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	<title>beat generation &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ferlinghetti back to Verona (via skype): due foto e due testimonianze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/19/ferlinghetti-a-verona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[beat generation]]></category>
		<category><![CDATA[ferlinghetti]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[Walter Pescara]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Testimonianza sull&#8217;immagine superiore (del fotografo Walter Pescara, autore del dittico) La fotografia in qualche modo fa riferimento al processo che Ferlinghetti subì in America nel 1957, quando fu processato per aver pubblicato con la sua City Lights, Howl (Urlo), nel quale Allen Ginsberg da voce alle pulsioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/19/ferlinghetti-a-verona/accademia-2016_ferlinghetti-poster-tracciati1/" rel="attachment wp-att-65645"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-65645" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Accademia-2016_Ferlinghetti-poster-tracciati1-210x300.jpg" alt="accademia-2016_ferlinghetti-poster-tracciati1" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Accademia-2016_Ferlinghetti-poster-tracciati1-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Accademia-2016_Ferlinghetti-poster-tracciati1.jpg 447w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
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<p><span id="more-65638"></span></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/19/ferlinghetti-a-verona/2005-dittico-brescia-fermo-di-polizia/" rel="attachment wp-att-65644"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-65644" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/2005-dittico-Brescia-Fermo-di-Polizia.jpg" alt="2005-dittico-brescia-fermo-di-polizia" width="480" height="631" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/2005-dittico-Brescia-Fermo-di-Polizia.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/2005-dittico-Brescia-Fermo-di-Polizia-228x300.jpg 228w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a>Testimonianza sull&#8217;immagine superiore (del fotografo Walter Pescara, autore del dittico)</p>
<p>La fotografia in qualche modo fa riferimento al processo che Ferlinghetti subì in America nel 1957, quando fu processato per aver pubblicato con la sua City Lights, <em>Howl</em> (<em>Urlo</em>), nel quale Allen Ginsberg da voce alle pulsioni di un popolo sotterraneo battuto e beato, contrario alla guerra, che parlava di amore universale, utopie realizzabili, una spiritualità condivisa, senza muri e senza veli, e nel quale si faceva anche menzione a droghe e omosessualità, argomenti tabù nella mentalità maccartista di quegli anni. La corte lo assolse, confermando la centralità del diritto di opinione.</p>
<p>La fotografia del fermo di polizia, che dialoga con l&#8217;altra, l&#8217;ho scattata a Brescia nel 2005, la città dove nacque suo padre che lui non ha mai conosciuto, ma del quale insegue le tracce da sempre. Andavamo di fretta perché lo aspettavano a Rovereto per un reading organizzato da Francesco Conz nell’auditorium Fausto Melotti del MART.</p>
<p>Devi sapere che qualche tempo prima eravamo riusciti a trovare il certificato di nascita del padre di Lawrence, Carlo Leopoldo Ferlinghetti, che nacque nel 1872 nel quartiere del Carmine bresciano. E dopo averlo prelevato a casa di Conz, lo stavo accompagnando con Agostino a vedere la casa paterna, passando da Brescia.</p>
<p>La curiosità che spinse Lawrence a voler osservare da vicino l’ingresso dell’abitazione insospettì i nuovi proprietari che chiamarono il 113.  In un battibaleno arrivò la volante che ci chiese i documenti e nel vedere che Ferlinghetti era cittadino americano e non aveva un permesso di soggiorno decisero di portarlo in questura per accertamenti. Quella che avrebbe dovuto essere un’importante scoperta si era trasformata in una situazione paradossale. Per fortuna l’equivoco fu risolto e, seppure con mezz’ora di ritardo, Lawrence arrivò a Rovereto. Assolto anche questa volta!</p>
