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	<title>Beppe Fenoglio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una questione aperta: per il centesimo anniversario della nascita di Beppe Fenoglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jan 2022 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[centesimo anniversario nascita Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong><br /> Se c’è una cosa che non si dovrebbe fare, è parlare degli scrittori che si amano nei loro anniversari, come mi accingo a fare a proposito di Beppe Fenoglio, ma l’occasione è troppo ghiotta per poter tacere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-94992" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/Langhe.jpg 1536w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Se c’è una cosa che non si dovrebbe fare, è parlare degli scrittori che si amano nei loro anniversari, come mi accingo a fare a proposito di Beppe Fenoglio, ma l’occasione è troppo ghiotta per poter tacere ( e io sono un ghiottone e non sono neanche molto originale, lo so) perché penso che il maggiore scrittore italiano della Resistenza proprio in questi tempi cominci a parlarci pienamente. Eppure la sua visione politica della Resistenza è sicuramente lontana da quella che con tutti i limiti del mio senno di postero nutro io, valutando la sua visione di monarchico badogliano come distante da quella necessità di rottura radicale con l’Italia compromessa col fascismo per inaugurare un vero rinnovamento. Certo Fenoglio non è un autore, e probabilmente non era un uomo, che poneva in primo piano la politica, ma l’evidente sollievo con cui Johnny approda ai partigiani azzurri e l’altrettanti evidente fastidio, se non disprezzo, nei confronti dei garibaldini sono un dato ineliminabile del suo romanzo principale e della sua opera. Si sa che di problemi di questo genere si era occupato a suo tempo Engels, quando nell’esprimere il suo apprezzamento per il monarchico e reazionario Balzac, spiegava che la rappresentazione delle forze della società nei suoi romanzi era fortemente realistica e indipendente dalle sue posizioni politiche, tuttavia la forza estetica della narrativa resistenziale di Fenoglio non è certo nella sua descrizione mimetica, anche se non mancano elementi di notevole impatto realistico, quanto nella capacità di proiettare su un piano allo stesso tempo epico e antiretorico una dimensione esistenziale, basata su un rifiuto morale del fascismo. Potrei allora sostenere che  esiste probabilmente qualcosa come un valore estetico di un’opera disgiunto da valutazioni storiche e politiche.<br />
E tuttavia valore estetico è una formula vaga che bisogna precisare meglio: per esempio potrei dire che la lingua di Fenoglio mi piace moltissimo e lo trovo una delle migliori prose italiane nell’ambito del Novecento. Ecco una formulazione del genere suggerisce già qualche sostanza all’affermazione, soprattutto perché comporta il presupposto che i valori stilistici e linguistici del testo sono separati dalla sua valutazione storica e politica. Eppure per me non esiste un’astratta bellezza linguistica, un ideale assoluto rondesco per così dire, la bellezza della lingua letteraria è sempre una bellezza funzionale al tipo di narrazione, prendiamo allora un esempio di Fenoglio:</p>
<p>“La nuova scarica dei fascisti arrivò corretta, ma tanto che rasò gli alberi sulla cima. I partigiani rispondevano più con un fuoco che pareva diretto più all’eventualità che alla sostanza e località dei fascisti, frettoloso e bisbetico, come mirante soltanto a svuotare le giberne. Era chiaro che i fascisti non stavano subendo perdite più di quanto ne infliggessero ai partigiani, ma tutti gli uomini erano posseduti dalla libidine del fuoco e dal suo sostegno morale.” ( da <em>Il partigiano Johnny</em>, p.176, Einaudi, 1994).</p>
<p>Si tratta di un passo che descrive uno scontro in cui però il tiro da entrambe le parti è impreciso: questo evento è rappresentato da un misto di termini tecnici ( ‘corretto’ riferito a una salva che non colpisce nessuno, che però giunge nel quadrante di tiro giusto dalla posizione in cui si trovano i fascisti), da metafore psicologiche ( il fuoco dei partigiani è ‘bisbetico’) e da perifrasi che a prima vista possono sembrare ironiche ( e vi è senz’altro una sfumatura di questo genere), ma che in assenza di un assetto retorico complessivo tendente all’ironia sono stranianti. Infatti se il fuoco mirante più all’eventualità che alla sostanza dei fascisti sta per ‘sparare alla cieca’ e la frase potrebbe chiudersi con un abbassamento comico, il periodo successivo con la sua constatazione retoricamente neutra e superflua degli effetti nulli del reciproco sparacchiamento, mantiene questo passo in un registro insolito, né comico né eroico né eroicomico, che va a sottolineare gli aspetti psicologici, il parossismo, e quelli morali, la virtus necessaria a sostenere l’orgasmo della battaglia che nel contempo, tuttavia,  spinge ad aprire il fuoco con imprecisione, dell’esperienza del combattimento. Quando Fenoglio parla di ‘sostegno morale’, non allude alla dimensione morale alta del combattimento che sarebbe epica, al “ <em>quo moriture ruis maioraque viribus audes?/ fallit te incautum pietas tua</em>” ( ‘ dove ti precipiti a morire osando cose superiori alle tue forze?/ il tuo amore di figlio ti inganna, imprudente.’ Aen.X, 812-813) con cui Enea incalza, descrive e comprende il coraggioso gesto del figlio di Mezenzio intervenuto a salvare il padre, e nello stesso tempo ne decreta la morte prossima, ma a una postura morale funzionale alla combattività, di minore profondità e finezza spirituali ma di maggiore dimensione praticamente collettiva.<br />
