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	<title>Autoantologie &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dalla periferia del senso all’apparenza veritiera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/11/dalla-periferia-del-senso-allapparenza-veritiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Apr 2022 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Autoantologie]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[il verri]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Biagio Cepollaro [Pubblico qui l&#8217;intervento che apre la sezione dedicata alle autoantologie poetiche del n. 78 de il verri.] Il progetto delle autoantologie in questo tempo di espressività diffusa vorrebbe costituire un momento di lentezza, di ripensamento, di responsabilità autoriale proprio quando il paesaggio si configura come tendenziale indebolimento del nesso tra passato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97355" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri-150x237.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri-300x475.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri-265x420.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/copVerri.jpg 536w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></p>
<p>di <strong>Biagio Cepollaro</strong></p>
<p>[Pubblico qui l&#8217;intervento che apre la sezione dedicata alle autoantologie poetiche del n. 78 de <em>il verri</em>.]</p>
<p>Il progetto delle autoantologie in questo tempo di espressività diffusa vorrebbe costituire un momento di lentezza, di ripensamento, di responsabilità autoriale proprio quando il paesaggio si configura come tendenziale indebolimento del nesso tra passato e futuro, caratterizzato da smemoratezza, da “naturale” assenza di fondamenti. La parola poetica non può essere considerata indipendentemente dai contesti entro cui nasce e a cui direttamente o indirettamente si rapporta. L’estetizzazione diffusa, maturata a partire dalla fine degli anni ‘70 soprattutto attraverso la pervasività della pubblicità, si è accompagnata al sorgere del nuovo fenomeno dell’espressività diffusa grazie al successivo diffondersi dei social network nel corso degli anni ’10 del nuovo secolo. La dimensione estetica sfuggita alla centralità ed esemplarità del “look” degli anni ’80 si è disseminata e implementata nella quotidianità dell’uso comunicativo delle piattaforme social. Come negli anni ’80 a sottendere l’estetizzazione diffusa era un “pensiero debole” programmaticamente privo di fondamenti, così oggi ad innervare l’espressività diffusa pare sia la percezione di un’estetica debole, priva di fondamento storico e di progettualità. La risonanza in poesia di quel debolismo estetizzante poteva essere allora l’ideologia letteraria che animava l’antologia de “La parola innamorata” che sarebbe poi diventata di fatto l’archetipo di una sorta di monocoltura poetica alimentata in seguito dalla rete. Quest’antologia fu percepita allora da alcuni come il segno del “riflusso” politico dopo la stagione dell’impegno che intendeva smascherare il nesso tra ideologia e linguaggio. E dieci anni dopo, sul finire degli anni ’80, l’antologia “Poesia italiana della contraddizione” provava, appunto contraddicendo, a invertire la rotta affiancando alle ricerche degli anni ’60 più aggiornate prove poetiche che in alcuni casi sarebbero state poi definite, tra l’altro, “post-avanguardia”. Col senno di poi si potrebbe pensare che quel movimento dalle apparenze neoromantiche e intimistiche in realtà stesse esprimendo (o piuttosto subendo per rimozione) senza molta consapevolezza la trasformazione degli assetti della comunicazione e della conversazione sociale in quel passaggio così drammatico e violento della società italiana nel cuore degli anni “di piombo”. Il transitare dall’estetizzazione diffusa all’espressività diffusa è stato determinato dalle nuove tecnologie della comunicazione ma anche dall’approfondirsi del paradigma culturale (e politico) che vede sempre più l’individuo atomizzato e relativamente anonimo come quotidianamente impegnato in una sorta di “scarica” espressiva costeggiante più il territorio della compulsione anestetizzante che quello della ideazione creativa. Atomizzazione e compulsione ormai s’impongono come dati naturali, secondo il consueto processo ideologico della naturalizzazione di un fatto storico e relativo.</p>
