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	<title>Bari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fuori dalla Storia: adolescenza e spazio liberato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 05:22:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di Bari dove è cresciuto, ci siamo confrontati sul rapporto con gli adolescenti, sugli spazi liberati, difesi e a volte perduti, sul bisogno vitale di credere che quegli spazi siano riabitati, in modi a noi sconosciuti e sorprendenti dai più giovani. Gli ho chiesto di scrivere la sua storia per Nazione Indiana &#8211; cominciamo da qui, dal mettere in comune le esperienze e le speranze (f.m.).</em></p>
<p><strong>di Antonio Sofia</strong></p>
<p>Sono tornato all’oratorio dopo diversi anni, l’avevo lasciato alla fine della scuola. Il portone grigio di via Zuccaro è sempre semichiuso. Una catena permette il passaggio di un ragazzo alla volta. Capita che i più piccoli si contendano l’ingresso e finiscano per passare insieme, spalla a spalla. A questo prodigio segue una risata beffarda per aver violato la norma o la fisica, non lo so.</p>
<p>Non solo il portone è grigio, so che il grigio è ovunque: si stende per tutta la superficie dell’appendice parrocchiale, interrotto solo dai tracciati dei campi di calcetto, di pallavolo, di basket, dalle grate per lo scarico dell’acqua piovana. Superato il portone, c’è spazio per tutti e tutti insieme, quando ero ragazzo io, nei primi anni ‘90, eravamo più di cinquecento. Era stata l’intuizione di padre Mimmo, un prete assai basso e dalla chioma orgogliosamente corvina: tutto quello spazio poteva essere riempito, proprio perché non c’era spazio altrove. Bari era in continua espansione, i traffici nella buona e nella mala vita prosperavano, anche in virtù dell’improvvisa contrazione del Mediterraneo; un groppo in gola, una crisi di panico era stata l’urgenza albanese rivelatasi poi un affare per la Puglia, in mostra al mondo attraverso le immagini di un esodo drammatico, primi singhiozzi della globalizzazione di lì a poco a venire.</p>
<p>Nonostante la città crescesse e arrivasse a inglobare le frazioni vicine come fa la muffa ostinata su un solaio mal progettato, per bambini e ragazzi c’erano solo le strade, quelle sempre meno larghe. Le automobili erano un colesterolo di tracotanza e vanità, destinato a sedimentarsi nella rappresentazione di un corpo privato sempre più invadente lo spazio pubblico, eppure precarie, esposte allo sfregio ultrapop di un furto o all’aggressione tragica del fuoco minatorio. I bambini si annidavano sui cofani cercando quelli con gli allarmi meno sensibili. Stavano a guardare i ragazzi più grandi sciamare dietro un pallone di cuoio da poche lire, schierati in squadre variabili, composte intorno a pochi leader immediatamente riconoscibili per il tocco di palla o per la pettinatura aggressiva. I bambini aspettavano di esser convocati per fare numero, mentre le bambine giocavano per i fatti loro, impegnate in filastrocche infinite o in salti tra la terra e la luna; le ragazze più grandi si vedevano meno, comparivano incollate l’una all’altra come addobbi di una festa. Al loro passaggio la partita di calcio reagiva, come se di colpo tutto avvenisse su un piano privato d’equilibrio: allora occorreva un grande sforzo perché il pallone non scivolasse via, in una buca oppure oltre i bordi, verso l’ignoto.</p>
<p>Il prete aveva aperto l’oratorio, laddove la parrocchia affittava campi e campetti, l’aveva aperto ed eravamo arrivati da ogni parte, persino dalla provincia: tutti insieme, più di cinquecento, passavamo uno a uno da quel portone grigio di via Zuccaro, con un tesserino che costava cinquemila lire e serviva a contarci, a sapere da dove venivamo e a pagare le poche attrezzature. In questo oratorio avevamo un’altra città, dove si poteva fare tanto, molto di più di qualsiasi altrove mai visto prima, non perché ci fossero percorsi o attività, non per i campetti quasi rettangolari. Era quel grigio: quanto era bello, così vasto, così meravigliosamente vuoto!</p>
<p>Non ho dovuto aspettare molto davanti al fatidico portone.</p>
