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	<title>biennale di venezia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Perché (non) andare a Venezia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[biennale di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi</strong><br />
Mi rifiuterò, lo prometto solennemente a me stessa, di recarmi in futuro alla Biennale per potermi vantare che sì, sono andata alla Biennale, per potermene puerilmente imbellettare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-99457" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-973x1024.jpg" alt="" width="696" height="732" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-973x1024.jpg 973w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-285x300.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-768x808.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-1460x1536.jpg 1460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-1947x2048.jpg 1947w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-150x158.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-300x316.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-696x732.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-1068x1123.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-1920x2020.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-1-399x420.jpg 399w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<blockquote><p>“<em>Come l’industria culturale, anche il turismo defrauda il suo adepto, e anche la cambiale del turismo non è mai onorata ma sempre protratta: a modo suo, come è stato constatato infinite volte, il turista non fa altro che inseguire l’irraggiungibile. Il punto è che l’evasione da una società alienata non può che essere alienata</em>.”</p>
<p>Marco d’Eramo, <em>Il selfie del mondo </em>(2017)</p></blockquote>
<p>Ecco, stavolta ho deciso: io non andrò più alla Biennale Arte di Venezia. Perché non ci capisco niente, di arte contemporanea, e poi perché, lo so, lo so già: intralcio inutilmente gli spazi che, invece, sarebbe opportuno lasciare più sgombri, a favore di altri visitatori che ben più di me hanno diritto di solcarli senza fatica, scorrevolmente, perché la loro presenza, in qualità di fruitori dotati di adeguata conoscenza della materia di cui trattasi, in effetti, riveste un significato autentico, possiede un valore concreto. Io, questo, lo so.</p>
<p>Mi rifiuterò, lo prometto solennemente a me stessa, di recarmi in futuro alla Biennale per potermi vantare che sì, sono andata alla Biennale, per potermene puerilmente imbellettare. Perché, lo possiamo dire? Quanti di noi vi si recano, conoscendo artisti, correnti, opere, filoni… diciamo con una seppur vaga cognizione di causa, eh? Quanti? Quanti sono gli esperti in grado di formulare giudizi e pareri se non proprio pertinenti che almeno osino oltrepassare l’impervio confine dei luoghi comuni, una volta varcata l’uscita, piedi indolenziti, shopper disegnato da un prestigioso studio londinese, dotato di logo ufficiale e ingravidato di cose acquistate al bookshop?</p>
<p>Io sono, l’ho detto e lo ammetto: un inutile ingombro; mi aggiro frastornata dall’incessante cacofonia prodotta dalla compresenza di numerose installazioni dotate di apparato audio-visivo, vago impacciata come anima in pena, quasi avessi un enorme punto interrogativo che grava sulla mia testa, e mentre procedo, sala dopo sala, il volume del punto interrogativo aumenta, lievita, gonfiandosi a dismisura, rischiando di divenire io stessa una inconsapevole straordinaria installazione d’arte vivente.</p>
<p>E poi, no! Pure questo: mi sorprendo con il vecchio smartphone in mano, la cover tutta sgualcita, che scatto un paio di fotografie già immaginandone un eventuale utilizzo social, una condivisione online, e mi sento terribilmente brutta. Bruttissima, sì. Quale spiacevole sensazione, quando capisci che anche tu, nonostante il tuo apparato di buone intenzioni e di supposti sani principi, incespichi e caschi, esattamente come tutte le altre marionette di questo stramaledetto circo, sei pure tu uno dei tanti pupazzi a cavalcioni di improbabili unicorni color lilla che girano girano girano in tondo, girano sempre sulla giostra del turismo di massa, sottocategoria turismo-engagé.</p>