<p>L’espressività diffusa oggi si modella sui processi di customizzazione, sulla personalizzazione di programmi standard: un certo numero di opzioni rendono possibile un minimo di differenziazione codificata. Di queste opzioni sembra vivere per molti aspetti l’estetica debole che tende a saturare l’iconosfera e la semiosfera del nostro paesaggio. I contenuti possono essere creati solo all’interno delle forme prestabilite, come se la soggettività empirica fosse possibile solo all’interno di una identica soggettività trascendentale incarnata <em>a priori</em> dalla piattaforma. Al di fuori di tali condizioni pare che non si dia gioco “sociale”, non si possa “condividere” nulla. La “condivisione” sembra presupporre come requisito non il confronto intersoggettivo tra alterità quanto piuttosto l’omogeneità di fondo, la stessa aria di famiglia, lo stesso produttore. Tale massiccia diffusione dell’atto comunque esteticamente intenzionato, anche se frammentato, debole e sganciato dai tradizionali sistemi di riferimento, ha simulato, nei modi del paradosso caricaturale, uno dei sogni delle avanguardie storiche: la radicale “democratizzazione” del fatto artistico. La polverizzazione autoriale di cui spesso si dice si associa alla polverizzazione estetica: parole e immagini trascinano la semiosfera e l’iconosfera contemporanee in un incremento vertiginoso di oggetti e di soggetti a cui si negano, per statuto tecnologico prima ancora che semiologico, la persistenza e la consistenza. Gli oggetti oggi non si possono dire neanche più “liquidi” perché anche il liquido è uno stato della materia, come il solido e il gassoso, mentre è proprio la materia a sparire in qualunque stato si possa presentare. La materia sparisce non perché risolta in virtuale come si temeva negli anni ‘90 ma perché al di fuori di ogni rappresentazione e rimossa mentre la violenza dei rapporti di forza si scatena alle spalle, per così dire, dell’espressività diffusa. In un paesaggio del genere pare che la parola che si voglia letteraria fatichi a trovare una sua legittimità: risultano improbabili o poco raggiungibili il tessuto di accoglimento e l’orizzonte condiviso di attesa proprio quando sulla carta sembra aumentare la praticabilità materiale della diffusione, anche grazie a internet. Le istituzioni deputate alla selezione e alla promozione ponendosi al confine sempre più friabile tra autore e pubblico, di fronte alla frammentazione dei pubblici incoraggiata dalla rete, o si ritirano in silenzio o esasperano ostinatamente la propria autoreferenzialità. In tali contesti la ricerca può forse tentare di tornare allo specifico della parola e del testo come luogo in cui configurare i mutamenti del paesaggio assumendo e metabolizzando sin dall’inizio le trasformazioni che riguardano oggi lo stesso statuto della parola e la sua perdita di centralità. Da questa periferia che non è più solo del testo ma che diventa marginalità del senso l’intenzione letteraria può ripartire come per una scommessa rischiosa. Qui la percezione dell’attrito è indispensabile, la lettura è costretta a fermarsi, il flusso a incepparsi, s’impone la necessità di tornare indietro per riprovare la tensione dell’interpretazione. L’attrito interrompe lo scorrere anodino del paesaggio e la parola residuale sembra cercare un territorio che alluda ad una soggettività messa a tacere ma da cui comunque occorre ripartire per provare a smascherare il gioco delle apparenze anestetizzanti che sostanziano l’espressività diffusa. Dalla periferia del senso all’apparenza veritiera.</p>
<p>.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Auto-antologia-7. Italo Testa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/22/auto-antologia-7-italo-testa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2018 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Autoantologie]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[italo testa]]></category>
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					<description><![CDATA[Devi fare attenzione, orientare lo sguardo in direzione del flusso: è bianco il velo che lambisce i contorni, che accieca: tu al bianco devi cedere, muto aderire all’indifferenza delle cose. (da: Gli Aspri inganni, Lietocolle, 2004) SCANDIRE IL TEMPO Devi intonare la litania dei corpi di quelli esposti nel riverbero dei fari di quelli accolti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">Devi fare attenzione, orientare lo sguardo<br />
in direzione del flusso: è bianco il velo<br />
che lambisce i contorni, che accieca:</p>
<p style="text-align: center">tu al bianco devi cedere, muto<br />
aderire all’indifferenza delle cose.</p>
<p style="text-align: center">(da: Gli Aspri inganni, Lietocolle, 2004)</p>
