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	<title>Bruno Latour &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 12:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Il progetto irrealistico e catastrofico di Trump è da inquadrare nel declino dell'egemonia statunitense e della fine della tecnocrazia, come via privilegiata al sogno americano. Per una lettura attuale di "Caos e governo del mondo" di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[</em><em>I tempi sono oscuri e spaventosi. Non basta più stare dentro i ruoli assodati e fare bene il proprio lavoro. Ci sono strumenti da condividere e ci sono stili di pensiero e d’azione da salvaguardare. Non sappiamo ancora chi si servirà di cosa. Ma prepariamo il terreno. Ho cominciato la serie con </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/01/20/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-1/">questo pezzo</a>, pubblicato il giorno dell’investitura di Trump. a. i.]</em></p>
<p>di<b> Andrea Inglese</b></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong></p>
<p>Il <strong>Trump</strong> del secondo mandato non è solo il nome del declino palese dell’egemonia statunitense e dell’ordine mondiale a essa connesso, ma ne è probabilmente anche il precipitatore, il fattore accelerante. Questo è almeno il quadro entro cui è leggibile la politica estera dell’attuale presidenza. Io vorrei, però, mettere in relazione questa <strong>gesticolazione imperialista degli Stati Uniti</strong> e una tendenza di fondo che emerge nella sua politica interna, ossia l’attacco nei confronti delle istituzioni scientifiche e del contropotere costituito dai media cosiddetti <em>mainstream</em>. Su tale fronte, di guerra dichiarata nei confronti dei “nemici interni”, l’azione di Trump indica una più generale modalità di governo, che potremmo anche chiamare di “populismo autoritario”, ma che s’iscrive, in sostanza, in una <a href="https://www.newyorker.com/magazine/dispatches/what-does-it-mean-that-donald-trump-is-a-fascist">concezione neofascista</a> dei rapporti tra potere dei governanti e popolazione. Pur emergendo all’interno delle istituzioni di una democrazia liberale, l’autoritarismo populista alla Trump aspira allo smantellamento puro e semplice dei vincoli legali e dei contropoteri effettivi, sociali e culturali, che prevengono e ostacolano un esercizio dittatoriale del potere. (Spiegherò in una glossa, perché non ho nessun imbarazzo a parlare di neofascismo, e a identificarlo come una tendenza manifestamente presente nell’azione di tutta una serie di capi di governo attuali – da Putin, ovviamente, a Netanyahu o Erdogan – che agiscono, “ufficialmente”, all’interno di regimi più o meno democratici.)</p>
<p>Se nel corso del Novecento, le <strong>istituzioni scientifiche</strong> (università, laboratori di ricerca, ecc.) sono state sottoposte a critica sociale, e più in generale a una critica delle loro inevitabili matrici ideologiche, ciò non toglie che la libertà accademica e tutta una serie di procedure, collettivamente discusse, di verifica e di prova, hanno permesso alle varie discipline di evolvere, rettificarsi, e creare anche i propri anticorpi nei confronti dei diversi poteri (economici, politici, religiosi, ecc.) che le possono condizionare. Ma questo è vero anche per il “quarto potere”, quello dell’informazione attraverso<strong> i media di massa (stampa e televisione)</strong>. Nella storia della controcultura statunitense degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio, i mass media sono rappresentati sia come delle macchine condizionanti e di propaganda, sia come degli strumenti di controllo democratico, in grado di denunciare le derive autoritarie sempre in agguato nelle politiche di governo. (Il caso Watergate rivelato dai giornalisti Woodward e Bernstein del quotidiano nazionale “Washington post” portò alle dimissioni di <strong>Richard Nixon</strong> dalla presidenza. L’inchiesta cominciò nel 1972, non impedì la rielezione di Nixon, ma lo scandalo che suscitò costrinse alla fine il presidente a dimettersi nel 1974.) Né la ricerca scientifica, né l’attività giornalistica sono di per sé baluardi della democrazia o pratiche al servizio della popolazione, ma lo possono diventare in seguito al diffondersi di una cultura democratica. E in ogni caso, la loro autonomia è sempre stata, almeno <em>in linea di principio</em>, difesa dalla maggioranza della classe politica affermatasi nel Dopoguerra.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Il </em>New Deal<em> internazionale e l’affermazione dell’egemonia statunitense</em></p>
<p>In un libro da poco uscito (<em>Pensare dopo Gaza</em>, Timeo, 2025) e di cui Nazione Indiana ha pubblicato un estratto, <strong>Franco Berardi “Bifo”</strong> scrive: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà”. Possiamo essere del tutto d’accordo che il massacro da parte israeliana della popolazione di Gaza e il progetto di pulizia etnica che lo accompagna costituiscano il fallimento completo del progetto dei paesi occidentali e degli Stati Uniti, in particolare, di farsi garanti, politicamente, economicamente, militarmente di un “universalismo della democrazia”, ossia di un diritto internazionale basato su principi democratici. È importante, però, al seguito di una tale affermazione, ricordare due cose: “l’universalismo della democrazia” s’impone in realtà a partire da una provincia specifica del mondo (gli Stati Uniti) e in un periodo storico preciso (dopo il 1945). In altri termini, con l’affermarsi a livello mondiale dell’egemonia statunitense su quella britannica, vi è anche un modello di “democrazia” (la democrazia cosiddetta liberale) interna agli Stati e nelle relazioni “interstatali” (basate sui principi del diritto internazionale) che si diffonde dal centro alla periferia, dal Nord al Sud del mondo. Che ci piaccia o no, questa forma di “democrazia” è storicamente legata alle vicissitudini dell’egemonia degli Stati Uniti, e non è un caso che, proprio questo paese, oggi la ritenga “sacrificabile”, dal momento che la sua supremazia mondiale è messa in discussione, almeno sul piano economico, sociale e culturale.</p>
<p>Mi riferisco qui al lavoro che <strong>Giovanni Arrighi</strong> e altri studiosi del capitalismo hanno realizzato intorno alla nozione di “economia-mondo” e alla sua evoluzione storica in relazione alla teoria dei cicli egemonici. Per quel che m’interessa qui mettere in luce è sufficiente rinviare a un libro che è stato recentemente ripubblicato: <em>Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari</em>, a firma di <strong>Arrighi e Beverly J. Silver</strong>. Nel 2024, Mimesis ha reso disponibile l’edizione italiana di questo lavoro apparso per la prima volta negli Stai Uniti nel 1999. Non ho intenzione di addentrarmi né nell’armamentario teorico-metodologico di Giovanni Arrighi né nella presentazione generale del libro appena citato. È sufficiente ricordare che, in controtendenza rispetto a quanto decantavano gli analisti di geopolitica in quella fine secolo (le Torri gemelle svettavano ancora solidamente nel cuore di Manhattan), i due autori annunciano i rischi di caos sistemico che sono inerenti alla perdita di egemonia delle superpotenza statunitense, nel momento stesso in cui essa sembra trionfare su qualsiasi altra nazione e modello politico-economico del pianeta.</p>
