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	<title>Azra Nuhefendic &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Trou Stories</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Sep 2017 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Balcani Caucaso]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mondo visto da un buco di Azra Nuhefendić   In prima elementare ero molto amica di Vesna. Era bella, bionda e molto simpatica. All’epoca era l’unica un po’ cicciottella. Ero però affascinata da sua mamma che era diversa dalle altre. Le nostre mamme si assomigliavano tutte: portavano la “schlafrock”, cioè la vestaglia (è così [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Schermata-2017-08-23-alle-21.46.06-300x197.png" alt="" width="300" height="197" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Schermata-2017-08-23-alle-21.46.06-300x197.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Schermata-2017-08-23-alle-21.46.06-120x80.png 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/Schermata-2017-08-23-alle-21.46.06.png 561w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>Il mondo visto da un buco</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>In prima elementare ero molto amica di Vesna. Era bella, bionda e molto simpatica. All’epoca era l’unica un po’ cicciottella. Ero però affascinata da sua mamma che era diversa dalle altre. Le nostre mamme si assomigliavano tutte: portavano la “schlafrock”, cioè la vestaglia (è così che la chiamavamo, utilizzando la parola tedesca) con sopra il grembiule, erano sempre stanche per via del cucinare, dello stirare, del pulire e dello stare dietro ai figli, avevano le maniche rimboccate e le mani sbiancate dal bucato che facevano ogni giorno, i capelli senza piega.</p>
<p>La mamma di Vesna era bellissima, assomigliava a Rita Hayworth, mora, con i cappelli ondulati, lunghi fino alle spalle, snella, sempre ben vestita anche per stare in casa. Aveva un sorriso bellissimo e la voce che suonava come le campanelle del calesse che, ci dicevano, preannunciavano l’arrivo di Babbo Natale.</p>
<p>Suo marito era un ingegnere. Si erano traferiti da Belgrado a Sarajevo all’inizio degli anni Sessanta quando in Bosnia si sviluppava l’industria militare e c’era tanto lavoro. Per attirare nella Bosnia Erzegovina, arretrata e povera, gli specialisti dalle altre parti della Jugoslavia il governo locale offriva lavoro, una buona paga e anche l’appartamento.</p>
<p>Mi invitavano spesso a casa loro e ci andavo volentieri. Avevo un problema però. Le mie calze erano consumate e bucate (sempre). E mi vergognavo, non davanti a Vesna ma davanti a sua mamma che mi piaceva così tanto.</p>
<p>Da noi, prima di entrare in casa, sulla soglia si tolgono le scarpe. Per non esporre la mia vergogna, cioè le calze bucate, la parte rovinata la piegavo sotto i piedi, tiravo le calze sempre di più, rimboccandole sotto, e talvolta arrivavo al punto che la calza era più sotto che sopra. La parte sotto il piede la tenevo fissa con le dita e così camminavo, ma che dico, saltellavo come le donne cinesi alle quali una volta fasciavano i piedi per impedire che questi crescessero.</p>
<p>Mi capitava anche d’inciampare, ma facevo finta di nulla, e pure i miei ospiti.</p>
<p>In seguito, da ragazza, prima che inventassero i collant, si portavano le calze di nylon con i reggicalze. Sottili, trasparenti, so che ancora oggi sono “l’oggetto del desiderio” più per i maschi, perché per le ragazze di allora rappresentavano un problema e una spesa continua. Si rompevano facilmente, “partiva” magari solo una riga, e per ripararle si portavano dalla sarta specializzata.</p>
<p>Quando ero ragazza, per uscire di casa, tutto doveva essere perfetto. Era l’epoca delle prime serie TV, quelle americane dove tutte le donne erano perfette, anche le casalinghe erano vestite come se fossero a una cena di gala o a teatro. Quello era il nostro modello di vestirsi. Pensandoci oggi mi accorgo che eravamo ridicole perché tutte noi &#8211; portinaie, segretarie, studentesse, professoresse, disoccupate &#8211; ci vestivamo come Cristobal della serie TV “Dynasty”. E guai se le mie calze erano minimamente rovinate! Anche se non si vedeva, rinunciavo a uscire.</p>
<p>“Che stupida”, penso, ma solo adesso che sono nell’età di poter “fare l’americana”, ossia di fregarmene, perché si sa che le americane non badano a come si vestono, né all’impressione che lasciano sugli altri, purché si sentano comode. Quanti bei divertimenti, balli, appuntamenti ho perso per colpa delle calze bucate!</p>
<p>Negli anni novanta lavoravo con gli inglesi. Per un’intervista con l’ex presidente serbo Slobodan Milošević, arrivò a Belgrado da Londra uno dei più conosciuti e apprezzati giornalisti della BBC. La sera prima dell’intervista nell’albergo “Hayat”, a cena, si parlava degli ultimi dettagli per l’incontro. A un certo punto il giornalista, con disinvoltura, si tolse le scarpe, e io, con orrore, vidi che i suoi calzini erano bucati. Mi sforzavo di non guardare, per non fargli capire che avevo visto i calzini bucati e per risparmiargli la vergogna.</p>
<p>La mia concentrazione diminuì, inutilmente mi sforzavo di seguire la conversazione con attenzione. Ero fissata sulle sue calze bucate. In più mi vergognavo per lui ed ero disturbata dalla possibilità che altri ospiti del ristorante potessero vedere le calze bucate di una persona così importante.</p>
<p>Nessun altro ci fece caso. Il giornalista giocherellava con le scarpe sotto il tavolo, le spostava con i piedi mettendo in evidenza i suoi calzini bucati. A un certo punto il giornalista lanciò la scarpa lontano dal tavolo.</p>
<p>Reagii io per insito e, per risparmiare all’illustre collega l’ulteriore vergogna, mi alzai di scatto, presi la scarpa e poco mancò che lo aiutassi a infilarsela al piede.</p>
<p>Nessuno, giustamente, apprezzò questo mio gesto bizzarro. Il giornalista stesso, con disinvoltura e un po’ seccato, mi disse: “Don’t bother”, <em>non preoccuparti</em>, e la conversazione proseguì come se nulla fosse accaduto. Rimasi profondamente confusa.</p>
<p>Negli anni due mila lavoravo nella bellissima biblioteca del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” (ICTP) a Trieste, posto affollato dai migliori cervelloni di tutto il mondo, dai premi Nobel ai giovani prodigi. La Biblioteca è tra le più grandi specializzate nella letteratura di fisica teorica in Europa. È un posto magico, elegante. Il pavimento è coperto di tappeti, per attutire i rumori. L’atmosfera è quella di un teatro o di una sala da concerto.</p>
<p>E tra gli eminenti scienziati i calzini bucati quasi-quasi erano un emblema. Inoltre molti per stare più comodi giravano per la biblioteca senza scarpe mettendo in bella mostra i calzini bucati. Incuranti di quello che succedeva intorno, capitava spesso che indossassero calzini spaiati, di colore diverso. Nessuno ci faceva caso. Tranne me, ovviamente, “programmata” già dall’infanzia per notare certe cose.</p>
<p>Poi ho lavorato per un professore di fama internazionale che studiava lo spazio e l’origine dei buchi neri. L’illustre professore, novantenne, arrivava in tutta fretta in ufficio nella tarda mattinata per farmi battere al computer le idee che gli venivano in mente durante la notte. Sentivo da lontano i suoi passi, il tipico clap-clap-clap. Il professore portava le scarpe di uno o due numeri più grandi e le calzava come delle ciabatte, i talloni erano sempre fuori e si vedevano bene le calze bucate.</p>
<p>Questo piccolo dettaglio, certamente, non toglieva nulla alla sua importanza e alla stima che godeva, anzi. I calzini bucati del “mio” professore apparivano anche a me come qualcosa di autentico, essenziale.</p>
<p>Dopo ho letto che il suo famoso collega Albert Einstein, autore della teoria della relatività, aveva risolto molto prima, in modo radicale, il problema delle calze bucate: non le portava mai. All’università di Princeton, dove insegnava, Einstein era conosciuto come “sockless”, cioè quello senza le calze.</p>
<p>Di recente sono andata a trovare un’amica a Londra che si è fatta un’importante carriera artistica. Mentre l’aspettavo a casa sua mi sono messa a fare ordine nel suo armadio. Ho trovato due paia di calze, belle, di cachemire, ma bucate e un maglione rovinato dalle tarme.</p>
<p>La mia amica è benestante, lavora tanto, ha poco tempo per fare ordine, penso, probabilmente non si è accorta dello stato di queste cose, e le butto nell’immondizia.</p>
<p>Al suo ritorno a casa le faccio vedere l’armadio, tutto in ordine, e le riferisco di aver buttato quelle cose rovinate. Lei incredula mi urla: “Noooo! Dimmi che non è vero!”. Confusa dalla sua reazione mi spiego meglio: “Sì, ho buttato le calze e il maglione che erano bucati”.</p>
<p>Dopo, quando si è calmata, l’amica mi ha spiegato che in Inghilterra chi ritiene di appartenere alla classe alta non si fa rammendare i maglioni rovinati e porta le calze bucate. Le indossano apposta rovinate e consumate per sottolineare il contrasto con i nuovi ricchi dove tutto, compreso la ricchezza e la posizione sociale, è “nuovo di zecca”.</p>
<p><strong>articolo pubblicato</strong> su <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-il-calzino-col-buco-180906">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Overbooking: Bosnia e Erzegovina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2017 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Beit casa editrice]]></category>
		<category><![CDATA[Cathie Carmichael]]></category>
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					<description><![CDATA[La post-fazione al libro di Cathie Carmichael Bosnia e Erzegovina Alba e tramonto del secolo breve ( Beit casa editrice) di Azra Nuhefendić Ottobre 2016. Sto scrivendo sulla Bosnia Erzegovina, incerta se quello che scrivo sarà un necrologio per un paese che sta per scomparire, oppure se è dettato solo dalla mia eccessiva ansia e dall’amore per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67536" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copertina_Bosnia-195x300.jpg" alt="Copertina_Bosnia" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copertina_Bosnia-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copertina_Bosnia.jpg 500w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />La post-fazione al libro di Cathie Carmichael Bosnia e Erzegovina<br />
<em>Alba e tramonto del secolo breve</em> (<a href="http://www.beitcasaeditrice.it/storia.html#Bosnia"> Beit casa editrice</a>)<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <a href="http://www.balcanicaucaso.org/Autori/%28author%29/Azra%20Nuhefendi%C4%87">Azra Nuhefendić</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ottobre 2016.</strong> Sto scrivendo sulla Bosnia Erzegovina, incerta se quello che scrivo sarà un necrologio per un paese che sta per scomparire, oppure se è dettato solo dalla mia eccessiva ansia e dall’amore per il mio paese. Negli ultimi venti anni la Bosnia Erzegovina è stata attaccata dall’interno, dai suoi figli, dai nazionalisti serbi e croato-bosniaci, che la ripudiano e la stanno distruggendo con la politica e l’ostruzionismo. Non rinunciano agli obiettivi bellici, vogliono dimostrare che è un paese che non sta in piedi e che va smembrato.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che la Bosnia Erzegovina supererà anche questa crisi, come ci è riuscita nella sua storia millenaria continuando a vivere dopo il crollo di imperi e di regni, sopravvivendo a invasori e colonizzatori e continuando a esistere dopo conquiste, divisioni e sconfitte. Tutti quelli che erano venuti per restarci per sempre non ci sono più. Tuttavia la Bosnia Erzegovina è rimasta lì dov’è sempre stata. Ci sono nata in Bosnia Erzegovina, ci ho vissuto più di metà della mia vita. Fino al 1992 ero convinta di vivere in un paese solido, durevole, libero, forte e stimato. Il futuro mio e del mio paese mi appariva sicuro e prospero.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio della guerra nel 1992, sorpresa e indignata, come la maggior parte delle persone che conoscevo, dichiaravo &#8220;Questa non è la mia guerra!&#8221;. L’aggressione era, secondo me, un equivoco, un atto barbaro, quelli che sparavano non erano altro che criminali comuni. Credevo che niente e nessuno mi avrebbe reso partecipe. Ma quando ti bussano alla porta con i fucili, ti cacciano via dalla tua casa, dal tuo paese, ti mettono nei campi di concentramento, ti portano via i figli, uccidono, violentano, ti mettono sotto assedio e ti costringono a soffrire la fame, il freddo e a essere esposti a spari ed esplosioni continue, capisci per forza che – sì – è anche la tua guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci abbiamo messo un po’ di tempo noi bosniaci musulmani, tutta la primavera e l’estate del 1992, a capire che eravamo il primo bersaglio e le principali vittime. Ma a quel punto, due terzi del territorio della Bosnia Erzegovina erano stati ormai occupati dai nazionalisti serbi e ripuliti dalla presenza dei musulmani bosniaci. La comunità internazionale faceva piani per fermare la guerra accettando l’aggressione, le conquiste e la spartizione della Bosnia Erzegovina come un <em>fait accompli</em>. Erano state inviate le forze per mantenere la pace, che non c’era.</p>
<p style="text-align: justify;">Consapevoli che l’aggressione e le conquiste serbe erano passate senza sanzioni, i croati si affrettarono a occupare una parte della Bosnia Erzegovina. Gli aggressori non avevano alcuna giustificazione né storica né territoriale. Quello che in Bosnia Erzegovina succedeva negli anni Novanta era il seguito delle vecchie pretese nazionalistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Bosnia Erzegovina non è stata un conflitto spontaneo, è stata eseguita seguendo un piano ben preciso, ideato e sostenuto dalla Serbia e poi dalla Croazia. Ad attaccarci erano proprio quelli che, fino al giorno prima, consideravamo i nostri fratelli. L’Armata Popolare Jugoslava (Jna) che avrebbe dovuto proteggerci, ci metteva sotto assedio e ci bombardava. Tutti i pilastri su cui si poggia la sicurezza, l’indipendenza e la libertà di una persona, di una società o di un popolo non c’erano più.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima mi consideravo jugoslava, poi bosniaca e infine sono diventata un bersaglio. Puntavano il dito contro di me “musulmana”, accusandomi e condannandomi per questo. Da un giorno all’altro non eravamo più i padroni di noi stessi né del nostro paese. Si discuteva della nostra vita e del nostro futuro e noi non avevamo alcuna voce in capitolo. Il nostro destino veniva deciso da emissari che non ci conoscevano, da diplomatici e politici che tiravano le conclusioni basandosi su pregiudizi e cliché, dagli stati europei che basavano le proprie azioni sulle vecchie amicizie e alleanze tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Non farò mai, e poi mai la guerra ai serbi&#8221;, dichiarò il presidente francese Mitterrand. Il diplomatico norvegese Thorvald Stoltenberg ripeteva quella che per i serbi era una giustificazione dell’aggressione: &#8220;I musulmani bosniaci sono, in effetti, serbi&#8221;, mentre il Segretario generale dell’onu Boutros Boutros-Ghali liquidava la guerra in Bosnia Erzegovina dicendo che &#8220;è la guerra dei ricchi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Traditi e attaccati dai fratelli credevamo, fermamente, che il mondo “grande e giusto” ci avrebbe aiutato e che sarebbe bastato solo informare i potenti di quello che stava succedendo, che ci stavano facendo. Io stessa telefonavo alle varie ambasciate e consolati a Belgrado per informarli! Che inganno! Che illusione! Loro sapevano ancora meglio di noi, proprio come indica il titolo del libro <em>This Time We Knew. </em><em>Western Responses to Genocide in Bosnia</em> di Thomas Cushman e Stjepan Meätrovic.</p>