Sebbene nel <em>Partigiano Johnny</em> si possano rintracciare facilmente esempi ancora più belli dello stile di Fenoglio in certi periodi vertiginosi che mescolano sintassi e lessico inglese e italiano, il gergo militare, parole inventate dallo scrittore e reminiscenze dell’epica classica, questo esempio di lingua più standard illumina bene il fatto che la scelta stilistica di Fenoglio determina un livello fondamentale di lettura in cui l’argomento è non il significato storicopolitico della Resistenza, ma la sua dimensione di esperienza esistenziale che non può essere tematizzata né all’interno della storiografia né della psicologia. Paradossalmente e direi ironicamente per l’antiideologico Fenoglio, è proprio il lettore ideologico, a patto che non sia dominato dai pregiudizi, che può accorgersi meglio di questo valore della sua scrittura. Infatti l’alterità del giudizio ideologico rende più facile percepire quello spazio che la scrittura di Fenoglio occupa, dove la Resistenza non è un problema storicopolitico né, tanto meno, un monumento da additare alle giovani generazioni, ma un vissuto che non è solo individuale ma anche collettivo e per questa via, si sarebbe detto sui libri di scuola di una volta, universale. Ma se il vissuto diventa potenzialmente universale, significa che c’è un’elaborazione simbolica che distingue i testi di Fenoglio dalla memorialistica.<br />
Si può capire meglio quest’ultima osservazione, se si nota che nella narrativa di Fenoglio c’è anche una vena quasi sapienziale dove l’esperienza sembra condensarsi in brevi giudizi, sentenze o apoftegmi che  definiscono una situazione o una vicenda o un personaggio. Per citare l’esempio più celebre basterà ricordare l’inizio de <em>I ventitre giorni della città di Alba</em>:</p>
<p>“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944” ( <em>Una questione privata I ventitre giorni della città di Alba,</em> Einaudi, 1990, p.159)</p>
<p>In questo inizio folgorante, in cui si riassume già l’esito della vicenda e dunque il finale del racconto perché evidentemente il lettore implicito di Fenoglio conosce già per i fatti suoi la storia dell’occupazione partigiana di Alba, si condensa non solo il giudizio su un’azione poco giustificata dal punto di vista militare agli occhi dell’esperto partigiano Johnny e anche un’allergia a un certo tono celebrativo resistenziale, ma una regola antropologica che esula dal contesto specifico dell’episodio e della Resistenza in generale per diventare legge umana che possiamo cogliere in tante situazioni di natura diversa, nelle quali al momento della difficoltà restano sempre i soliti duecento quando fino a un attimo prima si era in duemila e forse più. La narrazione nel racconto, improntata a un’ironia realistica in cui si mettono in luce tutte le incongruenze dei liberatori,  non nega una dimensione epica, ma la delimita appunto a quella finale della battaglia in cui si arriva al nucleo epico autentico ossia, al di fuori di ogni orpello letterario e celebrativo, l’esperienza individuale di fronte al momento del pericolo e la scoperta della verità morale della sconfitta, che è invece superamento della condizione individuale. Ne è un esempio, nel racconto appena citato, il momento in cui nella giornata del contrattacco fascista i quattro giovani partigiani che dovrebbero essere di guardia non si accorgono del passaggio del fiume da parte del nemico, vengono sorpresi dai repubblichini in un cascinale mentre stanno giocando a poker e vengono freddati. Qui la giovanile idiozia diventa in un attimo innalzamento epico non diversamente da Eurialo che si ferma un istante di troppo a depredare  i latini uccisi nel sonno nel loro accampamento e a rubare l’elmo che lo tradirà, invece di essere leggero nella fuga come il più esperto compagno. Qui però si può notare una peculiarità di Fenoglio e cioè che il polo realistico non ha una funzione antiepica di abbassamento comico, ma al contrario è per così dire propedeutico all’esperienza esistenziale che si traduce nel momento epico, che non significa mai astratto eroismo, ma confronto con la morte in tutte le sue sfaccettature. Questo però significa che Fenoglio ha letto Virgilio e gli altri classici come rielaboratori di esperienze effettive, quasi come specialisti del rendere in termini letterariamente credibili la situazione umana che si produce dentro l’azione bellica, e non come monumenti scolastici del passato. E questo dettaglio spiega la peculiare e vincente posizione di Fenoglio nella letteratura resistenziale: da un lato egli supera la memorialistica, anche di alta qualità letteraria, con la consapevolezza che la natura letteraria dei suoi testi crea una fitta rete di rimandi e confronti che contribuiscono a definire l’esperienza della guerra partigiana nei suoi aspetti meno immediati ed esistenziali in maniera più assoluta, dall’altro il richiamo realistico all’esperienza vissuta impedisce non solo il quadretto celebrativo, ma anche la proiezione della vicenda in uno spazio epico astratto.<br />