<p>La perdita di egemonia ovviamente non significa un indebolimento immediato della supremazia <em>militare </em>degli Stati Uniti. Per <strong>Gramsci</strong>, l’egemonia è quel sovrappiù di potere che un gruppo sociale dominante può accaparrarsi, quando convince che il perseguimento dei propri interessi favorisce anche gli interessi dei gruppi subordinati. Quando questa credenza viene meno nei gruppi subordinati, si ha un “dominio senza egemonia”. Il gruppo dominante s’impone sul resto della società in virtù esclusivamente della sua forza. Nel contesto dell’economia-mondo e della leadership internazionale, l’applicazione di tale teoria permette di descrivere come uno Stato riesca a persuadere gli altri non solo della sua maggiore forza (economica, militare), ma anche dei vantaggi “universali” che una sua leadership garantirebbe. Così Arrighi e Silver: “il termine ‘leadership’ è usato per descrivere il fatto che uno stato dominante guidi il <em>sistema</em> in una direzione voluta, e che sia opinione comune che facendo ciò persegua un interesse generale”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti soppiantano l’Europa e in particolare il Regno Unito nella “guida” del mondo, non lo fanno vendendo il semplice “sogno americano”, come pacchetto puramente inconsistente di illusioni. Se il sogno è stato venduto per almeno mezzo secolo, ciò vuol dire che esso riposava su qualche elemento concreto. Il sogno, in effetti, è accompagnato da alcune importanti <em>istruzioni per l’uso</em>, istruzioni che gli stessi Stati Uniti applicano in casa loro e s’impegnano ad applicare nei paesi che accolgono quel medesimo sogno. “L’esatta natura della riforma globale sostenuta dagli Stati Uniti fu molto influenzata dall’esperienza del New Deal. Il cuore della ‘filosofia’ del New Deal ‘stava nel fatto che solo un governo forte, benigno e tecnico poteva assicurare al popolo ordine, sicurezza e giustizia’ (Schurmann 1980, p. 56)’”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Potremmo notare, rispetto alla citazione di Franz Schurmann, che il governo Trump 2 si presenta come debole (alcuni suoi decreti sono immediatamente ostacolati dalla giustizia a e dalla stessa amministrazione americana), malevolo (colpisce esplicitamente alcuni gruppi sociali che fanno parte della popolazione) e incompetente (l’équipe di governo ha già suscitato scandalo per attitudini dilettantesche e persino rischiose sul piano della sicurezza nazionale). Ma questo rovesciamento di attitudine è altrettanto palese sul piano della politica estera: minacce di estensioni territoriali, indebolimento o tradimento delle alleanze storiche, rappresaglie commerciali per trionfare nella partita della competizione mondiale. La classe politica che si è schierata con Trump ha preso atto che non solo il “New Deal” non è più realizzabile né a livello nazionale né a livello globale (la competizione sui mercati mondiali non lo permette, a fronte, per altro, di nuovi sfidanti), ma anche la riserva di “credibilità” in una guida statunitense del mondo considerata come “vantaggiosa” per altri Stati (del Nord o del Sud) si è del tutto consumata. Il sogno americano, una volta che le istruzioni per l’uso si sono rivelate inservibili o anacronistiche, appare come una pura illusione, un’insopportabile impostura. Se questa è la situazione del paese, allora i trumpiani si dicono che il governo dentro e fuori casa si farà con la pura forza: la minaccia poliziesca o quella militare.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Meno scienza e giornalismo, più Intelligenza Artificiale e piattaforme</em></p>
<p>Il secolo americano si aprì sullo sfacelo che il fascismo e la guerra mondiale avevano prodotto sia sulla borghesia capitalistica sia sulla popolazione dei lavoratori. A ciò si aggiungevano le tensioni non certo sopite che la rivoluzione comunista continuava a produrre nel mondo attraverso la sua portavoce principale, ossia l’Unione Sovietica. È solo in virtù di tale sfacelo, che le classi capitalistiche riconobbero l’utilità di tutta una serie di istituzioni scientifiche e giuridiche. Queste ultime potevano agire come elementi “risolutori”, sia sul piano delle politiche tra Stati (evitando nuove guerre mondiali) sia su quello delle politiche tra classi (evitando nuove rivoluzioni). Così Arrighi e Silver:</p>
<p style="padding-left: 40px;">L’esperienza del New Deal non insegnò ai politici statunitensi soltanto l’importanza di un governo interventista; suggerì anche quale tipo di istituzioni governative fosse più adatto a disinnescare questioni sociali e politiche esplosive. La soluzione istituzionale preferita dal New Deal interno fu l’agenzia regolatrice “neutrale”, che reinterpreta i conflitti sociali e politici come problemi tecnici di efficienza e produttività. A livello globale, analogamente, gli Stati Uniti sostennero la proliferazione di organizzazioni regolatrici internazionali “neutrali” finalizzate ad affrontare una pletora di problemi sociali e politici potenzialmente esplosivi.<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p>Siamo alle origini, quindi, di quella che si chiama <strong><em>tecnocrazia</em></strong>, e che all’inizio del XXI secolo è diventata l’alternativa “di sinistra” all’autoritarismo populista, pronto scivolare verso il neofascismo. Fin dall’inizio – Arrighi e Silver lo ricordano – la “sinistra istituzionale”, ossia quella “responsabile” e non rivoluzionaria, è associata al nuovo patto tra capitale e lavoro istituito dal New Deal. E ancora oggi è la sinistra, negli Stati Uniti e in Europa, a difendere quel modello di sviluppo e di rapporti tra governo della società e saperi scientifici. Il problema, però, risiedeva (e risiede) a monte del sogno americano, e stava nella sua fisionomia specifica, non tanto e non solo nelle sue “istruzioni per l’uso”. Il New Deal e la tecnocrazia potevano funzionare fintantoché si applicavano alla classe operaia bianca e maschile del Nord del mondo e alle eventuali élites del Sud del mondo. La fine dell’egemonia era già inscritta nel tipo di progetto egemonico che gli Stati Uniti avevano avviato nel Dopoguerra:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbandonando la promessa egemonica dell’universalizzazione del sogno americano, l’élite statunitense dominante non ha fatto che ammettere che la promessa era ingannevole. Come dice [<strong>Immanuel</strong>] <strong>Wallerstein</strong>, il capitalismo mondiale, così come è attualmente organizzato, non può soddisfare simultaneamente ‘le richieste combinate del terzo mondo (relativamente poco a persona, ma per molte persone) e della classe lavoratrice occidentale (relativamente poche persone, ma molto a persona)’.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a></p>