<figure id="attachment_67535" aria-describedby="caption-attachment-67535" style="width: 397px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class=" wp-image-67535" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copia-di-Bosnia-Erzegovina-un-paese-in-via-d-estinzione-300x222.jpg" alt="Il ponte di Višegrad - su gentile concessione Beit casa editrice" width="397" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copia-di-Bosnia-Erzegovina-un-paese-in-via-d-estinzione-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copia-di-Bosnia-Erzegovina-un-paese-in-via-d-estinzione-768x568.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/Copia-di-Bosnia-Erzegovina-un-paese-in-via-d-estinzione-1024x757.jpg 1024w" sizes="(max-width: 397px) 100vw, 397px" /><figcaption id="caption-attachment-67535" class="wp-caption-text"><em>  Il ponte di Višegrad &#8211; su gentile concessione Beit casa editrice</em></figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Gli autori del libro affermano che, a differenza dall’Olocausto del quale si diceva che “non sapevamo, e non potevamo reagire”, la guerra in Bosnia Erzegovina si è svolta letteralmente sotto i nostri occhi e che questa volta nessuno poteva dire “non sapevo”.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra guerra fu seguita dai media mondiali più di qualsiasi altra guerra prima e dopo. Le immagini dei morti, dell’assedio, della pulizia etnica, dei campi di concentramento e infine del genocidio furono trasmesse in diretta TV. Eppure “il grande mondo”, per quasi quattro anni, continuò a ripetere che non si sapeva cosa stesse succedendo, che tutti erano ugualmente colpevoli, che si trattava delle solite tribù bellicose che si odiano e uccidono da sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">In Bosnia non c’erano le “parti coinvolte”. C’erano gli aggressori (i serbi e poi i croati) da una parte e le vittime (i musulmani bosniaci) dall’altra. Non eravamo tutti uguali: armati fino ai denti, ci attaccavano i serbi che si erano impossessati della maggior parte delle armi della quarta potenza militare in Europa, la Jna. Dall’altra parte c’erano i bosniaci musulmani, messi sotto assedio ancora prima che cominciasse il conflitto, disarmati, principalmente civili. Le prime armi le facevano utilizzando i pali della segnaletica stradale.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosco una persona che oggi fa il medico a Trieste, che, allora, a quindici anni, scambiava con gli amici le gomme da masticare per le pallottole che poi consegnava allo zio combattente sul fronte. Anche quando i bosniaci avevano i carri armati, erano pezzi da museo, trofei della Seconda guerra mondiale. Nella città di Maglaj, nella Bosnia centrale, dieci mesi sotto l’assedio, l’unico carro armato era un T34 “che aveva i cingoli lisci come galosce” e l’unica granata in loro possesso non poteva essere lanciata dal carro armato.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 1993 le cancellerie europee, secondo le testimonianze, si mostrarono infastidite dalla resistenza dei musulmani. Nessuno si aspettava che i musulmani bosniaci avrebbero combattuto così disperatamente e che avrebbero resistito così a lungo. Si credeva, o sperava, che sarebbero stati sconfitti in un attimo, e che in questo modo la crisi si sarebbe risolta da sola. Si continuava a parlare delle “parti coinvolte” anche quando i treni dei musulmani, cacciati dalle loro case e deportati, si ammassavano sul confine con l’Ungheria. Dicevano che non si sapeva cosa stesse succedendo anche davanti alle immagini dei campi di concentramento dove i musulmani bosniaci erano maltrattati, uccisi e fatti sparire. Già all’epoca gli europei chiudevano i confini davanti alle poche migliaia di rifugiati che riuscivano a scappare dall’inferno bosniaco; sostenevano che eravamo tutti uguali anche quando i serbi avevano conquistato Srebrenica e avevano compiuto il genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;">La solitudine dei bosniaci in quella guerra fu cosmica! Accerchiati, bombardati, abbandonati a sé stessi, sull’orlo dell’annientamento. Tra i pochi che stavano dalla parte delle vittime c’erano i giornalisti. Il giornalista e scrittore americano David Rieff (autore del libro <em>Slaughterhouse: Bosnia and Failure of the West</em>) fu mandato in Bosnia dal suo giornale. Prima non sapeva nemmeno dell’esistenza della Bosnia, tanto meno che fosse abitata da musulmani europei autoctoni. Quando è arrivato sul posto si è accorto cosa stava succedendo e ha detto: “Questa non è una guerra, è un macello.”</p>
<p style="text-align: justify;">La giornalista Janine di Giovanni dal «The Atlantic» spiega perché i giornalisti stessero dalla parte delle vittime: “… L’assedio aveva isolato i suoi abitanti dal resto del mondo. Abbiamo voluto mostrare alla gente di fuori i nostri colleghi bosniaci, così come i combattenti che difendevano la loro città sotto un penalizzante embargo sulle armi, la gente comune che sfuggiva dai colpi dei cecchini. C’era poca speranza che qualcuno venisse a salvarli, ma abbiamo pensato che se li avessimo lasciati anche noi, avremmo dato loro un chiaro segnale: che erano davvero abbandonati.”</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra degli anni novanta ha incoraggiato molti a scrivere sulla Bosnia Erzegovina, sulla sua storia, il suo popolo, le usanze, i costumi, la lingua, le religioni. Molti, spesso gli autoproclamati “orientalisti” o “esperti” si basavano su dati e documenti falsi, sviluppavano le teorie del complotto per giustificare l’aggressione, l’ostilità, o l’amicizia e l’ammirazione per gli altri. Andavano così lontano da collocare la Bosnia in Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci sono incognite sulla storia della Bosnia Erzegovina, ancora meno sulla guerra degli anni Novanta. Dopo sedici milioni di documenti, milioni di ore di testimonianze dei diretti interessati, delle vittime, degli assassini, dei soldati semplici e dei comandanti che rilasciavano gli ordini, non ci sono più incertezze.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure ancora oggi, venticinque anni dopo la fine della guerra, spesso mi chiedono: &#8220;Non ho capito bene, cosa è successo veramente in Bosnia Erzegovina?&#8221;. Il libro di Cathie Carmichael “Bosnia Erzegovina. Alba e tramonto del secolo breve” è in grado di fornire delle risposte.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Overbooking: Lorenzo Mazzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2017 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[(Spartaco Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Il muggito di Sarajevo]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category>
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					<description><![CDATA[ Nota di lettura di Azra Nuhefendić Nel 1993, sotto assedio, Sarajevo era considerata uno dei posti più pericolosi nel mondo. Eppure ho conosciuto molte persone che si ostinavano a voler tornare nella città. La signora Vinka, scappata da Sarajevo all’inizio della guerra, voleva ritornarci a ogni costo, con il figlioletto, perché le pareva che avrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-66670" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/images.jpg" alt="images" width="180" height="280" />Nota di lettura</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong><span class="st">Azra Nuhefendić</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1993, sotto assedio, Sarajevo era considerata uno dei posti più pericolosi nel mondo. Eppure ho conosciuto molte persone che si ostinavano a voler tornare nella città. La signora Vinka, scappata da Sarajevo all’inizio della guerra, voleva ritornarci a ogni costo, con il figlioletto, perché le pareva che avrebbe potuto vivere meglio là che, da profuga, dai cugini in Vojvodina. Un certo americano di nome Terry, giocatore professionista di poker, non vedeva l’ora di rimettere piede a Sarajevo perché, mi diceva, durante l’assedio aveva giocato le partite migliori della sua vita. La scrittrice americana Susan Sontag tornava ripetutamente a Sarajevo, trovandovi all’epoca più vitalità che a New York.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questa gente e di molti episodi mi sono ricordata leggendo il libro “Il muggito di Sarajevo”. I personaggi di Mazzoni sono creati dalla sua eccelsa immaginazione, le azioni sono talvolta illogiche, le circostanze e le storie sembrano improbabili, i destini e i personaggi troppo esagerati per essere veri. Ma come accade nella vita (e nella morte) la realtà spesso supera ogni immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.edizionispartaco.com/prodotto/il-muggito-di-sarajevo/">“Il muggito di Sarajevo”</a> è un intreccio di varie storie che sembrano, di primo acchito, scollegate tra di loro, dove Mazzoni introduce e segue i personaggi che, apparentemente, non hanno nessuna probabilità di incontrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore porta o trova nella Sarajevo assediata una sfilza di personaggi, talvolta grotteschi, che sono sì il prodotto della sua fantasia, ma che per vicissitudini, stranezze, scherzi del destino, si avvicinano molto a certe persone che ho conosciuto nella realtà di allora.</p>
<p style="text-align: justify;">La protagonista è una giovane ragazza, Amira, aspirante cantautrice, che scappa dalla città di Zenica e dalla prospettiva di finire, come musulmana, sotto lo chador. L’ispirazione per la sua musica e per le canzoni la trova girando tra “gli abitanti di Sarajevo che lottano contro… e la sopraffazione dei potenti che ci vedono solo come le povere vittime sacrificabili.”</p>
<p style="text-align: justify;">Jack, meglio conosciuto come Mozambik, di origine bosniaca–irlandese, si divide tra il lavoro di spacciatore, <em>fixer</em> (quello che fa tutto per i giornalisti) e quello di contrabbandiere. Il contrabbando lo fa per aiutare la gente disperata a comprare i prodotti mancanti a un prezzo più basso rispetto a quello che pretendono i “veri” contrabbandieri. Ma non si spaccia né per buono né per patriota, e precisa senza scrupoli: “Mi piacciono le città assediate. Mi piacciono il disfacimento e l’agonia.”</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è il veterano Ivan per il quale la guerra è il momento giusto per guadagnare e che non fa sconti a nessuno, a prescindere dalla religione, nazionalità o status sociale. E poi i giornalisti, indispensabili, che fanno parte di ogni guerra. Alcuni si trovano lì per guadagnare soldi o un po’ di notorietà (ne ho incontrati molti di più di quanto ci si possa aspettare), altri per scelta o per sbaglio, oppure involontariamente. Nel libro sono rappresentati dai due italiani Oscar e Carlo.</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi per stare a Sarajevo durante la guerra sono diversi, ma il discorso di uno dei giornalisti del libro è verissimo: “Spesso mi sento un avvoltoio, rischio la vita per fare il mio lavoro, ma quelli che vado a intervistare muoiono frequentemente… Questa continua moltitudine di immagini e di notizie che vengono mandate in onda in tutto il mondo servono solo per abituare le persone all’orrore altrui.”</p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi insoliti, una miscela di umorismo e violenza, la cronologia frammentata e la brutalità affrontata dai protagonisti con naturalezza, il grottesco che si sussegue con l’orrore, fanno pensare al film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino. Ma sotto-sotto tutto si basa su una profonda e dettagliata conoscenza dei fatti, della storia, della recente guerra, della mentalità e dell’umorismo tipico dei bosniaci. E, con il talento di un bravo scrittore di gialli, Mazzoni riesce a tenere viva l’attenzione del lettore fino alla fine, e solo nelle ultime pagine ci svela il nesso che unisce i personaggi e le varie storie. Proprio un bel libro da leggere!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Lorenzo Mazzoni, “Il muggito di Sarajevo”,</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong> Caserta, Edizioni Spartaco, 2016, pp. 251</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un gesto di cavalleria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2016 05:00:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić Tra i candidati idonei fu scelto Joza F. per fare il corrispondente dalle Nazioni Unite. Aveva quello che agli altri aspiranti mancava: una zia che viveva a New York e che poteva ospitarlo. All’inizio degli anni Sessanta, la Bosnia era un paese povero, il quotidiano di Sarajevo non poteva pagare un alloggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-64230" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673.jpg" alt="55672673" width="500" height="285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=%09Azra+Nuhefendi%C4%87">Azra Nuhefendić</a></p>
<p style="text-align: justify;">Tra i candidati idonei fu scelto Joza F. per fare il corrispondente dalle Nazioni Unite. Aveva quello che agli altri aspiranti mancava: una zia che viveva a New York e che poteva ospitarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio degli anni Sessanta, la Bosnia era un paese povero, il quotidiano di Sarajevo non poteva pagare un alloggio in affitto a New York per il suo corrispondente, perciò il fatto che la zia poteva ospitarlo fu decisivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i giornalisti accreditati presso le Nazioni Unite, all’epoca, si organizzava un grande ricevimento annuale. I nuovi arrivati, entrando nella sala, per consuetudine, si presentavano esclamando ad alta voce il proprio nome, cognome, la testata e la tiratura del giornale. E così fece anche Joza: “Joza F., <em>Oslobođenje</em> di Sarajevo, trentamila copie.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Joza raccontava che, in quell’occasione poco dopo essersi presentato, mentre si aggirava tra corrispondenti, politici, ambasciatori e camerieri, fu preso in disparte da un collega il quale in modo confidenziale e amichevole gli disse: “Non dire mai più che sei corrispondente di un giornale con una tiratura così irrilevante. La gente potrebbe pensare che sei una spia e che il titolo di corrispondente è solo una copertura. Nessuno al mondo potrebbe avere un corrispondente dalle Nazioni Unite stampando solo alcune decine di migliaia di copie.”</p>
<p style="text-align: justify;">Eccetto la Bosnia!</p>
<p style="text-align: justify;">Dell’evento si parlò per anni, e quando lo sentii per la prima volta, mi parve una barzelletta inverosimile. Invece, una cosa analoga capitò anche a me, in un ambito più piccolo e sul terreno nazionale, in Bosnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avevano mandato a Kupres, una cittadina della Bosnia centrale, come inviata speciale, ma solo perché mia sorella Esa viveva nella città vicino, a Bugojno. Dormivo da mia sorella, feci il servizio in una giornata e non occorrevano le spese per il pernottamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Settanta la Jugoslavia stava attraversando una grave crisi economica. Da noi però la parola “crisi” non veniva pronunciata mai e da nessuno. Presumibilmente per non corrompere l’idea che la nostra società era il massimo della democrazia e della prosperità umana, e come tale non poteva soffrire dei mali “tipici dei paesi capitalisti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei discorsi dei politici, sui giornali e nelle notizie della radio e della televisione non si parlava della crisi, ma della “stabilizzazione economica”. Erano precauzioni inutili, perché “la stabilizzazione” ci colpiva quotidianamente: mancava la carta igienica, l’elettricità, la benzina, l’olio, la farina, lo zucchero, il caffè, gli assorbenti e quant’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">I membri del partito comunista erano invitati a dare l’esempio della “stabilizzazione” che, negli altri paesi, si chiama “risparmio”. Ai media fu decretato di promuovere la campagna, e i giornalisti dedicavano ampi servizi su come e cosa si faceva nelle piccole città riguardo alla “stabilizzazione economica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Sarajevo a Bugojno ci vogliono circa tre ore di autobus. La strada è una statale, di quelle costruite negli anni Sessanta grazie al cosiddetto <em>samodoprinos</em>. La parola vuol dire qualcosa come “autotassazione”, era una misura imposta che andò avanti per anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Stretta e piena di curve, la strada si dirige verso la Bosnia centrale, passa per Busovača (che nella lingua colloquiale è sinonimo di luogo retrogrado, provinciale e insignificante), poi Vitez, Turbe. Scorrono le cittadine anonime, monotone e quasi identiche. Solo con la guerra, negli anni Novanta, abbiamo scoperto che in tutte queste cittadine di provincia erano collocate le fabbriche militari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pullman si ferma a Travnik, tipica <em>kasaba</em>, parola turca che significa “cittadina di provincia”. Su entrambe le parti della via principale, le case sono basse, costruite senza alcun’ordine e nessuna bellezza. I palazzi nuovi nascondono i veri gioielli architettonici pervenuti dai tempi passati, come i resti della fortezza medievale, diverse moschee, le scuole coraniche e le tradizionali abitazioni bosniache.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la sua posizione geografica la cittadina non fa eccezione in Bosnia: è incastonata nella stretta valle del fiume Lašva, con alti monti intorno. La sua posizione nel passato era considerata strategica. Durante il periodo dell’occupazione ottomana, la città fu residenza del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Visir">Visir</a>, il governatore del Sultano. Qui è ambientata la storia del romanzo del premio Nobel Ivo Andrić: <em>La cronaca di Travnik.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quindici minuti di sosta si riparte. Davanti a me i nuovi passeggeri, seduti in tre su sedili da due, chiacchierano, ridono e parlano senza badare se qualcuno li ascolta. Capisco che sono paesani, muratori, e che stanno tornando a casa dopo mesi di lavoro stagionale sulla costa dalmata, in un campo nudista. Si stanno ancora meravigliando di quanto visto, delle donne nude che passeggiavano “con disinvoltura”, degli uomini super attrezzati… Si interrompono l’un l’altro: “Hai visto quella tedesca di Amburgo?”, e poi la descrive come vuole il più comune stereotipo: grassa, con delle curve improbabili e dalla sessualità esagerata. L’altro gli ricorda di “quel francese che, con la scusa di essere occupato in qualcosa, rimaneva nella camera e se la faceva con le ragazze e le mogli degli altri”. “Giustamente”, commenta l’altro e, senza nascondere l’invidia, descrive le doti eccezionali del francese. Vanno avanti con questi discorsi per circa un’ora. Scendono a Vakuf, un’altra <em>kasaba</em> bosniaca, ma prima si giurano reciprocamente di non proferire parola di quanto visto alle proprie mogli.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fermo a dormire a Bugojno da mia sorella che vive e lavora lì. Negli anni Settanta era considerata una città prosperosa grazie all’industria militare. Ma la fama l’aveva ottenuta perché il presidente Tito si recava spesso lì per la caccia.</p>
