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	<title>Bolivia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fuga da una comunità mennonita (Ovvero le ironie della storia)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/06/fuga-da-una-comunita-mennonita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2018 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anabattisti]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[marcos y marcos]]></category>
		<category><![CDATA[mennoniti]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam Toews]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Gli anabattisti sono stati la parte più radicale della Riforma protestante, la componente che ha subito la persecuzione più feroce, sia da parte cattolica, che protestante (luterana e calvinista). Nella Zurigo cinquecentesca di Zwingli venivano annegati, ricevevano una morte d’acqua, perché d’acqua “peccavano”: la loro caratteristica più riconoscibile era infatti quella di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina-.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76440" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina--188x300.jpeg" alt="" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina--188x300.jpeg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina--250x399.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina--200x319.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina--160x255.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/copertina-.jpeg 401w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a>Gli anabattisti sono stati la parte più radicale della Riforma protestante, la componente che ha subito la persecuzione più feroce, sia da parte cattolica, che protestante (luterana e calvinista). Nella Zurigo cinquecentesca di Zwingli venivano annegati, ricevevano una morte d’acqua, perché d’acqua “peccavano”: la loro caratteristica più riconoscibile era infatti quella di rifiutare il pedobattesimo, il battesimo standard, di default per tutti, fatto in età inconsapevole, e dunque una chiesa “territoriale”, legata al potere politico. Un legame a cui loro si sottraevano appartandosi in congregazioni di comunità “fuori dal mondo”, radicalmente pacifiste (si rifiutavano di partecipare alle guerre del tempo), basate sulla meticolosa applicazione dei precetti evangelici in modo collettivo, identificante, e a volte anche sulla proprietà comune. Le loro comunità sono state cacciate dall’Europa della controriforma e delle guerre di religione, si sono rifugiate prima sempre più ad oriente, per poi finire in America, unico luogo dove hanno potuto sopravvivere e trovare una loro pace operosa. Oggi troviamo comunità rurali di origine anabattista &#8211; divise fra le correnti mennonita, hutterita ed amish – soprattutto negli USA ed in Canada, con emanazioni novecentesche in Sud America. Mentre in Europa sono rimasti solo sparuti gruppi mennoniti, urbani e ben inseriti nella società moderna, quasi esclusivamente in Olanda e Germania del nord (Gli Amish hanno avuto qualche anno fa, nel 1985, una loro notorietà mediatica grazie al bel film di successo <em>The Whitnes,</em> Il testimone, con Harrison Ford).<br />
Miriam Toews (Steinbach, 1964) è cresciuta in una comunità mennonita in Canada, per andarsene a 18 anni e diventare scrittrice di successo ed attrice. Nei suoi romanzi viene spesso descritta la società mennonita: famiglie infelici e stritolate da una cultura dagli orizzonti ristretti, da un super-io religiso angosciante e penalizzante, che soffoca la vitali<strong>t</strong>à dell’individuo. E fa un certo effetto incontrare questa erede degli esuli anabattisti fuggiti alle guerre di religione, impegnata secoli dopo in una sua personale rivolta letteraria contro l’oppressione a cui è approdata la ricerca di libertà dei suoi avi: ironie della storia. E occasione per riflettere sui controcircuiti fra trascendenza e routine quotidiana, ideali e realtà, dimensione collettiva comunitaria e soggettività individuale. Francesco Alberoni direbbe: fra “stato nascente” ed “istituzionalizzazione”, e mi sembra la terminologia più corretta.<br />
<em>Donne che parlano (</em>Marcos y Marcos, 2018, € 18,00) si ispira ad un episodio vero, verificatosi in una comunità mennonita della Bolivia, fra il 2005 e il 2009. Le donne della comunità, di notte, venivano narcotizzate e stuprate. Si svegliavano al mattino sanguinanti e doloranti (qualcuna incinta), ma la comunità attribuiva la cosa al demonio, ed a dio che lo permetteva per punirle dei loro peccati. Finché non venne scoperto che la responsabilità era di maschi della comunità. Il romanzo è una «<em>risposta narrativa</em>» (p.9) a questi fatti, e mette in scena i discorsi delle donne riunite due giorni di fila in assemblea per decidere il da farsi, che alla fine decidono di andarsene dalla comunità, con i loro figli piccoli. La forma della scrittura mima i modi di un verbale della riunione: l’affastrellarsi dei discorsi concitati, divaganti, contrastati e intimoriti, perché le donne sono analfabete e prive delle conoscenz<strong>e </strong> necessarie per una fuga: «<em>siamo donne senza voce</em> – dicono di sé – <em>siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese  in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare</em>» (p.78). Il confronto senza bussola porta a galla una geografia psichica della comunità, le sue modalità di adattamento, e ragiona sulle radici degli attriti. Costruendo – un po’ alla volta – una solidarietà fra le donne, e la faticosa riconquista di un senso per le loro vite, fino alla maturazione della decisione di sottrarsi con una fuga collettiva a quell’inferno in cui erano fino ad allora state immerse, decisione motivata con un ragionamento che non nega le basi della loro cultura, ma ne sviluppa una critica: «<em>migrazione, movimento libertà. Vogliamo proteggere i nostri figli e vogliamo pensare. Vogliamo conservare la nostra fede</em>» (p.245).<br />
La svolta dalla babele iniziale ad un ordine del discorso, verso la decisione finale, prende slancio quando le donne &#8211; loro donne analfabete, a cui “la parola di dio” è sempre stata riportata dalle autorità maschili della comunità, fusa all’interpretazione della stessa – arrivano a mettere a punto una propria interpretazione della “parola”, una interpretazione che non le sottomette più ai maschi, ma le libera «<em>Mi balena un pensiero: Forse è la prima volta che le donne di Molotschna</em> [il nome della comunità] <em>hanno interpretato la parola di Dio da sole</em>» (p.190). Significativo come questo passo sembri riproporre, ancora e sempre, la teoria luterana della “libertà del cristiano” (libertà nell’intepretazione della “parola”, da cui nasce tutta la Riforma), come strumento di liberazione, anche dal nuovo contesto di oppressione nato da una vecchia pratica di “libertà del cristiano”, cristallizatasi strada facendo nel suo contrario.<br />
Non sono le donne analfabete – ovviamente – a stendere i verbali delle riunione: all’architettura narrativa serviva un’altra figura. È quella di August, l’unico maschio coinvolto nella rivolta delle donne, colui che scrive, tramanda il senso. Un marginale, cacciato dalla comunità da bambino assieme ai suoi genitori, tornatovi con le pive nel sacco da adulto, a cercare un difficile equilibrio contro la propria tendenza al suicidio, a cercare anche lui un senso della propria vita, che trova in una concreta funzione di supporto (colui che scrive) alla ribellione delle donne. Una specie di allegoria della figura dell’intellettuale <em>déraciné</em> impegnato nei processi di liberazione. Un autoritratto camuffato dell’Autrice, come quelli che certi pittori rinascimentali hanno lasciato in incognito, nascosto nell’anglolo in basso, nei propri quadri.</p>
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<p><em>NdR: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/15/un-tipo-a-posto/">qui</a> si può leggere la recensione di Gianni Biondillo a un romanzo precedente, &#8220;Un tipo a posto&#8221;, di Miriam Toews</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76441" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Miriam-Toews1.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>(Miriam Toews)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>El boligrafo boliviano 20</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della libertà, il volume della felicità&#8230; Quest’altro poi è un po’ troppo difficile per noi: Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati? Gianni Rodari, problemi di stagione 11 giugno 2008 Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/fiocco-2.jpg" alt="" title="fiocco-2" width="227" height="201" class="alignleft size-full wp-image-12907" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Trovate il perimetro dell’allegria,<br />
la superficie della libertà,<br />
il volume della felicità&#8230;<br />
Quest’altro poi<br />
è un po’ troppo difficile per noi:<br />
Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?</em></p>
<p>Gianni Rodari, <em>problemi di stagione</em></p>
<p><em>11 giugno 2008</em></p>
<p>Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di sfere tralucenti che mi vengono incontro, catturando e sparandomi in faccia la luce obliqua dell’ultima parte del giorno. Quattro, la destra, la sinistra, cinque, la destra, la sinistra, sei, torsione dello sternocleidomastoideo, la bocca si apre a cercare l’aria, l’arco della bracciata segue il disegno del compasso e affonda davanti ai miei occhi, subito raggiunto – o meglio, sostituito – dall’altro avambraccio. <span id="more-12906"></span><br />
Seguo la linea gialla della corsia tracciata sul fondo azzurro della piscina. È la quarantesima vasca, sbaffi di nuvole biaccose sul ceruleo pulito oltre le vetrate della cupola piramidale da Louvre, polvere in sospensione sulle diagonali di luce che attraversano l’ambiente riscaldato, umidità piacevole, appena stagnante, sui dorsi delle quattro o cinque persone che si riposano in costume sulle piastrelle del bordo.<br />
Altre bollicine, mazzi di perline iridescenti che fioccano dal basso verso l’alto e in orizzontale, puntando alle clavicole. Come una strana nevicata liquida.</p>
<p>Neve a quattromila metri, una cosa normalissima a pensarci bene, tanto più che sta entrando l’inverno. Neve abbondante sul Gran Paradiso, sul Plateau Rosa, primi fiocchi sui passi dolomitici, chiusi il Gavia e lo Stelvio, transitabili con uso di catene il Rolle e il San Pellegrino.<br />
Qui un po’ meno, sull’altopiano tropicale. Più su, dove le montagne vere – sembra assurdo fare questa distinzione – si arrampicano fino a cinquemila e poi a seimila, seimilacinquecento, luccicano per tutto l’anno nevai compatti, glassa zuccherosa che ci osserva da lontano e scuote il capo in sincronia con lo sviluppo dei miti, Illimani il Signore dell’Acqua, Wayna Potosí il Signore della Pietra, Illampu il Signore della Luce, e Mururata, il dio ribelle dalla testa mozzata.<br />
Oggi invece ci siamo svegliati con i fiocchi che cadevano spessi e compatti su tutto il pianoro di El Alto: ce l’hanno raccontato, a noi che viviamo quasi nel fondo dell’avello che precipita giù lungo i gironi de La Paz e non abbiamo avuto la fortuna di vederli di persona. Le notizie scendono, scivolano a valle, parlano di una città, lassù, trasformata in un campo bianco che trasfigura l’architettura altegna, copre la polvere delle strade, incornicia le casette di mattoni a vista, disegna ville e sentieri sulle aiole e gli spartitraffico stopposi.<br />
I contrafforti della nevicata ci sfiorano, rocce spolverate di zucchero a velo incombono a bordo valle che sembra quasi di poterle toccare, come la testa di ghiacciai morenici. Il telegiornale apre con la notizia, evidentemente inconsueta: mostra colonne di pacegni che vanno in pellegrinaggio sui passi andini che chiudono l’imbuto della città, per ammirare da vicino la neve, mescolandosi ai turisti che scendono dai pullman o dalle grosse jeep.<br />
La vecchietta che vende pochi pacchetti di gomma da masticare, biscotti al cioccolato e qualche torrone, stendendo la mercanzia su un telo poggiato per terra, all’angolo della nostra piazzetta, se ne sta accoccolata, rinchiusa dietro un usbergo di coperte e mantelle, la testa piccola nascosta da un cappello di lana, la fronte incartapecorita e bruciata dal gelo.<br />
«Fa molto freddo», osservo passandole accanto e chiedendole un pacchetto di gomme, «Come fa a resistere?».<br />
«Sì, mi’hijo, si gela, però hai visto la neve, hai visto com’è bella? La bellezza, mi’hijito, è la bellezza la cosa più importante. E’ un regalo della Pachamama, e che cosa te ne importa di tutto il resto, scusa?».<br />
