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	<title>Brenda Porster &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/01/la-tesa-fune-rossa-dellamore-madri-e-figlie-nella-poesia-femminile-contemporanea-di-lingua-inglese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Dec 2015 06:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria robustelli]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[Brenda Porster]]></category>
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		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea di lingua inglese]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[Pochi mesi fa presso l’editore La vita felice è uscito questo bel progetto antologico, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli. Il libro raccoglie un’ampia scelta di poesie di lingua inglese, dove nella voce delle poetesse le due figure di madre e figlia si mescolano e si confondono, si denunciano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pochi mesi fa presso l’editore </em><a href="http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/aavv/la-tesa-fune-rossa-dellamore-9788877997197-291378.html">La vita felice</a> <em>è uscito questo bel progetto antologico, a cura di <strong>Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli</strong>. Il libro raccoglie un’ampia scelta di poesie di lingua inglese, dove nella voce delle poetesse le due figure di madre e figlia si mescolano e si confondono, si denunciano, si ritrovano e perfino si perdono l’una nell’altra, articolandosi in tre macrosezioni che hanno a che fare con il vincolo affettivo, il recupero della memoria, le eredità (Mariasole Ariot e Francesca Matteoni)</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: right;">Ho selezionato <em>Scelta</em> di Imtiaz Dharker e <em>Donna che pattina</em> di Margaret Atwood, perché sono fra le poesie antologizzate che più richiamano un mio vissuto personale – il legame intensissimo, ma anche pieno di  confronti aspri con mia madre, che più invecchio e più si risolve nello scoprirmi una nuova lei, nei tratti fisici, nelle rigidità, nei desideri. E poi l’immagine antica della pattinatrice (sebbene nel mio caso lontana dal gelo nordico e su rotelle invece che sulle ben più evocative lame), una me che sono stata per moltissimi anni e di cui ora sono a mia volta quasi madre. In entrambe le poesie il senso di protezione di una madre verso la figlia prende la misura della distanza, dell’accettare che la figlia sia colei che sfugge necessariamente al controllo materno, che conosce la sua solitudine perfetta di donna indipendente, che è infine capace di accogliere quella madre come il più prezioso dei vari io nel suo corpo. (<em>Francesca Matteoni</em>)</p>
<p style="text-align: right;">La mia prima scelta è per <em>Poem</em> di Lucille Clifton : una poesia breve,  dura come dura sono le ossa sepolte nell&#8217;oceano, come le ossa che  si ripetono diventando un braccio ossuto del canto tradizionale che la precede, dove quel &#8220;terribile che risponde&#8221; del verso finale mostra una disperazione che mi sento di conoscere, come se anch&#8217;io, in una zona separata, fossi laggiù, saltata in mare, o forse gettata da sempre.<br />
La seconda, di Paula Meehan, per quei &#8220;eyes seapools, reflecting lichen&#8221;, per gli occhi azzurri di mia madre, per la sua lingua che ho sempre faticato a capire (o per la mia, incomprensibile a lei) &#8211; e poi i secondi occhi,&#8221;ferite spalancate&#8221;, come vedo i miei quando mi fermo e aspetto che si formi un&#8217;autobiografia a cui manca il &#8220;sentiero stellato&#8221;. E per questo continuo, reale mescolarsi da madre a figlia, di figlia in madre. (<em>Mariasole Ariot</em>)</p>
<pre><span style="font-family: Georgia; font-size: 15px;"><strong>
Choice</strong>
<strong>Imtiaz Dharker</strong>

I

I may raise my child in this man’s house
or that man’s love,
warm her on this one’s smile, wean
her to that one’s wit,
praise or blame at a chosen moment,
in a considered way, say
yes or no, true, false, tomorrow
not today...
Finally, who will she be
when the choices are made,
when the choosers are dead,
and of the men I love, the teeth are left
chattering with me underground?
Just the sum of me
and this or that
other?
Who can she be but, helplessly,
herself?