<p style="text-align: justify;">I boschi e le montagne bosniache, spesso di una bellezza rara e dalla natura intatta, non servivano solo per mascherare le fabbriche militari, gli aeroporti sotterranei e i bunker, ma erano e sono ancora ricchi di animali selvaggi, come gli orsi, gli obiettivi preferiti dell’eccellente cacciatore: il presidente Tito.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-64231" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01.jpg" alt="01" width="511" height="411" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01.jpg 662w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" />Ci veniva spesso, e per Tito fu costruita a Bugojno la villa “Gorica”. Si diceva che i bosniaci catturassero l’orso in anticipo, e lo tenessero per il presidente. Giravano barzellette su vari politici bosniaci che tenevano personalmente con le proprie mani l’orso finché Tito, ormai vecchio, non lo uccideva.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la caccia, il presidente incontrava i politici bosniaci. Non è chiaro se questi incontri avessero anche rafforzato il legame e la fiducia tra Tito e i politici bosniaci. Fatto sta che, negli ultimi anni della sua vita, Tito si fidava sempre di più dei burocrati della Bosnia-Erzegovina.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Bugojno a Kupres ci vuole mezz’ora di macchina. Ma se nevica non si passa per giorni. La strada taglia in due una montagna boscosa di fitti e alti pini. Circa a metà strada bisogna passare per un valico detto “Kupreska vrata” (porta di Kupres). Mai visto un posto che corrisponda così tanto al proprio nome. Durante l’inverno basta quel poco di neve per far sì che la “porta” si chiuda al traffico.</p>
<p style="text-align: justify;">Passato il valico, la strada scende in fretta e sbocca in un vasto altopiano, Kupresko Polje (il campo di Kupres), una delle quattro pianure carsiche della Bosnia-Erzegovina occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Kupresko Polje si estende su una superficie di 93 kmq ad un’altezza di 1.200 metri ed è circondato ovunque da alte montagne. Proseguendo dritto si arriva alla costa dalmata.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul bordo dell’altopiano c’è l’omonima città di Kupres. Piccola, di forma circolare. Si accosta al margine occidentale della pianura come se avesse paura di esporsi a quella vastità piatta che non ti dà riparo dal vento e dalla neve.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pullman si ferma, per un istante, e fugge da quel posto isolato. Sono l’unica a scendere. Mi giro intorno, non c’è anima viva. Seguo con lo sguardo il pullman che si allontana sulla strada dritta, in mezzo alla pianura, diventando sempre più piccolo fino a trasformarsi, all’orizzonte, in un puntino nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel centro della città c’è la piazza rotonda dal diametro di 50 &#8211; 70 metri al massimo e nel mezzo un giardinetto con le rose. Intorno alla piazza le case a due piani. Su una è esposta la bandiera statale. È la sede del comitato locale del PC.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi presento, mi stanno aspettando. Il primo incontro è con il segretario del comitato locale del PC, un certo compagno Mile. Parla piano, con voce monotona elenca le parole senza cambiare espressione del volto. Mentre parla, fissa la penna che gira tra le dita. Non sa cosa dire. Ripete le frasi già scritte nei lunghi e noiosi rapporti del partito: “bisogna”, “dobbiamo”, “di sicuro”, “al più presto”. Macché stabilizzazione economica! A Kupres avevano appena costruito una fabbrica, così, solo per avere un’industria qualsiasi, senza neanche la materia prima. E adesso non sanno cosa fare, non possono né chiudere né andare avanti, la fabbrica “produce” solo perdite.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi lo saluto, vado a parlare con il sindaco e il presidente del Socijalistički savez (Alleanza Socialista). Era un’organizzazione che, ufficialmente, doveva raccogliere vari pareri e interessi della società al di fuori del PC. La sede è dall’altra parte della piazzetta, Mile insiste per accompagnarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Usciamo, davanti alla porta è parcheggiata una “Mercedes” nera, la macchina preferita dai nostri politici. Il compagno Mile mi apre la portiera e insiste per darmi un passaggio. Per fare solo 50 metri da una casa all’altra! Stupita, non riesco a rifiutare. Ci voleva più tempo per sedersi e mettere la macchina in moto che attraversare la piazza a piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Finisco il lavoro nel primo pomeriggio, vado alla stazione dei bus. Lo sportello è chiuso, intorno non si vede nessuno. Aspetto un po’, non succede nulla. Busso alla porta di una casa privata e chiedo se c’è qualche bus per Bugojno. La signora ride: “Ma che Bugojno, cara, da qui fino a domani mattina non si va da nessuna parte, se non si ha l’auto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi vergogno all’idea di tornare dagli interlocutori per chiedere un passaggio. Lascio la città e mi metto sul ciglio della strada ad aspettare. Tornerò in auto stop, penso.</p>
<p style="text-align: justify;">Passa un’ora e non si vede neanche una macchina. Comincio a preoccuparmi. Fisso l’orizzonte con la speranza di vedere un’auto in lontananza. Non si muove nulla, eccetto il vento che è costante. A Kupresko polje, il sole tramonta presto, la temperatura precipita in fretta. È luglio, ma comincio ugualmente a sentire un po’ di freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non fossi preoccupata per come tornare a Bugojno, potrei godermi il paesaggio. A perdita d’occhio si estende un campo quasi perfettamente piatto, coperto d’erba, l’aria è limpida, arricchita dal profumo delle erbe aromatiche. Il silenzio è spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">All’improvviso ho la sensazione di non essere sola. Mi volto e, per lo spavento, indietreggio di un passo. Là, vicinissimo, non saprei dire con certezza quanto distante, c’è un cavallo che mi fissa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’animale mi guarda con attenzione e curiosità palese. Come se si chiedesse “e tu cosa ci fai qui nel mio regno?”. Mi fissa con quegli occhioni grandi e intelligenti, con uno sguardo penetrante e di sfida. Bello, forte, sembra una statua di marmo, se non ci fosse il vento a muovere i peli della sua criniera lunga e spettinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un momento ci fissiamo, stupiti l’uno dell’altra. Mi sembra di vivere una scena da film: la figura del potente animale in primo piano, e sullo sfondo la verde vasta pianura che, lontano nell’infinito, si abbraccia con il cielo perfettamente blu.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cavallo, come se fosse impaziente, batte lo zoccolo sinistro per terra. Adesso, penso, quello si trasformerà in una principessa bellissima, come in una favola. Ma si è solo stancato dell’incontro improvviso. Con una mossa decisa l’animale tira la testa all’indietro, la criniera sventola e lo fa assomigliare a una creatura mitologica, emette un nitrito e si allontana galoppando. Non ho sentito il rumore dei suoi passi. “Per il vento” mi spiegheranno dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Era uno dei cavalli selvaggi di Kupresko Polje. Sono i discendenti degli stalloni che, negli anni Sessanta, la gente locale non voleva e non poteva tenere più, e così li rilasciava in natura. In quegli anni, molti dalla Jugoslavia andavano a lavorare nell’Europa occidentale. In Germania li chiamavano “gastarbeiter” che significa lavoratore in visita. Questa parola da noi, ancor oggi, ha una connotazione negativa. Indica della gente rozza, ignorante, senza cultura ma con soldi da spendere.</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri “gastarbeiter” lavoravano in Germania, mentre a casa loro mancava la manodopera. Inoltre, con i soldi guadagnati, compravano le macchine agricole. Di conseguenza i cavalli erano diventati superflui, inutili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai paesani dispiaceva uccidere gli animali, e così li liberavano. I cavalli liberi si sono arrangiati benissimo. Dai primi settanta cavalli, il numero, con gli anni, è cresciuto a 150.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante l’estate la mandria si divide in gruppi più piccoli, si arrangiano con il cibo e l’acqua. Sbucano all’improvviso, bellissimi, liberi e imprevedibili, e spariscono come il vento. Ogni tanto attraversano la statale. I rari passanti, impauriti per aver evitato lo scontro, e increduli di aver realmente visto dei cavalli, frenano l’auto bruscamente, escono e cercano di vedere e capire cosa sia successo. Ma della mandria, un attimo dopo, si vede solo una nuvola che si allontana.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante l’inverno i cavalli selvaggi di Kupresko Polje si ritirano, insieme in un’unica mandria, sulle montagne che circondano l’altopiano per ripararsi dal vento e dalla neve. Gli esperti dicono che nel branco esiste e si onora una gerarchia precisa, basata sull’età e sul sesso degli animali.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le spalle rivolte verso la strada, osservo la pianura nella direzione in cui è sparito il cavallo. Cerco di ricostruire, nella memoria, tutto quello che ho appena visto. Sapevo che a Kupresko Polje ci sono i cavalli selvaggi, ma come molti prima e dopo di me, non mi aspettavo di vederli.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi sento un rumore, mi volgo verso la strada, e vedo un camion che si avvicina. Sono così confusa che non alzo neanche il pollice per fermarlo. L’autista, però, si ferma comunque, abbassa il finestrino e mi fa: “Dove si va, bellezza?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Hmm, non mi piace il suo aspetto né il suo modo di rivolgersi a me. Non sono una bellezza, ma una giornalista del più importante quotidiano della Bosnia-Erzegovina. Ma se non salgo sul camion, come me ne vado da questo posto?, penso tra me e me. “Bugojno”, rispondo velocemente. “Monta su, bellezza”, dice quello e mi apre la portiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato su <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Una-corrispondenza-molto-speciale-170313">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
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		<title>Cose turche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Aug 2016 05:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić L’ultima epidemia di vaiolo in Europa fu nel marzo 1972. Nei trent’anni precedenti si credeva che la malattia fosse stata sradicata, ma riapparve a Belgrado, allora capitale della Jugoslavia. Un trentacinquenne kosovaro era tornato dal suo pellegrinaggio alla Mecca e aveva portato il virus. 175 persone si ammalarono e 35 morirono. L’ospedale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-64182" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco.jpg" alt="caffe-turco" width="365" height="365" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/caffe-turco-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></div>
<div style="text-align: justify;">di</div>
<div style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=%09Azra+Nuhefendi%C4%87"> Azra Nuhefendić</a></div>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">L’ultima epidemia di vaiolo in Europa fu nel marzo 1972. Nei trent’anni precedenti si credeva che la malattia fosse stata sradicata, ma riapparve a Belgrado, allora capitale della Jugoslavia. Un trentacinquenne kosovaro era tornato dal suo pellegrinaggio alla Mecca e aveva portato il virus. 175 persone si ammalarono e 35 morirono.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">L’ospedale dove furono sistemati i primi ammalati fu letteralmente sigillato. Le porte, le finestre e la fognatura, tutto venne sbarrato e intorno fu messo un cordone di poliziotti con l’ordine di sparare se qualcuno avesse provato a scappare.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">In tutto il paese fu dichiarato lo stato di emergenza, fu introdotta la quarantena statale obbligatoria, limitato rigorosamente il movimento di tutti i suoi abitanti.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">In un mese e mezzo furono vaccinati diciotto milioni di jugoslavi su una popolazione di ventun milioni di abitanti. L’epidemia finì dopo due mesi. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità lodò le autorità jugoslave per come avevano soppresso l’infezione.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dopo giorni di agitazione tutto si calmò, e presto l’evento non fece più notizia, fu rimosso dalla nostra attenzione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Si va in Turchia</h3>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Mi preparavo per un’estate al mare, dopo aver finito il primo anno di università. Ma all&#8217;inizio di luglio arrivò il “contrordine del <em>compagno papà</em>”: si va in Turchia.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Con nostro papà si facevano escursioni lavorative e viaggi educativi, per vedere e imparare, mai per divertimento. Tutti in famiglia trovarono qualche scusa per non andarci. Mi opposi anch&#8217;io, tirai fuori varie scuse, addirittura il fatto che c’era stata l’epidemia e che poteva essere pericoloso andare in Turchia.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">La Jugoslavia era l’unico paese in cui il vaiolo era comparso, ma noi avevamo ugualmente la strana idea che era tutta colpa degli altri e che il focolaio dell’epidemia fosse altrove, “nel sud” o in Oriente.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">L’epidemia era sconfitta, il pericolo non c’era più. Mi toccava proprio andare a Istanbul. La partenza fu fissata per metà luglio. Era il 1972.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Eravamo un gruppo strampalato con interessi diversi: papà, io, e una coppia di coniugi suoi amici. La donna ci andava perché voleva comprarsi dei gioielli, o meglio, qualche oggetto d’oro e una collana di perle, il marito l’accompagnava, mio papà voleva vedere un po’ di mondo, ed io mi trovavo lì per forza.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-64180" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia.jpg" alt="Jugoslavia-viaggio-in-Turchia" width="489" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 489px) 100vw, 489px" />Piuttosto che andare a Istanbul, avrei preferito ascoltare “The Beatles” a Londra, passare insieme alle dive cinematografiche per via Veneto a Roma, passeggiare in minigonna per gli Champs Elysées a Parigi. L’Occidente piuttosto che l’Oriente era la meta preferita dei giovani di allora.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">La macchina la guidava papà, l’unico in possesso della patente. Era una “Moskvich 408”, un’auto russa, orgoglio famigliare, la più grande in tutto vicinato. Gli altri, all’epoca, possedevano una Fiat “Cinquecento”, almeno due volte più piccola della nostra.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Papà non era un autista appassionato. La macchina la portava in giro, ogni tanto, “perché non si scaricasse la batteria”, diceva. Nel garage la copriva “per non farle prendere freddo”, scherzavamo in famiglia.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Prima di partire mi dettò i compiti: dovevo occuparmi delle gomme, controllare se erano abbastanza gonfie, tenere i vetri puliti, e fare attenzione alla segnaletica stradale. Quest’ultimo incarico mi lasciò un po’ perplessa. Non avevo la patente, non guidavo, non conoscevo il significato dei segnali stradali. Ma se lo diceva papà!</p>