(Non deve aver mai letto Keats, non ne ha bisogno).</p>
<p>Adesso sono quarantaquattro vasche, se stiro il collo tra una bracciata e l’altra lo sguardo davanti a me arriva fino in fondo alla piscina, un tubo di tante sfumature azzurre, oltremare, cobalto, cianotiche, indaco, esplosioni di luce bianca, l’ombra del mio corpo sotto di me, un siluro o un’otaria allungata, sfratta in pezzi di materialità smontata.<br />
Era un’altra lontananza, più profonda, quella che sperimentavo nel mare dell’infanzia o in quello della maturità, il Tirreno o il Caribe, la vista che rifiutava di fermarsi e scappava metri e metri davanti al petto e alle spalle protese, proiettandosi sul tappeto di velluto della sabbia, grigi ocra che perdevano la loro guerra con il verde più profondo, e allora dalla steppa di smeraldo, Veronese, vescica o cinabro ci si aspettava che prendesse corpo un mostro, la sagoma di un pesce spada o di un barracuda, e invece ne usciva fuori appena un’ombrina o un piccolo banco di pesci angelo, incuriositi dalla nostra goffaggine mammifera.</p>
<p>Timmy si chiama proprio così, un nome nordamericano, da cartone americano, come quello dei Padrini magici che ha visto qualche volta, a casa di una zia che vive in centro e che ha una televisione decente. Però, nome a parte, Timmy ha una faccia inequivocabilmente quechua-aymara e viene da Achachicala, un quartiere arrampicato in verticale a metà dell’autostrada che porta all’aeroporto di El Alto, senza strade asfaltate, dove ci si sposta soprattutto lungo scalinate ripide e strette su cui si affacciano i numeri civici delle stamberghe di legno, di adobe e quando va bene di mattoni rossi.<br />
Timmy è riuscito a salire fin quassù, alla Cumbre, dove la città si perde a cinquemila metri e non si capisce se ci si trovi più su o più giù dell’altopiano, smarriti nella vertigine dell’imbuto in basso e del massiccio del Wayna Potosí in alto, oltre il laghetto di melma grigioverde e il grande arco scuro della diga.<br />
Timmy è un bambino delle Ande ma non aveva mai visto la neve, prima d’ora. Come del resto non ha mai visto il mare. Però sa che cosa siano, l’una e l’altro, gliene parlano a scuola, quando riesce ad andarci, di solito nel turno serale, dopo aver lavorato in plaza San Francisco lucidando le scarpe per un boliviano alla volta. Non è nemmeno proprietario della cassetta di legno con le spazzole e le creme, quelle appartengono all’imprenditore che le distribuisce in affitto, in cambio della metà dei guadagni.<br />
Affonda le mani annerite nella neve, Timmy, ridendo sotto lo sguardo incuriosito di una coppia di svedesi biondi. Adesso ha visto anche la neve, gli manca il mare, quello che ancora appartiene ai boliviani, come gli hanno insegnato a scuola, anche se è stato perso in una guerra centoventinove anni fa.<br />
Per fortuna Timmy non conosce nemmeno la guerra.<br />
Il mare almeno può provare a immaginarlo, da quella parte, oltre le Ande, una massa di fluido azzurro che si spande come la macchia di lucido da scarpe nero sulla neve, e che si spacca in gorgoglii tralucenti, come quando la mano cade di taglio sulla corsia della piscina, ferita dalle lame dell’ultimo sole.</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 19</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2008 07:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 29 maggio 2008 Oltre la terrazza c’è solo l’Illimani, che ti sembra di poterlo toccare, e invece sotto, invisibile finché non ti avvicini al bordo, c’è lo sprofondo della città, le vie non asfaltate, laccate di polvere, la bottega senza vetrine con davanti i sacchi panciuti di cereali, spessi riccioli bianchi, rigatoni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/armando-e-pimpa.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/armando-e-pimpa.jpg" alt="" title="armando-e-pimpa" width="180" height="163" class="alignnone size-full wp-image-9105" /></a>  di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>29 maggio 2008</em></p>
<p>Oltre la terrazza c’è solo l’Illimani, che ti sembra di poterlo toccare, e invece sotto, invisibile finché non ti avvicini al bordo, c’è lo sprofondo della città, le vie non asfaltate, laccate di polvere, la bottega senza vetrine con davanti i sacchi panciuti di cereali, spessi riccioli bianchi, rigatoni di grana giallastra, la rotonda con al centro un giardinetto di erba secca e le ringhiere arrugginite e sventrate, un tronco senza rami, senza foglie e privo di gemme, nessuna macchina che giri attorno all’aiola, adesso sì, solo un camioncino alla rovescia, sottosopra per noi che lo osserviamo da quassù, con le ruote in alto come le zampette di Gregorio Samsa, il goffo arrancare dell’autista abbarbicato al volante che non si capisce se spinga o trascini.<span id="more-9103"></span><br />
Di qua un birillo di legno giallo scappa via – o vorrebbe, perché Claudio lo afferra privandolo della libertà centrifuga, ma le dita non trattengono, volutamente lo spingono via, sostituito adesso da due birilli rossi che volteggiano finché il giallo non rientra e prepotente li scaccia.<br />
«Il giallo è dispettoso, si mette sempre in mezzo come vuole lui», osserva con una smorfia il giocoliere con i baffi grigi sotto un naso lungo e arrotondato come quello del padrone della Pimpa, la camicia a righine rosse commentata da un farfallino dello stesso colore.<br />
I bambini ridono, seduti per terra in circolo o in piedi, ottocento scolari in uniforme azzurra, in un cortile di cemento spaccato e sbiadito da un sole impietoso, a quattromila metri, poco più in basso dell’orlo di El Alto, tre lati dello spiazzo racchiusi da ballatoi cadenti su cui si affacciano le aule della scuola República de Italia e sul quarto il regalo immenso, insperato dell’Illimani.<br />
Adesso roteano le torce incendiate, tre, quattro, cinque, sei, Consuelo si abbassa, passa sotto le gambe di Claudio e gliele ruba mentre ancora girano, senza farne cadere nessuna, poi gliele lancia una per una, invitandolo a spegnerle. Il giocoliere con il papillon rosso ubbidisce, ma poi mette le torce spente per terra accanto a quelle ancora accese, e la fiamma si ravviva.<br />
«Nooooo!», gridano i bambini, divertiti e sorpresi che un adulto così abile non riesca a capire una faccenda tanto elementare.<br />
«¡Allí, allí, déjala allí!», gli suggeriscono esasperati, piegati in due dalle risate, dandosi manate sulla fronte, incoraggiati dalla giocoliera in abito verde, calze a righe multicolori, grembiule bianco, cappello rosso, scarpe grosse da pagliaccio.<br />
Non capisce niente, vero, lasciano intendere le sue smorfie, ah, questi uomini, bambine mie, tutti uguali, a qualsiasi latitudine.</p>
<p>Siamo qui da qualche ora, in una scuola grande e desolata, nel quartiere più povero della città. Ho ancora davanti agli occhi i bambini seduti in silenzio nel cortile mentre gli leggo una favola di Franco Enna, una storia di orchi e pastori della Barbagia, una terra così lontana e diversa, montagne aspre al centro di un’isola al centro di un mare, ma qui, al centro di un cortile al centro di un dirupo nel cuore di un’isola di terra senza mare, a questi scolari interessano solo le eterne storie, l’orco che divora la famiglia della bambina, l’eroe che fa giustizia e riceve il meritato guiderdone, e tutti, proprio tutti, vissero felici e contenti.</p>
<p>Il direttore dice che ci sarebbe tanto bisogno di una copertura di zinco per il cortile. Il sole e la pioggia sono troppo violenti per gli allievi. In realtà la lista delle cose che mancano è una litania senza fine.<br />
All’interno i corridoi sono enormi e bui, due ragazzini sfrecciano inseguendo un pezzo di legno che fa da pallone, il loro duplice dribbling è perfetto, ci sfiorano appena prima di sparire dietro un angolo.<br />
Le aule sono cubi ampi e nudi, quasi nessun poster o cartellone alle pareti scrostate, lavagne verdi sui quali i gessetti scivolano lasciando tracce granulose, che si leggono a fatica. Banchi di legno assortiti quasi a caso, ma tutti invariabilmente stretti e scomodi.<br />
Danilo e Franco dirigono un seminario al quale partecipano tutti i maestri della scuola e qualcun altro venuto da altri istituti del quartiere. Nell’aula acanto Iole sta facendo un test con i bambini più piccoli, di cinque o sei anni. Distribuisce dei fogli bianchi e li invita a disegnare una figura umana e il ritratto ideale della loro famiglia. Mi accomodo anch’io a fatica in uno dei minuscoli banchi per partecipare all’esperimento: incurvato sulla sediolina guardo gli scolari che disegnano. Loro, incuriositi, si lasciano appena distrarre da questo strano compagno di classe. Una bambina con un cappello rosa a tesa larga calcato sulla fronte, gli spessi occhiali da miope ingentiliti da un laccetto rosso, si morde il labbro di sotto mentre le dita abbracciano la matita, cercando di farsi strada tra il groviglio di linee.<br />
E penso che in questa scuola la cosa incredibile non è che non si usino i computer, non è che non siano ancora arrivate le fotocopiatrici, non è che le lavagne siano ancora quelle del secolo scorso – altroché i pannelli di plastica bianca con i pennarelli delebili – non è che non ci siano nemmeno le penne e si debba andare avanti con le matite: no, la cosa incredibile è che perfino le matite sono un lusso, e alla fine del test la vera gioia, per questi bambini, è scoprire che possono tenersi quella con cui hanno lavorato, qualcuna nuova, altre ridotte a mozziconi con i segni dei dentini che scolpiscono umide corone sul legno giallo.</p>
<p>La scopa è rimasta in piedi da sola, prima che il giocoliere la inviti a ballare, facendola lievitare tra due bastoncini come una principessa fatta d’aria – l’aria rarefatta delle pendici andine.<br />
È un miracolo, ma oggi ci stiamo abituando ai miracoli, come queste file ordinate di ottocento studenti e scolari che aspettano di ricevere un libro in regalo: bambini piccolissimi, ragazzini, liceali nella divisa verde, un poco seriosa, dei maturandi (una di loro mi ha appena esposto al pubblico ludibrio, invitandomi coram populo a esibirmi in una cueca di Tarija con lei: tra la musica e i battimani della scolaresca ho dapprima cercato di svicolare, poi di offrire una prestazione appena più decente di quella che ci si aspetterebbe da un orso ammaestrato).<br />
Poco fa hanno cantato l’inno di Mameli a memoria, con una pronuncia a dir poco perfetta, ora sono in piedi, emozionati, le mani già tese a seconda dell’età verso le copie tascabili delle favole o dei <em>Paesi tuoi</em> di Pavese, dei racconti di Malaparte o delle poesie di Pascoli, ansiosi di leggere versi e storie che parlano di luoghi che probabilmente non conosceranno mai nella loro vita, se non attraverso questa scrittura.<br />
Stringono al petto le copertine colorate, accarezzano il taglio bianco delle pagine, ridono increduli e si scambiano informazioni, mostrandosi l’un l’altro il libro che gli è toccato in sorte. La disciplina comincia a mostrare le prime felici crepe, qualcuno si insinua nella coda di chi non ha avuto ancora la sua copia. Vorremmo fermarli, fargli capire gentilmente che bisogna prima assicurarsi che tutti ne abbiano almeno una, ma come arginare questa marea che si gonfia e si accalca sempre più asfissiante attorno alle scatole di cartone?<br />
Eccole, all’uscita, due ragazze dell’ultimo anno, che sorridono indecise se nascondere dietro la schiena il doppio bottino o mostrarlo maliziosamente per vantarsi del piccolo insignificante inganno che ha permesso loro di avere ben due preziosi volumetti.<br />
«Forse, se gli italiani ritornano, riesco a completare l’intera serie», dice una delle due alla sua amica, e ammicca verso di noi.<br />
Mi accorgo ancora una volta di essere atterrato in un’altra epoca e che la distanza da casa si misura in decenni più che in chilometri – e non so se ho davvero voglia di tornare indietro.</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 18</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 06:30:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Los Titanes del Ring]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 20 gennaio e 4 maggio 2008 L’oscurità, di per sé tutt’altro che assoluta, è perforata da tremolanti luci aranciate, che si riflettono sulle pareti sporche come lingue d’acqua in una piscina asciutta. La folla si apre a ventaglio, in mezzo agli stridenti rumori delle seggiole trascinate sul pavimento di linoleum. Il rimbombo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/cobarde.jpg" alt="" title="cobarde" width="198" height="277" class="alignnone size-full wp-image-6319" /> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>20 gennaio e 4 maggio 2008</em></p>
