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	<title>bruno galluccio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La misura dello zero (Bruno Galluccio, Einaudi 2015) &#8211; La nostra Albedo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2016 13:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Claudia Iandolo La raccolta ha la struttura di un poema articolato in cinque sezioni: Misure, Sfondi, Matematici, Transizioni, Curvature. L’opera, dunque, si riallaccia al genere antichissimo delle Teogonie/Cosmogonie ( Esiodo e ancora prima al poema babilonese Enuma Elish), senza dimenticare i Περί Φύσεως dei filosofi presocratici, i cosiddetti fisici. La Misura dello zero è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudia Iandolo</strong></p>
<p>La raccolta ha la struttura di un poema articolato in cinque sezioni: Misure, Sfondi, Matematici, Transizioni, Curvature. L’opera, dunque, si riallaccia al genere antichissimo delle Teogonie/Cosmogonie ( Esiodo e ancora prima al poema babilonese Enuma Elish), senza dimenticare i Περί Φύσεως dei filosofi presocratici, i cosiddetti fisici. La Misura dello zero è un’opera unitaria con la quale Galluccio recupera la sintesi tra poesia e scienza, intesa quest’ultima nella sua più vasta accezione di conoscenza, posto che non è possibile discutere della natura dell’uomo e del suo destino se non si discute della natura delle cose (ovvio il riferimento all’unico trattato di questo tipo pervenutoci in lingua latina, il De rerum natura di Lucrezio Caro). Il libro è accattivante fin da titolo, qual è, infatti, la misura dello zero? La parola deriva dal latino zephirum che adatta l’arabo sfr cioè nulla, a sua volta derivato dal sanscrito śūnyá cioè vuoto. Come si possono misurare il nulla e il vuoto? Sembra un gioco di parole, ma è invece una sfida di carattere scientifico, lo zero coincide con il punto zero: lo stato di vuoto o di energia zero è uguale all’energia potenziale del vuoto che non è un vuoto assoluto ma un pieno totale. Esattamente lo stesso concetto di Chaos greco da cui tutto nasce. Anche la differenza tra lo zero in matematica e lo zero in fisica è solo apparente perché in entrambe le discipline la sua scoperta ha aperto all’umanità possibilità insperate: “Contro gli eccessi dei luoghi aperti/ che portano strade di troppe cifre/ si leva l’invenzione dello zero/ sul vuoto finestra quasi ellittica/occasione del niente/ quantità e pura meraviglia/ si pone fermo ad impedire/ ogni tentativo di moltiplicazione/ varco di sbarramento ai naturali/ simbolo da eresia/ pone un numero al vuoto/ una misura”.<br />
Misura è come detto, anche il titolo della prima sezione che si apre con un riferimento al matematico russo Lobacevskij fondatore di una geometria non Euclidea. La misurazione tradizionale, se per misurare intendiamo capire la realtà accertandone razionalmente i limiti, non basta più. Non basta, ad esempio, a circoscrivere il vuoto, che in termini psicologici l’autore definisce come abbandono “oggi sappiamo che il vuoto non esiste”. Ovunque esiste una materia fluttuante in termini di quanti. Né a definire la morte “ La morte non è che ricongiungersi all’infinito”, scrive ancora Galluccio a pagina sette. Ma proprio quando tutto sembra perduto ed ogni verità affidata ad una sorta di navigazione a vista, la specie umana, che dal barocco in poi vive l’angoscia derivante dalla fine dell’antropocentrismo e del geocentrismo, ritrova una centralità (e forse un senso) inaspettati “quando la specie umana sarà estinta/ quell’insieme di sapere accumulato/in voli e smarrimenti/ sarà disperso/ e l’universo non potrà sapere/ di essersi riassunto per un periodo limitato/in una sua minima frazione.” A mano a mano che si procede nella lettura si capisce che la misurazione