<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>bestseller &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/bestseller/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 16 Nov 2009 17:53:38 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>La giovinezza non è mai servita a nessuno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/19/la-giovinezza-non-e-mai-servita-a-nessuno/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/19/la-giovinezza-non-e-mai-servita-a-nessuno/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 07:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bestseller]]></category>
		<category><![CDATA[Editori Laterza]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=26382</guid>

					<description><![CDATA[Credo di un bestsellerista [estratto da Come scrivere un bestseller in 57 giorni, Editori Laterza, collana Contromano, pagg. 112] di Luca Ricci Non ho nessuna colpa da redimere. Nessun delitto cui far seguire un castigo. Non so a che punto esattamente le nostre strade si siano divise. Si potrebbe dire, volendo usare un po’ di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/riccicopertina.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/riccicopertina.gif" alt="riccicopertina" title="riccicopertina" width="189" height="283" class="alignleft size-full wp-image-26386" /></a><strong> Credo di un bestsellerista</strong><br />
[estratto da <em>Come scrivere un bestseller in 57 giorni</em>, Editori Laterza, collana Contromano, pagg. 112]</p>
<p>di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p>Non ho nessuna colpa da redimere. Nessun delitto cui far seguire un castigo. Non so a che punto esattamente le nostre strade si siano divise. Si potrebbe dire, volendo usare un po’ di dolcezza, che tu hai continuato a bere e io mi sono distratto. La tua sete era pressoché inesauribile. Non riuscivi a colmare con l’alcol il tuo senso d’inadeguatezza.<br />
Eppure Albert Camus aveva scoperto che, dal momento che ci apparteneva, quel senso d’inadeguatezza poteva essere fonte di vitalità e non solo d’angoscia. Dopo aver scritto per centoquarantanove pagine un libro nichilista, <em>Lo straniero</em> si concludeva alla centocinquantesima pagina con questa capitale affermazione: «Mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo». Da quando in qua l’indifferenza poteva essere <em>dolce</em>? Da dopo Albert Camus. <span id="more-26382"></span><br />
Ma i libri non andavano capiti, vero? Bastava impararli a memoria, erano semplicemente dei salmi da recitare. Erano la bibbia di noialtri, cani sciolti e senza Dio. E ti ostinavi a bere. Più bevevi più eri incontentabile e più eri incontentabile più ti veniva da bere. L’incontentabilità era il tuo manifesto programmatico. Forse perché la <em>saison en enfer </em>che avresti voluto vivere non era alla tua portata. Preciso: non era alla portata di nessuno. Ci era toccato in sorte un secolo infernale di per sé.<br />
Di che epoca si trattava? Gli anni del cosiddetto riflusso ideologico ci alitavano sul collo. C’erano i videoregistratori con le cassette Vhs, e i tostapane ci sembravano ancora invenzioni all’avanguardia della tecnologia. Avremmo dovuto scansarle come la peste, invece cercavamo torri d’avorio (e spesso non disdegnavamo qualche pinnacolo di seconda mano). Parigi non ci aiutava. Per anni facemmo più o meno i turisti nella nostra città. Vedemmo una mostra di Francis Bacon al Centre Pompidou, e ti scattai una fotografia davanti alla porta di casa di Emil M. Cioran, in rue de l’Odéon, a due passi da qui. Eravamo scrittori che invece di scrivere collezionavano souvenir.<br />
