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	<title>avventure &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Avventure 9 (fine) &#8211; Famiglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/10/22/avventure-9-the-end-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Oct 2010 08:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Il rilevatore che arriva nella corte della masseria è stanco, si domanda che senso abbia questo suo accanimento a nutrirsi di vento. La costruzione settecentesca ha una loggia aperta alla brezza della valle, e le chiazze di sole sulla facciata e sulla signorile terrazza fanno pensare a un acquerello inglese, ma proprio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36937" title="sole_andrea_26.08 001" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011-300x248.jpg" alt="" width="300" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011-300x248.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-0011.jpg 603w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il rilevatore che arriva nella corte della masseria è stanco, si domanda che senso abbia questo suo accanimento a nutrirsi di vento. La costruzione settecentesca ha una loggia aperta alla brezza della valle, e le chiazze di sole sulla facciata e sulla signorile terrazza fanno pensare a un acquerello inglese, ma proprio davanti sono stati eretti due capannoni di cemento armato per le galline. E anche la cucina nonostante l’alta volta e gli stucchi è una cucina di contadini poveri. Il padre mangia chino in avanti sul piatto e intanto parla, e quando parla nessuno lo interrompe. Strappa il pane con le mani che sembrano troppo grandi, e poi lo strascica nel piatto<span id="more-36892"></span> con la risolutezza di chi si sente dalla parte del giusto. Si lamenta dell’etichettatrice elettronica per le uova che le nuove leggi comunitarie lo obbligheranno a comprare. Il figlio che gli sta di fronte ha una faccia liscia di ragazzo di buona famiglia, non sembra essere uscito dalle sue rughe dure. Studia al liceo classico. La figlia al suo fianco ha scelto invece di fare la parrucchiera, perché non ha voglia di studiare. Ha una fessura tra i pantaloni e la maglietta, si direbbe la bocca della sua incontrollata sensualità, un inno alla vita. Il padre sostiene che non è giusto che una ragazza non possa aprire un salone di parrucchiera solo perché non ha ancora sedici anni, e come sempre il rilevatore non sa se è d’accordo, ma è soggiogato da quell’uomo che mangia con l’appetito inconfondibile della rettitudine e dei mestieri fatti bene. Per qualche motivo la simpatia è ricambiata: gli offrono il loro vino scuro, e poi dell’uva piccola e raggrinzita sui graspi, ogni acino è una paradisiaca vampata di aromi antichi. Anche la madre è intelligente e schietta, deve essere stata bella come la figlia. Mentre risponde alle domande che gli fanno il rilevatore fatica a tenere lontani gli occhi dalla fenditura tra i jeans e la maglietta della ragazza. A più riprese ha l’impressione che lei faccia apposta a offrirgliela. Forse la madre e il padre l’hanno notato, ma non gliene vogliono, vogliono piuttosto sapere di lui, della sua vita. Prima ancora di deciderlo confida allora dettagli che di solito tace, come lasciando socchiuse delle porte, indicando delle direzioni. Ma anche lui vorrebbe sapere il più possibile di loro. Ogni parola si è fatta pregnante e essenziale, come qualche rarissima volta succede. Si direbbe che ognuno cerchi delle risposte per tutto. Una parente anziana porta il caffè e raccoglie i piatti in silenzio, anche lei attenta a ogni respiro. Uno zio ascolta ansimando e interviene con le frasi smorzate di chi è abituato a parlare da solo. Quando il pasto è finito già da un pezzo la ragazza saluta con un sorriso impacciato ma anche monello il visitatore occasionale e trotterella via. Al pensiero che non la rivedrà più lui prova una fitta sotto il cuore, quasi uno strappo. Ma anche ne è sollevato: così è più facile. L’allevatore gli chiede la sua età, e solo allora si rende conto che nonostante le scarificature sulla pelle non è affatto anziano: deve avere appena qualche anno più di lui. Più tardi, finito il suo lavoro, si prepara ad andarsene. Lo zio insiste per regalargli un bottiglione del vino scuro, e gli racconta che prima stavano in pianura e coltivavano il riso, ma poi dopo la disgrazia del suicidio di un familiare sono venuti lì in collina, e si sono messi a allevare le galline. Proprio in quel momento la ragazza esce sull’aia allo stesso tempo principesca e misera con dei pantaloncini diventati troppo piccoli e una maglietta senza maniche che le schiaccia e valorizza il seno prepotente. Questa volta è uscita per lui, nonostante il rigore dell’autunno si aggira cercando una scusa per stare lì. Appoggia una spalla al muro, inclina la testa e batte l’acciottolato con le gambe paffutelle come farebbe un vitellino. Il rilevatore si sforza di non guardarla, ma allo stesso tempo vorrebbe che almeno capisse che lui non la fissa solo per riconoscenza per quella famiglia nello stesso tempo contemporanea e ancestrale dalla quale fa tanta fatica a staccarsi. La ragazzina sta un po’ ad ascoltare, poi rientra in casa. Il cielo si sta spegnendo, presto appariranno le prime stelle. L’allevatore gli dice di tornare quando vuole, magari d’estate quando saranno mature le albicocche. Ma la domenica, gli altri giorni lavoriamo, aggiunge stringendolo con le sue mani enormi e secche di fatica. La pedissequità ha ripreso il sopravvento. Costeggiando i brutti capannoni con i polli il rilevatore si domanda chi era il parente che ha ripudiato la vita, perché lui lo ha fatto.</p>