<p>L’oscurità, di per sé tutt’altro che assoluta, è perforata da tremolanti luci aranciate, che si riflettono sulle pareti sporche come lingue d’acqua in una piscina asciutta. La folla si apre a ventaglio, in mezzo agli stridenti rumori delle seggiole trascinate sul pavimento di linoleum. Il rimbombo di una musica di chiesa, un basso stonato che dovrebbe richiamare Bach o il Requiem di Mozart e fatica invece a elevarsi al di sopra di un confuso agitarsi di crome e biscrome, un involontario rap per voci ed organo. <span id="more-6318"></span><br />
Ecco, si vede adesso un cappuccio nero appuntito, poi due. Una coppia di flagellanti spagnoli, o i boia dei nostri incubi, monatti infilati in tuniche scure e un po’ lacere. Reggono l’estremità di lunghi pali di pino, e una seconda coppia li segue, vestita allo stesso modo. In mezzo a loro, su un’improvvisata barella, una bara di legno lucido.<br />
Avanzano a passo lento, con una solennità malriuscita, sporcata continuamente da impercettibili scivoloni, un’accelerazione fuori luogo, un sorriso di troppo nel pubblico, uno scossone al feretro. Salgono una corta scaletta e cercano goffamente di infilare il loro bagaglio tra le corde flosce del ring.<br />
Il sarcofago è al centro del quadrato, i quattro tristi figuri si inchinano in direzione del pubblico e si allontanano, reggendo davanti a sé i ceri ancora accesi. Una musica bassa e ossessiva continua a risuonare in sottofondo, commentando il movimento del coperchio che si alza un po’ per volta e alla fine cade con un sordo rumore sul piancito grezzo.<br />
Poi dalla bara esce una figura, snodandosi un segmento per volta, come un pupazzo gigante. E pupazzo è davvero, e gigante. Sarà alto uno e novanta, forse di più, ed è avvolto in stretti giri di fasce bianche, se può definirsi bianco questo grigiastro sporco.<br />
«Ed ecco a voi, signore e signori, la mummia reale di Ramsete II», proclama lo speaker ufficiale.<br />
Ma non è una cosa seria: la mummia, che dovrebbe essere spaventevole, espone un cuore rosso, disegnato proprio a cuore, all’altezza del cuore, e un paio di reni dello stesso colore, proprio con la sagoma a fagiolo, che gli pendono in basso sulla schiena. I suoi movimenti a scatti, le braccia tese in avanti, sono un’involontaria parodia di un B Movie degli anni trenta. Bela Lugosi, mi viene in mente.<br />
Però El Cobarde trema vistosamente dinanzi allo spettacolo, anche se cerca di non darlo a vedere dietro lo schermo di battute da sbruffone. Del resto, che cosa ci si può attendere da uno che sceglie il nome d’arte del vigliacco?</p>
<p>C’è una fila enorme, all’ingresso del palazzetto polifunzionale di El Alto, a quattromila e cento metri. Uno striscione giallo recita: Los Titanes del Ring, come se si trattasse di uno spettacolo del WWF, inteso come World Wrestling Federation e non World Wildlife Fund. La gente però è qui per una cosa sola: assistere al combattimento delle cholitas. In attesa, qualsiasi antipasto o aperitivo va bene.<br />
Dentro c’è la folla delle grandi occasioni. Chi ha pagato cinquanta boliviani ha potuto occupare le tre file di sedioline di plastica bianca attorno al ring, con il diritto a un pacchetto di pop corn e a una lattina di birra o coca cola, gli altri sono assiepati sugli spalti, assi di legno incastrate su impalcature di tubi di metallo. Un gruppo di donne di El Alto, gonne ampie e mantiglie di lana, forma una claque rumorosa ed entusiasta. Vogliono azione e colpi proibiti e lo lasciano intendere a suon di cori e insulti irripetibili.<br />
Entrano i due speaker, improbabile coppia in giacca e cravatta, caricatura ben riuscita dei giornalisti a bordo del quadrato negli innumerevoli Rocky cinematografici. Tocca a loro introdurre il primo combattimento: in scena El Picudo, un tipo alto e magro che inalbera uno strano becco di carta argentata e un costume da che cosa? condor?, picchio?, piccione spiumato? Accanto a lui un tipo grande e grosso, nientemeno che El Rayo Azteca, reduce – come ci spiega infervorato uno dei presentatori – da mesi di trionfale tournée nel suo Messico natale.<br />
Ora fa il suo ingresso da dietro le tende che conducono agli spogliatoi l’arbitro dell’incontro, subissato di fischi non appena viene presentato: si chiama Ramiro, è un ciccione tutto stretto nella sua divisa a righe bianche e nere più adatta a un referee da baseball, il faccione olivastro quasi deserto, a stento abitato da un piccolo naso a patata, da una boccuccia molle e da due occhietti insabbiati nello spessore delle palpebre.<br />
Si capisce subito perché la folla non lo ami: appena monta sul ring, Ramiro va dritto dal Picudo e lo abbraccia calorosamente. Poi si avvicina al Rayo Azteca e ignora la sua mano tesa, controllandogli invece minuziosamente la suola delle scarpe, sincerandosi che non porti anelli né braccialetti e facendogli una misteriosa ramanzina. A partire da quel momento lo scontro sarà impari, con l’arbitro che impedirà qualsiasi mossa del Rayo e permetterà palesi scorrettezze al Picudo.<br />
Il pubblico ulula, echeggiano i fischi. Le donne sono le più incarognite, soprattutto quelle vestite da cholita, con tanto di borsalino in testa. Sembrano prenderla molto sul serio, senza il minimo dubbio che possa trattarsi di una recita. Protestano, insultano Ramiro, mimano le ingiustizie che stanno accadendo sul quadrato, esprimendo con una mimica facciale esasperata il disgusto e la disperazione per le sorti avverse del nobile azteca. L’arbitro allora si arrampica sulle corde e mostra al pubblico il medio di entrambe le mani, con un ghigno di grassa soddisfazione.<br />
E fa di peggio: in un momento in cui il Rayo Azteca è finalmente riuscito a stendere l’avversario al suolo, ecco che Ramiro scatta e salta con tutto il suo peso sul malcapitato lottatore, liberando El Picudo e invitandolo a dare il colpo di grazia al buon messicano. L’indignazione sugli spalti sale d’intensità: due contro uno, con l’arbitro che tradisce nel modo più sfacciato la sua imparzialità: è troppo, piovono lattine e buste di pop corn sul ring.<br />
«No podemos comprender su actitud», intervengono i cronisti, che in teoria dovrebbero essere qui per spiegarcelo.<br />
El Rayo lotta generosamente, si libera una, due, tre volte dalla doppia morsa, torna alla carica a testa bassa, cercando di far prevalere la propria tecnica superiore, ma il rozzo Picudo usa tutti i colpi bassi che il giudice di gara gli concede, e quando non basta lo convoca accanto a sé per ricomporre l’oscena coppia. Ramiro si accanisce preferibilmente sul basso ventre, ricavando un sadico piacere da calci e strizzate. Poi si gira ed ecco, di nuovo il doppio dito medio alla volta degli spalti.<br />
Liquidato il primo incontro, sfilano il Ninja Boliviano contro Atlas, la Fiera contro Jade Lee, la Araña Atómica contro El Muñeco Diabólico, e ogni volta da dietro le cortine rispunta Ramiro, sommerso dalle urla del pubblico, e sempre più mette in mostra la sua slealtà, immergendosi nel pieno della lotta, prendendo partito sempre per il meno tecnico e più odiato dal pubblico. E puntualmente vincono i cattivi, per i buoni non sembra esserci scampo.<br />
Finché il troppo stroppia ed entra in campo un quartetto. El Halcón de Plata e il Caballero Tigre, si capisce subito, sono nobili ed eleganti, a cominciare dai loro costumi, scintillante di piume argentate il primo, inguainato in una pelliccia maculata il secondo, con tanto di coda pelosa. La seconda coppia è quanto di peggio possa immaginarsi: Damián el Guerrero, maliziosamente chiamato Lulú dai due cronisti a bordo ring, era l’assistente dell’arbitro nei match precedenti, e si era distinto per le sue malefatte e per una insopprimibile tendenza a darsela a gambe quando il gioco si faceva duro. Il suo compare è Comando Zavala, un ridicolo marine con gli occhiali a specchio, la tuta mimetica, un chewingum tra i denti, che si rivolge subito sprezzantemente al pubblico gridando «¡Sarnas, sarnas!», l’equivalente di «spine», «rospi», «zanzare», il peggior repertorio del nonnismo da caserma.<br />
I tre, arbitro compreso, provano a ripetere il copione, e per un po’ ci riescono. Ramiro permette la permanenza dei due compari contemporaneamente sul ring e impedisce l’ingresso del giaguaro anche quando il falcone, stremato, chiede il cambio. Ogni tanto si intromette anche lui e ci si trova spesso in tre contro uno. Le cholitas sugli spalti impazziscono di furia, lanciano di tutto, il coraggioso Damián si scaglia un paio di volte contro le prime file, raggiunte anche da qualche sputo del militare, che a un certo punto sale di corsa i gradini della tribuna e va a picchiare un’inerme signora (sarà tutta scena? Anche il sangue che le esce dal naso, e che probabilmente era contenuto in una fialetta da teatranti?).<br />
Lulú alias El Guerrero, favorito dall’arbitro, recupera ogni sorta di strumento da sotto il quadrato, manco si trattasse del suo ripostiglio. Tira fuori un fascio di tubi al neon e li fracassa sulla testa del malcapitato Halcón (questi sono veri, non c’è dubbio: nell’intervallo gli inservienti impiegheranno un quarto d’ora a spazzare le pericolose schegge). Comando invece afferra la pala di un fico d’India e la spiattella con tutte le spine (saranno vere?) sulla guancia del Caballero Tigre.<br />
Poi qualcosa si rompe, i due buoni riescono a rovesciare le sorti dell’incontro, prendono letteralmente a calci Ramiro, dopo che questi aveva cercato di dichiarare la dubbia vittoria dei suoi complici, impedito dalle urla del pubblico e dall’intervento dei due cronisti. Adesso Zavala e Damián sentono di non avere scampo, Lulú viene umiliato e inseguito attorno al quadrato, fin quasi sulle tribune, mentre il soldato, steso sulla pancia, subisce un’irridente sculacciata con lo stesso cactus di prima. È il trionfo, la folla è in delirio.</p>
<p>Pessimi combattenti, guitti di avanspettacolo, los Titanes del Ring sono tuttavia magnifici atleti: si vede lontano un miglio che i pugni e i calci non arrivano a bersaglio (è così in tutti gli spettacoli di wrestling, ma ai professionisti americani va riconosciuta la capacità di avvicinarsi alla perfezione della veridicità), ma tuffi carpiati, salti, capriole dalla sommità delle corde, giravolte e piroette sono autentici e durano decine di minuti, a quattromilacento metri di quota.<br />
Il resto è kitsch, o <em>cursi</em>, o <em>chojcho</em>, come si dice a La Paz: ma quel kitsch tutto speciale che sfiora il sublime.</p>
<p>Il piatto forte, che tutti attendono, è la lotta delle cholitas. Questa volta a dire il vero ce n’è una sola, la celebre e amatissima Claudina, una bella signora giovane intabarrata nei suoi tanti strati di gonne plissettate gialle. Oggi a sfidarla c’è la versione femminile di Comando Zavala, Jennifer la Loca, Jennifer Doble Cara: una specie di joker di Batman in gonnella, o meglio in calzamaglia tutta buchi, stretta attorno alle forme generose, con la faccia dipinta in due metà longitudinali, bianco farinoso a destra, viola a sinistra, un rossetto nero, i capelli tinti di verde, arancio, giallo fosforescente.<br />
Accanto a lei torna in campo El Picudo, mentre Claudina è aiutata da una seconda cholita, che però è una nana, alta forse un metro, la testa e il busto pressoché normali, le gambette due bastoncini corti e grassottelli.<br />
Jennifer è odiosa – oltre che pazza – ma è una splendida atleta, salta come una cavalletta, si avventa sul pubblico, esplode in risate oscene e vomita volgarità da trivio, afferra la nanetta per le caviglie e la fa roteare come una clava sulla testa di Claudina. La crudeltà della scena riscatta in qualche modo la banalità della serata, è quasi una metafora della vita sull’altopiano, arida, a volte spietata, dura nella sua sottile gentilezza.<br />
Claudina, anche lei, monta sulle corde, si lancia, effettua capriole impeccabili e atterra sul dorso degli avversari, per niente ostacolata dall’ingombro delle gonne, che si aprono invece come mongolfiere, membrane di scoiattoli volanti, ali di una fata rotonda.<br />
E vince, alla fine, sbaragliando da sola, mentre la nana resa immobile al centro del ring, la triplice alleanza di Ramiro, Jennifer e Picudo. Le sue compagne sugli spalti intonano canti di esultanza, lei fa il giro d’onore e il suo volto indio è bellissimo, illuminato dalla mezzaluna di un sorriso.</p>
<p>Resta ancora la sfida del Cobarde, che una settimana fa aveva dichiarato al pubblico di voler riscattare il suo vergognoso nomignolo combattendo contro la spaventosa mummia di Ramsete II.<br />