II

Some day your head won’t find my lap
so easily. Trust is a habit you’ll soon break.
Once, stroking a kitten’s head
through a haze of fur, I was afraid
of my own hand big and strong and quivering
with the urge to crush.
Here, in the neck’s strong curve, the cradling arm,
love leers close to violence.
Your head too fragile, child,
under a mist of hair.
Home is this space in my lap, till the body reforms,
tissues stretch, flesh turns firm.
Your kitten-bones will harden,
grow away from me, till you and I are sure
we are both safe.

III

I spent years hiding from your face,
the weight of your arms, warmth
of your breath. Through feverish nights,
dreaming of you, the watchdogs of virtue
and obedience crouched on my chest. “Shake
them off” I told myself, and did. Wallowed
in small perversities, celebrated as they came
of age, matured to sins.
I call this freedom now,
watch the word cavort luxuriously, strut
my independence across whole continents
of sheets. But turning from the grasp
of arms, the rasp of breath,
to look through darkened windows at the night,
Mother, I find you staring back at me.
When did my body agree
to wear your face?

<strong>Scelta</strong>
traduzione di <strong>Brenda Porster</strong>

I

Potrei crescere mia figlia nella casa di quest’uomo
o nell’amore di quell’altro,
riscaldarla al sorriso di questo, svezzarla
con l’ingegno di quello,
lodare o rimproverare in un momento scelto,
in modo ponderato, dire
sì o no, vero, falso, domani
non oggi...
Alla fine, chi sarà lei
quando le scelte sono fatte,
quando chi sceglie sarà morto,
e degli uomini che amo rimangono i denti
a chiacchierare con me sottoterra?
Solo la somma di me
e di questo o di quell’
altro?
Che altro può essere se non, senza difese,
se stessa?

II

Un giorno la tua testa non troverà il mio grembo
così facilmente. La fiducia è un’abitudine che lascerai presto.
Una volta, carezzando la testa di un gattino
dentro una bruma di peluria, avevo paura
della mia stessa mano, grande e forte e tremante
dal desiderio di schiacciare.
Qui, nella forte curva del collo, nel braccio che culla,
l’amore sbircia vicino alla violenza.
La tua testa troppo fragile, bambina,
sotto una nebbia di capelli.
Casa è questo spazio sul mio grembo, fin quando il corpo si riforma,
i tessuti si stirano, la carne si fa soda.
Le tue ossa di gattino diventeranno dure, crescendo
si allontaneranno da me, finché non saremo sicure entrambe
di essere in salvo.

III

Per anni mi sono nascosta dal tuo volto,
dal peso delle tue braccia, dal calore
del tuo respiro. Attraverso notti febbrili,
sognandoti, i cani da guardia della virtù
e dell’obbedienza mi si acquattarono sul petto.
“Liberati di loro” mi dissi e così feci. Sguazzavo
in piccole perversità, festeggiai quando raggiunsero
la maturità, cresciute in peccati.
La chiamo libertà ora,
guardo la parola che se la spassa sontuosamente, sfoggio
la mia indipendenza tra continenti interi
di lenzuola. Ma voltando le spalle alla stretta
delle braccia e allo stridore del respiro
per guardare la notte attraverso vetri scuri,
madre, trovo il tuo sguardo che risponde al mio.
Quand’è che il mio corpo ha accettato
di portare il tuo volto?
<strong>
***</strong>
<strong>Woman Skating</strong>
<strong>Margaret Atwood</strong>

A lake sunken among
cedar and black spruce hills;
late afternoon.

On the ice a woman skating,
jacket sudden
red against the white,

concentrating on moving
in perfect circles.

(actually she is my mother, she is
over at the outdoor skating rink
near the cemetery. On three sides
of her there are streets of brown
brick houses; cars go by; on the
fourth side is the park building.
The snow banked around the rink
is grey with soot. She never skates
here. She’s wearing a sweater and
faded maroon earmuffs, she has
taken off her gloves)

Now near the horizon
the enlarged pink sun swings down.
Soon it will be zero.

With arms wide the skater
turns, leaving her breath like a diver’s
trail of bubbles.