<p>Sono tornato all’oratorio poco più che ventenne, con un lavoro, anzi due, forse tre lavori temporanei che mi han permesso di andare via di casa e prendere una stanza non lontano da via Zuccaro. In questi anni ho studiato, viaggiato, mi sono innamorato, ho convissuto a Roma che da piccolo sembrava Marte e sono stato felice nello spazio, poi atterrato deluso e ferito, per questo sono tornato. Non ci sono più cinquecento ragazzi e ragazze, neanche cento, neanche cinquanta, spersi nel grigio saranno stati una ventina quasi tutti maschi, sparsi nel grigio a lambire i perimetri di gioco e a calciare pigne. Il portone l’ha aperto un prete che non conosco, si chiama Vincent e viene dalla Nigeria. Non c’è più il tesserino.</p>
<p>Facciamo due chiacchiere, gli dico chi sono e chi sono stato in quell’oratorio. Mi spiega dei problemi che ha con la parrocchia, che preferirebbe affittare i campi, mi dice che i ragazzi non sono tanti perché forse escono meno o hanno corsi e allenamenti, ma non ne è certo; in ogni caso per quelli che ci sono lui da solo riesce comunque a far poco. Non mi concedo tempo di esitare, gli prometto che, se lasciamo perdere discorsi su una mia improbabile conversione, gli darò una mano.</p>
<p>Ho mantenuto la parola. Per un anno e mezzo tutti i pomeriggi son stato presente dall’apertura del portone delle 15, alla chiusura per la cena; i miei lavori da cococo schiacciavano ogni progettazione del futuro e io mi rifacevo limitando il loro peso nel presente allo stretto necessario.</p>
<p>Aveva ragione Vincent: sembravano pochi quei venti ragazzi, ma non lo erano stati per lui, non lo sono per me. Non ho preso chissà quale iniziativa, hanno età diversissime, dai dieci ai sedici anni, come per la strada è il pallone che li fa stare insieme per tante ore. E riconosco le dinamiche di un tempo, tutti in fila spalle al muro, per fare le squadre: a dir il vero non tutti, c’è differenza tra chi sceglie e chi spera di essere scelto. Chi sceglie è il più bravo e si è guadagnato il diritto di stare faccia al muro, sono i capitani che scandiscono nomi a turno. Così nelle ultime battute si rivela chi nessuno vorrebbe in squadra, troppo scarso persino per quel palcoscenico, ma che, per una regola non scritta, potrà giocare come gli altri se garantirà l’impegno di limitare i danni e la pazienza di incassare insulti.</p>
<p>Li ho osservati e ho capito che, nonostante la turnazione, la composizione delle squadre si presta a derive subdole e accade quasi sempre che i migliori siano nella stessa compagine. Ho deciso di intervenire e capovolgere il meccanismo. Ho dato la scelta a quelli meno dotati tecnicamente, il muro dietro la schiena è toccato ai migliori. Poi ho iniziato ad arbitrare le partite stando sempre in mezzo al loro.</p>
<p>Possono giocare a calcio per ore e ore e non lo faranno mai senza impegno. Contestano, si arrabbiano, dal grigio emergono con le braccia alzate per chiedere un passaggio, urlano per un fallo e si promettono botte, anche se in palio non c’è nulla. Sono sorpreso da questa determinazione. Da quando vigilo sulla composizione delle squadre le partite sono più incerte negli esiti; io li mescolo in continuazione sperando invano di limitare un agonismo che sconfina in rabbia al primo urto. Ma c’è dell’altro. Per quanto se ne dicano e se ne diano in campo, per quanto si infurino contro di me, al termine dei giochi tutto finisce. Dopo i primi conflitti con alcuni di loro, per un rigore non fischiato o per una espulsione non compresa, io ci stavo male: li cercavo per controllare che nulla si fosse compromesso, logorato da quest’ansia sin da piccino, quando le buscavo dai miei e temevo di essere il peggior essere umano di tutti i tempi. Scopro che a loro non gliene importa nulla, che hanno già altro per la testa; anche se poco prima avevano i goccioloni agli occhi e minacciavano vendetta, terminato il gioco io scompaio, le loro liti si spengono, non importa neanche più chi ha vinto. Per certi versi è frustrante, per altri penso che stiamo facendo qualcosa di sano insieme. In questo spazio così privo di caratteristica, in questo enorme cortile senza colori, noi passiamo un tempo tra parentesi, siamo fuori dalla Storia. E con questa premessa si può anche immaginare di non giocare solo al calcio.</p>
