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	<title>Bob Dylan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Desire</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/25/desire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Desire]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca Veltri</strong> <br />
Lo avevamo lasciato “aggrovigliato nel blu”, soltanto pochi mesi prima.
Ma Bob Dylan fermo non sa stare. E così torna a New York, dove tutto era cominciato. È lì che realizza e registra, mezzo secolo fa, i brani per l’album “Desire”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-113236" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire.jpg" alt="" width="540" height="485" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire.jpg 937w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire-300x269.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire-768x689.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire-150x135.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire-696x625.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/Desire-468x420.jpg 468w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" />di <strong>Gianluca Veltri</strong></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">“<span style="font-size: medium;">A volte nelle canzoni si dicono certe cose, anche se c’è solo una piccola probabilità che siano vere. A volte si dicono cose che non hanno niente a che fare con la verità […]. O magari si finisce per credere che l’unica verità esistente al mondo è che sul mondo non c’è nessuna verità”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: medium;">Bob Dylan, Chronicles Volume 1</span></p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">Lo avevamo lasciato “aggrovigliato nel blu”, soltanto pochi mesi prima.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma Bob Dylan fermo non sa stare. E così torna a New York, dove tutto era cominciato. È lì che realizza e registra, mezzo secolo fa, i brani per l’album “Desire”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Si tratta di un disco che segna un deciso cambio di registro, dopo un lavoro confessionale e di forte scavo interiore come era stato il precedente “Blood on the Tracks”, ch’era un vero e proprio manuale dei cantautori. Da un lavoro molto introverso, che guardava dentro i propri recessi più intimi, a un album molto estroverso, che getta a piene mani sé stesso nel mondo.</span></p>
<p>“<span style="font-size: medium;">Desire” sarà fortemente peculiare nella discografia del futuro Nobel. Anzitutto per la sua genesi a quattro mani: quasi tutte le composizioni portano anche la firma del regista teatrale e psicologo newyorkese Jacques Levy, che aveva già collaborato con i Byrds; non è frequente riscontrare un sodalizio così totale, sebbene episodico, nel book dylaniano. Ora è momento di fervore aggregativo, per Dylan, in cui si avverte la necessità di condividere, uscire da sé, mescolarsi. E documentarlo. I pezzi di “Desire” saranno infatti l&#8217;ossatura del film &#8220;Renaldo e Clara&#8221;, diretto dallo stesso musicista e, molto più in là, del docufilm di Martin Scorsese “Rolling Thunder Revue”. L&#8217;album infatti sgorga dalla stessa fucina da cui nacque la carovana circense della Rolling Thunder Revue, “l’orchestrina di uno spettacolo di vaudeville” itinerante con cui Dylan attraversa l&#8217;America, imbarcando per strada poeti, musicisti, amici, coinvolti in una festa mobile. Per questo motivo tante canzoni del disco sono presenti anche nel film: erano nuove di zecca e si prestavano più che mai allo spirito trobadorico del tour.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tanti sono i brani degni di nota di “Desire”, la cui grana sonora e melodica, fortemente solcata dal violino di Scarlet Rivera e dai controcanti di Emmylou Harris, si muove tra atmosfere esotiche, nostalgie gitane e caraibiche, murder ballads, scenari tex-mex, colori western e echi di sapore mediterraneo, dall’Egitto alla Francia del Sud.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma qui vogliamo approfondire soprattutto i due lunghi brani che aprono le rispettive facciate del 33 giri: &#8220;Hurricane&#8221; (lato A) e &#8220;Joey&#8221; (lato B).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In queste due canzoni un Dylan neorealista e cinematografico prende posizioni forti, si espone in modo apologetico in favore di due figure assai diverse tra loro: un boxeur nero in carcere e un esponente della malavita italo-americana morto ammazzato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">LATO A. Il pugile Rubin Carter, detto &#8220;Hurricane&#8221;, era stato condannato per un triplice omicidio avvenuto nel 1967, che aveva mobilitato una vasta corrente di pensiero, convinta della sua innocenza. Dopo una complessa storia giudiziaria durata quasi un ventennio, la Corte Federale si pronuncerà sulla mancanza di equità del processo, affermando che l&#8217;accusa fosse stata dettata da motivazioni razziali. Il brano di Dylan, che avrà un suo peso nella vicenda, esce subito dopo l’autobiografia di Carter, quando il tema è assai caldo e gran parte dell&#8217;opinione pubblica era schierata in favore dell&#8217;ex pugile. </span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Tutte le carte in mano a Rubin furono truccate,<br />
</span><span style="font-size: medium;">il processo fu una pagliacciata e lui non ebbe modo di difendersi.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Per il giudice i testimoni a favore di Rubin<br />
</span><span style="font-size: medium;">erano solo ubriaconi dei ghetti<br />
</span><span style="font-size: medium;">per i bianchi che stavano a guardare<br />
</span><span style="font-size: medium;">lui era un buono a nulla sovversivo<br />
</span><span style="font-size: medium;">e per i neri era solo un negro pazzoide<br />
</span><span style="font-size: medium;">nessuno dubitava che avesse premuto il grilletto.<br />
</span><span style="font-size: medium;">E anche se la pistola non venne mai trovata<br />
</span><span style="font-size: medium;">il pubblico ministero sostenne che il colpevole era lui<br />
</span><span style="font-size: medium;">e la giuria fatta di soli bianchi fu d’accordo. </span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">La vibrante, lunga ballata (8.35) che apre “Desire” è un pezzo che non va controcorrente, è tutt&#8217;altro che impopolare, perché si fa testimonial ulteriore di una campagna ampiamente condivisa: quella a favore dello scagionamento di Rubin Carter. Insomma, qui Dylan sta dalla parte giusta e “Hurricane” sarà destinata a diventare uno dei suoi cavalli di battaglia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">LATO B. La musica cambia decisamente, se giriamo il vinile. La seconda facciata si apre con la fluviale “Joey” (11.05), un memorabile e toccante poema epico in ben dodici strofe. Per un ascoltatore ignaro – è possibile che buona parte degli ascoltatori italiani lo fosse – “Joey” è una piccola Odissea contemporanea, imbastita dal più grande aedo dei nostri tempi. Lenta e solenne, “Joey” è il ritratto elegiaco e elogiativo di un eroe. Peccato che questo eroe fosse un boss della malavita di Brooklyn, Joseph Gallo, detto &#8220;Joe il Pazzo&#8221;, ucciso in una faida tra famiglie rivali tre anni prima, nel giorno del suo 43esimo compleanno. </span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Era vero che negli ultimi tempi non portava armi addosso.<br />
</span>“<span style="font-size: medium;">Ho troppi bambini intorno”, diceva.<br />
</span>“<span style="font-size: medium;">È meglio che neanche le vedano”.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Eppure, un giorno entrò nel locale del suo mortale nemico,<br />
</span><span style="font-size: medium;">svuotò la cassa e disse: “Ditegli che è stato Joe il Pazzo”. </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Un giorno a New York gli spararono in una ostricheria.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Li vide entrare dalla porta mentre aveva la forchetta alzata.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Rovesciò la tavola per proteggere la sua famiglia<br />
</span><span style="font-size: medium;">e si trascinò fuori barcollando per le strade di Little Italy</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Joey, Joey,<br />
</span><span style="font-size: medium;">re delle strade, ragazzo d’argilla,<br />
</span><span style="font-size: medium;">Joey, Joey,<br />
</span><span style="font-size: medium;">perché mai sono venuti a farti fuori?</span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era possibile che Gallo venisse visto come una figura in qualche modo atipica di mafioso: lettore accanito, aspirante intellettuale, attento allo stile, forse non estraneo a qualche comportamento edificante, a suo modo fascinoso con i Rayban in stile “Dylan-a-Newport”. Nel loro sodalizio, Dylan e Levy scoprirono di essere fatalmente attratti dalla figura del fuorilegge escluso dalla società, sfortunato, ingiustamente perseguitato, braccato dalla giustizia o dall’opinione pubblica. Il tema, con le sue varianti, ricorre già in “Hurricane”, oltre che in un altro brano dell’album, “Romance in Durango”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dylan e Levy imbastiscono il ritratto sentimentale e dolente di un paladino romantico, di un benefattore ucciso ingiustamente. Ma dalla biografia del “ragazzo d’argilla” – a opera di Donald Goddard, all’epoca fresca di stampa – si evince un ritratto radicalmente incompatibile con l’esaltazione di Gallo: psicopatico, violento, misogino, uomo di gang.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nondimeno, la sua sorte e la sua recente morte violenta diventano un giacimento mitico e compassionevole a cui attingere. A Dylan non interessa più di tanto attenersi alla necessaria verità dei fatti, quanto invece trasformare i fatti in epos.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La canzone, la più controversa nella carriera di Dylan, sarà destinata a suscitare parecchie polemiche e altrettante stroncature, e questo riapre un&#8217;annosa diatriba tra l&#8217;arte e ciò che è socialmente e eticamente accettabile, visto che &#8220;Joey&#8221; è una canzone meravigliosa e contemporaneamente il brano più odiato e discutibile di Bob Dylan. Dove sistemiamo il limite? Fin dove alziamo l’asticella al di sopra della quale un oggetto artistico è irricevibile? </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È vero che il musicista aveva sempre mostrato fascino per i criminali solitari, e ne aveva cantato le gesta senza suscitare scandali. Ma Levy e Dylan non fecero i conti – o forse sì, calcolandone il rischio – con la circostanza che Gallo non era un personaggio lontano nel tempo come certi pistoleri ormai storicizzati di secoli passati, Billy the Kid o John Wesley Hardin, le cui imprese avevano ispirato dischi precedenti del cantautore. Joe il Pazzo era invece un boss contemporaneo da poco scomparso, le cui gesta tutt&#8217;altro che edificanti erano ancora troppo recenti e presenti nella memoria americana. Sembrò assurdo che uno come Dylan, nello stesso disco in cui si ergeva a difensore dei diritti civili di un nero accusato ingiustamente a causa di pregiudizi razziali, dedicasse un poema pieno di pathos all&#8217;affiliato di una famiglia malavitosa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In fondo anche qui, come in “Hurricane”, Dylan cerca di riabilitare, con parecchie chance di successo in meno, una figura sotto accusa. Lo fa da una prospettiva non militante, ma poetica; mentre “Hurricane” è un manifesto politico indignato, “Joey” è un canto epico. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Come spesso gli capita, Dylan, uomo che contiene moltitudini, non ha dato versioni univoche a proposito di “Joey”: è arrivato a paragonare sé stesso a un moderno Omero, definendo anche a distanza di tempo “grandiosa” la sua canzone, ma in altre occasioni ha preferito precisare che il testo del brano è interamente di Levy, e lui si sarebbe solo limitato a musicarlo e a cantarlo. La figura di Joe il Pazzo fu effettivamente tirata in ballo e suggerita al musicista dal suo sodale di turno Levy, che nutriva ammirazione per Gallo dopo averlo personalmente conosciuto. Per i due, in Joseph Gallo prevalevano le caratteristiche del perdente e dell’underdog su quelle del delinquente e del sopraffattore; uomo d’onore degno di rispetto più che spietato criminale. Joseph Gallo, dal canto suo, era desideroso di riuscire gradito all’intellighenzia newyorkese e non risultava del tutto indifferente a una parte di essa, per il suo stile e la sua preparazione culturale, acquisita negli anni di detenzione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il critico Lester Bangs – uno di quelli che è quasi inevitabile definire “autorevole” – è stato il più aspro detrattore di “Joey”, fino a considerarla persino una canzone noiosa, oltre che inaccettabile per aver preteso di rendere romantica la storia di un gangster. In realtà Gallo, sia questo aggiunto in fil di voce e per quel che vale, malgrado sia spesso definito “gangster” e “killer”, non fu mai condannato per aver commesso omicidi. C&#8217;è infine da aggiungere che in quello scorcio di tempo non era certo infrequente raccontare la mafia romanzandone i protagonisti oltre ogni limite, specie al cinema: Coppola, Scorsese, De Palma. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Insomma, risposta non c&#8217;è, almeno non ce n’è una sola, valida per tutti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se &#8220;Hurricane&#8221; unisce, “Joey” inevitabilmente divide. Per un Lester Bangs che la detesta, c&#8217;è un Jerry Garcia, il leader dei Greateful Dead, che la adorava. Non che risultare divisivo rappresenti un problema per Bob Dylan: non lo è mai stato.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Attorno a un completo sconosciuto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/20/attorno-a-un-completo-sconosciuto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Feb 2025 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[A Complete Unknown]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[James Mangold]]></category>
		<category><![CDATA[Newport]]></category>
		<category><![CDATA[Timothée Chalamet]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca Veltri</strong> <br />
Quando arriva sul palco, il 25 luglio 1965, Dylan sembra un alieno piombato sulla terra. È vestito come un rocker, tutti gli strumenti della band sono elettrici: due chitarre, basso, organo e batteria. Altro che menestrello di Duluth.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Gianluca Veltri</strong></span></span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sai cos’è un tradizionalista, vero?</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Uno che lascia che i morti</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">controllino la sua vita</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">(James Lee Burke, </span><span lang="en-US"><i>New Iberia Blues</i></span><span lang="en-US">)</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-111521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film.jpg" alt="" width="900" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film-300x143.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film-768x367.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film-150x72.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film-696x333.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Dylan-film-879x420.jpg 879w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel luglio del 1965 Bob Dylan ha da poco compiuto 24 anni.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel Greenwich Village si muove con le antenne sempre all’erta; coglie, orecchia, ruba. È del tutto disincantato sul potere che la musica può esercitare sulla politica. È un individualista, per lui la canzone di protesta è già finita nel 1963 (!).</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">È stato un cantautore folk d’impegno civile, ma forse neanche lui lo sa, e di certo gli altri non hanno compreso che questa stagione per lui è alle spalle. Non ce la fa a sentirsi – e essere – la voce narrante di un movimento, qualsivoglia sia. Ma, in generale, Dylan nutre un intimo bisogno randagio di non avere briglie. “Sentiti libero” ce l’ha scritto a chiare lettere nella testa, e state pur certi che se qualcuno tenta di collocarlo da qualche parte, lui è già fuggito via da un’altra. Insomma, per parafrasare una sua canzone e il film su di lui diretto da Todd Haynes nel 2017 – <i>I&#8217;m Not Here</i> – <i>non è mai qui</i>. Quando le cose gli diventano troppo familiari, arriva il momento di disorientare prima di tutto sé stesso.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Con l&#8217;esibizione di Newport &#8217;65, che occupa una corposa parte finale del film di James Mangold <i>A Complete Unknown</i>, Dylan, interpretato da un Timothée Chalamet estremamente credibile, compie quel rito che Freud definisce metaforicamente “uccisione del padre”. È un passaggio doloroso e necessario per diventare adulti. Scrive Alessandro Carrera in <i>La voce di Bob Dylan</i>: “nel momento in cui smise di credere nella promessa di comunità implicita nel folk revival, e da folksinger moralista si trasformò in predicatore di visioni surreali accompagnate da un gruppo rock, Dylan mise in crisi le stesse categorie grazie alle quali era stato possibile comprenderlo”.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">A Newport, nelle edizioni precedenti, il giovanissimo Bob era stato accolto come manna dal cielo, perché la sua originalità, il suo carisma e la sua notorietà erano in grado di traghettare per la prima volta la musica tradizionale verso grandi masse. Erano tutti stupefatti, prima, che un provincialotto del Minnesota potesse interpretare con tanta autorevolezza quel patrimonio, attualizzandolo come mai nessuno era riuscito a fare. Si sarebbero di nuovo stupefatti, adesso, ma per altri motivi. “Non si fischietta in chiesa e non si suona rock a un festival folk”, chiosava il musicista e attore Theodore Bikel, citato nel libro <i>Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica</i> di Elijah Wald, al quale il film di Mangold si ispira. Ma nel luogo che lo ha consacrato come nuovo idolo del folk, Dylan decide che è arrivato il momento di recidere quel cordone ombelicale.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In un mondo che cammina lento, lui va a un&#8217;altra velocità. Come egli stesso scrive nell’autobiografia <i>Chronicles</i>: “facevo tutto in fretta. Pensavo in fretta, mangiavo in fretta, parlavo in fretta e camminavo in fretta. Perfino le canzoni le cantavo in fretta”.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Newport è un festival “folk”, orgoglioso delle tradizioni, geloso custode dei tempi eroici che furono. Si svolge nell’omonima località in un isolotto del Rhode Island. Anche se si è cautamente aperto alla modernità, è il luogo che, per esempio, come mostra <i>A Complete Unknown</i>, ospita esibizioni di spiritual delle origini, che mettono in scena schiavi incatenati intenti a spaccare pietre cantando <i>work songs</i>.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Quando arriva sul palco, il 25 luglio 1965, Dylan sembra un alieno piombato sulla terra. È vestito come un rocker, tutti gli strumenti della band sono elettrici: due chitarre, basso, organo e batteria. Altro che menestrello di Duluth.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>The ghost of electricity.</i></span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">È davvero uno dei momenti in cui la storia fa clic.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sarà una manciata di minuti epici e di infernale frastuono. Appena il tempo di attaccare la spina, e la band parte con <i>Maggie’s Farm</i>, opportunamente rielettrificata rispetto alla versione acustica apparsa appena qualche mese prima sul quinto album di Dylan, <i>Bringing It All Back Home</i>.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Non è forse un caso che il brevissimo, fragoroso set cominci proprio con <i>Maggie’s Farm</i>. </span></span></p>
<blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Io alla fattoria di Maggie non ci lavoro più.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">No, alla fattoria di Maggie non ci lavoro più.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Faccio quel che posso</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per restare quel che sono</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ma qui tutti pretendono</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">che tu sia come loro.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-111523" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown.jpg" alt="" width="373" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown.jpg 445w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown-248x300.jpg 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown-150x181.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown-300x363.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/A-Complete-Unknown-347x420.jpg 347w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" />Alan Lomax e Pete Seeger, così come il Jack Elliott nel film di Martin Scorsese del 2019 <i>Rolling Thunder Revue</i>, parlano coi morti e sono in comunicazione costante con una tradizione immutabile; Dylan invece, a metà degli anni 60, è in contatto con i vivi, è un radar puntato sul futuro, un rabdomante sensibilissimo; è una spugna. Ammira i Kinks; l’anno precedente ha assistito all’invasione americana dei Beatles; ha ascoltato i Byrds, che hanno trasformato alcune sue canzoni in tintinnanti ballate elettriche. E soprattutto non accetta di essere accomodato in un ruolo scelto da altri, non può in alcun modo diventare un portavoce, una bandiera. Non è più l&#8217;interprete di antiche battaglie altrui, non si sente più obbligato a dover rieditare la lezione dei venerati maestri. Afferma sprezzante: “se volete ancora sentire quella roba, ascoltate Donovan”.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dylan vive il terrore dell’omologazione, l’irrequietezza è la sua bussola; l’affermazione della propria indipendenza è l’unica fedeltà che è disposto a riconoscere. In quel passaggio di tempo sente un peso di cento chili sulle spalle, e invece ha necessità di viaggiare leggero, con la sua nuova giacca di pelle e i Ray-Ban neri.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Su Youtube si possono confrontare le due esibizioni di Newport, del 1964 e del 1965. Se si pensa che oggi il tempo viaggi troppo velocemente, quel confronto è alquanto istruttivo. Nel 1964 un Dylan solitario e pacioccone con la chitarra acustica sistemata a tracolla molto alta, con dolcevita e abiti di stoffa, esegue compiaciuto e osannato <i>Mr Tambourine Man</i>, con il pubblico che assedia il palco, e un mucchio di persone addirittura <i>sul</i> palco. Il presentatore lo aveva offerto alla folla con l’annuncio “lo conoscete, <i>è vostro</i>” (!). L’anno seguente, il pubblico è più distante dal palco, lui ha un atteggiamento quasi di sfida, la sua attitudine è completamente cambiata, sia nell’aspetto che nel suono imposto agli esterrefatti astanti. Pare che, durante la sua esibizione, un inferocito Pete Seeger abbia invano tentato di tagliare i cavi con un’accetta, e che nel retropalco si consumassero risse furibonde.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Quando tornerà in scena per il bis, dopo aver stordito gli spettatori con la micidiale tripletta <i>Maggie’s Farm</i>, <i>Like A Rolling Stone</i>, <i>It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry</i>, convinto dagli organizzatori a regalare a Newport un piccolo saggio acustico che non lasciasse troppo amarezza al pubblico, Dylan, ch’è già maestro di allusioni e allegorie, riappare da solo con la chitarra acustica e si congeda con un altro brano di certo non scelto a casaccio, <i>It’s All Over Now, Baby Blue</i>.</span></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Lasciati alle spalle le pietre che hai calcato,</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">c’è qualcosa che ti chiama.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dimentica i morti che hai lasciato, non ti seguiranno.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il vagabondo che bussa alla tua porta</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ha i vestiti che una volta avevi tu.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Accendi un altro cerino, ricomincia da capo,</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">e adesso è proprio finita, Baby Blue.</span></span></p>
</blockquote>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La svolta elettrica di Newport non impedirà a Bob Dylan di tornare indietro, di smentirsi, fare e disfare infinite volte la matassa delle sue svolte. Sarà un Joker capace di contenere vaste moltitudini, il principe dei trasformismi, a partire da come stravolge e ricompone ogni giorno, incessantemente, il proprio canzoniere, fino a renderlo irriconoscibile. Senza dover slittare l’orologio della sconfinata discografia dylaniana troppo in avanti, solo due anni più tardi, il musicista avrebbe pubblicato <i>John Wesley Harding</i>, un album dedicato a un fuorilegge vissuto nel XIX secolo, con arrangiamenti alquanto minimali, ben distanti da quel “sottile selvaggio suono mercuriale”, urgente e nervoso, dal quale era nata la svolta di Newport e i due dischi precedenti <i>Highway 61 Revisited</i> e <i>Blonde On Blonde</i>.</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel frattempo, però, in quel 1965 Dylan è così deciso nella sua scelta, adesso che ha trovato la sua strada, da essere disposto a congedarsi anche da Woody Guthrie, il suo maestro, il padre per antonomasia. Nel film <i>A Complete Unknown</i>, Dylan gli fa visita in ospedale, ancora una volta. <span lang="en-US"><i>So Long, It’s Been Good to Know Yuh</i></span><span lang="en-US"> di Guthrie va in sottofondo. </span>Non c&#8217;è più la sacrale sottomissione dell&#8217;allievo delle visite precedenti. Woody guarda Bob allontanarsi sulla sua moto. Sulle spalle non c&#8217;è più il peso di un passato insostenibile. L&#8217;uccisione del padre è completa, le catene sono spezzate.</span></span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La vostra vecchia via sta decadendo molto in fretta,</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">state a lato della nuova se non potete dare una mano,</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">perché i tempi stanno per cambiare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">(Bob Dylan, </span><span lang="en-US"><i>The Times They Are A-Changin’</i></span><span lang="en-US">)</span></span></span></p></blockquote>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Le traduzioni di Alessandro Carrera sono tratte da <i>Bob Dylan – Lyrics 1962-2001</i>, Feltrinelli, 2004</span></span><br />
<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Un sottile, selvaggio suono mercuriale </i>è un libro di<i> </i>Daryl Sanders, Jimenez, 2019</span></span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La nostalgia che avremo di noi &#8211; Anna Voltaggio, Neri Pozza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/11/10/la-nostalgia-che-avremo-di-noi-anna-voltaggio-neri-pozza-2023/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[canadair]]></category>
		<category><![CDATA[esordio]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[Estratto dall'esordio letterario di Anna Voltaggio edito Neri Pozza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><strong>Ulisse </strong></h1>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-105529 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-181x300.jpg" alt="" width="272" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-616x1024.jpg 616w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-768x1276.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-150x249.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-300x498.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-696x1156.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01-253x420.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/11/La-nostalgia-che-avremo-di-noi-01.jpg 853w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></p>
<p style="text-align: center;">estratto dalla raccolta di racconti</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La nostalgia che avremo di noi, Anna Voltaggio, Neri Pozza, 2023</strong></p>
<p>Non so quanto tempo sia trascorso, il viaggio è lento ed è lungo ma non ho fretta, mi piace questa immobilità forzata sul sedile del passeggero, mi abbandono a pensieri senza peso come se non sapessi dove stiamo andando, per me non stiamo andando da nessuna parte. La durata del viaggio non corrisponde alla sua naturale lunghezza, è un tempo scollato da quello umano, dalle sue misure.</p>
<p>Mio fratello sta guidando, per fortuna è rimasto un tipo silenzioso a meno che non si parli di novità tecnologiche, ha le mani grandi da operaio, il respiro pesante di chi fuma troppo, lo sento concentrato su quello che stiamo andando a fare.</p>
<p>Questa autostrada sembra diretta ai confini del mondo. Ai confini del mondo c’è sempre Clara, la sua intera assenza nella mia vita.</p>
<p>Fuori dal finestrino i campi di grano si distendono nella pianura, c’è uno spaventapasseri lacerato dagli uccelli affamati, corvi e passeri e fagiani scesi in picchiata pieni di ferocia. Lo spaventapasseri è sconfitto, piegato, il cappello di paglia sfilacciata è caduto. Il becco di un corvo gli ha bucato un occhio e il petto all’altezza del cuore.</p>
<p>Claudio guida senza badare a me, ha messo un disco di Bob Dylan che ha trovato nel cruscotto, sapeva che non avrei avuto niente in contrario dato che il disco è mio, lui non ha mai ascoltato Bob Dylan. «Puoi dormire se vuoi» ha detto, ma è come se dormissi già, non ho bisogno di altro. Mi appago di questo non dover fare niente, dell’essere trasportato senza interesse.</p>
<p>Fino a ieri mattina ero nella pensione dei preti salesiani dove vivo da sei mesi, non ho idea di come mi abbia rintracciato, facevo colazione al tavolo della mensa con la tovaglia cerata tempestata di mandarini, masticavo un biscotto secco di quelli che mettono a disposizione insieme alle merendine confezionate e al caffè, sfogliavo la <em>Gazzetta dello Sport </em>senza un velo di malinconia e si è avvicinato un giovane imberbe con i pantaloncini sportivi e la maglietta troppo grande e troppo bianca, mi ha detto che mio fratello era al telefono, che era urgente.</p>
<p>Dopo un breve dialogo ha chiesto se avevo una macchina.</p>
<p>«È senza assicurazione» ho detto.<br />
«La pago io, domani dobbiamo partire».</p>
<p>Non sentivo mio fratello da quattro anni, è molto credente come nostra madre, di quelli che si fanno il segno della croce prima di mangiare e cose del genere.</p>
<p>L’ultima volta che ci siamo visti vivevo a Venezia, è piombato con un volo del mattino per vedere come stavo, stavo bene, abbiamo parlato di novità tecnologiche in un bar affacciato sul canale, di Elon Musk e dei microchip sugli esseri umani, i miei malesseri andavano e venivano, non so come gli arrivava la voce, o se ero io stesso a chiamarlo nei momenti di cui perdo la memoria. La mia vita è piena di buchi, di zone d’ombra.</p>
<p>Quel giorno stavo bene, vivevo nel presente, forse ero anche contento di vederlo, avevo una camicia di lino fresco che si riempiva di vento e gli occhiali da sole tondi che mi aveva regalato una donna.</p>
<p>Il viso di mio fratello prendeva piano piano il colore limaccioso del canale, abbiamo ordinato due Ceres che bevevamo dalla bottiglia.</p>
<p>«Come sta la mamma?» gli ho chiesto.<br />
«Sta bene, dovresti andare a trovarla».<br />
E poi ha preso a parlarmi del valore di un nuovo modello di cellulare che mi aveva mostrato.<br />
«Il marchio sconosciuto lo tiene sottocosto» diceva, «ma si tratta di un oggetto straordinario. Al momento è l’unico che ha tutte le caratteristiche che mi servono, anche se ho dovuto sbloccare il boot loader per due-tre applicazioni essenziali al mio lavoro. Mi segui? E insomma si perdono i drm per la fotocamera e la qualità si abbassa».<br />
«Sí, ti seguo».<br />
«Ma d’altronde non è che io faccia tutte queste foto. Ci pensa Lori quando andiamo in vacanza o alle feste dei bambini, comunque, voglio dire, a qualcosa devi sempre rinunciare».</p>
<p>«Sí, è chiaro, a qualcosa devi rinunciare» ho ripetuto. Ma io non avevo rinunciato a niente, pensai, semplicemente perché non avevo scelto.</p>
<p>Siamo rimasti in silenzio a finire la birra circondati dai turisti, ogni tanto mi guardava con la coda dell’occhio e non riusciva a vedere altro che un povero cristo, un naufrago alla deriva dall’aria soddisfatta.</p>
<p>Io a quel tempo avevo smesso di voler dimostrare il contrario e lo lasciavo fare, sentivo il mio sorriso fermo e mite sorvolare il canale, allontanarsi dai pensieri funesti di mio fratello.</p>
<p>Il suo volo partiva in serata. Non ci siamo detti frasi di circostanza, solo «Stammi bene» e quando, qualche ora dopo, ho visto il suo aereo risalire l’aria ho pensato intensamente a mio fratello come a una cavia da laboratorio destinata a morire dopo l’esperimento.</p>
<p>In autostrada tutto è cosí placido da far pensare che possa succedere qualcosa da un momento all’al- tro, viaggiamo a una velocità costante di centoventi chilometri all’ora, sento il respiro di mio fratello che invade l’abitacolo e mi concentro sul rumore bianco del motore che mi rasserena.</p>
<p>L’estate è tornata ad assediare i paesaggi, si vedono colonne di fumo denso in lontananza, il fuoco avanza e brucia campi di sterpaglie, scende dalla collina e arriva quasi al ciglio della strada, non ci sono i pompieri, non arrivano Canadair. Sembra che stia per piovere ma non piove mai e i campi inaridiscono e le pecore non hanno cibo.</p>
<p>La strada è dritta, spero che non finisca mai, le nu- vole sono strette una sull’altra senza respiro, si spingono per prendere spazio e si compattano come la notte in cui ho visto Clara.</p>
<p>Prima ancora di vederla ho sentito il ritmo dei suoi tacchi sull’asfalto salato, avevo cominciato a seguirli senza rendermene conto, la mia traiettoria ha deviato naturalmente nella sua, come il topo ho seguito il pifferaio.</p>
<p>[Continua…<sub>]</sub></p>
<hr />
<p><strong>Anna Voltaggio </strong>è nata a Palermo. Vive a Roma e lavora come ufficio stampa specializzato nel settore culturale. <em>La nostalgia che avremo di noi</em> è il suo esordio letterario.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Alberto Rollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/30/i-poeti-appartati-alberto-rollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[manni editori]]></category>
		<category><![CDATA[maria grazia calandrone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Rollo. da Ultimo turno di guardia. &#160; Cinque poesie con nota di Maria Grazia Calandrone &#160; &#160; &#160; 7. Così li riconobbe il vecchio, ancora, gli ultimi teatri. Poi fu sequenza di sale impedite, sgocciolii, cordami molli sulla scena, e poltrone divelte; e il “da capo” tossito, scartavetrato della memoria. Ora ho te [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di</p>
<p><strong>Alberto Rollo.</strong></p>
<p>da <a href="https://www.mannieditori.it/libro/lultimo-turno-di-guardia">Ultimo turno di guardia.</a><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87064" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-192x300.png" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-192x300.png 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-250x391.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-200x313.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10-160x250.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Capture-d’écran-2020-11-08-à-10.41.10.png 307w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cinque poesie con nota di <strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Così li riconobbe il vecchio, ancora,<br />
gli ultimi teatri.<br />
Poi fu sequenza di sale<br />
impedite, sgocciolii,<br />
cordami molli sulla scena,<br />
e poltrone divelte; e il “da capo”<br />
tossito, scartavetrato<br />
della memoria. Ora ho te<br />
che eserciti la scienza<br />
impietosa dell’assistenza<br />
e che cancelli, nolente, ogni residua<br />
parvenza di tempo. Benvenuto.<br />
Estingui con servile<br />
sapienza quel che resta.<br />
Sii scudiero, custode, vigilante<br />
notturno dei miei “tu”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>12.</strong><br />
Dicevano – così dicevano – che il vecchio<br />
avrebbe patito nostalgie.<br />
Balle. Immobile egli sta fra vetro e letto.<br />
Non ha tempo, né fame, né vergogna.<br />
Esili i polsi<br />
sfuggono al legno della gogna; nuda<br />
scivola la nuca, vedi il manto<br />
trasparente di peluria e il cranio.<br />
Secondino,<br />
invero ingiudicato, e senza accuse,<br />
accusa il vuoto.<br />