è innanzitutto un atto di esplorazione del mondo e dunque del sé in relazione con esso. Un atto tradotto sempre e comunque in un alfabeto simbolico, quello del mito prima, della matematica e della fisica poi. Ma fare calcolo, indagare è un processo anch’esso esponenziale, che non avrà mai fine perché ogni volta l’uomo si troverà di fronte “alla dignità dell’incognita”. La poesia che chiude la sezione rimanda per certi aspetti visionari a Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Dinanzi al mistero dell’universo, della materia e dell’antimateria, di tutto quanto non è possibile cogliere ad occhio nudo, rimane la meraviglia “Così tanta parte dell’esistente si sottrae/ mentre nutre la nostra meraviglia”. La seconda sezione, Sfondi, affronta il tema del tempo e della materia, due argomenti strettamente correlati. Nulla, infatti, più della corrosione materiale denuncia il passare del tempo. Il pensiero occidentale, da Platone in poi, ha proposto il modello di un mondo fisico e corruttibile in antitesi alla morte. Ma oggi sappiamo che è proprio la materia ad essere indistruttibile nonché intelligente: “ poi liberi affrancati/ sottratti a collaborazione ancestrale/ all’obbiettivo sottile si lasceranno/ dimessi migreranno verso altri agglomerati/ oppure tentati come in principio al caos/non più cellule messaggi in DNA cifrati soltanto/ idrogeni ossigeni carbonii.”. La precarietà della vita umana, la sua fragilità consistono nel fatto che il tempo è un eterno presente come si legge a pagina ventinove. Gli sfondi del titolo rimandano, ancora una volta, ad una molteplicità di accezioni: sfondo è ciò che in architettura è pensato per essere riempito, ma sfondo è anche ciò che si percepisce più in lontananza, che appare sfocato. Sfondo è ciò che caratterizza la struttura narrativa di un film, di una recita, di un romanzo. Tutto ciò che tiene in piedi una trama altrimenti destinata a sfaldarsi: “&#8230; il filo del racconto diventa un cesello/ per collegare le persone trattenerle/ tenere insieme il tempo”. Lo sfondo è forse ciò che l’occhio umano crea chiamandolo realtà. La terza sezione, Matematici, è dedicata a tre grandi visionari, Pitagora, Galois e Gödel. Il grande filosofo greco è rappresentato mentre immagina la matematica come una lingua per decifrare il mondo: “ Dimostrare è possedere/ una parte di mondo dopo averla osservata/ condividere una regione del linguaggio”&#8230;)<br />
Evariste Galois, morto a vent’anni in duello, è il prototipo del genio romantico, incompreso e ribelle, che vive fuori dal tempo, che riesce a vedere dove gli occhi degli altri non arrivano, che parla al futuro.<br />
Kurt Gödel è il genio grazie al quale “indeterminato e indecidibile/ fanno irruzione nel mondo”.<br />
Anche la quarta sezione affronta, a nostro parere, un topos della letteratura occidentale, quello della metamorfosi.<br />
Trans- ire, infatti, significa passare da uno stato o condizione ad un altro, ma anche da un livello energetico ad un altro. Il concetto di natura ondulatoria della materia contiene in sé l’idea del probabilismo, dell’influenza del caso nei fenomeni materiali, di un Dio che, parafrasando una celebre dichiarazione di Einstein, gioca a dadi. La realtà appare in forme che si sottraggono di continuo al nostro tentativo di possederle. L’angoscia è riassunta in uno incipit di rara e straordinaria potenza espressiva “Il presente mi manca”, a pagina settantaquattro. Curvature, l’ultima sezione, rappresenta, senza dubbio, la parte più intimista dell’opera. Il tono si scioglie in un’angoscia trattenuta. Le liriche sono unite da un invisibile fil rouge che è costituito dall’uso del te. È come se il poeta si rivolgesse ad un altro sé o ad un altro da sé, che è possibile incontrare solo nelle curvature spazio-temporali