Seeing the ice
as what it is, water:

seeing the months
as they are, the years
in sequence occurring
underfoot, watching
the miniature human
figure balanced on steel
needles (those compasses
floated in saucers) on time
sustained, above
time circling: miracle

Over all I place
a glass bell
<strong>
Donna che pattina</strong>
traduzione di <strong>Fiorenza Mormile</strong>

Un lago affondato
tra colline di cedri e abeti neri;
tardo pomeriggio.

Sul ghiaccio una donna che pattina,
giubbotto improvviso
rosso sul bianco,

si concentra nel muoversi
in cerchi perfetti.

(in realtà è mia madre, sta
all’aperto sulla pista di pattinaggio
vicino al cimitero. Su tre lati
ci sono strade di case in mattoni
marroni; automobili passano; sul
quarto lato c’è l’edificio del parco.
La neve ammucchiata intorno alla pista
è grigia di fuliggine. Non pattina mai
qui. Indossa un maglione e
uno sbiadito paraorecchie rosso scuro,
si è levata i guanti)

Ora vicino all’orizzonte
il sole rosa ingrandito ruota in giù.
Presto sarà zero.

A braccia aperte, la pattinatrice
volteggia, rilasciando il respiro come la scia
di bolle di un tuffatore.

Vedere il ghiaccio
per quel che è, acqua:

vedere i mesi
come sono, gli anni
in sequenza presentarsi
sotto i piedi, osservare
la figura umana in miniatura
in equilibrio su aghi
d’acciaio (quelle bussole
galleggianti sui piattini) su un tempo
prolungato, oltre
il tempo che ruota: miracolo

Sopra a tutto metto
una campana di vetro

***
<strong>Poem</strong>
<strong>Lucille Clifton</strong>

                          them bones
                          them bones will
                          rise again
                          them bones
                          them bones will
                          walk again
                          them bones
                          them bones will
                          talk again
                          now hear
                          the word of the Lord.

                          <em> Traditional</em>

atlantic is a sea of bones.
my bones.
my elegant afrikans
connecting whydah and new york,
a bridge of ivory.
seabed they call it.
in its arms my early mothers sleep.
some women leapt with their babies in their arms.
some women wept and threw the babies in.
maternal armies pace the atlantic floor.
i call my name into the roar of surf
and something awful answers.

<strong>Poesia </strong>
traduzione di <strong>Loredana Magazzeni</strong>

                               le ossa
                               le ossa risorgeranno
                               ancora
                               le ossa
                               le ossa cammineranno
                               di nuovo
                               le ossa
                               le ossa parleranno
                               di nuovo
                               ora ascolta
                               la parola del Signore.

                           <em>Canto tradizionale</em>

l’atlantico è un oceano di ossa
le mie ossa.
i miei eleganti africani
collegavano whydah e new york,
un ponte d’avorio.
lo chiamano fondo del mare
nelle sue braccia riposano le mie antenate
alcune vi saltarono coi bambini in braccio
alcune vi versarono lacrime e vi gettarono i loro figli.
eserciti di madri percorrono il fondo dell’atlantico.
io chiamo il mio nome fra il ruggito dei frangenti
e qualcosa di terribile risponde.

* Il regno di Whydah, situato sulle coste occidentali
dell’Africa, nelle vicinanze dell’attuale Stato del Benin, 
con capitale Savi, fu dalla seconda metà del Seicento uno 
dei maggiori centri attivi nel commer­cio degli schiavi. (NdT)

<strong>Autobiography </strong>
di<strong> Paula Meehan</strong>

She stalks me through the yellow flags.
If I look over my shoulder I will catch her
Striding proud, a spear in her hand.
I have such a desperate need of her –
Though her courage springs
From innocence or ignorance. I could lie with her
In the shade of the poplars, curled
To a foetal dream on her lap, suck
From her milk of fire to enable me fly.
Her face is my own face unblemished;
Her eyes seapools, reflecting lichen,
Thundercloud; her pelt like watered silk
Is golden. She guides me to healing herbs
At meadow edges. She does not speak
In any tongue I recognize.
She is mother to me, young
Enough to be my daughter.
The other one waits in gloomy hedges.
She pounces at night. She knows I have no choice.
She says: «I’m your future.
Look on my neck, like a chicken’s
Too old for the pot; my skin moults