<p>A rafforzare la constatazione di Wallerstein, si è aggiunta la<strong> crisi climatica</strong>, nel momento in cui le istituzioni scientifiche sono finalmente uscite dalla condizione di pura neutralità, per reclamare delle azioni da parte della comunità internazionale. In altri termini, non soltanto il sogno americano è irrealizzabile a fronte delle diseguaglianze economiche e sociali che separano i paesi del Nord da quelli del Sud del mondo (e la considerazione del lavoro maschile rispetto a quello femminile), ma esso non è comunque ecologicamente (o <em>climaticamente</em>) sostenibile. Il vicolo cieco è doppio. E questa consapevolezza la dobbiamo alla <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, dove gli scienziati di più di cinquanta nazioni si sono trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dall’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Da allora sappiamo che il sogno americano di un “consumo mondiale di massa” è impossibile, senza condurre a catastrofi che potrebbero avere una portata molto superiore a quelle della Seconda Guerra Mondiale. Ma sappiamo anche che la lotta per preservare il consumo di massa nei soli paesi del Nord del mondo, non si limiterà a perpetrare le disuguaglianze attuali, ma le aggraverà di molto. In un tale contesto, è chiaro che il <strong>negazionismo</strong> e lo <strong>scetticismo climatico </strong>sono una componente ideologica fondamentale del “dominio senza egemonia” dell’era Trump 2.</p>
<p>Il modello “tecnocratico”, ossia l’idea che la scienza potesse svilupparsi in modo autonomo e interagire con le decisioni politiche dei governanti, è oggi abbandonato, perché venendo meno “il sogno” universalista, vengono meno anche “le istruzioni per l’uso” (lo sviluppo dei saperi per risolvere conflitti e problemi). D’un tratto, gli stessi scienziati statunitensi realizzano che il loro modello di scienza è frutto di <em>specifiche </em>circostanze storiche e ideologiche. Il 31 marzo, 1900 scienziati hanno firmato un appello pubblico (<a href="https://docs.google.com/document/d/13gmMJOMsoNKC4U-A8rhJrzu_xhgS51PEfNMPG9Q_cmE/edit?tab=t.0">Public Statement on Supporting Science for the Benefit of All Citizens &#8211; Documenti Google</a>), volto a denunciare lo smantellamento delle istituzioni scientifiche volute dalla nuova presidenza. Scrivono:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per oltre 80 anni, saggi investimenti da parte del governo degli Stati Uniti hanno costruito l&#8217;impresa di ricerca della nazione, rendendola invidiabile nel mondo intero. Sorprendentemente, l&#8217;amministrazione Trump sta destabilizzando questa impresa, tagliando i fondi per la ricerca, licenziando migliaia di scienziati, eliminando l&#8217;accesso pubblico ai dati scientifici e facendo pressione sui ricercatori affinché modifichino o abbandonino il loro lavoro per motivi ideologici.</p>
<p>Non è un caso, che gli scienziati oggi parlino di una continuità progettuale durata 80 anni, ossia risalente a quel New Deal avviato nel Dopoguerra. I licenziamenti massici di funzionari e ricercatori (siamo nell’ordine delle migliaia), assieme ai tagli sui finanziamenti delle università e delle agenzia statali, produrranno conseguenze gravi e difficilmente calcolabili, e non solo per gli Stati Uniti. Una delle agenzie più colpite è la NOAA, l’Amministrazione nazionale per l&#8217;oceano e l&#8217;atmosfera, che svolge compiti di sorveglianza climatica. La radicalità di Trump non ha precedenti. Fino a oggi, i conservatori guardavano con grande sospetto l’universo delle scienze sociali, accusato di rinunciare alla neutralità scientifica per ideali dubbi e perniciosi come l’uguaglianza sociale, la parità tra i sessi, l’interesse per le minoranze, ecc. E l’offensiva di Trump si è subito diretta contro questo settore della ricerca, attraverso la messa all’indice di circa 700 parole chiave, che sarebbero la spia dell’ideologia “woke” soggiacente ai programmi di studio. Ma nelle parole incluse nella lista oltre ad esserci “diversità”, “genere”, “trauma”, “donna”, &#8220;segregazione”, troviamo anche “cambiamento climatico”, “biais [nel senso di distorsione] implicito”, “energia pulita”, ecc. Le conseguenze riguardano anche programmi legati all’epidemiologia o al controllo delle specie invasive nell’ambiente. Per il presidente e i suoi seguaci <em>tutta la scienza</em>, sia quella sull’uomo sia quella sulla “natura”, va subordinata alle esigenze della sua politica estrattiva (“drill, baby, drill”). D’altra parte, egli ha già ripetuto più volte che il riscaldamento climatico è un’invenzione cinese, per rallentare nei paesi occidentali la crescita economica.</p>
<p><strong>Bruno Latour</strong>, in un libro del 2017, aveva già individuato la concezione di fondo del gruppo sociale che si riconosce in Trump. In <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique </em>(Dove atterrare? Come orientarsi in politica), uscito per La Découverte, scriveva:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Per la prima volta, un movimento di grande ampiezza non pretende più di affrontare seriamente le realtà geopolitiche, ma si situa esplicitamente al di fuori di tutti i vincoli, letteralmente <em>offshore </em>– come i paradisi fiscali. Ciò che conta prima di tutto, è di non dover condividere con gli altri un mondo, che sappiamo non sarà mai più comune.<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></p>
<p>Il <strong>neofascismo</strong> ha quindi ha che fare con due movimenti congiunti: la <em>secessione dei ricchi</em>, che pretendono di godersi il “fiore” del pianeta e delle risorse in esso custodite, e la <em>negazione delle prove di realtà</em>, che potrebbero mostrare come non soltanto questo progetto è iniquo socialmente, ma anche catastrofico sul piano ambientale. Si potrebbe pensare che un tale progetto sia <em>alla lunga</em> condannato, perché – salvo mettere Marte a disposizione – i ricchi di domani si troveranno seduti su un ramo ampiamente segato. In realtà, il progetto è fin dall’inizio <em>irrealistico</em>: una società, anche molto meno complessa della nostra, non può durare 30 giorni senza precipitare nel caos, se una eterogenea popolazione sociale fatta di giovani e meno giovani, donne e uomini, lavoratori qualificati e non qualificati, autoctoni e immigrati, miliardari e poveracci, non la manda avanti e la mantiene in piedi giornalmente, con lavoro remunerato (poco o tanto) e attività non remunerata. La secessione dei ricchi può funzionare <em>realisticamente</em> solo se riesce a reintrodurre un regime schiavistico non metaforico, secondo il vecchio stile coloniale. Ma ottanta anni di democrazia, seppure limitata, hanno diseducato gli spiriti, per cui non ci sono più gli schiavi di una volta: ci sono riottosi immigrati illegali, che alla fine è più semplice deportare che controllare. Le donne sono certo un altro grossissimo problema: nel corso soprattutto della seconda metà del Novecento, le quote di forza-lavoro femminile sono aumentate dappertutto, dal momento che il capitale andava in cerca di manodopera a basso costo. E questo fenomeno si è accompagnato con quello increscioso del femminismo. Insomma, è chiaro che la secessione dei ricchi rischia di essere un progetto chimerico. Nonostante tutti gli sforzi per realizzare delle perfette <em>gated community,</em> c’è sempre un povero che rientra dalla finestra, perché c’è da pulire il cesso, tagliare l’erba, aggiustare le telecamere di sorveglianza.</p>