<p><em>[qui finisce, perché prima o poi tutto si sfilaccia e finisce, anche le narrazioni brevi, la (mini)serie di questi testi; li ho scritti, lo dicono le puntigliose date dei files, nell&#8217;autunno del 2003; non piacciono a tutti, e in un certo qual modo spero non troppo narcisistico mi stanno simpatici anche proprio per questo; gs] </em></p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista    su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>Avventure 8 &#8211; Intimità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 11:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Il treno rallenta sempre di più come arrivando in stazione, ma nell’umidume d’alabastro del mattino si susseguono ennesime periferie senza attrattive e come invecchiate precocemente. L’uomo fissa i sandali della viaggiatrice seduta di fronte, e le domande gli restano impigliate dietro la lingua, riesumando simulacri che credeva ormai sepolti sotto metri di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-003.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36846" title="sole_andrea_26.08 003" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-003-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-003-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/sole_andrea_26.08-003.jpg 611w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il treno rallenta sempre di più come arrivando in stazione, ma nell’umidume d’alabastro del mattino si susseguono ennesime periferie senza attrattive e come invecchiate precocemente. L’uomo fissa i sandali della viaggiatrice seduta di fronte, e le domande gli restano impigliate dietro la lingua, riesumando simulacri che credeva ormai sepolti sotto metri di macerie. I sandali della ragazza sono sandali sfiancati da lunghe marce, ma i piedi sono espressivi e fiduciosi nel futuro: l’ostinata cupezza del viso non ha avuto ragione su di loro. “Vuole qualcosa da me?”<span id="more-36844"></span> gli ha domandato con una voce strascicata di bambina durante una sosta con notturni sbattimenti di portelloni. Lui con una torsione per così dire automatica è entrato tra le sue braccia, e s’è incollato al suo corpo asciutto di ragazza. Nell’oscurità tagliata da sciabolate di luce le ha baciato il naso duro e elastico come gomma, e poi gli occhi e il collo. Quando le ha infilato una mano sotto la maglietta la sua schiena ha tremato di desiderio. Ma anche lui fremeva come una fune troppo tesa che potrebbe spezzarsi. L’altra mano scivolava in esplorazione sotto il suo ginocchio: raggiunta la catenina d’oro lei ha avuto uno scatto di animale impaurito. Lui però non intendeva strappargliela, voleva solo carezzarle la caviglia e poi risalire lungo la gamba liscia e soda. Mentre il catarro metallico del decrepito treno si ispessiva, facendosi quasi parossistico, ha sentito uno schizzo dentro di sé, proprio come da adolescente: rizzandosi seduto s’è pulito con il lenzuolo della cuccetta di fronte, la sua. Anche lei s’è drizzata, di nuovo allarmata. Ma poi si sono incastrati ancora nella strettissima sistemazione di seconda classe, quasi ritrovando un’intimità ormai assodata. Quando però ha sfiorato la cerniera dei jeans, lei ha respinto con dolcezza la sua mano, come allontanando un cagnetto. Allora incuneata una coscia tra le sue gambe ha premuto quelle chiappe che ci stavano quasi in una mano. Le sue mani non sprovviste di esperienza sembravano sapere cosa volevano: erano concentrate e premurose. D’improvviso dalle labbra di gomma umida è sgusciato un gemito, quasi avesse tenuto troppo a lungo il respiro. L’aveva guidata verso la sua parte di piacere. Per molto tempo sono rimasti aggrappati uno all’altra come spaventati dalla notte attraversata dal treno. C’era soprattutto mutua riconoscenza. Adesso però siedono immobili uno di fronte all’altra, e la ragazza fissa i caseggiati squadrati e gli sfiancati giardinetti, è chiaro che non vuole intavolare una conversazione con lui, ne ha anzi timore. Il treno esita, sembra arrivare e non arriva mai: si agglutinano altre sciatte periferie. L’uomo che a forza di indecisioni è restato indigente e solo pensa che forse alla stazione della metropoli l’aspetta un ragazzo ebbro di teorie e di belle speranze, è per quello che non vuole parlargli. Un ragazzo abituato ai battiti da uccellino del suo cuore sul proprio torace. O forse semplicemente per lei lui non ha attrattive, come quelle periferie ancora umide di notte, non orrende ma pur sempre ignare di qualsiasi grazia. Del resto a differenza delle sue mani nemmeno lui è davvero disponibile, sarebbe assurdo mentire.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista    su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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		<title>Avventure 6 &#8211; Medioevo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 08:00:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Adesso suo padre scompariva anche tutti i pomeriggi. L’anziana con il viso butterato ma ancora piacente transitava sul bagnasciuga senza guardare nella loro direzione e scivolava con il suo passo ostentatamente allenato verso il promontorio. Lui dopo un po’ chiudeva il Corriere della Sera, e con una faccia da persona che non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-040.