<h3 class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Il viaggio</h3>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dalla Bosnia Erzegovina a Istanbul ci sono circa 1.200 chilometri. La strada passa per la Serbia, attraversa la Bulgaria ed entra in Turchia dalla città di Edirne. Oggi, un autista esperto la può fare, volendo, anche in un’unica tappa. Noi ci impiegammo due giorni e mezzo.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Lasciammo Sarajevo alle quattro del mattino. “Ci è andata bene”, dichiarò papà verso le nove, quando eravamo già vicino a Belgrado percorrendo strade quasi vuote.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Da Sarajevo ci sono due vie principali verso la Serbia. Una che attraversa la Bosnia orientale e va verso il fiume Drina, e l’altra che va in direzione nord, verso il fiume Sava. Noi andavamo verso nord, in direzione di Belgrado. Nella città di Orasje, attraversammo il ponte sul fiume Sava e poi prendemmo l’autostrada detta “Bratstvo i Jedinstvo” (<em>della Fratellanza e Unità</em>) (B&amp;J).</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">All’epoca l’autostrada B&amp;J era l’unica via moderna della Jugoslavia, anche se aveva solo due corsie, una per ogni direzione. Fu costruita tra gli anni Cinquanta e Sessanta e collegava la Jugoslavia da nord a sud, dal confine con l’Austria al confine con la Grecia.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">La costruzione dell’autostrada B&amp;J fu un’opera epica. Vi parteciparono più di trecentomila giovani volontari da tutte le parti del paese e tanti stranieri. Per molti fu anche una sorta di scuola di vita o per la vita. Dopo otto ore di lavoro venivano organizzati vari corsi, anche per analfabeti, e molti ottennero il diploma che cambiò loro la vita.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">L’autostrada della Fratellanza e Unità è la via più breve che collega l’Europa occidentale e il Medio Oriente. Negli anni Sessanta ebbe inizio il grande spostamento stagionale dei <em>gastarbeiter</em>, che in tedesco vuol dire “lavoratori ospiti”. All’epoca i più numerosi <em>gastarbeiter</em> in Europa erano turchi, italiani, spagnoli e jugoslavi.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Durante i mesi estivi, per l’autostrada “Bratstvo i Jedinstvo” passavano migliaia di macchine, in entrambe le direzioni. I <em>gastarbeiter</em> turchi avevano pochi giorni di vacanza, tanta strada da percorrere, guidavano senza sosta, giorno e notte, e molti trovavano anche la morte su quelle corsie. Su ambedue i lati della strada erano piantati dei platani, per rompere il paesaggio monotono della pianura pannonica, ma gli alberi erano causa anche di molti incidenti mortali.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dovettero passare molti anni ed esserci decine di morti, prima che qualcuno si decidesse a tagliare gli alberi “mortali” che fiancheggiavano l’autostrada.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dopo aver pernottato a Belgrado, il secondo giorno proseguimmo a sud, verso il confine con la Bulgaria. La strada segue il fiume Morava e passa per i distretti della Šumadija e di Pomoravlje. Un paesaggio bellissimo che ricorda la Toscana, tanto verde, con le colline basse, la terra fertile. Più a sud il panorama cambia, le morbide colline lasciano il posto alla Gola di Sićevo (Sićevačka Klisura).</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Circa 250 chilometri più a sud c’è la città di Niš. Sotto l’impero ottomano il suo nome era Naissus (“Città delle ninfe”). Là nacque nel 271 d.C. l’imperatore romano Costantino I che costruì la nuova residenza imperiale di Bisanzio e la chiamò Nuova Roma. In suo onore i Romani chiamarono questa città Costantinopoli, l’odierna Istanbul, la nostra meta.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">A Niš volevamo vedere un monumento unico nel suo design, la Torre dei Teschi (Ćele kula) che racchiude al suo interno dei teschi umani. Fu fatta nel periodo degli Ottomani, con 950 teschi dei serbi ribelli, come monito a tutti quelli che pensavano di opporsi all’occupazione. Oggi sono rimasti incastonati nella pietra solo una cinquantina di teschi, ma quel macabro monumento fa ugualmente impressione.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">L’ultima città serba prima di passare in Bulgaria è Pirot. Da cinquecento anni è il centro della produzione di tappeti tradizionali. I kilim di Pirot, apprezzati per la loro bellezza, varietà dei colori e motivi, sono fatti di lana, sono molto leggeri e resistenti.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Noi andavano in Turchia per comprare gioielli e vestiti da pochi soldi, mentre gli antiquari turchi viaggiavano per la Jugoslavia e compravano, a buon prezzo, i tappeti antichi fatti a Pirot, che noi vendevamo volentieri perché ci piacevano di più le moquette moderne.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Tra Serbia e Bulgaria il confine non è solo amministrativo. Da una parte all’altra della frontiera il paesaggio cambia come se fosse tagliato con il coltello. In Serbia, prima del confine, la strada spacca le montagne, s’insinua con fatica per il terreno duro, avanza quasi a zig-zag, si perde in tante gallerie, è pericolosa, un attimo di distrazione e può essere fatale.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">In Bulgaria la strada attraversa la pianura, va dritta e tranquilla. Su entrambi i lati è affiancata da alberi di mele, ordinati, con i tronchi imbiancati, che danno un senso di ordine e pulizia. Dietro gli alberi, si estendono a perdita d&#8217;occhio campi coltivati di grano e di mais. In uno di questi dormimmo la seconda notte del nostro viaggio.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Ci fermammo sul bordo della strada per mangiare. Papà dichiarò che era stanco e che non se la sentiva di proseguire. Non sapevamo quanto fossimo distanti dalla città più vicina. La signora brontolava sottovoce, suo marito stava zitto guardando davanti a sé, io fissavo una mela dell’albero e stavo per afferrarla.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Papà intuì le mie intenzioni e, senza guardarmi, mi intimò: “Non ti azzardare!”. Rispettava ancora gli ordini dei partigiani che, secondo i racconti, tenevano così tanto alla disciplina che addirittura fucilavano quelli che prendevano la frutta dagli alberi altrui.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">La mattina seguente, il terzo giorno del viaggio, ci svegliammo presto, tutti con la schiena a pezzi, stanchi, arrabbiati, con i vestiti stropicciati. Nessuno guardava l’altro, né proferiva parola.</p>
<h3 class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Gambe nude</h3>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Da lì in breve varcammo la frontiera tra la Bulgaria e la Turchia. A Edirne, la prima città turca dopo il confine, facemmo una sosta per bere un bel caffè. Nel centro trovammo un bar con la terrazza. Uscimmo dall’auto.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Esaminavo, come mi aveva detto papà, le gomme. Battevo il piede contro la gomma (come avevo visto fare da altri, anche se non sapevo perché e che cosa aspettarmi), e mi accorsi che qualcosa non andava. Alzai lo sguardo e vidi che tutti gli avventori del bar, i maschi, erano ammassati sulla ringhiera e ci guardavano.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Confusi, ci ispezionammo anche noi per un attimo. Fu la signora a capire per prima cosa c’era che non andava. Indossavo, secondo la moda, un paio di pantaloncini corti e attillati, gli “hot pants”, per cui i maschi, dal bar, erano tutti intenti a fissare le gambe di una ragazza poco vestita per le abitudini locali.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">“Entra, si parte”, ordinò papà.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">I turchi si meravigliavano delle gambe esibite, mentre io mi stupivo nel vedere i carri armati, all’entrata a Istanbul con i cannoni puntati verso la strada (un anno prima l’esercito turco aveva preso il potere con un putsch militare). Io mi stupivo nel vedere le donne paesane vestite in una sorta di doppia larga gonna nera che fungeva anche da copricapo ribaltando uno dei due strati di dietro, nel vedere i turchi bere il tè, piuttosto che il “caffè turco”, come noi bosniaci, dei numerosi monumenti, grandi e importanti che mi facevano capire quanto piccolo e insignificante fosse il mio Paese.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Arrivammo a Istanbul nel primo pomeriggio. Papà accostò la macchina sul bordo della strada per chiedere indicazioni sulla pensioncina che avevamo prenotato. Ferma il primo passante, gli parla in tedesco, quello non capisce, prova con il francese, niente. Frustrato, papà si gira verso di noi e dice in serbo-croato: “Questo qui non capisce nulla”. A quel punto il turco si mette a ridere e, nella nostra lingua, il serbo-croato, ci chiede se eravamo jugoslavi.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Era un discendente dei bosniaci emigrati in Turchia all’inizio del diciannovesimo secolo.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Oggi in Turchia ci sono almeno due milioni di persone di origine bosniaca. Dalla Bosnia Erzegovina i musulmani scapparono dopo la disfatta dell’impero ottomano quando la Bosnia Erzegovina passò sotto il protettorato dell’Impero Austro Ungarico.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">I primi bosniaci scappavano perché non volevano stare sotto un governo non musulmano, altri perché temevano per la propria vita, oppure erano convinti che in Turchia avrebbero potuto preservare la propria ricchezza.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dopo le guerre balcaniche emigrarono anche i musulmani da Sangiaccato, Kosovo e Macedonia. L’esodo continuò per cent’anni. Non tutti lasciavano la casa di propria volontà. La migrazione dei musulmani fu incoraggiata con la politica statale, con la forza, le minacce e le misure amministrative che, secondo i documenti ufficiali, dovevano rendere la vita dei musulmani impossibile, per cui l’emigrazione veniva vista come l’unica soluzione per loro.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">In Turchia dovevano cambiare il cognome, ma molti avevano conservato anche il cognome bosniaco, la lingua e le abitudini. Ci sono alcuni villaggi, in Turchia, popolati prevalentemente dai discendenti dei bosniaci dove, dopo un secolo dal loro arrivo, ancora oggi si parla serbo-croato.</p>
<h3 class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Un turco-bosniaco</h3>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Il nostro turco-bosniaco apparteneva alla terza generazione dei bosniaci espatriati dalla città della Bosnia del nord, Banja Luka. Nato a Istanbul parlava ottimamente la nostra lingua, con un accento forte e utilizzando alcune parole arcaiche. Era entusiasta dell’incontro casuale, era molto cordiale, gentilissimo, ci dava pacche sulle spalle e voleva invitarci a casa sua.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Papà, insospettito di questo entusiasmo secondo lui sproporzionato, s’irrigidì, diventò molto formale e pronunciò una serie di risoluti NO: “No, non se ne parla neanche”, “No, grazie”, “No, abbiamo già prenotato”, “No, vedremo”, “No, no, no, forse”.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Quel poveretto, deluso, ci guardava come un bambino che non capisce perché gli proibiscono di fare una cosa innocua. Ci accompagnò all’albergo, lasciò un pezzo di carta con l’indirizzo e il numero di telefono, rinnovò l’invito di andare a casa sua “almeno per una cena” e ci salutò.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Nella camera dell’albergo papà, come prima cosa, buttò nel cestino la carta con l’indirizzo del turco e si pulì le mani come se fossero contaminate, dicendo che “con gli stranieri non si sa mai… chissà chi era quello… meglio stare alla larga dagli sconosciuti… ci sono imbroglioni, ladri…” etc.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Papà mi portava in giro per i posti storici e i musei di Istanbul tenendomi per il braccio sopra il gomito come fanno i poliziotti quando accompagnano le persone arrestate. Di sera, in albergo, ci vedevamo con i compagni di viaggio, la signora mi mostrava le cose che aveva comprato, e io descrivevo le meraviglie che avevamo visto. Invano: a parte le compere, il resto l’annoiava.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Il terzo giorno a Istanbul, tornando in albergo, ci trovammo di fronte il “nostro turco”. Ero contenta di rivederlo, i coniugi pure. Papà, invece, “freddo come uno spritz”, aspettava zitto, presumo delle spiegazioni. Il “nostro turco” voleva invitarci a cena a casa sua. &#8220;Sì!&#8221;, rispondemmo noi tre all’unisono. A quel punto papà non poteva opporsi, ma era chiaro che l’idea non gli piacesse. Per tutta la serata ci fecero domande su come si vivesse in Jugoslavia, se fossimo liberi di viaggiare, se possedessimo macchine private, case, il telefono, qual fosse la situazione lavorativa, se il regime comunista fosse pericoloso, se si potesse visitare la Jugoslavia e poi poter tornare a casa propria. C&#8217;erano le moschee? La religione, era proibita?</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Edhem, così si chiamava il “nostro turco”, viveva con i genitori e i fratelli in una bellissima casa affacciata sul Bosforo. Ci accolsero tutti affettuosamente. Si cenava nel giardino con una meravigliosa vista sul mare. Uomini e donne insieme. Si parlava nella nostra lingua.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Ci divertivano le loro domande. Sembravano quelle che fanno i bambini su cose e fatti ovvi. “Certo che si può visitare… è ovvio che abbiamo il telefono… naturalmente che nessuno vi ferma per forza… macché regime, da noi si vive, lavora e viaggia liberalmente”, rispondevamo noi.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Verso la fine della serata, Edhem timidamente chiese: “Posso venire con voi? Mi piacerebbe visitare la Jugoslavia, ne ho sentito tanto parlare ma non ci sono mai stato.”</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Tutti noi, insieme ai padroni di casa, guardavamo mio papà aspettando il suo giudizio. Seguì un attimo di silenzio, troppo lungo, a mio avviso.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Mi piaceva il “nostro turco” e mi piaceva l’idea di portarlo in Jugoslavia con noi, di fargli vedere il nostro paese, le nostre città, il nostro modo di vivere.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Fissavo papà, anzi lo supplicavo con lo sguardo.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">“Ma certo”, disse papà sorridendo, come se non avesse mai avuto alcun dubbio sul “nostro turco” fin dall’inizio.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Dopo cinque giorni a Istanbul eravamo sulla strada del ritorno. Il “nostro turco” stava seduto dietro tra i due coniugi. Contento, sorridente, disponibile, di buon umore. Canticchiava.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">E canticchiò instancabilmente, per due giorni, quanto durò il nostro viaggio di ritorno. Da lui, sentii per la prima volta l’antica canzone popolare bosniaca “Put putuje Latif-aga”, che parla di un abitante di Banja Luka che sta per partire per un lungo viaggio, saluta tutti e non sa se potrà mai far ritorno.</p>
<p class=" text-LEFT" style="text-align: justify;">Articolo pubblicato su <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Jugoslavia-viaggio-in-Turchia-172701">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
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		<title>Photomaton: dietro ogni foto c’è una storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2016 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Balcani Caucaso]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-63939" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/c07fb1a8bda8938871c747e008caa1fa.jpg" alt="c07fb1a8bda8938871c747e008caa1fa" width="236" height="433" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/c07fb1a8bda8938871c747e008caa1fa.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/c07fb1a8bda8938871c747e008caa1fa-164x300.jpg 164w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span class="st">Azra Nuhefendić</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per vent’anni ero andata a fare tutte le mie fototessere dal fotografo “Đumišić” che ha tutt&#8217;ora un piccolo negozio nel centro di Sarajevo. L’avevo scelto per un motivo ben preciso. Lui modificava parecchio le fotografie, all’epoca si diceva che faceva il <em>retusche,</em> e sulle foto eravamo tutti belli e perfetti. Non si vedevano le rughe, sparivano i brufoli, il viso era liscio come la porcellana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho ancora una di quelle fototessere, per il passaporto, l’immagine è talmente ritoccata che quasi non mi riconosco: sopracciglia sottili, capelli folti, occhi grandi, ciglia lunghe… Boh! Sembro una bambola!</p>
<p style="text-align: justify;">Da noi, negli anni Sessanta, le macchine fotografiche erano ancora rare. Una ce l’aveva mio zio, un ingegnere che lavorava all’estero. Quando veniva a farci visita ci fotografava tutte, una per una, e noi dovevamo considerare questa cosa come un regalo o un evento speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Una di queste mie foto era stata esposta, per un certo periodo, sul vetro della credenza. <em>“Così puoi vedere come sei brutta quando sei accigliata”</em>, aveva detto mio padre. Ero piccola, non mi piacevano questi sistemi di educazione, ma non ci potevo fare nulla. In seguito scelsi il fotografo “Đumišić”, che sulla foto mi rendeva perfetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel passato le foto personali e di famiglia si facevano raramente, al massimo una volta l’anno, oppure in casi particolari, come la nascita. Nella nostra famiglia questo voleva dire ogni due anni, quando arrivava una di noi sei sorelline. Per l’occasione si chiamava il fotografo locale a immortalare l’evento.</p>