<p>Non sono, io, affatto migliore degli altri, come arrogantemente talvolta mi illudo di essere solo perché dotata di alcune piccole, microscopiche consapevolezze in più rispetto alla media delle persone che mi stanno attorno. Anch’io, come tutti, sono costretta a strisciare online, dove, come tutti, compro il biglietto, lo stampo, provo una sottile soddisfazione se tramite home banking mi giunge la conferma dell’avvenuta transazione, quella grafica puerile, rassicurante, ludica, il pollice in su… ah, bene, ho il biglietto, controllo la mail, eccolo… lo stampo, lo piego. Fatto.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-99458" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-1024x794.jpg" alt="" width="696" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-1024x794.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-768x596.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-1536x1192.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-2048x1589.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-696x540.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-1068x829.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-1920x1490.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-4-541x420.jpg 541w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Io volevo andare alla Biennale, perché? Per condividere la visita con mio figlio. Ah, ma tuo figlio ha diciott’anni tra poco: ancora credi, tu, ingenua mammetta che non sei altro, di poter <em>condividere</em> una mostra con lui? Povera illusa! Magari pure fianco a fianco? Infatti no, appena entrati abbiamo convenuto, con un rapido scambio di una manciata di sillabe, di darci appuntamento di lì a un paio d’ore alla caffetteria dell’Arsenale.</p>
<p>Così ho peregrinato, solitaria e spaesata, da un’opera all’altra, più che altro incuriosita da alcune video installazioni multischermo, cortometraggi che riescono a condensare in un lasso temporale ristretto un messaggio, concetti, enigmi, interrogativi, dilemmi che nemmeno sapevi che frullassero nella testa di qualcuno e potessero poi affacciarsi nella tua, di testa.</p>
<p>C’è odore di gomma, plastica, sentore di tessuti acrilici e di polvere, di terriccio, di vegetali indoor. Forse è questo il profumo dell’arte contemporanea, forse non dovrei nemmeno stupirmene o addirittura esserne lievemente infastidita, ma è così. Giro giro e rigiro, mi pare di non avere una meta e me ne dolgo, sentendomi mano a mano che il tempo passa sempre più fuori contesto, fuori tempo massimo.</p>
<p>Forse è finita, per me, la stagione degli eventi, dei rituali pseudo mondani, simil culturali, quegli appuntamenti ciclici che ci danno l’illusione di un eterno ritorno, un falso presente oscenamente dilatato, così rassicuranti per il loro ripetersi sempre, ogni anno, in un preciso periodo, quelle manifestazioni a cui in molti non rinuncerebbero per niente al mondo perché del tutto funzionali al narcisismo e al presenzialismo degli amari tempi nostri, ai must sociali a cui occorre ubbidire per poter dire, di qualsiasi cosa: io c’ero. <em>Sei stata? Sono stata! Hai visto? Ho visto! Piaciuto? Da matti!</em></p>
<p>In me, che mi ritrovo a Venezia sul finire dell’estate 2022, si fa sempre più strada la convinzione che per mettersi in viaggio, invece, sia necessario possedere un buon motivo, che non basti l’impulso di assecondare un capriccio, un’offerta low-cost o, appunto, un debole, scarno atto di presenza. Un “buon motivo”, per come lo intendo io, ha a che fare con qualcosa di intimamente visceralmente sentito, qualcosa che ci germoglia dentro, che abita la nostra storia.</p>
<p>Allora succede questo. Cerco di mettermi in contatto con S, un conoscente che non vedo da quasi trent’anni e che so vivere a Burano. E vado a trovarlo, il penultimo giorno. Lì, sull’isola lontana e colorata, ci abbracciamo impulsivamente come due superstiti, e ce lo diciamo: che questo non è più tanto il nostro mondo, ricordando che quando ci era capitato di lavorare insieme, per un breve periodo, parliamo degli anni Novanta del secolo scorso, si usava ancora il fax: ne ridiamo.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-99459" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-1024x1024.jpg" alt="" width="696" height="696" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-2048x2048.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/venezia-3-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
<p>Nel giardino davanti a casa sua, S apre due sdraio e ci sediamo, accolti da un’oasi di quiete, lo sguardo adagiato sulle baragge, i colori di una laguna appartata e selvaggia. Stringo la mano a un’anziana merlettaia, vicina di casa di S, la quale mi racconta in poche parole tutta la durezza di una vita famigliare fatta di fame, fatica e disagi: lei, sposata a un pescatore, non ha mica dimenticato la vita di un tempo. Però, adesso, è felice perché ha sei nipoti, ma delle femmine nessuna fa i merletti: pensi lei, mi dice, che per fare una margherita a dieci petali, che quelle a dieci petali sono le più belle eh, ci hanno messo due anni! E poi… tutti quei tatuaggi, io mica li capisco.</p>
<p>C’è un valore nel ritrovare dopo interi decenni qualcuno conosciuto in gioventù, non è affatto scontato, lo è sempre meno, che si sia ancora in vita, e in salute. Le due ore trascorse a Burano hanno reso ancora più nitida la mia visione delle cose, il significato di un viaggio che andrebbe intrapreso per un motivo vero, come dicevo, o, al limite, per nessun motivo, dettato, in tal caso, solo dalla volontà luminosa di compiere un’azione puramente esplorativa.</p>