<p>Possiamo provare a raccontarci delle cose; mi chiedono e gli chiedo di raccontare ciò che avviene all’esterno del portone grigio, rispondo e mi rispondono, ma siamo d’accordo sempre sull’eccezionalità del nostro vivere senza scopo, niente lezioni, niente da imparare, solo racconti. Difficile che qualcuno desideri fare male nel gruppo o ostacolare gli altri, persino la competizione sfuma, settimana dopo settimana: quella strabiliante intenzione alla contesa dei primi giorni, feroce pur senza premi da ottenere e priva di conseguenze fuori dal gioco, ha lasciato spazio a un’ambizione nuova, quella di far ridere. Ci provano tutti con coraggio: dicendo e mimando oscenità, reinterpretando peripezie scolastiche o successi musicali del momento; o solo ridendo, perché ridere fa ridere. C’è servito tempo, un tempo tra parentesi che tornava giorno dopo giorno, per iniziare un’altra Storia, questa tutta nostra.<br />
Dalla scoperta di un tempo senza fini, né investimenti, siamo finiti un anno dopo a scrivere, a disegnare scenografie, a provare uno spettacolo per farlo bene anche se, per non contraddirci, avevamo a stento definito una struttura. Piuttosto vi si trovava una coerenza: ognuno di loro era impegnato a far ridere il pubblico oppure, più spesso, a ridere di se stesso. E l’allegria, ho pensato, si è presa una grossa rivincita sulla felicità.</p>
<p>Qualche settimana dopo lo spettacolo ho deciso di partire. Prima di salutarci siamo andati insieme al mare. Durante quel fine settimana ho assistito con loro a una messa, credo sia stata l’unica da allora. Li ho osservati nella piccola cappella mentre Vincent celebrava e mi sono chiesto cosa significasse per loro quel rito: un insieme di battute che stonavano nelle loro voci, le richieste di pietà e perdono a dio, la coscienza del bene e del male, l’astrazione necessaria a dichiararsi fratelli uniti da un sacrificio, l’amore universale e intangibile del miracolo. Come poteva appartenerci quel lessico e quella forma? Stavano tra i banchi e, per rispetto al prete e per abitudine, facevano quello per cui erano lì. Eppure credo di aver potuto apprezzare un ulteriore aspetto del nostro tempo tra parentesi: in quella liturgia, così come nelle brevi preghiere che Vincent faceva coi ragazzi prima di iniziare il pomeriggio insieme, avveniva di emettere tutti lo stesso suono nello stesso momento. Era stata quella l’accordatura, il legame tra i suoni prima della melodia, il coro come una sorgente. Le parole non erano importanti, quelle scelta da ciascuno sarebbero venute dopo.</p>
<p>Le mie giungono adesso, ho quarant’anni e sono padre. Quel tempo tra parentesi penso sia stata una grande scoperta, ma non potevamo far altro che viverlo e poi lasciarlo andare. Ne scrivo, incerto sulla verità di quanto mi dicono i ricordi, ma va bene così.</p>
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		<title>La mia vita da sbandata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 11:59:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonella Lattanzi</strong></p>
<figure id="attachment_44063" aria-describedby="caption-attachment-44063" style="width: 536px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/11/la-mia-vita-da-sbandata/the-sick-child-lithograph-munch-1896/" rel="attachment wp-att-44063"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44063" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/The-Sick-Child-lithograph-Munch-1896.jpg" alt="" width="536" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/The-Sick-Child-lithograph-Munch-1896.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/The-Sick-Child-lithograph-Munch-1896-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/The-Sick-Child-lithograph-Munch-1896-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44063" class="wp-caption-text">The Sick Child, Edvard Munch, 1896, litografia</figcaption></figure>
<p>«M’incastro, io m’incastro troppo con la testa. E poi mi chiedo dove sta l’amore. Mi ritrovo che perdo la testa, sempre, per persone complicate. Fanno la vita che faccio io, quindi sono instabili come me. Oppure è il contrario, facciamo questa vita <em>perché</em> siamo instabili? Io non lo so». È un sabato sera di settembre, Elisa è molto bella, ha 26 anni e un corpo minuto, sembra la Natalie Portman di <em>Léon</em> che usa come <em>profile picture</em><em> </em>su Facebook. Sedute a un tavolino Peroni davanti a Rosi, baretto nel cuore del Pigneto, Roma, Italia, mi guarda con desolata dolcezza. Ma non c’entra con quanto mi sta raccontando, è la sua espressione naturale. Capelli cortissimi tranne un ciuffo che lambisce gli occhi, tre piercing neri — setto nasale, labbra, lingua —, maglia celeste, shorts di jeans su collant neri tagliati, anfibi, chiodo in cui si abbraccia perché inizia a far freddo, se volessi catalogarla la chiamerei punkabbestia.</p>