<p>Bisogna inserire ora una terza componente per illustrare appieno il sogno neofascista che anima Trump e i suoi sostenitori: <strong>l’intelligenza artificiale</strong>. I soldi che Trump sottrae alla scienza, sospetta di fornire prove di realtà, li dirige, attraverso investimenti privati, nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale (il piano “Stargate” prevede l’investimento di 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni per realizzare le infrastrutture che supporteranno i progressi nel campo dell’IA). E ha ben ragione: se si hanno piani irrealistici e catastrofici come la secessione dei ricchi, attraverso il consumo “per pochi” dell’intero pianeta, meglio dotarsi di schiavi “affidabili”. E su questo punto, almeno, Trump conserva un’innegabile lucidità: nonostante tutti siano intenti a elucubrare sul giorno in cui lo scenario <em>Matrix </em>si realizzerà, il presidente conosce uno per uno gli imprenditori che tengono la macchina dalla parte del manico (OpenI, Oracle, Microsoft, ecc.). L’IA, almeno per ora, ha dei padroni certi e precisi. E un giorno robottini docili potranno pulire i cessi, tagliare il prato e aggiustare le telecamere di sorveglianza, senza che mano di povero, di lavoratore o lavoratrice non qualificata, intervenga. L’obiettivo ultimo dell’intelligenza artificiale generale forse non è un super Einstein, che mi aiuti a investire in modo più fruttuoso qualche milione di euro nel mercato azionario mondiale o un super oncologo che mi liberi genialmente da un tumore maligno, ma una super Esmeralda che gestisca con efficacia assoluta tutti i miei bisogni e capricci domestici, quelli sessuali inclusi <em>ça va sans dire</em>.</p>
<p>Disorganizzata la scienza, rimane da screditare il <strong>contropotere giornalistico</strong> dei media mainstream, che negli Stati Uniti, ricordiamolo, sono molto meno docili, prudenti e filogovernativi di molta stampa e TV europea. Anche su questo terreno Trump ha degli alleati “oggettivi”: le <strong>piattaforme</strong> e i <strong>social network</strong> che hanno aperto la strada a nuove forme di propaganda. Queste si basano su di un presupposto tipicamente populista: se i media di massa nascondono a volte delle cose, se mentono su alcune questioni (e non c’è dubbio, che sia così), allora i media di massa mentono sempre, nascondono tutto. La verità va cercata altrove, presso coloro che hanno il coraggio di gridarla e che ne sono i testimoni diretti. Qualsiasi sentore di mediazione, di articolazione discorsiva, di cautela, di pretesa neutralità e di messa a distanza del proprio oggetto d’interesse, viene percepito come la spia di una verità “debole”, poco affidabile. Più, invece, i propositi sono difesi violentemente, più sono autentici. Più l’opinione personale si esprime libera dal regime complesso della prova e dell’indagine, più essa è vicina al cuore pulsante della verità. In questo nuovo scenario, che vede prevalere l’intensità della comunicazione sull’ampiezza dell’informazione, l’estrema destra trionfa, favorita dagli algoritmi, dalla mancanza di moderazione, dall’uso spregiudicato dell’intelligenza artificiale. È la stessa <strong>Media Matters for America </strong>a confermarlo, una ONG statunitense fondata nel 2004. Uno <a href="https://www.mediamatters.org/google/right-dominates-online-media-ecosystem-seeping-sports-comedy-and-other-supposedly">studio recente</a> ha sottolineato che alla propaganda più faziosa e apertamente politica, l’estrema destra ne affianca una più subdola, portata avanti da personalità che realizzano video, podcasts, trasmissioni di vario tipo in rete non apertamente politiche, ma sportive e d’intrattenimento. Esistono anche quelle orientate a sinistra, ma l’estrema destra vince in modo evidente la battaglia delle cifre. Essa raggiunge un numero molto maggiore di followers.</p>
<p>In questi giorni, esimi economisti si sforzano di trovare o meno una coerenza nello scontro tra Trump e il resto del mondo sui dazi doganali. Quanto alla battaglia contro la ricerca scientifica e il giornalismo, essa presenta una rara coerenza. In ogni caso, nell’era (molto traballante) del “dominio senza egemonia” la tecnocrazia e la fabbricazione del consenso sono lussi che l’impero in declino non si può più permettere. <strong>La scommessa è la secessione dei ricchi verso un pianeta solo per loro</strong>. Ma perché il piano abbia successo, bisognerebbe che i poveri si limitassero, come fanno in parte ora, a sbranarsi fra di loro o a restare a casa impauriti di perdere quel poco di terreno che si sentono ancora sotto i piedi. Non è detto, però, che questo continui ad accadere. Non è detto che i movimenti sociali di contestazione, come hanno già fatto nel corso del Novecento, non siano in grado di guastare il delirio dei nuovi fascisti.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, <em>Caos e governo del mondo</em>, introduzione al testo di S. Mezzadra, nota al testo di A. Arrighi, Mimesis, 2024 (1999), p. 57.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Idem, p. 263.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Idem, p. 266.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Idem, p. 278.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Bruno Latour, <em>Où atterir ? Comment s’orienter en politique</em>, La Découverte, 2017, p. 51.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Glossa sul “neofascismo”</strong></p>
