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	<title>blog letterari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Clizia: un blog pugliese che non è solo un blog. Intervista agli ideatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 09:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Davide Gatto Cinema, politica economica, letteratura, filosofia e sociologia: da Kant a Houellebecq, da Von Trier a Von Hayek, dalle regole dei social ai buchi neri. Da tre mesi, a cadenza settimanale, è ripartito dopo un periodo di latenza Clizia Web, un blog che è innanzitutto un collettivo e, da aprile 2019, anche [&#8230;]]]></description>
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<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-92111" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/clizia-logo-450-300x291.png" alt="" width="300" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/clizia-logo-450-300x291.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/clizia-logo-450-150x146.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/clizia-logo-450-432x420.png 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/clizia-logo-450.png 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Davide Gatto</strong></p>
<p><em>Cinema, politica economica, letteratura, filosofia e sociologia: da Kant a Houellebecq, da Von Trier a Von Hayek, dalle regole dei social ai buchi neri. Da tre mesi, a cadenza settimanale, è ripartito dopo un periodo di latenza <a href="https://www.cliziaweb.com/"><strong>Clizia Web</strong></a>, un blog che è innanzitutto un collettivo e, da aprile 2019, anche una associazione di promozione culturale sul territorio. </em></p>
<p>Approfittando dell’allentamento delle misure anti-Covid, incontro i due ideatori, Roberta Muri e Francesco Caiazzo, ad un tavolino all’aperto del bar sotto casa: siamo nel primo Salento e l’aria estiva è molto dolce nell’ombra nuovamente vociante del viale alberato. Conosco Roberta e Francesco da tempo; come molti altri giovani del Sud, con i quali condividono lo strappo dalle radici e l’esperienza dell’erranza per legittime e anzi lodevoli ambizioni culturali e accademiche, vivono per ora di soggiorni lunghi altrove, agognati, e di altrettanto agognati rientri. In occasione di questi, troviamo sempre il modo di incrociare esperienze, riflessioni, letture, commenti e progetti in cantiere e cantierabili: preferibilmente attorno a un tavolino del bar sotto casa, come questa volta.</p>
<p><strong><em>L’estensione del sito (<a href="http://www.cliziaweb.com">www.cliziaweb.com</a>) recita “Blog culturale </em>pugliese<em> dal 2016”, e molti redattori, nelle loro stringhe identificative, si qualificano con lo stesso aggettivo. Colpisce l’insistenza sulla matrice territoriale dell’iniziativa: come conciliare il contesto trans-territoriale e “liquido” della rete con una dichiarazione così esplicita di territorialità identitaria?</em></strong></p>
<p>Pensiamo che territorio e web siano due realtà che possono coesistere e ancora alimentarsi a vicenda tramite il continuo scambio di contenuti e di forme. Dopo molte riflessioni ed esperienze sul nostro territorio e al di là di questo, siamo divenuti consapevoli dell’urgenza di un progetto che conciliasse entrambi. L’ambiente della Rete, aperto e potenzialmente immenso, è una finestra sul mondo che ci dà la possibilità di guardare oltre la siepe, ad altri territori. In particolare, la Rete è fatta per noi soprattutto delle storie e dei rapporti con studenti, studiosi e ricercatori che conosciamo in ogni dove e che invitiamo a collaborare al progetto. In questo quadro sempre variabile e molto fitto di sensibilità e di esperienze che si intrecciano, però, è quasi necessario fissarsi e riconoscersi in un punto determinato, che è costituito nel nostro caso dall’identità territoriale. Clizia si protrae fuori, nelle università italiane, nei luoghi fisici e intellettuali della cultura, e poi fa ritorno a casa in Puglia, dove ha le proprie radici e dove ha sede l’associazione culturale. È in fondo nella natura di Clizia che questo movimento aperto su vari orizzonti cerchi degli spazi in cui plastificarsi, come avviene per esempio sui treni e nei lunghi viaggi che molti di noi compiono perché studiano e lavorano fuori dalla regione. Solo con il ritorno, però, con il restare anche, tutti questi apporti trovano il loro più vero punto di caduta, contribuendo a costruire un’identità che è plurale, dialogica, mai dogmatica. Tenere insieme sguardo locale e prospettiva globale è possibile anche grazie alle persone che fanno parte di Clizia. L&#8217;eterogeneità del gruppo, infatti, sia tra i soci dell&#8217;associazione che tra i componenti del collettivo del blog, stimola un dialogo e un confronto continui che non possono che essere fecondi in entrambe le direzioni.</p>
<p><strong><em>Quando parlate di territorio non riesco a non pensare che siamo a due passi da Taranto e dentro il primo Salento, una realtà che forse compendia in modo esemplare tante storture dei nostri tempi: la svendita dell’ambiente e dei diritti fondamentali della persona alla grande industria e al turismo di massa, il persistente e comodo divario tra Nord e Sud, l’emigrazione forzata dei giovani più brillanti, il progressivo invecchiamento della popolazione. La rivendicazione della vostra identità meridionale e pugliese può essere dunque interpretata anche come una dichiarazione di attivismo civico, se non militante?</em></strong></p>
<p>La rivendicazione della nostra identità meridionale e pugliese contiene chiaramente l’istanza di denuncia di molte delle storture che in modo così evidente vediamo gravare sulla nostra terra e su tanti giovani come noi. È per questo motivo che abbiamo sempre fatto ruotare l’operato di Clizia attorno a questi temi. Nel 2019, per esempio, noi studenti universitari abbiamo approfondito le vicende legate a Taranto ed alla sua grande (se non altro per dimensioni) industria e presentato il nostro contributo presso la Biblioteca comunale di Grottaglie. Per l’occasione avevamo scelto il titolo <em>Fumo negli occhi. Le voci dei giovani sull’ex-Ilva. </em>È indubbia quindi la matrice attivistica del nostro impegno, ma va sottolineato che esso si dispiega poi nei modi peculiari di un processo lento, di studio e di approfondimento, e che è quindi fortemente connotato in senso culturale: l’articolo sul blog, la rivista autoprodotta, la conferenza pubblica.</p>
<p><strong><em>Avete deciso di intestare blog e associazione a Clizia, la figura chiaramente allegorica che Eugenio Montale canta nella Primavera hitleriana come colei che “il non mutato amor mutata” serba. Potete spiegare le ragioni di questa scelta e quali linee programmatiche implica?</em></strong></p>
<p>Il mito racconta che Clizia, innamorata di Apollo-Sole ma non corrisposta, venne trasformata in girasole, costretta dunque a seguire il quotidiano corso celeste dell’amato dalla terra in cui era piantata. Montale indica proprio lei come modello mitico a cui rifarsi per attraversare la bufera che sempre imperversa sul mondo. La degradazione a vegetale della ninfa assume per Montale il significato di un riscatto da realizzare nella resistenza: impulso alla conoscenza critica, volontà di interpretare la complessità del reale e non di rifuggirla per inesistenti mondi migliori. Il mito ovidiano, ripreso da Montale, è stato il punto di partenza del nostro progetto, ciò che ci ha inspirato quando ci siamo seduti ad un tavolo e abbiamo pensato di dover creare un contenitore culturale che desse voce ai tanti giovani che, come noi, aspettavano – appunto &#8211; soltanto l’<em>Occasione</em>. In effetti il primo passo, ovvero la costituzione di un collettivo di persone che potesse animare il blog, ha visto molte adesioni nonostante della proposta non ci fosse che questa idea embrionale. Il mito di Clizia rivisitato da Montale era evidentemente un buon biglietto da visita, che continua oltretutto a forgiare chi noi siamo: un insieme di persone dallo sguardo plurale e attento, alla ricerca di interrogativi più che di comode risposte, ostinatamente fiduciose in quelle forze del sapere e della ragione che l’Apollo-Sole del mito simboleggia.</p>
