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	<title>bratislava &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diorama dell&#8217;est #10</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/05/08/diorama-dellest-10/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 May 2008 16:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[bratislava]]></category>
		<category><![CDATA[Dnepropetrovsk]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Stazioni Bratislava, Autobusova stanica E di nuovo le strade sono vuote, la piazza reclama l’aria dei respiri, accelera la corsa degli affanni, verso il buio che preme le mura del tramonto, insegue la caduta della luce, morde quell’incendio d’esili finestre, quel perduto fremere di foglie ai transiti del cielo : si rincorrono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/stazione.jpg" title="stazione.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/stazione.jpg" alt="stazione.jpg" height="300" width="300" /></a></p>
<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><strong>Stazioni</strong></p>
<p>Bratislava, Autobusova stanica</p>
<p>E di nuovo le strade sono vuote, la piazza reclama l’aria dei respiri, accelera la corsa degli affanni, verso il buio che preme le mura del tramonto, insegue la caduta della luce, morde quell’incendio d’esili finestre, quel perduto fremere di foglie ai transiti del cielo :</p>
<p><span id="more-5868"></span> si rincorrono le carte del silenzio, le polveri del sonno, le minute scaglie dell’assedio, senti un limite nel corpo, nella sera, una misura d’oblio e fuga, uno smarrirsi delle cose incontro a te, non si colmano i gesti dentro l’aria, non si muovono i passi lungo il mondo, le voci verso i volti, le parole tra i pensieri, si rincorrono ignote lancette nei quadranti, silenziose ombre sui selciati, rapide corriere verso i viali : come cancellare la distanza che nutre, le separazioni gli addii, propaga lo smarrirsi, del calore fra i respiri, quel deviare fatale, degli sguardi oltre gli sguardi :  ora non cerchi, più, quel tram che si dissangua, lento, nelle periferie, vigila rami d’ombra lungo i ponti, annega in viali di chiarore, spegne lame d’orizzonte, segue il passo della pioggia, cade nell’impero vuoto dell’istante :  voga, fra i minuti dello sguardo,  e già svaniscono stazioni dalla vita,  ad uno ad uno i viali, colmi di viaggi e di valigie, remoti crepuscoli e ritorni, nomi serrati al fondo di un telefono, abitudini quiete avvolte dagli autunni : sempre più orfane le tue città, mentre s’allarga il dubbio tra le corriere, si muove il buio nell’autostazione, una cifra della sorte s’allontana da te, col diroccare serale d’esaurite destinazioni, si popola il silenzio d’altri addii, con la fermezza definitiva dei tabelloni spenti, l’ultima tua riva già polvere nella mano, sillaba tracciata su biglietti di gelo : no, non credere ad arrivi, già s’appanna la trina delle mete, l’orario stagionale dei tragitti e delle ombre, la corolla di banchine in cui riponi ogni silenzio, ti si dà forse il partire, l’ordinato abbandonare, il quieto viaggio dei biglietti nelle tasche, sei sospeso nel vanire, aspetta, che si districhi nell’aria, quella trama di voci desolate, ancora vigili al destino, pallide scie di luce lungo il tempo, mai davvero tradite perdute nella vita.</p>
<p>Dnepropetrovsk, notte</p>
<p>Ha una bella voce la signora che parla, da sola, e a tratti canta, nella sala notturna delle biglietterie, alla stazione di Dnepropetrovsk, in questo marzo che improvviso ha serrato i suoi spiragli di primavera, e di nuovo impone le sue temperature di pena : il sonno inclina i viaggiatori sulle poltrone dell’oblio, e lei richiama le cose all’ordine perduto, sa di ricordare il giusto luogo, degli oggetti nel tempo, dei volti nella vita, degli anni lungo il vuoto, chiama, l’incanto irraggiungibile del mondo conosciuto,  la regola smarrita per disporre le sue ombre, conosce ancora i nomi, depredati dal giorno, dalla fuga infinita dell’ignaro presente ; un uomo si scuote, mormora un insulto, controlla con il piede persistenze del bagaglio, le cassiere muovono invisibili finanze, digitano tasti silenziosi, nella cruda luce delle gabbie, frulla il tabellone degli arrivi, ad aggiornare manovre solitarie, la notte sparge i suoi balsami di sonno, per la grande sala quieta, che naviga oltre il gelo, e le smarrite cifre rosse, che pulsano nell’aria immobile, sommerse dalla fonda vastità del buio : non si spegne mai nella sua voce il rimpianto, corrono i giorni e gli anni tra le sillabe, fra i marmi rosati della sala, si muovono braccia incontro a chi riappare, scoccano nel vuoto nomi e remote città, quel canto interroga ed implora le penombre, a tratti sale in un lamento inconsolabile, per cedere ad inquieti dialoghi di sogno : ha più senso e direzione ora il silenzio, nelle pause del suono, si discende insieme verso l’alba, nell’ampia galleria sorpresa dalla vita, si dimentica il dissolversi d’ogni gesto nel gelo, resistono ancora i nomi delle cose, questa voce a difendere nell’aria ogni parvenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify"><o></o></p>
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		<title>Diorama dell&#8217;est #5</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2007 00:28:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bratislava]]></category>