Ti ricordi quando ci ubriacammo lungo la Senna? Raggiungemmo il Pont-Neuf, il dicastero degli innamorati. Tu sei stato sempre più bello di me. E quella sera lo eri ancora di più. Avevi un ciuffo di capelli che ti andava sulla faccia e che ti soffiavi via di continuo. Eri magro, quasi femmineo. Indossavi un giubbotto di pelle logoro e un paio di jeans stretti (per noi contava l’immaginario degli anni Settanta, il look degli Ottanta era appannaggio degli yuppie). Ti misi le mani sul sedere, vidi il tuo volto avvicinarsi. Eravamo giovani, e non sapevamo che la giovinezza non è mai servita a nessuno. Mi baciasti. Mentre lo facevi riflettevo che baciare un uomo era come baciare una donna. Portava la stessa carica sessuale. Mi stavo già giustificando. Che diavolo ti è saltato in mente? </p>
<p>Passavamo il tempo a infangare i lettori. Ti ricordi le bestialità che dicevamo? Quasi tutti leggevano per addormentarsi. I libri non erano centri nevralgici di esperienze conoscitive, ma ninne nanne. O, tutt’al più, la maggior parte leggeva perché era un segno di <em>rispettabilità</em>. Sembrava che leggessero. Si lasciavano trasportare dalla storia e avevano una cultura per sentito dire. Leggevano meccanicamente e acriticamente, e tutto quello che riuscivano a cavare dai libri era acritico e meccanico. Ma chi gli garantiva, senza la conferma di loro stessi, che quei libri fossero buoni o cattivi? Leggevano i primi dieci libri in classifica, indistintamente, qualunque cosa fossero, perché c’era da scommettere che molti altri li avessero letti visto che erano i dieci libri più venduti. Un bel libro era quello di cui si poteva parlare a una cena&#8230;<br />
Non eravamo che apprendisti, eppure mettevamo già le mani avanti, assolvevamo i nostri presunti flop editoriali. Nella nostra visione manichea un’opera esisteva a prescindere dal pubblico (fuori catalogo, a prescindere!), mentre è vero esattamente il contrario: un libro esiste soltanto se il pubblico lo legge. Uno scrittore è felice di farsi leggere, non ne prova di certo vergogna, e sa che il destinatario è più importante del mittente.<br />
Poi ci fu quella brutta storia del furto. In quel frangente capii fino a che punto eravamo diventati paranoici. Mi portasti un foglietto stropicciato con su scritto i <em>Principi fondativi del racconto nel XXI secolo</em>. Per lo più si trattava di qualche aforisma di cui, francamente, non rammento granché. A fine serata – eravamo al tavolo di sempre –, quel foglietto sparì, non si trovava più. Cominciasti a cercarlo febbrilmente, farfugliasti che non ne avevi fatto una copia, e allora mi misi ad aiutarti. Poi, all’improvviso, i tuoi movimenti rallentarono. Mi guardasti con disprezzo e formulasti la tua accusa. Arrivasti a pensare che me l’ero intascato io. Avevo rubato qualcosa che non esisteva, l’articolazione teorica del niente. Mi fecero così male quelle tre parole: sei-stato-tu. Non avevi finito di pronunciarle che il mio schiaffo era già partito. Non ci avevo riflettuto. Partì in automatico, dovevo colpirti per tentare di restituire, almeno in parte, il male che stavo provando. E poi ti colpii come un adulto che punisce un ragazzino. Evidentemente stavo crescendo. </p>
<p>Al caffè letterario era sempre tutto uguale a se stesso. Io non potevo più accalorarmi e partecipare come un tempo. Ormai ero un idiota letterario a mezzo servizio. Vivevo in uno stadio ibrido, in una fase transitoria di cui era impossibile non lamentarsi. Avevo accantonato la vecchia scrittura, il vecchio modo di procedere, ma non sapevo minimamente dove sarei andato a parare. Brancolavo nel buio, né più né meno. Sentivo che ero arrivato a un punto cruciale per ritrovarmi o sperdermi definitivamente. Smisi di frequentarti. Fui un po’ brusco, è vero. Ma non si può inaugurare una vita nuova senza lasciare dei cadaveri sul campo. Tu sei stato il prezzo che ho dovuto pagare per concludere il mio periodo di follia autoreferenziale. Il mio morto sul campo. Del resto avresti potuto intuire come sarebbe andata: non si può giocare a Rimbaud e Verlaine con la testa altrove.<br />