<p style="text-align: justify;">Degli anni Quaranta del secolo scorso mi mancano le foto dei miei genitori quando, durante la Seconda guerra mondiale, facevano i partigiani. Ad eccezione delle medaglie e di qualche ordine di un comandante, scritto a mano su un pezzo di carta sottile e ingiallita, non ci sono altre prove della loro partecipazione alla guerra. Peccato. Mi sarebbe piaciuto vedere ad esempio una foto di mia madre, quando da giovanissima partigiana si metteva nel centro del villaggio e cantava, cercando di far capire ai contadini che i partigiani non erano cattivi. Oppure di avere una foto di mio padre da partigiano che, fantasticavo, doveva essere più o meno come Che Guevara in quella sua famosa foto con il berretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se anche altre famiglie, come la nostra, si facevano fotografare una o due volte all’anno, in casi rari e per occasioni eccezionali, come facevano i fotografi, mi domandavo, a guadagnarsi da vivere?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta la ricevetti quando ormai non la cercavo più, e nel momento meno probabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Durante l’ultima guerra in Bosnia Erzegovina.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno di questi fotografi, “che non sapevo come facesse a guadagnarsi da vivere”, della città bosniaca di Višegrad, disse al settimanale “Bosna” che, proprio facendo le fototessere e fotografando gli eventi importanti delle famiglie, riusciva ad arrivare alla fine del mese.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-63936" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Ivo_Andric_large.jpg" alt="Ivo_Andric_large" width="360" height="180" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Ivo_Andric_large.jpg 360w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Ivo_Andric_large-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />A dire la verità questo fotografo, Alija Akšamija, non era uno qualunque, era un vero maestro. Il suo sogno di fare una foto che diventasse un simbolo si è avverato. È proprio lui l’autore della famosa foto del premio Nobel Ivo Andrić, ritratto accanto al protagonista del suo romanzo, il ponte di Mehmed Pasha Sokolović a Višegrad.</p>
<p style="text-align: justify;">Per decenni quella fotografia è stata riprodotta in tutto il mondo, è comparsa in antologie, monografie e riviste, ed è diventata l’immagine emblematica dello scrittore. Ciò nonostante, per molto tempo non si era saputo chi fosse l’autore di quell’immagine, finché un giorno non è apparsa la famosa foto con la firma di Alija Akšamija.</p>
<p style="text-align: justify;">Scattata nel 1963, quella foto in bianco e nero è bella ancora oggi. Con il passare del tempo non ha perso nulla della sua forza, della sua vivacità e della sua poesia. Evoca ancora la forte simbiosi tra lo scrittore e il ponte sulla Drina. Anche se Akšamija non avesse fatto nessun’altra foto, sarebbe bastata quella per farlo considerare un artista.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei media bosniaci, però, Alija Akšamija è comparso per parlare di un’altra cosa derivata dal suo mestiere, utile ma inattesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la guerra, Akšamija scappò da Višegrad e si rifugiò a Sarajevo. Nella sua città migliaia di musulmani bosniaci furono uccisi, violentati, messi al rogo, e sono ancora più di mille le persone scomparse.</p>
<p style="text-align: justify;">I sopravvissuti parlano dei criminali, conoscono i nomi e i soprannomi degli assassini, li descrivono. Ma spesso non si riesce a dare un volto ai colpevoli, agli aguzzini, ai ladri, agli stupratori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’archivio fotografico che Akšamija aveva portato in salvo, scappando da Višegrad, si è mostrato utile perché, scrutando attentamente le sue pellicole, le sue foto, i suoi negativi, si è riusciti in certi casi ad abbinare i nomi ai volti dei colpevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Talvolta non occorre cercare, né esaminare gli archivi fotografici o le foto segnaletiche in possesso delle autorità giudiziarie. Spesso i mostri, orgogliosi delle proprie nefandezze, si fanno fotografare accanto alle vittime, mentre stanno per compiere il crimine, nel momento in cui sparano per uccidere, mentre torturano, assaltano, distruggono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne è un esempio la foto, diventata simbolo, che mostra il capo della polizia del Vietnam del Sud, il generale Nguyen Ngoc Loan, mentre giustizia per strada, sommariamente, un prigioniero Vietcong (sospettato), Nguyen Văn Lém, a Saigon, nel febbraio 1968.</p>
<p style="text-align: justify;">Una foto quasi identica fu scattata durante la guerra in Bosnia, nell’aprile 1992. L’autore è il fotoreporter americano Ron Haviv, che documentava l’assalto alla città di Bijeljina da parte dei paramilitari serbi comandati dall’infame Željko Raznatović “Arkan”.</p>
<p style="text-align: justify;">La foto mostra un civile terrorizzato che prega per la propria vita. La sua paura è quasi tangibile, il suo sguardo supplica pietà, le spalle abbassate (per proteggersi dai colpi?) e le mani (che tremavano?) alzate in alto. Guardo la foto e ogni volta mi stupisco e ho paura come se quello che è successo vent’anni fa stesse per succedere adesso. Mi pare di sentire il pianto e la voce della vittima. Guardo la foto e penso a come si sentisse l’uomo, consapevole di stare per essere giustiziato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti infami criminali, quando arriva il momento di fare i conti con l’“eroismo” immortalato sulle foto, cercano di negare, di “spiegare il contesto”, parlano di “equivoco”, accusano i testimoni di aver interpretato male, di non aver visto bene, criticano gli altri per aver falsificato, minacciano…</p>
<p style="text-align: justify;">La parola pronunciata, anche davanti ai testimoni e in pubblico, può essere contraddetta, negata. La fotografia invece è spietata, è un documento imbattibile, una testimonianza solida.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinta che un tale Jelenko Mićević, alias Filaret, vescovo della Chiesa serbo ortodossa, darebbe tutto se oggi potesse far sparire la foto scattata nel 1991 sul fronte in Croazia, che lo ritrae davanti ad un carro armato con un kalashnikov in spalla. E non solo lui!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1992, a Belgrado</strong>,</p>
<p style="text-align: justify;">ero presente quando un gruppo di lobbisti per la causa serba discuteva se fare dei grandi manifesti di un mujaheddin che si era immortalato esibendo la testa tagliata a un serbo bosniaco durante la guerra in Bosnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quello che si pensa o si crede, le immagini “intrise di sangue” non sono necessariamente anche quelle che ci scuotono di più. Di fronte alle immagini troppo crudeli giriamo lo sguardo dall’altra parte, non resistiamo. Il messaggio è: “Ho pietà di te, ma non posso sopportare di guardare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-63937" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Vedran-Smailbegovic-nella-Vijecnica_large.jpg" alt="Vedran-Smailbegovic-nella-Vijecnica_large" width="360" height="144" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Vedran-Smailbegovic-nella-Vijecnica_large.jpg 360w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Vedran-Smailbegovic-nella-Vijecnica_large-300x120.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />Per esempio le fotografie della strage di 22 persone in fila per il pane a Sarajevo nel 1992, dove tutto è bagnato di sangue, hanno avuto molto meno impatto sull’opinione pubblica della foto del violoncellista di Sarajevo, Vedran Smajlović. Vestito in smoking, noncurante dei bombardamenti e dei cecchini nella Sarajevo assediata, Vedran aveva suonato l&#8217;Adagio in sol minore di Tommaso Albinoni per ventidue giorni, un giorno per ogni vittima uccisa in fila per il pane. L’immagine del violoncellista è stata molto più esplicita, e descrittiva di quanto stava succedendo in Bosnia, rispetto a molte fotografie di orrori, morte, distruzione o sofferenze. “Un popolo sotto il fuoco d’artiglieria riesce a mantenere l’umanità”, con queste parole il “New York Times” aveva pubblicato la foto del violoncellista.</p>
<p style="text-align: justify;">La fotografia diventata icona del tradimento di Srebrenica da parte di Europa, Stati Uniti e Nazioni Unite, e che infine ha cambiato la posizione americana nei confronti della guerra in Bosnia, è quella che raffigura la giovane donna bosniaca Ferida Osmanović, impiccatasi nel bosco dopo che la città era stata presa dai serbi. Questa foto fu mostrata durante il dibattito su Srebrenica nel congresso americano, ed ebbe un impatto decisivo sulla politica degli Stati Uniti in Bosnia.</p>
<p style="text-align: justify;">A un primo sguardo non si coglie la tragedia di quell’immagine. Si vede solo una giovane donna in piedi nel verde del bosco, è quasi un’immagine idilliaca. Solo guardando più attentamente si notano i piedi che non poggiano a terra, e la sospensione del corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra delle fotografie simbolo della guerra in Bosnia raffigura un paramilitare serbo che, nella città di Bijeljina, prende a calci la testa di una donna bosniaca, già morta, stesa a terra accanto ad altre due vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore è il fotoreporter americano Ron Haviv che, con il permesso del criminale Arkan, fotografava i membri dei paramilitari, le così dette “Tigri”, durante l’assalto alla città di Bijeljina.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di loro è giovane, alto, snello, con il lanciarazzi a tracolla, nella mano destra un kalashnikov, nella sinistra una sigaretta accesa, un nero passamontagna sotto la spallina e occhiali da sole in cima alla testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giovane, a confronto dei rozzi colleghi “assetati di sangue” (giudicando dai loro sguardi), sembra un “cittadino”, una persona più fine. Ma è proprio lui con lo stivale nero destro alzato che sta per colpire la testa della donna morta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto tra quella figura fine e il gesto malvagio è da brividi. Lo fa con scioltezza, come si prende a calci una lattina vuota, un pallone che ci arriva all’improvviso mentre passeggiamo vicino a un parco. Inoltre il giovane “cittadino” lo fa sapendo di essere fotografato, lo testimonia l’autore dell’immagine Ron Haviv.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dietro ogni foto c’è una storia,</strong></p>
<p style="text-align: justify;">scrive Susan Sontag nel suo famoso libro “Sulla fotografia<em>”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">La testa mozzata con la quale si è fatto fotografare un mujaheddin apparteneva al soldato serbo bosniaco Blagoje Blagojević, che nel 1992 fu catturato in Bosnia centrale e decapitato. Il combattente islamico che si è fatto fotografare con la testa tagliata era un cittadino francese, Christopher Kaze, convertitosi all’islam, e che all’inizio della guerra era arrivato in Bosnia. Fu ucciso in uno scontro con la polizia belga.</p>
<p style="text-align: justify;">La giovane donna di Srebrenica, Ferida Osmanović, si impiccò nei campi circostanti Tuzla l’11 luglio 1995, dopo il sequestro di suo marito da parte dei serbi bosniaci. Solo pochi giorni prima lo aveva convinto a rimanere con lei e i loro due figli invece di fuggire nel bosco. Fu sepolta come sconosciuta, e solo sei mesi dopo la morte fu identificata dai suoi figli dall’unica foto che avevano della madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il civile che pregava per la propria vita si chiamava Hajrus Ziberi. Nell’aprile 1992 aveva ventiquattro anni, era sposato da soli tre mesi. Il giorno in cui fu scattata la foto stava andando a lavorare, fu catturato dalle “Tigri”, buttato giù da un palazzo, sopravvissuto, poi torturato e ucciso. Il suo corpo fu gettato nel fiume Drina, ripescato nella città serba di Sremska Mitrovica, sepolto come uno sconosciuto, esumato e identificato nel 2004, e infine sepolto nel suo paese d’origine in Macedonia.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna morta presa a calci si chiamava Tifa Šabanović. Fu uccisa davanti alla propria casa insieme al marito e a un vicino.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-63938" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/sran_golubovic.jpg" alt="sran_golubovic" width="460" height="284" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/sran_golubovic.jpg 810w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/sran_golubovic-300x185.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/sran_golubovic-768x474.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/sran_golubovic-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></p>
<p style="text-align: justify;">A lungo non si è saputo chi fosse il “fine” paramilitare. Il suo volto era ignoto. Sulla foto è inquadrato di spalle. Dopo un arresto a Belgrado per droga e possesso di armi, si “scoprì” che si trattava di Srđan Golubović.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo Bijeljina, Srđan Golubović non si era nascosto. Anzi, stava proprio sotto i riflettori della scena musicale di Belgrado. Il kalashnikov e il lanciarazzi li aveva sostituiti con il giradischi e il sintetizzatore. Il suo nome d’arte oggi è DJ Max. Negli ultimi vent’anni ha fatto carriera occupandosi di musica Trance e di “after party”. Dicono che le sue feste fossero tra le migliori nella capitale serba.</p>
<p style="text-align: justify;">Srđan Golubović, alias DJ Max “è uno di quelli che ci permettono, dopo ogni grande festa, di continuare a divertirci”. Così veniva reclamizzato il “fine” ragazzo, “il cittadino” che, dopo aver preso a calci la testa della donna morta, aveva continuato a divertirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vent’anni dopo lo scatto della famosa fotografia, Srđan Golubović è stato arrestato. Non per i crimini di guerra, però, ma per possesso di droga e armi non dichiarate. E poco tempo dopo è stato rilasciato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>articolo pubblicato su</strong> <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-guerra-i-crimini-le-fotografie-171191">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
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		<title>Games without frontiers</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/08/59773/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2016 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić Se dico “barbuto”, la maggior parte penserà ai terroristi islamici. La barba è una delle immagini del male che tormenta il mondo: ISIS, Al Qaeda, Boko Haram etc. Tutte queste sigle ci fanno pensare agli insorti e a terrore. Per difenderci dagli irsuti e dagli indesiderati il mondo Occidentale ha impegnato eserciti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Schermata-2016-02-03-alle-15.05.40.png"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-59774" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Schermata-2016-02-03-alle-15.05.40-300x255.png" alt="Schermata 2016-02-03 alle 15.05.40" width="444" height="377" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Schermata-2016-02-03-alle-15.05.40-300x255.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Schermata-2016-02-03-alle-15.05.40.png 907w" sizes="(max-width: 444px) 100vw, 444px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Azra <span class="st">Nuhefendić </span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Se dico “barbuto”, la maggior parte penserà ai terroristi islamici. La barba è una delle immagini del male che tormenta il mondo: ISIS, Al Qaeda, Boko Haram etc. Tutte queste sigle ci fanno pensare agli insorti e a terrore. Per difenderci dagli irsuti e dagli indesiderati il mondo Occidentale ha impegnato eserciti e le tecniche più avanzate, come i “droni”, ma si fa ancora “all’antica”, costruendo i muri. Le barriere di filo spinato costruite recentemente sui confini europei, per difendersi dai profughi, provocano appassionate discussioni “pro” e “contra”, come se fosse una novità.</p>
<p style="text-align: justify;">Già da 23 anni esiste una tripla barriera di filo spinato in Spagna (prima fila costruita nel 1993, seconda fila nel 1995 e la terza fila nel 2005) innalzata per impedire l’immigrazione illegale dal Marocco. Nella città spagnola di Melilla la recinzione metallica è alta sei metri, dotata di sensori acustici e visivi, e lame taglienti (<em>cuchillas</em>). Le lame funzionano bene. Sulla rete, ogni mattina, le guardie trovano appesi, oltre a pezzi di stracci, anche frammenti di carne viva di chi ha tentato di oltrepassare il confine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio amico Riki ritiene che “tutto è relativo”. Gli piacciono questi assiomi filosofici, reminiscenze degli studi che non ha mai finito. La barba Riki la porta da quando gli sono comparsi i primi peli sulla faccia. Nelle sue foto da adolescente è tale e quale a Gesù: alto, magro, con lo sguardo dolce e benevolo che penetra tra la barba folta e i capelli lunghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Riki, quaranta anni fa entrò dalla Spagna in Marocco (cioè facendo il percorso al contrario rispetto a oggi) la recinzione tra i due paesi non c’era. Lui era un tipico “<em>figlio dei fiori</em>”, uno di quegli hippy barbuti e capelloni, che professavano (e praticavano) la rivoluzione sessuale, il libero uso degli stupefacenti, la pace, la meditazione, lo stare insieme e il volersi bene, la musica, discutere di filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i barbuti di quaranta anni fa il Marocco era un posto di culto, una meta obbligatoria. Scavalcavano i confini superando ostacoli di varia natura per entrarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il loro pacifismo, i barbuti hippy creavano parecchi problemi alle autorità di Rabat. Molti ci arrivavano senza un soldo e nessuna intenzione di lavorare per mantenersi. Campeggiavano sulle piazze principali, si sdraiavano per terra ovunque, sporcavano i cortili dei luoghi sacri, si spostavano senza biglietti, molti erano sprovvisti di documenti. Inoltre, con la loro filosofia del sesso libero e dell’uso della droga, disturbavano l’ordine pubblico, sfidavano le regole e le usanze della società patriarcale marocchina.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il loro aspetto gli hippy erano facilmente riconoscibili. La polizia li respingeva dai confini marocchini, indietro, in Spagna, con le mani nude, talvolta con i bastoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Riki aveva una massima anche per queste situazioni. Citava Gandhi: “Ogni desiderio sincero e genuino, prima o poi si realizza”. E così, insieme a Riki, ci imbarcammo per entrare in Marocco, non però dalla città portuale di Tangeri, dove i controlli della polizia marocchina erano più severi e scrupolosi, ma dalla più piccola e meno sorvegliata Ceuta, città autonoma spagnola in territorio africano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio risale all’estate 1974 e la tappa in Marocco non era prevista nel nostro programma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro obiettivo era di andare a Ceylon (che oggi si chiama Sri Lanka, il nome che deriva dalla parola sanscrita laṃkā, che significa “isola risplendente”).</p>