<p style="text-align: center">SCANDIRE IL TEMPO</p>
<p style="text-align: center">Devi intonare la litania dei corpi<br />
di quelli esposti nel riverbero dei fari<br />
di quelli accolti nel marmo degli ossari</p>
<p style="text-align: center">devi orientarti per i tracciati amorfi<br />
tra le scansie dei centri commerciali<br />
scandire il tempo di giorni disuguali</p>
<p style="text-align: center">devi adattarti al ritmo delle sirene<br />
lasciare i ripari, esporti agli urti<br />
abbandonarti al canto degli antifurti</p>
<p style="text-align: center">trasalire nel lucore delle merci<br />
cullarti al flusso lieve dei carrelli<br />
sognare animali e corpi a brandelli</p>
<p style="text-align: center">devi nutrirti di organi e feticci<br />
profilare di lattice ogni fessura<br />
pagare il conto e ripulire con cura</p>
<p style="text-align: center">recitare il rosario dei volti assenti<br />
svuotare gli occhi, ritagliare le bocche<br />
aderire alla carne e schioccare le nocche.</p>
<p style="text-align: center">QUESTO, CHE TU VEDI</p>
<p style="text-align: center">questo, che tu vedi, corpo che giace<br />
tra due corpi, questo sono io, che tu<br />
vedi, non importa come il corpo</p>
<p style="text-align: center">si muova, dove abbia luogo la scena<br />
come ombra nel vano degli occhi<br />
come scena sul linoleum verde</p>
<p style="text-align: center">questo, è un corpo che cede, opaco<br />
s’adegua alla pressione degli arti,<br />
s’inoltra nella cecità terrestre,</p>
<p style="text-align: center">questo, riflesso in sillabe è il mio volto<br />
su cui si alternano, sconnesse, altre<br />
membra, a due a due deformano</p>
<p style="text-align: center">l’impronta, il bordo che ti contiene,<br />
questi due corpi, che tu ora vedi,<br />
da entrambi i lati con moti divergenti,</p>
<p style="text-align: center">freddi lambiscono i confini, i profili<br />
svuotano di me, ammasso di vene<br />
irretito nel battito sordo degli arti,</p>
<p style="text-align: center">cono deforme che sul linoleum<br />
striscia, intaglia ombre alle pareti<br />
percorse da carne bianca e remota.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LEGIONI</p>
<p>Quelli che sono morti prima non contano<br />
essendo già morti, non potranno morire.<br />
Sono i morti degli altri, non dovrai<br />
defalcarli dalle liste, nel ritratto di noi<br />
tutti, i viventi, non sono mai comparsi<br />
da sempre immersi negli spazi vuoti<br />
sono i morti degli altri, i morti altrove.</p>
<p>Quelli che stanno per morire non contano,<br />
come lembi d’ombra già si sfrangiano<br />
in letti sfatti si piaga il ricordo<br />
di figure erette, movimenti netti.<br />
Sono i morti della prossima ora,<br />
attendono sul retro la folata di vento,<br />
sono gli altri morti, i morti ovunque.</p>
<p>Quelli che sono ancora vivi non contano,<br />
ad ogni battito incancrenisce il volto,<br />
il fiato si piega mentre vanno ad occupare<br />
i posti che di ora in ora si svuotano.<br />
Sono i morti senza saperlo, in incognito<br />
marciano verso i grandi inceneritori,<br />
siamo noi i morti, i morti da sempre.</p>
<p>Quelli non ancora nati non contano,<br />
per tracce già segnate si trascinano<br />
insanguinando la terra, parti oscuri<br />
che il vento dissemina, l’acqua cancella.<br />
Sono i morti che iniziano a vivere,<br />
dediti all’apparenza, proni all’inganno<br />
sono tutti i morti, i morti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>UN’ALTRA NOTTE</p>
<p>Un&#8217;altra notte in stanze ammobiliate<br />
seguendo le intermittenze alla parete,<br />
un&#8217;altra notte, su un copriletto stinto<br />
ascoltando i rumori dal muro a fianco.</p>
<p>Un&#8217;altra notte con lo sguardo al soffitto<br />
nell&#8217;alone dei neon che lava il corpo,<br />
un&#8217;altra notte, quando parte un colpo<br />
lasciarsi andare giù a peso morto.</p>
<p>Un&#8217;altra notte a tremare dietro il muro<br />
sotto la ventola che incombe nel buio,<br />
un&#8217;altra notte mentre gocciola il termos<br />
brilla sull&#8217;inguine il seme disperso.</p>
<p>Un&#8217;altra notte, questa notte e sempre<br />
lo stesso buio che ingoia la mente<br />
sotto alla croce in agguato sul muro<br />
chiudendo gli occhi per sentirsi al sicuro.</p>
<p>(da: <em>Biometrie</em>, Manni, 2005)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SARAJEVO TAPES</p>
<p>VI [16 luglio, spalato: h. 9]</p>
<p>un bagno d’ocra, di rocce, di scaglie t’accoglie<br />
muri a secco e alle fermate d’autobus<br />
murales stinti con bottiglie di pepsi</p>
<p>per vie d’acqua, confluendo la macchia verde<br />