D’improvviso, autori come Tristan Tzara o René Crevel diventarono figurine di un album che non volevo più completare. Si svuotarono di senso. L’idea di crogiolarmi nel dolore – l’impotenza creativa nella quale, per vezzo del paradosso, ci esaltavamo –, smise di esercitare il suo fascino perverso su di me. In qualche modo – anche se ancora non riuscivo a mettere in fila due parole, organizzare un discorso, spiegare un concetto, imbroccare un’immagine –, avvertii la meta di una scrittura professionale più vicina, più a portata di mano.<br />
Credimi, non furono tutte rose e fiori. La tentazione di ricominciare a scrivere partendo dal mio ombelico a volte era fortissima. Resistetti, non ci cascai. Chiusi il rubinetto metafisico, estirpai ogni prurito sperimentale. Presi coraggio, buttai tutto nel cestino, mi liberai del passato e approdai all’età adulta. Questo mi emozionò a tal punto che per qualche settimana non sarei stato capace nemmeno di apporre la mia firma su un bollettino postale. Buttai persino un tema che avevo scritto alle elementari. Avevo scritto così: «le nuvole sono spezzatino bianco». Ricordo che la maestra mi lodò davanti al resto della classe e alla riunione dei genitori citò il passo come esempio della smodata creatività dei bambini. Come mai avevo voluto insistere su quel registro? Come mai l’innocenza nel mio caso si era protratta così a lungo?<br />
Poi un giorno successe. Sarei tentato di dire che successe per caso, non sapessi quanta fatica mi era costato guadagnarmi la mia nuova attitudine. Ero buffo. La scrittura al computer rendeva spartani i movimenti. L’eccessiva velocità si tramutava in lentezza apparente. Sembravo un figurante del teatro No¯. O uno che indossava una camicia di forza invisibile. Andava alla grande. E anche quando non andava alla grande, nei momenti in cui la testa s’annebbiava e arrivavo alla fine del periodo con il fiatone, mi costringevo alla scrivania. E soprattutto non mi toccavo. Prima, quando ero un velleitario della narrazione e la mia scontentezza cronica dava l’esatta dimensione del mio abbaglio, bastava un niente per farmi desistere. Allora mi masturbavo freneticamente, <em>eiaculavo bile</em>&#8230;<br />
Se ti dicessi che non mi sei mancato sarei un bugiardo. Ma ormai avevo segnato un confine, per quanto labile potesse apparire. In ogni questione letteraria rilevante, io stavo da una parte, e tu dall’altra. Bisognava fare il verso alla vita, e tu non volevi. Bisognava accettare con umiltà il ruolo di burattinai – altro che profeti, cantori o sciamani –, e tu non volevi. Bisognava abbandonare la perversione di scrivere <em>contro </em>la scrittura, per il semplice motivo che mettersi a scrivere era di per sé un gesto rivoluzionario, contro natura, e tu non volevi. Sei tu che hai abbandonato me, in un certo senso. Una sera mi sono alzato dal tavolo, e non ti sei neppure accorto che me ne stavo andando per sempre. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/19/la-giovinezza-non-e-mai-servita-a-nessuno/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Oggi &#8220;va&#8221;. E domani?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 08:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bestseller]]></category>
		<category><![CDATA[carla benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[editing]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[vincenzo latronico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19605</guid>

					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va. A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Forse a qualcuno è capitato di spedire un manoscritto a un editore e sentirsi rispondere – quando l’editore risponde, il che non accade sempre – che è “un genere che non va.” Oppure che è l’argomento che non va.<br />
	A me è accaduto. Ho inviato il file di un romanzo breve a due editori, che sono anche amici. Mi hanno risposto dopo un paio di settimane, con due giudizi articolati che mi hanno sorpreso perché identici, benché i due editori non si conoscano, appartengano a generazioni diverse e abitino in città lontane l’una dall’altra.<br />