<p><strong><em>Nel suo </em>Vita activa<em> (1958) Hannah Arendt lamentava la scomparsa della praxis e della lexis, della capacità cioè di produrre il nuovo attraverso il libero confronto dialettico, dallo spazio pubblico. Forse una conferma della sua analisi è l’ipertrofia perlopiù vuota del “discorso” che la tecnologia informatica ha reso possibile, in assenza di corrispondenti novità politiche. Voi promettete di ricucire il discorso e l’azione, l’attività culturale e l’attivismo civico, la dislocazione trascendente della Rete con il radicamento immanente sul territorio; intanto, però, come contate di ritagliarvi uno spazio di visibilità tra la polvere di parole e le infinite galassie di blog che intasano l’universo virtuale?</em></strong></p>
<p>È vero, sono migliaia i blog culturali simili al nostro per contenuti ed obiettivi. Il nostro tratto distintivo e la nostra forza è però l’identità, che è territoriale, neomeridionalista e basata sull’attivismo civico. Soprattutto miriamo a moltiplicare i punti di vista, non a sottometterli a un canone precostituito: contributi coraggiosi, ben argomentati e contrari all’opinione <em>mainstream </em>del momento, da cui scaturisca il dibattito, sono sempre ben accetti. Infatti non vogliamo semplicemente limitarci alla pubblicazione di articoli; ambiamo al dibattito, <em>online </em>così come in presenza. Vogliamo, poi, essere presenti sul territorio e dargli una voce, che giunga nella sua autenticità quanto più lontano possibile grazie allo straordinario potere di amplificazione del web. E siccome ci sono persone che per necessità o per scelta non sono presenti sui social network &#8211; che pure rimangono la cassa di risonanza principale per diffondere i contributi del blog -, abbiamo affidato per statuto alla nostra parte associativa il compito di raggiungere anche loro. A fine giugno, per esempio, stamperemo e distribuiremo la nostra terza <em>fanzine, </em>per la quale abbiamo scelto il tema della città, con uno speciale dedicato a Taranto. Come cambiano i luoghi che viviamo ogni giorno? Che tipo di pratiche e di consumi si sono affermati durante la pandemia? Queste sono alcune delle domande da cui partiremo e a cui proveremo a rispondere con altre domande. Faremo, poi, delle presentazioni itineranti tra le province di Brindisi e Taranto, coinvolgendo gli autori degli articoli e gli assessori alla cultura perché crediamo nei percorsi inclusivi e nel costante dialogo con le istituzioni pubbliche. È importante sottolineare che tutte le nostre iniziative sono interamente autofinanziate con il contributo dei soci e con donazioni liberali, ciò che ci consente di preservare intatta in ogni circostanza la nostra indipendenza critica.</p>
<p>***</p>
<p>Si è fatto tardi e ci salutiamo, non prima però di aver chiacchierato ancora un po’ delle loro Bologna e Vicenza, Stoccolma e Parigi, della mia Milano, di questo e di quello. E mentre rincasando esco dall’ombra nella luce netta del sole penso quanto sia importante il radicamento territoriale, solo dall’attaccamento quasi fisico a un luogo, ai suoi colori, ai suoi odori, alla gente che lo abita può nascere un autentico impegno civico e politico, penso a me, come tanti nato a Milano da genitori meridionali immigrati e fondamentalmente senza patria, consapevole e attivo politicamente ma nel modo teorico e cerebrale di chi discute di rivoluzione ma non ha una terra sua da redimere, e poi penso a Roberta, a Francesco e agli altri giovani di Clizia, alla lucida determinazione con cui intendono sfuggire al subdolo richiamo dell’Altrove che oggi laicamente si presenta nelle forme disincarnate della “realtà” virtuale e della dimensione sostanzialmente apolide delle accademie e della cultura, e poi ancora penso alla bellezza senza tempo di questi luoghi e allo scempio che solo uomini, altri uomini ne hanno fatto, e mi sembra di sapere con certezza che se mai finalmente questa terra – ogni terra – potrà trovare un riscatto, se mai finalmente una nuova strada potrà essere aperta, lo dovremo a giovani e meno giovani che come la Clizia del mito non rinnegano la terra in cui sono piantati, ma la curano amorevolmente senza mai distogliere lo sguardo dalla vastità del cielo e dal carro di Apollo-Sole che placido la attraversa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da Osorgin a Chicca Gagliardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Feb 2016 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Chicca Gagliardo]]></category>
		<category><![CDATA[Michail Osorgin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Chicca Gagliardo, Nell’aldilà dei pesci, La Libreria degli Scrittori, 2014, pubblicazione digitale; Ponte alle Grazie, 2006, pubblicazione in brossura. La Libreria degli Scrittori è una casa editrice digitale molto particolare. È un editore di libri scomparsi. Vuoi perché esauriti, vuoi perché fuori mercato, vuoi perché non considerati ma meritevoli di considerazione. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Gagliardo_LdS.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-60051" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Gagliardo_LdS.jpg" alt="Gagliardo_LdS" width="282" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Gagliardo_LdS.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/Gagliardo_LdS-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a>di </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><b>Chicca Gagliardo</b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nell’aldilà dei pesci</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Garamond, serif;">, La Libreria degli Scrittori, 2014, pubblicazione digitale; Ponte alle Grazie, 2006, pubblicazione in brossura.</span></span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">La </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.libreriadegliscrittori.it/"><span style="font-family: Garamond, serif;">Libreria degli Scrittori</span></a></u></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è una casa editrice digitale molto particolare. È un editore di libri scomparsi. Vuoi perché esauriti, vuoi perché fuori mercato, vuoi perché non considerati ma meritevoli di considerazione. Prende il nome da una libreria realmente esistita a Mosca negli anni tra il 1918 e il 1922, quando il mondo editoriale della vecchia Russia veniva schiacciato dalla censura bolscevica. Qui, non potendo più stampare nuove opere, venivano raccolti e messi in commercio libri di tutti i generi, compresi quelli invisi al regime. La Libreria degli Scrittori vendeva e comprava volumi con il solo scopo di opporsi al declino culturale, quasi fosse l’ultimo presidio di sopravvivenza della lettura. E forse lo era, almeno: certamente della lettura libera. </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Mikhail_Osorgin"><span style="font-family: Garamond, serif;">Michail Osorgin</span></a></u></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> ne fu uno dei promotori, nonché il cronista di quella straordinaria avventura che durò finché il regime non ne comprese l’importanza. E di conseguenza la “pericolosità”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Tutto questo lo sappiamo – ci informa la stessa casa editrice digitale in una nota in fondo ai suoi e-book – grazie a </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’impronta dell’editore</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> di Roberto Calasso, uscito per Adelphi nel 2013. Il tema, in verità, era già stato trattato dallo stesso Calasso nel breve saggio </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>L’editoria come genere letterario</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, letto pubblicamente nel 2001 nella sala del Museo di architettura Schusev di Mosca in occasione di una mostra dedicata alla casa editrice, quindi uscito nella rivista in volume </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Adelphiana. Pubblicazione permanente</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (Adelphi Edizioni, 2002) e ripubblicato nella raccolta di saggi e articoli dal titolo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La follia che viene dalle Ninfe</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> (Adelphi Edizioni, 2005).