In papery flakes. Hear it rustle?
My eyes are the gaping wounds
Of newly opened graves. Don’t turn
Your nose up at me, madam.
You may have need of me yet.
I am your ticket underground». And yes
She has been suckled at my own breast.
I breathed deep of the stench of her self –
The stink of railway station urinals,
Of closing-time vomit, of soup lines
And charity shops. She speaks
In a human voice and I understand.
I am mother to her, young
Enough to be her daughter.
I stand in a hayfield – midday, midsummer,
My birthday. From one breast
Flows the Milky Way, the starry path,
A sluggish trickle of pus from the other.
When I fly off I’ll glance back
Once, to see my husk sink into the grasses.
Cranesbill and loosestrife will shed
Seeds over it like a blessing.

<strong>Autobiografia</strong>
traduzione di <strong>Anna Maria Robustelli</strong>

Mi tallona attraverso le bandiere gialle.
Se mi guardo alle spalle la sorprendo
che cammina fiera, una lancia in mano.
Ho un bisogno così disperato di lei –
sebbene il suo coraggio spunti
dall’innocenza o dall’ignoranza. Potrei sdraiarmi con lei
all’ombra dei pioppi, rannicchiata
in un sogno fetale sul suo grembo, succhiare
dal latte di fuoco perché io possa volare.
Il suo viso è il mio viso senza macchie;
i suoi occhi pozze di mare, che riflettono licheni,
nubi minacciose; la sua pelle come seta cangiante
è dorata. Mi guida verso le erbe salutari
ai bordi dei prati. Non parla
alcuna lingua che possa riconoscere.
Mi è madre, giovane
abbastanza da essere mia figlia.
L’altra aspetta nelle siepi cupe.
Spicca un balzo di notte. Sa che non ho scelta.
Dice: «Sono il tuo futuro.
Guardami il collo, come quello di una gallina
troppo vecchia per la pentola; la mia pelle fa la muta
in scaglie di carta. La senti frusciare?
I miei occhi sono le ferite spalancate
di tombe appena aperte. Non storcere
il naso per me, signorina.
Potresti ancora aver bisogno di me.
Sono il biglietto per il sottosuolo». E sì,
lei è stata allattata al mio seno.
Ho inalato profondamente il tanfo di lei –
la puzza degli orinatoi delle stazioni,
del vomito dell’ora di chiusura dei pub, delle code
[per la minestra
e delle vendite di carità. Parla
con una voce umana e io capisco.
Le sono madre, giovane
abbastanza da essere sua figlia.
Sto in piedi in un campo di fieno – è mezzogiorno,
[metà estate,
il giorno del mio compleanno. Da un seno
fluisce la Via Lattea, il sentiero stellato,
un lento filo di pus dall’altro.
Quando volerò via guarderò all’indietro
una volta, per vedere il mio guscio affondare nell’erba.
Gerani selvatici e mazze d’oro vi spargeranno
semi come una benedizione.