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36756" title="sole_andrea_26.08 040" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-040-300x242.jpg" alt="" width="300" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-040-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-040.jpg 609w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Adesso suo padre scompariva anche tutti i pomeriggi. L’anziana con il viso butterato ma ancora piacente transitava sul bagnasciuga senza guardare nella loro direzione e scivolava con il suo passo ostentatamente allenato verso il promontorio. Lui dopo un po’ chiudeva il <em>Corriere della Sera</em>, e con una faccia da persona che non sa bene quello che farà si avviava dalla stessa parte. Un po’ alla volta diventavano due puntini che si confondevano con gli arbusti delle duna, atomi di brezza marina. Poi lui riappariva come se niente fosse per cena, e mangiava con i gomiti alti e masticando con energia.<span id="more-36754"></span> La sera faceva finta di addormentarsi nella sua tenda canadese monoposto, ma quando loro due si erano sistemati partiva con il sacco a pelo sotto il braccio. Lei aveva una tendina da montagna dall’altra parte del campeggio, quasi dello stesso rosso del bikini molto aderente che faceva pensare agli anni cinquanta. Secondo la sua ragazza era un vero scandalo, doveva assolutamente parlargli. Per lei era inammissibile che a quasi settant’anni si comportasse a quella maniera, quando sua madre, la moglie legittima, era rimasta in città a lavorare. Secondo lei era immorale che lui la chiamasse una sera sì e una no per dire che andava tutto bene. Lei non aveva voglia di diventare la nuora di un satiro che si credeva tutto permesso e al quale nessuno osava dire niente. Lui però non poteva parlare con il padre. Non avevano mai abbordato argomenti intimi, e quella non gli sembrava proprio l’occasione migliore, a quasi venticinque anni, per rompere il ghiaccio. E comunque in trentacinque anni di sconnesso matrimonio non era certo la prima volta che succedeva, e sua madre sapeva benissimo come stavano le cose. Non a caso per quanto potesse andare indietro con la memoria tutte le vacanze le avevano fatte separate. Ma questo non poteva dirglielo: tra loro quello della gelosia era un terreno irto di pietre sporgenti e crepacci nascosti. Si limitava a ribatterle che probabilmente l’aitante tardona marrone &#8211; a forza di star crocifissa nuda al sole era ormai color cioccolato amaro &#8211; se ne sarebbe andata, e la cosa si sarebbe risolta da sola. Ma la tizia non accennava a togliersi di torno, e anzi la sera al ristorante-pizzeria del campeggio divorava le sue insalate salutiste a due tavoli dal loro. E un mattino pensò bene di dispiegare l’asciugamano con un granchio rosa proprio sulla traiettoria che li univa al mare. E quando il padre salpò per una delle sue ridondanti nuotate repubblichine lei gli andò dietro. La sua ragazza gli disse chiaro e tondo che se aveva un minimo di spirito d’iniziativa doveva smettere di coprirlo: l’unica soluzione era spiattellare tutto alla madre, in modo che questa potesse prendere le misure che riteneva più opportune. Per fortuna il Medioevo è finito, da qualche anno c’è anche da noi il divorzio, disse. Lui pensò che non era detto che sua madre non gli stesse rendendo pan per focaccia con uno dei tanti amici ultrasessantenni, ma mise solo lì qualche frase generica. Per qualche anno i suoi genitori si erano dati da fare per apparire una famiglia unita e affiatata, poi però prima ancora che lui nascesse avevano abbandonato la partita, lasciandosi portare ciascuno a modo suo dagli anestetizzanti cambiamenti dei tempi. Se non si decideva a parlare con quel vecchio depravato lo avrebbe fatto lei l’indomani, tagliò corto la sua compagna, e forse – ma forse invece le cose avrebbero preso un’altra piega, adesso che partiva per l’estero &#8211; futura moglie. Lui quella sera sentì come il solito il padre riaprire la cerniera della tenda quando pensava che dormissero e allontanarsi con il suo passo lento ma sicuro da montanaro. Sapeva bene che non gli avrebbe parlato, e tantomeno avrebbe turbato lo spiraliforme vorticare della madre, ma gli sembrava pur sempre che avrebbe dovuto fare qualcosa. Il problema era cosa. Si domandava come era potuta venirgli l’idea di proporre al padre &#8211; per il solo fatto che gli era sembrato un po’ giù di corda &#8211; di andare al mare assieme, quando era matematicamente impossibile, non foss’altro che per ragioni ideologiche, trovare qualcosa da dirsi. In realtà da quando era in pensione faceva quello che voleva, e se la passava molto meglio di lui. Praticamente non chiuse occhio tutta la notte, e all’alba decise che subito dopo la colazione avrebbe tentato di deviare la conversazione sull’argomento. Poi invece andando ai bagni vide che la tendina della donna non c’era più, restava solo una traccia più chiara: il negativo di un’ombra. Il padre quella mattina sembrava abbattuto, come dopo una delle sue sbronze con gli amici della montagna, ma anche contento: contento come un ragazzino che si è fatto una bella esperienza.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista    su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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		<title>Avventure 4: Baci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 08:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori La prima sera le aveva solo augurato la buona notte attraverso la porta socchiusa: dopotutto all’università si erano conosciuti quasi solo di vista. La seconda invece entrò nella camera con le travi a vista e la finestrella di arenaria affacciata sugli oliveti ostentatamente indifferenti alla prossimità della nobile e cesellata città. Lei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/43.jpg"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-002.