</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Cosa c’entra Chicca Gagliardo con Osorgin. Il volumetto della Gagliardo </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Nell’aldilà dei pesci</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;"> è uscito nel 2006 e poi finito nell’aldilà dei libri, il mondo dove confluiscono le idee e le storie nate e poi scomparse. Ma qui la Libreria degli Scrittori digitale l’ha ripescato (espressione che calza a pennello, dato il titolo) e i pesci, le donnastre, i giochi di parole, i sogni fantasiosi della Gagliardo sono tornati nell’aldiquà leggibile – certo, solo in versione libro elettronico, ma comunque leggibile.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Quella di Chicca Gagliardo è una carrellata di personaggi femminili grotteschi, vere e proprie caricature spietate di donne in carriera, “donnastre” come le chiama lei, che mangiano sushi e hanno come soli riferimenti l’ingresso nell’alta società e il mito del corpo magro e perfetto. In mezzo a loro sbucano le antidonnastre (questo invece è un mio neologismo per meglio sintetizzare l’idea), quelle che sognano, che si nutrono di poesia.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Il libro è composto da diciassette capitoli più una introduzione (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>La vita di un libro</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">) e un epilogo o meta-epilogo (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Un mattino, i pesci</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">). Dei diciassette capitoli, tredici riportano nomi di donna e comunque tutt’e diciassette hanno come protagonisti delle donne, dai nomi che non si ripetono mai. Più precisamente: Rosa, Cecilia, Agata, Amanda, Ambra, Bianca, Chiara, Maddalena, Letizia, Sofia, Teresa, Elena, Desideria, Sara, Giulia, Marta, e lei, la stessa Chicca, anche se in realtà non viene mai nominata. Il libro è insomma un donnario con le più svariate tipologie di donne. A fare da contrappeso nel corso della narrazione, benché non altrettanto particolareggiato, è un analogo uomario, con tipologie di uomini costruiti sulla stessa linea grottesca delle donnastre: individui maschili bellissimi, dai riccioli neri, occhi verde alga che ti fissano, “uomini che odorano di sandalo e scarpe stringate, di dopobarba e di dopotichiamo e primaopoicirivediamo”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Ma se da un lato quella della Gagliardo potrebbe sembrare una scrittura al femminile, nell’apparente semplicità del testo traspaiono immagini di autentica e surreale poesia, dal cuore del tempo che batte in senso contrario facendo tac tic, tac tic, tac tic, alla comparsa di creature a metà strada tra realtà e immaginazione che realizzano grandi cose e si divertono a farle apparire piccole “perché le cose grandi diventano pesanti”. Sino a velate citazione bulgakoviane, come una Marta nuda che si alza in volo. C’è il gusto per la parola, per il gioco di parole (“i fati non esistevano, c’erano solo le fate”), per i voli di fantasia (dai vestiti carnivori alla pelle “color delfino che salta”), e per la meta-narrazione, ossia quella narrazione che ne va del suo stesso narrare (come il meta-epilogo accennato più sopra, dove la stessa scrittrice si fa personaggio e racconta ai pesci le storie che il lettore ha appena letto).</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Una buona dose di ironia alleggerisce il tutto, alleggerisce sofferenze interiori e momenti di disperazione, persino la morte di donnastre come Desideria: “Ecco qual era la cosa da fare che non ricordavo! Che bisognava morire. Detto e fatto, morì su due piedi. Le pratiche sono state sbrigate in fretta, un pool di esperti della Gestione Risorse Umane ha subito trovato un’altra Manager Suprema per l’azienda di città, l’azienda al mare e quella di campagna”.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">C’è poi questa aspirazione alla leggerezza, la stessa leggerezza dell’amica scomparsa che appare in sogno nel racconto finale (</span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Cosa ci sarà di là</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">). È un incontro surreale e suggestivo, come sono gli incontri che avvengono nei sogni. L’amica se ne va poi per sempre, salvo appunto lasciare la sua leggerezza che “ogni tanto appare e fa un salto nell’aria”. È probabilmente da qui che Chicca Gagliardo prende spunto per la sua opera successiva: </span><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Il Poeta dell’aria. Romanzo in 33 lezioni di volo</i></span><span style="font-family: Garamond, serif;">, uscito nel 2014 per le edizioni Hacca. Che prima poi leggerò, ne sono certo.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Garamond, serif;">Un’ultima nota. Chicca Gagliardo, fra le altre cose, gestisce un blog dedicato ai libri, da un po’ di tempo a questa parte diventato blog collettivo: </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.hounlibrointesta.it/"><span style="font-family: Garamond, serif;"><i>Ho un libro in testa</i></span></a></u></span><span style="font-family: Garamond, serif;">. È leggero come la sua scrittura, merita farci “un salto”.</span></span></span></span></p>
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		<title>Dieci (piccoli) nuovi indiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 06:54:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Care lettrici e cari lettori, siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana. La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49199" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/diecipiccoliindiani.gif" alt="diecipiccoliindiani" width="960" height="131" /></a></p>
<p><strong>Care lettrici e cari lettori</strong>,</p>
<p>siamo lieti di condividere con voi una grande novità. Ci stiamo moltiplicando, anzi ci siamo già moltiplicati. Per dieci. Dieci (piccoli) indiani sono arrivati a portare una ventata d’aria nuova in Nazione Indiana.<span id="more-49193"></span></p>
<p>La cifra tonda è casuale; lo è altrettanto che, sommandovi la graditissima “indiana di ritorno” ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesca-matteoni/"><strong>Francesca Matteoni</strong></a>, si giunga a coprire l’esatto arco temporale della nostra storia. Dieci anni &#8211; più quello in corso &#8211; sono un’età molto avanzata nella realtà virtuale. Da quando fummo i primi in Italia a inaugurare un blog letterario collettivo, il mondo e il modo di stare in rete è cambiato. La forma-blog è invecchiata, non è più il solo modello di comunicazione digitale e senz’altro ha smesso di rappresentare lo strumento più agile e diffuso per trasmettere online dei contenuti, così da aprirli all’interazione con i lettori. Eppure in questi anni, in Italia, è cresciuto un arcipelago di siti letterari e culturali la cui vitalità non ha forse eguali in altri Paesi, e che risalta (e trova quasi certamente una causa) nell’impoverimento dei media tradizionali. Oggi il bisogno di orientamento alla lettura e l’esercizio della scrittura incontrano nella rete molti itinerari e palestre. Noi della vecchia guardia (un po’ meno agili di un tempo, un po’ meno liberi da impegni e impicci) siamo contenti che Nazione Indiana abbia tutt’ora il suo posto nella mappa, e che conservi il suo scopo e il suo spazio. L’importante è che la nostra comune impresa continui ad avere la spinta propulsiva che serve a reinventare e ravvivare il carattere più felice di questa esperienza: restare curiosi, indipendenti e soprattutto aperti. Spalancare le porte, ampliare le voci: per vera voglia di rilanciare l&#8217;avventura con la sua dose di rischio e di imprevisto.</p>