che ogni giorno ci sorprendono, quelle della memoria. Il poeta segue e insegue una sorta di doppio guardandolo a distanza. Anche se il vuoto non esiste in termini fisici e matematici, l’orrore che l’idea di esso genera è evidente (l’horror vacui è ancora un tema topico della letteratura occidentale). La realtà, fatta di fermate all’autobus, di Montaliane coincidenze, si rivela inafferrabile, o “Incredibile e mai creduta”, come scrive il poeta genovese in Satura. Tutte le vite possibili si declinano in una sola, schiacciata dal e nel non senso della gravità, da leggi fisiche che non si superano. Tutto finisce nella frazione di luce che siamo capaci di riflettere. Albedo, la lirica finale, è costituita da quattro frammenti, perché solo alla frammentarietà del dettato è possibile affidare una qualche, seppur fragile, conclusione.<br />
La misura dello zero è un’opera perfetta, nel senso etimologico del termine, un’opera pensata come un trattato filosofico e che come tale deve essere affrontata. La poesia di Galluccio rinnova il lessico e rompe con il “poetichese”, rilanciando il senso di una scrittura in grado di affrontare temi universali.</p>
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		<title>Verticali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 12:00:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-26585" title="galluccio_copj13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/galluccio_copj13.jpg" alt="galluccio_copj13" width="200" height="345" /></p>
<p>di <strong>Mario de Santis</strong></p>
<p><em>Non è questa la forma dello spazio / qui le verticali sono chiuse</em>: sono due versi chiave del percorso che Bruno Galluccio ha raccolto nel suo primo libro, Verticali (Einaudi, 2009). Di formazione e per mestiere ﬁsico impegnato nell’industria spaziale e assieme attivo come piccolo editore di poesia, Galluccio costruisce un libro che, in diversi tempi, muove dal lirico e dall’inﬂuenza del pensiero scientiﬁco per avviare una ricerca di senso alla luce della crisi di entrambe le forme del pensare. La luce <em>massacra l’ombra / del lato rovescio del pensiero</em>. Il pensiero e il suo rovescio da subito in Galluccio sono dualità che non è però dualismo. Dalla matematica arriva un sostrato di immagini, concetti, metafore. Il pensiero razionale è emblema di una scelta di visione: <em>esercizio lungimirante / fare calcoli sulle parti”, ma presto “impariamo che non possiamo sommarci subito</em>. Difﬁcile la riduzione dell’esistere a una formula. La somma che dall’Io va al noi (l’universale a cui tendeva anche l’assoluto io della lirica) è invece nella costruzione di un linguaggio che muove dalla scomposizione dell’esperienza del conoscere: <em>versare sguardi nel cielo improvviso / con la domanda ancora incompleta</em>.<br />
<span id="more-26584"></span><br />
Galluccio adotta un registro linguistico vario, con metafore di grande forza visiva e cortocircuiti logico-sintattici, ma lo fa in modo nuovo, approdando a una sorta di sperimentazione senza sperimentalismi, una poesia che viene dopo la lirica: <em>lo spazio diveniva visibilmente più curvo / secondo alcuni per un recente addensarsi della materia / ma intanto ci si chiudeva nel quotidiano</em>. La posta in gioco infatti – e non solo per la poesia – è un’urgenza esistenziale, non cognitiva, presagio di catastrofe: <em>il cielo è costellato di fratture /&#8230; potrebbe aprirsi / ora</em>. Lo sguardo – come testimonia la seconda sezione, <em>Proiezioni</em>– tende a spostarsi verso il qui, l’<em>abisso di minuzie</em>. È lo spazio umano, universo circoscritto ma inesauribile, fatto dalla nostra verticalità chiusa nell’esistenza concreta dei viventi in una storia: la tensione a conoscere si volge allora a <em>trovare nella tua cornice