em>Lourdes </em>si può pensare che l’autrice dialoghi con l’attesa, la scomparsa, le coincidenze attraverso un personalissimo gioco del Fort/Da di stampo freudiano. Analizzato nel secondo capitolo di <em>Al di la del principio di piacere</em>, il cosiddetto «gioco del rocchetto» è quello osservato da Freud nel nipotino di diciotto mesi, consistente nel gettare oltre la culla un rocchetto con uno spago, per poi recuperarlo, accompagnando il tutto con i due vocalizzi «o-o-o/a-a-a», che Freud identifica con i due termini «Fort» (via, lontano) e «Da» (qui, ecco). Nella lettura freudiana, per il bambino il rocchetto rappresenta la madre, laddove l’altalena fra i due fonemi è il simbolo della possibilità della sua perdita.<br />
Come ben sintetizza lo psicanalista Jacques Sédat, Freud propone due diverse interpretazioni del gioco:</p>
<ol>
<li>
<blockquote><p>Il bambino, da passivo che era, abbandonato dalla madre, diviene attivo mettendo in gioco una «pulsione di appropriazione» […] che consiste nel «rompere» in qualche modo l’oggetto, in mancanza del potere di elaborare la sua assenza.</p></blockquote>
</li>
<li>
<blockquote><p>Attraverso la duplice sequenza <em>Fort</em> e <em>Da</em>, il bambino può fare a meno dell’oggetto senza doverlo distruggere, costituendolo al di fuori come oggetto perduto; egli cioè elabora psichicamente l’assenza dell’oggetto separandosene, mediante un’operazione in cui l’oggetto materno è privato della sua onnipotenza e in cui, in effetti, egli acquisisce la possibilità di assentarsi da esso (Sédat 1998).</p></blockquote>
</li>
</ol>
<p>Il primo caso rappresenta l’opzione semplice del gioco, ossia quella che prevede soltanto il “Fort”. Invece, il caso della Calle è evidentemente il secondo: l’artista si allontana dalla madre morente (<em>Fort</em>) per recarsi a Lourdes, quasi a caccia del miracolo che possa salvarla (<em>Da</em>). Mentre è in viaggio commenta: «Il mio riflesso nel finestrino del treno appare e svanisce continuamente. Inizio a scorgere ciò che sono venuta a cercare. La scomparsa» (Calle: 101), il che riconduce nel dominio del <em>Fort</em>. Tuttavia, l’ultimo suggerimento della veggente è: «Torni subito […]. Non ci sono segni. Tutto resta nella scomparsa» (Calle: 141). Nella città santa si resta nella scomparsa: è esattamente questo il motivo per il quale occorre tornare subito a Parigi (<em>Da</em>), dove la madre sta per morire.<br />
Apparizione, scomparsa, attesa vissuta come un rito da compiere per accelerare il destino, per «andargli incontro»: è questo il triangolo intorno al quale si muove la Calle in <em>Où et quand ?</em> &#8211; domanda che alla fine resta inevasa. Il sottotitolo <em>Lourdes </em>non è altro che la traccia più evidente dell’«idéal féminin maternel» che l’artista continuamente insegue e rifugge, e intorno al quale finisce per girare disordinatamente, ma con costanza, perché esso rappresenta una delle sue più possenti ossessioni. È per questo che la dinamica del Fort/Da mi è parsa prestarsi particolarmente bene come chiave interpretativa di questo lavoro. Del resto, Catherine Mavrikakis aveva già fatto riferimento alla medesima analisi freudiana in occasione di altri lavori della Calle, come <em>Les Aveugles</em>:</p>
<blockquote><p>Se Sophie ha scritto sui non vedenti e se ha lavorato sulla cecità, è evidente che il fulcro del suo lavoro è la necessità di essere vista, pedinata, fotografata, filmata. Ha bisogno di giocare con la sparizione in un <em>fort-da </em>freudiano che governi l’assenza e la presenza e che le metta in scena, senza che sia sempre possibile sapere se è la presenza o l’assenza a essere rappresentata, senza che sia possibile pensare l’apparizione senza la scomparsa (Mavrikakis 2006: 133. Trad. mia anche per la succ.).</p></blockquote>