<p>Fin dalla sua nascita, Nazione Indiana ha presentato una fisionomia particolare: in un campo dominato ancora dalle riviste cartacee e dalle pagine culturali, si poneva in un atteggiamento di relativa esteriorità. L’esteriorità era in realtà duplice: da un lato, rispetto alla rete come cantiere sconfinato di iniziative e testi; dall’altro, rispetto al mondo ufficiale degli scrittori e critici che non riuscivano a immaginare come quella realtà caotica e litigiosa potesse generare spazi di cultura seri. Questo posizionamento sghembo ha fatto in modo che negli anni Nazione Indiana abbia conservato alcune caratteristiche: un’attitudine aperta nei confronti dei nuovi talenti, e anche dei talenti dimenticati o ingiustamente misconosciuti. Assieme a ciò Nazione Indiana ha conservato una sua capacità di critica nei confronti dell’esistente, prediligendo una dimensione che non riguarda semplicemente il rapporto dello scrittore con i consumatori dei suoi libri, ma lo scrittore in quanto cittadino che vuole confrontarsi con altri cittadini. Infatti continuiamo a credere sino a oggi che, nonostante tutti i suoi limiti, la comunicazione sul web permetta di mantenere viva l’idea di una dimensione pubblica dello scrivere, del pensare e persino dell’agire, se accettiamo che scrivere e pubblicare gratuitamente rappresenti anche un gesto elementare di condivisione.</p>
<p>In questo senso le presentazioni dei nuovi arrivati sono tanto doverose, quanto da prendere come un minimo punto di partenza. Nessuno &#8211; a cominciare da loro stessi – è ancora in grado di prevedere con quali forme e quali argomenti abbiano desiderio di cimentarsi nello spazio così poco specialistico e regolamentato di Nazione Indiana: è proprio questo, tuttavia, che ci piace.<br />
Ma eccoli, in ordine rigorosamente alfabetico.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/mariasole-ariot/" target="_blank"><strong>Mariasole Ariot</strong></a> scrive sul confine tra poesia lirica e prosa poetica ma ama sperimentare anche con gli innesti di suono e immagine.  Si interessa in particolar modo delle odierne forme di Istituzioni Totali.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/biagio-cepollaro/" target="_blank"><strong>Biagio Cepollaro</strong></a>, <a href="http://www.cepollaro.it/">poeta di lungo corso</a>, un tempo “sperimentale”, ha sempre continuato a esplorare nuovi campi e forme d’espressione. Da qualche anno ormai si dedica anche all’arte figurativa.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/lorenzo-declich/" target="_blank"><strong>Lorenzo Declich</strong></a> è romanista e islamista. Ha aperto (e poi chiuso) il blog <a href="http://in30secondi.altervista.org/">“Tutti in 30 secondi”</a> con cui seguiva principalmente le “Primavere arabe”; è esperto e appassionato del mondo arabo contemporaneo, in particolare della Siria.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/francesca-fiorletta/" target="_blank"><strong>Francesca Fiorletta</strong></a> ama leggere i libri e poi parlarne: senza doversi attenere a modelli-standard, limiti di battute, tempistiche di recensione. In questo senso, “critico letterario” le sta a pennello.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/graziano-graziani/" target="_blank"><strong>Graziano Graziani</strong></a> è critico teatrale, autore per il teatro e anche scrittore di reportage e di micronarrazioni.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/luca-lenzini/" target="_blank"><strong>Luca Lenzini</strong></a> si è occupato della poesia italiana del Novecento: soprattutto è uno dei massimi studiosi di Franco Fortini. In sintonia con questa matrice, ha un forte interesse per gli aspetti politici della produzione culturale.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/jamila-mascat/" target="_blank"><strong>Jamila Mascat</strong></a> è una filosofa che si è fatta le ossa studiando Hegel. Nel caso questo non bastasse, si interessa anche al pensiero femminista e postcoloniale. E a (quel che resta de) le lotte di classe.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/igiaba-scego/" target="_blank"><strong>Igiaba Scego</strong></a> è un’autrice di racconti e romanzi e anche un’attivista e pubblicista impegnata su tematiche civili quali i diritti dei migranti e l’eredità oscura del colonialismo.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/giuseppe-schillaci/" target="_blank"><strong>Giuseppe Schillaci</strong></a> è un regista e autore cinematografico (il suo campo d’azione prediletto è il documentario) e anche uno scrittore di romanzi, racconti e recensioni cinematografiche.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/ornella-tajani/" target="_blank"><strong>Ornella Tajani</strong></a> è una studiosa di Letterature Comparate specializzata sul kitsch: vale a dire l’interprete aggiornata di una figura di critico intento a esaminare gli aspetti ordinari della cultura contemporanea.</p>
<p>Così, sperando di essere riusciti a trasmettere anche a voi lettori la nostra curiosità e il nostro entusiasmo, non ci resta che dare il benvenuto più fragoroso a tutta la nuova ciurma di Nazione Indiana</p>
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		<title>Come autore, non esisterei senza i blog &#8211; Una lettera di Vanni Santoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 11:27:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(A causa di un problema di salute, Vanni Santoni non potrà essere presente alla festa. Però mi ha mandato questa lettera, che, a parole sue, è un &#8220;omaggio a tutto ciò che Nazione Indiana ha rappresentato e rappresenta per me, oltre che un tentativo, magari maldestro, di mettere una pezza alla mia assenza&#8221;. Ringraziandolo, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(A causa di un problema di salute, Vanni Santoni non potrà essere presente alla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/" target="_blank">festa</a>. Però mi ha mandato questa lettera, che, a parole sue, è un &#8220;omaggio a tutto ciò che Nazione Indiana ha rappresentato e rappresenta per me, oltre che un tentativo, magari maldestro, di mettere una pezza alla mia assenza&#8221;. Ringraziandolo, la ripubblico qui. gz)</p>
<figure id="attachment_45213" aria-describedby="caption-attachment-45213" style="width: 479px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45213" alt="Pop Shop III N°3, di Keith Haring, 1989" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg" width="479" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg 479w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C-300x251.jpg 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45213" class="wp-caption-text">Pop Shop III N°3, di Keith Haring, 1989</figcaption></figure>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Per cominciare, lo scopo della presente: mi spiace non essere lì con voi. Ci tenevo perché era l’occasione per rivedere tanti amici, maestri e colleghi, e per incontrare di persona altri che conosco solo via Internet; e ci tenevo perché, zitto zitto, ho scoperto di pubblicare testi su <em>Nazione Indiana</em> da più di cinque anni, e dunque spero che mi sia concesso l’orgoglio di sentirmi (pur minuscola) parte della sua storia.</p>
<p>L’ultima volta che scrissi una letteruccia come questa fu per il premio Zocca (ero impegnato in una presentazione altrove), e Peppe Fiore, lui pure tra i finalisti (va da sé che non vinse nessuno dei due) mi scrisse che al momento della lettura pubblica “sembrava fossi, tipo, morto”. Neanche stavolta sono morto, ma almeno ci sono un poco più vicino di allora: non sono potuto salire a Milano per via di un problema alla schiena che mi ha costretto a letto e mi ha portato tra coloro dei quali si dice “ormai va avanti a cortisone”. Per quanto la cosa abbia probabilmente origine da un vecchio infortunio o dalle troppe notti all’addiaccio nell’ambito di feste molto diverse da quella di <em>Nazione Indiana</em>, secondo il mio medico deriva senz’altro “dalle troppe ore passate a scrivere in questi ultimi anni”: pare che stia migliorando, ma nel caso non guarissi potrò almeno dire che alla letteratura ho dato “anche la salute”. E dato che la mia storia letteraria è inscindibile dalla mia storia di blogger letterario, posso estendere il discorso, e dire che ai blog letterari potrei aver dato anche la salute. Vi sfido a immaginare un relatore migliore: gli assenti per martirio vincono sempre.</p>