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36663" title="sole_andrea_26.08 002" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-002-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-002-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/sole_andrea_26.08-002.jpg 611w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>La prima sera le aveva solo augurato la buona notte attraverso la porta socchiusa: dopotutto all’università si erano conosciuti quasi solo di vista. La seconda invece entrò nella camera con le travi a vista e la finestrella di arenaria affacciata sugli oliveti ostentatamente indifferenti alla prossimità della nobile e cesellata città. Lei sotto il lenzuolo del tatami matrimoniale era completamente nuda. La sua pelle era elastica e nello stesso tempo lievissimamente ruvida, gli ricordava la gomma per matita alle elementari. Facendo l’amore non produceva alcun rumore, ma le vampe umide sulle sue gote e il turgore delle labbra erano prove inequivocabili del suo piacere. Il ragazzo le raccontò che era quasi solo per lei che all’università era venuto alle riunioni del collettivo politico. La cosiddetta politica<span id="more-36661"></span> già gli sembrava esprimere solo in modo indiretto e in fondo distorto i veri abissi delle persone: ma era ammaliato dalla densa cascata dei suoi capelli e dal suo sorriso da cerbiatta e dalla sua voce appena un po’ roca. Sentiva per lei un’attrazione che non aveva provato per nessun’altra. Lei con una lievissima ruga orizzontale sulla fronte (scherno?) gli ribatté che non se ne era assolutamente accorta. Ogni sera facevano combaciare i loro corpi della stessa identica lunghezza al buio, perché lei non voleva che accendesse la luce. La mattina si stringevano nella penombra diafana dell’alba, come forse si stringono i naufraghi. Il ragazzo/uomo avrebbe desiderato che lei passasse la giornata con lui, ma lei andava ogni giorno a lavorare. Si aggirava allora per il rustico rammodernato con segni di bambino sui muri, o andava a passeggio con il cane affettuoso e pacioccone per le assetate colline circostanti. Il fine settimana lei andò a passarlo dai suoceri: la figlia era da loro. Anche la seconda settimana nonostante le sue insistenze lei andò ogni giorno al lavoro. Per sua stessa ammissione in pieno agosto non c’era molto da fare, anzi pochissimo, ma a quanto pare non poteva nemmeno concepire di darsi malata. E quindi partiva, seppure ogni volta un po’ più tardi. Lui restava sdraiato sul divano come abbandonato a se stesso, o perlustrava stradine abbacinate con il cane che ormai lo considerava un amico inseparabile. Nel salotto disordinato ma accogliente (di sinistra) c’erano alcune foto della figlia e un ingrandimento del marito con gli occhi come biglie dure che non vedeva dai tempi del collettivo politico, quando non erano ancora sposati. Lei facendo l’amore continuava a non produrre nessun rumore, ma a un certo punto gli sussurrava nell’orecchio che era appagata. Una notte si mise a piangere, e con la sua voce di velluto antico disse che mai più avrebbe pensato di poter fare una cosa del genere al suo uomo. L’ultima sera lui la invitò a cena in un ristorante con bisbigli educati e nevrastenici tintinnii di calici per il vino. L’indomani lei lo accompagnò alla stazione: la loro storia sembrò dover finire con quell’implacabile ineluttabilità dei momenti chiave della vita. Poi però all’ultimo momento lei parcheggiò l’auto con mosse decise e prese il treno con lui. Nella città rosicchiata dai portici dormirono in un albergo con odori di portacenere e di muffe: come due amanti in incognito. Forse proprio per questo quando lui la mattina entrò nel bagno mentre faceva la doccia lo cacciò in malo modo (sei pazzo?). Cucendo i vari indizi il ragazzo ebbe la certezza che quell’irritabilità era dovuta al fatto che il marito sarebbe rientrato l’indomani dalla lunga missione a carattere umanitario in un paese poverissimo. Le scrisse molte lettere dalla città senza colori e senza odori dove lavorava. Lei gli rispondeva che le sue lettere le facevano piacere, ma tra il lavoro e la figlia non aveva mai il tempo per rispondergli. E davvero i suoi foglietti a quadretti strappati da un quaderno di poco prezzo erano sempre un po’ sbilenchi e sbrigativi. Lui però le scriveva sempre più spesso, le confidava che forse quello che provava era amore, e sul serio con il davanti della testa gli sembrava di amarla. Lei gli spiegava che doveva capire che lei amava suo marito, e non poteva pensare di vivere senza di lui. Poi invece in una lettera un po’ più lunga del solito si lasciò scappare che forse si possono amare due persone alla volta, chissà. La settimana seguente lo pregò però di non scriverle più, almeno per un periodo, perché aveva vergogna a leggere tutte le sere quei suoi lunghissimi espressi seduta sul divano accanto al suo uomo che chissà cosa pensava. Lui le spedì ancora qualche lettera, poi non le scrisse più. Lei ebbe un&#8217;altra figlia, e poi anche un figlio. Si rividero diversi anni dopo a un congresso della loro comune professione. E poi anche un’altra volta, finché divenne un’abitudine: ogni volta che passava dalla pretenziosa città dove aveva studiato le telefonava, e uscivano a cena. Poi in macchina si baciavano a lungo come due adolescenti avidi l’uno della saliva dell’altro. Il ragazzo che ormai era decisamente un uomo diceva che l’amava, l’aveva sempre amata. E davvero quando era con lei gli sembrava di amarla. Lei lo lambiva con uno dei suoi ancheggianti sorrisi da cerbiatta (c’era o non c’era un’ombra di scherno?), e gli diceva che anche lei forse un po’ l’amava. Però non voleva più andare in un albergo con prevedibili odori di chiuso e di esistenze alla deriva, e un po’ alla volta l’uomo sempre più uomo smise di proporglielo. Ma si baciavano come adolescenti avidi.