Cencio, la pelle sente, e non sente.<br />
Vecchio è sì tanto costui che non si pente<br />
di essere stato o di non essere stato.</p>
<p><strong>25.</strong><br />
Quella, laggiù, è una casa. Guarda.<br />
Io l’ho abitata, sappi, l’ho abitata.<br />
So un corridoio che cos’è, la stanza<br />
dei genitori maestosa, il bagno<br />
con la vasca, la domata<br />
attesa d’una festa, e, profumata,<br />
la cucina, le ombre sotto il tavolo:<br />
la conosco l’infanzia, cosa credi?,<br />
nel catalogo passo anche per un uomo.<br />
Ma non temere, piccino, altri argomenti.<br />
Io cresco carne che non può abitare.<br />
Il tuo mestiere solo può<br />
tollerarmi. Stammi al fianco.<br />
Eppure – è l’alba questo sgomento rosa? –<br />
eppure ecco laggiù le case, dio, le case,<br />
case d’inverno. E i cappotti<br />
e le sciarpe, le borse sotto il braccio,<br />
le figure che vanno, i fiotti bianchi<br />
dei fiati, il cane che attraversa<br />
– diagonale imprudenza –<br />
la coppa gialla ancora del lampione<br />
altissimo, e una donna<br />
– pallida, lunga, più operaia<br />
che commessa – il fuoco degli zingari.</p>
<p><strong>57.</strong><br />
Tu che non ascolti, tu che hai perso<br />
la fragranza e il dono, mi sprimacci<br />
il letto ad ammonirmi che ci sono.<br />
Come dirti invece “quanto” sono?<br />
Tu non pirati o sciti attendi in questo<br />
modesto albergo di lungodegenti:<br />
non l’opera degli uomini disfatta,<br />
né l’opera di Dio. Ma tieni d’occhio<br />
l’ora e il lento male sullo stesso<br />
orologio.<br />
L’elmo ti sta largo, e sulla lancia<br />
sonnecchi come me.<br />
Ultimo senza gloria, senza pianto,<br />
guarda gli onesti soldatini,<br />
le belle vivandiere, i capitani<br />
di quelle retrovie, laggiù, e i fuochi,<br />
e i vani bivacchi delle periferie.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87080" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-250x276.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-200x221.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta-160x177.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/garitta-di-vedetta.jpg 725w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" />Nota di lettura</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong></p>
<p>Il protagonista de<em> L’ultimo turno di guardia</em> di Alberto Rollo si presenta di vedetta. Come Agamennone, come un cane, come il sottotenente Drogo di Dino Buzzati. Anche qui la battaglia vitale e carnale è finita, ma il nemico immaginario non è fuori, è incluso in quella che non è fortezza, ma torre. Il libro inizia citando l’inizio della civiltà: il vecchio portato sulle spalle dal figlio. Chi parla, qui, è il vecchio, che affida alla pagina il proprio monologo anche stentoreo, anche teatrale, fatto di versi che vengono dal confine del tempo, da un osservatorio di vetro in cima a una torre, dove pulsa un presente quasi immobile e fatto tutto carne. Chi parla, è corpo decrepito che accumula in sé corpi trapassati, corpo che esiste e basta.</p>
<p>Accanto alla nostra sentinella immobile c’è un altro, una “torre gemella”. Le due torri gemelle, destinate senz’altro a crollare entrambe (chi, dopo il 2001, accosta la parola «torre» alla parola «gemella» sta evocando volontariamente una caduta rovinosa) sono corpi divisi, ma uniti nel comune destino mortale: il vecchio si riflette nel custode e lo guarda, con qualche scatto di rabbia e qualche tenerezza, affannarsi a far restare il corpo, a curarlo, a volte offenderlo involontariamente, favorendolo al gioco o esercitando su di lui «la scienza / impietosa dell’assistenza».Chi scrive esorta l’altro a depredarlo, piuttosto, ad approfittare della vita fin che c’è, perché «mai possesso fu più volatile» del tempo.</p>
<p>Quando la vita nella sua gran parte è evaporata – o meglio, quando la vita è ormai stata solo quel che è già stata e ogni altra possibilità è perduta – non rimane che tempo, non siamo che tempo che ancora dura nella carne e ogni tanto viene visitato da una scheggia di memoria inservibile o, peggio, da un desiderio infine solitario. Una tra le più belle immagini del libro è la Pietà formata dal vecchio sulle ginocchia dell’inverno. Freddo nel freddo, freddo sopra freddo senza morte, la mite morte, che pure s’aggira nella torre «vivacchiando» in attesa.</p>
<p>Il protagonista di quest’ultimo turno di guardia, pur avendo uno o più interlocutori, ha già collocato sé stesso oltre un confine invalicabile, si conserva dentro una solitudine riottosa, da stilita, abita un tempo impervio, un’altezza fisica e biologica dalla quale osservare e trascrivere la fine della storia, anzi di più: la fine del tempo lineare e l’impennarsi della linea del tempo nella sequenza di microfratture che altri chiamano vita.</p>
<p>Il vecchio però non ha rimpianti, né lezioni da dare: osserva, documenta quanto vede, con cura da scienziato. Perché lo fa, se non intende tramandare il passato? Lo fa per decifrare il presente e tramandare a sé stesso un presente vissuto come controluce, spesso, anzi, ustionato da una luce di cupola azzurra. Il presente acceca, ma la posizione di esiliato in altezza aiuta a comprendere nello sguardo molta pianura e molta circostanza, dunque il libro è una presa diretta dall’interno di una scelta luminosissima, ispirata, che punta lo sguardo alla briga degli affetti, del moto e del «brulicante / non amore», per infine concludere che, sì, valeva la pena. Vale ancora la pena.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>La risposta, amico mio, soffia nel vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Dec 2018 06:00:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Blowin' In The Wind]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="La risposta, amico mio, soffia nel vento" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/QRC33rL301k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Bob Dylan non esiste. Tradizione popolare e anonimato dal folk al social network.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesca Palazzi Arduini]]></category>
		<category><![CDATA[Joan Baez]]></category>
		<category><![CDATA[Patty Smith]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Palazzi Arduini Il 13 ottobre Bob Dylan viene eletto Nobel 2016 per la letteratura. Le motivazioni lo descrivono come “un grande poeta nella tradizione della lingua inglese” ed un “artista che ha creato una nuova poetica nella grande tradizione della canzone Americana” La cerimonia si svolge il 10 dicembre, Patti Smith accetta di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Francesca Palazzi Arduini</strong></p>
<p>Il 13 ottobre Bob Dylan viene eletto Nobel 2016 per la letteratura. Le motivazioni lo descrivono come “un grande poeta nella tradizione della lingua inglese” ed un “artista che ha creato una nuova poetica nella grande tradizione della canzone Americana”<br />
La cerimonia si svolge il 10 dicembre, Patti Smith accetta di essere presente al suo posto. La Smith rimedia al trambusto creato dal diniego di Dylan, con vaghe motivazioni, al ritirare il Nobel di persona.<br />
Scrive Patty Smith circa la sua decisione di esserci e cantare il brano di Dylan “ <em>A hard rain&#8217;s a-gonna fall. </em>&#8220;: “<em>l&#8217;ho scelta perché combina la sua maestria di linguaggio alla Rimbaud con una profonda comprensione delle motivazioni che stanno dietro la sofferenza e la resilienza umana</em>&#8220;.<br />
Una canzone da sempre considerata antimilitarista viene quindi presentata all’agiato pubblico di Stoccolma  per volontà dell’inventore della dinamite. Accompagnata da parole che sottolineano il senso della vicinanza di un poeta alla gente comune, quella che pratica la “resilienza”, termine che potremmo definire prosaicamente come l’arte di sopravvivere ai soprusi e alle guerre, e andare avanti.<br />
E’ simbolico che pochi giorni prima del successo di Trump negli Stati Uniti, il Nobel venga assegnato a un artista considerato idolo del movimento pacifista statunitense. Ma cosa è la “vicinanza” tra un artista e un movimento? Nel caso di Dylan non abbiamo, come ad esempio per la Baez o anche per Lennon ed altri, un coinvolgimento palese, bensì la grande corrispondenza delle sue parole con la realtà vissuta in quegli anni, sia da coloro che facevano scelte pacifiste evidenti che da quelli che semplicemente pensavano che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’aria…perlomeno se diventava radioattiva. In “<em>A hard rain&#8217;s a-gonna fall</em>&#8221; Dylan dice di aver riversato l’angoscia per la crisi Usa-Cuba, ma non ha mai affermato che la “dura pioggia” significasse il Fall-out. La pioggia che cade può essere quella del blues, che bagna le schiene dei lavoratori nei campi, “<em>quando piove sui poveri piovono pietre”.</em><br />
Nella sua lettera indirizzata alla platea del Nobel, attraverso una serie di ripetizioni, quasi fossero il ritornello di una canzone, Dylan fa capire che il suo non è il mestiere dello scrittore, che la sua arte, come quella del teatro elisabettiano, usa “<em>parole scritte per il palco. Destinate ad essere recitate, non lette</em>.”<br />
Poi, mentre esprime modestia mandando a dire che lui non si sente alla pari degli scrittori che hanno ricevuto il Nobel (cita Kipling, Shaw, Thomas Mann, Pearl Buck, Albert Camus, Hemingway), si paragona a Shakespeare ed al suo tempo, scrivendo di avere le sue stesse preoccupazioni, quando sale sul palco, ad esempio le questioni pratiche della messa in scena: “<em>Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?</em>”.<br />
L’insistenza con cui Dylan, nella sua lettera, parla di Shakespeare, mi ha fatto pensare al teatro popolare inglese, quello in cui nobili e popolino assistevano alle stesse storie, e mi ha convinto non solo del valore simbolico dell’assenza di Dylan dal palco del Nobel, per qualsiasi motivo l’abbia scelta. La sua assenza era simbolo di qualcosa di altro, un messaggio inconsapevole, un non detto, ma di cosa?<br />
Leggendo le affermazioni di Dylan, nella lettera al Nobel, sul modo in cui un artista percepisce il pubblico, ho ricordato finalmente un saggio incompiuto di Virginia Woolf, l’ultimo scritto che ha lasciato. Si tratta di “Anon” (1), abbreviazione di Anonymous ma anche avverbio che significa fra poco, subito, qualcosa che mescola l’essere anonimi al senso della fruizione immediata, qualcosa che arriva presto per poi svanire, nella folla, tra il vociare, tra una strada e una piazza.<br />
Scrive la Woolf :”<em>Fu l’invenzione della stampa a uccidere infine Anon. Eppure fu proprio la stampa a salvarlo dall’oblio. Quando, nel 1477, Caxton pubblicò i ventuno libri della Morte D’Arthur, fissò la voce di Anon per sempre. Da là attingiamo la riserva di credenze comuni depositata in profondità nelle menti dei nobili e dei contadini</em>”.<br />
Un sentire comune al di là del ceto sociale, nei canti che si sentivano ovunque “<em>nelle ballate, nelle chiacchere da taverna, alla porta di servizio</em>”, che iniziava a differenziarsi solo allora e che usufruiva di pubblico ristretto, spesso casuale.<br />
Pubblico casuale e dalle diverse identità, così come per Dylan le ballate tradizionali degli Usa sono differenti se cantate al pubblico di un grande concerto o in un pub: “<em>Come artista ho suonato per cinquantamila persone e ho suonato per cinquanta persone, e vi posso dire che è più difficile suonare davanti a cinquanta persone. Cinquantamila persone hanno un’unica identità, a differenza di cinquanta spettatori</em>.”<br />
Anche la Woolf sottolinea come il mestiere di Anon fosse quello di cantore per pochi, perché cantava nei sobborghi, “<em>per i braccianti e le domestiche, nel rozzo gergo della lingua nativa</em>”, o sul retro delle case. Ciò che cantava veniva ricordato, e cantato sua volta, il nome dell’autore originario non era importante. Restava quel modo del canto popolare, per cui “<em>tutti contribuivano alla sua storia</em>”, così come nel blues.<br />
Dylan ripropone, con la sua assenza alla premiazione e forse senza volerlo, l’anonimità e invisibilità del menestrello, o dell’oscuro ideatore di uno standard folk, l’uomo con la fisarmonica a bocca o la chitarra, o ambedue, che sparisce dietro l’angolo del mercato rionale dopo aver dato spettacolo.<br />
La storia del movimento pacifista, beat, studentesco degli anni ’60 e ’70 americani si intesse col successo di Dylan ricordandoci però che “tradizione musicale” significa musica fornita solo della capacità di replicarsi nella fantasia della gente per i propri bisogni espressivi.<br />
La tradizione musicale popolare si rompe quindi col successo pop, inteso come popolarità, perché si separa dal racconto di una storia reale: altrimenti la gente ricorderebbe, ad esempio, il nome di Bill Haley &amp; His Comets, autori della famosa “Rock Around the clock”, nel 1954. Vendettero 30 milioni di copie…ben più di quelle di Dylan, ma il loro successo musicale e commerciale non si basava sul racconto di una “storia” ma sulla comunicazione e vendita di un ritmo, è sensazionale ciò che resta una sensazione.<br />
Joan Baez ha cantato durante le presidenziali 2016, a un comizio per Bernie Sanders a San Jose, la canzone di Bob Dylan “The Times They Are A-Changing”, riaffermando ciò che Peter Dreier scrive sull’Huffington Post nel suo “The Political Bob Dylan”: “<em>L’impegno politico off-and-on di Dylan con la politica è intrigante. Ma le sue canzoni di pace e giustizia hanno avuto una loro propria vita. &#8220;Blowin &#8216;in the Wind&#8221; e &#8220;The Times They Are A-Changin'&#8221;, in particolare, saranno sempre legate ai movimenti progressisti degli anni 1960 e utilizzate per radunare la gente a protestare per un mondo migliore</em>.”<br />
Dreier ricorda che già in passato Dylan aveva avuto difficoltà ad accettare premi per il suo lavoro. Nel 1963 al Tom Paine Award, stupì una folla di “<em>1400 tra liberal e radicali nella hall” </em>consigliando loro di togliersi di lì ed andare in spiaggia. Concludendo poi un discorso alticcio contro la politica:<em> “There’s no black and white, left and right, to me anymore. There’s only up and down, and down is very close to the ground. And I’m trying to go up without thinking about anything trivial, such as politics</em>.”<br />
Questo essere “su o giù”, è un’altra intuizione poetica e pragmatica oppure l’ammissione di aver perduto ogni interesse diverso da quello per il benessere personale? E’ una intuizione dello spirito popolare più basico tanto da sembrare populista, quel guardare ai risultati, oppure una chiusura nella sfera personale?<br />
Comunque sia, anche il lavoro seguente di Dylan non smentisce la sua sensibilità per tematiche popolari, operaie, per le storie del proletariato del blues, per l’antirazzismo e tutti gli argomenti sensibili dei movimenti di protesta. Scrive Dreier: “<em>Anche dopo il 1964, Dylan ha rivelato il suo tocco per le canzoni politiche. Il brano del 1965 &#8220;Subterranean Homesick Blues&#8221; fa riferimento alla violenza della polizia sui manifestanti per i diritti civili ( &#8220;Meglio stare lontano da quelli / che portano in giro una manichetta antincendio&#8221;), ma riflette anche il suo cinismo crescente (&#8220;Non seguire i leader / guarda il parchimetro &#8220;). L&#8217;ala estrema degli Students for a Democratic Society ha preso nome ,Weatherman, da una frase di quella canzone (&#8220;Non hai bisogno di un meteorologo per capire da che parte soffia il vento&#8221;). Altre canzoni, sino a &#8220;Licenza di uccidere&#8221; (1983), e &#8220;Clean Cut Kid&#8221; (1984) indicano che Dylan aveva ancora capacità di indignazione politica</em>.”<br />
Nel luglio del 1963 la canzone “Blowin &#8216;in the Wind” ha raggiunto il milione di copie vendute, e in quell’agosto Dylan canta alla marcia su Washington che vede Martin Luther King pronunciare il suo discorso più famoso, “I have a Dream”. Ma la popolarità di Dylan come artista, quella che lo ha condotto, suo malgrado, al Nobel, consiste principalmente nel suo ininterrotto lavoro di interpretazione della poetica popolare americana.<br />
In questo discorso su Anon, sulla voce popolare, scrive Virginia Woolf: “<em>Il drammaturgo anonimo è irresponsabile</em>”, la sua è saggezza pre-politica, al contempo basilare e irriverente verso ogni forma di strutturazione formale, e Dylan ha avuto la fortuna di reinterpretare lo spirito della canzone popolare in un’epoca in cui ancora la frammentazione e distrazione di massa consentiva di convogliare questi contenuti in grandi fruizioni di massa, attraverso il passa-parola, attraverso grandi manifestazioni. Oggi, momento in cui paradossalmente i mezzi di comunicazione sociale consentirebbero maggiore coesione, l’offerta di una miriade di contenuti differenziati per classe sociale e livello di sofisticazione difficilmente potrebbe riproporre la creazione di sintesi artistiche così coinvolgenti, al contempo riprendendo un fraseggio tradizionale.<br />
Certo abbiamo un certo tipo di Rap, anche italiano, che riprende e ricrea strofe popolari, abbiamo giovani tramandatori di canzoni di lotta, ricercatori di canti e ripetitori di storie. Ma quanto sofisticati sono, e quanto ci riconosciamo nei loro ritornelli?<br />
“<em>Ma se la consapevolezza non aveva ancora levato il suo specchio, quegli uomini e quelle donne siamo noi, visti senza prospettiva; allungati, di scorcio, comunque molto vecchi, consapevoli di tutto il bene e tutto il male possibili. …questo è il mondo che sta al di sotto della nostra coscienza; il mondo anonimo a cui possiamo ritornare ancora</em>”. Sembra quasi che la Woolf voglia tornare indietro nel suo percorso di scrittrice raffinata e pioniera, tornare alla ricerca di qualcosa di comune a tutti. Lei, che ha scritto con “<em>la sottigliezza solitaria di un’unica anima</em>” su tematiche profetiche, scrive “Anon” per cercare di capire come sia possibile, in quegli anni di ascesa del nazismo (che proprio mentre lei scriveva minacciava di invadere anche l’Inghilterra) tornare a far cantare la voce di tutti non i canti di guerra ma le sue rime di resistenza civile, come quelle che  farà rivivere nel suo “V per vendetta” negli anni Ottanta.<br />
Proprio quel “V” che rivive, isolato e anonimo ma capace di ispirare le masse, con la sua maschera disegnata da David Lloyd che diverrà poi un logo nel raffinato network degli hacker di Anonymous.(2)<br />
Anon cerca di riaffiorare tra i fasti della società dell’informazione, quella in cui ciò che è popolare si conta solo, giorno dopo giorno, nelle statistiche, e le individualità umane, abitanti più nei luoghi virtuali che nei luoghi reali, quelli dove si cantava senza un palcoscenico, fluiscono nella scellerata convinzione di poter essere tutte protagoniste.<br />