<p style="text-align: justify;">India, Sri Lanka, Nepal, Iran, Afghanistan, questi paesi erano un “must” per gli hippy degli anni Sessanta e Settanta. Ci si andava per fare il pellegrinaggio, per apprendere direttamente dai guru i postulati della filosofia orientale, per discutere con i monaci buddisti il senso della vita, come ottenere la libertà e come trovare la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era un monaco buddista che noi amavamo in modo particolare: il prof. Čedomil Veljačić. Era un “nostro”, cioè jugoslavo, di Zagabria. Veljačić era un docente universitario. Si era trasferito nello Sri Lanka, aveva preso il nome monastico di Bhikkhu e stava con i monaci più poveri, mendicanti. Tuttavia il nostro Veljačić non aveva mai smesso di scrivere libri, articoli, saggi. Ci entusiasmavano le sue idee, ci ispirava la sua vita, leggevamo e discutevamo in gruppi, ad alta voce i suoi scritti e testi. Erano anni che facevamo progetti per andare a trovarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma proprio quando stavamo per partire, ecco che un imprevisto stravolge tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Una del gruppo, che da due anni viveva con il fidanzato in Spagna, ci manda un SOS: il fidanzato è sparito, lei è rimasta da sola con la bambina piccola, senza soldi né lavoro. Così decidiamo di cambiare l’itinerario del viaggio: saremmo andati prima in Spagna per soccorrere Neda, e poi avremmo deciso come proseguire.</p>
<p style="text-align: justify;">All’epoca la Spagna era di Franco, cioè fascista, e tra i due paesi, la Jugoslavia e la Spagna, non c’erano rapporti diplomatici. Per entrare ci voleva il visto di transito che si otteneva presso il consolato spagnolo di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Partimmo all’inizio di luglio. Nel nostro gruppo c’era un futuro professore, docente di medicina, un matematico teorico che otterrà riconoscimenti internazionali, un filosofo, tutti hippy convinti, e di conseguenza: barbe e capelli lunghi, vestiti stravaganti, bagaglio minimo, uno zainetto di stoffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Spostarsi in autostop all’epoca era così comune e diffuso tra i giovani che non prendemmo in considerazione un’altra possibilità. Tutto filò liscio e avanzavamo velocemente, sembrava di far parte di una staffetta ben organizzata. Viaggiavamo divisi in due gruppi. L’appuntamento era davanti al museo “Prado”, a Madrid. Avremmo dovuto trovarci là, dopo cinque giorni, tra mezzogiorno e l’una, per poi proseguire insieme verso Barcellona, dove ci aspettava la nostra amica Neda.</p>
<p style="text-align: justify;">L’appello di Neda ci aveva preoccupato così tanto da rinunciare al tanto desiderato viaggio in Oriente. Ma quando ci ritrovammo tutti nel punto stabilito, capimmo che la situazione non era tragica. Anzi, Neda ci raccontò com’erano andate le cose, alternando risate e lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio così, avevamo concluso, discutendo se tornare subito in Jugoslavia oppure… imbarcarci su una nave da carico e proseguire per l’Oriente. Prevalse l’idea di andare in Marocco, poiché eravamo così vicini e che a far parte del gruppo c’era anche una bebè. E ci dirigemmo verso la città portuale spagnola di Algeciras.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza della bambina, in qualche modo, evidenziava la coesione del gruppo. La trattavamo come la figlia di noi tutti, ci occupavamo di lei insieme, ci davamo il cambio per portarla in una sorta di marsupio, una grande tela fissata intorno a collo, come fanno le mamme africane.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il senno di poi, mi pare di essere stati troppo disinvolti, per non dire incoscienti, con una piccola che non aveva neanche un anno. Una neonata correva parecchi rischi in un viaggio del genere. Ma allora queste preoccupazioni non ci tormentavano per nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad Algeciras dovemmo fermarci per tre giorni. La polizia spagnola non permetteva a Neda di uscire dal Paese con il visto di transito scaduto da due anni. Dovevamo aspettare il permesso da Madrid. L’unico inconveniente di quella palese illegalità era, appunto, il doverci fermare. Neda non fu né detenuta, né interrogata su dove stava e cosa faceva in Spagna per due anni con il visto di transito.</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli altri “figli dei fiori”, che girovagavano per la città, venimmo a sapere che era più facile entrare in Marocco passando per Ceuta.</p>
<p style="text-align: justify;">In Marocco, lungo la costa dell’oceano Atlantico, ci spostavamo lentamente, con i mezzi pubblici che costavano pochissimo. Passammo per Rabat e Casablanca, poi ci allontanammo dalla costa per visitare Marrakech, e infine arrivammo alla tanto desiderata Essaouira, considerata la mecca per gli hippy.</p>
<p style="text-align: justify;">Non facevamo i turisti comuni, non ci fermavamo per vedere le città antiche, i monumenti, le impressionanti fortezze medievali o i musei, non facevamo shopping. Seguivamo le orme degli hippy che c’erano stati prima di noi: Frank Zappa, Bob Marley e Jimi Hendrix.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercavamo e stavamo in compagnia degli altri hippy. In quegli anni in Marocco ce n’erano talmente tanti che spesso nelle città più piccole, superavano la gente locale, almeno per le viuzze e i suk. I marocchini erano cordiali, ci accoglievano, aiutavano, ci davano le indicazioni, ci accompagnavano nei posti che cercavamo. Ma nessuno, in venti giorni, ci invitò mai a casa propria. E questo ci pareva strano. Da noi, in Jugoslavia, è normale invitare a casa dopo aver scambiato due chiacchere.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando dicevamo che eravamo della Jugoslavia, la gente locale mostrava entusiasmo, ci dava pacche sulle spalle, esclamava il nome del nostro presidente Tito, qualcuno alzava due dita in segno di vittoria, oppure alzava il pollice in alto, per dirci che va tutto bene. Ci divertiva questo affetto, non lo trovavamo strano, anzi noi jugoslavi eravamo così abituati ad essere benvenuti ovunque andavamo, che la cordialità dei marocchini non ci meravigliava.</p>
<p style="text-align: justify;">Non avevamo fatto nessun programma, non avevamo prenotato niente in anticipo, era tutto un’improvvisazione sul posto. L’impressione più forte di quel viaggio fu la lentezza con la quale si svolgeva tutto quello che facevamo. Come se la nostra vita andasse alla velocità di trentatré, invece di quarantacinque giri.</p>
<p style="text-align: justify;">Può darsi che la lentezza fosse l’effetto dell’erba, che c’era in abbondanza. Te la offrivano gratis, si condivideva con gli altri, come del resto il cibo. Erano in molti a fumare, anche nel nostro gruppo, in pubblico, nessuna restrizione, seduti per terra in qualche piazza, o davanti al bar dove la gente locale si univa a noi in questo piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando si esagerava, interveniva la polizia locale e picchiava con i bastoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo venti giorni eravamo di ritorno. A Barcellona salimmo a bordo, in cinque, di una Volkswagen vecchia e traballante che Neda aveva ricevuto da un suo amico francese prima di tornare a casa. Era tutta scassata e mezza rotta, faceva rumore e dava l’impressione che da un momento all’altro sarebbe caduta a pezzi. Dentro si sentiva odore di benzina. Dopo mille chilometri scoprimmo anche che pioveva dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Era agosto, il picco della stagione turistica, le strade piene di macchine, i confini congestionati. La “nostra” macchina aveva le targhe francesi, e probabilmente per questo nessuno ci controllava, e ci lasciavano passare i confini senza fermarci. Tutto andò liscio fino al confine di Fernetti tra Italia e Jugoslavia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l’ultima frontiera prima di entrare in patria. All’epoca era anche il confine tra l’occidente e l’oriente, là passava la “cortina di ferro” che divideva il mondo comunista da quello capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno pioveva a dirotto, anche dentro la macchina. In più la nostra bebè era irrequieta e appena arrivammo al confine cominciò a piangere.</p>
<p style="text-align: justify;">Due miliziani (poliziotti) ci fermano e ci salutano gentilmente portando la mano alla fronte. Ci scambiano per stranieri, probabilmente giudicando dalla targa della macchina. Ma quando mostriamo i nostri passaporti rossi jugoslavi, il poliziotto che ci controlla s’irrigidisce, dal finestrino ispeziona dentro la macchina, guarda i barbuti e la bambina che piange, e sul viso gli appare un’espressione schifata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiede i documenti dell’auto. Non li abbiamo. Incredulo, domanda chi è il proprietario della macchina, e Neda fa il nome del suo amico francese. Il poliziotto non capisce, poi chiede se uno di noi è “quello”. No. “Allora dov’è?” “Credo in Francia”, dice Neda. Il poliziotto diventa rosso in faccia.</p>
<p style="text-align: justify;">La conversazione si svolge tra i pianti disperati della bebè, le nostre voci che cercano di calmarla e il battere della pioggia. Il poliziotto si passa le mani tra i capelli, poi si gira, fa due passi come per calmarsi e va verso il suo collega. I due poliziotti si guardano senza dire nulla, uno scrolla le spalle, e l’altro ci fa: “Marsch”… Ci manda a quel paese e ci lascia passare.</p>
<p style="text-align: justify;">pubblicato su <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Jugoslavia-hippy-166921">Osservatorio dei Balcani e Caucaso</a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Sarajevo 1984 Olympic Winter Games</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/08/sarajevo-1984-olympic-winter-games/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2014 11:45:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Balcani e Caucaso]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić Articolo pubblicato sull&#8216;Osservatorio  Balcani e Caucaso Un metro di neve e 20 gradi sotto lo zero! Nessuno ci fece caso in Bosnia. La gente puliva le strade e scava trincee nella neve per collegare la casa o il portone alla via principale. Talvolta cadeva già a inizio ottobre. Andavamo a cena al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-1984-Olympics.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47515" alt="Sarajevo-1984-Olympics" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-1984-Olympics-300x272.png" width="300" height="272" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-1984-Olympics-300x272.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-1984-Olympics-1024x930.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-1984-Olympics.png 1100w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di</p>
<p><strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p>Articolo pubblicato sull<a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Sarajevo-1984-i-Giochi-Olimpici-della-Jugoslavia-147078">&#8216;Osservatorio  Balcani e Caucaso</a></p>
<p>Un metro di neve e 20 gradi sotto lo zero! Nessuno ci fece caso in Bosnia. La gente puliva le strade e scava trincee nella neve per collegare la casa o il portone alla via principale.</p>
<p>Talvolta cadeva già a inizio ottobre. Andavamo a cena al ristorante e, all’uscita, ci aspettava la prima neve. Tap-tap. Con scarpe leggere ed eleganti ai piedi, cercavamo di attraversare il tappeto bianco senza scivolare o cadere. La neve resisteva fino ad aprile, qualche volta oltre. Capitava che sulle montagne intorno a Sarajevo nevicasse anche in piena estate. I giornali locali ne davano notizia, ma nessuno si stupiva.</p>
<p>Succedeva che in primavera uno andasse per i boschi sul monte Bjelascnica, a sud-ovest di Sarajevo. Erano giornate di sole, ma in 10 minuti rischiava di trovarsi nel mezzo di una tempesta bianca. Anche quelli che conoscevano la montagna, talvolta correvano il pericolo di perdersi o rimanere intrappolati sotto la neve, come successe negli anni Sessanta a 11 giovani e bravi sciatori che persero la vita in una tempesta improvvisa sul Bjelasnica.</p>
<p>Nevicava sempre moltissimo, ma, a inizio febbraio 1984, l’assenza inspiegabile dei fiocchi ci tormentò per giorni. Circa quattro milioni di bosniaci ed erzegovesi scrutavano il cielo aspettandola, si svegliavano di notte per controllare se fosse caduta e la prima domanda al risveglio era: <em>&#8220;Nevica?</em>&#8220;. Accusammo i meteorologi di aver sbagliato i calcoli. Quelli religiosi pregarono che nevicasse, ma invano. Nei 100 anni che precedettero la quattordicesima Olimpiade nevicò sempre a Sarajevo e dintorni.</p>
<p>Un giorno prima dell’ inizio dei Giochi, era il 7 febbraio 1984, sembrava di essere in primavera. Non era caduto un solo fiocco. Mi venne di piangere.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-47516" alt="Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540-300x202.jpg" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Sarajevo-Mappa_Montagne-copertina-800x540.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Tutto era pronto un anno prima che cominciassero i Giochi: venne costruito un villaggio olimpico, vennero aperti nuovi alberghi e ristrutturati i vecchi. Venne salvata e ricostruita l’antica parte ottomana della città, la Bascarsija, che era in rovina e rischiava di scomparire per fare posto a una &lt;più bella&gt;, dicevano. Le strade principali di Sarajevo vennero ristrutturate e allargate, le facciate dei palazzi vennero ridipinte, le rotaie dei tram elettrici vennero cambiate e la stazione centrale dei treni venne restaurata. Sui monti intorno a Sarajevo – lo Jahorina, il Bjelasnica, l’Igman, e il Trebevic – vennero costruite le strutture necessarie.</p>
<p>Alcune migliaia di giovani di tutta la nazione si esercitavano ogni giorno per imparare la coreografia dei cerimoniali di apertura e chiusura delle Olimpiadi. A proposito, il principale quotidiano  giapponese, “Yomiuri Shimbun”, domandava con un titolo in prima pagina: <em>&#8220;Dove hanno trovato quelle ragazze bellissime e quei ragazzi così alti?&#8221;</em>. Il sottotitolo ribatteva: <em>&#8220;A Sarajevo sono tutti cosi&#8221;</em>. Per evitare il rischio che qualcuno mancasse a causa dell’influenza, tutti si immunizzarono con vaccini forti, &#8220;<em>quelli per i cavalli&#8221;,</em> mi dice oggi scherzando Vanja. Lei e Svjetlana, due bosniache &#8211; triestine adottive &#8211; vi parteciparono. Trent’anni dopo, ancora belle e alte, rievocano con nostalgia quelle Olimpiadi.</p>
<p>Nella fase preparativa dei Giochi, piuttosto che la neve, ci preoccupava la nebbia. Anche quella è onnipresente a Sarajevo. Per far funzionare l’aeroporto locale, i nostri ingegneri prepararono delle sostanze chimiche, che, all’occorrenza, potevano &#8211; proprio come dice una canzona bosniaca antica (“duni vjetre, malo sa Neretve, pa rastjeraj maglu po Mostaru”) &#8211; far sparire la nebbia. Tutto era pronto e perfetto: migliaia di sportivi, innumerevoli giornalisti e decine di migliaia di ospiti erano già in città. Mancava solo lei. La neve.</p>
<p>Volevo essere parte di quell’evento, sarei stata contenta di fare un lavoretto: pulire la neve, indicare i servizi. Insomma, qualsiasi cosa. Mandai una richiesta per essere assunta come volontaria, ma nulla. Ci lavoravano già 30mila persone, di cui la metà era composta da volontari. Nella costruzioni delle strutture olimpiche sui monti, partecipavano giovani volontari, organizzati nelle “brigate lavorative”, le radne brigade. Nei giorni delle Olimpiadi, 400 camerieri provenienti da tutta la Jugoslavia erano al servizio degli ospiti.</p>