<p>Parlando seriamente, resta vero che, come autore, non esisterei senza i blog. Da completo <em>outsider</em> del mondo letterario, esordii grazie a quel <em>Personaggi precari</em> che tenevo su Splinder: vinse un concorso “per il miglior testo tratto dal web” (si era nel periodo in cui l’editoria guardava ai blog con un entusiasmo forse esagerato, ma la scena era effettivamente molto vitale) e approdò in libreria con un piccolo editore. Da lì cominciò tutto. Se dovessi isolare i momenti chiave della mia carriera, oltre a quell’esordio e all’altrettanto cruciale prima uscita con un editore più grande, bene, a questi due io affiancherei la pubblicazione del mio primo testo letterario su <em>Nazione Indiana</em> e del mio primo pezzo critico su <em>Carmilla</em>. Ricordo bene il giorno in cui scrissi a Andrea Raos, il cui cognome esotico contribuiva a farmelo percepire come figura di importanza non minore di quella di un membro dell’Accademia di Svezia, proponendogli una selezione dei miei <em>Personaggi</em>, così come ricordo la gioia di vederla pubblicata, qualche settimana più tardi, sulle pagine del blog. E allo stesso modo ricordo bene quando, dopo una piccola polemica sul sito della SIC, Wu Ming 1 invitò me e Gregorio Magini ad argomentare le nostre critiche al suo memorandum sul New Italian Epic, scrivendo un post per Carmilla. Si era in entrambi i casi nel 2008, e la mia emozione per quelle pubblicazioni era frutto diretto di quello che vedevano i miei occhi: da esterno a ogni circolo (e dunque privo di qualsivoglia percezione delle strutture e camarille del cosiddetto “campo letterario”) e sfiduciato rispetto alle pagine culturali dei quotidiani (mi ero del resto formato nel circuito delle autoproduzioni militanti), per me <em>Nazione Indiana</em> e <em>Carmilla</em> erano semplicemente <em>i luoghi del dibattito letterario</em>, e tale opinione rimane immutata anche oggi che di letteratura e editoria so qualcosa in più di allora. Certo, alcune cose sono cambiate, ad esempio i luoghi di dibattito si sono moltiplicati, tant’è che il rito quotidiano della consultazione di <em>Nazione Indiana</em> e <a href="http://www.carmillaonline.com/" target="_blank">Carmilla</a> si è ampliato con <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?page=indexBLOG" target="_blank">Il primo amore</a>, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/" target="_blank">minima&amp;moralia</a>, <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/" target="_blank">Scrittori Precari</a>, <a href="http://gammm.org/" target="_blank">GAMMM</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/" target="_blank">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.finzionimagazine.it/" target="_blank">Finzioni</a>, <a href="http://quattrocentoquattro.com/" target="_blank">404</a>, <a href="http://www.lankelot.eu/" target="_blank">Lankelot</a>, <a href="http://www.terranullius.it/" target="_blank">Terranullius</a>, <a href="http://criticaimpura.wordpress.com/" target="_blank">Critica Impura</a>, <a href="http://www.doppiozero.com/" target="_blank">Doppiozero</a>, <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/" target="_blank">Giap</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/alfapiu/" target="_blank">Alfapiù </a>, <a href="http://scrittorincausa.blogspot.it/" target="_blank">Scrittori in causa</a>, <a href="http://www.viadeiserpenti.it/" target="_blank">Via dei Serpenti</a> e <a href="http://www.archiviocaltari.it/" target="_blank">Archivio Caltari</a> – ma non per questo è passato in secondo piano: rimane il primo gesto che segue l’accensione del computer. La mia impressione è infatti che la scena sia quanto mai viva e vitale e del massimo interesse, e non è questione solo di esordi e letture quotidiane: quando, al lancio del progetto SIC, dovevamo “reclutare” scrittori, fu innanzi tutto nel mondo dei blog letterari che andammo a pescare; e anche quando, più recentemente, mi sono trovato, nel mio piccolo, “dall’altra parte della barricata”, a fare scouting per la collana di narrativa che sono stato chiamato a inventare per Tunué, è tra i blog letterari, collettivi e individuali, celebri e sconosciuti, che sono andato a perdere le notti.</p>
<p>Sarà perché ho vissuto sulla mia pelle la “democratizzazione” dell’accesso all’editoria che la pubblicazione on line può conferire, sarà perché guardando spesso all’estero so quanto siano vere le parole di Sartori <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/20/nazione-indiana-i-blog-letterari-la-cultura-italiana/" target="_blank">nell’autointervista pubblicata proprio su Nazione Indiana il 20 marzo</a>, circa la particolare dimensione e rilevanza che ha il fenomeno in Italia, ma la situazione mi sembra ancora eccellente, specie in un momento storico in cui i blog come medium hanno perso peso, depauperati dall’avvento dei social network. La letteratura, però, ha bisogno di spazio e tempo, e non la si può fare a colpi di 140 caratteri o di “mi piace”: è dunque normale che, almeno nel nostro ambito, Facebook e Twitter non abbiano causato chissà che sfracelli, ma siano diventati solo ulteriori mezzi di diffusione dei testi.</p>
<p>Quali, invece, i punti in cui si può migliorare (a parte, forse, togliere dalla testata di <em>Nazione Indiana</em> quel piccolo cartone animato)? È annosa la questione dei commenti (commenti sì, commenti no, commenti moderati, solo utenti registrati, eccetera), ma non credo che il problema stia lì: se da un lato è vero che raramente nei commenti vengono portate argomentazioni all’altezza del post, e che a volte <em>Nazione Indiana</em> o<em> minima&amp;moralia</em> possono rassomigliare a covi di troll, sopporto e sopporterò sempre con piacere qualunque litigata in cambio di un commento che porti uno spunto di riflessione, un link a un qualche altro articolo d’interesse o anche solo un apprezzamento, che specie per chi è agli inizi è sempre motivo di conforto e spinta a continuare (e quello che ci interessa è che chi scrive continui, e chi continua migliori, o no?); credo magari che un punto di miglioramento potrebbe stare in un maggior dialogo tra piattaforme: mi pare ci sia ancora un po’ di pudore nel linkarsi a vicenda all’interno dei pezzi, nel riprendere il post di un altro blog per lanciare un dibattito, nel fare rete anche al di fuori della colonnina laterale col “blogroll” (che comunque è migliore di quelle di Repubblica e Corriere con le attricette in costume e gli animali strani), nel creare iniziative congiunte come quella che vede oggi di nuovo insieme <em>Nazione Indiana</em> e <em>Il primo amore</em>. Ma fate come vi pare: io vi debbo già tutto, o blog letterari. State bene, buona festa.</p>
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		<title>Nazione Indiana, i blog letterari, la cultura italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori GS Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo? GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: Nazione Indiana e Carmilla mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><i>GS</i> <i>Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo?</i></p>
<p>GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i> mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, ognuno dei quali ha un numero più o meno grande di lettori. In qualche caso, come per esempio <i>Minima Moralia </i>e<i> La poesia e lo spirito</i>, il seguito comincia a essere (stando a <i>blogbabel) </i>quasi dello stesso ordine di grandezza di quello di <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i>. Senza contare che certi temi meno strettamente letterari adesso sono trattati anche da blog più “specialistici”, a cominciare da quello di <i>Alfabeta</i>2. Quindi mi sembra innegabile che il bacino totale si è allargato, e probabilmente continua a crescere, anche se purtroppo non ci sono dati certi, perché i parametri disponibili non sono facili da interpretare in modo immediato. E soprattutto nessuno si è preso o si prende la briga di fare un’analisi seria, che io sappia.</p>
<p><i>GS Quindi ti sembra che godano di buona salute, e che continueranno a esistere nei prossimi anni?</i></p>