si penetra all’interno<br />
il perimetro del mare ritaglia in occhi verdi<br />
laghi cinesi, una cartolina dal mondo:</p>
<p>lasciati invadere dall’inganno dei colori<br />
lascia scorrere i profili</p>
<p><em>gli occhi degli uomini furono fatti</em><br />
<em>per guardare: e lasciateli guardare</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VII [per mostar: h. 16]</p>
<p><em>mi dicono che i tuoi occhi sono vuoti</em><br />
<em>mi dicono che i tuoi occhi sono stupefatti</em></p>
<p>segui lo sventolio dei drappi<br />
il rosso, il bianco, il blu<br />
distesi tra le rocce, sulle case<br />
in costruzione a fianco della strada</p>
<p><em>mi dicono che i tuoi occhi non vedono prati</em><br />
<em>mi dicono che i tuoi occhi s’incantano</em></p>
<p>conta, ad uno ad uno,<br />
i parallelepipedi bianchi<br />
le bianche distese, da ogni lato<br />
l’abbraccio del paesaggio<br />
fitto di cippi, giallo di luce</p>
<p><em>mi dicono che i tuoi occhi si dissipano</em><br />
<em>mi dicono che i tuoi occhi, i tuoi occhi</em></p>
<p>a seguire le cave di sabbia sul fiume<br />
dopo mostar, i mucchi di sabbia e di terra<br />
scavati, nella luce, senza ombra,<br />
per ogni gruppo di case una distesa<br />
di pietre bianche, erette, immobili</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VIII [kanton-sarajevo: h. 19]</p>
<p>quando la valle si apre, tra file di discariche<br />
e in mezzo, più verde del verde, il fiume<br />
e i molti bagnanti nell’acqua, come insabbiati<br />
nel verde: le reti, gli attrezzi da pesca ad asciugare<br />
sui ponti, lindi, nuovi, tra le lapidi agili e bianche,<br />
come i minareti dritti nell’azzurro, acuminati.<br />
poi il verde s’infittisce di chioschi, la stella<br />
rossa dell’heineken campeggia sulla conca<br />
del kanton-sarajevo, ovunque meno rocce<br />
e nessun animale disperso sui prati<br />
ad ogni istante si crede di vedere un gregge<br />
e ci si sorprende invece a contare i fori, sulle facciate<br />
e già si vorrebbe scendere, a toccare col dito<br />
a mettere mano a ciò che manca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>XI [19 luglio, sarajevo, miljacka: h. 10]</p>
<p><em>ausstellung</em></p>
<p>prendi un’arancia, prendine un’altra<br />
allinea 365 arance su di un parapetto<br />
365 macchie sul bordo del fiume:</p>
<p>prendi un’arancia, sbucciala a morsi<br />
scoprine il bianco sotto la pelle<br />
macchia di sangue la linea dei denti</p>
<p>prendi un’arancia, apriti un varco<br />
posa la testa sulla pietra del muro:<br />
365 arance dense di luce</p>
<p>(da: <em>canti ostili</em>, Lietocolle, 2007)</p>
<p style="text-align: center">ROMEA, MATTINA</p>
<p style="text-align: center">Qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino<br />
il bordo incandescente e l&#8217;anima buia dei rami,</p>
<p style="text-align: center">qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato<br />
a calarmi all&#8217;alba dentro a un vestito di brina,</p>
<p style="text-align: center">qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco<br />
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,</p>
<p style="text-align: center">qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno<br />
l&#8217;intonaco di case insaponate nella nebbia,</p>
<p style="text-align: center">qui ho perduto nell&#8217;acqua il tuo pegno raschiato dal cuore<br />
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,</p>
<p style="text-align: center">qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo<br />
qui sull&#8217;argine alto mi sono inumato nel freddo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MATTINALE</p>
<p>I</p>
<p>FINCANTIERI, 3 A.M.</p>
<p>tre del mattino. le pale meccaniche<br />
ritagliano in campi blu la notte:</p>
<p>alle fermate d&#8217;autobus lo sterno<br />
s&#8217;alza, s&#8217;abbassa, segue un suo ritmo</p>
<p>sordo, illuminato dal bagliore<br />
del gas che avvampa sui cantieri.</p>
<p>quelle sugli angoli, cui il passante<br />
ieri ha venduto la sua innocenza</p>
<p>fissano immobilizzate i fari<br />
tra i container nudi sullo spiazzo.</p>
<p>senza appetito potrà cibarsi<br />
l&#8217;automobilista insonne al chiosco</p>
<p>dove un ago ti cala sulla lingua<br />
se non attacchi la vita a morsi:</p>
<p>e con la luce che irrompe sui viali<br />
sciama il disgusto, e può avvicinarsi</p>
<p>il tuo fiato a quello degli altri<br />
che affilano i talloni contro i pali</p>
<p>uguali, sempre, sotto queste spoglie<br />
alle poiane in agguato sulle valli,</p>
<p>le utilitarie sfrecciano e ghermiscono,<br />