Eccolo, tutto tremante, nel buio che è sceso sul quadrato, paralizzato dinanzi alla sagoma imponente avvolta nelle bende. All’improvviso uno degli inservienti gli porge una torcia accesa e il codardo, incredibile dictu, dà fuoco alla mummia, che per un attimo si trasforma in una pira (anche questo non può non essere vero: il tizio sotto le fasce deve indossare una tuta ignifuga, non c’è altra spiegazione), prima che un getto d’acqua spenga le fiamme.<br />
Resta l’incendio del sole, oltre le vetrate del decrepito palazzetto dello sport, l’incendio di questo pianeta perso a quattromila e rotti, tra le bande di musicisti che all’esterno soffiano nelle tube e nei tromboni, le venditrici di torrone accoccolate sui talloni, i ragazzi con i pantaloni enormi e il rap che esplode nei radioloni anni Settanta, i vagabondi che strascinano le scarpe ciabattanti, arrivano all’orlo della valle, guardano nella vertigine in basso e si chiedono perché e per chi sia stata creata la dolorosa bellezza che si accende luccicante tutt’intorno.</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 17</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2008 06:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 13 novembre 2007 Ovvero: io e le sciampiste. Tutto è cominciato nel mio secondo viaggio a Potosí, quando abbiamo consegnato ai minatori del Cerro Rico l’ambulanza e l’apparecchiatura per i raggi X che avevamo promesso loro a marzo. È stata una cerimonia toccante, come a quanto pare succede sempre, quassù. La brigata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/forbici.jpg" alt="" title="forbici" width="300" height="199" class="alignnone size-full wp-image-6317" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 novembre 2007</em></p>
<p><strong>Ovvero: io e le sciampiste.</strong></p>
<p>Tutto è cominciato nel mio secondo viaggio a Potosí, quando abbiamo consegnato ai minatori del Cerro Rico l’ambulanza e l’apparecchiatura per i raggi X che avevamo promesso loro a marzo.<br />
È stata una cerimonia toccante, come a quanto pare succede sempre, quassù. La brigata dei volontari di soccorso schierata nel cortile del piccolo ospedale a quattromilaseicento metri, tutti con le loro belle tute rosse fiammanti e i caschi nuovi di zecca, impettiti sull’attenti accanto allo stendardo, come se mi stessero presentando le armi, solo che questi uomini e queste donne non portano armi, per fortuna, se non un coraggio e una nobiltà d’animo in grado di commuovere l’orco delle favole. <span id="more-6316"></span><br />
Questi uomini e queste donne: perché ci sono anche tre volontarie, ed è una novità. Le donne non sono ben viste nei cunicoli allucinanti delle miniere, contro di loro vige una maledizione non dissimile da quella che valeva a bordo delle navi. Solo Azucena, la bella assistente sociale, è stata ammessa senza problemi nel ventre del Cerro Rico, in segno di rispetto per il lavoro che fa insieme alla nostra cooperazione. E Dania, quando è venuta con me.<br />
Guardo le tre volontarie. Due sono molto vecchie, o forse la fatica e le condizioni disumane di questa montagna hanno accumulato sulla loro pelle rughe, ferite e un grigiore che non corrispondono alla loro vera età. La terza è una ragazzina, e mi chiedo che cosa ci faccia quassù, se non abbia alternative nella sua vita.<br />
È proprio lei a inseguirmi mentre mi allontano, a cerimonia finita. Mi volto, penso che voglia ringraziarmi ancora una volta, tutte queste manifestazioni di gratitudine mi imbarazzano, vorrei far capire a queste persone che non sono io ad aiutarle, o almeno non io da solo, e che soprattutto sono loro gli eroi, loro le eroine, loro che danno a tutti noi qualcosa che non siamo nemmeno in grado di apprezzare e meritarci.<br />
Il servizio di sicurezza però mi spinge letteralmente dentro la macchina, ricacciando indietro la ragazza. Le sorrido, le faccio un cenno di saluto, ma resto con l’impressione che volesse dirmi qualcosa.<br />
Ci sono altri giri da fare in città, incontri con varie istituzioni, visite a diversi progetti. Ogni tanto intercetto Lorenzo, il più giovane dei miei collaboratori, che risponde a una chiamata sul cellulare, mal celando un certo imbarazzo. Alla quarta volta gli chiedo che cosa succeda e lui mi dice che è la ragazza della miniera. Vuole assolutamente parlarmi, ma non devo preoccuparmi, c’è lui a fare da filtro. È una magnifica persona, Lorenzo, un ragazzo in gamba e in più ha un cuore d’oro. Saprà quello fa, penso.</p>
<p>Alle sei rientriamo in albergo. Ci vediamo alle sette nella hall per andare a cena, dico a Lorenzo, poi salgo su in camera.<br />
Quando scendo, dopo un’ora, è tutto troppo veloce. Attraverso il bellissimo cortile coloniale, sfiorando la fontana, infilandomi nelle arcate bianche, e faccio appena in tempo a scorgere Lorenzo che mi fa segni disperati, come a dirmi di tornare indietro, che io non ci sono, non ci sono per nessuno. Poi, una frazione di secondo più tardi, il campo visivo si apre e lo vedo attorniato da una decina di ragazze, sedute a raggiera sui divanetti della minuscola reception. Sorrido, chissà che cosa sta combinando il ragazzo, ma ormai mi hanno visto, una delle sconosciute si alza ed esclama: eccolo, ma allora c’è, non è mica vero che era uscito.<br />
È lei, la volontaria di stamattina.<br />
Lorenzo mi guarda sconsolato, allarga le braccia, ho fatto tutto quello che potevo, sembra voler dire.<br />
D’accordo, adesso mi spiegate con calma che cosa sta succedendo. Forza, tirate fuori tutto quello che c’è da dire, non vi mangio mica.<br />
Lei tentenna, improvvisamente imbarazzata, poi racconta: non è una minatrice, sua madre è una <em>palliri</em>, una delle donne autorizzate a raccogliere i resti dei minerali all’esterno delle miniere, ed è anche una delle due volontarie più anziane che ho visto sul Cerro Rico. Lei, la figlia, studia in un istituto tecnico e solo di tanto in tanto va su ad aiutare la madre. Visto che è giovane e sveglia, ha pensato anche di dare una mano al servizio di pronto soccorso.<br />
Loro sono tutte mie compagne di scuola, aggiunge, abbracciando con un gesto della mano le altre ragazze. Ci sono anche due bimbi piccoli, avranno si è no quattro anni, si rotolano tra le poltrone e i tavolini giocando a rimpiattino. E un ragazzo, che guarda a terra, sopraffatto dall’esuberanza delle coetanee, nonostante i suoi piercing al naso e al sopracciglio e il taglio da reggaeton che dovrebbe conferirgli un’aria aggressiva di cui è invece desolatamente privo.<br />
Molto bene, e che cosa studiate?<br />
Siamo allieve di un corso superiore per parrucchiere, interviene una delle nostre ospiti. Cominciano a parlare di loro, a turno, sopraffacendosi a vicenda, interrompendosi, togliendosi la parola, sovrapponendo le frasi fino a renderle incomprensibili. La scuola, il lavoro, le famiglie, la vita da adolescenti a Potosí. I bimbi sono figli della volontaria e di una sua amica. Ma a quanti anni li avete avuti, benedette ragazze? A quindici, forse quattordici. E i padri? Il padre del mio bambino è lui, dice una bella ragazza ricciuta, indicando lo sperduto ballerino di reggaeton. Il mio invece, sospira la figlia della palliri, si è dato alla fuga appena ha saputo che ero incinta. Che razza di storie, mi viene da dire, ma voglio capire che cosa c’entro io con tutto questo.<br />
Ecco, adesso interviene una terza studentessa, abbiamo quasi finito gli studi e tra un mese ci sarà la cerimonia della consegna dei diplomi. Faremo una grande festa di fine corso e abbiamo bisogno di un padrino.<br />
Il padrino, da questa parte del mondo, è colui che adotta un intero corso di laurea o di diploma, offre la cerimonia e viene immortalato nella foto ufficiale, quella che ogni studente porterà con sé per il resto della sua vita, come ricordo del momento in cui le sue speranze e le sue ambizioni avevano toccato il punto più alto (per precipitare, il più delle volte, in un futuro grigio, alla ricerca della sopravvivenza o poco più).<br />
Insomma, riprende la parola la nostra amica, per noi sarebbe un grande onore averla come nostro padrino. Anzi, l’abbiamo già nominato, e srotolano sotto i miei occhi un cartiglio che mi dichiara con parole pompose padrino della promozione dell’<em>Instituto de Belleza Poly</em>, riportando il mio nome in belle lettere calligrafate. Lorenzo svia lo sguardo, temendo occhiatacce che non arrivano: travolto dalle telefonate di questo pomeriggio non è riuscito a nascondere il mio nome e la sua sillabazione tutt’altro che scontata, per le ispanofone. Penso al fastidio che si sono date, per tutta la giornata, e alla cura che hanno messo nel preparare la mia designazione, e mi intenerisco.<br />
«E che cosa possiamo fare?», dico rivolto al mio collaboratore, «Mi sembra che in fondo se lo siano meritato, con tutta la fatica che hanno fatto».<br />
«Vuol dire che lo farà?».<br />
«Ma certo, avete vinto».<br />
Esultano, si abbracciano. Qualcuna ride.<br />
È così che sono diventato padrino di un gruppo di sciampiste.<br />
No, dico, potrebbe mai capitarmi una cosa normale, che so, offrire la festa per un liceo o per un corso di laurea in ingegneria? Niente affatto, mi tocca un istituto di parrucchiere.<br />
Ci mettiamo d’accordo su come fargli arrivare il mio contributo. E la foto, non dimentichi una sua bella foto da inserire nel nostro quadro ricordo.<br />
Alla fine mi invitano a visitare la loro scuola. Lorenzo prova a dissuaderle, adesso basta, ragazze, avete già avuto quello che volevate, non insistete oltre. Loro però non si danno per vinte, mi lasciano l’indirizzo. Non posso promettervelo, farò il possibile, le congedo.</p>
<p>Il giorno dopo, terminati gli incontri e le riunioni, mi concedo una passeggiata da solo per le vie del centro storico. Dov’è la calle Bolívar, chiedo a un uomo. Me la indica. Quasi quasi. In fondo, che ho da perdere? Ho già promesso di finanziare la loro festa di fine corso, fammi almeno vedere com’è.<br />
Sotto un’arcata buia un cartello disegnato a mano, molto colorato, invita a passare alla bottega di taglio e pettinatura per signore, nonché istituto superiore per parrucchiere. Ci sono due nomi, uno lo conosco già, è l’<em>Instituto de Belleza Poly</em>, l’altro mi strappa un involontario sorriso: <em>Peluquería Pussycat</em>.<br />
All’interno, un cortile distante anni luce dall’idea peccaminosa suggerita da quel nome – e non escludo nemmeno che ne ignorino il significato. Una scala diroccata sale a un ballatoio che occupa metà del piano alto. La ringhiera è arrugginita e si stacca in più punti dai supporti di cemento, minacciando di crollare. Dove vai, mi dice un bambino (forse è uno di quelli di ieri sera). Vieni da noi, vero?<br />
Su una porta a vetri incorniciata da infissi di legno stinto hanno incollato un foglio di carta con il nome dell’istituto. All’interno un corridoio buio, ingombro di scaffalature e mobiletti a vetro ricolmi di fogli e fascicoli. Del resto è una scuola. Tre stanze si aprono lungo la parete. Apro la porta della seconda ed entro in un vasto salone occupato da cinque poltrone da barbiere. Non ce n’è una uguale all’altra, i caschi da parrucchiere sembrano residui prebellici, i lavandini sono sbreccati, per quanto puliti, almeno a prima vista. Mobiletti di fornica ospitano pettini, forbici e strumenti spaiati. Vecchie foto di attrici e modelle, dalle pettinature ormai scolorite, sono incollate alle pareti che perdono l’intonaco. Un calendario della birra Paceña rimanda al 1997 e in un panorama dell’Illimani metà del cielo è diventato verde.<br />
Un coro di urli mi riscuote. È venuto, è venuto davvero, gridano le ragazzine, applaudendo.<br />
«Ragazze, comportatevi», le richiama una signora che sembra uscita dal ritaglio di una rivista americana degli anni sessanta.<br />
Ha i capelli cotonati, di un bianco che vira insistentemente all’azzurro, un ceruleo violetto, direi. Avrà settant’anni e cerca di mantenere una posa di austera dignità, infilata in un tailleur liso ma ordinato. Muove le mani dalle dita lunghe e nodose con severità, o almeno questo sarebbe il suo obiettivo, ma il risultato è che le sue studentesse la sopraffanno scavalcandola e accerchiandomi.<br />
«Le nostre allieve ci hanno parlato di lei, la ringraziamo per il suo gesto», dice adesso con pomposità il direttore della scuola, un altro figurino scappato dalle pagine di un vecchio numero di Life: alto e magro, i baffetti grigi molto curati, le rughe ordinate orizzontalmente sulla fronte come fascicoli su uno scaffale, i capelli – va da sé –impeccabili, il blazer blu con i bottoni dorati sui pantaloni di flanella grigia. Il tutto dev’essere stato lavato e stirato mille volte, negli ultimi lustri, ma regge ancora bene.<br />