L’anonimità è quella che ci dà la forza di avere libertà di parola anche in situazioni d’oppressione, è quella che ci consente di unire i nostri sforzi per una causa comune senza volere fama o potere in cambio, ma è anche la perdita della memoria, della conoscenza del percorso che ha fatto un “meme” per giungere a noi ed essere reinterpretato, e la perdita di memoria fa perdere anche la direzione.<br />
Se pensiamo all’oggi, in termini di “meme”, cioè di significato o comportamento tramandabile, potremmo usare, come scrive il suo teorico, il biologo Richard Dawkins, questo metro di giudizio per definirne l’importanza di una canzone, contare quante persone la fischiettano per strada. Oggi invece si usano le visite a Youtube per valutare la popolarità di una canzone, anche nel tempo. Il tormentone “<em>Gangnam Style”</em>, ad esempio, uscito nel luglio 2012 è giunto in 158 giorni ad un miliardo di visualizzazioni: ed oggi è oltre i due miliardi e mezzo. La popolarità però subisce nel tempo uno sgonfiamento, e di certo sono ben poche le persone che oltre alla musica ricordano il ritornello. Passando a quest’ultimo, dubito che il testo, definito dagli estimatori del rapper coreano Psy “satirico”, possa essere considerato più che una descrizione salace, e sessista, del nuovo modello di vita “all’americana” dei giovani coreani ricchi del quartiere di Gangnam: “<em>Ehi, Sexy Lady, Oppa è lo stile di Gangnam Hey Sexy Lady-oh oh oh oh</em>”. Il rapper, nota bene, è lo stesso che cantava “<em>Uccidete quei maledetti yankee che hanno torturato i prigionieri iracheni / Uccidete quei maledetti yankee che hanno ordinato le torture / Uccidete le loro figlie, le loro madri, le loro nuore, i loro patri / Lasciateli morire una morte lenta e dolorosa”. Se questo è linguaggio popolare, diciamo che siamo molto lontani da quello di Anon, dal blues, dal folk e più vicini alle canzonette da branco.<br />
La semplicità delle parole di una canzone infarcita di riferimenti ai movimenti culturali e politici, come “Give Peace a Chance”, ci ricorda che è possibile restare nel tempo e replicare un’idea al di là di tutti gli –ismi, formalismi logorroici dei nuovi idoli popolari. </em><em>Mentre tutti “parlano”, qualcuno “chiede”.<br />
“</em><em>Ev’rybody’s talking about /Revolution,/evolution,/masturbation,/flagellation, regulation, integrations,/meditations, United Nations,/Congratulations./All we are saying is give peace a chance</em>”.<br />
Proprio dal fare domande si sviluppa lo standard usato da Dylan in Una dura pioggia cadrà: dove sei stato, cosa hai visto, cosa farai?<br />
La visione “morale” di una umanità fondamentalmente saggia, è quella che è giunta sino alla Smith: “<em>I awakened to the cry /that the people have the power/ to redeem the work of fools/ upon the meek the graces shower/it&#8217;s decreed the people rule</em>” (People have the Power, 1988). Una visione satirica ma ambigua, della brama di notorietà e potere è quella che ci martella oggi dai social network, come il testo di Fabio Rovazzi infarcito di non-sense,: “<em>Col trattore in tangenziale /Andiamo a comandare/ Scatto foto col mio cane/ Andiamo a comandare /In ciabatte nel locale /Andiamo a comandare/Sboccio acqua minerale&#8230;</em>”, quasi 118 milioni di visualizzazioni ad oggi. Oltre 69 milioni di visualizzazioni su Youtube per lo stesso Rovazzi che canta alla sua fidanzata (ovviamente bionda e carina) “il c***o che me ne frega”, canzonetta dal ritmo accattivante che, con la sua satira sui selfie e sui call center, ammanta di parvenze anticonformiste e anti-mainstream musicale la propria stessa essenza di trastullo. Non è un caso che Rovazzi ci sia poi rimasto male quando il leader della Lega Nord si è esibito in una versione leggermente ritoccata del suo Hit, del resto già la politica ‘mainstream’ aveva già attinto dalla classifica per i suoi riti (3). Forse in futuro qualcuno penserà che Dylan è stato creato in video, e non è mai esistito, magari è per questo che non era a Stoccolma, e la risposta vola nel vento.</p>
<p><em>*</em></p>
<p>(1) ANON, Virginia Woolf, saggio incompiuto, 1941. Ultima edizione italiana, Nuova editrice Berti, Piacenza 2015.</p>
<p>(2) “We do not forgive.” Non perdoniamo. Recita il gruppo nella sua presentazione.</p>
<p>(3) Il PD ha invece usato “Canzone popolare” di Fossati, Renzi “Mi fido di te” di Jovanotti, Bersani “Inno” di Gianna Nannini. Il testo di Jovanotti non ha portato bene al leader delle scommesse: “Forse fa male eppure mi va/Di stare collegato/Di vivere di un fiato/Di stendermi sopra al burrone/Di guardare giù/La vertigine non è/Paura di cadere<br />
/Ma voglia di volare”.</p>
<p>*</p>
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		<title>“Do I really want to set this in Denmark?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2017 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Sul discorso di accettazione del Nobel da parte di Bob Dylan di Alberto Brodesco Come spesso accade nei discorsi pubblici di Bob Dylan, anche il suo “Banquet Speech”, la nota di accettazione del premio Nobel letta, in sua assenza, dall&#8217;ambasciatrice USA in Svezia, fa cozzare superbia e modestia, auto-consapevolezza e auto-ironia. In un passaggio del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Sul discorso di accettazione del Nobel da parte di Bob Dylan</p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-67046" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-1024x620.jpg" alt="DYLAN-GIOVANE" width="421" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-1024x620.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-300x182.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE-768x465.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/DYLAN-GIOVANE.jpg 1291w" sizes="(max-width: 421px) 100vw, 421px" />Come spesso accade nei discorsi pubblici di Bob Dylan, anche il suo “<a href="https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2016/dylan-speech.html">Banquet Speech</a>”</span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, la nota di accettazione del premio Nobel letta, in sua assenza, dall&#8217;ambasciatrice USA in Svezia, fa cozzare superbia e modestia, auto-consapevolezza e auto-ironia. In un passaggio del discorso, Dylan si avventura persino in un “But, like Shakespeare, I too&#8230;”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;">Like Shakespeare, I too”?!? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Se proseguiamo nell&#8217;ascolto capiamo però che Dylan usa questo paragone per dire una cosa umile: ovvero che entrambi, lui e Shakespeare, si sono interessati, più che a produrre arte o letteratura (o a pensare se stavano producendo arte o letteratura), a esprimersi al meglio delle loro possibilità tecniche, spesso confrontandosi con problemi materiali, mondani. Shakespeare si sarà trovato a preoccuparsi di riservare i posti migliori del teatro ai mecenati, di andare in cerca di un teschio umano; o si sarà chiesto se la Danimarca era l&#8217;ambientazione giusta per un certo dramma. Allo stesso modo, dal verso suo, Dylan afferma di non aver mai ragionato sul valore letterario delle sue canzoni, ma sulla chiave in cui inciderle, sui migliori musicisti per interpretarle, sullo studio più adatto a registrarle – questioni pratiche, che disdegnano ogni approccio critico-esegetico per porre l&#8217;accento sull&#8217;artigianalità dell&#8217;atto creativo. Dylan ribadisce dunque qui che la pulsione artistica, nella sua essenza, va legata alla ricerca della giusta forma espressiva. Il piano dell&#8217;espressione pare entrare in contrasto, o almeno in doverosa, fruttuosa frizione, con ciò che l&#8217;ha generato, ovvero con il pensiero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">L&#8217;anti-intellettualismo di Bob Dylan è cosa nota, ed esiste (almeno) dal 1965 – basta leggere una citazione dalle note di copertina dell&#8217;album </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Bringing It All Back Home</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">: “i would rather model harmonica holders than discuss aztec anthropology / english literature. or history of the united nations”. Non si tratta qui evidentemente di descrivere un anti-intellettualismo alla Trump, ma di qualcosa di sottile, di cui si ritrova un segno memorabile nell&#8217;ultima strofa di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Tombstone Blues</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">: “Now, I wish I could write you a melody so plain / That could hold you, dear lady, from going insane / That could ease you and cool you and cease the pain / Of your useless and pointless knowledge”. Useless and pointless knowledge. Ciò che davvero importa è mettere fine al dolore prodotto dal </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>vostro</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> sapere inutile e senza scopo. “Ease you and cool you” è ciò che, come una droga, può fare la musica, “a </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>melody</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> so plain”, non delle liriche da leggere. Se Bruce Springseen ha affermato “Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente”, di certo Dylan farebbe volentieri a cambio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Tutto il percorso artistico di Bob Dylan è caratterizzato dalla tensione tra superbia-sfrontatezza e umiltà-timidezza. Dylan è nato come cantante un po&#8217; ladro capace di imporsi su tutti gli altri </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>folk singers</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> del Village anche in virtù della sua spregiudicatezza, furbizia e immodestia. Allo stesso tempo, ha sempre indicato </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>altri</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> come i veri grandi, sin dai titoli delle sue canzoni, che omaggiano – dal primo album, </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Bob Dylan</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (1962) a </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>“Love &amp; Theft”</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (2001) – Woody Guthrie, Blind Willie McTell o Charley Patton, nel tentativo a tratti disperato di spostare l&#8217;attenzione da sé. In un suo messaggio del 2011 “<a href="http://bobdylan.com/news/my-fans-and-followers/">To my fans and followers</a>”</span><u></u><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> Dylan scrive: “there’s a gazillion books on me either out or coming out in the near future. So I’m encouraging anybody who’s ever met me, heard me or even seen me, to get in on the action and scribble their own book. You never know, somebody might have a great book in them”. Questo invito/trappola manifesta il disprezzo di Dylan verso i </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>writers and critics</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"> (</span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>quorum ego</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">) già indicati a dito in </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>The Times Are a-Changin&#8217; </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">e </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Ballad of a Thin Man</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. Quel “get in on the action” è ovviamente sarcastico, perché per Dylan non vi è niente di più lontano dall&#8217;azione che cercare significati nelle sue canzoni. Il tira-e-molla con il comitato del Nobel è certo motivato dalla passione per il puro gesto performativo, da un&#8217;auto-percezione inquieta, ma anche dal rifiuto anti-accademico per tutto il pensiero che non parte da un dato di esperienza capace di legittimarne l&#8217;espressione, in linea con la cultura blues di cui Dylan è di fatto un esponente.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">La necessità di incollare piano del pensiero e piano dell&#8217;espressione in cerca di una sorta di simultaneità può anche andare a detrimento della purezza del primo, qualora si tratti di dare forza al secondo. Le incisioni di Dylan spesso dimostrano che cogliere il momento è più importante della precisione o dello studio, inteso sia come attenzione per l&#8217;equilibrio compositivo nella fase dell&#8217;arrangiamento e della produzione, sia, letteralmente, come approfondimento intellettuale.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">Nell&#8217;album </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Highway 61 Revisited</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">, uno dei capolavori, si sente un evidente errore nel fraseggio di chitarra acustica che apre </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Desolation Row</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. La band va a tratti fuori tempo, spiazzata dalla progressione di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Like a Rolling Stone</i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">. In questo pezzo epocale suona un organista (Al Kooper) improvvisato lì per lì, che arriva sempre in leggero ma vistoso ritardo ai cambi di accordo. Anche il bassista di </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>Tombstone Blues </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">ogni tanto perde per strada il riff. Anni dopo commenterà: “There were mistakes but they didn’t matter to Dylan”. Arte della sprezzatura, coltivata con accanimento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">L&#8217;urgenza di trovare forma espressiva al pensiero costringe insomma a dare delle risposte apparentemente </span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><i>sbagliate </i></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;">ai “problemi mondani” che, nel discorso di Stoccolma, Dylan reputa più fondamentali di quelli teorici. Alla cura per le componenti pratiche dell&#8217;esperienza creativa va dunque sovrapposta l&#8217;affettazione con cui Bob Dylan supera</span><i> </i><span style="font-family: Times New Roman,serif;">quelle stesse questioni. Siamo di nuovo sul crinale tra l&#8217;estrema arroganza del controllo assoluto e la resa alla sostanziale bellezza dell&#8217;imperfezione artistica.</span></p>
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		<title>Da &#8220;Fiore inverso&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/07/09/da-fiore-inverso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio De André]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fiore Inverso]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia orale]]></category>
		<category><![CDATA[valerio magrelli]]></category>
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					<description><![CDATA[(È da poco uscito Il fiore inverso, ultimo lavoro &#8211; libro+cd &#8211; di Lello Voce e Frank Nemola. Pubblichiamo qui un estratto del saggio Per una poesia ben temperata, incluso nel libro, e una traccia audio.) &#160; di Lello Voce (&#8230;) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"><em>(È da poco uscito</em> <a href="http://www.squilibri.it/catalogo/interferenze/lello-voce-e-frank-nemola-il-fiore-inverso-2.html">Il fiore inverso</a>, <em>ultimo lavoro &#8211; <strong>libro+cd</strong> &#8211; di Lello Voce e Frank Nemola. Pubblichiamo qui un estratto del saggio </em></span><span style="font-family: Times New Roman;">Per una poesia ben temperata<em>, incluso nel libro, e una traccia audio.)</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Lello Voce</strong></p>
<p>(&#8230;) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘<em>muta’</em> e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora.<span id="more-63417"></span></p>
<p>Per altro verso, molti musicologi hanno storto il naso, intimoriti dal dover rinnovare il loro strumentario – ormai squisitamente musicale – con nozioni e attenzioni strettamente linguistiche e ‘letterarie’.</p>
<p>Se si pensa alla competenza metrico-prosodica, ma anche ‘musicale’, del Carducci, nell’analizzare, ancora alla fine del XIX secolo, i generi ‘misti’, dal Medioevo sino al Romanticismo, si resterà stupefatti di tale impoverimento degli strumenti ermeneutici della critica attuale. In Italia, poi, la divaricazione tra poesia e musica ha una storia tutta particolare e particolarmente aspra, così come sostanzialmente noncuranti l’una dell’altra sono state le due corporazioni dei filologi e dei musicologi, almeno a partire dai primi del XX secolo.</p>
<p>Con tante eccezioni, ovviamente, come quella di Nino Pirrotta, musicologo insigne, che ai rapporti tra musica e poesia ha dedicato decenni di studio, sui cui sentieri mi ha condotto Stefano La Via.</p>
<p>Mi riferisco alla tesi del Contini studioso del Petrarca (poi ripresa, approfondita e ribadita dal Roncaglia) secondo il quale uno dei meriti dei poeti della Scuola siciliana sarebbe stato proprio l’aver sancito: “il divorzio così italiano (onde poi europeo) di alta poesia e di musica […] l’iniziativa, tanto vivace rispetto ai provenzali classici, d’avere in tutto disgiunta la poesia dalla musica”. La tesi è, però, come ampiamente dimostrato da Pirrotta, del tutto apodittica e fa una certa impressione a rileggerlo ora, quel “così italiano” che avrebbe certo fatto rabbrividire il De Sanctis, così come resta un mistero cosa il Contini trovasse di “vivace” in un divorzio che esiliava la poesia dal suono e dalla voce, relegandola all’immobilità del segno scritto.</p>
<p>Colpisce, oggi, rileggere anche un altro passo del Pirrotta sull’Arcadia, in cui a me pare di poter individuare la matrice di tante posizioni schiettamente conservative e corporative che sono ancora di circolazione comune: &#8220;dall’Arcadia in poi grava sulla letteratura italiana l’ombra di un persistente pregiudizio che, facendo aurea eccezione per la poesia cantata di tipo trovadorico, tende a considerare come inferiore ogni poesia destinata ad associarsi con la musica&#8221;. Già: proprio così.</p>
<p>Né si potrà negare che da atteggiamenti del genere non sia stata esente la stessa poesia sperimentale e della Neo-Avanguardia, almeno nel suo aspetto più conosciuto, che pure voleva se stessa profondamente anti-Arcadica. Per altro verso, nel corso dei secoli, i generi ‘misti’ hanno visto un impoverimento progressivo delle qualità del testo poetico, che ha fatto sì che molti di essi migrassero definitivamente in ambito musicale.</p>