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<p>Testimonianza sull&#8217;immagine inferiore (di Laura Zanetti)</p>
<p>In estate del 2005 ero rientrata dalla California, dove vive mio figlio e dove avevo incontrato Ferlinghetti, proponendogli una reading assieme a Francesco Conz con il quale collaboravo. Proponemmo quindi due letture di LF in Trentino: la prima al Teatro Sociale di Trento, la seconda nel teatro della Biblioteca Civica di Rovereto (dentro al Mart). Tra la prima e la seconda lettura era ospite nella mia casa di Telve Valsugana.<br />
A metà ottobre del 2005 dopo la lettura al Sociale di Trento, zeppo all&#8217;inverosimile, e dopo aver pranzato al Boivin di Levico Terme con i tortelli di zucca di Riccardo Bosco, ci dirigemmo verso la Valsugana per risalire in Val Calamento,dove c&#8217;è la malghetta del mio nonno materno. Devi sapere che a Lawrence invio da anni, con cadenza quasi bimensile, un paio di chili di formaggio originale delle malghe del Lagorai, di cui va matto. Da tempo quindi  desiderava vedere gli alpeggi della mia montagna, che è appunto il Lagorai. Dietro a noi un codazzo di persone tra giornalisti, fotografi e   filmakers.<br />
Arrivati a Villa San Lorenzo, l&#8217;antica casa del nonno, volle camminare da solo con me. Lo portai appena sopra il nostro pascolo, dove un&#8217;immensa fragolaia intensiva deturpa il paesaggio e avvelena l&#8217;erba. Era molto contrariato nel vederla ed assieme discutemmo sulla faccenda, sulla necessità che il pascolo vada tutelato nella sua salubrità. Al rientro mi dice:<em> non voglio più nessuno attorno, voglio riposare nella tua casa, manda via tutti.</em><br />
Arrivati in via Facchinelli, mi accorsi di non avere le chiavi, o meglio, non riuscivo più a trovale.<br />
Buttai per aria tutto il mio vecchio maggiolone. Niente! A questo punto rimaneva solo la rottura del vetro e chiamai in aiuto il mio vicino di casa, l&#8217;operaio Vittorio Bonella, che armato di scala di legno e  mazza di ferro, mandò  in mille pezzi il vetro antisfondamento, che opponeva una incredibile resistenza ai colpi. Il primo a salire fu Aggrippino Pino Russo, regista e filmaker, da poco scomparso, che piccolo e agile come una lepre sali per la scala , entrò in cucina e apri la porta dall&#8217;interno. Lawrence se la rideva come un matto ed improvvisamente disse: <em>voglio anch&#8217;io salire sulla scala.</em>  A metà della salita si girò ridacchiando  <em>&#8221; vedete, avevano ragione i poliziotti di Brescia, IO SONO UN LADRO&#8221;!! </em>E Pescara documentò la cosa esclamando:<em> &#8221; madonna! sembra  Ungaretti&#8221;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;">&#8230;</p>
<p style="padding-left: 120px;">The world is a beautiful place<br />
to be born into<br />
if you don&#8217;t mind some people dying<br />
all the time<br />
or maybe only starving<br />
some of the time<br />
which isn&#8217;t half bad<br />
if it isn&#8217;t you</p>
<p style="padding-left: 120px;">&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>nel corso dell&#8217;<a href="http://www.accademiabelleartiverona.it/16277-lawrence-ferlinghetti-back-to-verona/">evento </a>verrà presentato in anteprima &#8220;Scrivendo sulla strada. Diari di viaggi e letteratura&#8221; (il Saggiatore, febbraio 2017), testo autobiografico di Ferlinghetti; questo il programma:</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/19/ferlinghetti-a-verona/getfileattachment/" rel="attachment wp-att-65740"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-65740" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/GetFileAttachment.jpg" alt="getfileattachment" width="640" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/GetFileAttachment.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/GetFileAttachment-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/GetFileAttachment-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/GetFileAttachment-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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		<title>Urlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 05:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Allen Ginsberg]]></category>