<p>«Ma ci soffro il triplo, perché sto sempre in bilico, e continuo a chiedermi dove sta l’amore. Dove, sta, l’amore. Però quando sei completamente smarrito su qualsiasi valore come mi sento io, ti trovi in situazioni che nemmeno tu riesci più a capire. Se è giusto o sbagliato per te. Perché sei completamente perso riguardo a tutto. Tutto. Rispetto a te stesso, a ciò che ti sta intorno, all’amore, a ciò che ci dobbiamo vivere, che sia l’università, il lavoro, il rapporto con le droghe, o il mondo artistico, soprattutto». Elisa è sarda, vive nello studentato di Casal Bertone. Studia teatro di mattina, Scienze dell’educazione il pomeriggio, e poi «mi sfascio, quasi ogni notte. Sono sempre stanchissima». Cerca riscontro negli occhi della sua amica Anna, capelli rasati da un lato, rosso fuoco dall’altro, codice a barre tatuato sul collo, dilatazione all’orecchio, maglia stretta, <em>leggings</em>, cintura borchiata, stivali, occhi lunghi e obliqui e un sorriso che riaffiora di continuo ridisegnandole i caratteri del viso. Anna viene da Bracciano, si è appena laureata in Scienze dell’educazione, lei ed Elisa si sono conosciute là, adesso sta cercando di capire cosa fare. «In carcere è bellissimo ma difficilissimo. E se vado a lavorare in comunità… finisce che mi rinchiudono», ride. Chaos, la cagnolina nera che dormicchia sotto di noi, si riscuote e scodinzola per un po’ di pizza. Anna gliela dà, l’accarezza, ci riempie i bicchieri di birra. Brindiamo. Da cosa si riconosce un punkabbestia?</p>
<p>Dallo spaesamento nei confronti del <em>normale</em>? Dalla musica che ascolta, le persone che frequenta, le droghe che usa? Dai vestiti, dal luogo in cui vive — per strada, in uno squat, in una casa? Dal lavoro che ha o non ha? Dalla tristezza? Dai cani, e da come si chiamano, e se sono grossi, se hanno o meno il guinzaglio? Dall’ora in cui si sveglia?</p>
<p>Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila sono stata punkabbestia anch’io. Ma vivevo a Bari e come tanti adolescenti baresi il mio mito erano le città del Centro Nord. Credevamo che fuori dal Sud il mondo fosse più eccitante, ricco. Per certi versi, almeno all’epoca lo era. Per esempio per la mentalità della gente, di cui un punkabbestia (come un extracomunitario, o un barbone) è una cartina al tornasole. Poiché ti costringe a rivelarti subito a te stesso: lo guardi male, eviti di guardarlo, lo guardi bene. Essere punkabbestia negli anni Novanta, poi, quando anche solo un piercing produceva sconcerto («Perché lo fai?» «Sei autolesionista?»), era totalizzante. Capelli dai colori scioccanti, catene per cinte, cani in libertà, collette, urla. Lo sforzo di apertura richiesto alla gente <em>normale</em> non era indifferente. Come si riconosce un punkabbestia? Da quanto è rissoso? Tatuato?</p>
<p>Da quando vivo a Roma mi sono chiesta spesso come dev’essere crescere qui. Essere bambini qui, schiacciati negli autobus pieni da scoppiare, asfissiati di odori e aliti adulti. Essere adolescenti nella capitale, dove lo sai che hai tante possibilità a portata di mano, e forse ti viene l’ansia da prestazione o il rifiuto per questa città così eterogenea, è vero, ma anche così dura. E se, da adolescenti o giovani, si è punkabbestia? Come si vive, in particolare, in un quartiere come il Pigneto, dove in poco spazio coesistono realtà opposte?</p>