<p>Sul vaporetto che mi riporta a Venezia, nel tardo pomeriggio, poco prima di giungere alle Fondamenta Nove, per poi incamminarmi verso il mio albergo, considero che la cura dei rapporti umani è qualcosa che stiamo rapidamente smarrendo per strada, come si perde un mazzo di chiavi, che dopo non possiamo stupirci se non riusciamo più ad aprire le porte, rimanendone chiusi fuori; la tendenza che mi pare dilagante è di dare sempre più spazio alle cose che alle persone, agli eventi rispetto agli incontri, di concedere più tempo alla comunicazione digitale che allo scambio reale, al dialogo, all’ascolto, anche al silenzio condiviso, che andrebbe, forse, più praticato senza suscitare imbarazzo.</p>
<p>Pure dell’esperienza del gesto, nella sua intima ineffabile genuinità, stiamo perdendo memoria, soprattutto se disinteressato, non finalizzato a null’altro che a suggellare un prezioso istante di condivisione. Abbracciare un buranello o stringere la mano di un’anziana merlettaia, a questo punto, rischiano di valere ben più di una superficiale visita alla Biennale Arte di Venezia.</p>
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		<title>Venezia 74 – Un caso di Realtà Virtuale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/09/05/venezia-74-un-caso-realta-virtuale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 04:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[biennale di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo esposito]]></category>
		<category><![CDATA[realtà virtuale]]></category>
		<category><![CDATA[tsai ming-liang]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Esposito Quando due anni fa Tsai Ming-liang presentò a Venezia l’inquadratura fissa intitolata Afternoon, dove un regista e il suo attore feticcio (Tsai Ming-liang stesso e Lee Kang-sheng), installati nel quadro bucato di una casa diroccata, consumano una delle ossessioni amorose più sconcertanti e appassionanti della storia del cinema, l’ingenuo accostamento fatto dai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Esposito</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/the-deserted-still-1-res-photo-by-chang-jhong-yuan.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-69610 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/the-deserted-still-1-res-photo-by-chang-jhong-yuan-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/the-deserted-still-1-res-photo-by-chang-jhong-yuan-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/the-deserted-still-1-res-photo-by-chang-jhong-yuan-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/the-deserted-still-1-res-photo-by-chang-jhong-yuan-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Quando due anni fa Tsai Ming-liang presentò a Venezia l’inquadratura fissa intitolata <a href="https://nyti.ms/2x3lyVF" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Afternoon</em></a>, dove un regista e il suo attore feticcio (Tsai Ming-liang stesso e Lee Kang-sheng), installati nel quadro bucato di una casa diroccata, consumano una delle ossessioni amorose più sconcertanti e appassionanti della storia del cinema, l’ingenuo accostamento fatto dai più con certa tendenza museale dell’ultim’ora era già di per sé disinnescato dall’ambizione tutta umanistica e apocalitticamente intrecciata all’annuncio del cineasta taiwanese di non voler fare più ‘film’.<span id="more-69607"></span></p>
<p>Semplicemente ci si ritrova in un acquario: due voragini nel muro, oltre le quali si increspano, battute dal vento e dalla luce, le cime degli alberi che declinano in profondità in quella che sembra una foresta, o una valle, o un sistema di colline. I due attori parlano, ridono, piangono, ricordano, restano in silenzio (cioè, più che altro, Tsai Ming-liang parla piange si dimena disperatamente e Lee Kang-sheng protrae i suoi proverbiali silenzi in una zona molto vicina, vicinissima al disumano…). E se allora ci si poteva domandare che cinema fosse questo e se alludesse a ciò che fa sempre del documentario l’ipotesi più ambigua possibile di quello che di solito ci affrettiamo a indicare come il nostro rapporto con la realtà, la domanda si complica sensibilmente oggi di fronte al ritorno di Tsai Ming-liang sul medesimo set per girare, sempre con Lee Kang-sheng, un’opera-film di Realtà Virtuale, cinquantacinque vertiginosi minuti intitolati <a href="http://variety.com/2017/film/asia/vr-venice-tsai-ming-liang-deserted-1202542656/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>The Deserted</em></a> (Venezia 74 organizza addirittura un Concorso in VR quest’anno, con breve tragitto acquatico in vaporetto e isolotto del Lazzaretto dotato di postazioni per visione con casco secondo il metodo degli stand-up, installazioni e appunto film veri e propri).</p>
