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	<title>Avetrana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sarah, un orrore domestico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 16:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Avetrana]]></category>
		<category><![CDATA[Chi l'ha visto]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Sciarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Scazzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Chi, apprendendo quello che è accaduto a Sarah, non ha sentito un dolore fisico, un odio cieco nei confronti di quello zio per quel che ha fatto, per il modo in cui poi si è offerto alle telecamere nel tentativo di depistare le indagini, per l’orrore che quella violenza compiuta nei confronti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
Evelina Santangelo</p>
<p>Chi, apprendendo quello che è accaduto a Sarah, non ha sentito un dolore fisico, un odio cieco nei confronti di quello zio per quel che ha fatto, per il modo in cui poi si è offerto alle telecamere nel tentativo di depistare le indagini, per l’orrore che quella violenza compiuta nei confronti della nipote getta su tutto un universo familiare? Chi seguendo il programma <em>Chi l’ha visto?</em> non ha sperato, dapprima, che tutto ciò non fosse vero, e poi, quando non c’era più cosa sperare, che quel calvario finisse? Il calvario di quella madre che si è trovata all’improvviso costretta a dare in pasto il proprio sgomento davanti alle telecamera. Ma anche il «proprio» personale calvario, o meglio, il «nostro» calvario collettivo di telespettatori incapaci di staccarci dal video, anzi, da quel volto letteralmente pietrificato di quella madre, che il video ostinatamente restituiva, violandolo in un parossismo di morbosità e dolore.<span id="more-36849"></span><br />
Molti, a ragione, hanno scritto commenti durissimi sulla spudoratezza, sull’impudicizia di quello sguardo che ci ha resi, in quanto spettatori, complici di un abuso ormai, a ben vedere, consumato quotidianamente nelle varie forme che assume la televisione famelica di dolore, di gossip, di erotismo, di violenza fisica e verbale&#8230; Una televisione cui ci si è tutti, più o meno, assuefatti, ma che mercoledì ha, involontariamente, creato un cortocircuito, un paradosso che potrebbe spiegare lo shock, quel dramma collettivo di cui la Rete ha dato conto, ma forse anche quel desiderio, altrettanto condiviso, di non trovarsi lì, davanti alla televisione, mentre di fatto si continuava a starci. E, in seguito, il desiderio di non esserci mai stati, lì, a guardare la trasmissione della Sciarelli.</p>
<p>Perché, mercoledì sera, mentre la madre di Sarah era, come ha giustamente sottolineato Luca Telese, «ostaggio» della diretta (con tutto lo sconcerto che suscita una tale consapevolezza) è accaduto qualcosa di molto simile a quello che, appunto, accadde nel caso di Vermicino, il bambino caduto nel pozzo artesiano. Solo che, allora, nessuno aveva dubbi che quel dramma fosse il frutto di una tragica casualità, e contro quella casualità, quel destino spietato ognuno mise in gioco la propria speranza fino allo sconforto finale. Anche in quel caso ci si interrogò sul senso di quella spettacolarizzazione, ci si chiese se non fosse un abuso, una violazione, una forma di cannibalismo («Altri tempi» diremmo oggi&#8230; che si è andati di gran lunga più in là).<br />
Ma anche allora ci fu una partecipazione collettiva a un dramma privato come non era mai accaduto prima.<br />
Ora, il fatto che la tragedia di Avetrana sia l’esito di un abuso reiterato fino alla violenza più selvaggia e definitiva, quella che si prende il corpo e la vita intera della vittima, ci chiama in causa e ci risucchia dentro quell’orrore non solo come spettatori angosciati e partecipi di un dramma altrui (accidentale, frutto di un destino spietato), ma anche e soprattutto come potenziali protagonisti di qualcosa che «può accadere a chiunque ovunque», qualcosa da cui nessuno insomma può dirsi al riparo.<br />
Tanto infatti è inconcepibile, anzi, insostenibile il pensiero di quel che ha subito Sarah in quel garage tanto ci appare ordinario quel pezzo di mondo in cui quest’orrore si è consumato, come è ordinario quel tinello, appunto, in cui si trovava la madre Concetta quando ha appreso, ma forse sarebbe il caso di dire «ha subìto», in diretta la verità.<br />
Sarah non è finita dunque in certi territori pericolosi in cui si può finire per caso, per le cattive amicizie, per ingenuità o per un malinteso desiderio di trasgressione. Non è stata fagocitata in quei domìnii di certi mostri che, all’improvviso, sembrano emergere direttamente dalle lande oscure delle nostre più inconfessabili paure. Sarah è «finita» in un luogo domestico. E, per di più, non un luogo domestico qualsiasi. Uno di quei luoghi in cui si mandano o si ritiene di poter mandare i propri figli, quando non li si vuole far stare per strada o da soli in casa.</p>
<p>Ora, al di là di tutti i dubbi, gli interrogativi, il disagio, il senso di colpa, la rabbia che può suscitare in ciascuno di noi il fatto che una madre si sia ritrovata ostaggio della televisione e di milioni di spettatori nel momento stesso in cui è stata investita da una tragedia incommensurabile come la morte di una figlia, e di una figlia assassinata così, da un assassino del genere in una circostanza del genere, al di là del dolore fisico e psichico che molti hanno provato dinanzi a quella madre e alla sola idea di una tale cieca violenza, credo che quanto è accaduto mercoledì, durante la trasmissione della Sciarelli, abbia anche a che vedere con un trauma collettivo che tocca un universo inconfessato e inconfessabile di ipocrisie e mascheramenti. Mentre una madre, quella madre, apprendeva una verità insostenibile e inconcepibile – una di quelle verità cui non puoi credere e meno che mai accettare, una di quelle verità che pensi non ti riguarderanno mai – nel tinello della casa di suo cognato, che all’improvviso risultava essere zio e assassino insieme della nipote, milioni di spettatori immersi nella reale o presunta o dissimulata o ipocrita quiete domestica dei loro tinelli si sono visti precipitare nell’incubo di una verità inaudita appresa inaspettatamente insieme a quella madre, nello stesso istante, una madre che, come loro, se ne stava seduta in un tinello fino a qualche tempo fa immerso in una presunta o dissimulata o ipocrita quiete domestica.</p>
<p>Pure su questo, e soprattutto su questo, forse ci si dovrebbe interrogare senza tirarsi fuori o abbandonarsi all’odio, al dolore, alla rabbia in cui bruciare tutto quel che ci sconcerta e ci interroga in quanto membri di una comunità, se non vogliamo soltanto «mettere il diavolo a ballare» per esorcizzare il male (non diversamente da quel che accadeva nel Salento delle bambine «morsicate» cantato e raccontato da Teresa De Sio, con tutto il suo portato di non-detto e non-dicibile). </p>
<p>PS:  Non so se si riesce a cogliere l&#8217;abisso che ci restituisce quest&#8217;immagine di «noi» al di qua e al di là dello schermo. «Noi» che assistiamo a «noi» che scopriamo questo orrore domestico (che abita troppo spesso le «nostre» case nella rimozione generale). E poi ancora «noi» che troviamo questa visione così insostenibile che tutti, dico tutti, un attimo dopo, non facciamo che guardare e parlare d&#8217;altro: di quel mondo così lontano, di quell&#8217;uomo così primitivo e &#8230; della «televisione maledetta» appunto. </p>
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