<p>Molti si lamentano dell’affievolirsi, nella cultura italiana, dello spirito antifascista che è inscritto nella nostra costituzione e che dovrebbe aver orientato il progetto di società, in Italia, nel Dopoguerra. Altri, in seguito a questa constatazione, hanno concluso che l’antifascismo è sorpassato, è una postura nostalgica o anacronistica. In principio è bene essere antifascisti, ma i problemi attuali poco c’entrano con il passato storico, con le vicende del Ventennio fascista. Quindi richiamarsi a quel fascismo, oggi, non ha vero impatto, né mobilita delle forze vive. È una strana concezione dell’antifascismo, in quanto lo vede in un’ottica fondamentalmente <em>retrospettiva</em>. Io non comprendo perché l’antifascismo inscritto nella nostra Costituzione democratica dovrebbe avere senso solo nei riguardi di una minaccia fascista che prendesse le stesse forme del fascismo italiano del Ventennio. Ho avuto una discussione proprio qui, su NI, con <strong>Giorgio Mascitelli</strong> intorno a questo punto. E continuo a sostenere che l’antifascismo dev’essere retrospettivo (lavoro di memoria sulla nostra storia nazionale) e <em>prospettivo</em>, ossia capace di guardare alle forme di regime antidemocratico, che possono emergere all’interno delle nostre democrazie incompiute e limitate, ma comunque <em>democrazie</em>. (Non affronto qui il discorso del rapporto tra oligarchia e democrazia. Alcune cose fondamentali sono state dette in proposito da <strong>Jacques Rancière</strong> in un libro del 2005, intitolato <em>La haine de la démocratie</em> (La Fabrique). Le oligarchie del Nord del mondo devono fare costantemente i conti con <strong>un progetto democratico</strong>, che s’incarna in una cultura diffusa e in una serie di lotte sociali che a quella cultura fanno riferimento e che, nello stesso tempo, ridefiniscono continuamente.)</p>
<p>Tornando a Trump: una spia della tendenza neofascista è quella di trasformare chi contesta la sua politica e la sua visione ideologica, in <strong>nemici dello Stato e della Nazione,</strong> nemici quindi non riconosciuti né come avversari politici né come soggetti sociali legittimi con cui giungere a qualche forma di compromesso. Il nemico è una semplice minaccia da neutralizzare in tutti i modi che la gestione del potere governativo e il monopolio della violenza rendono possibili. I limiti di questa gestione e di questo monopolio non dipendono più, in questo scenario, dalle istituzioni o dalle leggi, ma dalla semplice volontà del capo e dei suoi accoliti.</p>
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		<title>Citazioni sulla natura instabile dell’informazione (Darnton, Cristianini, Vonnegut)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 05:10:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong>  <br />Sono sempre parecchio scettico non nei confronti di chi addita l'estrema gravità di situazioni presenti o a venire - il male umano e sociale è un pozzo senza fondo - ma riguardo a chi vanta le grandi virtù di epoche passate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Sono sempre parecchio scettico non nei confronti di chi addita l&#8217;estrema gravità di situazioni presenti o a venire &#8211; il male umano e sociale è un pozzo senza fondo &#8211; ma riguardo a chi vanta le grandi virtù di epoche passate. La prevalenza di uno sguardo &#8220;discontinuista&#8221;, l&#8217;accelerazione effettiva degli eventi portati dai mutamenti tecnologici, e un rimodellamento &#8220;in rosa&#8221; del passato da parte della nostra immaginazione, fa sì che sia difficile accedere a una prospettiva sufficientemente obiettiva rispetto alla nostra condizione storica. Per questo, mai come oggi, mentre il futuro incombe su di noi in modo prepotente, con un volto che, a seconda dei giorni, o dei minuti, muta da minaccioso a salvifico, è sacrosanto ristabilire un minimo di “proporzioni storiche”, ossia fare l’esercizio di guardarci non solo dal futuro, ma anche da quello che sappiamo del nostro passato. Ci esorta a farlo <strong>Robert Darnton</strong> in un libro del 2009, <em>The Case for Books. Past, Present, and Future</em>. (In Italia è apparso nel 2011 per Adelphi, con il titolo <em>Il futuro del libro</em>). Darnton studioso di storia delle idee e del libro, specializzato nell’inquieto XVIII secolo francese, direttore della biblioteca universitaria di Harvard dal 2007 al 2016, fa parte di quegli studiosi reticenti a forzare la moltitudine disordinata dei fatti in schemi anelastici ma puliti. Anche se poi proprio i fatti sono così difficili, per uno storico, da stabilire. Ma questo è già un tema interno alla ricerca di Darnton. In ogni caso, m’interessa fissare l’attenzione su un preciso passaggio del suo libro del 2009.</p>
<p>“L’informazione non è mai stata stabile. Può sembrare una banalità, ma merita riflessione. Questo potrebbe fungere da correttivo alla credenza che l’accelerazione delle mutazioni tecnologiche ci ha proiettato in un’età nuova dove l’informazione sfugge a ogni controllo. Suggerirei piuttosto che le nuove tecniche di comunicazione dovrebbero costringerci a riconsiderare la nozione stessa d’informazione. Non bisogna comprenderla come se essa avesse la forma di fatti duri o di pepite di realtà pronti e essere estratti dai giornali, dagli archivi, e dalle biblioteche, ma piuttosto come messaggi rimaneggiati di continuo nel corso del processo di trasmissione. Noi abbiamo a che fare con testi molteplici e mutevoli, piuttosto che con documenti solidamente stabiliti. Studiandoli con sguardo scettico sugli schermi dei nostri computer, noi possiamo apprendere a leggere i giornali quotidiani nella maniera più efficace – e anche imparare ad amare i vecchi libri”.</p>
<p>Al di là dell’amore dei vecchi libri, possiamo trarre una lezione da Darnton. Sì, è indubitabile, la nostra società della comunicazione globalizzata (istantanea e diffusa) ha reso immensamente più accessibile l’informazione alle persone, ma non le ha strappato, né potrà mai farlo, il suo carattere di “costrutto sociale”, esposto alle più varie diffrazioni ideologiche, culturali, politiche. Solo un’assoluta ingenuità nei confronti di un accesso diretto e trasparente ai “fatti puri” e “oggettivi” – mito ampiamente decostruito dal pensiero novecentesco –, può a un tratto trasformarci in disgustati e offesi sostenitori della falsificazione totale, a cui l’era di internet ci avrebbe sottoposto. Siamo costretti ad essere ancora una volta “post-moderni”, anche perché – come ci ha ricordato Bruno Latour – non siamo mai stati moderni. Ma il nostro post-moderno non è quello di una “società trasparente” – per riprendere il titolo di un celebre libro del 1989 di Gianni Vattimo. Si è in qualche modo creduto che la velocità dell’informazione costituisse un fattore di traslucidità: più un’informazione scorre velocemente nel suo canale, meno “tempo” sarà concesso ai fattori di diffrazione, mediazione e intorbidamento, per intervenire su di essa. Ma così non è. Questa è anche la lezione che ci viene oggi dal funzionamento degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale: il <em>dato</em>, che entra in un processo di “pulita” automazione, è già stato ampiamente “costruito socialmente,” e quindi inevitabilmente intorbidato dalle ideologie. Questo processo d’intorbidamento del “fatto” o del “dato”, è ciò che rende l’informazione instabile – sia nella sua circolazione sia nel suo calcolo. Nell’ambito dell’intelligenza artificiale si parla di <em>bias</em>, di un vizio a monte del funzionamento di un algoritmo, che riproduce un pregiudizio – ossia non un fatto statistico, ma una proiezione ideologica sui fatti.</p>