<p>La stessa ‘forma canzone’, così come noi la conosciamo oggi e per come essa è praticata da un ventaglio vastissimo di autori e interpreti è, con buona probabilità, una di queste. Peraltro già dal Quattro-Cinquecento il rapporto tra musicisti e poeti è sostanzialmente interrotto e i madrigalisti preferiscono pescare i loro testi dal ricco e prezioso serbatoio dei secoli precedenti, da Petrarca e Boccaccio, ad esempio. Madrigale poetico e madrigale musicale hanno definitivamente divorziato.</p>
<p>Per altro verso, si dice, soprattutto dal versante musicologico, che ogni rapporto tra poesia e musica sia inopportuno, perché la poesia avrebbe già in sé la sua ‘musica’: giustapporne un’altra non sarebbe di giovamento alcuno. Giusto: la poesia ha certamente una sua musica, una sua ritmica, una sua melodia, ciò che non è chiaro, però, è perché mai non dovremmo eseguirla, anche vocalmente e strumentalmente.</p>
<p>Va chiarita, a questo punto, una volta per tutte, una questione, qui in Italia centrale nello sviluppo di questo dibattito: il rapporto tra poesia e cosiddetta ‘canzone d’autore’. Da anni si sprecano sull’argomento fiumi d’inchiostro in una singolar tenzone testardamente capace d’ignorare i termini essenziali in cui, in realtà, sta la questione.</p>
<p>La discussione resta pendolarmente prigioniera tra coloro che, nel negare ogni valore poetico alle composizioni di questo o quel cantautore, in realtà tengono soprattutto a riaffermare una superiorità della parola scritta (e della poesia) nei confronti della canzone, e chi invece, con superficialità pari alla supponenza altrui, si affretta a consegnare patenti da poeta a questo o quell’autore musicale.</p>
<p>D’altra parte, la confusione che sovrana regna sotto il (nostro) cielo fa sì che bravi cantautori si avventurino spesso nella composizione di brani, o spettacoli, che vogliono poetici, ma che si rivelano, il più delle volte, soltanto mediocri esercizi letterari, in cui, nel momento in cui non è più la musica a dettare il tempo, ma tutto viene affidato alla direzione d’orchestra d’una espressione ‘poetica’ piuttosto claudicante, si perdono anche tutte quelle qualità e quella forza espressiva che le loro canzoni portavano con sé.</p>
<p>Recentemente, un bravo poeta, Valerio Magrelli, polemizzando con l’ipotesi che il premio Nobel per la letteratura potesse essere assegnato a Bob Dylan è insorto, sostenendo che Dylan non è un poeta, poiché le sue parole sono accompagnate dalla musica, e dunque giocherebbe sporco, sarebbe un “poeta con la protesi”.</p>
<p>La differenza tra la poesia e la cosiddetta ‘canzone d’autore’, però, non sta nel fatto che in un caso vi sia solo parola scritta, o al limite ‘pronunciata’, e nell’altra anche musica, come ipotizza Magrelli, a meno di non voler, di conseguenza, considerare i padri della poesia occidentale e romanza, Arnaud, Bernart e Rimbaut, per non citarne che tre, degli <em>chansonnier</em> <em>ante litteram</em>.</p>
<p>Essa sta piuttosto nella relazione diversa che si stabilisce tra le due ‘sonorità’, nella differente collocazione delle scelte formali (tanto verbali quanto ritmiche, melodiche e più complessivamente musicali): a dare il tempo e a suggerire la melodia, in poesia, anche quando essa si sviluppa e si realizza in accordo con la musica, sono le parole; nella canzone d’autore, invece, è la musica a ‘concertare’ il tutto, e questa è la ragione per la quale i testi delle canzoni, senza musica, non stanno in piedi, mentre quelli della <em>spoken music,</em> se è buona <em>spoken music,</em> sì.</p>
<p>Non si tratta, si badi, di rapporti gerarchici, ma di funzioni differenti: semplicemente in poesia è la parola, la sintassi, a ‘dettare il tempo’ e a intonare la melodia. Insomma, se De Andrè non è un poeta, se non lo è neanche Conte, o de Gregori, o Fossati, ciò non dipende dal fatto che nel loro lavoro sia presente la musica, cioè da un surplus musicale, da una protesi in chiave di violino, quanto, all’opposto, dal fatto che nelle loro canzoni non c’è un linguaggio capace di stabilire e dettare autonomamente i propri ritmi e la propria linea melodica.</p>
<p>Provate allora a spogliare codeste ‘poesie in musica’ di molti dei nostri cantautori (che spesso sono splendide canzoni, canzoni che io stesso amo profondamente) dalla loro melodia, dal ritmo che dona loro la musica, provate a leggere quei testi in silenzio, o ad alta voce, ma seguendo la loro prosodia: ciò che vi rimarrà tra le mani è ben poca cosa e questo vale anche per molti dei più noti autori, da Conte a De Gregori, Fossati, Capossela,  per non parlare del mediocre e sin troppo celebrato Vecchioni, o di tanti noti rapper.</p>
<p>Questo vale anche per De André, certamente il più importante tra i cantautori italiani degli ultimi decenni, che non a caso rifiutava per sé l’etichetta di poeta, preferendo, con grande acribia, attribuirsi un ruolo di «ponte» tra poesia e canzone d’autore, impegnato com’era a traghettare nel mondo della musica grandi testi poetici, da Alvaro Mutis ad Edgar Lee Master.</p>
<p>Alcuni dei suoi testi hanno questa capacità di stare in piedi, autonomamente, anche senza musica, ma sono eccezioni (penso qui alla <em>Domenica delle salme</em>, o al <em>Bombarolo</em>, o al limite alla melopea struggente di <em>Amico fragile</em>), mentre altri, magari proprio quelli più noti ed amati, come <em>La storia di Marinella</em>, o <em>Bocca di rosa</em>, francamente no.</p>
<p>Insomma Bob Dylan (o Capossela, o De Andrè ecc.) non sono poeti, assolutamente no, ma non perché abbiano per sé un surplus di musica, che fa di loro ‘poeti con la protesi’, come suggerisce Magrelli, quanto per difetto di caratteristiche e qualità ‘letterarie’. E la differenza non è di poco conto.</p>
<p>Ciò non toglie che molti di loro siano artisti di primissima levatura, ma l’arte che praticano non è la poesia. E in tutto questo non c’entra la musica, c’entra, come sempre in poesia, piuttosto la parola.</p>
<p>*</p>
<p>Traccia n° 2: <a href="http://play.spotify.com/track/0z0uKhkNkfiaP4B1y8hS1D">Scrivo quando sono stanco</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bastava saperlo prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2016 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bd-e1452182096601.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-59090" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bd-e1452182096601.jpg" alt="bd" width="198" height="517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bd-e1452182096601.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bd-e1452182096601-115x300.jpg 115w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a>(<i>Alberto Tonti &#8211; architetto, scrittore, critico, talent scout, persino cantante a Sanremo &#8211; ha conosciuto tutti nella vita. Sono anni che gli dico di scrivere un resoconto dettagliato dei suoi infiniti incontri, perché quando me li racconta al bar mi fa morire dal ridere. Dopo mia insistenza, a modo suo è uomo pudico, ha deciso di mantenere la promessa. Quello che vi pubblico oggi è il primo &#8211; e mi auguro non ultimo &#8211; di quelli che lui ha voluto chiamare </i><i><b>Incontri ravvicinati di tutti i tipi</b></i><i>. Lo ringrazio fin d&#8217;ora e aspetto sue nuove a prestissimo.</i> G.B.)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">di <b>Alberto Tonti</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Primo tempo</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il concerto è finito da poco fra le migliaia di fiammelle tremolanti al vento della notte fredda, nonostante luglio. Grandi emozioni, brividi per tutti: finalmente è tornato quello di un tempo, quello che speravamo di ritrovare dopo la lunga sbandata durante la quale, come un qualsiasi suffragetto, non ha fatto altro che cantare le lodi al Signore, accanto a quattro sgarrambone di colore, manco fosse entrato a far parte di un coro invasato di una qualsiasi setta religiosa della Georgia o dell’Alabama. Ma amen tutto passato, stasera è stato grande, grandissimo e Milano per la prima volta lo ha accolto ed acclamato come merita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Imbacuccato alla bene meglio, strisciando lentamente le suole mi avvicino intirizzito, ma soddisfatto, verso gli sfoghi delle uscite. Appena fuori dai cancelli di San Siro un oceano di auto mi costringe a slalom veloci alla volta della mia auto, posteggiata di traverso, proprio dietro alla bancarella puzzolente delle salsicce alla piastra. Una retromarcia furiosa, un paio di controsensi pirata, qualche colpo di clacson nervosetto e via, lontano dalla pazza folla, ottanta all’ora verso casa a preparare in fretta l’Evento, anche se non si tratta del Diluvio Universale, né tanto meno della consegna delle Tavole a Mosè (due fra i pochissimi accadimenti che possono a ragion veduta definirsi Eventi).</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Se è OK, ti avverto per telefono” ha detto David Zard, prima di salutarmi nel backstage. Con i pochi prescelti che ho invitato a casa mia nell’attesa parliamo di tutto, mantenendo un contegno distratto, svogliato, quasi a nascondere la sottile eccitazione che aleggia nella stanza. Sul piatto del giradischi gira alla solita velocità un bel vinile di Ben E. King che canta <i>Around The Corner</i>, perché <i>Stand By Me </i>sa troppo di banale. La porta finestra che dà sul giardino è spalancata, il vicino di casa, anche se non fa caldo per niente, ha purtroppo riattivato il suo maledetto rumoroso condizionatore che scassa non poco i maroni. Il ghiaccio tintinna nei bicchieri lasciando scie oleose di bourbon, i portacenere in un’ora sono già pieni di cicche, la stanchezza e la strisciante delusione stanno prendendo tutti quando il telefono si mette a squillare: “Va bene, fra mezz’ora siamo lì&#8230;” “Giura!” dico. “Giuro!” risponde. Gli sguardi di tutti sono puntati su di me. “Vengono&#8230;.viene&#8230;forse bisogna andare a comprare qualcosa, c’è poco da bere”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nel giro di venti minuti Elio Fiorucci, il grande, riesce a procurarsi una cassa di liquori, per lo più whisky, gin e Martini, una di coca-cola, una di aranciata, una di birra, più tre enormi pizze calde e profumate. Nessuno riesce a spiegarsi come abbia fatto, dato che è passata da un pezzo l’una di notte, ma il tempo per domandarglielo non c’è, tutto deve essere predisposto e in perfetto ordine per la visita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Giusto perché non sto più nella pelle, mi metto alla finestra: lui non arriva scalzo, a dorso di asino, con un ramoscello d’olivo in mano, come qualcuno di noi ha fantasticato, ma seduto dentro una grossa Citroen nera. Il campanello vibra, scorgo attraverso la porta a vetri dell’ingresso la sua inconfondibile sagoma, la vista mi si annebbia, sbando di lato, giro la maniglia con la palma improvvisamente sudata e solo allora mi appare in tutto il suo splendore. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Alla classica frase di convenienza genere “nice to meet you” mi stringe debolmente la mano emanando un grugnito sordo, lo stesso fa con tutti gli altri che, nel frattempo, si sono avvicinati in estasi, sorridenti ed emozionati, per sincerarsi della sua reale presenza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Non si toglie il cappello di paglia che gli incornicia i riccioli rossi-castani: indossa una camicia giavanese verde smeraldo, con palme gialle, aperta fino al penultimo bottone a mostrare un petto glabro, un pantalone in origine bianco e un paio di stivaletti crema di simil pelle, smangiati in punta, da cui sporgono calze da tennis slabbrate. La barba è del giorno prima o forse di più, gli occhi sono tristi e indagatori, l’incedere sospettoso.</span></p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=8SkvaALFQOs</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Tanto per metterlo a proprio agio, conoscendo i suoi gusti (preparato sono preparato), sul grande tavolo, proprio sotto lo scaffale dei dischi, ho appoggiato in ordine sparso qualche LP degli Everly Brothers, quasi fossero lì per caso. La mossa si rivela quella giusta per rompere il ghiaccio, anche perché so perfettamente che una volta ebbe a dire “senza gli Everly non sarebbe esistito nessuno di noi”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Lui si piazza seduto davanti al giradischi. Prende in mano il primo album, poi il secondo e il terzo, chiama a sé Mick Taylor, sì proprio lui l’ex chitarrista dei Rolling Stones assoldato per il tour, e comincia a parlottare. Poi fa segno, con l’unghia lunga listata a lutto, di procedere all’ascolto del Greatest Hits dei fratellini. Tramite il mio buon vecchio Thorens, obbedisco. Del resto non chiedo di meglio. Quando <i>Bird Dog</i> attacca, lui e Mick riprendono a mormorare robe sugli accordi, sugli arrangiamenti, sui riff di chitarra. Più volte mi fa capire di tornare indietro di qualche solco così che Taylor possa risentire un passaggio fondamentale mentre continua a mugugnare parole incomprensibili. Tornare indietro di qualche solco è in assoluto la cosa che so fare meglio nella vita, non ho fatto altro dai dodici anni in poi, con la puntina ci so fare. Lui sembra apprezzare. Tanto che ho la sensazione di cogliere persino un abbozzo di sorriso riconoscente, ma probabilmente vaneggio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nel frattempo, la maggior parte dei presenti assume un atteggiamento distratto, quasi che nulla di straordinario stia avvenendo in questa casa, a notte fonda, in una domenica di metà luglio, a Milano. Nessuno osa rivolgergli la parola o ha il coraggio di accennare una chiacchiera, una timida parvenza di battuta. Un continuo, febbrile movimento ci porta tutti fra la cucina e il soggiorno: un po’ per offrire da bere, un po’ perché pervasi dall’imbarazzo, un po’ perché proprio nessuno riesce a star fermo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Lui non schioda le chiappe neppure per un istante, non rivolge verbo ad alcuno, su varie sollecitazioni di normale amministrazione tipo “vuoi un piatto di spaghetti o un pezzo di pizza?”, “vieni di là che c’è un juke-box con vecchi 45 giri!”, “vuoi uscire in giardino a prendere una boccata d’aria?”, reagisce solo con uno sguardo bicolore noia-disprezzo. Poi, finalmente, con accanto un fido galoppino, si muove lentamente verso la biblioteca, sbircia i testi sacri di rock and roll, si sofferma a lungo su qualche foto appoggiata alla costa dei libri, si immerge a decifrare i titoli col capo reclino e, d’un tratto, chiama a sé l’accompagnatore, gli bisbiglia qualcosa all’orecchio e l’ometto fa cenno di avvicinarmi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Vuole sapere perché ci sono tutti questi libri sul Partito Comunista!” esclama, puntandomi addosso i suoi occhi acquosi e inquisitori.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Sono sulla storia del Partito Comunista Italiano, ci sono altri libri di storia qui, la storia mi interessa molto” affermo, recitando la parte di quello che, con orgoglio, difende la propria libertà intellettuale. Annuiscono entrambi brontolando qualcosa, ma certo la risposta non li ha soddisfatti per niente. </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Cosa volete bere?” mi affretto a dire tanto per cambiar discorso. “What do you wanna drink” ripete l’ometto.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Brandy” biascica il maestro. Un dubbio atroce mi attraversa la mente per rivelarsi immediatamente realtà. “No brandy, sorry”, dico. “Vodka” sospira di rimando. “Neppure quella, sono veramente spiacente” replico. “Coffee” ruggisce. “Coffee, certamente si!” esclamo terrorizzato e, al contempo, sgravato da un peso insopportabile. Girando velocemente i tacchi, come appena fuori da un incubo mi affaccio in cucina per ordinare un espresso lungo in tazza grande. La richiesta cade come un fulmine a ciel sereno. “Da ieri la macchinetta è senza guarnizione” sentenzia la mia ragazza “verrà uno schifo! Ma chissenefrega tanto è americano, mica sa com’è fatto un buon caffè”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Senza guarnizione, l’acqua bolle in un attimo e tocca a me tornare da lui, appoggiargli delicatamente una mano sulla spalla e domandargli con fare cameratesco: “Quanto zucchero, Bob?”. Alzando due dita come Churchill, per la prima e ultima volta mi dice: “Thank you”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Solo in quell’istante mi rendo conto che non gli si può stare vicino, è come se non avesse fatto la doccia da quando ha deciso di passare dall’acustico all’elettrico e sono passati un bel po’ di anni. Oltre a tutto non sorride mai, non si capisce se si rompe le palle, se si sta rilassando, se odia o, al massimo, sopporta la situazione, insomma un mezzo disastro.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Ciononostante mi rendo conto che sto parlando col signor Zimmerman in persona, che gli ho toccato una spalla, che ho quasi chiacchierato con lui di politica, che mi ha risposto a monosillabi ma mi ha risposto, che sono soddisfatto del mio scarso inglese e, soprattutto, che sia stato ad un palmo da me per almeno un&#8217;ora e mezza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">L’odore del mito resta impregnato nell’imbottitura per almeno un paio di giorni poi, dato che non va via, decido di porre rimedio interpellando il tappezziere al quale, comunque, chiedo di aggiungere una piccola targa. Adesso sulla spalliera della poltroncina che ha accolto le sue natiche c’è scritto: “Qui si è seduto Bob Dylan”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b>Secondo tempo</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Passano alcuni anni e Bob torna a Milano, stavolta all’Arena. Il solito Zard mi propone un altro dopo concerto. Memore di quanto mi è costato il tappezziere organizzo, in fretta e furia, una bella cena in una ricca casa di un ricco editore.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Verso la solita una di notte, arriva. E’ vestito come l’altra volta e non si è mai neppure lavato dall’altra volta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Al suo passaggio gli invitati si aprono come le acque del Mar Rosso, tutti gli sorridono quasi accennando un inchino come se fosse la Madonna di Lourdes o la Regina Elisabetta. Lui si piazza direttamente a tavola, a capo tavola. Fa un cenno al solito galoppino per far capire che ha fame, quindi che si dia inizio alle portate. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Stavolta si svolge tutto in maniera più veloce e molto più irritante: non apre bocca se non per infilarci porzioni esagerate di cibo, grugnisce saltuariamente qualcosa, qualcuno interpreta quei suoni come continui apprezzamenti ma io, conoscendo my chicken, ne dubito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Quelle poche volte che qualche intrepido gli rivolge la parola, continuando a masticare, lo fissa come se gli avesse chiesto un prestito. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Arrivati alla frutta, purtroppo, mi scappa di chiedergli se desidera qualcos’altro: mi risponde secco “yes, a taxi!”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Per quanto mi riguarda è fin troppo, mi trattengo dal mandarlo a fare in culo, anche perché come potrebbe mai un povero fan come me mandare a quel paese un genio come lui? Eppure sfioro l’incidente diplomatico. La padrona di casa se ne accorge e con estrema gentilezza, prima che Mr. Tambourine Man si allontani definitivamente dalla nostra vista e dal nostro olfatto oltraggiato, gli fa persino omaggio di una splendida stampa antica, che viene immediatamente agguantata senza cenno di ringraziamento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Solo qualche settimana dopo mi capita di leggere su un mensile musicale una sua intervista: “Non voglio mai incontrare chi mi adora, loro sanno tutto di me e io non so niente di loro. Loro sono cresciuti con me. Ma io sono un estraneo.”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Bastava saperlo prima.</span></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="OeP4FFr88SQ"><iframe loading="lazy" title="Mr. Tambourine Man (Live at the Newport Folk Festival. 1964)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/OeP4FFr88SQ?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Desolation Row</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2015 05:12:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[doppio]]></category>