depositano le ossa tra le foglie:</p>
<p>tre del mattino, le pale meccaniche<br />
fendono ancora la notte, e immobile</p>
<p>l&#8217;airone acquattato sugli scogli<br />
sogna la preda tra le salicornie:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II</p>
<p>SAIPEM, 6 A.M.</p>
<p>la luce più di tutto, e le cisterne<br />
bianche, allineate al mattino</p>
<p>come un gregge disperso nell’azzurro</p>
<p>e poi le gru che girano l’ombra<br />
sul muro e lustre emergono dall’acqua</p>
<p>a colmare i vuoti tra le nuvole:</p>
<p>ogni cosa saluta quando imbiancati<br />
sfolgorano i cavi dell’alta tensione</p>
<p>nella polvere sospesa dell’alba</p>
<p>e a fiotti i papaveri tingono<br />
il grano ancora verde e contornano</p>
<p>i pilastri di cemento in costruzione.</p>
<p>ogni cosa si è lasciata vedere<br />
dal traforo dei teli aranciati</p>
<p>di recinzioni ai bordi dei cantieri:</p>
<p>i calcinacci dorati, pozze d’acqua<br />
piovana dietro alle betoniere</p>
<p>inerti e rivestite di luce.</p>
<p>ogni cosa dalla macchina in transito<br />
si mostra incomprensibile e chiara:</p>
<p>la pietraia e i banchi di ghiaia</p>
<p>la tua testa assonnata, la mia vita<br />
guidata oltre il vetro tra le cose</p>
<p>abbandonate sulle dune erbose:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>OGNI COSA</p>
<p>o l’ombra che di spalle divora<br />
il fianco, il vano della luce<br />
che ti assale e a morsi ritaglia<br />
nell’agone della stanza, ritta<br />
e in attesa, le braccia lungo il corpo,<br />
i piedi a contatto del suolo,</p>
<p>la figura messa di traverso<br />
a misurare il grigio e il bianco,<br />
a fissare il lampo negativo<br />
che separa la stanza dal tempo:</p>
<p>così aspettiamo giorno per giorno,<br />
un foglio in mano, lo sguardo perso,<br />
così esposti al gran teatro<br />
disegniamo una diagonale<br />
nello spazio, ci sporgiamo attoniti<br />
se qualcosa si mostra, arretriamo<br />
se qualcuno, mai, in qualche luogo<br />
ci sfiora, se la luce divide<br />
i piani, ritaglia il mattino:</p>
<p>o quando i volti ci confondono<br />
e più non sappiamo, più non vediamo<br />
nella fuga dei binari il segno<br />
di questa vanità che ci afferra<br />
e scuote, quasi fossimo dadi,<br />
pedine gettate a caso<br />
intorno a un tavolo, su una scala<br />
che gira e scompare nel vuoto:</p>
<p>e risalire i gradini lucidi,<br />
appoggiarsi alla balaustra<br />
con tutto il peso affacciarsi al mondo<br />
dall’arcata di un ponte sospeso<br />
tra due rive, e dire che sì, è vero,<br />
in quel punto non siamo più niente<br />
solo macchie nere nell’aria,<br />
anche se gli alberi si piegano<br />
al vento, solo questo, e nient’altro:</p>
<p>nemmeno le cisterne sui tetti<br />
ci eguagliano, indifferenti<br />
a ogni scintillio e abbaglio,</p>
<p>nemmeno l’incendio al tramonto<br />
delle facciate allineate<br />
e la teoria delle finestre cieche:</p>
<p>se reggiamo qualcosa nel pugno<br />
e ci affrettiamo prima che sia buio,<br />
se appoggiati al terreno smuoviamo<br />
le foglie, senza sosta perdiamo<br />
il filo, ripetiamo la parte:</p>
<p>non basta allora studiare il cielo,<br />
contemplare i tetti opachi<br />
e le lamiere arroventate<br />
non basta affidarsi alle case<br />
distanti, ai muri assolati:</p>
<p>sinché la sagoma resta intatta,<br />
siamo di nuovo con gli occhi a terra,<br />
correndo da una stanza all’altra,<br />
inseguendo una promessa o un’ombra<br />
aspettiamo che il corpo si muova,<br />
lo sorprendiamo in pose nuove,</p>
<p>stiamo lì, col capo arrovesciato<br />
un po’ assonnati sopra il letto,<br />
le gambe appena reclinate<br />
contiamo le pieghe sul lenzuolo<br />
o i solchi incisi sul sentiero:</p>
<p>e non fa in fondo alcuna differenza<br />
se la strada curva all’orizzonte<br />
o svolta veloce tra i rovi,</p>
<p>come la piega del braccio tenda<br />
i nervi in un fascio rappreso<br />
o la striatura di una roccia<br />
rivesta la costa di un campo:</p>
<p>ancora una volta non resta<br />
che questo aspettare a mani giunte<br />
farsi inquadrare senza opporre<br />
resistenza, disarmati andare<br />
incontro alla luce che viene,<br />
ci disegna e nega, ci assorbe<br />
in un giorno qualunque, ci dona<br />
un luogo, tra le cose immote,</p>
<p>o un istante da abitare<br />
fermi sulla sponda di un balcone,<br />
di sbieco su una sedia, dormendo,<br />
pensando, facendo ogni cosa:</p>
<p>(da: <em>La divisione della gioia</em>, Transeuropa, 2010)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non ero io</p>
<ol>