<p>Per costituire un parallelo tra l’instabilità dell’informazione, intesa come notizia, e di quella intesa come dato, faccio riferimento a un passaggio di <em>La scorciatoia</em> (il Mulino, 2023) di Nello Cristianini, professore d’Intelligenza Artificiale all’Università di Bath (Regno Unito).</p>
<p>“Il 23 maggio 2016 il giornale investigativo ‘ProPublica’ descrisse un sotware usato in alcuni tribunali americani per stimare la probabilità che un imputato diventi un recidivo. Il sotfware si chiama COMPAS (<em>Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions)</em> ed è usato in diversi Stati, inclusi New York, Winsconsin, California e Florida, per assistere alcune decisioni giudiziarie. Ricevere un punteggio alto può avere conseguenze pratiche per la libertà di un imputato, per esempio influenzando la sua possibilità di essere rilasciato ‘sulla parola’ in attesa di processo. L’articolo affermava che quei punteggi avevano un <em>bias</em> contro imputati afroamericani, dopo aver comparato i tassi di ‘falsi positivi’ e ‘falsi negativi’ in diversi gruppi etnici. La sua conclusione era: ‘gli imputati neri hanno probabilità quasi due volte superiore a quelli bianchi di essere etichettati ad alto rischio senza poi rioffendere in realtà’ e ‘quelli bianchi […] hanno una probabilità più alta di quelli neri di essere classificati a basso rischio e poi di commettere altri crimini’.”</p>
<p>Un acuto esperto (e dileggiatore) di intelligenza umana, ossia Kurt Vonnegut, tra i massimi scrittori satirici statunitensi dello scorso secolo, aveva già nel 1990 capito l’inghippo. Nel suo romanzo <em>Hocus pocus</em>, immagina un gioco elettronico – GRIOT – costantemente aggiornato “con notizie d’attualità riguardanti idraulici, podologhi, falegnami, riguardanti i profughi vietnamiti e gli immigrati clandestini messicani, gli spacciatori di droga, i paraplegici, insomma riguardanti ogni sorta di gente pensabile e immaginabile entro i confini di Stati Uniti e Canada”. Il giocatore deve fornire a GRIOT tutta una serie di dati sulla sua età, mestiere, città di provenienza, razza, famiglia d&#8217;origine, ecc., e l’oracolo elettronico gli restituisce una biografia completa, ossia la storia della sua vita così come potrebbe andare a finire. Se un giocatore riprova più volte, ottiene delle biografie diverse, ma globalmente sottoposte a uno stesso impietoso determinismo. Quando i detenuti – in maggioranza neri – del carcere dove lavora il protagonista, scoprono l’esistenza di GRIOT, si precipitano a presentargli tutti i dati che li riguardano, e ripetono la stessa azione svariate volte alla ricerca di un biografia minimamente decente. “A uno a uno gli fornirono i dati relativi alla loro razza e età, ai loro genitori, se li conoscevano, alle scuole frequentate e alle droghe prese e così via, e GRIOT li mandò tutti in galera, a scontare lunghe condanne”.</p>
<p>Anche il funzionamento di GRIOT era probabilmente viziato da qualche <em>bias</em>.</p>
<p>All’epoca del suo apprendistato di giornalista, il giovane Darnton lavorava al quartiere generale della polizia di Newark (1959). Non c’erano testate in rete, non c’era la rete, non c’era l’IA a orientare gli utilizzatori di piattaforme digitali. Darnton doveva reperire, tra i resoconti in continuo arrivo alla centrale, quelle notizie suscettibili d’interessare i redattori di cronaca esperti, i quali avrebbero poi trasformato il rapporto giunto alla centrale di polizia in trafiletto &#8220;gustoso&#8221; per il quotidiano del giorno seguente. E, ovviamente, anche Darnton apprese presto che interessa più l’uomo che morde un cane, piuttosto che il solito cane che morde un uomo. Un giorno gli capita sotto gli occhi un fatto ben raro: uno stupro seguito da omicidio. Si prepara quindi a trasmetterla ai redattori di nera, quando il luogotenente di polizia gli indica disgustato una <em>B </em>posta tra parentesi dopo il nome della vittima e del sospettato. Così conclude l’episodio Darnton: “Solo allora mi sono reso conto che tutti i nomi erano seguiti da una <em>B</em> per <em>Black</em>, o da una <em>W </em>per <em>White</em>. Ignoravo che i crimini riguardanti i Neri non avessero valore d’informazione”.</p>
<p>Ricordare che oggi, come per le gazzette del XVIII secolo, l’informazione ha una natura instabile, di “costrutto sociale”, non significa sostenere che l’<em>informazione è finzione</em>, ma che è parte di un processo continuo di negoziazione-interpretazione-elaborazione, in cui è coinvolta la società nel suo insieme, con tutte le tensioni e i conflitti che l’attraversano.  E nonostante l’informazione circoli a grandissima velocità e attraverso passaggi automatizzati – che non implicano l’intervento umano –, essa non per questo si rende più trasparente e univoca. L’Achille della tecnologia è sempre più veloce per acchiappare il “fatto puro”, ma la tartaruga della mediazione sociale l’ha già da sempre inevitabilmente alterato. E questo non è un fatto nuovo.</p>
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		<title>&#8220;Don’t look up&#8221;, o come abbiamo tergiversato di fronte al mutamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 22:45:31 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="background-color: #ffffff;">.</span></p>
<p>In <strong><em>Losing Earth</em></strong> (<em>Perdere la Terra. Una storia recente</em>) del 2019, lo scrittore e giornalista statunitense <strong>Nathaniel Rich</strong> ricostruisce la storia del decennio (1979-1989) che ha visto emergere l’allarmante verità sul riscaldamento climatico all’interno delle istituzioni scientifiche e politiche internazionali, e che si è concluso con un nulla di fatto, con una ottusa e sciagurata incapacità di agire, di prendere decisioni vincolanti per la riduzione delle emissioni di carbonio. Scrive Rich nel capitolo introduttivo del suo libro: “Nel corso dei dieci anni passati tra il 1979 e il 1989, questa opportunità [d’intervenire sul cambiamento climatico] si è veramente offerta a noi. A un certo momento, alle principali potenze mondiali non mancavano che poche firme per instaurare un quadro giuridico vincolante in grado di ridurre le emissioni”. Mai dopo di allora si è stati così vicini all’obbiettivo. Prima, insomma, che l’Antropocene diventasse un soggetto di dibattito “culturale” sui social e prima che si costituissero partiti più o meno spontanei di negazionisti, illustri scienziati avevano fornito ai dirigenti politici delle grandi potenze mondiali tutti i dati necessari, per stabilire tempestivamente una coordinata e condivisa correzione di rotta sul piano industriale ed economico. In questa vicenda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo primario, in particolar modo in occasione del <strong>Summit della Terra, tenutosi a Rio nel 1992</strong>, il più grande raduno di dirigenti politici che la storia abbia conosciuto. Oggi, in maniera quasi unanime, Rio 1992 è considerato l’imprescindibile punto di partenza nella battaglia contro il