«Qui alle nostre alunne impartiamo non solo le nozioni tecniche di cui avranno bisogno per la loro professione, ma anche i lineamenti di cultura generale e soprattutto lezioni di stile e di moralità», riprende l’insegnante cotonata, con una voce sottile ma scandita.<br />
«Resti, resti, le facciamo i capelli, anzi, no, la barba», insistono le ragazze.<br />
«Su, per favore, non disturbate il signore», cerca di imporsi il direttore.</p>
<p>Quando riesco ad andarmene si è fatto quasi buio. Sul pianerottolo della casona coloniale, prima di scendere la scala diroccata, guardo oltre i tetti di Potosí. Il triangolo rossastro del Cerro Rico splende stagliandosi sul cielo trasparente, troppo leggero a queste altitudini. C’è un silenzio assoluto, come se ogni rumore fosse stato pompato via da un sifone idraulico. Pallide luci verdastre brillano sui fianchi della montagna, tradendo di certo le casette dei minatori.<br />
Sorrido. Che cos’altro potrei fare?</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 16</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2008 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[ñatita]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 8 novembre 2007 «Come si chiama il suo, signora?». «Vicky, si chiama Vicky». «Ah, è una femmina, dunque, o sbaglio?». «No, non sbagli, caro, è una femmina», dice la signora Mariam accarezzando dolcemente la testa della sua Vicky. «E non le dispiace che rimanga sola? Non ha mai pensato di presentarle qualcuno?». [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la_paz-natita.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6132" title="la_paz-natita" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/la_paz-natita.jpg" alt="" width="454" height="214" /></a></p>
<p>di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>8 novembre 2007</em></p>
<p>«Come si chiama il suo, signora?».<br />
«Vicky, si chiama Vicky».<br />
«Ah, è una femmina, dunque, o sbaglio?».<br />
«No, non sbagli, caro, è una femmina», dice la signora Mariam accarezzando dolcemente la testa della sua Vicky.<br />
«E non le dispiace che rimanga sola? Non ha mai pensato di presentarle qualcuno?».<br />
«Sì, ci ho pensato. Ma poi ho deciso che sta bene così, da sola con me. Non ha bisogno di nessuno. Se poi cambierà idea me lo farà sapere lei direttamente, e allora si deciderà».<br />
<span id="more-6131"></span><br />
Vicky non è la bambina di Mariam.<br />
Non è nemmeno un cagnolino o un gattino.<br />
Anche se a quanto pare le fa compagnia come e meglio di un figlio o di un animale domestico.<br />
Vicky è una ñatita.</p>
<p>Carlos e Alicia si guardano attorno, circospetti ma non troppo preoccupati. Il buio è morbido, rotto in continuazione dai riflessi caldi della città arrampicata dovunque, oltre il muro di cinta, e dal chiarore diffuso in alto, proiettato sulla nuvolaglia sfrangiata. Quasi si riescono a leggere i nomi sulle lapidi, anche se in molti casi le lettere sono sbiadite e smangiate dal tempo, dai licheni e dal fango rappreso.<br />
L’uomo è in piedi, a due passi da loro, e li guarda fisso, senza muoversi, le mani infilate nelle tasche di un cappotto scuro e troppo largo. Solo un piede si muove impercettibilmente, raspando il terreno e sollevando nuvolette di polvere secca. Non piove da mesi, anche se tutti si aspettano da un momento all’altro l’inizio di una stagione di inondazioni.<br />
Oltre la cancellata la strada fa un’ampia curva in salita ed è piena di gente, considerando che la mezzanotte è passata da un pezzo. Una ragazza e un uomo sui quaranta si abbracciano seduti su un muretto, lei pesca con un cucchiaino da un bicchiere di plastica sormontato da un cappuccio di panna macchiato da spirali di rosso rubino, come gelatina di amarena. A ridosso della parete di fronte le donne si stringono nei mantelli di lana, accoccolate sui lenzuoli stesi per terra, attente a non perdere di vista la mercanzia esposta, pochi cespi di verdura, un mucchietto di arance, una mezza dozzina di ceri, alcune croci di ottone, sacchetti di cereali. Negozi ancora aperti, i riquadri degli usci rimandano una luce giallastra. Una licorería è protetta dall’inferriata, la signora all’interno passa una bottiglia a un vecchio attraverso le sbarre. Un microbus si ferma, l’uomo e la ragazza lo guardano, lui si alza, lei lo prende dolcemente per un braccio e lo costringe a sedersi di nuovo, non è ancora il momento di andarsene o di separarsi, chissà.<br />
Adesso Carlos e Alicia si sono avvicinati allo sconosciuto, da quest’altra parte del recinto. Lei tende una mano e gli dà un fascio di biglietti, difficile capire se siano dollari o boliviani, né quanti siano. Dalla smorfia che si è formata sul volto di Carlos deve trattarsi di una bella somma. L’uomo con il cappotto sorride, ho l’impressione che mastichi qualcosa, la mandibola si muove ritmicamente, formando una piega nervosa due centimetri sotto l’orecchio destro. Ma il gesto più importante è un altro. Si volta, raccoglie un fagotto che fino ad ora era rimasto nascosto  alle sue spalle, confuso tra le ombre delle tombe. Lo solleva con le due mani, come se si trattasse di un bambino: non pesa molto, ma dentro ci dev’esere qualcosa di fragile o almeno di molto prezioso.<br />
Carlos e Alicia hanno il sorriso dolce e malinconico di due genitori un po’ in là con gli anni che hanno avuto un figlio quando già non ci speravano più, e che ora osservano l’ostetrica timidamente, sperduti nel bianco di un corridoio d’ospedale, senza osare avvicinarsi alla loro creatura, senza sapere com’è che ci si deve comportare in un’occasione così importante.<br />
Poi accettano il fagotto e si allontanano solenni.</p>
<p>Carlos e Alicia hanno avuto una coppia, maschio e femmina.<br />
Adesso li tengono a casa, nel salotto buono, se la parola è adatta a descrivere un ambiente umido e ombroso, quattro metri per quattro, un’unica finestra impolverata all’esterno, protetta da un’inferriata che un tempo dev’essere stata celeste. Un grande quadro occupa la parete di fondo, la riproduzione di una scena di caccia disegnata a colori accesi, senza rispetto per le proporzioni, incorniciata da listelli dorati. Le poltrone sono ricoperte di velluto beige, liso e sfilacciato sui braccioli e dove le gambe si sfregano contro il bordo del sedile. Il tavolo è coperto da un foglio di plastica trasparente costellato di buchi e macchioline scure. Sulla credenza una Vergine di Copacabana, sotto la sua campana di vetro, e le due ñatitas.<br />
María Paula e Tomás. Sono i nomi che gli daranno questa notte, quando le riporteranno al cimitero dove li aspetta il parroco per il battesimo. Poi torneranno a casa tutti insieme, per sempre.<br />
Le ñatitas sono parte di un rito di celebrazione della morte che ha forse eguali solo in Messico. A cominciare dagli altari imbanditi per la ricorrenza del due novembre, immense tavole ricoperte da tovaglie ricamate e ricolme di biscotti, dolci, bevande, ciotole di cereali e granaglie, oggetti di argento, statuette, ceri, candele, fiori colorati, veri, di carta o di plastica. Straordinarie installazioni popolari che danno allegria solo a vederle, anche se a pensarci bene è quell’allegria inquieta che ospita un tarlo, un baco gelido insinuatosi in un angolo del nostro cervello, pronto a scivolare giù e a occupare la fronte per intero, dandoci all’improvviso tutto il senso dell’angoscia.<br />
E al centro degli altari, tra i dolci di marzapane a forma di omini e donnine, con i tratti del volto disegnati da linee sottili di zucchero bianco, campeggeranno le ñatitas.<br />
Per averle si può andare al cimitero, o prendere appuntamento con gli specialisti che sanno come fare queste cose. Ti vendono i teschi che hanno trafugato chissà dove, nel migliore dei casi scavando nelle fosse comuni abbandonate da anni, forse da secoli. Di solito la gente ne compra due, per avere la coppietta, maschio e femmina. Come si fa a capire quale sia il maschio e quale la femmina non lo so, e nessuno ha saputo dirmelo.<br />
Poi bisogna battezzarli. Il sacerdote, che è un autentico prete cattolico, celebra la cerimonia di notte, in un angolo nascosto del cimitero. Meglio non farsi vedere troppo, anche se nessun poliziotto si sognerebbe mai di interrompere il rito. I proprietari – pardon, i genitori – comunicano i nomi che hanno scelto e finalmente le ñatitas possono dirsi davvero venute alla luce, con la loro personalità completa. A partire da questo momento dovranno essere accudite senza risparmio di cure e di energie.<br />
Possono essere una benedizione, se uno le tratta come si deve: custodiscono la casa, difendono la loro famiglia adottiva e contribuiscono a far realizzare i desideri più sentiti e profondi. Per questo ogni 8 novembre devono essere benedette, possibilmente portate in gita al cimitero, fatte incontrare con altre ñatitas. Potrebbero anche nascerne amicizie, fidanzamenti, matrimoni. Di tanto in tanto la ñatita fuma, una sigaretta di buon tabacco stretta nella bocca senza labbra, tra i denti anneriti e quasi calcinati. Porta bene, così mi hanno detto.</p>
<p>María Paula e Tomás hanno dei bei cuscinetti di fiori nelle orbite, il punto debole di ogni teschio che si rispetti: arancio per lei, un giallo acceso per lui.<br />
Vicky invece ha solo due tamponi di ovatta ed è piuttosto malmessa, ma Mariam non sembra curarsene troppo. È una santera e ha studiato a Cuba e a Salvador de Bahía, o almeno così giura. Sulle scale che portano al suo appartamento, vicino il carcere di San Pedro, incrocio una ragazza e un uomo sui quarant’anni che scendono commentando a voce bassa. Lei lo ha preso sotto braccio e sorride, si vede che la consulta è andata bene. Lui invece è perplesso, le chiede qualcosa e la ragazza gli passa le mani tra i capelli, come per rassicurarlo.<br />
L’anticamera è un’accozzaglia di piccoli caimani impagliati, enormi gusci di testuggine, vecchie riviste sparse sul tavolino, come dal dentista. Un vaso di ceramica laccata contiene a stento una pianta tropicale. Nello studio di Mariam la Vergine di Copacabana campeggia su una mensola, tra diplomi incomprensibili e ritagli di giornale incollati direttamente sull’intonaco. Bottigliette piene di liquidi colorati occhieggiano tra una statua di Santa Barbara e una di Sant’Antonio di Padova. Sul tavolino Vicky ci osserva paziente.<br />
Mariam – ampia veste gialla di simil-broccato, patacche di anelli che le stringono le dita grassocce, collane spesse che si avvolgono come spire attorno al collo pieno di rughe – confonde i tarocchi, chiama ruota dell’amore quella della fortuna e viceversa. Forse non sa che io capisco il francese, o non sembra curarsene. Cerca di leggere nei miei occhi alla ricerca di indizi, ma lo fa in un modo svogliato, come se in fondo le interessasse poco il mio giudizio. Vorrebbe vendermi un unguento, mi dice che può farmi fabbricare un amuleto potente, basta che le dica il mio nome e il mio segno astrologico. Sarà un talismano con tanto di calamita, aggiunge. Per fare che cosa, le chiedo, servirà per caso per influenzare la sorte, per attirare i pensieri di qualcuno? No, risponde pacata, è che così puoi attaccarlo al frigorifero, o al cruscotto della tua macchina.<br />
Però alla fine Mariam mi guarda fisso per qualche secondo, stirando il sorriso all’inverosimile, mentre i suoi polpastrelli giocano con un pendaglio a forma di stella a sei punte, e mi dice:<br />
«Non ho mica capito da dove vieni e in quanti posti hai vissuto, ma stai sicuro che qui ci resti. Una parte di te, non so quale, rimarrà in Bolivia».</p>
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		<title>El boligrafo boliviano 15</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 10:09:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[sapo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 12 agosto e 7 ottobre 2007 La pallina rimbalza con uno schiocco secco, tac, ciottolo o dado d’osso, sbatte contro l’interno del palo, un toc sordo, ed entra in porta con un rimbombo gutturale, ingoiata dal rettangolo buio. I giocatori, incardinati sulle sbarre di metallo già tutto arrugginito, hanno divise a strisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/sapomouth1.jpg' alt='sapomouth1.jpg' /> di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>12 agosto e 7 ottobre 2007</em></p>
<p>La pallina rimbalza con uno schiocco secco, <em>tac</em>, ciottolo o dado d’osso, sbatte contro l’interno del palo, un <em>toc </em>sordo, ed entra in porta con un rimbombo gutturale, ingoiata dal rettangolo buio. I giocatori, incardinati sulle sbarre di metallo già tutto arrugginito, hanno divise a strisce gialle e nere o tutte celesti, dipinte alla meno peggio, uno sbaffo color tuorlo d’uovo si arrampica sulla nuca del centromediano metodista, tagliandogli in due la capigliatura scura aderente al cranio un po’ oblungo. Attorno, pubblicità della Coca-Cola o dei telefoni Entel, tracciate da una mano che a un certo punto, si vede, si è fatta più incerta, tradita dalla stanchezza, dalla ripetitività, o da un’imprevista emozione.<span id="more-5658"></span><br />