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista   su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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		<title>Avventure 3 &#8211; Matrimonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 08:00:15 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Si sono incontrati in una libreria a Trastevere in una fradicia sera di febbraio con sentori di alghe e forse anche di mare. Lui ha attaccato discorso per il semplice fatto che gli andava di parlare, senza l’obiettivo di cercare di aggiungerla al paniere. Ma la conversazione s’è rinfoltita via e via come un torrentello che riceve sempre nuovi affluenti, e a un certo momento di comune accordo sono andati a mangiare una pizza. Lui aveva appuntamento con una delle sue amanti (“la-sposata-non-di-Roma”), ma prima ancora di pensarci ha telefonato per dire che non si sentiva affatto bene. Lei parla un italiano fluente e con pochissimi errori, ma soprattutto impreziosito da aggettivi sinuosi e eleganti come ali di uccello. Con un ritmo a scatti, come prendendo ogni volta il coraggio a due mani per lanciarsi nel vuoto. <span id="more-36527"></span>Lui è un po’ destabilizzato dal fatto che ogni film o libro che tiri fuori lei lo corregga o faccia dei rimandi snocciolando nomi e date. Con i libri e i film è abituato a brillare incontrastato, ma apparentemente quella ragazzona di colore <!--more-->sa tutto su tutti i film recenti e meno recenti, così come su tutti i libri presenti o passati, a cominciare dai classici italiani. Senza però vantarsene, e anzi con l’ansia timida di imparare di chi considera ben poca cosa quello che sa. Fa una tesi di dottorato sul cinema italiano, viene fuori, e è appunto lì con una borsa di studio per raccogliere materiali.</p>
<p>Uscendo dalla pizzeria gli racconta che prima di iscriversi all’università di San Francisco è stata cinque anni nei Marines. S’è anche fatta sette mesi in Iraq, durante la prima guerra. Lui nonostante abbia i capelli cortissimi fa fatica a immaginarsi che una ragazza così delicata e colta abbia indossato per anni una divisa, e sia andata in guerra. Lei allora con una mossa mezzo scherzosa ma pur sempre micidialmente efficace lo fa cadere lungo e disteso sul marciapiede ancora umido. Ma subito si china a aiutarlo, come vergognandosi di quello che ha fatto. Escono a cena anche la sera dopo, ma questa volta lei poi viene da lui e fanno sesso. Nuda è ancora più bella, nonostante le spalle e i bicipiti che testimoniano in modo indubitabile il passato militare: è una bomba di ragazza. Lui però per una settimana non risponde ai suoi messaggi sulla segreteria, perché se c’è un dettame che riassume tutte i suoi articolati protocolli in fatto di rapporti cosiddetti sentimentali è quello “mai tre volte di fila”. Ha cinque relazioni (tre delle quali con donne che non abitano a Roma, il che semplifica le cose), ciascuna a modo suo molto appagante: considera che vada bene così.</p>
<p>Poi però si vedono anche molte altre sere. Il fatto è che sono entrambi appassionati di cinema: scoprono di avere gusti molto simili, con inaspettate complementarietà che spianano la strada a discorsi parecchio stimolanti. Ogni volta dopo il film parlano di un sacco di cose interessanti, pur arenandosi in lunghe parentesi in cui ridono fino a avere le lacrime agli occhi. Anche il sesso con lei si trasforma quasi sempre in un incontro di lotta greco-romana durante il quale sghignazzano fino a stare male. Quando però una delle sue amanti, “la-riccona-che-vive-all’estero”, si offende a morte che lui abbia disdetto all’ultimo momento il fine settimana previsto già da molto tempo, lui si domanda se non stia per caso ficcandosi nei pasticci. Ma poi si dice che in fondo quella donna era proprio noiosa, con tutti quei costosi e inutili regali e i discorsi surrettiziamente deferenti nei confronti del ricchissimo e stronzissimo padre. E non era neanche tanto bella, a guardare le cose con un minimo di oggettività. Si mette pur sempre d’impegno per salvaguardare, con le quattro amanti che gli restano, il principio di “equilibrio variabile” su cui fonda da quasi dieci anni i rapporti con il sesso femminile. Quando lui non è disponibile lei ci rimane un po’ male, ma ha il dono di non essere mai insistente: senza fare tante storie ripiega su una delle amiche che si è fatta a Roma. Ne ha moltissime e molto diverse una dall’altra: per questo non le ha inquadrate tanto bene.</p>
<p>Viene luglio, un luglio arroventato e caparbio. Contravvenendo al suo collaudato principio che in vacanza bisogna partire da soli, e semmai legarsi a qualcuno incontrato sul posto, va al mare con lei. Sotto il sole omerico delle isole greche lei diviene ancora più nera e più bella, tutti gli uomini allungano il collo o addirittura si voltano. Lui si accorge che gli fa piacere essere guardato come sono guardati i tizi senza particolari attrattive che stanno con donne molto belle. Ma soprattutto scopre che nonostante la sua cultura veramente impressionante lei non è né pesante né appiccicosa, e anzi ama le cose semplici e sguazza in un modo molto simile al suo nei piaceri balneari. Si era aspettato il solito crescendo di nervosismi e incomprensioni per certi versi già matrimoniali, e invece il tempo è volato via senza la minima contrarietà, senza l’ombra di un litigio. Quando proprio qualcosa non le va lei lo dice a chiare lettere, o al limite se ne sta un po’ per i fatti suoi, ma senza immagazzinare rancori.</p>