<p>Il movimento dialettico è ormai chiaro: avvicinamento/allontanamento, apparizione/scomparsa. Al suo interno, l’attesa diventa così un tentativo di giocare con il tempo: allontanando l’evento negativo che si sta aspettando, come in Lourdes (<em>Fort</em>); o cercando di «attirare» gli accadimenti desiderati (<em>Da</em>), come nel caso del frammento d’argomento più «amoroso» con il quale la Calle ha scelto di partecipare ai lavori dell’Opificio. Queste due diverse declinazioni di uno stesso esperimento di manipolazione del destino, delle coincidenze e del passato sono le coordinate di quella «volontà di creare una presenza spettrale, […] di restituire il mondo alla vita» (Mavrikakis: 136) che costituisce una delle cifre artistiche di Sophie Calle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>Barthes, Roland, <em>Frammenti di un discorso amoroso</em>, Torino, Einaudi, 2001 (1979)<br />
Calle, Sophie, <em>Où et quand ? Lourdes</em>, Arles, Actes Sud, 2009<br />
Freud, Sigmund, <em>Tre saggi sulla teoria sessuale. Al di là del principio di piacere</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 2012<br />
Mavrikakis, Catherine, <em>Quelques r.-v. avec Hervé. Quand Sophie Calle rencontre encore Hervé Guibert</em>, in «Intermédialités : histoire et théorie des arts, des lettres et des techniques / Intermediality: History and Theory of the Arts, Literatures and Technologies», n. 7, 2006<br />
Nachtergael, Magali, <em>Photographie et machineries fictionnelles. Les mythologies de Roland Barthes, Sophie Calle et Hervé Guibert</em>, «Épistémocritique», VOL. VI &#8211; Hiver 2010<br />
Sédat, Jacques, <em>Pour introduire l’amour en Psychanalyse</em>, in F. Perrier, <em>L’amour</em>, Paris, Hachette, 1998</p>
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		<title>Frammenti e notifiche di un discorso amoroso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/09/04/frammenti-e-notifiche-di-un-discorso-amoroso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Sep 2013 05:39:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abbandono]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[attesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Frammenti di un discorso amoroso]]></category>
		<category><![CDATA[innamoramento]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[Come cambiano attesa e trame d’amore su Facebook di Ornella Tajani Il punto di partenza dei Frammenti di Roland Barthes è l’estrema solitudine in cui affonda il discorso amoroso: ignorato o ridicolizzato dalle varie discipline, è tuttavia parlato da migliaia di soggetti e dunque necessita di una affermazione. Era il 1977: oggi, che si militi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come cambiano attesa e trame d’amore su Facebook</em></p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Il punto di partenza dei <i>Frammenti </i>di Roland Barthes è l’estrema solitudine in cui affonda il discorso amoroso: ignorato o ridicolizzato dalle varie discipline, è tuttavia parlato da migliaia di soggetti e dunque necessita di una affermazione. Era il 1977: oggi, che si militi nel partito degli apocalittici o in quello degli integrati, non si può ignorare che una buona parte di questi frammenti navighi ormai nel virtuale.<span id="more-46312"></span></p>
<p>Tra le figure più incisive delineate da Barthes c’è quella dell’attesa, che si presta particolarmente bene a una rilettura alla luce delle nuove dinamiche che il web crea: la <i>pièce de théâtre</i> dell’<i>Erwartung</i> si svolge non più in un caffé, bensì davanti allo schermo. Il social network che userò come fondale è quello che meglio scatena le mie velleità di innamorata semiologa: Facebook.</p>
<p>La prima differenza essenziale da rilevare tra l’attesa d’amore classica (dell’incontro, della telefonata) e l’attesa patita attraverso Facebook è che oggi, mentre aspetto, sono al corrente di ciò che l’oggetto amato fa – invece di contattarmi. Sono investita da una serie di informazioni sulla sua quotidianità: ieri sera era alla tal festa, stamattina ha incontrato quel comune amico, due ore fa aveva mal di testa. Eccomi trasformata in Aracne: con i dati che ho a disposizione tesso la tela dalla quale cercherò di indovinare il movimento mentale dell’oggetto amato, il perché mi abbandoni al mio cristallizzarmi nella condizione di colei che aspetta.</p>