* Bandiere gialle: Allusione alla bandiera storica dell’Ulster: su 
uno sfondo giallo campeggia una croce rossa con al centro una 
mano, sim­bolo araldico riferito alla conquista normanna. Servì di modello base 
all’Union Flag irlandese usata con valore legale dal 1953 al 1972. 
Dal 1972 il Governo britannico ha conferito valore politico legale
 solo all’Union Jack, ma la “Red Hand Flag” viene usata come
 bandiera provinciale, e nelle competizioni sportive. (NdT) </span></pre>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il leprotto marino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/21/il-leprotto-marino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2014 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Brenda Porster]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Biagini]]></category>
		<category><![CDATA[eva taylor]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli grimm]]></category>
		<category><![CDATA[iacopo ninni]]></category>
		<category><![CDATA[Liliana Grueff]]></category>
		<category><![CDATA[marco simonelli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[stefania zampiga]]></category>
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					<description><![CDATA[da: Nei boschi. Poesie dalle fiabe dei Grimm (Edizioni SUI, 2014). A cura di Elisa Biagini Immaginate una principessa che proprio non ne vuole sapere di prendere marito, a meno che non sia tanto abile da arrivare a lei senza farsi scoprire. Penserete che sia una sfida facile e all’altezza di qualsiasi cavaliere degno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>da:<strong> <em>Nei boschi. Poesie dalle fiabe dei Grimm</em> (<a href="http://www.edizionisui.it/">Edizioni SUI</a>, 2014). </strong></p>
<p><strong>A cura di Elisa Biagini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-49788" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/LEPROTTO-MARINO-Iacopo-copia-allegg-copia-e1416164618236-199x300.jpg" alt="LEPROTTO MARINO (Iacopo)  copia allegg, copia" width="223" height="335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/LEPROTTO-MARINO-Iacopo-copia-allegg-copia-e1416164618236-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/LEPROTTO-MARINO-Iacopo-copia-allegg-copia-e1416164618236-681x1024.jpg 681w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/LEPROTTO-MARINO-Iacopo-copia-allegg-copia-e1416164618236-900x1352.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/LEPROTTO-MARINO-Iacopo-copia-allegg-copia-e1416164618236.jpg 1800w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" />Immaginate una principessa che proprio non ne vuole sapere di prendere marito, a meno che non sia tanto abile da arrivare a lei senza farsi scoprire.<br />
Penserete che sia una sfida facile e all’altezza di qualsiasi cavaliere degno di questo nome. Invece no perché la principessa vive in un castello che è provvisto di dodici finestre da cui può vedere tutto ciò che accade nei dintorni e se dalla prima può vedere alcune cose, dalla seconda ne vede ancora di più e via, via, via fino a dodici.<br />
Novantasette cavalieri hanno già provato e novantasette pali con novantasette teste circondano il castello.<br />
Un giorno compaiono alla porta tre fratelli ma solo il terzo riuscirà nella sfida e solo perché troverà un aiuto prezioso in un leprotto di mare.<br />
È proprio un leprotto, credetemi, ma senza orecchie, perché nel mare non ha bisogno di ascoltare. È generoso con gli amici e ama infilarsi nei capelli di fanciulle tanto orgogliose quanto vanitose.<br />
Ma cosa c’entrerà mai un leprotto di mare con la storia di una principessa malvagia e i suoi spasimanti?<br />
Silenzio adesso e lo scoprirete, ma solo se resterete con le orecchie ritte e gli occhi ben aperti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-49778"></span></p>
<p>***</p>
<p style="text-align: right;"><em>… and the nothing that is.</em></p>
<p style="text-align: right;">Wallace Stevens</p>
<p>dalla finestra della torre vedevo<br />
gli alberi all’orizzonte<br />
ma erano sfuocati</p>
<p>allora feci fare<br />
un vetro più trasparente</p>
<p>dalla seconda finestra vedevo<br />
la sagoma seghettata di ogni foglia<br />
ma nascosta fra i rami<br />