<li>non ero io, non vedi, in quella folla, non erano le mie mani, a toccarsi, non erano le mani, soprattutto questo, dico ancora una volta, soprattutto questo, e non riuscivo a trattenerle, tutte quelle immagini, a destra e a sinistra, la pressione che monta, non ero io, torno a dirti, non l’avrei fatto, non mi sarei spinto dentro, non è così? non sono sempre stato questo, quello che conosci, con gli occhi chiusi, la testa un po’ piegata, non potevo proprio essere io, a trascinare i piedi, ad avanzare, perché questo conta, maledettamente, questo conta sempre, chi ha fatto cosa, chi si è girato e ha risposto, chi ha preso la pietra, l’ha rigirata tra le dita, anche quella volta, non potevo esserlo, con la ciocca insanguinata, la tempia destra sul selciato, non ero io, non potevo proprio esserlo, che cosa c’entravo, nel parcheggio vuoto, dietro il distributore, che ci stavo a fare, no, credimi, non ero io</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="5">
<li>a questa altezza, qui, a volte, solo alcune cose si mostrano, solo alcune, le altre sfarfallano, passano veloci, e scansano, solo alcune cose, se non scartano di lato, se non si sottraggono, solo alcune cose, con tutti i dettagli, le forme precise, le curvature, solo alcune cose, e il resto niente, guarda, solo alcune, che le puoi contare, con tutti i dettagli, le riconosci, solo alcune, a questa altezza, le altre entrano, entrano ed escono, uno dopo l’altra, non si fissano, solo alcune cose, solo alcune, nel nostro raggio, e sempre le stesse, ti sembra, sempre le stesse a questa altezza, solo alcune cose si mostrano, basta un indizio, e le ritrovi, e gli intervalli, hai visto, gli intervalli e le cadenze, seguono un ritmo, hai visto, che ricorre, una sequenza, un battito, hai visto, uno dopo l’altro, tornano, uno dopo l’altro, come se fosse, che so, un ritornello, come se qui, a volte, a questa altezza</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="6">
<li>ovunque, non vedi, come tutto, come tutto accada ovunque, non vedi, ad esempio, siamo qui, su questa strada, in questo angolo, puoi figurartelo, è semplice, siamo qui, e c’eravamo già stati, non ti puoi sbagliare, le coordinate, l’angolo di incidenza, siamo qui, proprio qui, di fronte a quel muro, la calce ancora fresca, e la distanza è la stessa, non varia mai, altrove, crediamo, di essere altrove, dopotutto, ma siamo sempre qui, non ci siamo mai mossi, di fronte alla cancellata, dietro la sbarra, qui e ovunque, oppure, non vedi, la ruvidità, l’attrito che ci frena, sono dei dettagli, devi farci attenzione, sembrano diversi, ci giureresti, sembrano diversi, ma non conta, ancora una volta, sembrava qui, proprio qui, qui e ovunque, non vedi, come tutto, come tutto sembra definito, netto, e poi niente, è proprio qui, è proprio qui che accade, è proprio qui, ancora, come tutto, ovunque</li>
</ol>
<p>(da: <em>Tutto accade ovunque, </em>Aragno, 2016)</p>
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<p><em>Autopresentazione</em></p>
<p>Ripenso a questi versi, sulla soglia de <em>Gli aspri inganni,</em> la sequenza poematica con cui nel 2004 uscivo dal mio isolamento, da un lungo apprendistato segreto, senza padri e sodali sino a quel punto, condotto sotto copertura, e in provincie straniere. “Tu al bianco devi cedere, muto / aderire all’indifferenza delle cose”. Ora per allora: questa poesia, l’interrogazione del mondo come immagine, di ciò che si lascia vedere. Si attesta sulla frontiera del visibile, di quanto che si offre allo sguardo e attraversa il campo dell’apparenza. Il mondo come immagine rinvia a se stesso, è offerta della visibilità.</p>
<p>Non che in poesia non vi siano elementi astratti, concettuali. Ma questi sono come presi in figura. E’ per così dire la loro pelle ad entrare nei versi. A differenza delle arti visive, in poesia, almeno in quella lineare, l’unica materia di queste figurazioni sono le parole. Fare presa sul fondo iconico del linguaggio, sul fatto che il linguaggio può essere usato come immagine di qualcosa, ma è esso stesso figura, figurazione disposta nello spazio.</p>
<p>Se la poesia fosse un’arte biometrica ante litteram<em>. Biometrie. </em>Una tecnologia dell’identità, perché attraverso la parola e la sua scansione un vivente registra la sua presenza e si rende rintracciabile nel silenzio stellare. A differenza delle tecnologie biometriche contemporanee, non procede unicamente a quantificare e digitalizzare dati biologici. Un’arte biometria arcaica, mossa da una tensione trasfigurante: una biologia della voce, che dà corpo e forma al grido primordiale. Qui si manifesta un’ambiguità irresolubile: la volontà di dare forma all’esperienza, in ogni espressione poetica riuscita, si rovescia nel riconoscimento di una forma già presente, che tuttavia non può essere senza l’effetto di voce che la mette in salvo.</p>