		<category><![CDATA[edgar allan poe]]></category>
		<category><![CDATA[filippo belacchi]]></category>
		<category><![CDATA[fotografie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Belacchi La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo. Questa signora dai bizzarri vestiti anni 30, nonostante siamo negli anni 50, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Belacchi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55809" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/01.jpg" alt="01" width="450" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/01.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/01-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa signora dai bizzarri vestiti anni 30, nonostante siamo negli anni 50, è la scatola nera dell&#8217;omicidio di Elm st. Sa come sono andate le cose. Ora si trova in uno stato d&#8217;inquietudine tale che è dovuta uscire di casa. Ha guidato per circa un&#8217;ora e poi, intontita dal quel vento caldo e impetuoso, è entrata in un locale fuori città.</p>
<p style="text-align: justify;">Per distendere i nervi ha già bevuto tre whisky allungati con l&#8217;acqua e fuma una sigaretta dopo l&#8217;altra. In questo istante sta meditando se restare sveglia fino al mattino per vedere cosa i giornali scriveranno sulla donna stregata che ha ucciso suo marito mentre ascoltava Debussy.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55811" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/03.jpg" alt="03" width="387" height="585" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/03.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/03-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/03-677x1024.jpg 677w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Eccolo, il marito, la vittima, appassionato di giardinaggio, direttore della camera di commercio di Dultuh, Stati Uniti, poco lontano dal confine col Canada. Bob Dylan, anche lui originario di Duluth, è questo signore che ha in mente quando in <em>T</em><em>ombstone Blues</em> canta: <em>Jack the ripper who sits at the head of the chamber of commerce</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uomo spietato. Rispettato, ma in realtà temuto dalla comunità per il suo potere politico utilizzato come un fucile a pompa. È capace di fare la fortuna e la sfortuna di molti cittadini.<br />
Questa foto l&#8217;ha scattata la moglie, sua futura assassina, durante una pausa dei lavori al giardino.<br />
Come si può vedere dall’inquadratura, non la moglie, ma sicuramente qualcosa dentro lei, ha già deciso che è un uomo morto. Non ha più il viso, oscurato dal calore omicida del sole.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55807" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/04.jpg" alt="04" width="350" height="582" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/04.jpg 421w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/04-180x300.jpg 180w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Unica foto disponibile del giardino. È la notte di Halloween del 1946 e si può già intuire come crescerà rigoglioso. Dieci anni dopo sarà un tripudio intricato di forme e colori. Anche i segreti che Jack the ripper sotterra qua e là: ai piedi del melo, dietro i gelsomini, accanto alla siepe verde nera, crescono e si diramano furiosi. Nascosti là sotto ci sono foto e filmini tremendi, un infernale archivio sotterraneo su uomini e donne di Duluth.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55808" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/05.jpg" alt="05" width="450" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/05.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/05-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/05-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" />Una delle pochissime foto pubblicabili tratte dagli archivi di Jack the ripper. Per il resto, foto e filmini, formano un incendio indomabile di violenze e sevizie che mette a dura prova la capacità di perdono degli dèi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come riesce a reclutare modelle e modelli? Manda sul lastrico, legalmente, attività commerciali, specie quelle gestite da donne sole, negando loro permessi, inviando ispezioni e così via. Poi promette, mentendo, di fare riaprire i negozi in cambio di sessioni fotografiche.</p>
<p style="text-align: justify;">È a lui che dobbiamo l&#8217;invenzione della parola <em>snuff</em>, che significa: &#8220;spegnere lentamente&#8221;; <em>Jack the ripper</em> spegne lentamente la vita delle persone. Abbassa le luci nelle loro esistenze, finché il buio è talmente fitto che è impossibile uscirne.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;archivio di immagini e filmini di Jack the ripper è stato dissotterrato, esaminato e poi distrutto, anche se non del tutto; qualche esemplare dei suoi assalti impressi in super-8 è stato trafugato ed è poi scivolato di mano in mano: qualche collezionista disposto a sborsare molti soldi per certe bobine lo si trova molto più facilmente di quanto si possa pensare. Per trent’anni una minima parte dell’archivio di Jack è rotolato, rimbalzato dal Nord degli Stati Uniti fino a scendere verso la <em>East Coast</em>, New York City, e poi giù, verso l’altra costa, la California, Los Angeles, San Francisco e Napa Valley.<br />
Proiezioni organizzate in case di ricchi collezionisti per un pubblico sbigottito di amici. Qualcuno, chissà se in California o nello stato di New York, deve essere rimasto colpito dall’occhio di quell’uomo dietro la cinepresa. Più che colpito ispirato. Nel 1996 infatti uscirà <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vZVk21Pco-c">una campagna pubblicitaria che sarà poi bandita</a>, vista la smisurata violenza sessuale in potenza che ogni spot trasuda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni filmato ricorda il prologo delle interviste che Jack faceva alle sue vittime. Ho detto ricorda, ma di fatto è un puro e semplice calco delle sue interviste: una copia abbellita e levigata quanto basta per la tele. E quindi il capo della camera di commercio, in una cittadina al confine col Canada, e il suo materiale nascosto sotto la terra umida e viola, hanno contribuito a modellare parte di quella che chiamiamo cultura popolare.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55812 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/07.jpg" alt="07" width="330" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/07.jpg 330w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/07-244x300.jpg 244w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />La notte dell&#8217;omicidio l’avevamo vista dentro un locale fumare e bere inquieta: eccola di nuovo, nel periodo più felice della sua vita: la fine degli anni 30. Lei e suo marito possiedono una gioielleria che sta facendo ottimi affari. L&#8217;anno prossimo metteranno al mondo una figlia che chiameranno Paula. Questa è una delle ultime foto che ce la mostrano radiosa.<br />
Negli anni quaranta perderà suo marito in guerra (duello aereo) e verrà azzannata da <em>Jack the ripper</em>. Prima lei e poi sua figlia Paula, ormai quindicenne.</p>
<p style="text-align: justify;">Paula, dopo le sevizie, comincia a sprofondare dentro di sé, lontano dalla realtà, dove non ci sono più parole ma solo silenzio. Viene ricoverata nella casa di cura, l&#8217;unica, semi deserta, che si trova alla periferia di Duluth.<br />
Ridotta sul lastrico, legami affettivi tranciati con rara violenza, non si dà pace. E chi non si dà pace prima o poi entra in guerra. Eppure, la cosa più interessante che riguarda questa donna è un&#8217;altra. Il denaro che le ha consentito di aprire la sua attività lo ha guadagnato da ragazza, facendo la rabdomante: questo il suo dono, che poi pare abbia perso. Sapeva, voglio dire: sentiva, non si sa come, la presenza di sorgenti d&#8217;acqua sotterranee. Una persona con queste facoltà è preziosa, molto contesa dagli agricoltori della zona.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/08.jpg" alt="08" width="310" height="310" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/08.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/08-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/08-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/08-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></p>
<p style="text-align: justify;">La futura assassina, moglie del <em>Jack the ripper</em>, ha l’hobby della fotografia. Gira per casa, nel giardino, dove si nascondono i segreti del marito, e scatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sa, ma sa. E e lo s’intuisce dai colori e l’inquadratura: l’ombra che domina la sua mente s&#8217;insinua in ogni fotografia. È come se delegasse le verità all&#8217;ombra del suo occhio. Scorrendo i suoi album si vede che ha capito, che sa, ma non riesce a pensarlo. A pensare cosa? Che suo marito andrebbe eliminato.</p>
<p style="text-align: justify;">La mamma di Paula, rimasta sola, comincia a girare, a vagare per le strade di Duluth. Siamo nel mese di marzo, tra un anno avverrà l’omicidio. Non sa cosa fare ma soprattutto non sa dove andare. Sembra una tronco scavato da dentro che non può fare altro che rotolare. È a meno di un passo dal diventare una vagabonda senza più niente. Se ne sta chiusa in casa a meditare, cerca di riflettere. Ma altre cose, come la sua condizione, la condizione di sua figlia, sono impensabili. Spesso va in campagna, per nascondersi e per vedere se quel suo dono, qualche rimasuglio di quella curiosa sensibilità per l’acqua, per le sorgenti sotterranee, le è rimasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente, prova ma non sente nulla. Quella forza che la trascinava verso un punto dove sotto i suoi piedi un flusso sgorgava è scomparsa. Passa l’estate. Ma a Duluth, su al nord, già a metà settembre comincia a fare freddo e la signora teme l’inverno come una bestia ferita. Non ha soldi per scaldare la casa e il dolore che prova le impedisce di pensare e rimettersi in piedi. Per non stare a casa, imbottita di vestiti, col freddo che le gela i ricordi e la trascina verso la morte, esce, vaga, cerca di muoversi, finché un giorno si trova di fronte alla biblioteca della città. Entrare non costa nulla, dentro è riscaldato e ci si può nascondere. Comincia ad andarci ogni giorno: dalla mattina, fino all’ora di chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55815" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/10.jpg" alt="10" width="350" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/10.jpg 1305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/10-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/10-664x1024.jpg 664w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/10-900x1388.jpg 900w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><br />
E come si può passare il tempo in una biblioteca? All’inizio si gira, si leggono i giornali, le riviste, ma prima o poi un libro lo si apre, lo si sfoglia, lo si scorre e magari, beh, magari lo si finisce anche per leggere. Comincia con <em>Walden </em>di Henry David Thoreau.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo Thoreau continua con Melville e Hawthorne; legge Dreiser e Fitzgerald. Ma il suo cervello intanto registra, scopre, esplora, sa già dove vuole arrivare ma deve scoprire il modo per arrivarci.<br />
Legge anche <em>Frankenstein</em>. E poi, poi arriva ad Edgar Allan Poe.<br />
Il mattino che chiede in prestito le opere di Poe, non saprebbe nemmeno lei spiegarne il motivo – ’impiegato al banco è un nuovo arrivato, mai visto prima – decide di registrare i volumi sotto falso nome. Quando le viene chiesto nome e cognome, come se parlasse qualcun altra al suo posto, si sente dire: Helèna Thulls. Ma perché lo ha fatto?<br />
Helèna Thulls decide di leggere le opere di Poe senza mai togliersi i guanti. Non saprebbe spiegare il perché ma sa che non deve sfilarseli.</p>
<p style="text-align: justify;">Entra tra le pagine, come trascinata via, verso l’abisso che porta al centro della terra; il primo racconto a impressionarla, tanto che più volte è costretta a interrompere la lettura, è <em>I delitti della Rue Morgue</em>: madre e figlia uccise senza pietà da quello che si rivela essere un orangutan. <em>“È quello che è successo&#8230; Quello che&#8230;  Io&#8230; la mia bambina… una forza&#8230; quel mostro… quel mostro ci ha spazzate via!” </em>La si sente bisbigliare nella sala lettura. Comincia a singhiozzare. Le sue lacrime producono una eco curiosa, è come se fosse una presenza invisibile a piangere, un fantasma fermo a mezz’aria. Ora la testa le si svuota, purificata dal pianto. Dentro non le rimane che una cosa, un pensiero, un desiderio anzi, che a poco a poco comincia a prendere corpo, ad avanzare dall’oscurità e salire su, con grande lentezza, verso la luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11.jpg" alt="11" width="400" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/11-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Si asciuga gli occhi e comincia a leggere il resoconto di Gordon Pym da Nantucket.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le avventure di Gordon Pym</em>, quella strana novella di morte e deriva le consente di penetrare e sentire fino in fondo la propria solitudine. Un ragazzo s’imbarca su una nave e giorno dopo giorno perde tutto, finché non rimane solo, ed entra nella parte bianca dell’inferno, Antartide: dove finisce il mondo e inizia qualcosa di potente e misterioso capace di annientare lo sguardo. Fino alla fine del mondo – si ripete mentre legge – io là devo andare, anzi già ci sono, devo spingermi ancora oltre.</p>
<p style="text-align: justify;">E quando spazi e significati sono svaniti, capisce che non le resta nulla da perdere. I suoi pensieri, sente, hanno la consistenza di sogni fitti e opachi, dove puoi sentire solo il cuore, la musica del suo cuore disperato, ma ancora vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso le rimane così facile vedere dentro, così facile pensare l’impensabile. Le manca solo l’ultimo passo, sente. Solo un altro passo e posso cadere dentro, fino in fondo al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55817" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/12.jpeg" alt="12" width="400" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/12.jpeg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/12-300x225.jpeg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le parole di Edgar Allan Poe hanno inghiottito Hèlena Thulls, quando un lampo, che con sé porta una visione, la colpisce<em>: Le vicende relative al caso del Signor Valdemar</em>. Il racconto narra un esperimento di mesmerizzazione che lascia il signor Valdemar in uno stato crepuscolare. Per sette mesi, grazie alla mesmerizzazione, il signor Valdemar rimane tra la vita e la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">E tra la vita e la morte, o tra il giorno e la notte, in questa zona di penombra, Valdemar compie azioni, parla: dice parole corrose dal buio e dalla morte, che però raggiungono il mondo dei vivi. Viene indotto, se non addirittura comandato, a restare in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Hèlena Thulls esce dalla biblioteca ma il luogo dal quale vorrebbe uscire è il mondo di Edgar Allan Poe che le suggerisce ipotesi, possibilità, piani e progetti che le provocano una eccitazione emotiva insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mattino dopo, in biblioteca, cerca sul dizionario la parola “mesmerizzare” e scopre che deriva dal nome di un medico tedesco: Anton Mesmer, morto nel 1815. Figura controversa, da molti ritenuto un ciarlatano. Tuttavia è a lui che si deve se non l&#8217;invenzione, almeno la popolarizzazione dell&#8217;ipnosi. L&#8217;ipnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Consulta l&#8217;enciclopedia Britannica: tedesco, nato, come anche lei, nei pressi di un lago; scorre alcune righe e legge che Mesmer, da giovane, oltre ad avere una dote naturale per la musica un rabdomante.Sente un tonfo al centro dello stomaco, chiude il libro ed esce dalla biblioteca.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, come afferrata per le spalle da un fantasma, si ferma sull&#8217;ingresso, torna indietro e chiede all&#8217;impiegato se hanno le opere di Franz Anton Mesmer. Le viene risposto che “Sì, abbiamo un solo libro di questo autore: <em>Il magnetismo animale</em>”. Confusa e spaventata fugge dalla biblioteca per rimetterci piede solo tre giorni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolare: quando si allontana di fretta le viene istintivo controllare se ha indosso i guanti. Sì, li ha indosso, mai sfilati un istante.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55818 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/13GIF.gif" alt="13GIF" width="500" height="179" /></p>