<p>Rientrati a Roma lui si dice però che è venuto il momento di mettere la testa a posto, e per qualche settimana rispolvera i suoi ritmi ben rodati, almeno per quanto riguarda le tre amanti che gli restano (anche “la sposata-di-Roma” ha finito per impermalosirsi e eclissarsi). La vede perciò solo molto di rado, quando i rischi di provocare interferenze indesiderate sono minimi, e senza fomentare attaccamenti altrettanto sgraditi. E per avere maggiori garanzie si dedica anima e corpo al lavoro, terapia che forse contribuirà a dissipare l’ineffabile ma persistente diffidenza del Direttore Generale nei suoi confronti. Nonostante i buoni propositi finisce però per telefonarle piuttosto spesso, e si ritrovano immancabilmente nel suo lettone a darsele di santa ragione e a ridere come ragazzini. E un po’ alla volta ricominciano a andare quasi tutte le sere al cinema, esattamente come prima dell’estate. In un’unica occasione hanno dormito da lei, e lui ha conosciuto la foca baffuta con la quale convive, e della quale parla sempre molto bene. Il loro appartamento è vicinissimo al Ministero, ma lei non vuole ripetere l’esperienza di quella notte: con il fracasso che fanno sempre non sarebbe a suo agio. E allora è lei che sempre più spesso dorme da lui.</p>
<p>Lui si sforza di salvaguardare una parvenza di frivola frenesia da single impenitente, ma è troppo onesto con se stesso per non rendersi conto che ormai sono solo pennellate di vernice slavata. È inutile nascondersi la realtà, si dice: incomincia a volerle davvero bene, forse ad amarla. Gli sta succedendo esattamente quella cosa che pensava non gli sarebbe più successa. Una domenica mattina preso da un raptus improvviso invece di riaccompagnarla dalla sua convivente che ricalca un mammifero marino e che restaura mobili la porta al paesello dove è cresciuto. I suoi annichiliscono, di fronte a quella negra con i capelli a spazzola e venti centimetri più alta del figliolo (quaranta più di loro). Lui trangugia invece lo stesso violento piacere che ha provato tanti anni prima in una situazione molto simile, quando la compagna era invece una riottosa bionda del nord. Forse proprio per lo scombussolamento di tale emozione nei giorni successivi comincia a ruminare strane fantasticherie. Si dice che quella dannata ragazza americana è molto intelligente e oltremodo simpatica, ha un ottimo carattere, non è né gelosa né possessiva, e è la donna più bella che abbia mai avuto. E nel frattempo il tempo passa: fra non molto lui avrà cinquant’anni. E poi subito cinquantacinque, e così via. Si accorge con un misto di terrore e di esaltazione che l’idea del matrimonio con lei non lo spaventa affatto.</p>
<p>L’unico aspetto che lo lascia un po’ perplesso è il sesso. Da anni immemorabili è abituato a relazioni nelle quali l’atto sessuale propriamente detto fa la parte del leone, subordinando tutto il resto, con lei invece succede l’esatto contrario. Se fosse per lei non lo farebbero mai, l’amore vero e proprio, quello serio e concentrato, o magari hard. Sembra quasi che le piaccia picchiarlo e strozzarlo benevolmente, o carezzarlo dappertutto come un bambino piccolo, più che farsi penetrare da davanti e da dietro come tutte le altre donne. Si dice che forse proprio questo è il suggello dell’amore, un amore questa volta corrisposto e non devastatore. Ma qualcosa dentro di lui resiste, e quindi si sforza di tenere in piedi il sempre più traballante tran-tran con la tripletta di amanti. Lei mugugna un po’ ma non sembra essere davvero dispiaciuta: ha un sacco di lavoro in arretrato per la tesi, a stare a quanto ripete sempre.</p>
<p>A Natale lei torna nella sua industriale metropoli di origine per un mese. Lui si dice che un periodo di tregua è proprio quello che ci vuole, e comincia a organizzarsi per ricucire le vistose smagliature con le due sole amanti che gli rimangono: nel frattempo ci ha rimesso anche “la-sposata-non-di-Roma”. Ma poi all’ultimo momento compra un costosissimo biglietto, e la raggiunge nella metropoli irta di gru e raffinerie. I suoi fratelli sono tutti incredibilmente alti e muscolosi, degli armadi di ebano, e non fanno niente per nascondere il loro disappunto. Venendo da una famiglia operaia sono fieri della posizione che si sono fatti, e non possono concepire che la loro unica sorella si sia portata a casa quel minuscolo ragnetto bianco senza quasi capelli, un vero e proprio poveraccio, a giudicare dallo stentatissimo inglese che parla e dai vestiti che indossa. Lei però si mette a ridere anche dei truci fratelli incravattati, e nel suo sinuoso ma precisissimo italiano gli dice di non prendersela assolutamente, che non ne vale proprio la pena. Passano assieme qualche giorno a New-York ospiti di un suo gruppo di amiche tutte un po’ pazzerelle, e si divertono molto e continuano i loro interminabili discorsi.</p>