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		<category><![CDATA[henry miller]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati “Non esistono i beat, ma solo un gruppo di ragazzi che vogliono essere pubblicati” dice il personaggio di Allen Ginsberg nel film Urlo. In effetti il vero Ginsberg tentò di smorzare l’attenzione dei media sul gruppo di scrittori e poeti di cui faceva parte, che tutti chiamavano beat, e in seguito beatnick. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lurlo-Mauro-Baldrati.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36567" title="L'urlo (Mauro Baldrati)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Lurlo-Mauro-Baldrati-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<div id="_mcePaste">“Non esistono i beat, ma solo un gruppo di ragazzi che vogliono essere pubblicati” dice il personaggio di Allen Ginsberg nel film <em>Urlo</em>. In effetti il vero Ginsberg tentò di smorzare l’attenzione dei media sul gruppo di scrittori e poeti di cui faceva parte, che tutti chiamavano <em>beat</em>, e in seguito <em>beatnick</em>. Erano soprattutto degli amici che vivevano insieme, che viaggiavano, che scrivevano e cercavano di pubblicare i loro libri, si drogavano, urlavano la loro protesta verso la società americana del dopoguerra. Era il 1957, il poema <em>Howl </em>era stato da poco pubblicato dalle City Light di Lawrence Ferlinghetti e subito sequestrato per oscenità. Come sempre accade in questi casi l’attenzione dei media immediatamente si puntò sull’evento, e Ginsberg e i beat guadagnarono le prime pagine. Forse Ginsberg voleva che la fama fosse solo per le opere, senza i riflettori del gossip voyeurista sui personaggi, i loro vizi, le trasgressioni.</div>
<div id="_mcePaste">“Non esistono i beat.” Ma più di trent’anni dopo il poeta e professor Ginsberg, nel corso di un incontro con gli adoranti lettori a San Francisco cui era presente Emanuele Bevilacqua, autore del piccolo, prezioso <em>Guida alla beat generation</em> (Theoria 1994), dirà: “L’influenza dei beat è stata fortissima, fuori e dentro gli Stati Uniti”. <span id="more-36568"></span>Dunque sono esistiti come gruppo dotato di una identità collettiva, sono esistiti come <em>generazione</em>. E hanno prodotto opere, non solo poetiche ma anche artistiche, cinematografiche, con una estetica, uno stile che in qualche modo le ha unite e caratterizzate.</div>
<div id="_mcePaste">Ma vediamo intanto la genesi di questa parola, il nome della generazione. Lo avrebbe inventato Jack Kerouac, nel corso di un’intervista con John Clellon Holmes, nel 1948: “This is really a beat generation.” Generazione beat, battuta, sconfitta. Però lo stesso Kerouac scrisse in seguito che un giorno del 1948, in Times Square, incontrò un <em>hipster </em>di Chicago (gli “hipster dal capo d’angelo” che sono nel poema <em>Urlo</em>, erano i musicisti del be-bop e chi li seguiva ai concerti, tipi eccentrici spesso vestiti con abiti <em>zoot</em>, di taglie enormi, sgargianti e chiassosi) di nome Herbert Huncke che gli disse: “Man, I am a beat.”</div>
<div id="_mcePaste">I beat, i battuti.</div>