<p>«Se non sono a teatro o allo studentato, io sto sempre buttata qua», Elisa mi indica con gli occhi il Pigneto, «anche se, ti dico, ormai è pieno di radical chic». «E gli altri?». «Dici gli altri come me, come noi?». «Sì», e abbasso la testa perché mi vergogno. «Alcuni <em>squattano</em>. Altri stanno per strada, in camper, o in <em>casa</em>. La sera tutti al Pigneto. Prima anche a San Lorenzo ma mo’ c’è troppa polizia, è pericoloso. L’altra sera Anna l’hanno fermata, poi le hanno fatto la perquisa (perquisizione, <em>ndr</em>) a casa». «Beh, casa», Anna si gratta il naso, «è tipo una comune, ci dorme chiunque», lei ed Elisa si guardano complici. «A casa?», trasecolo, «ma, scusa, non ci vuole un mandato?», la mia cultura legale nasce e muore sul linguaggio delle serie tv. «Che ne so, sono venuti. Immagina i vicini, mi vedono tornà all’alba con la finanza», Anna s’interrompe per guardare qualcosa. Guarda anche Elisa, guarda anche Chaos, guardo anch’io. Due poliziotti in divisa e uno in borghese hanno fermato un paio di marocchini a qualche centinaia di metri da noi, li stanno perquisendo. Rimaniamo zitte finché non scompaiono. «Se ne sono andati?», chiedo. «Li hanno portati via». Subito dopo ci passano davanti dei giovani stranieri. Ridono, chiacchierano, barcollano un po’. Elisa chiude gli occhi. «Ultimamente non ci stiamo regolando, il ritorno romano è stato duro… Minchia, il mese che so’ stata a casa ho bevuto solo <em>filu ’e ferro</em>. Da quando sto a Roma, invece, sarò stata lucida due giorni. Ho ricominciato a fare lo schifo. Avevo pensato beh, a casa mi sono ripresa. Niente. Sono tornata e: tutti i giorni. O questo o quell’altro. <em>Flashettino? Flashettino</em>». «Dici che c’entra Roma, il Pigneto?» «Sì. No. Cioè, c’entra andare via di casa ». «C’hai ragione, non ce stàmo a regolà», Anna richiama Chaos che si è allontanata.</p>
<p>«Comunque la ketamina è la nuova eroina. Va presa… con attenzione. È molto forte», Anna si risiede. «Mo’ che l’hai detto… è vero», Elisa si scurisce, accarezza Chaos. «Anche se, pure la <em>roba</em>… secondo me sta aumentando». «Avòglia…». Stiamo zitte. «Posso?», Elisa indica il tabacco, Anna annuisce. Sino a lunedì prossimo non ha soldi. La finanzia Anna, insiste perché mangi, «prendi ’sto pezzo di pizza, devi mangiare, dài. Ogni tanto ci ricordiamo di mangiare, e dormire», mi sorride. «A proposito Elì, vieni da me stanotte?». «Ma è da quando sono tornata che sto da te!». «Dài tesò! se vieni sono felice». Quando servirà, sarà Elisa a finanziare lei. «È che il tipo con cui Eli si fa le storie vive a casa mia», mi dà di gomito. «Ah!», rido, «allora non è che vuoi andare a dormire dalla tua amica, è che vuoi stare con lui…». Elisa abbassa la testa, «Eh…», sorride. «Fai bene, io ci andrei», le faccio l’occhiolino. Da cosa si riconosce un punkabbestia? E un fighetto? E un radical chic?</p>
<p>«Se serve, scollettiamo», Anna scompare dentro a prendere altra pizza per Eli. <em>Scollettare</em> è una parola che usavo anch’io. I nostri genitori ne avrebbero usata un’altra: chiedere l’elemosina. Per loro, la differenza tra un barbone e un punkabbestia non c’è. Me lo sono chiesto spesso: qual è la differenza? l’età? la possibilità di scelta? i vestiti? Molti ci dicevano: siete una massa di viziati. Fate tanto i duri e poi la notte dormite caldi a casa, e i vostri genitori vi danno la paghetta. Scollettare per voi è una moda.</p>
<p>A volte, per qualcuno, avevano ragione. Chaos guarda il punto in cui Anna è scomparsa. I suoi padroni sono andati a una «festa», Anna la tiene per un po’. Rosi, la padrona del locale, porta via bottiglie e piattini vuoti. Cosa distingue un punkabbestia da un barbone? Il gergo? Colletta, festa (rave), svolta, fare lo schifo (drogarsi troppo), bevuto (arrestato), flash (da droga), <em>squattare</em> (vivere in uno<em> </em><em>squat</em>) e altre parole?</p>
<p>Ce ne andiamo perché tutte e tre dobbiamo comprare il tabacco. All’incrocio tra Vallo ferroviario e Circonvallazione Casilina, il cuore del Pigneto si snocciola davanti a noi. Operai, povertà, criminalità, Resistenza, Neorealismo, movida: storicamente il Pigneto si lascia animare dalle differenze, si trasforma. Passiamo la Fraschetta (specialità porchetta), Birra+ («qua stanno spesso i punkabbestia»), un gruppo di africani fermo quasi sempre a quest’angolo («abitano qui»), Chiccen (vino, cibo, libri, musica), Primo («questo è il tempio dei radical chic, Antonè»), Contesta Rock Hair (<em>hair style</em> alternativo ed eventi). Sul confine con l’isola pedonale, passiamo un gruppo di immigrati asiatici («Stanno sempre qua. Certi spacciano»). Molti altri gestiscono Internet point e alimentari che costellano le traverse qui intorno. Non chiudono mai.</p>