Le gambe di legno sono squadrate e gridano con i colori puri, giallo e celeste, verde e rosso, e magari sui fianchi del tavolino si leggono i nomi delle squadre: The Strongest, quelli a righe giallonere, altrimenti chiamati dai loro tifosi El Tigre; e il Bolívar, azzurro cielo, come questo qui in alto, nel quale rischio di precipitare a testa in su. È il derby de La Paz che si ripete due, tre, dieci, forse cinquanta volte in questa piazza circolare oggi occupata per metà da una distesa di calciobalilla artigianali che stanno già perdendo i pezzi, i pali delle porte fatti in fil di ferro verniciato di bianco si piegano sotto il peso del vuoto che soffia su El Alto, la città più giovane, il mercato più grande, un labirinto nel quale mi smarrisco a quattromila, quattromilacento metri.<br />
(Dove ho già scritto che sono prigioniero in questo universo degli anni Cinquanta, al punto che mi sembra di ascoltare il rimbombo dei Platters e che non trovo nemmeno strano questo schema due-cinque-tre delle formazioni inchiavardate sul campo del calcetto?).</p>
<p>Arrivo dalla città in basso, avanzando sempre più a fatica man mano che mi avvicino al mercato 16 de Julio e la folla si infittisce, assediando alla fine la jeep, che galleggia accerchiata dalle ondate di teste, di cappelli e di mantelle a strisce colorate. Resto forse venti minuti immobile, prima di raggiungere un varco nello spartitraffico di cemento, ai piedi di una colossale pennellessa rossa, alta forse venti metri, che pubblicizza una marca di vernici. Faccio una svolta a U e parcheggio sotto il muro di cinta di una caserma. Due aviatori in divisa si sporgono da una specie di torretta medievale intonacata di giallo di Napoli, con tanto di merli a coda di rondine, e lanciano <em>piropos </em>alle ragazze che affrettano il passo verso la fiera.<br />
Altre donne, meno giovani, popolano i primi metri della traversa centrale, perpendicolare alla strada che viene da La Paz, e vendono frutta, verdura, erbe e boccette di medicinali su enormi tovaglie o lenzuola bianche stese sull’asfalto o sui marciapiedi. Alle loro spalle una cholita gira spingendo un carretto con dei bicchieri ricolmi di una sostanza bianca spumosa, lacerata da macchie porpora brillante (i colori: questa di oggi, comincio a pensare, è una storia di colori). Gelati morbidi, semifreddi, yogurt, non so cosa siano e onestamente non me la sento di mettere alla prova il mio senso del gusto, perciò resto nel dubbio. Un uomo la incrocia spingendo un altro marchingegno montato su ruote, un perno conico di metallo su cui infilza le arance, la lascia girare toccandole appena con la punta di un coltello affilato e srotola come per magia un ricciolo di buccia, un tirabaci cadmio acceso, oplà, gli spicchi sono nudi e un attimo dopo non ci sono più, condensati nel liquido di una spremuta. Questa la provo ed è davvero buona, vorrei ripeterla ma il tizio è sparito, lo vedo ogni tanto spuntare come una trottola dietro gli angoli di bancarelle e chioschi, Marcel Marceau o Charlot indigeno, equilibrista di Magritte in perenne fuga.<br />
Il mercato dovrebbe avere la forma di un castrum, con i suoi cardi e decumani, ma l’ortogonalità della ragione evapora sotto il soffio di un disordine caldo e magico, che rimescola le carte, nasconde i luoghi, gli oggetti e le persone e li ridistribuisce a caso. Insomma, mi perdo.<br />
(Mi perdo come mi era successo solo un’altra volta, in quell’altro mercato di quell’altra mia vita, sui bordi della rotonda di Westlands, una normale rotatoria al centro di Nairobi, non lontano da un modernissimo centro commerciale. Lì, come sulle sponde di un lago incantato, si apriva un mercato fatto di vicoli angusti tracciati sulla terra, e man mano che mi addentravo le stradicciole e le bancarelle si moltiplicavano, vittime di una clonazione maligna, e la gemmazione di maschere congolesi, scudi angolani, sirene e leopardi di bronzo del Benin mi faceva ruotare come un involontario derviscio e mi trovavo smarrito negli stessi angoli, finché apparve come un trionfo dell’assurdo una cabina telefonica londinese, rossa con le finestrelle quadrate, e mi guidò, piantata in un’improvvisata piazzola, come ago di una bussola verso l’uscita).<br />
Dovrebbe esserci una logica nella distribuzione dei settori, e almeno all’inizio regge. Qui a destra si aprono decine di viuzze di venditori di vestiti usati, made in China, made in Taiwan, made in Corea, misti a mantelli e maglioni di lama e alpaca, giacche di pelle conciate a El Alto con il cuoio di Santa Cruz, improbabili linee di alta moda di Giorgio Armoni e Gianni Veracce. La donna di questa bancarella ha tirato fuori uno specchio verticale e mi incoraggia a provare un bomber nero con i bottoni di metallo, manco fosse anche lei parte della congiura che mi vuole gettare nel tombino del tempo, convincendomi che sono proprio gli anni del rockabilly. Sorrido, lei sorride. Qui nessuno ti tira per un braccio, nessuno alza la voce, nessuno ti viene dietro per convincerti (spingerti) a comprare. Non ho mai visto un mercato così immenso, così denso di caos e così docilmente silenziosamente rispettoso. Voci basse, gesti e movimento delle labbra e dei muscoli mimici. Il trionfo del sottinteso, la quieta navigazione che attraversa la giornata.<br />
Più avanti il cardo si apre a un’altra sequela di decumani: lucchetti, chiavi, chiavistelli, tubi cromati, bulloni grandi come il pugno di Mike Tyson, attrezzi per scavare, tagliare, segare, perforare, spirali serpentiformi o serpentine a spirale, giganteschi cappelli da cuoco di alluminio, alti fino a due metri: anemometri, o qualcosa del genere. Ne ho visti tanti, in cima agli edifici in mattone nudo di El Alto, ruotare assecondando il vento che passa attraverso le scanalature sinusoidali. Girasoli di latta per il giardino di un mago di Oz che, ne sono certo, prima o poi spunterà.<br />
Dall’altra parte pile di copertoni, interi isolati di pneumatici di ogni dimensione disegnano una curva di autodromo. Bambini fanno capolino da dentro le ruote, padroni temporanei di un parco giochi che hanno appena inventato, almeno finché una delle venditrici non si alzerà lentamente dal suo guscio intessuto, attraverserà con maestosa lentezza i cinque metri che la separano dal marciapiedi e li allontanerà con lo scaccino fatto con un sorriso dolce o ironico. Proprio mentre sto passando, e lei allora muovendo appena le labbra – e un gioco di rughe e screpolature nere guizza mobile attorno alla bocca, disegnando arabeschi più eloquenti di una stele di Rosetta – mi chiede se voglio comprare una delle gomme. Per fare che, sto per dirle, ma mi accorgo che dei due sono io l’assurdo, e taccio, ringraziandola con un cenno.<br />
Centinaia di biciclette pendono dai ganci, il sole che adesso brilla pizzica di barbagli e gibigiane i viola e i lilla delle carrozzerie, le cromature dei manubri e dei pedali, replicando il fiorone gotico delle raggiere mille volte sull’asfalto grigio, dove adesso i bambini – gli stessi? – giocano alla rayuela saltando a pie’ pari tra le ombre circolari.<br />
Sono entrato nel regno dell’automobile, o in quel che resta della sua dispersione: file di fari, colonne di volanti, pile di balestre, ventagli di batterie, fascicoli di portiere e parabrezza, collane di maniglie, corolle di casse del cambio, foreste di alberi motore. Riconosco la carrozzeria di una Simca 2000 verde pisello, chi mai l’avrà portata sull’altopiano e quando è stata smembrata ed esposta come il carapace di una testuggine del Cambriano?<br />
Le bancarelle sono sempre più fitte, piene adesso di tessuti, ricami semitrasparenti come quelli di Gand, tabelle didattiche di cartone con le parti anatomiche, il sistema solare o la geografia dell’America del Sud, libri squadernati, giornaletti ingialliti, trenini, orsi e aviogetti di plastica e di legno, congregazioni di Winx e Barbie, ingorghi di automobiline, pettini colorati, telefoni cellulari e pantaloni mimetici. I bambini si affacciano di nuovo, adesso che non stanno inventando nulla ma sono davvero al cospetto dei veri giocattoli sembrano aver perso il sorriso, una smorfia di malinconia attraversa le loro fronti come una pettinatura mossa dalla brezza. La banda che mi ha seguito da lontano, come guerrieri arawak nascosti oltre la boscaglia, si disperde adesso in una ritirata che fa male a me, l’ex assediato.</p>
<p>Un brusio sale dalle bancarelle, misto a vampe di calore e suffumigi aromatici. Cucinano, apparecchiano tavole, mangiano e bevono, ridono e chiacchierano – adesso sì, le voci progressivamente si alzano. Alcune tende nascondono frammenti di Oktoberfest in corpo minore, tavolacci e banchi di legno con tovaglie a quadri, polli che girano allo spiedo, birra e <em>refrescos </em>gassati, cuochi rotondetti che passano scodellando piatti, pescando in pentoloni di riso, mais, <em>quinua </em>e patate.<br />
In un altro vicolo, una donna mangia da sola in fondo al suo chiosco, accoccolata in un angolo tra scaffali precari ricolmi di CD e DVD clonati. Quando mi affaccio si ritrae infastidita. Ha ragione. Sto invadendo un’intimità esposta, ma pur sempre meritevole di essere protetta. Due bambini se ne stanno seduti a terra e guardano le immagini di un video di reggaeton scorrere su un piccolo schermo. Oltre la parete di stoffa, in un’altra bottega, una piccola folla osserva assorta gli sviluppi di una complessa trama hollywoodiana (<em>Ocean’s Thirteen</em>?). In mezzo si è formato un corridoio in fondo al quale, addossata a un muro, una bimba sta pettinando il fratellino, ridendo senza aprire la bocca, come se si trattenesse.</p>
<p>I passaggi che si insinuano tra le bancarelle seguono adesso percorsi tortuosi, binari paralleli, imbuti nei quali si precipita tra afrori e fiammate di luce, finché si sbocca nella piazza circolare, una rotonda che all’inizio scambio per quella di Nairobi, solo che qui la terra è più secca e non si stacca dal suolo per essere portata dal vento a chilometri di distanza.<br />
Ed è lì che giace la distesa sterminata di calciobalilla, la macchina dei sogni inventata – come poteva essere altrimenti? – da un poeta, il gallego Alejandro Finisterre, il quale ebbe la geniale intuizione nell’ospedale dove giaceva immobile dopo un bombardamento franchista su Madrid, nel 1936. Ed è una poesia questa scena, il ripetersi verso per verso dei gialli neri azzurri rossi e verdi, i rettangoli uno dopo l’altro, Rothko o forse Donald Judd, adesso immobili, ma che se chiudo gli occhi si animano con centinaia di giocatori chiassosamente aggrappati alle maniglie che qui sono di ferro nudo o al massimo rivestite di plastica grezza. Sogno il concerto dei toc, tac, toc, le scale armoniche o le dissonanze sapide dei colpi e delle grida, il roteare dei pupazzetti attorno a un asse dal quale forse vorrebbero evadere (il mio amato Gianni Rodari e le sue Marionette in libertà!).</p>
<p>E le monete volano. Volano e finiscono inghiottite da un grande rospo.<br />
Nella favola surreale di El Alto non poteva mancare il gioco del sapo: appunto, del rospo. Un tavolino di metallo pieghevole sul cui ripiano sono ricavate fessure sottili. I giocatori si dispongono a una certa distanza e lanciano le monete, cercando di farle entrare nei buchi. Quelli più lontani, ovviamente, garantiscono un punteggio più alto, ma se riuscite a imboccare il grande rospo accoccolato al centro il gioco è finito, avete sbancato e sconfitto tutti gli altri.<br />
Lo compro, non posso farne a meno. È facile portarlo via, mi dice la signora, si piega e diventa una valigetta. Il marito la guarda e non parla. Lei con poche secche parole lo invita a darsi una mossa, smonta il sapo, José, e allora lui si gratta la pelata e comincia a dire che ci vorrebbe una chiave, ma quella che lui ha non corrisponde alle viti, e improvvisamente l’operazione non sembra più così facile. Poi tutto si risolve, o si fa per dire, perché le gambe del tavolino restano intere e sono costretto a mettermele sotto il braccio. Che cosa non si fa per un batrace.<br />
È lo stesso rospo della fiera delle alasitas, un mostriciattolo seduto sulle zampe posteriori con questa boccaccia spalancata e gli occhi sbarrati che guardano verso di voi e vi promettono fortuna. Eppure sembra che voglia burlarsi di voi, che da quelle mascelle esca fuori la lingua viscosa per favi un sonoro sberleffo e rimandarvi a casa, dalle vostre certezze e dalle vostre convinzioni. Riportarvi dove avete i piedi per terra, mica quassù, con la testa tra le nuvole, nel mondo magico e nella poesia folle di El Alto, Bolivia, quattromila e passa. </p>