<div id="_mcePaste">Forse il primo Ginsberg non aveva torto quando negava la loro esistenza. Perché non erano un collettivo organizzato con una linea, non erano un gruppo di protesta. Erano artisti, scrittori, poeti, che vivevano sulla loro pelle l’impossibilità di accettare il nuovo conformismo di massa (“la meccanizzazione delle menti” scrive Ginsberg), la difficoltà di adattarsi alla nuova America del dopoguerra, dove il capitalismo torna potente e più aggressivo che mai, e il Moloch (“Moloch, i cui occhi sono mille finestre cieche”) del potere schiaccia la vita, si prende i sentimenti, la speranza, l’amore. Gli scrittori beat conducono una vita miserabile, ammassati in appartamenti spogli e senza riscaldamento, cercano con ogni mezzo di uscire dalla melma esistenziale e non esitano a fare uso massiccio di tutte le droghe (ma erano preferite la marijuana e il peyote) utili per aprire le coscienze, per cercare nuove vie, nuove opportunità di amare, di stare insieme. E di scrivere. Trasportano la loro inquietudine nella scrittura, in versi e in narrativa, urlano la loro rabbia, le loro visioni psichedeliche, raccontano gli sballi, le corse in macchina, il viaggio incessante, senza fine, spinti da un’unica forza terribile, insaziabile e indomabile: la ricerca. Cercano soprattutto l’innocenza perduta, quando l’amore era ancora puro e possibile, e si ribellano al fango che li soffoca. Quanto Rimbaud c’è nel loro viaggio, gli “orribili lavoratori” in cerca dell’ignoto attraverso lo sregolamento dei sensi. E quanto Henry Miller, il loro vero padre putativo, l’eroe metropolitano massiccio e mistico che passa indenne attraverso una vita di totale povertà, indifferente alle regole del potere, alle convenzioni, all’ipocrisia e al conformismo.</div>
<div id="_mcePaste">Ma <em>beat </em>si è arricchito di un secondo significato, attribuitogli sempre da Kerouac quando, nel 1954 (<em>On The Road </em>era stato scritto da tre anni, e dovrà aspettarne altri tre per vederlo pubblicato), in una chiesa di Lowell, sua città natale, disse di avere avuto una visione: “Beat vuol dire beatitudine.” E qui entra in scena l’aspetto mistico, forse acquisito a posteriori, quando l’attività letteraria era già molto attiva: la lettura dei testi buddisti, le filosofie orientali, probabilmente il lato B della ricerca  di innocenza, di pace, di felicità. Ma saranno sempre filosofie adattate alle loro vite, raramente le loro vite si conformeranno alla filosofia. <em>I vagabondi del Dharma</em>, che racconta le avventure  di Kerouac e Gary Snyder, è una interessante commistione di buddhismo e alcolismo, di rigore e rottura di tutti gli schemi, della regola e dello sfondamento della stessa.</div>
<div id="_mcePaste">I beat, i battuti, gli eredi dei <em>lost </em>di Francis Stott Fitzgerald, i beati che cantano il mantra “Santo!”, con la loro ricerca esistenziale e poetica hanno influenzato generazioni di giovani, perché hanno espresso le inquietudini e le delusioni di chi ha creduto alle promesse dei padri, promesse mai mantenute, schiacciate dai talloni di ferro del denaro, del potere, dell’immagine minacciosa dei padri ipocriti e traditori. E per questo, forse perché furono amati con tale intensità, sono stati talvolta rinnegati dai loro stessi estimatori. Frequenti le accuse di qualunquismo, di essere patetici e un movimento sostanzialmente borghese, interno al capitalismo. Pasolini dirà che li ha amati perché “grandi arrabbiati”, poeti che hanno espresso la grande rabbia derivante da una grande borghesia (mentre in Italia, disse, esiste una piccola borghesia e quindi “piccoli arrabbiati”). Bob Dylan nel suo <em>Chronicles </em>scrive che ha adorato <em>On the road</em>, come tutti, è impazzito d’amore e si è identificato totalmente nella sua velocità e nella sua intensità, ma in seguito ha capito che tutto quell’andare avanti e indietro, ossessivamente, senza scopo, non aveva senso. E le grida frenetiche e ultrapositiviste di Dean Moriatry cadevano nel vuoto.</div>
<div id="_mcePaste">Ma il vuoto esisteva, come esiste oggi, era il loro vuoto affettivo ed esistenziale, e i beat hanno cantato l’epica di questo vuoto.</div>
<div><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/locandinaurlo.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36569" title="locandinaurlo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/locandinaurlo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></div>