c’era l’ombra di un nido<br />
di cui non scorgevo la forma</p>
<p>così ordinai<br />
un vetro più levigato</p>
<p>dalla terza finestra vedevo<br />
il tondo dei ramoscelli intrecciati<br />
con dentro, mi pareva, i pulcini<br />
ma non distinguevo la specie<br />
e neppure il numero esatto</p>
<p>allora comandai ai vetrai<br />
di molare lenti più ardite<br />
per finestre sempre più accurate &#8211;<br />
la quarta, la quinta, la sesta …</p>
<p>dalla dodicesima vedevo<br />
i piumini che foderavano il nido<br />
i tre passerotti con la gola spalancata<br />
la macchia del sole riflesso<br />
sul nero sporgente dell’occhio</p>
<p>ero finalmente soddisfatta</p>
<p>il tradimento avvenne<br />
dietro la mia nuca<br />
dentro la mia treccia:<br />
non c’era niente che non vedevo<br />
e non vedevo il niente che c’era</p>
<p><strong>Brenda Porster</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>Lepre marina non l’ho mai sentita<br />
piuttosto, sì, talvolta marinata<br />
<em>ma questa è un’altra storia</em></p>
<p>Qui feroce solitaria<br />
principessa impalatrice<br />
che tutto vede<br />
ma non sa quel che nasconde<br />
trasforma suo malgrado<br />
astuto l’animale nel suo principe<br />
ospita nella sua treccia<br />
la sconfitta</p>
<p>e come spesso accade<br />
non se lo sa spiegare</p>
<p><strong>Liliana Grueff</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>Ti aspetto davanti al trono del re<br />
vedranno le nostri mani<br />
la mia porta tre voci<br />
ognuna un nascondiglio<br />
la tua una treccia<br />
di sguardi &#8211; per non vederli.</p>
<p><strong>Eva Taylor</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p><strong>Panottica</strong></p>
<p>Ogni cesura<br />
ha un suo centro<br />
distratto<br />
origine e fine<br />
di ogni scommessa</p>
<p>Restano schegge di occhi<br />
a conservarne il perimetro.</p>
<p><strong>Iacopo Ninni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>costruisco un velo<br />
per il mio spazio<br />
lontano dalle lenti<br />
che scrutano</p>
<p>lo faccio non visto<br />
come l’aria<br />
con punti di luce<br />
ben stretti<br />
pronti a reggere<br />
gli attacchi<br />
e lasciar crescere<br />
gli impasti dentro</p>
<p>un piccolo animale goffo<br />
non lo considerano un rischio<br />
e così io mi salvo</p>
<p><strong>Stefania Zampiga</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p><strong>Leprotto marino: una ricetta</strong></p>
<p>Private il leprotto marino delle lische e dei rognoni<br />
avendo cura di passarlo e ripulirlo sotto l’acqua<br />
e lasciatelo essiccare sotto il sole per due ore.<br />
Sul tagliere, ridurlo poi a dadini. In una casseruola<br />
scaldare l’olio e l’aglio e farlo rosolare e sfrigolare.<br />
Chiudete col coperchio per evitare schizzi arroventati.</p>
<p>Non vi spaventate se sentirete gemiti uscire dal tegame.<br />
Eventualmente tappatevi le orecchie. Dopo un’ora<br />
di cottura a fuoco lento, qualora vi sembrasse pronto<br />
toccate la poltiglia con la punta di un coltello.<br />
Può darsi fuoriesca uno sbuffo di vapore, state attenti,<br />
è come un geyser brusco che brucia sottoterra.</p>
<p>Il leprotto marino va consumato freddo. Dicono gli indigeni<br />
sia ottimo nei mesi dei monsoni insieme al tè di frutta.<br />
Secondo l’etichetta, grattarci il parmigiano fa cafone.</p>
<p><strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Immagine di</strong> <strong>Liliana Grueff</strong></em>.</p>
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		<title>Dove tornano i mondi immaginari</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2012 22:42:01 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: right"><strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>“Ci aiuta a vedere il mondo reale/ visualizzare un mondo fantastico” ha scritto il poeta americano Wallace Stevens. Il mondo fantastico in cui ci spingiamo ha un rapporto di prossimità con il nostro contingente, avviene in quel luogo dove l’altrove, preconizzato più che manifesto, si incontra con la comune quotidianità – il noto si confonde con l’ignoto, in una zona di confine che non separa affatto, ma si lascia più volte attraversare.<br />