riscaldamento globale, il momento in cui si sono elencati i <em>principi</em> fondamentali in materia di ambiente, di sviluppo sostenibile e di effetti nocivi che il sistema produttivo umano causa sul clima dell’intero pianeta. E, come sappiamo, questi principi hanno trovato una loro prima applicazione concreta, ossia <em>vincolante </em>(con obbiettivi specifici da raggiungere) solo con <strong>l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto nel 2005</strong> per gli Stati firmatari. In sostanza, tra l’enunciazione dei principi in difesa dell’ambiente e l’accettazione di sottoporre a vincoli concreti e quantificabili le proprie politiche di sviluppo sono passati tredici anni. Quello che il libro di Rich ci ricorda è che Rio, in realtà, arrivava tredici anni dopo la <strong>prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra del 1979</strong>, nel corso della quale gli scienziati di più di cinquanta nazioni si erano già trovati unanimemente d’accordo sulla necessità di prevedere e prevenire i cambiamenti climatici che dipendessero dell’attività umana e i cui effetti fossero negativi per il benessere dell’umanità. Per quanto riguarda l’esito del Summit di Rio, Rich scrive: “In qualsiasi momento, Bush [senior] avrebbe potuto esigere la firma di un trattato giuridicamente vincolante, e avrebbe indubbiamente ottenuto successo: dopo lo smantellamento dell’Unione Sovietica non solo gli Stati Uniti dominavano economicamente e militarmente il mondo, ma erano responsabili di più di un terzo delle emissioni di carbonio dell’umanità”. Nulla di tutto ciò avvenne, ma in quegli stessi anni l’industria del petrolio e del gas statunitense passò da posizioni difensive e attendiste a un’offensiva massiccia per imporre, a suon di propaganda, l’idea che le cause umane del cambiamento climatico fossero soggette a controversia dal punto di vista scientifico.</p>
<p>È impossibile guardare <em>Dont’look up</em> di Adam McKay (Netflix 2021), senza coglierne l’aspetto non semplicemente satirico, ma anche allegorico. Sei mesi e qualche giorno separano la scoperta di una cometa diretta sulla terra dall’impatto catastrofico che essa avrà una volta giunta a destinazione. È una finestra temporale stretta, situata tra l’annuncio di un fatto “verificato scientificamente” di assoluta gravità e la sua altrettanto “prevedibile” realizzazione. In questo lasso di tempo, è dato all’umanità, attraverso i capi di Stato che dirigono le maggiori potenze mondiali, agire rapidamente e efficacemente, per evitare con tutti i mezzi possibili l’impatto letale del corpo celeste contro il nostro pianeta. L’intreccio tragicomico – difficile eludere l’ombra cupa che la meccanica ridicola proietta dietro di sé – è incentrato sul continuo incepparsi di ogni più razionale e condivisa risoluzione. Dapprima è lo sfavillante alone della futilità mediatica (televisiva e social) che vela ogni comprensione reale delle circostanze. Ad esso si aggiunge, quale ulteriore coltre offuscante, la dinamica dell’azione politica, dominata da una ottusa e feroce spinta di pura autoconservazione, incapace di stabilire minime gerarchie di valore e visuali temporali appena più ampie del calendario elettorale. Infine, è l’intervento dell’interesse privato, ossia dell’imprenditore visionario e monopolista, a minare definitivamente ogni operazione sensata, facendo prevalere un’avidità ormai sganciata da qualsiasi contesto reale.</p>
<p><strong>Ventisei anni sono passati</strong>, nella realtà, tra la prima World Climate Conference di Ginevra e l’attuazione del protocollo di Kyoto, dal momento, insomma, in cui si avvistarono i gravissimi problemi generati dall’uso dei combustibili fossili a quello in cui si è giunti alle prime risoluzioni concrete per limitarlo. Il riscaldamento climatico è parso un fatto altrettanto lontano, seppure scientificamente accertato, dell’esistenza, nel film di McKay, di un asteroide del diametro di alcuni chilometri che finirà per schiantarsi sul pianeta. A differenza di quanto alcuni amano pensare in tempi pandemici, i <em>fatti</em> continuano a esistere, e si prestano ancora ad accertamenti scientifici, ma è indubbio che, se qualcosa di simile a una verità circoscritta esiste, essa non è di per sé facilmente traducibile, comunicabile e dotata di una intrinseca forza di persuasione sulla mente umana. Da buon autore satirico, McKay possiede un’efficace sguardo sociologico e coglie perfettamente l’effetto di diffrazione che l’enunciato scientifico subisce una volta che è calato nei tre “campi” – per utilizzare a proposito la lezione di Bourdieu – che dominano la vicenda narrata: quello politico, quello dei media tradizionali e delle piattaforme elettroniche, e quello dell’economia. Ognuno dei tre campi funziona – lo sappiamo – secondo logiche in parte autonome, ma in questo caso le leggi del potere politico (incarnate dalla presidenza della Casa Bianca), della comunicazione giornalistica e digitale (incarnate dai conduttori televisivi e dal popolo dei social) e del profitto economico (incarnate dall&#8217;imprenditore Peter Isherwell) funzionano a pieno regime e in disconnessione completa con gli altri piani di realtà. Ciò a cui assistiamo non è il dissolversi dei fatti in un puro gioco d’interpretazioni, ma il tentativo di ognuno dei soggetti dominanti nei rispettivi campi d’imporre al resto della società il proprio punto di vista, la propria interpretazione del fatto d’interesse generale, ossia l’arrivo della cometa. La società contemporanea ha trasformato l’ego individuale in un organo proliferante e impazzito, che non è più in grado di essere bilanciato da alcun principio di realtà. Il diniego di tutto quanto intralcia la sacrosanta realizzazione di sé costituisce allora uno dei punti di convergenza tra governati e governanti, che si riconoscono ad un certo punto nello slogan &#8220;Don’t look up&#8221;. La verità che la cometa insopportabilmente ribadisce, però, è che qualunque sia la posizione di vantaggio relativo che occupiamo in una data società, tutti apparteniamo in definitiva a una sola e medesima Terra, e se questa è minacciata non ci sarà un <em>altrove</em> nel quale rifugiarsi. La permanenza delle ineguaglianze sociali e di classe ha legittimato per secoli l’idea che i privilegiati potessero accaparrarsi uno spazio di vita migliore, lasciando dietro di sé, alla maggioranza dei poveri, un mondo di miseria e violenza. L’asteroide che si abbatte nell’oceano pacifico – così come gli effetti del riscaldamento climatico – non risparmieranno i privilegiati neppure nei loro rifugi ipersecuritari, ipertecnologici, iperconfortevoli. Ma se c’è un momento in <em>Don’t look up</em> – che arriva ovviamente troppo tardi –, in cui anche le masse più obnubilate sono costrette ad accettare l’orribile realtà della fine, questo non accade per la cerchia più ristretta dei ricchi e potenti. Essi soffrono fino alla fine di quella che potremmo chiamare la sindrome di Elon Musk, ossia l’irresistibile desiderio di salvarsi, proiettando l’altrove sociale in un altrove planetario, e di essere pronti a lasciarsi dietro di sé non solo quasi otto miliardi di poveri cristi, ma anche l’unico pianeta dotato di vita che l’uomo abbia conosciuto.</p>