Ricordando la tesi di Benjamin della caduta del valore dell’esperienza nella modernità e nel Novecento in particolare ( svolta nel saggio <em>Considerazioni sull’opera di Nikolai Leskov</em> contenuta in traduzione italiana in <em>Angelus Novus</em>, Einaudi, 1982), si potrebbe affermare che l’opera di Fenoglio si colloca al di qua di questa crisi. Certo se ‘l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto i narratori[…] i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi” ( Benjamin op.cit. p.248), la voce di Fenoglio è inconfondibile, ma questa voce non solo nasce dall’esperienza ma presuppone un mondo che comunica di bocca in bocca l’esperienza degli anni in montagna, un mondo di discorsi corali, entro il quale lo scrittore di Alba modula e fa emergere la propria voce. Il piccolo mondo delle Langhe rende possibile questa centralità dell’esperienza perché non vi è mai l’anonimato della condizione metropolitana tipica della modernità, ma allo stesso tempo questo piccolo mondo è il centro dell’epopea e in un certo senso (precisamente nel senso di sineddoche) della storia. E’ grazie a questo radicamento che un’operazione letteraria come quella di Fenoglio risulta credibile e riuscita nel contesto novecentesco.<br />
Oggettivamente questa caratteristica rende Fenoglio un caso quasi unico, non solo nella realtà italiana. Se tuttavia dovessi indicare uno scrittore, che in libreria metterei sullo stesso scaffale di Fenoglio, prescindendo da quelli i cui apporti nella sua opera sono stati messi in luce dalla critica, indicherei senz’altro il Babel de <em>L’armata a cavallo.</em> Non si tratta solo di quel misto di rappresentazione realistica, antiretorica e ironica di una grande epopea storica, ma anche dell’avere dietro la coralità di un mondo, anche qui in prevalenza contadino, la cui sostanza linguistica si riverbera nelle pagine del racconto. Per quanto in Fenoglio ci siano anche altre dimensioni importanti come quella individuale, esistenziale e in alcuni punti perfino lirica, lo accumuna a Babel proprio questa natura di scrittore dell’esperienza e dunque della storia bella e terribile del Novecento, colta proprio prima di diventare storia. E’ insomma una scrittura sempreverde che preciserà sempre di più questa sua caratteristica man mano che gli anni passeranno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dall&#8217;appunto al frammento.  Raccontare la Resistenza oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2015 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo verri]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri Beppe Fenoglio appuntava, su fogli recuperati dalla vita quotidiana della famiglia, i propri ricordi partigiani. Ricordi accesi, ancora attaccati alla carne. Ma con parole cercate tra tante e tante per dire un’esperienza eccezionale. Eccezionali, le esperienze, solo per chi le vive. Gli altri non le hanno esperite e non le esperiranno mai, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_39812" aria-describedby="caption-attachment-39812" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39812" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria-300x228.jpg" alt=" Partigiani attraversano piazza Beccaria per ricongiungersi alle forze alleate e continuare la Liberazione verso il Mugnone e oltre Firenze © Istituto Storico della Resistenza Firenz" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/partigianipbeccaria.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-39812" class="wp-caption-text">Partigiani attraversano piazza Beccaria per ricongiungersi alle forze alleate e continuare la Liberazione verso il Mugnone e oltre Firenze © Istituto Storico della Resistenza Firenze</figcaption></figure>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>Beppe Fenoglio appuntava, su fogli recuperati dalla vita quotidiana della famiglia, i propri ricordi partigiani. Ricordi accesi, ancora attaccati alla carne. Ma con parole cercate tra tante e tante per dire un’esperienza eccezionale. Eccezionali, le esperienze, solo per chi le vive. Gli altri non le hanno esperite e non le esperiranno mai, ne sentono parlare, ne sentono i verbi fremere nell’aria, sono come il povero contadino che raccoglie le fole, le gesta di qualche cavaliere cantato sulla piazza, di chi aveva sconfitto il drago mai veduto o era stato sotto l’impero malvagio di un filtro stregonesco.</p>
<p>L’esperienza se n’era andata, dunque. Restava il racconto. Scottante dentro, interno e conficcato negli occhi e nella pancia. Fenoglio strappava fogli, tirava su dal basso i propri appunti per stendere in bella copia, per costruire sé stesso e il proprio passato e il passato di tutti. Scriveva per fermare il caos, il ribollire dell’esperienza, per portare l’esperienza fuori di sé e consegnarla a ciò che di più straniero e assoggettante c’è per l’individuo: la propria lingua. Appunta la propria storia, chiedendo il permesso al proprio linguaggio, sperando che la storia di Beppe diventi la storia di tutti. Ma spesso è Babele ad avere la meglio. Al partigiano di qui non convince la Resistenza narrata da quello di là, tutti traditori di un’esperienza d’eccezione. Il racconto e la parola sono meno o molto di più, troppo di più, di ciò che è stata la vita. Ma <em>quella</em> vita, quella esperienza non c’è più. Parlano attorno al vuoto. Bisogna accontentarsi delle parole e dei motti. Gli appunti partigiani, quelli di Beppe Fenoglio, quelli asciutti e robotici di Vittorini, quelli fiabeschi di Calvino o minerali e fisiologici di Meneghello, o quelli del più ignorante e analfabeta e bestia d’un partigiano, hanno dato inizio all’ultima era della parola.</p>