<p style="text-align: justify;">La signora ha ormai avviato il suo processo di metamorfosi, è diventata Hèlena Thulls, la donna dai guanti bianchi. Legge <em>Il magnetismo animale</em>. Non ci ricava niente di pratico circa l’ipnosi, ma la sensazione che prova è quella di leggere un libro&#8230; come se quel tedesco fosse uno dei profeti della Bibbia. Entra in una dimensione. Si tratta del primo vero ponte fatto di parole, di piccoli cristalli oscuri che conducono alla terra promessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55819" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/14.jpg" alt="14" width="380" height="506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/14.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/14-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Legge e rilegge <em>Il magnetismo animale</em>. Poi prende un grosso romanzo uscito tre anni prima, <em>Le avventure di Augie March</em>. Ma non si sogna neppure di leggerlo, lo tiene semplicemente come paravento, mentre osserva con tutta se stessa la gente seduta in biblioteca. Scruta con ingordigia e lucidità impressionanti. Cerca nei movimenti abitudinari delle crepe dentro le quali potrebbe inserirsi e raggiungere il retro della mente di alcune persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha capito una cosa, e l’ha capita con tutta se stessa, la sua anima ne è intrisa: ipnotizzare una persona vuol dire diventarne lo specchio, esserne una replica di sogno che può condurre il sognatore lontano, dentro sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettersi di fronte a un uomo, o a una donna, e ricalcarne le movenze senza che se ne accorga. È così che ci si trasforma in specchio! Poi lo guidi. Ti allinei alle sue movenze e cominci a modificarle giusto un istante prima, in modo che l’ipnotizzato venga guidato da una figura che sembra essere solo un suo riflesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricalco e guida, ricalco e guida.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55820" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/15.jpg" alt="15" width="410" height="273" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/15.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/15-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/15-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" />Un mattino gelido mattino d&#8217;inverno. La signora se ne sta sulla gradinata di fronte alla biblioteca. Hèlena si sfila i guanti, li mette dentro la borsetta e si avvicina a un giovane che sta fumando con lo sguardo distratto. Per ripararsi dal vento tiene il collo incassato allo stesso modo del ragazzo. Entrambi, nel medesimo istante, sembrano venire percorsi da un brivido di freddo. Lei poi gli chiede d’accendere e mentre lo fissa negli occhi aspira avida, quasi toccando l’interno delle guance, com&#8217;è solito fare lui.<br />
Il ragazzo tra la boccata e il &#8220;grazie&#8221; avverte, lontano, un rallentamento, uno slittare onirico della realtà che però non saprebbe dire. Qualcosa di remoto che tuttavia avviene da qualche parte dentro lui. Un sobbalzo impercettibile e morbido che non sa spiegare. Sarà forse il volto sconosciuto ma famigliare della donna, le sue movenze misteriose e materne.<br />
Lei mette le braccia conserte e aspira di nuovo, un istante prima che lo faccia lui. È come uno specchio, eppure la replica non sta nelle movenze ma nel ritmo, nell’aria fatata che quei movimenti lasciano calare tra i due.<br />
Quando il ragazzo incassa di nuovo la testa lo fa anche lei e bisbiglia un commento sul freddo e poi allunga il collo, senza togliere mai lo sguardo, delicato ma fisso, dagli occhi di lui: “Oggi  ˗ dice ˗ questo vento è bello e caldo, bello e caldo come in un sogno.” Lui fa un cenno spiritato di assenso. Lei con aria lenta e distratta si sfila l&#8217;anello dall&#8217;anulare e, immediatamente dopo, lui si slaccia il bottone della camicia.<br />
“Arrivederci.” dice la signora, e si allontana. Dopo un centinaio di metri, discreta, si volta in direzione del ragazzo: si è tolto la giacca, la tiene sull’avambraccio, mentre continua fumare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55821" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/16.jpg" alt="16" width="360" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/16.jpg 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/16-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo a fine febbraio, la signora dai guanti bianchi se ne sta seduta dentro la sua auto scassata di fronte a un locale notturno. Guarda gli avventori entrare, uscire. Alcuni tra loro barcollano, altri trascinano i piedi a capo chino, come condannati a morte. Ne deve trovare uno che abbia un protuberanza visibile sulla schiena o all’altezza del petto; prima o poi arriverà. E infatti eccolo, quel signore là, con un abito grigio e gualcito. È alto e assieme tarchiato, ha il collo largo come un tronco d’albero. Primitivo nei tratti, nelle movenze, l’andatura è distratta e rabbiosa. Un depresso. Lo guarda entrare, aspetta cinque minuti e anche lei fa il suo ingresso nel locale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vede subito, di spalle, con i gomiti appoggiati sul bancone, la giacca si solleva e lascia intravedere quel fallo cromato infilato tra schiena e pantaloni. Gli siede al suo fianco, a meno di un metro, e aspetta che lui le rivolga la parola. Non le parla ma le ordina invece un whisky. La signora dai guanti bianchi le rivolge un sorriso turbato e lo fissa negli occhi con uno sguardo cedevole, da preda. È così che aggancia il predatore, che subito si ritrova perso in quello sguardo, come il cacciatore che, richiamato da un suono, imbocca un sentiero che lo porta in una zona del bosco fino ad allora sconosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sente in pericolo, vale a dire che si sente come si è sempre nascostamente sentito: debole e indifeso. Questa è la sola ragione per cui porta una pistola: perché è un bambino impaurito di 50 anni. Sente che lei può scacciare i fantasmi che lo tormentano fin dall’infanzia.</p>
<p style="text-align: justify;">In meno di un istante il cacciatore si accorge di essersi smarrito. L&#8217;attempata cerbiatta gli fa strada nel mondo delle sue paure, dove la sua forza, l’arma che tiene infilata nella schiena, non serve a niente. Il desiderio di protezione che cova da un vita e che ha sempre scambiato per rabbia, implode: si affida a lei. Sarebbe disposto a pagarla per liberarsi delle sue paure nei confronti dell&#8217;altro, degli altri. Ma lei non vuole essere pagata, vuole solo la sua arma.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella verrà usata per proteggerlo, basta solo che lui gliela dia e potrà dormire tranquillo. È come un sogno. Escono dal locale, lui entra nell’auto di lei. È quasi commosso, dal volto primitivo emerge la faccia di un bambino di 10 anni che consegna quella cosa a sua madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornata a casa, resta al buio tutta la notte, seduta sulla poltrona di fianco alla finestra che dà sulla strada. La luce della luna piena le dà da pensare, come anche quell’oggetto luminoso appoggiato sul grembo. Più volte è tentata di alzarsi e buttarlo in fondo al fiume e dimenticare tutto.<br />
A tratti si distrae, dimentica la feroce bestiola d’acciaio che sembra assopita. Si tratta di una Smith &amp; Wesson mod.36; conosciuta anche come “Lady Smith”. A guardarla però non le verrebbe mai in mente di chiamarla Lady Smith; ai suoi occhi somiglia ad un sinistro incrocio tra un piranha e un minuscolo cane che ringhia nel sonno. La lascia dormire, nonostante senta quella strana gravità pesarle sulle cosce che sembra mormorarle: “Quando sei pronta, allora scatenami”.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda la luce della luna che inonda la stanza; dimentica l’adesso e ricorda il passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri mattina nella mia buca delle lettere c’era una busta arrivata dagli Stati Uniti, Minneapolis. La busta conteneva: una lettera scritta a macchina firmata a mano e questa foto. (Sono stato io a coprire le sagome, per pudore. Intendo però precisare che a me la foto è arrivata, per così dire, “in chiaro”).</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55823" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/18.jpg" alt="18" width="400" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/18.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/18-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/18-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non so proprio come la persona abbia potuto rintracciare me e il mio indirizzo di casa, ma questo è un fatto d’interesse secondario. Ciò che invece mi piacerebbe capire è un&#8217; altra cosa: lo scorso 12 novembre ho cominciato a scrivere questa storia di fantasia dopo aver visto la foto di una donna dallo sguardo fatato che seduta in salotto ascolta un disco. Giorno dopo giorno ho continuato la storia: ho parlato delle vicende della signora dai guanti bianchi e dell’omicidio del capo della camera di commercio.</p>
<p style="text-align: justify;">Giorno dopo giorno ho ricostruito la storia utilizzando la mia fantasia e alcuni vecchi fatti di cronaca. Per una qualche strana piroetta del caso, un anziano signore che vive dall’altra parte dell’oceano, dopo aver letto questa storia sul mio blog ha pensato d’integrarla con una generosa manciata di verità. Pare che quello che Dylan chiamò Jack the ripper sia veramente esistito e questa foto ne svelerebbe il volto.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo che mi ha spedito la lettera ha un cognome italiano. E la lettera è scritta in un inglese bizzarro, pieno di errori e inframmezzato da vecchie parole della nostra lingua. Cito dalla lettera: “Dal momento che non hai un ritratto del volto di Jack ho pensato di aiutarti. La persona di cui parli è il ragazzo più giovane che compare nella foto.”</p>
<p style="text-align: justify;">La persona potrebbe quindi essere il ragazzo a destra con il volto che si vede solo per metà. La lettera non dà indicazioni, dice solo che è la persona più giovane che appare nella foto. Osservandola con attenzione si può notare che ci sono altri volti nascosti e quindi qualcuno più giovane dell’unico ragazzo ben visibile potrebbe nascondersi nelle figure che s’intravedono nell’oscurità.</p>
<p style="text-align: justify;">La lettera poi racconta la storia di questa foto, cito ancora: “Sette agosto 1930, contea di Marion, stato dell’Indiana, 640 miglia a sud-est di Duluth. I nomi dei due cadaveri sono: Thomas Shipp e Abraham Smith colpevoli di avere rapinato e ucciso un operaio di razza bianca: Claude Deeter. In realtà le persone erano tre, c&#8217;era anche un ragazzo di 16 anni, James Cameron. Il solo riuscito a sfuggire al linciaggio. Ha però portato sul collo la cicatrice del cappio finché è vissuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 7 agosto, quando si è sparsa la notizia che i tre presunti assassini erano rinchiusi nella prigione della contea, una folla di cittadini, 2500 persone, ma altre fonti sostengono addirittura 5000, hanno fatto irruzione negli uffici dello sceriffo per poter disporre dei corpi. Una volta prelevati sono stati portati nella campagna alla periferia di Marion e impiccati. Smith, durante l’impiccagione, ha tentato di liberarsi dal cappio con le mani; uno del gruppo, molto probabilmente la persona di cui stai raccontando la storia, gli ha spezzato le braccia con un bastone per evitare che tentasse ancora di sottrarsi a ciò che la folla aveva deciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Jack the ripper, dieci anni dopo questo fatto, si trasferisce a Duluth per aprire un allevamento di visoni. Da quelle parti, all’epoca, il commercio di pellicce è molto fiorente. Altri dicono che abbia lasciato Marion per sfuggire a una storia di sevizie a danni di ragazze nere e bianche. Una di queste ragazze pare non abbia retto l’urto delle violenze di Jack e sia morta per un’emorragia. Il padre di Jack, politico locale e potente membro del KKK, sembra sia riuscito a insabbiare tutto. Jack è costretto a fuggire a nord. Si ferma a Duluth, apre l’allevamento di visoni che però fallisce molto presto. Riesce  allora a farsi assumere dalla camera di commercio e in capo a cinque anni si insedia al vertice e dà inizio allo scempio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho visto che hai detto di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=J6yWZUv9QJA"><em>Tombstone Blues</em></a>: <em>Jack the ripper who sits at the head of the chambre of commerce</em>. Queste parole scritte da Dylan non sono scritte a caso. Suo padre, Abraham Zimmerman, proprietario di un negozio di elettrodomestici, dovette trasferirsi nella vicina Hibbings per sfuggire dalla grinfie del capo della camera di commercio ed evitare la bancarotta. Il motivo ufficiale del trasferimento però fu la poliomielite che lo colpì all’improvviso e in tarda età.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri pomeriggio seguendo le tracce della foto sono venuto a sapere che il poeta americano Meeropol, in seguito al linciaggio dei tre di Marion, ha composto una poesia, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Web007rzSOI"><em>Strange Fruit</em></a>. Billie Holiday ha poi fatto il resto.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Hèlena Thulles cammina per molte notti nei pressi della casa di Jack the ripper. La osserva, ricorda, a volte la rabbia è tale che è costretta a fuggire via per non entrare in casa e ucciderli tutti e due.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sua moglie non ha colpa, se non quella di resistere alla verità; sa che ogni giorno prepara da mangiare per un orco, lo sfama, gli mantiene il cervello lucido, che lui usa come un&#8217;arma per ferire, ricattare e uccidere. Gli lava camicie e pantaloni e fa finta di niente, non nota le macchie di sperma e di sangue; la sua lavatrice toglie ogni macchia che lei vede. Che lei vede ma non vede. Come tutto del resto, nella sua vita: vede ma non vede.</p>
<p style="text-align: justify;">Passa molto tempo nei pressi della casa, a guardare le luci alle finestre, i movimenti di lui e lei. In silenzio osserva, immagina, studia e spesso si accorge eccitata mentre fantastica di ucciderlo con le proprie mani: bucargli il collo con le dita e cercargli il cuore, strapparglielo dal torace e schiacciarlo sotto i piedi come si farebbe con un insetto enorme e schifoso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55824" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21.jpg" alt="21" width="400" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/21-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Un mattino di sole, la moglie di Jack esce a fare compere ed Hèlena Thulles s’intrufola dentro casa dalla porta del retro. Gira per le stanze e rimane esterrefatta dalla pulizia. Chi pulisce là dentro pare sia un’anima condannata all’inferno, costretta per l’eternità in ginocchio a lavare le colpe e i crimini di cui si è resa complice. La casa è strigliata, il manto della casa è talmente teso e tirato che le si possono vedere le ossa. Tutto è in ordine. È  pieno di fiori, cornici che tuttavia sono appoggiate su quella che somiglia a una lapide tombale. La moquette bianca sembra marmo di cimitero, anche gli sportelli della cucina, i mobili, sembrano marmo di cimitero. Da nessuna parte ci sono tracce di intimità, di colloqui, di vita, di amore. Una tomba adornata. E la verità è il cadavere. Viene colpita da questo pensiero con una forza tale che le fa cedere le gambe. Occorre che la verità resusciti, che memorie dall’oltretomba accorrano alla mente di quella signora dal vitino di vespa.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di uscire guarda le foto appese al muro. Non c’è dubbio: sono opera della moglie. Mormorano di cose lugubri e nere. Vorrebbe scrutarle sotto una lente d’ingrandimento, come se fossero una miniatura medievale. L’occhio che le ha scattate appartiene a una persona pronta a prendere in mano la verità e tirare il grilletto, resuscitare il passato e spararlo sul corpo del marito.</p>
<p style="text-align: justify;">Hèlena Thulles, durante le lunghe giornate passate in biblioteca a ripararsi dal freddo si è addentrata dentro una foresta di storie, di azioni, di favole, di fatti verosimili e impressionanti; di resoconti e gesti disperati o geniali, finché ha deciso di percorrere un sentiero fino in fondo, quello battuto tempo prima da Mesmer.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima d’incamminarsi verso l’ipnosi però, i sentieri percorsi per metà o appena adocchiati, sono stati innumerevoli: ha potuto vedere cosa sia in grado d’immaginare l’uomo e cosa sia capace di escogitare.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è, tra le altre, una mossa del pensiero letta in un libro che non riesce a togliersi dalla mente. Si tratta di un frammento del poema di Omero, il più eccitante: Odisseo e il cavallo di Troia. I greci avevano le armi ma non bastavano a espugnare Troia. Anche lei ha le armi: una pistola e l’ipnosi, ma le manca un dono, un dono avvelenato. Il tremendo cavallo di Troia lasciato alle mura della città. Giorno dopo giorno la signora dai guanti bianchi gira per casa e riflette, mentre venditori a porta a porta suonano il suo e gli altri campanelli per vendere bibbie, polizze, spazzole e prodotti per la casa; lei non risponde neppure. Gira di stanza in stanza, pensa al poema di Omero, oppure li guarda dalla finestra, dietro la tenda avvicinarsi alla porta.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno però arriva un giovanotto che pare porti con sé un fucile. Lo osserva camminare verso l’ingresso, esageratamente sicuro di sé. Si ferma un istante davanti la porta, si schiarisce al voce e poi suona.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei apre la porta e lo fissa diritto negli occhi, gli chiede di accomodarsi e al solito, l’aria, la realtà, rallentano. Il giovane comincia ad elencare le novità dell’Hoover 1124 di un riposante azzurro bianco. Ma mentre illustra e spiega, incespica e si confonde.</p>
<p style="text-align: justify;">Jason, il venditore, ha cominciato a fare questo lavoro per addomesticare la balbuzie. Ma quella casa, e quella donna dal volto gentile, lo fanno vergognare, non riesce a capire cosa gli sia preso. Racconta della schiuma appositamente pensata per le moquette; vorrebbe darne una dimostrazione ma a casa della signora dai guanti bianchi non c’è moquette. Gli tremano le mani, suda, ha le orecchie rosse e sente dopo molto tempo le parole nella gola trasformarsi in bolle, urtarsi tra loro ed esplodere in tanti pezzi mentre sono sul punto di uscire.</p>