<p>La sera prima dell’inizio dei Giochi non volevo stare a casa: nella mia città si stava scrivendo la storia. Sarajevo splendeva, le strade erano affollate, i negozi, i ristoranti e i bar restarono aperti l’intera notte, stracolmi di gente. Migliaia di persone giravano su e giù, parlavano a gran voce, quelli che non riuscivano a comunicare in lingue straniere facevano amicizia a gesti. Si scattavano foto e si rideva così, senza un motivo. Ci pareva di essere al centro del mondo.</p>
<p>Poi cominciò a nevicare. Mi trovavo in via Vase Miskina (oggi Ferhadija) là dove inizia la parte antica della città, la Bascarsija. Alcuni saltavano di gioia, altri si tenevano per mano e ballavano, qualcuno urlava. Io ridevo, girando su me stessa. Volevo sentire i fiocchi gelidi sul viso.</p>
<p>Credo che quella volta molti comunisti, che da noi dovevano essere per forza atei, ringraziarono l’Altissimo.</p>
<p>Fu una notte dipinta di bianco. La neve cadeva bellissima, secca, quella che non si scioglie subito. I fiocchi erano grandi ed eleganti come farfalle. All’inizio, scese piano e poi sempre di più e più in fretta. Pareva che qualcuno, lassù, avesse aperto un sacco e che non riuscisse più a controllare la velocità con cui esso si svuotava.</p>
<p>Prima eravamo preoccupati, perché la neve non c’era. Poi, la situazione si invertì: in poche ore si raggruppò più di un metro di cotone gelido. Il problema fu livellare le piste sciistiche. Il presidente della Federazione internazionale per lo sci, Marc Hodler, preoccupato, domandò al presiedente del Comitato olimpico bosniaco, Branko Mikulic, come pensava di risolvere il problema. &lt;Ci vogliono mille persone per spianare le piste, dove le troverete a quest’ora?&gt;, chiese Holder. Secondo i testimoni Branko Mikulic rispose: &#8220;<em>Secondo lei, potrebbero bastarne cinquemila?&#8221;.</em></p>
<p>I cittadini vennero chiamati ad aiutare e risposero in migliaia, lavorando l’intera notte. Soldati dell’Jna compresi. La mattina dopo, le piste erano perfette e la città pulitissima. <em>&#8220;Fummo così entusiasti da acchiappare i fiocchi ancora prima che toccassero terra&#8221;</em>, ricorda Meho S., tassista di Sarajevo.</p>
<p>Erano momenti magici, sembrava di vivere una fiaba. Infatti, la quattordicesima edizione dei Giochi olimpici invernali di Sarajevo poté, per molti aspetti, considerarsi un miracolo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/images1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47517" alt="images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/images1.jpg" width="195" height="258" /></a>Nessuno ci credeva. Una volta, i Giochi venivano organizzati dai ricchi Paesi occidentali. La manifestazione che si tenne da noi fu di gran prestigio e costosa, una sorta di vetrina dove l’organizzatore fece vedere al mondo il meglio di sé. Proprio come accade ancora. Sarajevo, per vincere, dovette prima convincere prima gli scettici di casa. La candidatura doveva essere approvata dal Partito comunista, dal Governo della Bosnia-Erzegovina e, infine, da quello federale (SIV).</p>
<p>Le altre Repubbliche della Jugoslavia consideravano la Bosnia un “tamni vilajet” (un mondo tenebroso, retrogrado) una sorta di cugino povero che meritava simpatia e aiuto, ma non altro. Di conseguenza, la prima reazione delle altre Repubbliche fu di incredulità, ma Sarajevo ce la fece. La capitale della Bosnia dovette competere con la giapponese Sapporo e  la congiunta candidatura di due città svedesi: Falun e Göteborg.</p>
<p>Dopo aver fatto un’ultima visita a Sarajevo, Marc Hodler, riferì queste parole al Comitato olimpico: &lt;La Bosnia-Erzegovina si sta sviluppando a vista d’occhio, la gente ci vive libera e felice&gt;.</p>
<p>Prima della votazione, la giornalista inglese Pet Bedford scrisse: <em>&#8220;Se sceglierete Saporo, i  giapponesi vi organizzeranno un aereo per visitare Tokio; se opterete per Falun e Göteborg, gli svedesi vi faranno di vedere i fiordi e gli iceberg. Se, invece, la vostra scelta cadrà sulla Jugoslavia e Sarajevo, ci troverete gente amichevole, con grande cuore e montagne&#8221;.</em></p>
<p>I Giochi olimpici invernali a Sarajevo si tennero dal 8 al 19 febbraio 1984. Fu la prima Olimpiade invernale ad andare in scena in un Paese comunista. Arrivarono partecipanti da 49 Paesi, 1272 atleti (274 donne, 998 uomini) che gareggiarono in 39 discipline, seguiti da 7393 giornalisti e visti da due miliardi di telespettatori. Gli organizzatori vendettero 250mila biglietti, guadagnando 47 milioni dollari e, grazie ai Giochi, vennero assegnati 9500 nuovi posti di lavoro.</p>
<p>Per la prima volta, alle Olimpiadi invernali i disabili gareggiarono nello slalom gigante e, per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, la coppia inglese di ballerini su ghiaccio, Jayne Torvill e Christopher Dean, ricevette il punteggio più alto fra quelli disponibili.</p>
<p>I Giochi invernali di Sarajevo lanciarono una delle icone sportive più grandi degli ultimi due decenni del ventesimo secolo, la pattinatrice della Germania dell’Est – che all’epoca era un Paese indipendente &#8211; Katarina Witt, la quale conquistò una medaglia d&#8217;oro.</p>
<p>Fu un trionfo anche per la stessa Jugoslavia che vinse una medaglia nelle Olimpiadi invernali. Era la prima. Lo sciatore sloveno Jure Franko, si aggiudicò un argento nello slalom gigante, portando l’intera nazione in “trans”. Durante la premiazione, di fronte al centro sportivo-culturale “Skenderija”, decine di migliaia urlarono: <em>&#8220;Volimo Jureka, vise non bureka&#8221;</em>, amiamo più Jure che il burek, ovvero il piatto preferito nazionale.</p>
<p>&#8220;<em>Erano tempi diversi, con valori diversi</em> – racconta oggi Jure Franko. <em>In caso di vincita</em> – narra l’ex campione – <em>promisero di regalarci un videoregistratore. Fra me e me pensavo di dover fare di tutto per portarlo a casa</em>&#8220;.</p>
<p>Juan Antonio Samaranch arrivò alle Olimpiadi di Sarajevo per la prima volta in veste di presidente del Comitato internazionale olimpico (IOC). Nel suo discorso in occasione della chiusura dei Giochi, Samaranch disse: &#8220;<em>Il movimento olimpico è stato arricchito. Per la prima volta i Giochi olimpici sono stati organizzati da un popolo&#8221;</em>. Fra la città e il presidente si strinse un’amicizia che durò 20 anni, fino alla morte dello stesso Samarnch.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/16372592-urss-circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-47518" alt="16372592-urss--circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/16372592-urss-circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom-300x214.jpg" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/16372592-urss-circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/16372592-urss-circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/16372592-urss-circa-1984-francobollo-stampato-in-russia-urss-mostra-un-biathlon-con-l-39-iscrizione-e-il-nom.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nel corso della guerra &#8211; nei primi mesi del 1992 &#8211; molti edifici olimpici vennero rasi al suolo, bersagliati di proposito, come tutto ciò che documentava la storia e la vita comune dei bosniaci ed erzegovesi. Il centro sportivo “Zetra”, con la magnifica sala di ghiaccio che fece da palcoscenico ai pattinatori e alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, fu bombardata e incendiata. Rimasero integre solo le fondamenta. Il centro “Skenderia”, il Museo olimpico e gli alberghi sulle montagne vennero demoliti.</p>
<p>Già nell’aprile 1992, sul monte Jahorina, serbi armati di kalashnikov si fecero pagare con minacce il biglietto per lo ski lift. Il monte Trebevic &#8211; così vicino che la consideravamo essere un monte nel cortile di casa &#8211; una volta era più caro ai sarajevesi. Dopo il conflitto, molti non ci tornarono più. Là venne costruita pista di bob, minata durante l’assedio. Oggi è abbandonata, ci vagano coraggiosi  che raccolgono pallottole vuote da vendere agli artigiani, i quali ne fanno souvenir da vendere a loro volta ai turisti.</p>
<p>I villaggi olimpici Mojmilo e Dobrinja, vennero progettati per diventare nuovi quartieri della città. Sono due zone belle, grandi, contigue all’aeroporto, dove, dopo i Giochi, vennero distribuiti 2750 appartamenti a coloro che non ne avevano.</p>
<p>All’inizio della guerra che lacerò la Bosnia, il quartiere di Dobrinja venne bombardato e i serbi cercarono di occuparlo, ma invano. Dobrinja rimase assediata per tutto il conflitto e tagliata dal resto della città, subendo un assedio nell’assedio. Gli abitanti, gente mista di tutte le etnie e religioni, lottarono sempre e la loro è una storia di coraggio e resistenza esemplare. Oggi per Dobrinja passa la linea invisibile della Sarajevo divisa.</p>
<p>Nel 1994, a Lillehammer, in Norvegia, si tenne la diciassettesima edizione dei Giochi invernali. Samaranch abbandonò Lillehammer per raggiungere Sarajevo ed esprimerle la propria solidarietà, mostrando un coraggio e un grinta che mancarono a moltissimi politici dell’epoca.</p>
<p><em>&#8220;Con aria di sfida</em> – narra il direttore del Museo Olimpico di Sarajevo, Edo Numankadic &#8211; <em>come se non vi fosse alcun pericolo dalle colline, Samaranch stette fermo sulle rovine del centro sportivo “Zetra”, dove, 10 anni prima, dichiarò chiuse le Olimpiadi invernali. Fu un segnale che non ci avrebbero dimenticati, né abbandonati. Gli fummo molto grati</em> – chiosa Numankadic &#8211; <em>e la gente venne a salutarlo e a toccarlo con mano&#8221;</em>.</p>
<p>In quella occasione, Samaranch promise che avrebbe fatto di tutto per riportare in vita il centro olimpico. Nel 1999, la sua promessa venne mantenuta e il centro “Zetra” venne ricostruito e riaperto.</p>
<p>In questi giorni, a Sarajevo stanno preparando i celebrativi per il trentennale dell’Olimpiade invernale del 1984. I festeggiamenti si organizzano anche nel mondo, dove, dopo la guerra, si sparse circa un milione di bosniaci. A Melbourne, in Australia, gli organizzatori invitano i connazionali a rivivere i giochi invernali, per stare insieme e accendere, per un attimo, la fiamma dentro di essi.<strong></strong></p>
<p>A Sarajevo, 20 anni dopo, i simboli dell’Olimpiade sono ancora vivi. La mascotte Vucko, Lupetto, oggi è il souvenir più venduto ai turisti e la sua immagine, ormai scolorita, si vede ancora sulle facciate di alcuni edifici. I segnali stradali indicano “la montagna olimpica”, la gente ne parla volentieri e con il sospiro, rievocando i tempi in cui eravamo felici e uniti.</p>
<p>Adesso, però, sul monte Jahorina sciano i serbi, mentre sul Bjelasnica i bosniaci.</p>
<p><em>&#8220;Nel corso della guerra, appostati sulle colline, i serbi decidevano della nostra vita e della nostra morte: non riesco più a guardarne una senza pensare al conflitto&#8221;</em>, commenta la signora Suada K., esprimendo un sentimento diffusissimo.</p>
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		<title>Post Jugoslavia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Aug 2013 16:46:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Be0yJQCGkKGrHqEH-CkEquVK52J+BKrpt5C3VQ_12.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46137 aligncenter" alt="!B,e0yJQCGk~$(KGrHqEH-CkEquVK52J+BKrpt5C3VQ~~_12" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Be0yJQCGkKGrHqEH-CkEquVK52J+BKrpt5C3VQ_12.jpg" width="500" height="327" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Be0yJQCGkKGrHqEH-CkEquVK52J+BKrpt5C3VQ_12.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Be0yJQCGkKGrHqEH-CkEquVK52J+BKrpt5C3VQ_12-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><strong>Ping-Pong</strong><br />
di <strong>Azra Nuhefendić</strong></p>
<p>Mancava un quaderno, una bambola, di quelle all’antica, di cartapesta che, se si lavano (come ho fatto io), si sciolgono come zucchero nell’acqua. Erano spariti i dolci fatti in casa e messi su un’alzatina in vetro. La porta della casa non era forzata. Fu stabilito che il ladro bisognava cercarlo nel vicinato. Infatti, mi hanno scoperto subito: giocavo con la bambola rubata, e poi quel giorno non avevo pranzato, sazia dei dolci che avevo divorato.<br />
Avevo nove, forse dieci anni, quando tentai la professione di ladra. Era una giornata di noia mortale e, tornata da scuola, mi sono sporta fuori dal nostro balcone e ho scavalcato quello dei vicini che abitavano sullo stesso pianerottolo.<br />
La casa dei vicini la conoscevo bene perché, una volta, tra vicini c’era molta familiarità, era un continuo entrare gli uni a casa degli altri per qualche favore: prendere in prestito un po’ di sale o due uova che ci mancavano&#8230; Nell’appartamento, identico al nostro e, a mio avviso, meglio arredato, giravo, toccavo e guardavo gli oggetti a me noti. A un certo punto ho sentito il campanello alla nostra porta, sono tornata indietro aggrappandomi alla ringhiera esterna dei due terrazzini, ho aperto la porta a Naida, la mia sorella maggiore che tornava da scuola e, non so come, l’ho convinta ad accompagnarmi in quell’avventura. Abbiamo scavalcato insieme il terrazzino e ci siamo messe a gironzolare nell’appartamento dei vicini. Poi siamo tornate a casa nostra, come se niente fosse.</p>
<p>La via che ho percorso per ben quattro volte, era al terzo piano, a un’altezza di circa 15 metri. Non mi ricordo di aver avuto paura, o terrore – cosa che, probabilmente, provarono i nostri genitori una volta saputo cosa avevamo combinato. Dalla pena capitale (presumo impiccagione, o almeno cento frustate sulle piante dei piedi) io e mia sorella Naida ci siamo salvate grazie alla vicina, una maestra, che supplicò nostro padre di non essere severo con noi.  Finì che per una settimana ci fu proibito di giocare fuori, e per tre giorni consecutivi dovevamo stare in ginocchio, per mezz’ora, su dei chicchi di mais.<br />
A distanza di anni dall’evento, quando ci penso, il più grande mistero per me non è di come facessi a essere così spericolata passando da un terrazzino all’altro a un’altezza di 15 metri &#8211; ma come fossi riuscita io, più piccola, a convincere mia sorella Naida a seguirmi in quella disavventura. Non tanto perché lei era più grande di me, ma per il suo carattere – lei è sempre stata una persona tranquilla, riflessiva, equilibrata, molto sensibile verso gli altri, pacifica e, complessivamente, aveva qualcosa in sé di aristocratico. Infatti, quella &#8211; che io sappia &#8211; è stata l’unica macchia legata al suo nome, che per anni è stato poi associato a quello di campionessa.</p>
<p>Alcune direttive del partito comunista, quelle non strettamente politiche, erano realizzate dalla SSRN -l’Alleanza socialista del popolo lavoratore (Socijalistički Savez Radnog Naroda). Secondo la definizione ufficiale la SSRN comprendeva vari interessi del popolo: politici, culturali, sportivi, religiosi etc. ma, in effetti, doveva sostituire il multipartitismo. Era una sorta di palcoscenico, dove si poteva discutere, ottenere l’ascolto e magari l’appoggio alle proprie idee.<br />
All’inizio degli anni sessanta la direttiva era di sviluppare lo sport e coinvolgere più giovani possibili. Il tennis era considerato uno sport per borghesi e, come tale, scartato.  Invece il tennis da tavolo (oppure ping-pong, che è il nome onomatopeico), andava bene. È uno sport per il quale non occorrono tanti soldi il che, forse, all’epoca, era stata la cosa decisiva. Però il tennis da tavolo richiede il massimo livello di abilità e concentrazione fisica e mentale, pazienza, nervi saldi, tenacia. Tutto quello che mia sorella Naida possedeva. Aveva dodici anni quando ha iniziato a giocare al tennis da tavolo. Discreta com’era, ci siamo accorti che era brava solo dopo che aveva vinto i vari campionati, e dopo che erano apparsi i primi articoli nei quotidiani sui suoi successi.</p>
<p>Per il tennis da tavolo la SSRN aveva messo a disposizione dei giovani una sala in una baracca. L’unica cosa che la faceva idonea per lo sport era la sua ampiezza. La sala era al pianoterra, senza riscaldamento, né bagni per lavarsi dopo aver sudato, due tavoli da tennis nel mezzo, e alcune sedie lungo la parete. All’inizio  giocavano solo i maschi perché le ragazze non erano interessate. Il che non andava bene, secondo la politica ufficiale. Perciò, la direttiva fu modificata, e l’allenatore Asim Sakić, detto Aco, andò nella scuola locale “Boriša Kovačević” a cercare ragazze sportive. Delle quindici scelte se ne erano distinte due: Naida Nuhefendic e Slobodanka Kokotovic. Ben presto, riuscirono a vincere tutti i campionati della BiH e, per un decennio, furono tra le migliori giocatrici nazionali del tennis da tavolo.</p>
<p>Le due campionesse erano anche carine, avevano la stessa età, portavano i capelli corti tagliati allo stesso modo, sembravano gemelle. Le lunghe gambe uscivano da una gonnellina corta, come un’abatjour. Quando si chinavano per raccogliere la pallina di celluloide lo facevano con tale grazia che i tifosi le applaudivano come quando segnavano un punto. La loro femminilità era in netto contrasto con l’abilità e la forza che mostravano da giocatrici. Ancora oggi mi echeggia nelle orecchie il suono del ritmo delle partite. Prima un suono regolare, piiiiing &#8211; poooong, piiiing &#8211; poooong, poi la cadenza accelerava per trasformarsi in una raffica di mosse e, infine, uno secco e decisivo: PONG.</p>