<p>Gli appunti hanno tenuto su il gran telo della vita. I racconti si sono inanellati l’uno nell’altro, rotolando a valle, diventando grandi e grossi. Parole, parole, parole, soltanto parole. Tutte traditrici? L’uomo non può vivere in pace senza parole, l’uomo adora l’adulterio. Nell’esprimersi, la Resistenza ha conosciuto i limiti della profondità, quando la profondità vuole essere detta, e si è voltata in cruccio, o si è perduta nell’encomio odioso, o si è contentata, per rabbia, o per ironia, o per cinismo, dei lati oscuri e bui del fare Resistenza. Perché la chiarezza lampante dell’azione diventa più nera dei peccati, degli errori, dei tradimenti, quando è ora di dirla. Se poi il mondo, come è accaduto, ha iniziato a distrarsi dal suo passato, allora la memoria ha preso a viziarsi. A giocare con se stessa e con l’avanzo di guazzabuglio che ancora abitava le menti di chi ci fu. E vide.</p>
<p>Ma il viaggio compiuto dal racconto della Resistenza a partire dall’appunto è mai approdato all’opera piena? Forse no, neppure con <em>Il partigiano Johnny</em>. I miti sono invecchiati e non vale la pena di tenerli vivi imbellettandone l’involucro, se dietro non c’è nulla. <strong>Tutte le idee hanno una scadenza e poi diventano museo. È stato così per il Risorgimento, sta accadendo per i caduti di cento anni fa. Sarà anche per la Resistenza. È una legge</strong>. Occorre però farla morire con stile. Non a caso ho dedicato i miei racconti <em>Ai condannati all’oblio</em> <em>della Resistenza italiana</em>: il cui indirizzo è ambiguo: coloro che l’hanno fatta e ora vengono dimenticati? Oppure coloro che, oggi, sono destinati a perdere la memoria di allora? In ogni caso, credo che dall’appunto si sia passati direttamente al frammento. La memoria odierna non può che essere disorganica, non può che essere disintegrata in scaglie di passato che bucano il presente con i particolari magari più insignificanti. Ma il frammento non è tanto il <em>contenuto della memoria</em> (che mantiene sempre quell’ombra di epicità) ma <em>ciò che la memoria è diventata in sé o ciò a cui sono ridotti i possessori di memoria</em>.</p>
<p>Settant’anni sono passati; per dirla con Dante, è passata una vita intera. La Resistenza è accaduta <em>una vita fa</em>. Il passato è perciò visto di scorcio, in maniera indiretta, attraverso filtri, cartilagini, fogli di alabastro ingiallito: assomiglia alla ricostruzione di un plastico, alle pagine di un quaderno gualcito; chi parla di quelle esperienze, avendole vedute con i propri occhi, è ormai gente anziana, che mostra intera la decadenza fisica e la stanchezza dei lustri. Sono frammenti, essi stessi, di vita. Frammenti incommensurabili e inaccomodabili. La memoria non può essere che frammento.</p>
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		<title>Una testimonianza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/16/una-testimonianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2014 20:57:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carlo Carlucci Avevo letto i libri di Davide Lajolo su Beppe Fenoglio. Quelli finalmente positivi sugli scritti del letterato di Alba ed erano scritti bene, stimolanti, pieni di rispetto. Inquadrandolo finalmente nel suo ruolo di partigiano e di scrittore autentico dalla prosa secca,scarna, creatore di personaggi e di atmosfere di quel periodo sulle Langhe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Carlucci</strong></p>
<p>Avevo letto i libri di Davide Lajolo  su Beppe Fenoglio. Quelli finalmente positivi  sugli scritti del letterato di Alba ed erano scritti bene, stimolanti, pieni di rispetto. Inquadrandolo finalmente nel suo ruolo di partigiano e di scrittore autentico dalla prosa secca,scarna, creatore di personaggi e di atmosfere di quel periodo sulle Langhe indimenticabile.<br />
Ero andato ad Alba con l&#8217;amico Vincenzo, un mio collega di scuola, ed avevamo girato a caso. Avevamo trovato la piazza con la macelleria di suo padre, e poco altro. Poi passammo davanti alla sede del partito comunista ed entrai a chiedere informazioni. Un militante trentenne simpatico si offrì di accompagnarci  nei luoghi segnati dalla presenza dello scrittore. Il campo del gioco dove anche lui scommetteva, altri posti,ma poi gli feci la domanda che mi stava in gola: vedere la sua casa e conoscere la madre che allora era ancora in vita. Eravamo nel 1976 o nel 1977. Non ricordo la data precisa.<br />
Entrammo finalmente nella casa  e il militante ci tenne ad avvertirci che la madre parlava uno stretto dialetto albese, per noi quasi incomprensibile. La signora Fenoglio, quando capì che volevamo rendere omaggio a suo figlio, diventò gentilissima sapendo che venivamo apposta da Milano per conoscere la casa dello scrittore e lei.<br />
Prima di ascoltare lei io rubavo le atmosfere di quella casa dove “il partigiano Johnny era vissuto, aveva concepito i suoi romanzi e mi guardavo in giro un po&#8217; distratto.<br />