<p>GS D’altra parte i motivi che hanno portato alla nascita di questi blog sono tutti lì, o forse sono ancora più invasivi rispetto a dieci anni fa, quando è nata <i>Nazione Indiana</i>: lo stato di abbandono in cui versa la nostra cultura, il conformismo della narrativa <i>mainstream</i> e delle grandi case editrici, la cieca e probabilmente autolesionistica dittatura di queste ultime sulla distribuzione, la loro completa chiusura nei confronti della poesia più interessante e innovativa, l’impaludamento e il nepotismo e la gerontocrazia della maggior parte delle pagine culturali, le meschinità e le relazioni incestuose nei premi, l’asma provinciale di molta critica letteraria, la mancanza di originalità e la sottomissione alle leggi della notorietà della maggior parte dei festival letterari etc. È un fenomeno molto italiano questo dei blog letterati collettivi di scrittori, o comunque con molti scrittori: in molti altri paesi ci sono blog di singoli autori, anche molto seguiti, e soprattutto blog che segnalano e commentano testi, non blog collettivi dove gli scrittori sono dominanti o comunque molto presenti. E non mi sembra un caso che proprio in Italia molti scrittori giovani e non, e alcuni dei quali con un successo di vendite, altri novizi o non ancora pubblicati, sentano il bisogno di associarsi per formare e portare avanti delle esperienze collettive. Io la vedo come una forma di difesa, di resistenza, di fronte a uno stato delle cose nel quale appunto il nuovo, il dibattito aperto, la critica radicale, o più semplicemente l’intelligenza e la qualità, sono repressi e non trovano il loro spazio. Avendo scelto di non farne parte io conosco poco i social network, ma non credo, proprio per il loro funzionamento effimero, che possano svolgere il ruolo di approfondimento e di trattazione sistematica di certe tematiche, e di segnalazione delle opere di valore, che portano avanti i blog letterari. Semmai possono integrarsi molto bene con questi.</p>
<p><i>GS Però ora i commenti ai post sono meno numerosi di qualche anno fa, no?</i></p>
<p>GS Certo negli ultimi due o tre anni una buona fetta del dibattito si è trasferito dai thread sotto i pezzi dei blog letterari ai social network, ma non mi sembra che i commenti abbiano mai costituito il motivo principale di essere e l’aspetto più innovativo dei blog. Certo danno vitalità e apertura, attentando forse a quell’autorità fittizia della parola scritta della quale ci ha parlato Platone, e qualche volta sono davvero interessanti, e/o contengono delle perle, ma raramente la sostanza sta lì. Non dobbiamo dimenticare che in ogni caso le persone che commentano sono un’infinita minoranza rispetto ai lettori “silenziosi”. E questo ora come qualche anno fa, quando i dibattiti sotto i post erano più vivaci, e le tenzoni più frequenti. A fronte di qualche appassionante dibattito con belle idee e approfondite analisi, spesso frutto di qualche lucidissimo commentatore che poi ha finito per pubblicare le proprie cose, hanno spesso prevalso i deliri di ego frustrati e non di rado incattiviti, con quella mancanza di un galateo compartito che caratterizza i primi tempi di ogni nuovo medium.</p>
<p><i>GS Quindi quella dei blog letterari ti sembra una realtà con una sua vitalità?</i></p>
<p>GS Lasciando stare una valutazione sul preciso apporto che è venuto dai blog, anche per quanto riguarda l’emergenza o una più grande visibilità di nuovi autori o nuove forme di scrittura (ma come sappiamo la questione è ben più complicata, si vedano Raffaele Simone e altri), o nei confronti della critica letteraria, delle riviste letterarie, del giornalismo culturale etc., valutazione che secondo me richiederebbe un grosso lavoro di analisi e di riflessione, mi sembra che si può dire qualche cosa sulle dinamiche in generale. Da una parte i blog letterari sono ora più numerosi e più vari, e quindi sostanzialmente rappresentano un’offerta più ampia per il lettore/utente. Vengono tuttora snobbati da gran parte del giornalismo culturale (rarissimamente i giornali che pescano contenuti e notizie da <i>Nazione Indiana</i> si degnano di citare la fonte, tanto per fare un esempio) e dalle case editrici (che sostanzialmente li ignorano, o fingono di), la maggior parte dei critici letterari e dei ricercatori preferiscono attenersi a un ruolo voyeuristico, ma pesano di più. Qualsiasi approfondito intervento critico su <i>Nazione Indiana</i> ha un seguito ben superiore a quello che avrebbe sulle più conosciute riviste letterarie, mi stupisce sempre che molte persone attente a queste cose non se ne rendano conto e non ne approfittino, quasi avessero paura di sporcarsi le mani, o comunque necessitino ancora del sigillo della rivista cartacea. D’altra parte è evidente che si sono create tante parrocchiette indipendenti, per non dire impermeabili una all’altra. Quindi quell’esigenza di apertura e di condivisione che stava alla base della nascita di ogni realtà si è trasformata in molti casi in chiusura. Non riesco a non vederci quella solita incapacità tutta italiana, di cui hanno parlato tantissimi, anche prima di Leopardi, e su fino a Gervaso e Galli della Loggia, di uscire dall’orizzonte ristretto del proprio clan di amicizie e relazioni, una recalcitranza a creare connessioni ampie, a concepire dei fini meno immediati e per così dire più disinteressati, a mettere in sordina i particolarismi per costruire una sana e vasta opposizione a malfunzionamenti che non soddisfano nessuno. Io personalmente la considero una grossissima tara, e lo trovo spesso insopportabile, e triste. Il limite principale mi sembra questo, non certo la concorrenza dei social network.</p>
<p><i>GS E i frequentatori/lettori, in tutto ciò?</i></p>
<p>GS Per paradosso chi fa il legame tra i vari blog sono soprattutto i lettori, perché è evidente che molti di loro si spostano da un sito all’altro. Probabilmente ognuno di loro fa individualmente le sue valutazioni e i suoi confronti, le sue sintesi, ma manca appunto un dibattito diretto tra le varie realtà. Non riesco a non vederci uno specchio dello stato del paese, carico degli effetti della storia recente, perché la crisi non è solo crisi della rappresentanza, crisi della Politica, ma anche capillare incapacità di confrontarsi e di discutere, crisi del legame sociale a tutti i livelli, anche proprio nella cultura. Pur con le sue specificità la rete non è immune da quello che succede “fuori”, dai comportamenti diffusi. E chi paga in fondo è sempre l’ultimo anello della catena, il lettore, il cittadino, che si trova solo, e deve fare tutto senza nessun aiuto. In balia, se parliamo di libri, dell’affliggente offerta libraria delle librerie Feltrinelli, dell’ennesimo festival letterario con De Luca e Lucarelli, della recensione su Repubblica dell’amico del tale noto scrittore o della sconosciuta scamorza, che ne parla come se non fosse suo amico o sodale di gruppo editoriale, e appunto con la stampella dei blog, che sono certo più gagliardi e affidabili, ma il più delle volte si ignorano a vicenda, o sembrano occupati a perpetrare se stessi, rifuggendo come la peste il confronto e in definitiva la possibilità di contare di più.</p>
<p><i>GS E non potrebbe esserci qualche forma di apertura reciproca?</i></p>
<p>GS Forse si potrebbe pensare, almeno dove non prevale il settarismo (che a me fa pensare in qualche caso all’insofferenza reciproca tra i ”gruppi extraparlamentari” degli anni ’70, la violenza subliminale, che coagula i gorghi non sopiti della nostra società, sembrerebbe echeggiare quella) a delle iniziative in comune, quali per esempio delle riflessioni su determinati temi, o a delle collane in comune di e-book. O anche si potrebbero organizzare degli eventi fuori dalla rete (dibattiti &#8230;), ingaggiare delle battaglie (per esempio per un trattamento dignitoso dei traduttori, per dei finanziamenti alla cultura &#8230;). La vedo dura, perché appena si profila una possibilità in questo senso scattano le reazioni e le rigidità di parte, ma credo sarebbe molto bello, e permetterebbe di uscire dalla claustrofobia dei microhabitat di ogni blog, e forse appunto anche di avere più influenza.</p>
<p><i> GS Come vedi l’esperienza di Nazione Indiana, in questo panorama di cui parli, dopo dieci anni di esistenza?</i></p>