<p>Elisa, Anna, Chaos e io passiamo un kebabbaro, una serie di locali pieni fino a notte inoltrata di tardo-giovani di tutti i tipi («Aperitivo al Pigneto?» è il <em>refrain</em>), qualche associazione culturale molto attiva e la scicchissima gioielleria Iosselliani, aperta solo dalle 18 alle 24. Seduto sulla soglia della vetrina, un crocchio di punkabbestia e cani — che, come tutti qui, si confonde col nero della sera — si passa birre, canne, pizza, parlando ad alta voce. «Paladini del cazzo!», sta urlando uno di loro rivolto a chiunque. Il viavai dell’isola si ferma un attimo, guardiamo. «Ch’è successo?», chiedo a un uomo coi dread. «Stava picchiando il suo cane, ma male oh, una ragazza gli ha fatto: “La pianti de menàje?” e quello s’è messo a urlare». Il tipo continua a urlare e picchiare il cane. Noi passiamo oltre. Cosa sarebbe giusto fare, invece? In 300 metri ci avvicinano almeno tre persone: «Serve fumo?». E se il punto non fossero i radical chic o i punkabbestia?</p>
<p>Se il punto fosse essere «completamente smarriti»? Su via L’Aquila facciamo la fila al distributore di sigarette. Davanti a noi, due donne e due uomini cercano di inserire gli spiccioli nella macchinetta, gli cadono, ridono, riprovano, le braccia come scivoli lungo i quali le borsette di pelle slittano sino a terra, le giacche morbide sbottonate sulle camicie, i vestitini mossi appena dal vento, gli occhi liquidi. Un po’ spaventata dai rumori, Chaos ci guarda con lo sguardo tipico dei cani: che sta succedendo? Tu lo sai, vero?</p>
<p>[Questo reportage è stato pubblicato su <a title="la lettura" href="http://lettura.corriere.it/" target="_blank">La Lettura</a> de Il Corriere della Sera il 4/11/2012]</p>
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		<title>RIPORTANDO TUTTO A CASA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/13/riportando-tutto-a-casa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 05:04:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Al termine del viale principale, imboccando la strada laterale che avevo percorso tante volte da ragazzo, la villa dei Rubino conquistò il parabrezza come una dichiarazione di resa. Il cancello era aperto per metà su un giardino regredito a vegetazione spontanea. (&#8230;) Scesi dalla macchina, attraversai il cancello e solo allora mi accorsi che, semiemerso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Al termine del viale principale, imboccando la strada laterale che avevo percorso tante volte da ragazzo, la villa dei Rubino conquistò il parabrezza come una dichiarazione di resa. Il cancello era aperto per metà su un giardino regredito a vegetazione spontanea. (&#8230;)<br />
Scesi dalla macchina, attraversai il cancello e solo allora mi accorsi che, semiemerso tra le ortiche e le barbe di capelvenere, c’era lo stupor mundi di tanti anni prima. (&#8230;) Quando ancora non avevo mosso il primo passo sulla scalinata, si aprì la porta d’ingresso ed eccolo&#8230; Eccoci ancora insieme. (&#8230;) Sorrise – un pieno, reale, gentile sorriso d’amicizia e quindi disse: “Scommetto che se mi avessi visto per la strada, non saresti riuscito a riconoscermi”, disinnescando il mio imbarazzo e i miei sensi di colpa ma dando allo stesso tempo un colpo ben assestato alle certezze su chi dovesse consolare chi. Ci fu un abbraccio delicato e pieno di attenzione, durante il quale ognuno cercò di calcolare al millimetro quanto bisognava stringere per trasmettere calore umano ma non turbare l’altro.&#8221;</p>
<p><em>Nicola Lagioia</em></p>
<p><span id="more-26173"></span></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005VOHYI6/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005VOHYI6&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-26174" title="Rtac picture" alt="Rtac picture" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Rtac-picture.JPG" width="307" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Rtac-picture.JPG 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/Rtac-picture-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" /></a></p>
<p><em>È stupendo questo nuovo romanzo di Nicola Lagioia. Gli stupori di una Bildung nella descrizione di un ventennio di storia italiana. Siamo a Bari, e sono gli anni ’80. I tre adolescenti che si aggirano per le strade si azzuffano e si attraggono come gatti selvatici, facendo di ogni cosa un contorto esercizio di combattimento.<br />
Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un’inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti.<br />
Il terzo amico è quello che racconta: l’occhio inquieto che registra con precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l’età adulta.<br />
Negli angoli dei quartieri periferici li aspetta il lato in ombra di quel tempo che luccica: qualcosa che li costringerà a mettere in discussione le loro famiglie, i loro sentimenti, e perfino se stessi.<br />
Ci metteranno vent’anni per venirne a capo.<br />
Con una scrittura tesa, alta, capace di precisione lenticolare e di accensioni vertiginose, Lagioia racconta una storia di amicizia, di tradimenti, di confitti generazionali – arrivando infine a rappresentare il germe dei giorni che stiamo vivendo, ovvero l’eterna adolescenza di un paese che diventa vecchio senza essere cresciuto.</em></p>
<p>Nicola Lagioia, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005VOHYI6/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005VOHYI6&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Riportando tutto a casa</em></a>, Einaudi, 2009.</p>
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		<title>Riportando tutto a Bari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
		<category><![CDATA[nicola lagioia]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Lagioia Negli anni Ottanta Bari era chiamata “la Milano del Sud”. A differenza di Napoli e Palermo – impegnate a ridefinire la propria vocazione meridionalistica –, la mia città in quel periodo puntava la bussola dei propri desideri verso il capoluogo lombardo. O meglio, con la scusa di imitare Milano, sognava velleitariamente il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Petruzzelli-distrutto-300x297.jpg" alt="Petruzzelli distrutto" title="Petruzzelli distrutto" width="300" height="297" class="aligncenter size-medium wp-image-25512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Petruzzelli-distrutto-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Petruzzelli-distrutto-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/Petruzzelli-distrutto.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Nicola Lagioia</strong></p>
<p>Negli anni Ottanta Bari era chiamata “la Milano del Sud”. A differenza di Napoli e Palermo – impegnate a ridefinire la propria vocazione meridionalistica –, la mia città in quel periodo puntava la bussola dei propri desideri verso il capoluogo lombardo. O meglio, con la scusa di imitare Milano, sognava velleitariamente il centro dell’impero. Erano i tempi dell’edonismo reaganiano, e bastava il più fasullo dei boom per montarsi la testa: ricordate? attraverso una fantasiosa serie di calcoli si tentò anche di dimostrare che l’Italia era la quinta potenza industrializzata del pianeta. Euforizzati dalla fine dell’austerity ma soprattutto dai ripetitori di Canale 5, anche i baresi sognarono una “città da bere”: se Milano aveva Craxi noi avevamo i Kennedy del Tavoliere (aka fratelli Matarrese), se lassù stilisti e copywriter venivano coperti d’oro, a Bari il mattone andava forte, il commercio fioriva, e in via Sparano – una convincente versione sottocosto di via Montenapoleone – le cassiere delle boutique avevano le convulsioni a furia di battere scontrini.<br />
<span id="more-25511"></span><br />
Chi nei Settanta aveva messo su una piccola attività, era possibile che adesso possedesse una Ferrari. I centri residenziali dalle parti di via Fanelli e via Bitritto, visti dall’alto di un volo di linea, erano un rapido infittirsi di macchioline azzurre: le piscine private.<br />
Se il ragazzino piccoloborghese che sono stato fosse cresciuto in questa Pleasantville bidimensionale adagiata sull’Adriatico, Bari non avrebbe fatto per me ciò che – dai tempi di Dickens e di Baudelaire – ci si aspetta da una città degna di questo nome: svolgere un ruolo iniziatico, essere un posto in cui è possibile <em>fare esperienza</em>. E invece la “Bari da bere” era solo la punta dell’iceberg. Sotto si nascondeva una città notturna, clandestina, feroce e sotterranea, il vero ventre urbano. C’era ad esempio il borgo medioevale, interdetto ai normali cittadini a causa della faida tra i clan Strisciuglio e Capriati. Ma c’erano soprattutto le periferie estreme, e cioè il C.E.P. (da noi ribattezzato Centro Elementi Pericolosi) e Japigia: immensi e desolanti quartieri dormitorio tagliati da strade prive di negozi e cartelloni pubblicitari, dove le scritte sui muri inneggiavano ai boss locali (“Savinuccio, siamo con te!”) e i palazzoni di stampo sovietico abbandonati tra i campi sterrati erano gli stessi che vedevamo al cinema in <em>Christiane F.