<div id="_mcePaste">Il breve film <em>Urlo </em>(90 minuti scarsi), regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, con lo zampino discreto di Gus Van Sant (chi è interessato si affretti, ha una distribuzione limitata e starà poco nelle sale), è garbato, semplice, onesto, ben girato. Non ha la pretesa di rappresentare le avventure dannate dei protagonisti, né di stupire, di scandalizzare, è impostato su una intervista newyorkese di Allen Ginsberg, nel 1957 mentre è in corso il processo e Lawrence Ferlinghetti rischia la galera. Le parole del vero guru dei beat si alternano con immagini del processo, oggi paradossali per l’ottusità dell’avvocato dell’accusa (ma non troppo in realtà, la predica finale del giudice repubblicano, che lo giudicò non osceno, sulla libertà di espressione sembrano scritte per l’Italia dei nostri giorni), per le teorie sulla poesia, suffragate dagli “esperti” che in aula giudicavano i versi tipo “che si lasciavano fottere in culo da motociclisti santi, e urlavano di gioia&#8221;, con immagini in bianco e nero di Ginsberg e i suoi amici, Neal Cassady, Kerouac, riprese d’epoca di San Francisco, e una serie di animazioni che compaiono quando Ginsberg legge <em>Urlo </em>durante il mitico reading alla Six Gallery nel 1955. Molti gli spunti interessanti nelle sue parole mentre descrive la genesi delle  poesie: era un ragazzo molto timido, come quasi tutti i beat del resto, che si innamorava perdutamente dei compagni di college. Così iniziò a scrivere per combattere la sua timidezza e soprattutto per cercare di sedurre Jack Kerouac. Motivazioni sacrosante: chi ha stabilito che la poesia deve avere per forza obiettivi elevati o confessionali? Non potrebbe nascere semplicemente per uno scopo utilitaristico?</div>
<div id="_mcePaste">E’ un film sincero, dove il coraggio di quei ragazzi emerge in tutta la sua autenticità, poeti che scrivevano per il piacere di farlo, per l’urgenza di esprimere fino in fondo i loro sentimenti, indifferenti alle problematiche esterne, ai gusti del pubblico, degli editori, al mercato, alla censura (e soprattutto l’autocensura), al rischio di finire in prigione. E di nuovo viene spontaneo fare un paragone coi giorni nostri, dove le poetiche sembrano intrecciarsi con le variabili dettate dagli editori, e i dibattiti si infiammano soprattutto sul “come” e non sul “cosa” o sul “perché”.</div>
<div id="_mcePaste">Se proprio vogliamo trovare dei difetti possiamo criticare certe immagini patinate, dove i personaggi sembrano usciti dalle fotografie in bianco e nero di Richard Avedon (i beat erano autenticamente working class, qui vi è una ricostruzione un po’ estetizzante del working class), le animazioni sono a volte eccessive e vagamente noiose, e poi la traduzione: crea un certo imbarazzo sentire il Ginsberg interpretato da un bravo James Franco che declama “in cerca di pere di furia”, quando la prima traduzione italiana recava “in cerca di droga rabbiosa” (in originale: “looking for an angry fix”), ma questo è, <em>Urlo </em>è stato ritradotto, come sempre, come i romanzi di Henry Miller e di Kerouac, e chi di noi ha letto le versioni originali prova un fastidioso disagio quando salta fuori un Guido Almansi che dice che le traduzioni di Bianciardi e di Mario Praz erano imprecise e da rivedere (da lui). E infine il doppiaggio. In Italia abbiamo la fobia di doppiare qualunque cosa (si è salvato in parte solo <em>Inglorious basterds</em> di Tarantino e poco altro), tutti i film hanno le stesse voci, con lo stesso timbro, noir, avventura, amore, storici, e anche <em>Urlo</em>, benché il reading del 1955 in italiano non sia del tutto da buttare.</div>
<div id="_mcePaste">Ma resta un film equilibrato su una generazione che si è bruciata in un viaggio senza fine, e sarebbe bello, oggi, ritrovare almeno una parte di quel loro coraggio, e di quella loro bellezza ostinata e perduta.</div>
<div>(La foto di apertura è di Mauro Baldrati)</div>
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