“Lui scriveva sempre”, disse subito lei, in ogni angolo e su ogni tavolo di sala e cucina. E qualche volta io e suo padre lo abbiamo rimproverato perché lavorava poco in  macelleria (non aveva ancora un impiego fisso) e qualche volta facevamo fatica a tirare a campare.”<br />
Era una donna forte, dal viso severo e segnato dagli anni, ma molto sicura di sé e dura nelle difesa della memoria del figlio scrittore. “A Torino hanno dedicato una via a Cesare Pavese ma a lui no. A Mosca però  una via lo ricorda.”, confermò lei molto orgogliosa.<br />
A un certo punto parlò anche della moglie di Beppe, la nuora. Lui stava già male e lei una volta era uscita dopo aver aver ricevuto un mazzo di fiori, l&#8217;ho vista io.<br />
La conversazione durò circa un&#8217;ora. Lei confermava che il figlio fumava e tossiva molto. Ma non si aspettava una fine cosi rapida in un uomo così giovane. Alla  fine il giovane del Pci ci accompagnò anche alla tomba di Fenoglio, e lì ci siamo commossi tutti.  .</p>
<p>Paolo Lezziero</p>
<p><em><br />
La scarna, essenziale testimonianza rilasciatami dal carissimo e laconico amico Paolo apre, a distanza di quarant&#8217;anni, uno sguardo su un mondo che non c&#8217;è più. Non ci sono più i comunisti. Quel gentile  cordiale &#8216;militante&#8217; del Partito ci tenne a precisare a Lezziero che comunque tra i compagni che erano stati partigiani, Fenoglio non se la diceva molto. E, nell&#8217;Italia di allora, dove buona parte degli intellettuali erano più o meno allineati, l&#8217;attacco sarcastico de I 23 giorni della città di Alba suonò come un&#8217;offesa alla Resistenza. Peggio ancora doveva aver suonato ad Alba. Il punto però è un altro. Lezziero che riporta di questa visita alla madre di Fenoglio mi conferma che durante il colloquio ebbe quasi sempre bisogno dell&#8217;assistenza del giovane di Alba come vero e proprio traduttore altrimenti avrebbe capito ben poco. Dunque in casa, alla macelleria, si parlava esclusivamente questo dialetto strettisimo, vera e propria e tempestante lingua materna che avvolgeva lo scrittore che &#8216;scriveva sempre&#8217; come disse la madre. L&#8217;apprendimento dell&#8217;italiano era avvenuto sui banchi di scuola e molto con le divoranti letture cui si affiancò a un certo punto l&#8217;inglese della straordinaria Maria Lucia Marchiaro. A dirla tutta sul giovane Fenoglio furono determinanti anche il prof. Leonardo Cocito di italiano, e il prof. Pietro Chiodi. Un trio di insegnanti straordinariamente dotati per un alunno decisamemente fuori del comune.<br />
Il ricorso a quel potente  soggiacente che era il dialetto albese, vera e propria lingua materna e originaria (non va dimenticato il legame profondo che c&#8217;era con la madre) non era quindi un  mero artificio &#8216;afrodisiaco&#8217; come lo presentava Vittorini, ovvero non era un ricorso a una matrice (dialettale) al fine di ottenere particolari effetti espressivi. Nella cucina dove regnava la madre, era sovrana la parlata dialettale come l&#8217;acqua in un acquario. E Fenoglio sempre intento a scrivere (sotto gli occhi della madre povera di cultura ma intelligente e lucida come il figlio), con la perenne sigaretta accesa, si trovava  a &#8216;trans-ducere&#8217;, a tradurre quel potente soggiacente materno nell&#8217;italiano come seconda lingua, un particolarissimo italiano che ha fatto di lui oramai una vera e propria icona letteraria. E naturalmente, vedi Il Partigiano Johnny,  laddove ai fini espressivi l&#8217;italiano poteva sembrargli povero o raggrinzito ecco giungere in soccorso il vocabolo se non la frase inglese. Di ciò e di quant&#8217;altro me ne sono occupato doviziosamente ne L&#8217;inglese di Beppe Fenoglio e in vari altri saggi minori più di quaranta anni fa. Le critiche che mi vennero  dal clan della Corti (che sosteneva tra l&#8217;altro come le vicende del Partigiano fossero una stesura a caldo immediatamente a ridosso degli avvenimenti) sempliemente mi distolsero dall&#8217;occuparmi ulteriormente dello scrittore di Alba.<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Fenoglio che visse (almeno) due volte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 09:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[divertissement]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo verri]]></category>
		<category><![CDATA[intervista impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri [A Beppe Fenoglio. Che oggi avrebbe compiuto 90 anni. Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano (ndr)] Intervistatore: Permette una domanda? Fenoglio: La prego&#8230; Mi perdoni. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-41888" title="img18" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg" alt="" width="550" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img18-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></a>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p><span style="color: #800000;">[A Beppe Fenoglio. Che oggi avrebbe compiuto 90 anni. <em>Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano</em> (ndr)]</span></p>
<p>Intervistatore: Permette una domanda?</p>
<p>Fenoglio: La prego&#8230; Mi perdoni. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, è tanto complicato&#8230; Sa, io non scrivo per divertimento. Ci faccio una fatica nera! La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Quindi abbia pazienza&#8230; ancora un secondo.</p>