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		<title>El boligrafo boliviano 14</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 06:30:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 13 ottobre 2007 Sono tornato a Copacabana. La prima cosa che ho fatto è stato girare come niente fosse tra le bancarelle dei fiori e delle statue della Vergine, guardando di sottecchi oltre la cortina di oggetti e colori. No, la lettrice di Proust non c’era. Ho sperato che fosse a scuola, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/copacabana.jpg' alt='copacabana.jpg' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>13 ottobre 2007</em></p>
<p>Sono tornato a Copacabana.<br />
La prima cosa che ho fatto è stato girare come niente fosse tra le bancarelle dei fiori e delle statue della Vergine, guardando di sottecchi oltre la cortina di oggetti e colori. No, la lettrice di Proust non c’era. Ho sperato che fosse a scuola, ma no, era sabato. Ho sperato che stesse a casa a riposarsi dopo aver passato con successo l’esame, o forse lo stava ancora preparando. Certo, le scuole finiscono tra un paio di mesi, deve essere immersa nei libri, ripetendo affannata le lezioni, immaginando le domande che le faranno come abbiamo fatto tutti prima di lei, decennio dopo decennio, a ogni latitudine. Chissà i suoi insegnanti come avranno accolto la sua scelta di Proust come esempio di innovatore dell’umanità. Perché non Isacco Newton, Galileo Galilei o Alessandro Volta, avranno pensato.<span id="more-5386"></span></p>
<p>Siamo venuti qui per chall’are la nostra macchina. Il rito è complesso e non si può trascurare nessuno dei dettagli previsti dal protocollo. Mettiamo la grande Ford in coda; siamo arrivati presto e ci tocca quasi il posto in prima fila. Accanto a noi un furgoncino vecchio, con la vernice bianca che si stacca – si direbbe – sugli orli, accanto ai cardini delle portiere, intorno alla guarnizione di gomma nera, lungo la curva del parafango. Il proprietario gli dà una pacca sul dorso, come fosse un mulo antico ma ancora degno di affetto e attenzione, e lo premia con una doppia serie di corone di fiori.<br />
Anche noi facciamo lo stesso. Chiedo alle donne delle bancarelle quali debbano essere gli ornamenti giusti, non sia mai la Ford si offendesse e decidesse di piantarci in asso sul più bello o sul più brutto, mentre percorriamo lo stretto cornicione di una strada che scende giù a valle, o scivoliamo come pattinatori sulle lastre a specchio di un deserto di sale. Compra queste, señor, mi dicono, e sciorinano ghirlande multicolori, corolle a campana con i pistilli eretti, petali sanguigni o delicati, quasi trasparenti, come ali di un lepidottero che si ha paura di tenere tra i polpastrelli. Si girano tutte verso di me, le venditrici, e io, smarrito, non faccio in tempo a dire di no, non faccio quei due passi indietro che preludono alla fuga – ma non è più tempo di fuggire, mi dico, e raccolgo bracciate floreali e festoni di carta come un sarchiatore nei vecchi manifesti delle campagne autarchiche.<br />
Cominciamo a sistemarli torno torno il parabrezza, sul muso ancora caldo del motore, sulla calandra argentata. Non basta, naturalmente: ci vogliono i petardi, la famiglia che ci precede li sta facendo esplodere sul cofano di un minibus, i bambini saltano di qua e di là ridendo, uno si infila quasi sotto la nostra macchina, fingendo uno spavento che non può trovare cittadinanza nei suoi occhi spalancati, allagati di allegria liquida. Bene, torno alle bancarelle e le signore mi sorridono, hanno un modo tutto loro di avvolgerti nelle spire della vendita, non urlano, non ti sommergono di proposte e offerte, non ti tirano la manica della giacca né ti palpano le spalle, non ti spingono né ti strattonano. No, loro ti guardano fisse negli occhi, il sorriso, quel sorriso a labbra stirate, un po’ storte, una specie di burla affettuosa, vediamo un po’ adesso, <em>joven</em>, vediamo che cosa hai in mente, di che cosa hai bisogno perché la tua anima non sbandi né il tuo corpo si perda nell’altipiano alla mercé degli spazi desolati.<br />
È così che i <em>kallawalla</em>, i <em>curanderos </em>miracolosi della tradizione quechua, addomesticano le malattie, ipnotizzano l’infermo convincendo le une a uscire dal corpo dell’altro, sollevandoti da terra e costringendoti a rimetterti in cammino. È così che partivano con la sacca in spalla, l’<em>aguayo</em> multicolore al collo, e risalivano le Ande fino a Panama e oltre, portando in giro le boccette di creta piene di unguenti, le foglie di piante amazzoniche, i ciottoli che sembrano ossa o gli ossi che rotolano come pietruzze, il suono del flauto e il sorriso delle venditrici, lo stesso che permette loro di riempirmi le mani di bastoncini ripieni di polvere pirica senza che io riesca a oppormi, né a dir loro che sono troppi, non ne ho mica bisogno di così tanti.<br />
Va bene, adesso tocca procurarsi lo spumante, o la champaña, come qui la chiamano pomposamente. Un vinello leggero, quasi una gazzosa sbiadita, ma tanto che importa, serve solo a chall’ar, a benedire il bove meccanico – anzi, è l’ingrediente indispensabile. Per quello che costa, due euro a bottiglia, decidiamo di scialare e di comprarne un bel po’. Non può proprio lamentarsi, la nostra Ford.<br />
E naturalmente il sacerdote. Andiamo a chiamare il parroco del Santuario della Vergine Morena di Copacabana, ma ci ha già pensato qualcuno dei tanti che adesso sono in fila dietro di noi, attorno a noi, camion giganteschi, pullman a due piani, microbus, fuoristrada, berline goffe e bitorzolute. Il prete ci sta già venendo incontro, arriva di corsa reggendosi il bordo della sottana con una mano, e a me ricorda un vecchio fotogramma di Fernandel.<br />
I rito è un altro omaggio al sincretismo, dopo i tanti che ho visto a Cuba e in Africa: l’acqua benedetta segna una serie di croci sulla carrozzeria, mentre dai gruppi in attesa salgono novene andine ad accompagnarci. E subito dopo i colpi a ripetizione della nostra esagerata batteria di petardi. Il fumo avvolge la macchina come vapore denso, nascondendola per un attimo allo sguardo, finché riemerge il caleidoscopio di colori forti dei fiori e delle ghirlande di cartapesta. E lo spumante scorre copioso sul metallo e sui vetri, perché la cerimonia possa dirsi davvero conclusa: con l’epilogo dei bicchierini di carta e il poscritto dei pochi sorsi dai quali non possiamo esimerci. La cosa più bella è passarli ai vicini, a quelli che aspettano il loro turno o a chi sta semplicemente curiosando e accompagnandoci con il cuore. Decidiamo di comprare una cassa di birra e di farla girare tra i presenti, per siglare un muto patto di amicizia, tra gente che forse non si incontrerà mai più, pronta a mettere in moto e schizzare verso le piste dell’altopiano.</p>
<p>(Due giorni dopo sono a Roma e salgo sul taxi all’uscita dall’aeroporto. Man mano che ci avviciniamo a Prati l’autista si smarrisce, si ferma due o tre volte per controllare il navigatore, si volta verso di me e si scusa gentilmente: sa, sono nuovo, sono pochi giorni che faccio questo lavoro. Forse si rende conto del mio stupore, visto che l’uomo deve avere i suoi buoni sessant’anni, e allora aggiunge, a mo’ di giustificazione: ho appena cambiato, prima facevo il rappresentante di commercio, ma lei sa, la crisi, alla fine ho deciso di provare con quest’altro mestiere, ma è dura, è dura, alla mia età verrebbe voglia di piantare tutto, lo sa dov’è che vorrei andare? Lo sa quel lago, il più alto del mondo, quello che studiavamo a scuola, immagino anche ai suoi tempi? Come si chiama? Il Titicaca, già, bravo, il Titicaca. Io darei qualsiasi cosa per andare a vivere laggiù, o lassù, faccia lei).</p>
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		<title>El Boligrafo Boliviano 13</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[copacabana]]></category>
		<category><![CDATA[la paz]]></category>
		<category><![CDATA[lago titicaca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 18 agosto 2007 Ognuno porta con sé il paesaggio che sa, che ricorda, rimpiange o paventa. A me sembra un tratto della costiera tra Sperlonga e Gaeta, con meno alberi e senza gli ombrelli protettori dei pini marittimi. Graziano propende per la Riviera ligure, Marco oscilla tra il Lago di Garda e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/detailed_titicaca.gif' alt='detailed_titicaca.gif' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>18 agosto 2007</em></p>
<p>Ognuno porta con sé il paesaggio che sa, che ricorda, rimpiange o paventa. A me sembra un tratto della costiera tra Sperlonga e Gaeta, con meno alberi e senza gli ombrelli protettori dei pini marittimi. Graziano propende per la Riviera ligure, Marco oscilla tra il Lago di Garda e il Salento di Santa Maria di Leuca. Tutti siamo comunque vittime del miraggio interiore, prede della metamorfosi che vive in ogni luogo.<br />
<span id="more-5279"></span><br />
Siamo partiti da La Paz, abbiamo risalito la scodella rovesciata e attraversato l’altipiano. Sotto la corona della Cordigliera Reale, in vista delle prime colline, un movimento sulla nostra sinistra, più giù del ciglio della strada: immaginate sulla terra rossa con il contrappunto lontano di un rettangolo di azzurro cobalto – avvisaglie del Lago Titicaca – immaginate una schiera di musicisti vestiti di tutto punto in completo bianco, scarpe bianche, borsalini bianchi, che soffiano in gigantesche tube smaltate di bianco, in mezzo a case di mattoni e cemento grezzo, in un cortile polveroso, unici spettatori il vicinato e una coppia di cani randagi.<br />
Scendiamo dalla macchina appena in tempo per ascoltare le ultime note e vedere i musicisti che slacciano le cinghie e appoggiano le tube per terra, allineate l’una accanto all’altra, pastelli bianchi di un Gulliver andino. </p>
<p>Poi si arriva al Titicaca, uno dei luoghi che contribuiscono a formare la mitologia boliviana, il lago più alto al mondo, un’estensione pari a quella dell’Umbria di blu intenso, incorniciato di terre senesi e di canneti di un verde smorto: piante di totora, le stesse che disseccate e intrecciate sono utilizzate per costruire imbarcazioni e addirittura piccole isole galleggianti.<br />
La macchina monta su una zattera di legno grezzo, le assi traballano quando le ruote anteriori le calpestano, scricchiola per un attimo l’intera struttura, poi recupera stabilità. Il barcaiolo è un vecchio col naso adunco, magnifiche rughe verticali sulle guance, una giacca di fustagno grigia e il cappello a tesa larga ben calcato sulla fronte. Spinge l’imbarcazione con una lunga pertica dandole l’abbrivio, prima di mettere in moto il fuoribordo.<br />
Si attraversa il punto più stretto del lago, tra i villaggi di San Pedro e San Pablo, un viaggio breve in mezzo agli apostoli eretti a colonne d’Ercole.<br />
Sulla nostra destra due denti di roccia spuntano a pochi metri dalla costa. Proprio una coppia di faraglioni, presagio della geografia mutevole che oggi ci accompagnerà.<br />
E a metà percorso mi capita di guardare dalla parte opposta. L’Illimani spunta come una luna dalla linea perfettamente retta dell’acqua. Il condor bianco e lo specchio metallico, una fitta all’immaginazione, un rimprovero per la tentazione di sedersi sulle consuetudini e sul déjà vu: Magritte.</p>
<p>Appunto, la strada costiera che ritaglia la sponda opposta, verso il Perú. Quella che a ciascuno di noi ricorda un pezzo diverso della nostra memoria, Gaeta o Garda, Puglia o Liguria, pini scomparsi, rocce scabre, scogliere a picco sull’acqua, pastore con i suoi lama, due muli senza uomo, asfalto senza macchine, prati rovesciati, burroni da risalire, il panettone che si proietta nel lago, Copacabana.<br />
Questa, pochi lo sanno, è la Copacabana originale, un paesino grazioso cresciuto attorno a una baia perfettamente semicircolare e dominata da un promontorio oblungo, più che altro a forma di mezzo sfilatino. Narrano le leggende che un marinaio brasiliano, nel pieno di una tempesta di fronte alla costa di Rio de Janeiro, avesse fatto un voto alla Vergine Morena di Copacabana, di questa Copacabana boliviana. Di lì venne il nome dell’altra, quella carioca.<br />