	Il testo era valido, dicevano, e uno, il più anziano, affermava di averlo “bevuto”, di non riuscire più a smettere. Non ho dubitato della sua sincerità. Non aveva alcun interesse a mentire. Però, hanno detto entrambi, purtroppo era impubblicabile perché “troppo datato” (testuale nelle due mail).<span id="more-19605"></span><br />
	Personalmente questa definizione, “datato”, era per me un complimento. E’ una storia ambientata in tempi antichi, ma non antichissimi, inserita negli stili dell’epoca. Il fatto che sia così datata significa che sono riuscito a raccontare una favola nel tempo perduto, con personaggi quasi da sogno, che era il mio obiettivo.<br />
	Ma non è questo il punto. Anche perché è irrilevante la mia opinione, se il testo viene rifiutato perché impubblicabile, e quindi non commerciabile.<br />
	Sono soddisfatto e me lo tengo nel cassetto, anzi, nella memoria del pc. Una soddisfazione magra e frustrante. La soddisfazione della sconfitta, il mito dei “belli e perdenti” di cui molti della mia generazione hanno subito il fascino perverso.<br />
	Intanto ho sospeso le proposte. In questo momento “non va”, ma può darsi che fra tre anni vada. Oggi sappiamo che, in barba alla demagogia sul liberismo e la concorrenza, la qualità del prodotto in sé non costituisce un plusvalore assoluto. Il fotografo Endre Ernő Friedmann a Parigi non batteva chiodo, nessuno gli comprava le foto e faceva la fame. Poi la sua compagna, una ragazza molto sveglia, un giorno disse: è il tuo nome che non va. Nessuno lo ricorda. Ora lo cambiamo. Da questo momento tu sei: Robert Capa. E diventò uno dei fotoreporter più famosi di tutti i tempi.</p>
<p>	Invece un altro romanzo, di taglio del tutto diverso, ha appena avuto la risposta di tre editori. Questo funziona, è dunque un genere che in questo momento “va”. Uno dei tre ha detto che contiene “un’idea” vincente.<br />
	Sto cercando di capire cosa funziona in questo testo secondo il trend della “filiera” editoriale. Come sto ancora cercando di capire cosa non funziona nell’altro.<br />
	Ma credo che rinuncerò. Non ho gli strumenti per questo tipo analisi.<br />
	E poi, ancora una volta, non è questo il punto.<br />
	Qualcuno può obiettare – e di fatto obietta – che questo concetto di letteratura come parte di una catena, di un segmento di filiera, equivale a svilire l’opera, e a fare del libro un “prodotto” da supermarket dell’immaginario, dell’intrattenimento. E minaccia, a lungo andare, la stessa creatività.<br />
	Anche una critica letteraria come Carla Benedetti ha parlato, sull’Espresso (ripreso dal primo amore <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1522.html">qui)</a> in termini critici, del confezionamento dei romanzi come prodotti di un’editoria che ormai è quasi del tutto industriale. E come tale deve puntare alla produzione, all’occupazione degli spazi produttivi attraverso i cataloghi. Il pericolo per la creatività starebbe anche nell’interiorizzazione più o meno consapevole da parte degli autori della figura dell’editor (cioè un ibrido di nuova generazione tra scrittore ed editor), un segmento dell’evoluzione editoriale che in questo momento è soprattutto privato (cioè agenzie letterarie che propongono forme di packaging invasive ai romanzi), ma che ha “propaggini nelle case editrici e radicine sparse fin dentro alle scuole di scrittura”.<br />
	Sull’argomento interviene (<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1528.html">qui</a>) anche uno scrittore che si chiama Vincenzo Latronico, autore di un libro per Bompiani dal titolo <em>Ginnastica e rivoluzione</em>, che scrive (dopo avere portato la sua personale esperienza – positiva – con l’editing): “Ho sentito di autori che si consultano con gli editor (o gli agenti) addirittura sulla trama di ciò che scrivono, così abdicando persino al ruolo, già mesto e ridotto di suo, di fornitori di idee da scrivere in uno stile altrui. In questo caso la metafora industriale trova il suo compimento perfetto”. </p>