<p>I.: Certo, ci mancherebbe&#8230;<br />
<span id="more-41323"></span><br />
F.: No! Non va ancora. Ah! lasciamo stare! Mi dia da accendere… per cortesia. Perdoni la rudezza ma, quando scrivo, entro in un mondo&#8230;</p>
<p>I.: …il mondo dell’arte, la nuvola dello scrittore&#8230;</p>
<p>F.: Ma per carità! Lo sa, lei, quanto poco ho vissuto? Quarant’anni&#8230; quasi quarantuno. Ho scritto una decina di libri, e tre soli, me in vita, ne hanno pubblicati… Scrivere… sì! e con quale pena! con che fatica! Sa quante volte non ho potuto giocare con la mia bambina, quanto spesso ho tolto un bacio, una carezza, un abbraccio a mia moglie? E prima ancora di sposarmi, che vita ho fatto fare a mia madre e a mia sorella! Tornavo da lavoro e se­devo in tavola a leggere come un folle i libri tenuti accanto al piatto, oppure mi get­ta­vo niagaricamente a battere furioso sulla macchina da scrivere! Mi facevo servire per poter leggere. Sempre appoggiato a un foglio di carta, con uno stecco di sigaretta incassato tra i labbri. E il resto del tempo? In azienda, a sbrigare la corrispondenza. E non che lo facessi a contraggenio… ero attaccato a quel mio posto. Ero ligio e fiero. E, badi bene, l’essere ligio non significava che io piegassi la testa.­ No, io la portai sempre alta, e la mia fronte fu sgombra dalla vergogna e, casomai, fu appesantita dall’orgoglio. Per questo­ forse non lasciai mai Alba. Ma torniamo a dire della nuvola dello scrittore dove lei vo­leva mettermi a sedere. Nes­suna comodità in quel mondo che le dicevo: lì si forgia la lingua, si tempra l’uomo, si scrivono parole che son testamenti pesanti co­me colline gravide d’uva; una dimensione, tra l’altro, che poco ha a che fare con l’editoria. Anzi, le confesso che mi parve sempre di fare una gran figuraccia a introdurmi con terragna pertinacia nella sfera ufficiale delle lettere, piena­ di equivoci ostacoli, di sussiego, di asprezza imbellettata. Ecco un altro motivo per cui non abbandonai Alba. Un solo vero amico ebbi, di quegli ambienti della carta stampata, e fu Calvino, che tra l’altro mi pare abbia detto – ma non lo so confermare, perché a quell’epoca ero già sottoterra! – la più bella cosa su di me e sui miei libri, quando scrisse­ che io, il più solitario di tutti gli scrittori della nostra generazione, riuscii a fare il romanzo che ognuno di noi aveva sognato, <em>Una questione privata</em>, un libro non finito, incompleto, ferito, per quello che dice e per come è&#8230;</p>
<p>I.: Mi pare una faccenda importante: i suoi libri migliori sono quelli che lei non vide mai pubblicati, ma soprattutto quelli che lasciò incompleti, o, per così dire, in fase di ristrutturazione.</p>
<p>F.: Vero. Libri feriti e che feriscono&#8230;</p>
<p>I.: Già! e non fu per primo Vittorini a segnalare che i suoi libri parlano una lingua cruda, rappresentano con l’evidenza d’uno sfregio quanto l’uomo può essere aspro con l’uomo, buttano sangue negli occhi, un sangue di cui mai si vede il motivo, si scorge la ragione?</p>
<p>F.: Quel Vittorini! sempre salente in bigoncia, mi faceva paura, i suoi baffi taglienti, gli occhi anneriti come l’Africa, la piantatura folta dei capelli&#8230; era l’esempio vivente di cosa sia la violenza, di cosa sia l’uomo aspro; era, mi parve, un uomo disperato, spesso, me lo conceda, incazzato come un ciompo, altero, orgoglioso; incarnava il tipo del contadino di Sicilia ma, a un tempo, poteva tenere qualcosa dell’uomo di Langa, cocciuto, glaciale&#8230;</p>
<p>I.: Come gli uomini della <em>Malora</em>?</p>
<p>F.: In un certo senso&#8230; Sa che a tratti lo odiai? Quando mi diede del ‘provinciale del naturalismo’&#8230; meno male che c’era Calvino…. Eppure ci vogliono uomini come quello per raffinare la propria violenza sull’altrui violenza, il proprio odio sulle ingiustizie, la propria mortale indifferenza sulle crudeltà infinite&#8230;</p>
<p>I.: Ma lei non è mai stato un uomo indifferente!</p>
<p>F.: No e sì. No, perché mai mi feci ridurre passivamente dall’indifferenza a essere indifferente, dalla crudeltà a essere crudele&#8230; Ma lo fui, indifferente, ogni volta che non riuscii a essere migliore di me stesso. E fu molte vol­te. Ma non creda: io cercai sempre di ribellarmi.</p>
<p>I.: Non si preoccupi: ben si vede dalle sue pagine, dai suoi eroi&#8230;</p>
<p>F.: Lei confonde me coi miei personaggi, biografia e letteratura! Ma stia se­reno, la prego. Non posso dirle che sia un bene in assoluto&#8230; voglio dire, con certi autori è meglio non operare pericolose sovrapposizioni&#8230; tuttavia, nel mio caso&#8230;. Non è un segreto che io mi sia sentito Milton, Johnny, Ettore&#8230;</p>
<p>I.: &#8230;un contadino delle Langhe, un uomo qualsiasi dei suoi racconti? Un uomo che vive di terra, che sa di terra, che la ama e la odia?</p>
<p>F.: A costo di parerle brutale, le di­co che si sbaglia. I miei contadini non amano la ter­ra, né la odiano. Almeno, non la odiano e non la amano con quella chiarezza intellettuale che io penso di avere. Odiano e amano­ come fanno le bestie, baciano la terra quando dà i frutti, e la forzano, e la violentano per­ché li dia; ma la prendono a calci, se il frut­­to è scarso, tarda a venire o è guasto. So­no spietati, come è giusto che sia.</p>