<p>Proviamo a seguire la suddivisione che Barthes dà del dramma dell’attesa.</p>
<p>Atto I: supposizioni.</p>
<p>Se l’altro non è on line, mi domando perché non sia ancora tornato a casa: controllo quanto dura il film che è andato a vedere, o cerco di capire se la persona con cui ha preso un aperitivo è già rientrata, studiando la sua bacheca.</p>
<p>Se l’altro è on line: perché non mi contatta? Seguo i suoi passi nel web. A chi scrive, cosa commenta? Non ho più, come Barthes spiega, il senso delle proporzioni: un suo «like» al post di un’altra persona equivale al tradimento.</p>
<p>Atto II: rimproveri. L’altro è connesso, lo vedo mentre legge articoli di quotidiani o apprezza link di amici. Mi prende la collera: può mai essere tutto ciò più urgente che scrivermi?</p>
<p>Atto III: è il lutto, l’angoscia pura, l’abbandono. Che lui mi veda on line o meno, mi sento interiormente «livida».</p>
<p>Nel frattempo, lo spazio dell’attesa è vissuto in maniera simile a quella descritta da Barthes: intorno a me, ovvero nel mondo di Facebook, gli altri «entrano, chiacchierano, scherzano, leggono». Questo perché <i>loro</i> non aspettano.</p>
<p>Come si vede, quella che il social network crea è una situazione quasi inedita nel panorama dell’attesa: essa somiglia all’aspettare che l’altro ci venga incontro mentre partecipiamo a una stessa festa – con la differenza, tuttavia, che in rete tutti possono guardare non visti, e quel che si sta facendo al di qua dello schermo è assolutamente impenetrabile. Laddove a una festa è semplice notare se sono da sola in un angolo o, al contrario, impegnata in una conversazione, su Facebook tutto è avvolto nel mistero. Il presente insostenibile di cui parlava Barthes a proposito dell’assenza, quel presente che mescola il tempo della referenza (in cui l’altro è assente) al tempo dell’allocuzione (in cui l’altro è presente, perché è a lui che mi rivolgo), diventa ancora più arduo da gestire, perché il tempo della referenza si frantuma: spesso <i>non so più</i> se l’altro è presente o assente.</p>
<p>Prendiamo un altro caso: vedo che l’oggetto amato è collegato, mentre mi aveva detto che oggi non avremmo potuto sentirci né vederci perché era impegnato (così impegnato da perdere tempo on line), oppure perché non era a casa (invece c’è). Mi ha mentito. Oppure ha cambiato idea: ma in quel caso, perché non mi scrive? Mentre aspetto un suo segno o richiamo, io, Aracne, impazzisco. Facebook, lo strumento che mi illude di poter monitorare la vita dell’altro, e dunque impiegare il tempo dell’attesa in una maniera che ingenuamente credo funzionale al mio scopo, assume in realtà il controllo del mio sentire: a tratti consuma la mia consapevolezza di innamorata che aspetta, lasciandomi credere che i miei sforzi nel raccogliere dati e interpretarli possano avvicinarmi all’altro, o addirittura spingere l’altro a contattarmi.</p>
<p>Questa operazione investigativa esula dal mero spazio dell’attesa. Mi autoconvinco di essere sempre al corrente della vita dell’oggetto amato. Ciò da un lato mi nuoce, perché suscita in me gelosie, rancori, insicurezze, ossessioni spesso del tutto fuori luogo, dal momento che mi sforzo di interpretare segni decontestualizzati e molto spesso mi sbaglio, a causa della completa ambiguità in cui questi segni galleggiano. Allo stesso tempo, però, le informazioni sull’altro appagano in parte il bisogno che ho di lui: anche se non mi contatta, sono felice di «vederlo» connesso, di poter leggere quello che scrive, di appagare la naturale sete di notizie di lui che io, innamorata, ho. Godo della sua presenza, seppur virtuale.</p>