<p>Non tutte le cose si lasciano dire allo stesso modo. Un diario in versi ha preso forma dapprima dall’esposizione diretta  e dalla percezione che qualsiasi resoconto narrativo sarebbe stato inadeguato all’esperienza in cui si era immersi: un viaggio da Venezia a Sarajevo, non progettato, in cui ti sei trovato come catapultato all’improvviso. <em>Canti ostili: </em>che cosa rimane della poesia, della sua forza di aderenza, della sua capacità di visione, laddove la nostra umanità sembra azzerata? Accorgersi che quella domanda non potrà mai trovare una risposta adeguata, e iniziare a scrivere questo diario, è stata una cosa sola. “<em>Gli occhi degli uomini furono fatti / per guardare: e lasciateli guardare</em>”. C’è una resistenza dello sguardo sorda a ogni smentita: i nastri di Sarajevo sono una registrazione di questa attitudine, di questa ostinazione. Ed è per questa esigenza di aderenza che i versi di sarajevo tapes conoscono una metamorfosi continua, variando in ogni quadro, senza appagarsi di una sola forma: reagendo, credo, all’urto delle cose, di una realtà che continua a mostrarsi perturbante, nonostante il necessario tentativo di ritornare ad una normalità, di ripristinare il trascorrere ordinato dei giorni.</p>
<p>Questa poesia, un’adesione al visibile, è insieme un far vedere, un mostrare, offrire allo sguardo. “Romea, mattina” inizia da questo esercizio di visione, di contatto con il visibile, di adesione al “volto lucente del mondo”: si tratta di vedere esattamente, di cogliere in modo perspicuo quanto si mostra. Noi viviamo nella cecità, i nostri occhi obliterano ciò che si presenta, e per lo più non vediamo nulla. La forma di visione cui aspira questa poesia è una visione della singolarità dell’immagine: questa strada, questo pioppo, questa casa insaponata nella nebbia. Non è il tipo, l’individuo generico, ma la singolarità di questa cosa.  Ma nella visione, questa tratto altamente individuato, questa differenza intrinseca, è colta insieme come qualcosa di universale, l’universalità di questa contingenza. La visione cui tende è manifestativa. Si tratta di liberare l’immagine, manifestarne l’impermanenza, rendere giustizia alla sua individualità.</p>
<p>L’elemento ritmico non è solo l’ossatura, ma anche il nucleo generativo de <em>La divisione della gioia</em>. E’ come se versi, strofe, sintassi, punteggiatura fossero definiti entro una partitura ritmica, una trama che produce lo scorrimento delle immagini e delle voci in sequenza. Non è però una questione formale, perché è solo nella sostanza ritmica che esiste e prende forma il coro di voci, la pluralità di soggetti e<em> tableaux vivants </em>che vengono alla luce e si alternano con l’andamento ora di un tu, ora di un noi, ora di un io. La frase di Hopper – “I was more interested in the sunlight on the buildings and on the figures than in any symbolism” – sembra dire in modo perfetto qualcosa che sta al centro della sua stessa esperienza pittorica, e che riguarda il ripensamento della dimensione figurativa dell’arte. E’ nell’alternanza di luce e ombra che prendono rilievo le figure di “Ogni cosa”, come se altra sostanza non vi fosse che questo manifestarsi. Non si tratta però di epifanie, di momenti di illuminazione improvvisa che intervengono a rompere la trama continua ed opaca della vita ordinaria. La luce interviene qui invece come ritmica dell’esistenza: scorrimento e svolgimento del quotidiano nella sua sostanza filmica.</p>
<p>Ora per allora. Ripenso all’immagine di quei <em>camminatori</em>, la loro evidenza ricorrente, come una sorta di mito, una narrazione per figure – un resoconto, dalla voce di un cronachista – dove l’elemento iconico prevale su ogni altro registro. L’ambivalenza del mito, dove ogni immagine si lascia interpretare in vari modi  senza che alcuna trascrizione possa esaurire l’elemento perturbante dell’immagine stessa nella sua evidenza preconcettuale. Nei camminatori l’immagine è interrogata nella sua ambivalenza, nella sua terribile ambiguità: quale spazio di un attraversamento. Il visibile si manifesta qui come una frontiera, la frontiera del visibile che queste presenze attraversano, transitando nel nostro campo percettivo. La visione è perspicua, chiara, estremamente nitida: ma ciò non toglie che ad essere visto esattamente sia qualcosa di indefinito. Questa chiarezza, questa alta definizione, appare come qualcosa di altamente indeterminato e ambiguo. <em>Tutto accade ovunque.</em> Una radicale estraneità, la radicale estraneità dell’esperienza di questo mondo. Se un mitologema parla di noi, del contemporaneo. Un’immagine ci ossessiona, ci ha invaso. Come possiamo ridescrivere criticamente la nostra forma di vita? Prova a metterla in sequenza, disporla in figura. Non interpretare, mostra.</p>