<p style="text-align: justify;">La signora gli porta un bicchier d’acqua e gli dice: “Deve essere molto stanco, si accomodi pure sul divano, si riposi un po’ – e poi aggiunge – : <em>Ma prima, per farti perdonare quella tua cosa vergognosa, prendi un aspirapolvere nel baule della tua auto e lascialo a fianco dell’ingresso, qui fuori. Io dimenticherò che non sei guarito e tu dimenticherai di avermi lasciato il tuo attrezzo</em>&#8230; Si accomodi, la prego!”</p>
<p style="text-align: justify;">Cinguetta ancora una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo, certamente signora, risponde Jason”. Esce di casa, apre il baule, prende l’aspirapolvere e poi si siede sul divano. Restano a parlare, non si ricorda di cosa, la sua balbuzie è scomparsa e quella signora è la soluzione, sente che è la messaggera di un mondo in cui quella pietosa goffaggine non esiste. Darebbe qualsiasi cosa a quella presenza celestiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Jason, passo inquieto, sale in auto per andarsene, la signora dai guanti bianchi guarda il suo cavallo di Troia.</p>
<p style="text-align: justify;">Trascorre una settimana senza mettere il naso fuori casa, a pensare. Pensa così intensamente che il pensiero comincia a prendere i connotati di meditazione. Cammina tra aspirapolvere e Lady Smith, la bestiola cromata. In mente ha l’incontro  che presto avverrà tra lei e la moglie di Jack the ripper.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/23.jpg" alt="23" width="355" height="455" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/23.jpg 736w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/23-234x300.jpg 234w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Spesso si ferma in mezzo al soggiorno e chiude gli occhi: con la mente rivede le foto appese al muro e la casa di Jack e sua moglie, ci sono informazioni, tracce che sente debbano essere capite e sentite con una parte di sé che va oltre l’ipnosi, che abita lontana ma esiste, proprio da qualche parte della sua mente. Rivede le foto appese al muro, proiezioni di una mente raminga, o più probabilmente amuleti per tenere lontani gli spiriti cattivi. Per il resto, la casa è igiene pura. C’è però un crepaccio tra la pulizia della casa e lo sporco delle foto. E non capisce se quelle cose appese al muro siano un tentativo grottesco di complicità con la parte oscura di suo marito, o se invece si tratta di semplice raccapriccio, pagine di un taccuino dove la donna annota l’incubo che è la sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale delle due?</p>
<p style="text-align: justify;">Si sveglia che non sono ancora le quattro. Ha da rammendare, spazzolare e cucire. Apre la finestra del soggiorno e guarda il buio color mirtillo, denso come sciroppo. I profumi degli alberi. Gli aceri e la cassia le fanno dilatare le narici e inspirare a fondo. Le foglie scintillano nel buio producendo rumore di vetro e sabbia. Pensa a un verso di una poesia letta in biblioteca: <em>Aprile è il più crudele dei mesi</em>. È vero, quel tale ha ragione, anche se non saprebbe dire perché. Forse per la bellezza struggente della primavera che sboccia e già sfugge.</p>
<p style="text-align: justify;">Accende la radio che a quell&#8217;ora trasmette canzoni italiane: perché muratori e operai della contea che si preparano per andare al lavoro sono per lo più immigrati italiani. Prende il vestito che dovrà indossare, accende la lampada e ricuce l’orlo. Una canzone, si dice, che l&#8217;italiano che canta deve aver dedicato a <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vhpWQTS4UPQ">una certa Mary Lou</a>. La voce alla radio ha detto che a cantare è un certo Teeno Roussi. Ascolta la musica di quel paese lontano che non vedrà mai. Il suono s’intreccia al rumore delle foglie, bisbigli di timidi fantasmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda la pistola sul tavolo, carica. Posa ago e filo e la prende in mano, toglie i proiettili cromati, come lunghi occhi chiusi, palpebre pitturate d’argento. Occhi che una volta scagliati nel corpo si spalancheranno per stanare l&#8217;anima di quell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripensa al cavallo di Troia. Come un sogno, di notte, un enorme cavallo di legno entra nella città e partorisce l&#8217;incubo peggiore dei troiani che vengono assaliti dai loro doppi. È quel che farà lei. Passerà quell’arma alla donna, sua gemella; sarà un fantasma a lasciare un oggetto nella mano di una donna vera e viva.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha quasi terminato il suo lavoro. L’attende una doccia, i capelli e la cipria e una sfumatura di rossetto rosa. Si alza e guarda alla finestra. È quasi giorno. Una linea dorata che si allarga, come una favolosa tempesta di sabbia lucente che avanza e si apre un varco tra il blu cobalto del cielo. Il sole che arriva. Il giorno che viene.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Fuma l’ultima sigaretta e poi indossa i guanti bianchi. L’aspirapolvere è già in auto. Prima d’indossare il suo cappellino rotondo, da donna innocua e sognante, guarda i suoi riccioli stanchi. Una tristezza indicibile le attraversa il corpo. Il silenzio della casa viene travolto da una esplosione di malinconia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensieri inestricabili la spingono a guardare a quello che è stato, come la sua famiglia quasi per magia si sia disintegrata; per difendersi si è lasciata mangiare il cuore e divorare una figlia. E guarda anche a quel che sarà, quel che presto sarà. Prima di uscire prende un disco ancora sigillato; il marito per amore e distrazione ne aveva comperate due copie, si tratta di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hF7RLXTsrIY">Debussy suonato da Svjatoslav Richter</a>, pianista russo dal suono timidissimo; le note sono atomi di luce lunare che nuotano attraverso il buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Son circa le dieci, tra meno di venti minuti suonerà alla porta. Pensa e ripensa all’ipnosi, la tecnica, il dono, la sensibilità che ha per individuare un punto della realtà, trasferirlo su uno specchio immaginario e rovesciarlo. Si ripete che una persona ipnotizzata non farà mai qualcosa contro i propri desideri e principi. Quella donna deve desiderare la morte del proprio marito. Ma soprattutto, deve desiderare di eliminarlo. Mentre guida ricorda il suo di marito e al modo in cui pronunciava Debussy: <em>debiùssi</em>. E a lei quel suono aveva sempre fatto venire in mente la parole abysses: abìsses. Gli abissi, già, presto lei si calerà negli abissi. Sta per suonare alla porta e una volta dentro, ecco gli abissi le staranno di fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">Tiene il disco sotto il braccio sinistro mentre il cavallo bianco e azzurro sta di fronte a lei. Lady Smith da dentro la borsetta le preme sul fianco. Sospira e poi suona il campanello. Sente dei passi veloci venire verso la porta. Respira, chiude gli occhi, e respira ancora una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">E la porta si apre: un folata di avorio, il vestito, la moquette e il sorriso; capelli biondi a tratti incendiati da sfumature ramate. Gli occhi della donna calano sull’aspirapolvere e poi, disorientati, sul disco.<br />
Hèlena Thulles intravede gli interni e sì, sono una cripta, una tomba in attesa di un cadavere.<br />
“È stata estratta a sorte tra le casalinghe di questa contea! Esordisce. La nostra azienda ha deciso di regalarle questo magnifico aspirapolvere, dice mentre carezza coi guanti il manico cromato.”</p>
<p style="text-align: justify;">Questa volta fatica a lasciare scivolare le parole nell’aria ma aggancia lo sguardo azzurro della donna e lo imbeve con la molle tenebra dei suoi occhi.<br />
La prego entri. Gli occhi della donna, guizzano meccanici e perplessi sul disco. Sì, l’aspirapolvere lo ha capito, probabilmente lo ha vinto e sarà suo, ma il disco? La donna dai guanti bianchi si presenta – Hèlena Thulls – fa scivolare il suo cavallo di Troia dentro casa e comincia a parlare del disco.<br />
“Molto probabilmente si chiederà il perché di questo? Serve semplicemente a dimostrarle quanto silenzioso è il nostro 1124. Vedrà che potrà passarlo sulla sua moquette e assieme ascoltare la musica, sarà come danzare. E la sua casa&#8230; La sua reggia anzi sarà sempre linda a e sontuosa come il castello di una principessa malinconica in attesa del suo principe azzurro”.<br />
Al suono della parola “malinconica” la donna s’irrigidisce; Hèlena sente il sorriso tramontare e i tendini tirarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Certo non è questo il suo caso – continua –, un donna incantevole come lei non potrà mai essere una principessa malinconica”.<br />
E invece lo è, molto, molto malinconica. E infatti sente istintiva la voglia di accendere l’aspirapolvere, come a cancellare quella macchia del linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le andrebbe una limonata?” Sente il bisogno di allontanarsi da quella figura che pare sbucata da un sogno antico.<br />
Certo, perché no? Le dispiace se suono il disco? Anche questo è un omaggio della nostra casa.<br />
La sente armeggiare in cucina: cubetti di ghiaccio tintinnano contro il vetro e infine il tonfo sordo dello sportello del frigo che si chiude.<br />
Hèlena adagia il disco sul piatto, il vinile nero e lucido comincia a girare come la pozione magica dentro il pentolone di una strega.<br />
La donna entra in salotto con i due bicchieri, ancora sorridente, mentre le note inondano la casa come un mare di velluto e luna. Hèlena si accorge che le mani della donna tremano. Quel tremolio è una parte di sé che si stacca dal resto del corpo, un’inondazione dolce la porta via dalla realtà alla quale è rimasta disperatamente attaccata come a una zattera di legno fradicio.<br />
E la signora dai guanti bianchi è là, in mezzo al mare, che l’aspetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascia accomodare sul divano la signora dai guanti bianchi. Le note di Debussy portano la notte, mentre l&#8217;1124 scorre sulla moquette creando un suono dolce di bufera. Il salotto diventa un sentiero, il rumore un vento caldo, e la musica gli alberi che guardano.<br />
La realtà ora si fissa allo specchio, la signora dai guanti bianchi con quella sinfonia sdoppia la realtà. La donna è ferma sul divano ma qualcosa dentro di lei si è alzato e sta di fronte ad Hèlena Thulls che ora vede dolore, risentimento, odio, fragilità e furia. La impalpabile materia di cui è fatta la donna prende corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">La signora dai guanti bianchi sente che è arrivato il momento di parlare. Lascia l’aspirapolvere acceso e siede di fronte alla donna. Ora si trovano in un bosco.<br />
“È una cosa orrenda sentirsi sole”. I due sguardi si baciano. “È una cosa orrenda nutrire una belva. È sempre notte qui dentro. Mi dia la mano. Questa è una torcia, è il fuoco, sono sguardi che porteranno luce qui, dentro questa foresta fatata. Deve solo accenderla”. Le offre la mano, la donna la prende. Ma quella mano non è vuota, c’è un corpo fatto di calore e luce.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ci sono sei occhi qui dentro, argentei come la luna, ma con sé portano il sole, la luce e la vita. Abbandonale, esci da queste tenebre.”<br />
La donna prende l’arma e lascia cadere il braccio, la mano ora indossa quell’anello. Un dito, l’indice, indossa l’anello. Si sta celebrando il matrimonio tra la donna e uno dei suoi desideri, anzi il suo desiderio più profondo. Riportare la luce della verità dentro quel bosco. La donna ha lo sguardo fermo e colmo di passione.</p>
<p>La signora dai guanti bianchi lascia la casa. Le note di Debussy  scorrono, mentre l’aspirapolvere continua a soffiare quel vento caldo che le scompiglia di follia occhi e pensieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mani coperte dai guanti bianchi sono ferme sul volante dell’auto. Si accorge di tenere il collo incassato tra le spalle, come se da un momento all’altro dovesse sentire uno scoppio. E in quello stato di velenosa allerta passa tutta la giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">I rumori della città: uno scatto d’ira che si riversa sul clacson, improvvise frenate di auto; scoppi di voci di bambini che giocano, la fanno girare di scatto come se fosse un pistola a parlare. Un cane che abbaia a scatti, bau e si ferma, bau e si ferma, bau e si ferma. Come proiettili esplosi interrotti da un frammento di tempo. Ogni manifestazione della realtà, ogni suono le sembra una pistola che spara. Impossibile che alla distanza dalla quale si trova possa sentire la voce di Lady Smith.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha rivolto la poltrona verso la finestra e fissa le tende semitrasparenti tirate. Ciò che vede dunque sono ombre, sagome, proiezioni su uno schermo, come se fosse un film, un film che si concluderà con un omicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna invece non fa nulla. La casa è pulita, immobile, come anche lei. Continua ad ascoltare Debussy e sogna di essere ancora dentro se stessa, dentro quel bosco creato da una serie di parole, musica e rumore.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve cadere, deve cadere, deve cadere, sembra dicano i battiti dentro la sua mente. Perché non si tratta di pensieri ma sensazioni compatte che colpo dopo colpo e passo dopo passo si addentrano in fondo, dove la sua mente finisce e comincia qualche cosa di vasto e oscuro. L’impasto del cervello viene invaso da scosse e colpi. Se potesse trasformare in parole questi rumori che stanno impossessandosi della sua mente; se dovesse pronunciare parole intellegibili per articolare quei rumori, allora direbbe: “Deve cadere”.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna resta seduta con il braccio destro disteso e la pistola in pugno, e lo sguardo rivolto verso la porta d’ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la chiave viene infilata con violenta rapidità nella serratura, non alza gli occhi. Sente il corpo del marito occupare uno spazio vuoto, fermo dinnanzi all’ingresso. Sente lo sguardo di lui calare nella penombra, tra musica e abat-jour. Si dice che forse la moglie è leggermente sedata dall’alcol; si accorge, o forse no, che alla fine di quella mano comincia una pistola compatta e argentea. Saluta pigro, toglie l’impermeabile, lo appende all’attaccapanni e si volta di nuovo verso la moglie e dice: “C’è un odore strano qui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sente la voce della moglie dire: “Sì, c’è un odore strano. Ora però dormi”.<br />
La donna con lentezza alza la mano e poi tende il braccio; tira il grilletto tre volte. Poi il silenzio si riempie di fumo, dalla canna esce luce bianca e blu cobalto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo rimane fermo per alcuni istanti, gli occhi increduli tra poco diventeranno vetro.<br />
Gli spari sono tre fotogrammi che catturano un tramonto maestoso. Tre momenti diversi in cui <em>Jack the ripper</em> viene spinto con delicata fermezza lontano, fuori dalla vita. <em>Jack the ripper</em> tramonta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55827" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/27.jpg" alt="27" width="400" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/27.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/27-300x257.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Poi il silenzio, tranne la musica del mese di aprile, gli oggetti che sempre là fuori mormorano, le auto, le foglie, il ticchettare delle unghie di un cane, il cavo ad alta tensione che sibila e ronza e poi la sirena delle auto della polizia.<br />
Arriva il medico legale, il fotografo e il giornalista del quotidiano locale. La donna sta sul marciapiede davanti a casa, nella notte che sembra le labbra, la bocca, l’interno della bocca di una donna e il suo fiato caldo e profumato.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei se ne sta con un soprabito sulle spalle come una Cenerentola che fissa il vuoto. L’incantesimo si è spezzato. Dove c&#8217;era un bosco, presenze, è rimasta solo la realtà; Almeno così deve pensarla un ragazzino che cammina sull’altro lato della strada, riccio, leggermente sovrappeso, estremamente inquieto. Rallenta il passo e guarda quel gruppo di persone. Lui sa chi abita quella casa. Guarda la scena e capisce tutto, e non solo. Non si limita a capire i fatti ma li trasferisce in un’altra dimensione che vive tra il suo sguardo e la realtà. Parole, immagini, un territorio ancora brullo e deserto che lentamente, mese dopo mese, si sta popolando.<br />
Viene colpito dalla ferocia dei flash del fotografo che sparano sul corpo della donna, sulla casa, sulla sagoma coperta dal lenzuolo. La faccia del fotografo è eccitata e malvagia. Le venderà come cartoline, pensa, e vorrebbe annotarsi quel pensiero mentre guarda la via desolata, immobile, ognuno dentro la propria casa che sembra una roccaforte ostinata a non lasciare penetrare la disperazione che scorre per la strada; tutti sordi al dolore del mondo.</p>
<p>Vede i poliziotti, anche loro eccitati: avevano bisogno di quell’omicidio, avevano bisogno di una morte per sentirsi più vivi.<br />
E poi, poi vede gli occhi della donna guardare verso lui, la moglie di Jack the ripper lo guarda. La donna batte le palpebre e il ragazzino è talmente sensibile che pare sentire il suono di quel battito. L’ha già soprannominata Cenerentola: l’aria consumata e triste e smarrita delle donne che spazzano la strada, le ultime. E continua a camminare dicendosi che l’unico suono che rimane in questa via deserta e desolata è il rumore del tumulto pigro e intermittente delle foglie, come se qualcuno spazzasse il marciapiede, dopo che se ne sono andati tutti. Cenerentola che spazza il marciapiede. Vorrebbe annotarsi tutto e con quelle immagine scrivere una canzone, una poesia. Ma poi si dimentica le parole, ne mastica altre. “Il commissario che sembra in trance”. Sì, sì, ripete mentre cammina. E sente un’euforia calda. Mentre i suoni di quel gruppo di persone si allontanano, perché lui continua a camminare. A dire il vero è lui che si allontana ma quei suoni lo seguono invisibili come fantasmi. Lo seguono e seguiranno, nello spazio e soprattutto nel tempo.</p>
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