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	<title>blasfemia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Democrazia e blasfemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2020 16:33:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-86693" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-768x1043.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-754x1024.jpg 754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-250x339.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-200x272.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer-160x217.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/800px-BlasphemyDurer.jpg 800w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia è di quelle che ti si appiccicano addosso per tutta la giornata come una iettatura: un professore delle scuole medie decapitato dal solito terrorista dell’ultimo minuto. Se il fatto in sé è inverosimile e nauseante, lo è ancor più la motivazione: il professore è stato ammazzato perché, durante una lezione sulla libertà di espressione, aveva mostrato in classe due caricature di Maometto, diventate tristemente celebri in seguito alla strage della redazione di <em>Charlie Hebdo</em> nel gennaio del 2015.<span id="more-86690"></span></p>
<p>Nelle settimane precedenti, l’insegnante si era trovato ad affrontare le proteste di alcuni genitori musulmani. Un genitore, in particolare, di un’allieva di tredici anni che aveva assistito alla lezione, ha denunciato l’insegnante alla polizia per aver mostrato in classe “delle immagini pornografiche”. Non soddisfatto, ha postato un video su <em>youtube</em>, in cui dava un resoconto tendenzioso dei fatti, e chiedeva solidarietà ad altri genitori, affinché il professore “voyou” (“delinquente”) fosse sospeso dalle sue funzioni. Il 16 ottobre un ragazzo di diciotto anni, nato a Mosca di famiglia cecena e rifugiato in Francia, aggrediva l’insegnante di geografia e storia di quarantasette anni, e gli tagliava la testa, prima di essere ammazzato a sua volta da una pattuglia della polizia.</p>
<p>Questo assassinio terroristico, in quanto insegnante, mi riguarda particolarmente, perché, quali che siano le condizioni che l’hanno preparato, è un assassinio che mostra in modo inequivocabile il suo obiettivo. Sono stati ammazzati gli autori di vignette blasfeme, sono stati ammazzati ebrei francesi, sono stati ammazzati giovani parigini che assistevano ad un concerto rock o erano seduti ai tavolini di un bar, sono state ammazzate persone a caso, francesi o stranieri, atei, cristiani o musulmani, uomini, donne o bambini. Il terrorismo non va sempre per il sottile. Questa volta, però, si ammazza un insegnante perché fa una lezione di educazione civica, e tratta di temi come la censura, come la blasfemia, come la satira, in una società democratica.</p>
<p>Certo, sulle radio e televisioni francesi, dicono tutti in coro che nessuno si farà intimidire, che la laicità dell’istituzione scolastica non sarà mai messa in discussione, e che anzi la politica fornirà la scuola di ulteriori strumenti difensivi. Per conto mio, se mi trovassi in una scuola media o in un liceo o persino in un anfiteatro universitario con tante allieve velate e tanti allievi di probabile confessione musulmana, non sarei così tranquillo nell’affrontare temi, per altro banali, almeno in certi ambiti disciplinari, come la censura, la satira, la libertà d’espressione, ecc. Avrei paura. Mi ritornerebbe in mente un certo signore, insegnante di storia e geografia, che esce dalla sua scuola e si dirige a piedi a casa, finché un forsennato gli salta addosso, uccidendolo a colpi di coltello. Ma mi basterebbe semplicemente pensare a una fronda di genitori musulmani o all’organizzazione di petizioni, senz’altro inutili. Oppure, in ambito universitario, alla fronda di allievi musulmani. Certo, certo, le paure esistono per essere superate. Certo, nulla di tutto questo potrebbe in fondo accadere. Però intanto la paura c’è, perché il ricordo dell’orrore non si cancella così in fretta. Tra le tante difficoltà che un professore può oggi affrontare, aggiungiamoci questa.</p>
<p>Non è mia intenzione lanciarmi in un’analisi dell’atto terroristico, delle condizioni che l’hanno favorito, del conflitto tra comunità musulmane e istituzioni francesi che di tanto in tanto emerge in maniera plateale. Nemmeno voglio qui trattare dell’islamofobia che alligna in una parte importante della società francese o del “comunitarismo” di una certa parte della popolazione musulmana in Francia. Mi limito, su questo versante, a segnalare un punto. Una delle preoccupazioni della destra, ma anche di certa sinistra moderata, in Francia, è la presenza del velo negli spazi pubblici. In ambito scolastico, questa preoccupazione si traduce, ad esempio, nei tentativi ripetuti per impedire che le mamme accompagnatrici nelle varie attività scolastiche al di fuori dell’istituto siano presenti con il velo. Stiamo parlando di mamme, che si mettono volontariamente a disposizione per accompagnare l’insegnante in un uscita scolastica sportiva, ad esempio. (Attualmente, comunque, le mamme che non svolgono attività pedagogiche, ma di puro accompagnamento, possono essere presenti con il velo. Per ora la destra non è riuscita a imporre la sua laicità pelosa.) Già è più complicata la situazione di una mamma col velo, che si renda disponibile per gestire due o tre ore la biblioteca dell’istituto scolastico. In questo caso, infatti, il velo mammesco entra in contatto con la sacra sfera della pedagogia laica, e le due entità (velo, da un lato, pedagogia laica, dall’altro) sono incompatibili. Ebbene, tutte queste preoccupazioni, tutto questo sospetto per la presenza del velo, per le contaminazioni tra velo e pedagogia, a me sembrano eccessive e, per di più, controproducenti. Le mamme musulmane non di rado sono sulla difensiva, e quindi estremamente polemiche e rivendicative, in quegli ambiti istituzionali, come la scuola, che sono in definitiva più “morbidi” proprio nei loro confronti. Ve ne sono altri di ambiti, come ad esempio la polizia o più in generale l&#8217;amministrazione, che mostrano nei confronti del musulmano un atteggiamento ben più aggressivo e diffidente, in particolar modo se vive nei quartieri popolari delle periferie.</p>