Su questi margini nascono, si addensano le storie.<span id="more-44459"></span><br />
Su questa vaga frontiera un piede è ben saldo nell’ordinario, l’altro si avventura in una terra interiore. Quale dei due terreni è più stabile, più reale? Ogni nuovo viaggiatore avrà al riguardo la sua opinione. Noi preferiamo indugiare ancora un poco in quello spazio marginale che definisce l’attesa. Attendiamo di addentrarci o di uscire dal bosco. Il rintocco della mezzanotte o un passo straniero. Un animale che ci guidi nell’intrico dei roveti o sulla gigantesca superficie del mare.</p>
<p>Della sostanza di questa attesa sono fatte le fiabe. La loro ricchezza di situazioni magiche, straordinarie e al tempo stesso l’indeterminatezza dei loro scenari ridotti ai nomi comuni – la foresta, il villaggio, il palazzo del re – ne fanno perfetta materia simbolica, esemplificativa di un viaggio esperienziale. Così le fiabe restano nell’immaginario collettivo, anche se non le abbiamo lette, se nessuno ce le ha raccontate da bambini o abbiamo un’idea approssimativa di chi siano Basile, Perrault, i Grimm, Andersen o Afanasev, per citare i più importanti tra gli autori delle fiabe letterarie. Permangono non tanto per la loro presunta antica origine orale, questione tanto dubbia quanto dibattuta in campo accademico (1), quanto per la loro capacità di riprodursi da almeno due secoli, trasformandosi fin nella contemporaneità. Che elementi di variegate tradizioni orali sopravvivano congiunti al genio e all’inventiva letteraria degli autori, è in questo senso secondario rispetto all’impatto sulla sensibilità, la fantasia e perfino la memoria di chi nuovamente le incontra. Una fiaba ci immerge in un mondo familiare, improvvisamente ostile o meraviglioso, chiede al suo lettore di guardare sempre un po’ oltre e molto dappresso, qualsiasi cosa accada &#8211; di abbeverarsi alla fonte della propria speranza.</p>
<p>Convinta di questo e da sempre innamorata dell’universo fiabico ho deciso, nell’anno che celebra il bicentenario di quel primo volume di ottantasei fiabe a firma dei Fratelli Grimm, di coinvolgere scrittori e blogger in un esperimento online, aprendo, circa un anno fa, il blog FIABE (2) e chiedendo ad ognuno di ripercorrere tramite l’esperienza personale una fiaba, classica o proveniente dalla tradizione locale. L’esperimento non è nuovo: nel 1998 esce <em>Mirror, Mirror on the Wall: Women Writers Explore Their Favorite Fairy Tales</em>, curato dalla scrittrice Kate Bernheimer, in cui note scrittrici come A.S. Byatt, Margaret Atwood o Joyce Carol Oates, tornano sui sentieri delle loro fiabe preferite. Ero tuttavia molto curiosa di vederne i risultati in ambito italiano, dove la fiaba è meno frequentata rispetto a contesti nordeuropei o americani, e, soprattutto, rivolgendomi ad autori nati grossomodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta – un arco generazionale più a contatto con la disneyficazione del fiabesco, o con la sua diffusione tramite altri media diversi dal libro, come le audiocassette Fabbri delle Fiabe Sonore.</p>
<p>Sono arrivati così <em>I musicanti di Brema</em>, vecchi animali malandati, non voluti eppure ancora con una loro sorte bizzarra da assolvere o fallire, traslocati in una biblioteca di paese nell’Appennino tosco-emiliano di Azzurra D’Agostino; la pericolosità e il richiamo del desiderio, dell’essere altro da sé e in questo smarrirsi, nelle<em> Scarpette rosse</em> di Marilena Renda; una <em>Cenerentola</em> non più sottomessa, ma liberata nella lettura vendicativa di Marco Simonelli, che rende alla fiaba la sua giusta crudeltà; la <em>Cappuccetto Rosso</em> gioiosa di Renata Morresi, che si ribella in fuga da tutte le esistenze, le punizioni e le assoluzioni che le sono state attribuite; il conflitto femminile, ma sotto il patronato maschile da cui non c’è scampo, che volge inevitabilmente una donna nella sua rivale, della <em>Biancaneve</em> di Cristina Babino; la sopravvivenza e l’affermazione individuale, attraverso mascheramenti che la portano dall’umiliazione al riscatto, della <em>Pelle d’Asino</em> di Francesca Bertazzoni; il sonno protettivo, epifanico della<em> Rosaspina</em> chiusa in un bosco di rovi, come in una camera infantile, di Franca Mancinelli; la <em>Raperonzolo</em> sapiente e selvatica di Patrizia Dughero in cui si riflettono altre donne fantastiche, da Melusina alle Agane dell’Italia nord-orientale. E ancora il mistero dell’altro bestiale in cui si riconosce la <em>Bella</em> di Mariasole Ariot, disarmata, più che guidata, dalla figura paterna; il disvelamento di tutte le apparenze e il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce, ne <em>Il guardiano dei porci</em> di Viviana Scarinci; una fiaba segreta di luce e ignoranza, nel gelo nudo de<em> La chiave d’oro</em> di Tiziana Cera Rosco; o la vicenda de <em>Il tenace soldatino di stagno</em> di Mariagiorgia Ulbar, soldato vero stavolta, che si ripara dalla follia della guerra nella scrittura di un diario. Gianni Montieri e Lidia Riviello si confrontano con la leggenda del <em>Pifferaio magico</em>, portata nel nostro più immediato e cogente contesto attuale, concentrandosi l’uno sulla prospettiva dei bambini, qui piuttosto adolescenti inquieti, e sulla musica perduta, così come sulla dimensione sognante dell’infanzia; l’altra sulle bugie e gli inganni sciagurati del sindaco della città-paese, che caccia da sé la gioventù e quindi la possibilità di cambiare, diventare migliori perfino. C’è anche chi ha scelto fiabe meno note al grande pubblico, mutuate dalla tradizione popolare italiana: così Chiara Catapano spedisce tre cartoline da <em>Sassolungo</em>, vetta delle Dolomiti che si confonde nella fisionomia di un gigante ladro e bugiardo; mentre Vanni Santoni si cimenta con le variazioni orali e la censura subita in ambito familiare dalla <em>Capra ferrata</em>, spauracchio rimesso in riga da un uccellino linguacciuto. Non fiaba, ma ricca di elementi fiabeschi e assimilata, al pari di altre avventure per l’infanzia, dall’immaginazione occidentale come qualcosa che è “sempre stato lì”, incontriamo anche la Dorothy de<em> Il mago di Oz</em>, rapita o tratta in salvo dalle scimmie volanti nel racconto di Paolo Triulzi. Infine due celebri gatti che diventano a loro modo la parte migliore dell’umano: la partenopea<em> Gatta Cenerentola</em>, che si mescola al ricordo infantile di Giovanni De Feo dell’amore per “l’altro” animale, più caro nella sua pelliccia che non nell’abito sociale della famosa ragazza coperta di cenere prima, di ricchezze poi; e la scaltrezza de <em>Il gatto con gli stivali</em> di Vincenzo Bagnoli, maestro dell’invenzione di sé, rocambolesca, rischiosa, temeraria, che permette il ribaltamento ironico del mondo come dei destini – permette al futuro di dover essere ancora sognato.</p>
<p>Le vie fantastiche del blog si sono incrociate con il laboratorio di poesia condotto da Elisa Biagini proprio attorno ad una fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel, cui io stessa ho dedicato il mio scritto. Per due giorni i dieci partecipanti hanno accettato di perdersi nel bosco come i due bambini, recuperando indizi, la strada di casa, in forma di tracce poetiche, qui incluse nella sezione finale.</p>
<p>Oggi le fiabe fino ad ora raccolte diventano un piccolo libro, un talismano per ripensarci bambini, tornare a quel primo afflato, slancio verso le cose, consapevoli del tremendo che ci circonda come della sorpresa, capaci soprattutto di immaginare il passo successivo, fuori dalla foresta, dal castello, dalla pelle malconcia, dagli stivali vecchi, dalla cenere, dal tornado, dalla neve, dal naufragio, dalle calzature strette, dalla montagna, dal cumulo di neve, dalla stia, dalla lingua attorcigliata – a casa.</p>
<p><em>Note</em><br />
1) Si vedano ad esempio i libri di Ruth Bottigheimer, <em>Fairy Tales. A New History</em> (State University of New York, 2009) e il più recente di Willem de Blécourt, <em>Tales of magic, tales in print. On the genealogy of fairy tales and the Brothers Grimm</em> (Manchester University Press, 2012).<br />
2) <a href="http://fiabesca.blogspot.it/" target="_blank">http://fiabesca.blogspot.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><em>Di là dal bosco. Andata e ritorno nel paese delle fiabe.</em> A cura di Francesca Matteoni. Dot.com Press / Le Voci della Luna: Sasso Marconi (BO), 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
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