<p>Una volta un critico della vecchia guardia, da alcuni giudicato “un trombone”, che andai a trovare nella sua villa in Versilia, mi disse che la letteratura è sempre stata ostaggio dell’industria editoriale. Dostoevskij, disse, era schiavo del mercato, eppure ha scritto <em>I Demoni</em>.<br />
	Però l’anziano critico non era del tutto consapevole, credo, di questa faccenda del “genere che non va” che oggi sembra di pesatura così elevata. Forse il mercato è cambiato, si è come indurito, e oggi si cerca l’idea, la trovata che spacca, il riferimento ai gusti del pubblico che legge, l’attualità, le mode.<br />
	Se questa è una regola, o quanto meno una tendenza maggioritaria, un pensiero si fa strada, un dubbio: non saremo di fronte all’estinzione di un concetto letterario novecentesco, in cui molti di noi hanno creduto, quello della letteratura senza tempo?<br />
	Si credeva nell’esistenza di una interiorità per così dire interclassista e transculturale, sepolta dalle regole sovraordinate, dalle diverse morali, dai vari tipi di Super IO Territoriali indotti e costruiti; questa interiorità è l’IO Non Territoriale, che può venire toccato dalla creazione artistica, e quindi letteraria, quando l’autore riesce a ripulire la sua opera da tutte le scorie generate dalla società, dai pregiudizi, dall’aggressività ecc. Quando questo accade, pensavamo, un’opera letteraria può essere letta e apprezzata da persone molto diverse per cultura, per storia. E quindi non può esistere letteratura “datata”, perché oggi possiamo leggere <em>La certosa di Parma</em>, che è ambientata durante il periodo napoleonico, come se fosse un libro scritto oggi, perché il personaggio di jeune homme creato da Stendhal è senza tempo, viene riconosciuto dagli jeune hommes che sono dentro di noi, uomini e donne del XXI secolo.<br />
	Ci abbiamo creduto, ma è vero?<br />
	Oggi questo concetto sembrerebbe in via di superamento. La letteratura si lega al periodo, ai generi, alle manifestazioni esteriori e temporanee del costume e della storia.<br />
	Forse è questo il punto. Al di là delle considerazioni sul mercimonio letterario, che sono in qualche modo superflue, perché è il sistema che sta a monte – una società post capitalista segnata dalla retorica della meritocrazia – a segnare ogni aspetto della nostra vita, compresa la letteratura, trovo interessante – e inquietante – questo superamento della condivisione di sensazioni espresse dall’IO Non Territoriale. L’immaginario, oggi, sembra spezzettato e diviso in settori, in bande, in subculture dominate dalla pubblicità e dalla retorica; sembra segnato da una ricerca di conferme, di ri-letture, di ri-visioni, di ri-ascolti; cerchiamo libri già letti, film già visti, che ci rassicurino, che ci confermino che le nostre abitudini e i nostri stili sono salvi, protetti e confermati. E questi editor di seconda generazione, tecnici della “fecondazione assistita”, sono lì per confezionare questi prodotti.<br />
	Insomma, saremmo di fronte a un transito dell’IO nel Super Io; l’umanità ancestrale espressa dalla letteratura, che tutto unisce, viene frammentata, temporalizzata.<br />
Saremmo di fronte al tramonto dell’idea – o la speranza – che non è sempre la società a generare Edipo, e quindi la sovrastruttura che condanna l’individuo a sottostare fin dalla nascita alle sue regole e alle sue follie, ma può avvenire il contrario: con un processo rivoluzionario sarà il sociale a essere generato da Edipo.<br />
	Ma se tutto questo è perduto, a chi apparterrà il futuro?</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/27/oggi-va-e-domani/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>135</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-24 21:34:25 by W3 Total Cache
-->