<p>Su Facebook, le mie strategie di innamorata si moltiplicano: dopo averlo aspettato a lungo, nel momento in cui lo vedo connesso scompaio, per evitare che per lui sia troppo semplice contattarmi. Resto on line fino a tarda notte senza scrivergli, perché egli sappia che la mia vita –telematica- esula da lui, che ho altro da fare e dunque altri con cui interagire. Posso anch’io ostentare complicità e divertimento con altre persone, posso sventolare la mia mondanità perché egli sappia che non ho nessun bisogno di lui, che si fa attendere. È vero che non voglio altri che lui, a salvarmi da una mondanità che non mi interessa minimamente; ma questo è un segreto tra Barthes e me.</p>
<p>Improvvisamente nasce la paura: se questa vetrina che allestisco, la vetrina della mia autonomia da lui, non fosse neanche notata dall’oggetto amato? Se la sua attenzione si dirigesse verso altre vetrine, o se semplicemente ignorasse la mia? Sono un negoziante che mira a un unico cliente; senza di lui posso chiudere bottega.</p>
<p>Ancora: all’ora in cui normalmente è connesso, non lo trovo. Dove sarà? Ripercorro le ultime informazioni che ha seminato in bacheca per tentare di indovinarlo. Aspetto che torni, che appaia un pallino verde accanto al suo nome, segno che è on line.</p>
<p>Improvvisamente avverto il peso del ridicolo per questa mia maniacale attenzione alla presenza virtuale dell’altro. Basta! Spengo il computer. Quello che sto aspettando non è lui, è solo una sua proiezione. È tardi, vado a dormire col proposito di reinserire i miei sentimenti nel contesto reale, domani.</p>
<p>Ma non dormo, e il domani è lontano. Dopo due ore di insonnia sono di nuovo davanti allo schermo: meglio un pallino verde che il nulla assoluto. «L’attesa è un incantesimo»: ho ricevuto l’ordine di non schiodarmi dalla scrivania. Resto lì finché non sento il bip di qualcuno che mi scrive in chat. I primi secondi sono di allucinazione: «l’attesa è delirio». Mi sembra di riconoscere il suo nome e invece non è lui: immediatamente, proprio come scrive Barthes a proposito della telefonata, detesto la persona che mi ha contattato, rimproverandole di non essere l’oggetto amato.</p>
<p>«Sono innamorato? Sì, poiché aspetto. L’altro, invece, non aspetta mai». Non aspetta mai, perché io sono sempre qui, già collegata. Provo a ingannarmi, scrivo, chiacchiero con altre persone; e, quando finalmente arriva l’atteso messaggio, rispondo in ritardo, cerco di interpretare il ruolo di chi fa aspettare. Ma, esattamente come in Barthes, è un gioco a cui perdo sempre, perché nei momenti di pausa nella comunicazione, in quelli in cui pianifico di lasciarlo aspettare, sono in realtà sempre io che aspetto il momento di rispondergli: «L’identità fatale dell’innamorato non è altro che: io sono colui che aspetta».</p>
<p>Una nota finale merita la funzione che mi consente di sapere quando l’altro ha letto il mio messaggio: «visualizzato alle ore tot». Prima ho citato il caso in cui provo a far attendere l’oggetto amato: parlavo di quando ricevo un suo messaggio ma non lo apro. Nel momento in cui però leggo il messaggio, e l’altro riceve il diabolico «visualizzato alle», non riesco mai ad aspettare prima di rispondere: sia perché non vedo l’ora di farlo, sia perché mi terrorizzano tutte le motivazioni che l’altro potrebbe addurre al mio ritardo – e, soprattutto, perché ho paura che nell’attesa lui scappi. Io sono colui che aspetta e non posso essere (anche) l’altro, quello che fa aspettare.</p>
<p>Il «faire attendre» resta una prerogativa dell’oggetto amato e io, al contrario del mandarino innamorato con cui Barthes conclude il suo frammento, alla centesima notte sono ancora on line.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Un mandarino era innamorato di una cortigiana. «Sarò vostra, disse lei, quando avrete trascorso cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra». Ma, il novantanovesimo giorno, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e andò via.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Autismi 16 &#8211; I pesci pescati</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/autismi-16-i-pesci-pescati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 09:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[attesa]]></category>