		<category><![CDATA[diorama]]></category>
		<category><![CDATA[est]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Hlavnà Stanica Ora puoi stringere il dono dell’istante, al caffè della stazione, a Bratislava, nell’ora dubbiosa che mescola i treni e divide, l’arrivo il partire, la sosta l’addio, l’attesa il ritorno, quali sostanze aduni al ricordo, quali stagioni trattieni alla mano, senza smarrire il peso del giorno, vasta misura di brezze penombre, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/bratis-2-b-051.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/bratis-2-b-051.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>Hlavnà Stanica</p>
<p>Ora puoi stringere il dono dell’istante, al caffè della stazione, a Bratislava, nell’ora dubbiosa che mescola i treni e divide, l’arrivo il partire, la sosta l’addio, l’attesa il ritorno, quali sostanze aduni al ricordo, quali stagioni trattieni alla mano, senza smarrire il peso del giorno, vasta misura di brezze penombre, luci fragori, solo più largo lo spazio fra i gesti, morbido e lento il vagare dei treni, lasco e cedevole il ferro dell’ora, il sole raggiunge i vagoni del sonno, tocca in silenzio le ruggini quiete, varca gli asfalti donati al risveglio, celebra calme stanchezze d’estate.<span id="more-4570"></span></p>
<p>Bratislava, Café Central</p>
<p>La Obchodnà riluce nella pioggia, io veglio lungo i vetri al Café Central, questa nube di calore luce mi difende, mentre il giorno vara i suoi tram nella caligine, li sferra ignari e lievi nella vasta perdizione, mi raggiunge coll’ondata del suo ghiaccio, coi marosi di ferro del suo tempo predatore, dall’oceano fondo e freddo che distilla una stagione di bufere : è solo il tuo profilo che mi popola d’attese l’accadere, mi dischiude i fiori della polvere, scatena le più terse primavere nello sguardo, come credere davvero al meccanismo, delle cose in corsa, dei volti nella strada, ordinata distruzione, dei giorni delle vite, accumulo di stanche cerimonie, moti senza luogo, calcolo metallico di nuove produzioni : così semplice, distinto, il disegno degli affanni, la fortuita fatale traiettoria degli sguardi, nella via che s’anima di corpi di colori, già si mescolano i segni, le facezie del destino, le complesse architetture che sorreggono e dissolvono, l’istante in ogni gesto, il minuto nell’oblio, l’ora nel ritardo e nell’attesa : io non posso varcare il giorno fino a te, un fiume impenetrabile di cose gesti ombre ci divide, una catena di minuti strade ponti che rinvia, l’anello preciso dell’incontro, già dissolvo passi mete traiettorie nell’attendere, l’approdo serale il tuo sorriso, s’increspano i cerchi del vuoto intorno a me, come in sogno si perde la città per moti lenti, flussi opachi, legioni silenziose, popola e cancella ogni piazza verso il buio, si divide sola dal suo giorno, con immobile saldezza nel distacco, limpido rigore nell’oblio, calma indifferenza lungo il gelo.</p>
<p>Bratislava</p>
<p>Il fiume voga torvo ai suoi rancori, preme la spalla sfinita del ponte, muove un corteo di sospiri, una cupa marea d’abbandoni : serpeggia fra i cementi un palpito di voci, un sommesso vibrìo d’eliche vapori, già s’affilano i partenti, scivolano al gorgo inafferrabile, frugano il ritardo nel minuto, afferrano luce tra i piloni, sfiorano clemenze della sera, esitano al valico dell’onda che dimentica.</p>
<p>Bratislava, dicembre</p>
<p>Questi saldi minuti, d’ogni nostro vederci, sono attesa timore, annuncio delle vie, vaste, a perdifiato, del cieco non vedersi, promessa del mancare, intervallo che divide valve di silenzio.<br />
Ogni volta che arrivi, so, te ne andrai, ogni volta ti vedo, piano, svanire, già mentre sottile mi parli per l’ombra, nel tremore di candela che spira nel caffé, al riparo dai geli del Danubio, dai venti che ti cercano, leggera vela di spavento, meraviglia della sera e degli autunni : ancora cammino, fra le ore del giorno, che lentissime scivolano verso la tua sera, già temo il franare, di stanchi minuti fra noi, tazzine deserte alle mani, bianche leggere dita nel buio : dove corrono, già, le tue strade, quali brine ti chiamano alle soglie del ritorno, la vita silenziosa t’insegue, modella fra le ore le muraglie del tuo giorno, dispone la catena che ti guida fra i minuti, concede minimi respiri di rivolta, pallidi giardini per la resa : noi sporgiamo le mani, nell’aria, cerchiamo le pareti, elastiche, dell’ora, l’invisibile lancetta che ci tiene, il dorso buio delle cose in cui sparire, ma non sale nelle dita il lampo della fuga, non si compie il gesto che recide, già svaniscono farfalle nel futuro, luci concesse dalla sera nel cielo : ogni volta so, dal tuo tacere, che i passi salpano al commiato, le labbra stringono a lasciare, i sorrisi soffiano luce per la notte : resta, sì, un domani, resta, uno spaurire nell’attesa, vuota, prima delle mani, dei silenzi felici, del tuo riso, un affollarsi della vita, verso il tuo stupito riapparire, ma, sento l’infrangersi, remoto, del futuro su di noi, quell’onda nera, vasta, che già precipita nel buio, immensa, e corre, sempre più veloce a cancellare, altri minuti leggeri, altre stanze, altre vane candele nei bar, altre luci, quel volto che vedo sorridere lieto, nel taxi, e non cessa, mai, di restare.</p>
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