<p>Quando lei torna a Roma riprendono a andare al cinema e a vedersi. Anche un cieco si accorgerebbe che pur continuando a vivere separati sono ancora più legati di prima. Lei una sera gli confessa che non avrebbe mai pensato di trovarsi tanto bene con un uomo. Lui ha ormai rotto con quattro delle cinque amanti, e anche la quinta relazione è ormai alla frutta. Da un certo punto di vista trova la cosa completamente incongrua, ma non riesce a volersene davvero. Il solo e eterno problema è che lei non vuole mai fare all’amore. È sempre dolcissima e più che mai affettuosa, e lo copre letteralmente di baci e di carezze, ma il più delle volte quando lui le mette una mano sul sesso la respinge, o anche semplicemente si addormenta. È evidente che è felice che lui adesso sia più coinvolto e è evidente che lo ama, ma ormai anche quando lui glielo chiede espressamente cerca in tutti i modi di tirarsi indietro. Lui si accorge che in realtà è solo per questo motivo che vede ancora l’ultima delle sue amanti, la sua ex-collega del Ministero: altrimenti mollerebbe (soprattutto adesso che si è messa a questionare) anche lei.</p>
<p>Quando ci pensa gli sembra impossibile di essersi messo (proprio lui!) con una donna che non vuole mai fare all’amore. Ma poi riflettendoci meglio si tranquillizza, e si dice che deve considerare la cosa per quello che è, un dettaglio che prima o poi si aggiusterà. Preferisce pur sempre che dorma da lui senza l’ombra di sesso, piuttosto che si rintani dalla foca, come spesso si intestardisce a fare, o da qualche altra amica. Adesso vorrebbe, anche se se ne vergogna un po’, che dormisse sempre con lui. In due tre occasioni le ha proposto di vivere assieme, ma pur essendone molto lusingata (si vedeva dai lampi negli occhi) lei per il momento ha dato delle risposte vaghe. Lui desidererebbe che cedesse subito, ma nello stesso gli piace che prenda il suo tempo per decidere con tutta calma. Ha l’impressione che verrà un’epoca in cui considereranno questo momento di incertezza molto felice.</p>
<p>Una sera davanti al portone di casa trova però la foca con cui il suo amore (ormai è inutile nascondersi la parola) spartisce l’appartamento. Con raggiere di perfide rughette attorno alla bocca la tipa gracchia che il suo gioiello (dice proprio così) ama lei, e quindi lui deve lasciarla in pace. Il suo tesoro (dice proprio così) vorrebbe non essere omosessuale, perché ha ricevuto un’educazione molto maschilista, e perché per certi versi si rifiuta ancora di prendere atto della realtà. Però è attirata solo ed esclusivamente dalle donne, come dimostra la loro magnifica intesa fisica: un po’ alla volta si deciderà a darsena una ragione anche lei. E sarebbe bene che se lo mettesse in testa anche lui, se vuole evitare di fare del male inutilmente. Detto questo si allontana con il suo passo chiuso e traballante da foca. Lui resta per un po’ davanti alla porta con l’impressione che il marciapiede stia vorticando, e poi entra in casa e si sdraia sul letto.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista  su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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		<title>Avventure 2 &#8211; Occhi azzurri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 09:37:19 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Aveva saputo che sarebbe avvenuto con lui fin dalla sera che l’aveva visto vomitare sulla moquette del corridoio. Vomitava con una dedizione pacifica e distaccata, tirandosi ogni tanto pigramente indietro i fluenti capelli biondi, come si immaginava vomitassero gli arcangeli. La sua non era stata una decisione, era una certezza che le s’era avvinghiata ai polmoni, come un seme che germina casualmente in una data zolla e poi diventa un albero impossibile da abbattere. Lui era molto bello, e andava solo con ragazze molto belle, sempre con quel suo sguardo alto quasi qualcun’altra lo aspettasse un po’ più avanti, ma lei presentiva che con la pazienza ce l’avrebbe fatta. <span id="more-36484"></span>Lo vedeva tornare a casa da scuola con suo fratello, sorvegliato da un branco di pupille femminili che anelavano un involontario guizzo di assenso. Ma nei suoi placidi azzurri occhi gli affanni e la sete degli umani si smarrivano e perdevano realtà, come un grido d’uccello nel cielo dell’estate. Era gentile e affabile con tutti: la sua affabilità era appunto un’alta e uniforme muraglia. Solo con suo fratello era diverso, forse proprio perché anche lui aveva sempre avuto difficoltà a mescolarsi con i comuni mortali.</p>
<p>Con l’avvicinarsi dell’estate prese a venire da loro a fingere di fare i compiti. I due compagni di classe si facevano le canne sul tettuccio dal quale era precipitato il siamese della vicina calva. Chiudevano a chiave la porta della camera, ma lasciavano spalancata la finestra per cullarsi nell’inesauribile nenia reggae del mangiacassette. Qualche volta lo incrociava in corridoio, e lui la fissava attraverso la bonaccia dei suoi occhi azzurri, con lo stesso accenno di sorriso indulgente che offriva anche al loro cane. Certo c’entrava anche il fumo, ma lei sapeva che il vero problema era un altro: non era abbastanza grande. Quando sarebbe stata più grande l’avrebbe guardata in modo diverso. Forse un po’ alla volta sarebbe diventata più bella (anche se certo bellissima non sarebbe stata mai), e quindi a maggior ragione la liquida onda azzurra del suo sguardo si sarebbe infranta producendo un’esplosione di spuma.</p>