<p>I.: Non la capisco! Perché è giusto essere spietati?</p>
<p>F.: Ha ragione. Ho usato male le parole. Avrei dovuto dire che è necessario essere spietati; è la legge della vita che lo vuole. Ciò che tentai di costruire con i miei personaggi è un’opposizione a questa legge brutale che non distingue, che calpesta come un toro, che spacca come un ariete, che avanza, umanamente boriosa, a preservare se stessa.</p>
<p>I.: I suoi eroi, quindi, non muovono da motivi ideologici, non combattono il fascismo perché vi si oppongono politicamente&#8230;</p>
<p>F.: No, mio caro amico. Il fascismo fu solo l’estrema pelle, una copertura oscena e cribrosa di un corpo già corrotto, debilitato, ammalazzato: il corpo della violenza, un corpo di cui tutti noi partecipiamo in una tragica comunione. Anzi il fascismo, per la verità, fu il segno che concesse a me, e a tanti altri, l’intelligenza di quel corpo universale. Fu un simbolo co­sì­­ grosso, bruto, stupido che po­temmo vedere il suo schifoso organismo stac­carsi da noi: per la prima volta non più ci sentimmo partecipi della tetragona violenza del mon­do. Tornammo a diventare uomini, come Dio, forse, li volle fare dal principio&#8230;</p>
<p>I.: Mi vengono in mente alcune parole del <em>Partigiano Johnny</em>: «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì, si sentì investito &#8211; nor death itself would have been divestiture &#8211; in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra».</p>
<p>F.: Ecco l’atteggiamento fiero con cui volli affrontare la vita.</p>
<p>I.: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza&#8230;</p>
<p>F.: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto,­ preso nella sua vastità e profondità ocea­nica; è il male nobile, grande, eterno, sublime&#8230; il fascismo non fu che una povera cosa. E poi la Resistenza: un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, poco importa, a dover combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.</p>
<p>I.: Purezza sentimentale, grandezza della storia!</p>
<p>F.: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine d’una stanza, come d’una somma collina. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tuttora­ amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano. Ha mai vi­sto una foto di me camminante? Prenda quel­la che è in capo alla prima edizione della <em>Paga del sabato</em>. Io ero un uo­mo­­ serio. Io camminavo fiero, co­me deve camminare un uomo che s’è dato il compito di sfidare la violenza metafisica dell’umanità. Era sacro quel conato di vi­ta contro la violenza, contro il male.</p>
<p>I.: Possiamo dire che lei ha combattuto da partigiano e da scrittore.</p>
<p>F.: Possiamo. La mia casa trasudava carte, era un oceano di carte tuffate nei cassetti, sulle scrivanie, rintanate in armadiature infinite. Quante! E che pena ho procurato a chi si è preso la briga di fare ordine! <em>Il partigiano Johnny</em> poi… ha dato non pochi grattacapi! Ecco un residuo di cattiveria: infatti non ho nessuna intenzione di mandare segni per sciogliere l’enigma della datazione. Che fatichino! La fatica è una purga dello spirito, un raffinamento.</p>
<p>I.: Allora non è proprio così cattivo!</p>
<p>F.: Crede? Non sta a me pronunciare un giudizio a voce alta. Combattei, dunque, sia da partigiano sia da scrittore. La lingua dei miei romanzi è lì a testimoniarlo: non fu forse una dura battaglia? Volli sfidare la mia pochezza per sentirmi completamente uomo, un uomo nel senso che prima abbiamo detto. Mi piacque raccontare l’entrante inverno del ’44, l’assenza lunga del sole, sputare su quell’appello del ge­nerale Alexander. Affondai nell’abisso della disperazione quando rifilai a Ettore quel sontuoso mal di gola, più fastidioso del fascismo, e poi lo feci catturare dai repubblichini. Godetti nel far emergere quel mio Johnny, solo di fronte alla leviatanica solitudine dell’inverno. Che dolcezza gelida! L’uomo che supera l’uomo, che combatte in uno stato elementare! Lo vede il mio naso?</p>
<p>I.: Certo, lo vedo.</p>
<p>F.: Bene. È un naso esagerato, una pal­la di carne posticcia, una concrezione di cartilagine, un naso robusto, acropolico. Mi piace pensare che sia venuto così per il gelo, per la vita grama del partigianato. Quel più di carne, quando mi specchio, mi sembra non mia, amo pensare che sia cresciuta in quei mesi in cui fui meglio di me stesso, in cui passai il segno della mia miseria.</p>
<p>I.: Forse lei è troppo se­vero&#8230;</p>
<p>F.: Mai abbastanza. Per questo combattei aspramente con la scrittura: per raffinarla, per mandarla oltre. Ho scritto sempre with a deep distrust and a deeper faith… Ma ora vada, ché altro tempo non ho, sebbene qui il tempo sia infinito. L’infinità, anzi, mi fa male: m’ha messo in bocca questo tono asseverativo, che prima non ebbi mai, giacché in vita parlavo poco, e solo con gli amici fidati. Ero pure balbuziente! Ma adesso… adesso, in questo tempo eterno, la mia pochezza si fa sempre più vasta, e io ne soffro, ne soffro terribilmente.</p>
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		<title>Una piccola storia partigiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio baratto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2004 21:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[sergio baratto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Baratto Così, nel Partigiano Johnny, Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori: “Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm. Poi vi fu la fusione e l’abbraccio. Johnny con Pierre si tuffò nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Baratto</strong></p>