</em> Japigia era anche un supermercato di eroina a cielo aperto: bastavano pochi minuti in motorino per lasciarsi alle spalle l’eco dei registratori di cassa e sprofondare nel silenzio e nei rituali di un mondo parallelo fatto di spacciatori e piccoli contrabbandieri, esseri antropologicamente alieni con problemi e modi di parlare e di vestire e di pensare completamente diversi rispetto ai tuoi. Japigia attraeva con la forza di un magnete i giovani tossici di tutta la provincia, figli di proletari o rampolli di ricche famiglie che nel lato oscuro della città abbattevano le differenze di classe incarnando l’altra faccia degli anni Ottanta: il dramma degli eroinomani, scandalo vivente e testimonianza di come le scintillanti frivolezze degli yuppies e del «Drive In» fossero il paravento di un malessere sempre più profondo.<br />
I Novanta sono stati per Bari un periodo di normalizzazione: il borgo medioevale è diventato un luogo alla moda pieno di disco-pub, Japigia si è trasformato in un quartiere meno ruvido, il potere emarginatorio della droga è trasmigrato verso l’integrazione dello smascellamento cocainico da colletto bianco, e perfino il prototipo del malavitoso locale (tuta acetata, dialetto da gangsta levantino, volto lombrosiano) è un esemplare meno diffuso. Ma “normalizzazione” è un parola fatalmente troppo simile a “mimetizzazione”, e il sospetto che quelle tute acetate avessero solo cambiato taglio è emerso di tanto in tanto in maniera eclatante, come la notte del rogo del Petruzzelli, quando l’idea che malavita e crema cittadina fossero l’una al servizio dell’altra ha gettato sull’ex Milano del Sud un’ombra lunga diciott’anni. Mentre l’Italia imboccava la via del work in regress abbattendo le speranze della Seconda Repubblica, Bari alternava inaspettati miracoli (trainare Nichi Vendola alla vittoria del 2005) a sbandate colossali (l’ecomostro ballardiano “Punta Perotti”, una serie di grattacieli a pochi metri dal mare poi ridotti in cenere in un finale alla <em>Zabriskie Point</em>), cancellando la propria immagine sin troppo novecentesca di città spaccata in due per diventare un vero avamposto del XXI secolo: elegante, ambigua, senza più distinzioni tanto chiare tra “scoperto” e “sotterraneo”, “morale” e “amorale”, “innocuo” e “letale”.<br />
Quando ho iniziato a scrivere <em>Riportando tutto a casa</em> volevo utilizzare le coordinate della mia adolescenza per raccontare la storia dell’ennesima mutazione antropologica degli italiani e il trauma senza evento di una generazione (la mia) che ha visto ogni speranza – di emancipazione, di benessere, di preservazione della propria dignità – tradita sistematicamente nel corso degli anni. Contavo di farlo stringendo il fuoco su una città poco rappresentata da letteratura e cinema. Ma adesso, con il libro è fresco di stampa, è esploso il caso Tarantini, e Bari è improvvisamente al centro delle cronache non solo nazionali. Soltanto la Realtà è capace di simili colpi da maestro: e l’unione addirittura <em>carnale </em>tra potere e malaffare, l’orgia di veline capi di governo amministratori locali cocaina festicciole karaoke è una delle più potenti allegorie del nostro tempo. Il protagonista del mio romanzo torna in città dopo vent’anni per regolare i conti col passato. Ma se leggiamo Bari come un’impressionante figura retorica che ci riguarda tutti, sta a noi decidere se siamo di fronte al giro di boa o a un punto di non ritorno.<br />
Intanto i tifosi della locale squadra di calcio hanno già espresso la loro. Poche settimane fa, durante Bari &#8211; Atalanta, gli ultras del San Nicola hanno srotolato dalla nord uno striscione inneggiante alla D’Addario. Poi un secondo striscione che recitava: “escort, risse, cocaina / tessera del parlamentare quanto prima”. Due secondi di silenzio. Quindi sono partiti i cori contro il ministro Maroni.</p>
<p><em>(pubblicato su Il Fatto Quotidiano)</em></p>
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