<p><i> </i>GS Quello che caratterizza <i>Nazione Indiana</i> fin dalla sua nascita è l’estrema eterogeneità delle sue anime. I suoi componenti sono sempre stati e sono tuttora molto diversi per origine geografica, luogo di residenza, età, sensibilità, formazione, percorso, esperienze creative e lavorative, visione della letteratura, posizionamento nell’industria delle lettere. Senza alcuna forma di gerarchia esplicita o subliminale, senza legami di interessi materiali, senza settarismi di clan. Chi ci accusava di comportamenti interessati, in una polemica di qualche anno fa sulla “classifica Dedalus”, dimostrava di non cogliere la specificità di questa realtà. Io la considero un’enorme ricchezza, in un paese appunto dove le coesistenze e il confronto costruttivo sono molto difficili. La sua gran vitalità, e il fatto che rimanga il blog culturale più seguito e autorevole, o insomma uno dei, risiede lì. Beninteso è anche la sua debolezza, perché l’estrema diversità impedisce qualsiasi forma di sintesi o anche semplicemente di coerenza. <i>Nazione Indiana</i> è in fondo una grande macchina anarchica, che sposa e sfrutta l’orizzontalità della rete. Quando la riflessione per avanzare ha bisogno di solidi minimi comuni denominatori, di scelte compartite, di seppure indisciplinata disciplina. Io personalmente ogni tanto rimpiango un funzionamento più coerente e meno individualista, e credo che il motivo per cui nel corso degli anni tante persone sono uscite, rimpiazzate via via da altre, sia proprio questo. L’anarchia è bella ma faticosa, logorante, spessissimo inconcludente. Ma sarebbe possibile oggi in Italia far lavorare assieme anime tanto diverse, adottando per esempio un classico funzionamento di redazione, cercando di individuare una anche minima linea editoriale, senza scatenare ipso facto l’instaurarsi di gerarchie e chiusure, gregarismi e irrigidimenti, appiattimenti e esclusioni? A modo suo <i>Nazione Indiana</i> è riuscita a evitare queste piaghe, che mi sembra in misura diversa contaminino, e limitino, molti altri blog. Senza bisogno di nessun Grillo.</p>
<p><i> GS E la scissione che ha portato alla nascita del Primo Amore?</i></p>
<p><i> </i>GS Io all’epoca non facevo parte del blog, ma avevo letto e condivido appieno l’analisi di fondo sul blog fatta da Moresco nella lettera di commiato quando ne è uscito: mi sembra che le sue parole restino validissime anche adesso. E pure a me piacerebbe una <i>Nazione Indiana</i> più combattiva e più coerente e più impegnata in progetti e posizionamenti radicali di lungo respiro, composta esclusivamente da coraggiosi paladini senza l’ombra di compromissione con il mondo editoriale e terreno. Ma il sentito richiamo alla radicalità e alla coerenza di Moresco, al quale sono molto sensibile, mi sembra rifletta una concezione della militanza superata, legata alla sua storia personale, e soprattutto velleitaria. Ci vedo una sottovalutazione degli effetti pervasivi del disastro capillare della cultura italiana nell’era della rivoluzione digitale, e degli stessi cambiamenti antropologici che questo connubio di arretratezza e di microelettronica ha indotto, e che la rete riflette in maniera cristallina. Io sono convinto che sia vano rincorrere una purezza che non esiste e non può esistere. E questo non vuole certo dire a rinunciare a checchessia. Il <i>Primo amore</i> è un bellissimo e molto coerente blog, ma non mi sembra che rappresenti un qualcosa di più radicale e incisivo di <i>Nazione Indiana</i>. Anzi. E non è un caso.</p>
<p><i> GS E il futuro?</i></p>
<p>GS Non dobbiamo dimenticare che i blog letterari sono mandati avanti da volontari. Ma per scrivere un buon post ci vuole tempo e fatica, esattamente come per partorire un buon pezzo per una rivista o una pagina culturale. Questo è un grosso limite. O meglio, il carattere “amatoriale” implica la più grande libertà, e quel confronto disinteressato con il testo che può permettere di cogliere la letteratura per quello che è, ma è anche un limite. La maggior parte delle persone che fanno parte dei blog collettivi sono giovani o non più tanto giovani intellettuali, che spesso hanno al loro attivo lavori importanti (di creazione, o di traduzione, di critica), ma hanno un enorme difficoltà a sbarcare il lunario, nell’indigenza in cui naviga la nostra cultura. È quel sottoproletariato culturale, sovente con delle enormi doti, che conosciamo tutti, e che non trova impieghi degni, che è bistrattato e umiliato, e in qualche caso riesce a tirare avanti solo con l’aiuto della famiglia. È una situazione che in altri paesi occidentali non è nemmeno immaginabile. Ognuno di noi potrebbe citare decine di casi. Queste persone, e ripeto, spesso hanno grandi capacità, e che sono affiancate da scrittori o professori o ricercatori che stanno un po’ meglio, spesso non possono permettersi di dedicare molto tempo al confezionamento di contributi originali. E nello stesso tempo sono proprio la loro indigenza e la loro esclusione che li spingono pur sempre a partecipare a un’impresa collettiva, a dedicare il loro tempo libero a un’attività di militanza, perché di questo si tratta. Mi sembra questa la contraddizione di fondo che sta dietro a questa realtà.</p>
<p><i>GS Quindi?</i></p>
<p>GS Forse in un futuro non immediato ci sarà una professionalizzazione, e continueranno solo i blog che sapranno organizzarsi, che sapranno fornire dei contenuti di qualità, trovandosi qualche sponda economica. Un po’ come è successo per le radio libere trent’anni fa: dopo un periodo di disordinato fermento, sono sopravvissute e sono andate avanti solo quelle che hanno saputo strutturarsi, e hanno preso, anche se c’è qualche bella eccezione, una piega commerciale. Riuscirà <i>Nazione Indiana</i> a mutare la sua anima, diventando appunto meno anarchica? Probabilmente no (e sarà una perdita). Mi sembra emblematico a questo proposito il caso di <i>Minima Moralia</i>, che è una costola e si appoggia a una casa editrice che ha avuto la lungimiranza di capire l’importanza e anche la convenienza di ospitare un blog letterario. Mi sembra incredibile che le grandi case editrici non imitino questa esperienza. Costerebbe una pipa di tabacco, davvero nulla, e porterebbe a dei risultati anche proprio in termine di immagine e di vendite, visto che sono così focalizzati sulle vendite. Ma appunto sarebbe forse troppo in contrasto con l’impaludamento generale, con le reti di regole silenziose, con tutto il non detto (non a caso la sezione “blog” della Feltrinelli è una ilarante soffitta polverosa). Mentre <i>Minimum Fax</i>, che è una bella e vitale casa editrice, può permetterselo. Ma è solo un’ipotesi, per carità. Per ora i blog sono mandati avanti da desesperados della cultura, affiancati da qualche nobile e generoso intellettuale e scrittore di successo o successino.</p>
<p><i>[ho realizzato quest’intervista a me stesso soprattutto nell’intento di mettere lì qualche spunto di discussione, anche in previsione <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">dell’incontro di sabato prossimo a Milano</a>; convinto peraltro, molto umilmente, che altri avrebbero forse potuto sviscerare meglio di me la questione; GS]</i></p>
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		<title>FAQ: Come scegliere un buon romanzo (italiano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 09:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>È Natale, tempo di regalare o regalarsi qualche bel romanzo. Se per i romanzi stranieri è più facile, perché si va per area linguistica, e/o per tema, e/o per consacrata fama (già la traduzione è in qualche modo una garanzia, anche se non assoluta), scegliere invece un buon romanzo italiano contemporaneo è assai arduo. Lo sappiamo tutti. Tutti noi abbiamo preso, spesso guidati da recensioni entusiaste, o dal fervore generale, abrasive cantonate. Non dimentichiamo che siamo il paese che ha inventato il bestseller non letto: centinaia di migliaia di persone comprano un libro e non lo leggono. La cosa è cominciata con <em>Il nome della rosa</em>, e poi è andata avanti.</p>
<p>È difficile per gli stessi addetti ai lavori, non si creda. Hai letto qualcosa di buono? si sente sussurrare in situazioni dove il predominio incontrastato della qualità dovrebbe essere piuttosto la regola aurea. Come si implorerebbe una dose di droga che finalmente ci faccia dimenticare l’orribile mondo dove viviamo. Figuriamoci allora il comune lettore, poveraccio, che entra in libreria e si trova davanti distese di nomi che non conosce, <span id="more-37588"></span>o che ha sentito vagamente nominare, rutilanti copertine che rivaleggiano per potenziale di adescamento, eleganza, o anche solo volgarità (tutti i mezzi sono permessi), senza sapere a che santo votarsi. Senza contare che molto spesso le perle si trovano solo negli scaffali di difficile accesso, rigorosamente in copia unica. O più spesso vanno ordinate.</p>