<p>Aveva contato che sarebbe successo al compleanno di suo fratello. Solo che alla festa del fratello lui era lasciato avvinghiare da una rossa che per la foga del ballo puzzava di rossa. E quando la rossa se ne era andata si era avviticchiato, con la scusa che era fatto, a una bionda più bionda di lui. Senza che lui muovesse le sue attonite sopracciglia le ragazze si torcevano di tenerezza e tendevano le mani in avanti come fanno i neonati nelle loro carrozzelle. Si disse che probabilmente sarebbe successo al compleanno successivo. Per tutto l’inverno misurò i lentissimi progressi del suo seno. Se andava avanti così avrebbe dovuto anche lei accontentarsi della seconda misura, come sua madre! E comunque esattamente due settimane prima della data fatidica suo fratello si aprì la testa contro il supporto di cemento di un semaforo, e quindi di festa neanche parlarne. Poi una sera che proprio non se lo aspettava lo incrociò in corridoio, e lui stringendole leggermente la spalla la guidò fino al bagno, come si sospinge nell’aria un impalpabile vestito di seta appeso a una gruccia. Mentre lui le stava sopra con i suoi paralizzanti occhi azzurri lei pensava che era finalmente felice. Sentiva le frange del tappetino sotto le sue chiappe, qualcosa come il solletico di un brufolo che sta per schiudersi. Il tappetino aveva qualche chiazza bagnata, perché sua madre prima di andare al cinema s’era fatta una doccia.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni  tecnica mista su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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		<title>Avventure 1 &#8211; Neve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 08:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Gli aveva intimato di venire seduta stante. Ma lui non poteva muoversi subito, stava preparando un esame molto importante. Partì due giorni dopo in un molle vorticare di fiocchi. Lei venne a prenderlo alla stazione assediata da muraglie di sale ghiacciato, e per tutto il tragitto in autobus lo baciò sulla bocca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/331.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-36455" title="33" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/331-300x242.jpg" alt="" width="300" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/331-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/331.jpg 609w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Gli aveva intimato di venire seduta stante. Ma lui non poteva muoversi subito, stava preparando un esame molto importante. Partì due giorni dopo in un molle vorticare di fiocchi. Lei venne a prenderlo alla stazione assediata da muraglie di sale ghiacciato, e per tutto il tragitto in autobus lo baciò sulla bocca sfregando il bacino contro il suo sesso. Aveva sempre dimenato come un serpente il bacino nervoso e sottile, in un certo senso quando era adolescente era la sua particolarità. Ma ora non voleva più provocare una bigotta città di provincia, e anzi sembrava indifferente che la gente dell’autobus li guardasse. Il ragazzo si vergognava della propria sacca da studente imbranato. Le scritte sui muri che vedeva sfilare con la coda dell’occhio inneggiavano alla creatività e all’anarchia, <span id="more-36438"></span>e lui era un misero studentello preoccupato solo di far bene un esame. Ma anche tra loro non c’era più il vapore caldo che gli annebbiava il cervello di quando appariva nelle notti gelide della cittadina come una gatta affamata e insofferente a qualsiasi compromesso. Mentre mangiavano un piatto di ceci in un locale tenuto da una coppia di lesbiche aveva anzi l’impressione che lei fosse molto stanca, che la sua telefonata fosse stata un capriccio del quale si era pentita. Poi però le loro parole divennero più dense, e qua e là baluginarono splendide simmetrie cristalline, diafani cocci di verità. Con la sua erre moscia che era un’esca ma anche un’invocazione lei gli disse che aveva ancora l’incredibile lucidità che da lui non ci si sarebbe aspettati. Quando uscirono i fiocchi tracollavano ostinati, e le strade erano morbide trincee. Perfino sotto i portici si era accumulata una suola gelata. Il ragazzo pensò che tutti i loro incontri si erano svolti all’insegna della notte e della neve, e certo questo nel linguaggio delle coincidenze doveva volere dire qualcosa. Dall’appartamento dove lo condusse usciva una stordente musica indiana, e lei pomiciò a lungo con lo spilungone che venne ad aprire. E poi baciò con molli sbilanciamenti anche un altro scoppiato, ma questa volta gli incollò pure una mano sull’inguine. Evidentemente in quell’antico appartamento della città in rivolta si praticava il libero amore. Nel letto che puzzava di pollaio la ragazza riprese a muovere il bacino guizzante di serpente. Ma per via dell’astinenza (da settimane pensava solo a studiare, senza più occuparsi di nient’altro) lui venne appena il proprio sesso sfiorò il taglio tra le sue gambe lunghe e dritte di bimba cresciuta troppo in fretta. Avrebbe voluto parlarle, ma lei già dormiva. Provò delicatamente a svegliarla: non si muoveva, doveva essere davvero molto stanca. Si rimise allora i pantaloni e nel corridoio inciampò in un’anatra, che emise un pigolio di anatra indignata. Sprofondando nella neve che si infilava nelle scarpe da studentello attraversò la città, fino alla stazione assediata dal silenzio. Una sera di qualche anno dopo seppe che si era lanciata da una finestra di un quarto piano. Non l’aveva più rivista, ma come succede sempre con le persone che ripudiano la vita pensò che la colpa era anche sua. Uscì nella notte metropolitana: per una coincidenza apparentemente inspiegabile nella fenditura tra i grattacieli s’era accumulato uno strato di grandine che sembrava neve, e forse proprio per questo aveva nella bocca il sapore di metallo della sua saliva. Sentì che dentro di lui s’era creato un crepaccio che invece di richiudersi poi si sarebbe allargato.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine: Luca Coser, &#8220;Anna&#8221;, da &#8220;L&#8217;Avventura&#8221;, 100 disegni tecnica mista su carta, cm 18&#215;21,5]</em></p>
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