		<category><![CDATA[autismi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori C’è stato un tempo in cui ero un pescatore. Un pescatore con una canna da pesca senza mulinello, o più spesso con la bava stretta tra il pollice e l’indice della mano destra. Sui moli, sugli scogli. Mi piaceva il risucchio del pesce che abbocca, che strattona verso il fondo. Mi piaceva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-26962" title="Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1-150x150.jpg" alt="Man_Ray_Emmanuel_Radnitzky_1938_XX_Pisces-1" width="150" height="150" /></p>
<p>C’è stato un tempo in cui ero un pescatore. Un pescatore con una canna da pesca senza mulinello, o più spesso con la bava stretta tra il pollice e l’indice della mano destra. Sui moli, sugli scogli. Mi piaceva il risucchio del pesce che abbocca, che strattona verso il fondo. Mi piaceva la preparazione e la cura della mia pur rudimentale attrezzatura. E gli empori puntigliosi dove trovavo gli ami, le bave di diverso spessore, i galleggianti e il resto. Mi piacevano in particolar modo i pesini di piombo, la loro untuosa ma energica arrendevolezza. Ma naturalmente mi piaceva soprattutto aspettare.</p>
<p>Mi piaceva aspettare che un pesce abboccasse, come tuttora mi piace aspettare che succeda qualcosa. Certo questo piacere non è un vero e proprio godimento, e men che meno una giubilazione: ha anzi a che fare con la privazione, e forse anche con la sofferenza. Ma è pur sempre un piacere struggente. <span id="more-26912"></span>L’attesa dissuggella sempre qualcosa di struggente, di irrimediabilmente illibato, di catartico, se la si sa prendere nel verso giusto: è questo il motivo per il quale ho passato i tre quarti della mia vita a aspettare, e tuttora sostanzialmente non faccio che attendere.</p>
<p>Sono una persona che aspetta. Non possiedo un telefonino proprio per questa ragione: mi priverebbe delle attese, o comunque me le guasterebbe, come mi pare succeda alle persone che sento e vedo alle prese con un cellulare. Preferisco che l’oggetto delle mie attese resti per quanto possibile misterioso e astratto, taccia. Certo però mentre aspetto mi occupo, certo corro a destra e sinistra, come al giorno d’oggi fanno tutti, ma dentro di me sono lì con le braccia incrociate ad aspettare: il resto è tutta messa in scena. Vedo bene i limiti di questa mia attitudine, ma non riesco a correggermi, o anche solo a pentirmene. Ognuno ha le sue debolezze e i suoi vizi.</p>
<p>Ero un pescatore autodidatta, come sono sempre stato autodidatta in tutto quello che ho fatto. Avevo quindi l’impressione di non fare le cose nel migliore dei modi, e che il sapere degli altri &#8211; loro sapevano &#8211; mi fosse precluso. Ma me la cavavo pur sempre da solo: ero timido, e soprattutto non sapevo che si potesse chiedere alle persone. L’ho imparato, imperfettamente, solo qualche decennio più tardi. Arrangiandomi da solo facevo certo molti oggettivi errori. Errori forse imperdonabili. Non potrei però dire quali, perché appunto non ho termini di riferimento. Sta di fatto che i pesci abboccavano. Non spessissimo, ma abboccavano.</p>
<p>Abboccavano pesci argentati e ovaleggianti, o lunghetti e cinerini, pesci a tinta unita o striati, pesci con i baffi, qualche volta con una banda verde smeraldo sul fianco. Non sapevo i nomi dei pesci che pescavo. Per me erano genericamente pesci.</p>