presente il mio passato</em>. È questo il nuovo spazio inﬁnito da indagare anche dopo la scienza: <em>si può scrutare nel proprio passato / come in un cielo di stelle</em>. Osservare, nel suo farsi, la gravità dell’esistere, la pesanteur delle assenze, dei ricordi, degli sfuggenti rapporti con l’Altro, ﬁno a trovare una forma alla poesia: <em>il baricentro della notte tenta di spostarsi verso la luce / i ricordi si insediano nella regolare geometria del tempo</em> e <em>la composizione spinge verso la metrica / il timore si affolla alla porta del silenzio</em>. Non si tratta di restaurazione, ma del superamento della metaﬁsica. Senza cercare una Lichtung dell’Essere, senza fede nelle varie forme della razionalità o in un’ideologia del reale, la poesia è ciò che sopravvive ai paradossi del pensiero e si fa registro dell’umano, come si comprende nel poemetto che Galluccio dedica al matematico degli insiemi George Cantor.</p>
<p>Il registro di <em>Verticali</em>, infatti, nella sezione eponima, diventa approdo alla matericità, l’uso del verso libero tende a una maggiore regolarità, meno vertiginose le immagini, ﬁno a un’ombra di realismo (<em>il cerchio si chiude con estrema fatica / nei supermercati ﬁssano sconti alle casse / non è questo il cerchio che si cercava / questa selva di saldi</em>). La <em>dimensione piana</em> della città degli uomini, con le tessiture familiari, è accettata come spazio unico per l’esistenza, sorta di ﬁnitudine ma con inﬁnite sfumature. Domina in queste poesie un sentimento di decomposizione, di slittamento, di inafferrabilità (<em>perdi i riferimenti spaziali / le frasi cadono smozzicate&#8230;</em>) ma il linguaggio della poesia tenta una rideﬁnizione degli insiemi umani a partire da una posizione di estrema singolarità e di dolorosa non-coincidenza con l’Altro (<em>non abbiamo più lo spazio per incontrarci</em>). La trama del testo si fa spazio di assorbimento di un diverso e inquieto principio di identità: <em>Non ho sonno. Non so pregare / accolgo la solitudine di ogni singola onda</em>.</p>
<p>Galluccio punta a indicarci l’Io come una sorta di essente sgusciato da ogni illusione di identità, che non è frutto del tragico né frutto di cogito. Nel testo ﬁnale è scritto <em>Mi lascio dietro</em>: con una capriola sintattica per tracciare un’orma di sé in una prospettiva di precarietà temporale, tra passato in dissoluzione e futuro da ricordare in quel che c’è del presente. Come di fronte a un mare-tempo l’io si fa ﬁgura dal passo lieve e pesante che ricorda certe ﬁgure di Giacometti e <em>se qualcuno dicesse / che c’è un domani distinto / da questa impronta lo sentirei menzogna</em>. Lo sguardo si fa impersonale: l<em>e solitudini sﬁlano sul bagnasciuga</em>, e qui (quel-che-resta-del) l’Io, con un gesto quasi ironico verso i paradossi della logica e della matematica, conta <em>l’unicità delle conchiglie</em>.</p>
<p>Nessun legame con altri detriti marini novecenteschi, né osservazione tecnica della natura. La potenza dell’Io lirico e dell’Io logico si dissolve, la poesia è il campo di forza senza potenza di singolarità affondate nel biòs, la costruzione del linguaggio della poesia come uno degli atti materici che attendono e assieme preludono un ethos a venire: <em>potrei farmi pantano e sonda che pesca / la conchiglia che accoglie tutte le acque</em>. Una solitudine ci accomuna, noi viventi, ed è fatta, sembra dirci Galluccio, dell’inﬁnitezza della nostra nuda, ﬁnitissima vita. L’etica, legata anche a un diverso spirito della conoscenza, riparte da qui: da ogni detrito verbale e materiale che spinge l’io, ormai scomposto, verso l’aperto.</p>
<p><strong>Bruno Galluccio, Verticali, Einaudi, Torino 2009, pp. 120, E 12,00.</strong></p>
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