<p><a href="http://www.anpi.it/sottoscr04/index.htm"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/25aprile.gif" alt="25aprile.gif" border="0" height="60" width="234" /></a></p>
<p>Così, nel <em>Partigiano Johnny</em>, Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori:</p>
<p>“Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm. Poi vi fu la fusione e l’abbraccio. Johnny con Pierre si tuffò nel vortice, e vennero salutati, paccati, baciati e smorfiati tutto in reciprocation; commisurarono, in quel gorgo, le loro armi e divise, i disertori offrendo tutto di sé per aver di che cambiare in loco ed all’istante le loro vergognose assise fasciste, offrendo addirittura per spogliarsi anche parzialmente di quell’onta le loro stupende semiautomatiche tedesche per le toy-weapons della maggioranza partigiana. Parlavano e gridavano in schietto veneto, la dolcezza dell’inflessione violentata dall’altitudine del grido, ed un urlo di indignazione e vergogna scoppiò quando seppero che alpini veneti come loro presidiavano per i fascisti la città di Alba. Pregarono d’esser mandati istantaneamente addosso a quelli e di ucciderli, ucciderli tutti. – Tedeschi porci e repubblica anche più porca! – urlava un biondo di loro, incredibilmente giovane e massiccio, aerando la sua divisa come per sgombrarne il lezzo segoso e ferale delle baracche tedesche. – Semo fradeli, ostia! Come potevamo venirvi contro, fradeli! – Avevano uno strano stile d’insulto, non pareva insultassero, ma solo recriminassero e recriminando uccidessero. L’inflessione non gli consentiva il supremo insulto; pieni e maturi e perfetti erano, come voce, nell’esprimere amore”.<br />
<span id="more-556"></span><br />
Tra quei trecento alpini veneti c’era il mio prozio Enrico. Veniva dalle campagne di Treviso – il mio ramo materno è uscito da lì, da quelle famiglie contadine assurde, di tredici o quattordici figli. Era finito negli alpini, gli alpini erano finiti nella guerra.<br />
Nel 1943 lo zio Enrico aveva all’incirca 25 anni. Dopo l’8 settembre si trovò a dover scegliere. Poteva darsi alla macchia, tornare di soppiatto a casa e nascondersi in quella terra di nessuno in cui era cresciuto, tra il Livenza e il Piave, aspettare tranquillo che altri facessero il lavoro sporco, scommettere sul vincente, accodarsi. Poteva andare a ingrossare le fila dei repubblichini, magari approfittarne per darsi alla pazza gioia macellatoria sulle Apuane.<br />
Decise altrimenti. Disertò e si unì alle Brigate autonome del colonnello Martini Mauri – il comandante Lampus del romanzo di Fenoglio. Partigiani badogliani. Probabilmente partecipò alla presa di Alba. Sicuramente si trovava su quelle colline, nel piovosissimo ottobre del 1944.<br />
Lo zio Enrico, mi hanno detto, era un ragazzone allegro, gioviale, uno di quei “bellissimi ragazzi, sani e diretti, settentrionali ma accesi”, per dirla ancora con Fenoglio. Un contadino veneto, uno semplice, non istruito, senza retroterra ideologico. I campi, la grappa, la polenta, la mona, Maria Vergine. Eppure seppe scegliersi la parte, dietro la Linea Gotica.</p>
<p>Io non l’ho mai conosciuto, lo zio Enrico. È morto due anni dopo la Liberazione, in maniera banale e assurda, per una specie di beffa atroce del destino – di quelle proprio da manuale, che solo il fato porco o gli dei anche più porci sanno architettare.<br />
Si era trasferito con suo padre e sua sorella – mia nonna – in provincia di Milano, aveva trovato casa, un posto in fabbrica. Un giorno un suo collega è arrivato sul lavoro con una rivoltella. Chissà, forse voleva farsi bello con i propri compagni, forse voleva solo prezzarla. Capire se era ancora buona. In questi casi cosa fai? Vai da uno che di armi ne ha usate, ne ha dovute usare, che se ne intende. Ad Abbiategrasso non è che si fosse sparato più di tanto, gli uomini s’intendevano probabilmente di più di donne e biciclette. Forse quel tale si è solo messo a giocarci come un coglione. Di sicuro non ha pensato che un proiettile potesse essere rimasto in canna. Il proiettile ha fatto inaspettatamente il suo dovere di proiettile. È partito, ha centrato lo zio Enrico dritto in pancia.<br />
Mia mamma dice che era un bel ragazzo. Dice che era il fratello prediletto di mia nonna. Sulla foto, lo zio ha i baffetti e le stesse irresistibili orecchie a sventola del mio bisnonno.</p>
<p>Come si vede, è solo una piccola storia partigiana, non di quelle particolarmente mirabolanti o degne di chissà quale onorificenza ufficiale. Però secondo me dice molte cose, dice già quasi tutto. Avevo voglia di raccontarla perché – a furia di dibattere su commemorazioni datate, stalinismi garibaldini, superamento di vecchi valori e altre amenità – si finisce per dimenticare i piccoli, sconosciuti eroi di sessant’anni fa, grazie ai quali oggi possiamo non vergognarci totalmente della nostra storia, del nostro paese.</p>
<p><em>(Grazie a</em> <a href="http://www.strelnik.it/blog/">Strelnik</a> <em>per l&#8217;immagine)</em></p>
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