Le strade strette corrono verso il lago, affiancate da case basse perlopiù verniciate di bianco. E si concentrano tutte verso un punto preciso, la piazza che dà sul santuario. Un patio immenso presidiato da pochi mendicanti che se ne stanno immobili, avvolti nei mantelli rossi, la mano tesa, lo sguardo sempre basso. Nel centro del cortile due grosse costruzioni, a destra un cubo aperto, con arcate a tutto sesto su ogni lato, a sinistra un parallelepipedo, una specie di campanile interrotto. Il tutto di un bianco accecante, ossessivo, come il corpo centrale della chiesa. Accanto all’entrata Tito Yupanqui, l’indio che vide per primo la Vergine Morena, gigantesco in bronzo; dentro, un’unica navata stretta, l’altare coloniale incastonato d’oro, i fedeli silenziosi, apparentemente spettatori di una funzione invisibile.<br />
Di nuovo fuori, nella piazza, decine di veicoli in fila, a motore spento, inghirlandati di fiori come tori condotti alla fiera del paese. A coppie, a piccoli gruppi, gli autisti e i loro familiari innaffiano il muso e il parabrezza di birra. Rivoli di spuma corrono lungo le guarnizioni di gomma, scivolano sul cristallo esplodendo in minuscole bolle trasparenti, gocciolano sull’asfalto, raccogliendosi in pozze dall’odore intenso. Ride senza denti la signora che si stringe nella mantiglia ricamata, appoggiando il palmo della mano sulla griglia del radiatore. Ride l’uomo che è con lei, riempiendo i bicchieri di carta, che poi passa alla donna – moglie? madre? – e a noi, invitandoci a vuotarli d’un colpo. Ride, alle sue spalle, una ragazza appoggiata al cofano di un camioncino, mentre una bambina con la cuffietta di lana si affaccia al finestrino, incastrata più che incorniciata dallo sportellino scorrevole. Ride il grassone baffuto che spruzza birra sul suo furgone, saltando a destra e a sinistra sulle punte, come un giullare troppo cresciuto.<br />
Stanno ch’allando, offrendo alcol alla Vergine o alla Pachamama, a entrambe o a una sola. È un rituale quechua, immune alle divisioni artificiali dettate dalle frontiere. Perciò molti degli autisti vengono dall’altra parte del lago, da Puno o da altre città peruviane.<br />
Qualcuno suona il clacson per festeggiare, mentre in fondo alla strada in salita che viene dalla riva del lago si accalcano centinaia di veicoli, un gioioso ingorgo che chiude ogni varco.<br />
Bevete, bevete, dice adesso lo spilungone magro e sghembo che tira fuori una bottiglia dopo l’altra dal cruscotto del suo pulmino, lustrando con la manica della camicia le cromature della calandra e lo stemma ovale della Ford che riluce sbronzo sotto il sole.<br />
Ai lati, lungo i marciapiedi, ridono tra i colori le donne sedute dietro le bancarelle di fiori gialli, fiori rossi, fiori lilla buganvillea, fori bianchi, candele, fazzoletti ricamati, bambole di pezza, lama di lana, rullini della Kodak, gomme da masticare, quinua in busta, aranciata gassata e succhi di mango. Ridono tutte, come se ci stessero circondando, senza lasciarci via di scampo, ostaggi dell’allegria.</p>
<p>Ancora nel cortile del santuario, sulla fiancata sinistra, due donne scivolano quasi di nascosto in una porta stretta. L’entrata anonima e si direbbe clandestina di una cappella disadorna, un corridoio angusto e buio che si allunga all’interno come una trincea o un tunnel. Attorno a un lungo tavolo di pietra, incavato come il bancone di una pescheria o la lettiga di una morgue, decine di persone accendono candele e le sistemano diritte, sul ripiano lievemente concavo. Lo fanno con gesti misurati, muovendosi appena, in un silenzio che è l’illusione acustica di un mormorio inesistente.<br />
I loro profili si disegnano incerti al tremolio giallastro delle fiamme. Sono loro ad accendere le candele, eppure sono le candele a creare le loro figure, altrimenti invisibili, perciò inesistenti. Altri fedeli avvicinano le candele alle pareti di pietra umida, sciolgono la cera e modellano sul muro con i polpastrelli figure semplici, una casetta, un cuore, le lettere di un nome. Tracciano questi disegni corrugando la fronte, aggiungendoli all’affresco pallido che scorre in orizzontale, tra le nuche e i nasi, i menti e gli zigomi. Poi biascicano una preghiera o un voto e restano ad attendere.</p>
<p>Lungo la calle 6 de agosto che scende al lago si aprono ristoranti con bei giardini, alberghi, sportelli di cambiavalute, bancarelle di ponchos e cd contraffatti. Tra l’una e l’altra, acciambellati sui marciapiedi, strani personaggi intrecciano collanine di semi e le sistemano su stuoie di totora o lenzuoli bianchi. Ragazzi pallidi e dimagrati, i capelli acconciati in treccioline simil-rasta. Ragazze bionde o fulve, emaciate, il corpo d’acciuga perso in camicioni di lino, le gambe infilate in calzoni troppo larghi, a righe verticali. Piedi nudi o sandali francescani, pietre dure e Bob Marley a palla dal radiolone naufrago di un tempo senza i-pod.<br />
Mi fanno tenerezza, prima che tristezza: reduci di altri decenni di protesta, che adesso sono scappati via e li hanno abbandonati qui. Nessuno li ha avvisati che la guerra degli hippy è sfiorita trent’anni fa, che la ribellione contro la placenta delle case e delle patrie passa ormai per i blog e per youtube e non si fa più sbattendo la porta, uno zaino in spalla, l’autostop per strade polverose, i chili perduti lungo il cammino, il peyote o gli acidi, le costole che assediano la cresta iliaca, lo sguardo svuotato di forza, orgogliosamente fisso sulla parete di fronte.</p>
<p>In una delle bancarelle della piazza mi incanto davanti a una scultura della Vergine di Copacabana. Sarà alta quasi un metro, tutta rivestita di organza blu, una corona di stelle dorate, la mezzaluna o barchetta pure d’oro, il volto da antica bambolina di porcellana, il velo ricamato, la base di legno con i due piccoli indios in adorazione. Delicato equilibrio tra il kitsch e il sublime.<br />
Chiedo il prezzo alla venditrice. Duecento bolivianos, venti euro. La ringrazio e mi allontano, preso da un improvviso pudore. Giro a largo, poi torno sui miei passi, fingo di ammirare le altre statue, più piccole, le vesti bianche, gialle, rosse. Tiro avanti, nella seconda bancarella una ragazza ignora gli acquirenti, legge un libro e prende note su un quaderno. Più in là ci sono le fioraie, nascoste dalla selva di rose margherite orchidee gigli bocche di leone.<br />
Torno per la terza volta e non ci penso più. Ecco i soldi, è deciso, la compro. La donna, felice, imballa alla perfezione la Vergine nelle pagine di un giornale, smonta la corona, non prima di avermi mostrato come riassemblarla, e depone ogni cosa in una scatola di cartone che ha contenuto frutta in conserva. Afferro il mio trofeo e lo porto alla macchina, indifferente ai lazzi a stento trattenuti dei miei amici.<br />
La ragazza della seconda bancarella ha seguito la scena con un sorriso. Le chiedo che cosa stia studiando. Lei dice che frequenta l’ultimo anno delle superiori e che deve fare una relazione su una delle figure che più hanno apportato innovazioni a beneficio dell’umanità. Bene, commento, e tu chi hai scelto? Galileo Galilei, Newton, Alessandro Volta? No, risponde: Marcel Proust.<br />
Mi mostra il quaderno, vezzosamente scritto con penne di diverso colore ed evidenziatori gialli, verdi e arancioni, fitto di note e commenti sulla Recherche. E da sotto sfila un libro e me lo fa vedere: una versione spagnola della Parte di Swann.<br />
Le faccio gli auguri e ci rimettiamo in viaggio, lungo la strada costiera, verso il lago, le zattere, i Santi Pietro e Paolo, l’altopiano, portando con noi la Vergine Morena e l’immagine miracolosa di una lettrice di Proust.</p>
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		<title>El Boligrafo Boliviano 12</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 11:28:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano 2 febbraio 2007 Il container delle nostre masserizie è ancora in viaggio, lo immagino perso nel vuoto dell’oceano, come quei minuscoli graffi schiumosi che si scorgono all’improvviso nel cobalto omogeneo guardando dal finestrino dell’aereo, e che a me piace figurarmi come balene – ma non so mica se da lassù si vedrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mosca.gif' alt='mosca.gif' /><br />
di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>2 febbraio 2007</em></p>
<p>Il container delle nostre masserizie è ancora in viaggio, lo immagino perso nel vuoto dell’oceano, come quei minuscoli graffi schiumosi che si scorgono all’improvviso nel cobalto omogeneo guardando dal finestrino dell’aereo, e che a me piace figurarmi come balene – ma non so mica se da lassù si vedrebbe davvero una balena.<span id="more-5094"></span><br />
Il ritardo mi preoccupa unicamente per Beatriz. Noi siamo sufficientemente vaccinati per cavarcela, e in fondo con che coraggio lamentarci, la nostra è una condizione da gitani di lusso. Edoardo poi è troppo piccolo per risentirne, per lui ogni luogo – immagino, certamente sbagliando – è la prosecuzione del precedente, un unicum abitato dalle sue fantasie. Ma Beatriz ogni tanto ricorda i suoi giocattoli, i suoi libri, Cicciobello, i cartoni animati. Buona com’è, lo fa senza troppo protestare, ma con tristezza, come si parlerebbe di ricchezze possedute un tempo e ormai sfumate. Come se non dovesse rivederle mai più, le sue cose, senza nemmeno capire perché le ha perdute e chi o che cosa gliele ha portate via.<br />
Le dico che stanno arrivando e che presto le riavrà tutte.<br />
Mi guarda e risponde: «Ah, sì, il signore, il signore le porta in aereo», ma so che non ci crede e che lo dice per farmi contento, per tranquillizzarmi, lei a me. Ed è questo che mi fa male.</p>
<p><em>5 febbraio 2007</em></p>
<p>Per Beatriz è il primo giorno di scuola, nella petite section de maternelle, nel Colegio Franco-Boliviano. Ormai scuola, perché per lei l’asilo sarà per sempre quello di Basilea, dove le parlavano rigorosamente in schwitzer-deutsch. Vestita con la sua tutina grigia, una borsetta a tracolla con Minni e dentro acqua, succo di frutta, biscotti e fazzolettini, si lascia accompagnare all’entrata del collegio e poi su su, lungo le scale e i corridoi, fino all’aula individuata attraverso scrupolosi elenchi affissi fuori. Mamme eleganti, troppo eleganti, bimbi e soprattutto bimbe molto sicure di sé.<br />
Beatriz non piange, sorride sempre con quell’aria che ormai ho imparato a conoscere di chi voglia rassicurare, lei a noi, mai il contrario. Ci saluta ed entra in una casetta giocattolo, mettendosi già all’opera. So bene che all’inizio non parlerà con anima viva, che è timida almeno quanto lo ero io alla sua età, ma qualcosa mi dice che sopravviverà meglio di suo padre. </p>
<p>Nel pomeriggio è la prima volta di Edoardo. La prima volta che cammina da solo, senza aiuto di sostegni. Sul tappeto del salone, un salone che non è nostro e che appartiene allo stato italiano, fa decine di passetti brevi e scattanti, come un buffo pupazzetto a molla, le braccine in alto, i gomiti piegati e i pugni stretti, senza perdere l’equilibrio, e intanto ride di gusto e continua a camminare, da una stanza all’altra, incapace di fermarsi, di interrompere il nuovo gioco. Io penso solo che doveva accadere in Bolivia, a diecimila chilometri da casa, a quattromila metri d’altezza.<br />
Dania piange.</p>
<p><em>9 febbraio 2007</em></p>
<p>Forse lo stupore appartiene ai primissimi mesi di vita. Mi chiedo se quello di Beatriz non sia ormai già qualcos’altro, curiosità, intelligenza, fantasia, desiderio di scoprire, comprendere, soprattutto inventare.<br />
Mentre lo stupore, il marchio di fabbrica del poeta, è nel faccino di Edoardo, seduto al seggiolone, che si accorge di una mosca che vola tra i piatti e socchiude la boccuccia, corruga la fronte, si fa domande che io non so nemmeno come formulare.<br />
Avrà già visto delle mosche prima d’ora, in Svizzera? Chissà, potrebbe essere perfino la prima volta.</p>
<p><em>18 febbraio 2007</em></p>
<p>Nella plaza 16 de Julio un gruppo di ragazzini gioca a qualcosa di simile al rubabandiera. Due squadre in fila indiana, due sedie all’altro lato dei giardinetti, ogni concorrente corre con un palloncino, arriva in fondo, lo sistema, ci si siede sopra e lo fa scoppiare con il peso del proprio corpo, poi torna alla base, passa il testimone a un compagno e così via. Tutto qui, con la semplicità densa di significato di una <em>rayuela </em>cortazariana.<br />
Le voci argentine, maschili e femminili, arrivano fino alle mie finestre, in un’atmosfera ancora bagnata dalla pioggia di questa mattina. La luce del tardo pomeriggio rimbalza sul mattonato fattosi specchio tra le aiole, e mi chiedo una volta ancora se non sia questa la felicità che inseguiamo da sempre e che si ostina ad abitare nei luoghi estranei, nelle vite degli altri.</p>
<p><em>27 febbraio 2007</em></p>
<p>Su un muro in avenida 6 de agosto: «Alquilo corazón, dos plazas».</p>
<p><em>28 febbraio 2007</em></p>
<p>In calle Federico Zuazo: «No tenemos líneas, somos pura curvas».</p>
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