<p>Passato lo stupore iniziale i miei familiari erano contenti che pescassi. Consideravano la pesca un’occupazione intrinsecamente plebea, e quindi disprezzabile, ma avevano subito constatato che quando pescavo ero tutto concentrato nella pesca. Vale a dire non li infastidivo. Per ore mi astenevo dalle scene isteriche scaturite da moventi che consideravano effimeri, e che mi erano valse innumerevoli elettroencefalogrammi e visite pedopsichiatriche. Il loro avallo alle mie propensioni ittiche era dettato da ragioni opportunistiche, non dalla loro spietata sete di anticonformismo. Il tipo di benestare interessato che prima o poi viene a galla e ferisce. Contavano probabilmente sul fatto che venuto il momento fatidico ci sarebbero state ben altre questioni a cui pensare. Non sbagliavano.</p>
<p>Sui moli incontravo altri pescatori, persone di età e portamento diversissimi. Facevo per la prima volta l’esperienza di un’attività che accomuna. Quelle persone erano molto differenti da me, ma eravamo tutti pescatori, e quindi in quella precisa circostanza tutti uguali. Certo io ero un pescatore molto giovane, di gran lunga il più giovane, un vero bambino, ma questo non veniva fatto pesare, era anzi volontariamente sottaciuto, creando una complicità supplementare. Ero accettato per quello che ero.</p>
<p>Naturalmente il risucchio del pesce era l’anticipazione del risucchio del membro nella vagina, naturalmente i sussulti nell’acqua erano una prefigurazione dei fremiti dopo l’orgasmo. Non vedo occupazione più immediatamente riconducibile alla penetrazione della pesca con la lenza. L’attesa sarebbe diventata quella che comparisse una donna che si decidesse a guardarmi, che avvenisse qualcosa di simile ai guizzi inferociti del pesce pescato. Ma all’epoca non potevo subodorare le atrocità della vita adulta: il mio piacere restava il mero piacere della bava che strattona. Ora mi domando se davvero la maggior parte dei pescatori non facciano il parallelo. Probabilmente lo fanno eccome, e il diletto sta anche lì. O forse il loro è invece un rimpianto.</p>
<p>Adesso non potrei più pescare. Non potrei pensare che un essere vivente ha un amo piantato nella bocca, e che quell’amo glielo ho piantato io. Non potrei sopportare quel dolore che perdura, che con i movimenti inconsulti si aggrava. Non potrei più astrarmi da quella rabbiosa sofferenza. Ma all’epoca non mi facevo questi problemi. Con l’età si diventa più sensibili, nonostante si affermi spesso il contrario. Si è più indifesi. Si pensa alla morte, e quindi ci si vede nei panni incresciosi del pesce.</p>
<p>Beninteso ero un pescatore saltuario, vivendo in una città fisicamente e culturalmente assai distante dal mare. Ma ero pur sempre un pescatore. In quanto pescatore fui invitato dal marito della donna di servizio di mia nonna a pescare con lui. Un invito sussiegoso e per certi versi grave, da pescatore a pescatore. Una domenica mi portò sulle rive ciottolose di un vasto lago artificiale, dove c’erano lunghe trote, e carpe. Lì i nomi non erano un enigma, perché me li diceva lui.</p>
<p>Mio padre era l’unico in famiglia a apprezzare il pesce, e vista l’inclinazione rivoluzionaria del suo fascismo non disdegnava affatto le attività popolari. Se però cerco delle connessioni tra lui e la pesca non trovo niente. Quando pescavo non c’era, esattamente come era assente quando facevo tutte le altre cose. Assente fisicamente, ma soprattutto nel pensiero.</p>
<p>Il mio problema, ce n’è sempre uno, erano i pesci che abboccavano. Ero contento di averli presi, non è questo. Sapevo che il fine era quello, e anche il mio piacere stava indubbiamente lì. Non potevo però afferrarli e staccarli dall’amo. Non potevo stringerli nella mano come avevo visto che si faceva, e svellere l’amo dalla carne. Proprio non mi era possibile. Già allora non era possibile. Avevo quindi bisogno che qualcuno lo facesse al mio posto. Qualche familiare, o un passante. Non ero un pescatore autonomo, potrei dire adesso, alla luce delle competenze terapeutiche accumulate. Come non sono mai stato autonomo anche in tante altre cose.</p>
<pre>(Immagine: Man Ray, <em>Pisces</em>)</pre>
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