<p><em>Nota</em></p>
<p>Ne <em>Gli aspri</em> <em>inganni </em>tentavo una forma liquida di poemetto. In <em>Biometrie </em>emergevano modi di presentazione seriale, secondo progressioni metriche. <em>Canti ostili </em>era poi pensato come un <em>concept album</em>, centrato sulla scansione documentale di <em>sarajevo tapes </em>– una serie di campionamenti d’esperienza, nella forma del diario di un viaggio da Venezia a Sarajevo e ritorno. <em>La divisione della gioia</em>: la forma lunga diventa dominante e va a costituire un ensemble poematico: l’anta centrale di circa 700 versi – il poema, articolato in quatto movimenti, che occupa la seconda sezione e dà il titolo al libro – funge da attrattore rispetto alla prima e alla terza sezione, che rappresentano una sorta di suo sviluppo per variazioni, gemmazioni, e stacchi formali. <em>I camminatori </em>e poi <em>Tutto accade ovunque </em>sono costituiti interamente da serie che vanno a comporre, per iterazione, un’unica sequenza. Da dove nasce tutto questo? In parte si lega alla genesi di questi testi: è come se vi fossero degli strati differenti, a diverse profondità tettoniche, che corrono paralleli, e vanno aggregandosi autonomamente secondo una loro logica, finché qualcosa non emerge dal sottosuolo come un oggetto riconoscibile che mi forza a pensare il progetto di un libro. Questi libri tagliano trasversalmente il piano cronologico: ciascun libro contiene strati testuali contemporanei se non antecedenti rispetto a quelli che lo precedono. Le date di pubblicazione sono confini arbitrari, segnaposto dove qualcosa torna ad accadere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Nota biografica</em></p>
<p>Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), vive a Milano. E’ cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e ha vissuto e studiato per lunghi periodi in Germania e in Francia. Ha pubblicato in poesia: <em>Tutto accade ovunque </em>(Aragno, 2016), <em>i camminatori </em>(Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013); <em>La divisione della gioia </em>(Transeuropa, 2010), <em>canti ostili</em> (Lietocolle, 2007), <em>Biometrie</em><em> (</em>Manni, 2005), <em>Gli aspri inganni </em>(Lietocolle, 2004). Co-direttore della rivista di poesia, arti e scritture <em>L’Ulisse</em>, è resident dj su <em>le parole e lecose </em>e tra i fondatori di <em>puntocritico</em>. Ha ideato con Paul Vangelisti il poster periodico<em> 2&#215;2</em> e cura a Brera la collana di multipli <em>coincidenze </em>e il laboratorio <em>da&gt;verso</em>: <em>transizioni arte-poesia</em>. Sue poesie sono state tradotte in Francese, Inglese, Tedesco, Spagnolo e Cinese. Ha tradotto poesia e saggistica, ed è autore di contributi sul pensiero contemporaneo e la teoria critica. Insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.</p>
<p><em> [<strong>Auto-antologie</strong> prosegue con Italo Testa e il suo percorso poetico. Appartengono alla stessa rubrica gli spazi dedicati a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/02/02/portarsi-avanti-con-gli-addii/">Francesco Tomada</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/02/22/micro-antologie-1-vincenzo-frungillo/">Vincenzo Frungillo</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/15/auto-antologie-2-francesco-filia/">Francesco Filìa</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/09/auto-antologie-3-viola-amarelli/">Viola Amarelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/05/auto-antologie-4-eugenio-lucrezi/">Eugenio Lucrezi</a>, <a href="https://poesiadafare.wordpress.com/2016/07/10/renata-morresi-una-proposta-di-lettura-e-una-micro-antologia/">Renata Morresi</a> , <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/09/13/gianni-montieri-auto-antologie-5/">Gianni Montieri</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/11/16/giovanna-frene-auto-antologia-6/">Giovanna Frene</a>.  Una mia lettura critica dei testi poetici di Italo Testa si può leggere <a href="https://poesiadafare.wordpress.com/2018/01/20/proposta-di-lettura-di-biagio-cepollaro-italo-testa/">qui</a> B.C.]</em></p>
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