<p>Ma restiamo ancora un poco su <em>Afternoon</em>. L’inquadratura fissa, che per l’appunto non ha nulla di museale, è semmai ulteriore inganno, che gioca al suo interno un movimento irrefrenabile, vibrante fra l’elettricità delle circuitazioni cromatiche e gli smottamenti del cuore (senza contare la testa dell’operatore che ogni tanto compare nel plan; senza contare l’ambiguità con cui Tsai Ming-liang stesso, da oggetto del film, accede, all’inizio e alla fine, a quella ulteriore di soggetto-regista &#8211; il cut d’avvio e, prima di chiudere, l’ordine: “Aspettiamo che cali la luce”). Il cinema agisce in una zona che precede (e poi forse concede) i suoi autori. In <em>Afternoon</em> il fatto incontrovertibile è che il metodo di Tsai Ming-liang, partire sempre da un campo lungo e progressivamente stringere e stringere fino ad arrivare a un primo piano infinito e bagnato dalle lacrime, qui è genialmente rovesciato, l’inquadratura unica e la vita privata messi in campo sono subito da sé un primissimo piano, ingannevole e ambiguo come può esserlo solo la vita privata (privata di cosa poi?), e le figure possono allora sostare in un campo medio/lungo, col volto in ombra, che ingaggia la sua battaglia con ciò che si vorrebbe svelare ma che forse è già malinconicamente svelato, strenua difesa contro il visibile.</p>
<p><em>The Deserted</em> riparte da qui. Il set è, come detto, la stessa fila di edifici abbandonati e diroccati immersi nella foresta taiwanese. La prima inquadratura mostra Lee Kang-sheng su un divano vittima dei suoi leggendari problemi alla schiena e al collo (filmati a lungo da Tsai Ming-liang a partire da <em>The River</em>), che regola con le dita una sorta di macchinetta elettrica che lo punzecchia sulle spalle per mezzo di piccole terminazioni nervose. Sulla destra la grande attrice Lu Yi-Ching (anch’essa nel ruolo leggendario di madre in molti film di Tsai Ming-liang) sta cucinando e bollendo qualcosa. Sul fondo, oltre le mura scrostate e bucate, verdeggia la foresta. Tutto ciò, al di là della tecnica, funziona come forma di riconoscimento che reimmette lo ‘spettatore’ in un processo di familiarità con i film di Tsai. L’impressione è quella di trovarsi in un abisso o, di nuovo, nel fondo di un acquario (acqua, pioggia, umidità, riflessi scorrono ovunque). Ma siamo in un’esperienza di Realtà Virtuale e dunque il visitatore può cambiare il proprio punto di vista e per esempio guardarsi alle spalle, oppure auto-dronizzarsi con panoramiche palmo a palmo del pavimento o del soffitto: ecco allora l’inizio di un corridoio, alte mura grondanti liquidi e muffa, la foresta di fuori… Da qui in poi ogni singola scena-inquadratura ci pone al centro dell’azione (pur con differenti posizionamente all’interno delle stanze): ma il fatto è che il viaggiatore virtuale può decidere di non guardare. Letteralmente. Non guardare guardando altrove. Virtuale implica significa finanche avvicina l’invisible? Forse. Intanto implica, dato l’aggiornamento difficile della tecnica in questione rispetto alla morbida intensità della pupilla, un vero e proprio accecamento. L’occhio, cui il casco dona l’onnipotenza di una visione a trecentosessanta gradi, è in realtà costretto a uno sforzo continuo di continua messa a fuoco e di abitudine ai salti nel vuoto e alle oscillazioni abissali di prospettiva. Scordatevi di poter cogliere i tratti dei volti o la precisione dei dettagli; accettate la vostra nuova vita grandangolare e concentratevi a camminare lo spazio…</p>
<p>Nella scena successiva vediamo Lu Yi-Ching aggirarsi in un piccolo orto, mentre Lee Kang-sheng si prende cura delle piante. Tutto intorno una giungla di alberi e colori: verde, rosso, blu. Poi Lu Yi-Ching lascia la casa, la si vede camminare in strada e scomparire, ma alle nostre spalle c’è già un’altra donna più giovane vestita di bianco che da altri palazzi spellati osserva la strada dall’altro lato. Da questo momento in poi Lee Kang-sheng rimane solo in una sorta di dimensione parallela (non diremo virtuale per ciò che attiene al narrative), un quasi-sogno dove la giovane donna sembra prendere il posto della madre, si aggira come un fantasma nelle stanze vuote, siede allungandosi sulle mura mentre una rana le striscia sul vestito, fa sesso con Lee Kang-sheng in una grande vasca battuta dalla pioggia e dove Lee galleggia nudo giocando con un grande pesce (il pesce diventa la ragazza?). I due si baciano e lentamente spariscono nel fondo come ombre d’acqua. Se state guardando questa scena o se volete non guardarla sappiate che intorno a voi e alle vostre spalle le mura a strapiombo e la foresta giganteggiano. Poi. Lee e la ragazza sono sdraiati su un materasso. Cominciano a ridere. Lei si alza e lascia la stanza sempre ridendo. Di nuovo è resta solo, non smettendo mai di ridere. Di nuovo nell’altro lato della stanza grandi buchi sostituiscono le finestre e mostrano la foresta. Ultima inquadratura. La stessa camera dell’inizio, ma stavolta siamo fuori sul terrazzo. Lee sta cucinando e si siede a mangiare. Dietro di noi scende una notte calma a proteggere la foresta. Parte una canzone, “Passion eyes”, titolo forse più giusto per questo eccezionale caso di Realtà Virtuale.</p>
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