<p>Tornando alla scuola, appare insomma irragionevole questa insistenza sospettosa sul velo, come elemento puramente simbolico, laddove altri problemi ben più gravi potrebbero sorgere. E il caso macabro del professore decapitato ci mostra quali potrebbero essere. Se una linea di fronte deve essere messa dall’istituzione laica e democratica, questa dovrebbe salvaguardare innanzitutto la didattica, la libertà dell’insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali.</p>
<p>Vengo ora alla questione che ha motivato questo mio intervento. Penso che la ripetizione di formule come “libertà d’espressione” o “diritto alla blasfemia” non spieghino sufficientemente, perché è importante difendere la possibilità di parlare di caricature blasfeme, e di considerare che esse fanno parte, nella loro marginalità e quasi irrilevanza, del tesoro della nostra democrazia. Il filosofo che per me ha messo in luce il nesso costitutivo tra democrazia e blasfemia è Cornelius Castoriadis, che della nozione di “democrazia” si è occupato con grande assiduità sia dal punto di vista storico che teorico. Partiamo, dunque, da una definizione non banale di “democrazia”. Per Castoriadis i regimi democratici non si basano semplicemente su un sistema di norme, ma su di un immaginario collettivo, e su di un sistema di nozioni e valori che lo innervano. Punto cruciale di questo sistema è il concetto di “autonomia”, ossia la possibilità che il popolo ha, senza distinzione di ceto, genere, razza, religione, di istituire la sua propria legge. La democrazia esiste laddove è il popolo che pone a sé, sovranamente e liberamente, i propri limiti. Questo significa che, in una democrazia, le leggi che regolano l’organizzazione sociale non sono né conseguenza di una parola divina né di leggi naturali né di leggi della storia. Naturalmente, giunti a questa frase, già una buona fetta di coloro che si ritengono democratici, son pronti a disertare la democrazia come la intende Castoriadis. L’idea che le leggi della società si fondino non su qualche bel sostrato solido e imperituro, come la natura (il codice genetico), o come l’impersonale evoluzione della storia (la dialettica materialistica), o come l’infinita chiaroveggenza di un Dio, ma si fondino sull’umanità stessa, imperfetta e soggetta ad errori, sulla sua visione del mondo, sulle sue competenze “mondane”, sui significati che essa elabora, ecc., tutto questo non solo non è ovvio, ma non è nemmeno rassicurante.</p>
<p>Veniamo ora alla blasfemia, e alla blasfemia inscritta nel genere della satira, letteraria o illustrata. La satira, dacché esiste, ha sempre come obiettivo gli esseri umani, gruppi sociali o individui. Inscritta, e usata nella satira, la blasfemia è quindi una forma di attacco polemico e critico non a delle entità divine, ma a dei seguaci umani, molto umani, di una certa dottrina religiosa. Nel gioco letterario e artistico della satira, se è davvero portatrice di critica in un senso profondamente democratico, come non ci si ferma di fronte al potere politico così non ci si ferma di fronte al sacro religioso, ossia alla parola divina. Non ci si ferma, perché l’intera società democratica non si è fermata alla parola divina, non ha accettato i dogmi e le verità dei libri sacri, ma li ha messi in discussione, e in modi diversi, attraverso l’argomentazione e la dimostrazione scientifica, ma anche attraverso la satira mescolata alla poesia, al romanzo, al teatro, e anche alla vignetta caricaturale. In democrazia, più in generale, non vale l’onniscente e eterna parola di Dio, ma quella fragile e provvisoria degli esseri umani.</p>
<p>L’assassinio terroristico di questo insegnante mostra in modo chiaro qual è la conseguenza di sconfessare, a monte, la satira volgare, non divertente, di <em>Charlie Hebdo.</em> A valle, le lezioni sulla caricatura, sulla satira, sulla censura, sulle varie forme di critica della nostra tradizione democratica, saranno purgate della satira “cattiva”, per esempio quella che varca i confini della blasfemia. Sembra una questione di gusto, ma come sempre è una questione di autorità. Chi ha l’ultima parola? Il disegnatore che governa sovrano solo sulla sua piccola superficie di carta in un settimanale di genere, o i rappresentanti di una religione, che hanno un effettivo potere su migliaia, a volte milioni, di persone?</p>
<p>Spero, insomma, che l’orrore di ieri, e quello che è già avvenuto in Francia nel passato, ci renda più maturi. Non si tratta più di decidere se ci piacciono o meno le vignette di <em>Charlie Hebdo</em>. Possiamo sempre elaborare una critica della loro politica editoriale o delle loro scelte estetiche. Ma qui la questione principale è un’altra. Riguarda quello che vogliamo a tutti costi trasmettere, come elementi fondamentali della democrazia. Io credo che, nonostante le paure che da oggi avremo maggiormente, satira e blasfemia fanno parte del pacchetto immunizzante contro l’autoritarismo dei dogmi religiosi e politici.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Albrecht Dürer, <i>La blasfemia</i>, 1494</p>
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