<p>Le due ragazze avevano contribuito alla popolarità del tennis da tavolo, in breve tempo era aumentato il numero dei giocatori e dei tifosi. Grazie alle due campionesse il nome del piccolo club “Grbavica”, che prima nessuno conosceva, fu lanciato nella classifica della Repubblica. Dopo i successi, la SSRN decise di finanziare il club. I soldi erano pochi, ma bastavano per pagare le trasferte e l’albergo.<br />
La disciplina e la tenacia sono indispensabili per l’affermazione in qualsiasi ambito. Naida e Slobodanka le avevano. Forse queste due qualità, più del talento, furono decisive per il loro successo. Si alzavano prestissimo, tra le quattro e le cinque di mattina per allenarsi, si esercitavano anche nel pomeriggio, talvolta fino a sera tardi, e nel fine settimana viaggiavano per partecipare ai campionati. Dopo una serie di vittorie, si era deciso di premiare le due campionesse. Gli avevano comprato due tute, il massimo all’epoca.</p>
<p>A quel punto però le due campionesse non si presentarono più ai consueti allenamenti. Passò un giorno, due, tre… L’allenatore Aco andò a cercarle. Le due ragazze, così tenaci e disciplinate, avevano smesso di allenarsi, per una sciocchezza. La tuta avuta in regalo era così bella che volevano indossarla anche fuori dall’allenamento, per passeggiare in città, apportando però alcune modifiche. I pantaloni della tuta li avevano aggiustati, secondo la moda dell’epoca, facendoli stretti-stretti. Andavano bene per il viale, ma non per lo sport. Dopo aver fatto quell’esperienza nella moda, Slobodanka e Naida ebbero paura di mostrarsi dinanzi all’allenatore, e la cosa migliore era… sparire.<br />
Una volta, almeno da noi, lo sport si faceva per passione ed entusiasmo, era gratis, nessuno guadagnava nel giocare o nell’allenare. Chi era bravo nello sport godeva la stima della società. L’ideale dei giovani era il grande campione, non il grande fratello.</p>
<p>Mi ricordo che lungo il corso, dove ogni sera si radunavano i giovani di Sarajevo, a camminare avanti e indietro, per ore, i ragazzacci locali, che prendevano in giro tutti, spesso con un gesto o una parola mettevano in imbarazzo le ragazze, tiravano loro i capelli, mostravano i muscoli ai maschi. Però delle campionesse avevano riguardo, Naida e Slobodanka erano ammirate. Un certo Dževdo, un impulsivo, incontrollabile, ci faceva paura, era un provocatore e nei suoi dispetti non risparmiava nessuno, tranne le due campionesse. Capitava che Dževdo, ostentatamente, per strada fermasse tutti per farle passare.</p>
<p>Della fama di mia sorella, campionessa di tennis da tavolo, speravo di usufruire quando mi trasferii a Belgrado. Erano passati venti anni da quando lei giocava e vinceva, perfino il direttore della Radio e televisione di Belgrado, Nikola M., se la ricordava e mi aveva chiesto se ero parente di Naida. Sììì, dissi entusiasta sperando in un trattamento speciale.<br />
Negli anni sessanta in Jugoslavia il tennis da tavolo era molto popolare. Circa ventimila persone lo praticavano. Per un paese piccolo come la Jugoslavia era molto, ma non era niente in confronto alla Repubblica Popolare Cinese, dove il numero dei giocatori si contava a milioni. La Cina, a metà del secolo scorso era la potenza mondiale del tennis da tavolo, e lo è ancora oggi. Ma una volta gli jugoslavi le stavano alla pari. Negli anni sessanta la squadra nazionale della Jugoslavia aveva messo in difficoltà i cinesi. Nei campionati le partite decisive si giocavano tra i giocatori cinesi e jugoslavi. Ancora oggi sappiamo a memoria i nomi dei nostri campioni di una volta: Dafinić, Palatinus, Stipančić, Gafić, Surbek.<br />
La bravura dei nostri giocatori di ping-pong ci aveva portato un riconoscimento importante. Esattamente quarant’anni fa, nel 1973, Sarajevo aveva ospitato il campionato mondiale del tennis da tavolo (STENS). Fu la prima grande manifestazione svoltasi da noi. Il centro culturale sportivo “Skenderia”, appena costruito nel centro della città, era l’arena dove si sfidavano i più grandi.</p>
<p>All’epoca il mondo era, ideologicamente, diviso in due. Succedeva che nelle grandi manifestazioni sportive e culturali qualcuno rifiutasse di partecipare perché non voleva stare insieme agli avversari politici o ideologici. Invece, nei mondiali del tennis da tavolo, a Sarajevo, i giocatori venivano da tutte le parti del mondo polarizzato. Il che era un riconoscimento non solo per i nostri sportivi, ma affermava anche la posizione della Jugoslavia “tra i mondi”.<br />
Durante il campionato, da studentessa, per guadagnare un po’, facevo la giudice. Fu allora che per la prima volta potei usufruire della mia conoscenza della lingua russa per parlare con un americano. La studiavo da dodici anni e mi sembrava di imparare qualcosa che non serviva a niente. Quelli che studiavano inglese, francese o tedesco avevano molte occasioni per impratichirsi, noi con la lingua russa, mai, o quasi. L’americano era figlio di ebrei emigrati dalla Russia in America. Anche lui era contento di poter parlare nella sua madrelingua.</p>
<p>Il campionato mondiale da tennis da tavolo fu la prova generale per il successivo grande evento sportivo che ospitò Sarajevo: le Olimpiadi invernali del 1984.<br />
Poi sono arrivati quelli che allo sport preferivano i giochi di guerra. Nelle montagne olimpiche intorno a Sarajevo sono comparsi, nel 1992, dei vigliacchi, i nazionalisti, armati fino ai denti. Un gruppo di questi si era piazzato alla partenza dello skilift a Jahorina e, con i kalashnikov in mano, incassavano i soldi da chi non aveva capito in tempo che la guerra era cominciata.<br />
Contrariamente al principio del fondatore dei moderni giochi olimpici, Pierre de Coubertin, che dichiarava “l&#8217;importante non è vincere, ma partecipare”, quelli là contavano proprio di vincere. E per farlo hanno impegnato la quarta potenza militare d’Europa, l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) contro la società civile. In cinque anni hanno distrutto tutto quello che la popolazione jugoslava, di venti milioni, aveva costruito in mezzo secolo.</p>
<p>pubblicato su <a href="http://www.balcanicaucaso.org/">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
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		<title>Note book: Sarajevo la cosmopolita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2013 09:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Greble]]></category>
		<category><![CDATA[Sarajevo la cosmopolita]]></category>
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					<description><![CDATA[Non è facile essere Sarajevo di Azra Nuhefendic nota sul libro Sarajevo la cosmopolita. Musulmani, ebrei e cristiani nell’Europa di Hitler, di Emily Greble Non è facile essere Sarajevo: adorata, odiata, lodata, trascinata nel fango, innalzata a simbolo, definita la culla del male, bruciata venti volte, rinata, dannata e desiderata, invidiata, disertata. C’è chi le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/3530387.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/3530387.jpg" alt="sarajevo" width="141" height="220" class="alignleft size-full wp-image-45596" /></a><br />
<strong>Non è facile essere Sarajevo</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong> </p>
<p><em>nota sul libro</em><br />
<a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807111167/Sarajevo_la_cosmopolita/Greble_Emily.html">Sarajevo la cosmopolita.</a> <em>Musulmani, ebrei e cristiani nell’Europa di Hitler</em>, di <strong>Emily Greble </strong></p>
<p>Non è facile essere Sarajevo: adorata, odiata, lodata, trascinata nel fango, innalzata a simbolo, definita la culla del male, bruciata venti volte, rinata, dannata e desiderata, invidiata, disertata. C’è chi le resta fedele rischiando la morte, chi scappa a ogni costo, chi ci torna per vivere, chi invece solo per morire. Tutto questo in 500 anni. Se è vero che “i Balcani soffrono di troppa storia” come ha detto W. Churchill, Sarajevo ne è la prova.<br />
Molti si concedono il diritto di giudicarla, anche senza averci mai messo piede. Di Sarajevo ci parlano con familiarità persone che non l’hanno mai visitata o che ci sono state solo una volta, proprio come si fa con un personaggio pubblico, o un luogo famoso. Per descriverla spesso usano stereotipi, cadono nei soliti pregiudizi: “la Gerusalemme europea”, “il luogo d’incontro tra oriente e occidente”, “il simbolo della multietnicità e multiculturalità”, “la città martire”, “la culla del terrorismo”, “la Teheran europea”. </p>
<p>Tutte esagerazioni. L’unica cosa certa su Sarajevo è che non ci lascia indifferenti. Basta menzionare il suo nome per suscitare emozioni. Quando mi chiedono com’è, dico: Sarajevo non è bella come Roma, Parigi, San Pietroburgo o Praga. Il fascino di Sarajevo sta nella sua essenza, il che è qualcosa d’inafferrabile.<br />
Ovviamente non sempre e non tutto quello che riguarda Sarajevo è etereo. I fatti storici, ad esempio, che talvolta confermano le emozioni, e talvolta documentano in modo inesatto la gloriosa visione della città. A occuparsi di questa città che “ha avuto il paradossale destino di essere insieme un simbolo della violenza politica e un modello europeo di cosmopolitismo e pacifica convivenza”, è il libro <em>“Sarajevo la cosmopolita. Musulmani, ebrei e cristiani nell’Europa di Hitler” </em>(Feltrinelli editore, collana Storie, 2012). </p>
<p>La storica americana Emily Greble ha frugato sette archivi di tre paesi, ha setacciato la corrispondenza delle massime autorità di Sarajevo, dai tribunali di Stato, la polizia segreta, gli eserciti e la resistenza, e ha esaminato i giornali d’epoca prima di produrre un libro prezioso per gli studiosi e molto interessante per i curiosi.<br />
Con il suo lavoro la Greble conferma certe teorie che riguardano la città, abbatte alcuni stereotipi, chiarisce i fatti mal interpretati, svela episodi finora sconosciuti, smaschera alcune leggende metropolitane. In breve, nel libro ci sono pagine sia per chi ama Sarajevo, sia per chi l’ama un po’ meno. Ma non perché l’autrice faccia sconti (piaceri) ai suoi (come purtroppo gran parte degli storici e degli scrittori della BiH di oggi che parteggiano per uno dei loro gruppi nazionali o religiosi) ma proprio perché è super partes e, nello scrivere il saggio, la Greble segue il criterio supremo della verità.<br />
La Greble parte dall’affermazione che durante la seconda guerra mondiale, nell’Europa di Hitler, dove il mondo multiculturale si era frantumato e ridotto in polvere, la capitale bosniaca rimase realmente cosmopolita. Negli anni novanta, mentre la Repubblica Federale Jugoslavia si disgregava, <em>“Sarajevo guadagnava la reputazione di unico luogo di tolleranza, molteplicità e pace… Infatti Sarajevo diviene il simbolo di tutto ciò che in Jugoslavia funzionava, un emblema del multiculturalismo, nella sua accezione più positiva”. </em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/kone.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/kone-300x209.jpg" alt="kone" width="300" height="209" class="alignleft size-medium wp-image-45597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/kone-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/kone-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/kone.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Secondo l’autrice l’idillico multiculturalismo di Sarajevo è sopravvissuto alle catastrofi che hanno sopraffatto l’Europa, aggrappandosi a due aspetti della cultura tradizionale della città: un sistema d’identità confessionale, che si preservava nella sfera privata, e una solidarietà locale radicata nel pluralismo politico e nella diversità culturale. Sarajevo aveva norme etiche, culturali e politiche distinte che inducevano le persone a un certo comportamento. Per essere sarajlija, cioè sarajevese, bisognava compiere atti concreti e osservare alcuni codici etici propri della città: la convivenza (zajednički život) e il buon vicinato (komšiluk).</p>
<p>Sarajevo sì, era cosmopolita ma questo non vuol dire che fosse vaccinata contro il nazionalismo. Era possibile essere al contempo un fervente nazionalista e un fervente sostenitore dell’identità di Sarajevo.<br />
Durante la seconda guerra mondiale Sarajevo, come tutta la BiH, fu incorporata nello Stato Indipendente di Croazia (Nezavisna Država Hrvatska, NDH), notoriamente uno degli stati satelliti nazisti più brutali. Questo Stato Indipendente era retto dal regime ultranazionalista degli ustascia di Zagabria. Nel mirino del regime ustascia c’erano gli “stranieri” cioè gli ebrei, i serbi, i montenegrini, i russi e gli zingari. </p>
<p>A Sarajevo prima della guerra c’era una comunità ebraica di circa diecimila persone. Quasi tutte sono finite nei campi di concentramento. Talvolta il comportamento dei sarajevesi fu contradditorio e poco comprensibile per qualcuno da fuori. Ad esempio nel 1941 un’organizzazione musulmana diceva che “gli ebrei andavano fermati una volta per tutte” ma, allo stesso tempo, la comunità musulmana si rifiutava di boicottare i negozi ebraici. I capi musulmani e cattolici di Sarajevo sabotavano le azioni delle autorità ustascia che internavano gli ebrei, e cercavano attivamente di proteggerli attraverso la conversione. La pratica di nascondere ebrei in casa era diventata così comune che, all’inizio del novembre 1941, le autorità ustascia accusarono l’intera cittadinanza di ostacolarne le deportazioni.<br />
Quando il regime cercò di eliminare la popolazione serba di Sarajevo, la capitale bosniaca lo mise sotto pressione, a volte disobbedendo apertamente alle direttive statali. Nel maggio 1941 i capi della comunità cattolica e musulmana chiesero al regime che i serbi “domaći” cioè di Sarajevo, fossero risparmiati dalle persecuzioni. La città si oppose anche al decreto del regime ustascia che dichiarava che i rom “non erano ariani” e che per questo dovevano essere spazzati via dalla società. Le autorità di Sarajevo consideravano i rom una parte della società ben radicata nel tessuto cittadino e protestarono contro le loro deportazioni. </p>
<p>Tuttavia, per ogni cittadino che aiutava i serbi, gli ebrei, o i rom, ce n’era un altro che approfittava della situazione. Alcuni leader religiosi rimproveravano i sarajlije per quel comportamento.<br />
Sarajevo fu meno accogliente per decine di migliaia di profughi (secondo alcune stime circa ottantamila) scappati dai pogrom che i cetnici, i nazionalisti serbi, avevano intrapreso contro i musulmani (dunque, quello che è accaduto negli anni novanta, nelle stesse zone orientali della Bosnia, lungo il fiume Drina, è soltanto un déjà-vu degli anni quaranta, cioè il genocidio di Srebrenica sarebbe il lavoro non compiuto negli anni quaranta?). Le autorità cittadine vedevano i profughi come intrusi (e la stessa cosa capita oggi, ne è esempio una donna musulmana, violentata e cacciata via dalla sua casa durante l’ultima guerra, che, malgrado il suo destino, a Sarajevo è vista come una  “venuta da fuori”!).<br />
I sarajlije non amavano i profughi, giunti in città 70 anni fa, li rimproveravano di sporcare la città, temevano che potessero cambiare l’anima di Sarajevo (anche adesso, dopo l’ultima guerra si fanno gli stessi dibatti, emergono gli identici timori). </p>
<p>Il saggio della Greble cerca di spiegare i motivi che portarono i musulmani della BiH e di Sarajevo ad accogliere e a collaborare con il regime nazionalista ustascia e i nazisti tedeschi, e alla loro adesione alla divisione Handzar. L’autrice suggerisce un nuovo contesto per capire meglio questi fatti. A partire dal 1918 nel Regno di Jugoslavia, i musulmani bosniaci si vedevano usurpati in continuazione dell’autonomia religiosa, i proprietari terrieri venivano privati dei loro possedimenti, e la terra distribuita più spesso ai serbi venuti dalla Serbia (i veterani dal fronte di Salonicco), alcune  moschee furono abbattute o trasformate in magazzini. Il peggior oltraggio fu quando il regime trasferì la sede del capo della comunità musulmana da Sarajevo a Belgrado. Per questi e simili motivi i musulmani bosniaci speravano che, con il regime ustascia e il “nuovo ordine”, la loro posizione migliorasse. Ma fu una vana speranza, e durò poco. Nel 1943 i cetnici accelerarono la loro campagna di eliminazione dei musulmani, mentre le milizie ustascia cominciarono a uccidere i musulmani con la stessa frequenza con cui uccidevano i serbi. L’unico gruppo che non uccideva i musulmani, o almeno non in modo indiscriminato, erano le forze dell’occupazione nazista.<br />
http://youtu.be/oPHJSs1nm50<br />
Il libro “smonta” una popolare leggenda urbana su Sarajevo come centro eroico della resistenza contro i nazisti cui contribuì uno dei film più famosi della Jugoslavia “Valter difende Sarajevo”.<br />
In realtà pochi cittadini di Sarajevo si unirono alla resistenza. I sarajlije non vedevano grandi differenze tra i partigiani e gli ustascia. Ritenevano che entrambi fossero dei movimenti violenti, rozzi, cui aderivano soprattutto contadini.<br />
Valter, l’inafferrabile capo della resistenza, era esistito realmente ed era il nome in codice di Vladimir Perić. Nell’ultima scena del film una spia nazista indica la città da un belvedere e, rivolgendosi a un ufficiale tedesco, pronuncia la celebre frase: “Vede questa città? Das ist Valter”. Sia Sarajevo sia Valter si erano rivelati imprendibili.<br />
I sarajlie non si erano meritati questa fama durante la seconda guerra mondiale, ma se la sono guadagnata con il sangue, durante i quasi quattro anni di assedio, dal 1992 a 1995.</p>
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