<p>Però qualche trucco che può aiutare in fondo c’è. Prima di tutto le classifiche. Le classifiche si trovano dappertutto, e sono uno strumento molto oggettivo e assolutamente affidabile: vanno seguite con la massima attenzione. O meglio, visto che le librerie piccole e grandi vi si adeguano ormai pedissequamente (il libraio, abdicando al suo ruolo di intelletto, si trasforma in dipendente di supermercato), a rigore le si può consultare anche solo indirettamente, per così dire sul campo. L’importante comunque è usarle bene. Vale a dire non comprare mai un libro presente in classifica. Ma proprio mai. Al limite, se proprio per sbaglio un romanzo buono o almeno passabile ci fosse cascato dentro, caso rarissimo, lo leggerete qualche anno dopo, ottenendolo per pochissimi soldi (dopo un paio d’anni i bestseller vengono sempre proposti a prezzi stracciati). Farete un affare, e vi risparmierete carrettate di parole che pensano e dicono tutti. Già partirete col piede buono.</p>
<p>Del resto la lettura di un romanzo è un atto molto intimo, una specie di amicizia, che in qualche caso può trasformarsi in amore. Voi vi prendereste per amico una persona che nel corso di una serata affollatissima e per certi aspetti antipatica, sorride a tutti, dice le cose che ammaliano tutti, fa le battute che fanno ridere tutti? Vi avvicinereste a quello sbruffone/commediante, gli chiedereste se ha voglia di passare un paio di lunghe serate, o anche una settimanella, a tu per tu con voi, nell’intimità del vostro salotto, se non addirittura nel vostro letto? Certamente no. Sapete benissimo, per esperienza, che l’amico che serve a voi non potrebbe brillare in una contingenza così volgare, e è anzi uno che con l‘umiltà più sconcertante tira fuori le cose che più vi interessano e più vi toccano, e che sa apprezzarvi come siete (la scrittura non è una relazione a senso unico: lui ha bisogno della vostra sensibilità e delle vostra intelligenza!), e che soprattutto durerà nel tempo, anche dopo anni di connubio non finirà mai di stupirvi.</p>
<p>Diffidate poi delle case editrici. Certo qualche rara casa editrice media o piccola, propone dei romanzi che in genere sono almeno passabili. Si potrebbe fare qualche nome. Ma sono mosche bianche. La maggior parte degli editori italiani pubblicano cani e porci, letteralmente. Capolavori e ciofeche, tutti assieme, tutti mescolati. Quindi voi non fidatevi. Mai. Avete già letto un bel libro in quella collana? Prima di comprarne un altro pensateci dieci volte. Una volta non era così, ma adesso sì.</p>
<p>Evitate poi come la peste le recensioni sui quotidiani nazionali e sui settimanali. Non leggetele, e se vi capita di scorrerle velocemente, non fidatevi, non tenetene conto. Nella stragrande maggioranza dei casi sono vacue, imprecise, autocompiaciute, tendenziose, se non addirittura tronfie, false, assurde, biecamente interessate. Sono spiacente di dire queste cose, e forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso, ma questa è la mia esperienza e quella di tantissimi altri lettori. Prova ne sia cosa ne pensano della questione gli scrittori (pur sempre i diretti interessati!) coinvolti nell’inchiesta che ha realizzato l’anno scorso il blog collettivo di cui faccio parte (nazioneindiana.com): peste e corna. Ma in fondo lo sapete già anche voi, e le case editrici sanno che lo sapete (nel loro gergo le recensioni “non muovono il libro”), quindi era forse inutile dirlo.</p>
<p>Bisogna dedurne che i nostri recensori sono tutti incompetenti, o peggio ancora – si sente dire anche questo – dei prezzolati? Personalmente non lo credo, e per quel che ho potuto constatare si tratta spesso di persone oneste e intelligenti. Immaginiamoci però che voi vi ritroviate a dover giudicare una grande quantità di dolci prodotti dalla vostre zie, da vostri parenti e amici vari, dal vostro capufficio, e da altre persone che vi danno i soldi per vivere. Tutto ciò in loro presenza. Avete pochissimo tempo, e dovete dire quale dolce è più buono. Sapendo che ogni parola che pronuncerete potrà rivoltarsi contro di voi, potrà inimicarvi una o più delle vostre suscettibilissime zie, o peggio ancora rompere rapporti che sono fondamentali per la vostra stessa sopravvivenza. C’è molta confusione, perché tutti parlano, e proprio da quel gran parlare vedete che tutti si conoscono, tutti si omaggiano a vicenda (almeno in apparenza), tutti vi sollecitano. Voi quindi sudate, vi sentite confusi.</p>
<p>Talmente confusi che mettete in bocca macchinalmente pezzi di dolce, cominciando naturalmente da quelli delle zie più importanti, senza più poter capire se sono buoni o meno. Vi sembrano, anche se naturalmente non è vero, tutti uguali (il gusto è un senso molto delicato, non resiste a troppi strattonamenti), avete un po’ di nausea. E allora finite per votare la zia che deve lasciarvi l’eredità, o quel signore che vi da i soldi con cui pagate l’affitto, l’amico che non potete perdere. È umano. Insomma, è umano in Italia. Finiscono per fare così anche i critici più austeri, quelli che si circondano di un’aurea di ferrea esigenza. Anche loro, patapumfete, a dire che il tiramisù preparato dal loro amico, dal loro collega di università, o anche solo pubblicato dalla casa editrice per la quale lavorano, è il più buono di tutti. In perfetta buona fede. Insomma, la nostra versione della buona fede.</p>
<p>Per quanto riguarda i premi più importanti vale lo stesso discorso delle classifiche: vade retro italico conformismo. Ammesso che un osannato vincitore valga qualcosa, di solito il meglio si trova nelle opere precedenti, non in quella che ha trionfato. E delle migliaia di premi piccoli (“città di questo” e “città di quello” …) non vale nemmeno la pena di parlarne, nessuno se ne interessa. E i gruppi di lettura? Difficile giudicare, perché sono tantissimi e sparsi per ogni dove, ma la mia impressione è che ricalchino molto spesso, anche se forse in maniera meno immediata, e con qualche libertà in più, le stesse gerarchie che vanno per la maggiore. Sulla televisione stendiamo un velo pietoso, perché è sempre stata e sempre sarà la peggiore nemica della buona letteratura.</p>
<p>E internet? In effetti su internet si possono trovare ottime indicazioni. Paradossale, perché proprio sulla rete prevale il dilettantismo più spinto, spesso non immune da mitomania o indomita saccenza: si sa, ognuno può dire impunemente la sua. Il vantaggio però è la polifonia: è più facile farsi un’idea, almeno per me, quando ci sentono tante campane diverse. Qualche prezioso indizio salta pur sempre fuori. E poi sulla rete ci sono ottimi siti letterari dove si è abbastanza sicuri che prevalga la sincerità, spesso non sprovvista di competenza e gusto. Però mi sembrano rimedi adatti per i grandi lettori, più che per il lettore comune. È come se per comprarsi una ciabatta si dovesse ogni volta fare una ricerca sui modi di coltivazione del frumento.</p>
<p>E allora come si fa, a scovare questo benedetto buon romanzo italiano? Si fa con il vecchio e mai tramontato passaparola, tenendoci buoni i preziosissimi “passeurs” che in passato ci hanno dato ottime imbeccate. Un po’ come con la raccolta dei tartufi, per la quale si ha bisogno di un cane appositamente addestrato. Però non vorrei sembrare troppo pessimista, l’eccezione c’è sempre: il libraio che legge i libri e ha gusti raffinati, il critico che porta avanti con costanza la sua umile e certosina azione, magari su un quotidiano regionale, il programma radiofonico (la radio è spesso una grande alleata dei buoni libri), uno stralcio di testo presentato su un sito letterario. Bisogna munirsi di lanternino, ma ci si arriva.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani  &#8220;Trentino&#8221; ( 21.12.10) e &#8220;Corriere delle Alpi&#8221; (22.12.10)]<br />
</em></p>
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