<p>(Ne approfitto per rinviare a <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/blog/lettere/2021/12/18/news/perche_elon_musk_non_e_l_uomo_dell_anno-330705300/">un bell’articolo</a>, dedicato da <strong>Marco Mancassola</strong>, alla figura di Musk, e per citare un passo dall’ultimo libro di <strong>Bruno Latour</strong> (<em>Où suis-je? Leçons de confinemnt à l’usage des terrestres</em>, La Découverte 2021), dove è ancora questione dell’imprenditore d’origine sudafricana : “C’è da chiedersi se l’espressione ‘coscienza planetaria’ piuttosto vuota fino ad ora, non abbia cominciato a caricarsi di senso. Come se si percepisse in lontananza questo slogan imprevisto, ma ogni giorno meglio scandito: ‘Confinati di tutti i paesi, unitevi! Avete tutti gli stessi nemici, ossia coloro che vogliono scappare su di un altro pianeta&#8217;.”)</p>
<p><em>Don’t look up</em> s’inscrive nella migliore tradizione del cinema satirico statunitense e, pur mancando della fastosità di Kubrick e del genio comico di Peter Sellers, è accostabile al <em>Dottor Stranamore </em>(1964) o al più recente <em>War the Dog</em> di Barry Levinson (1997), con la coppia De Niro e Hoffman. L’efficacia di un film satirico è data, mi sembra, dall’ampiezza dei meccanismi sociali “malati” che riesce a trattare, ed è evidente che gli Stati Uniti, per il ruolo egemonico e di superpotenza planetaria che ancora svolgono, offrono un osservatorio straordinario, in cui anche le realtà più periferiche finiscono per riconoscersi. È fin troppo facile, realizzare satira su realtà culturali e politiche periferiche, minori, provinciali. Ovviamente, i quattro anni delle presidenza Trump, ma anche il ruolo crescente delle piattaforme elettroniche nella vita della popolazione mondiale, hanno preparato il terreno per quel trionfo dell’idiozia, che il film di McKay inscena. La satira ben riuscita, poi, ha una funzione fondamentale: essa permette di <em>disidentificarsi </em>dai modelli sociali vincenti e di rinnegare il tono <em>serio e convinto </em>con il quale assumiamo, facciamo nostri – come fosse una conquista dell’intelligenza (della mente aggiornata e “progressista”) – i discorsi dominanti, i temi del giorno, le opinioni d’ultima fattura, che sarebbe imperdonabile lasciar macerare nei meandri del dubbio e dell’esame critico.</p>
<p>Tra le prime scene del film, ve n’è una che riguarda un evento minore, assolutamente trascurabile a fronte delle vicende cruciali che si svolgono in seguito e che hanno portata mondiale. I due scienziati responsabili dell’identificazione della cometa e della sua orbita, accompagnati da un terzo scienziato che lavora per la NASA, sono spediti a Washington per parlare direttamente con il presidente (donna) della loro scoperta sconvolgente. Alla Casa Bianca sono accolti da un generale pluridecorato del Pentagono. Questi, dopo aver passato con loro lunghe ore di attesa fuori dalla stanza ovale, compare ad un tratto con bottigliette d’acqua e qualche pacchetto di patatine. Li distribuisce agli scienziati esausti e affamati, lamentando però il loro costo eccessivo: “Qui qualsiasi cosa costa un braccio”. Viene, quindi, da tutti rimborsato prontamente. Il personaggio più giovane, la dottoranda in astrofisica Kate Dibiasky – è lei che ha dato il nome alla cometa –, scopre però qualche ora dopo che snacks e bibite sono gratuitamente a disposizione di tutto il personale e degli ospiti della Casa Bianca. Nel frattempo il generale li ha mollati, per partire per Okinawa, dove lo attende qualche faccenda apparentemente più importante della probabile fine del mondo, di cui si dovrebbe discutere a Washington. Durante tutto il seguito della storia, fino a pochi giorni da quella che è ormai l’inevitabile e certa distruzione del pianeta, Kate Dibiasky non smetterà di chiedersi incredula per quale motivo il generale del Pentagono ha voluto truffarli, sottraendo loro una somma che di certo non lo ha arricchito. Non solo nessuno può garantire – come già insegnava Hume – che domani il sole sorgerà, o che la Terra sia ancora integra e preservata da un incidente cosmico, ma nessuno è neppure in grado di spiegare perché un generale del Pentagono sessantenne, all’apice della sua carriera, faccia pagare a tre scienziati che non hanno mai messo piede nella Casa Bianca qualche pacchetto di patatine e bottiglietta d’acqua, che ha prelevato gratuitamente nel bar a disposizione di tutti. Se il destino del cosmo è imprevedibile per la limitatezza del sapere umano, l’idiozia dell’uomo è impenetrabile, anche quando si manifesta nei gesti apparentemente più irrilevanti e banali, come la piccola truffa che il generale, dall’aria per altro garbata e cortese, ha realizzato alle spalle della Dibiasky e dei suoi due colleghi.</p>
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		<title>A lezione di pandemia: vi è una socialità non capitalistica nel cuore del capitalismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/14/a-lezione-di-pandemia-vi-e-una-socialita-non-capitalistica-nel-cuore-del-capitalismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 12:30:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Dall’inizio di questa crisi abbiamo già fatto incetta di lezioni. Due mi sembrano particolarmente importanti, e sono di ordine più conoscitivo che morale. Il virus non è soltanto l’irruzione dell’altro, il non-umano, nel nostro mondo, è anche un rivelatore fedele, sensibilissimo, del nostro modo di essere umani, e di accoglierlo, potenziandolo o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-84141" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Ophelia-Borghesan_Chinese-rum_2018.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Dall’inizio di questa crisi abbiamo già fatto incetta di lezioni. Due mi sembrano particolarmente importanti, e sono di ordine più conoscitivo che morale. Il virus non è soltanto l’irruzione dell’altro, il non-umano, nel nostro mondo, è anche un rivelatore fedele, sensibilissimo, del nostro modo di essere umani, e di accoglierlo, potenziandolo o indebolendolo. Inoltre, proprio il non-umano ha bucato la cortina ideologica, sollecitando dietro il sogno dell’individuo autonomo la realtà dell’appartenenza e dell’identità sociale.</em><span id="more-83713"></span></p>
<p>La pandemia ha funzionato come l’apparizione di un nuovo idolo, terrificante e promettente al contempo, che imprigiona fisicamente ma libera lo spirito, che si presenta come un fenomeno brutalmente naturale – un’ennesima manifestazione della Natura matrigna indifferente all’Umanità – ma fin da subito agisce come enorme costrutto socio-culturale, ricettacolo di proiezioni immaginarie, dai sogni rivoluzionari più rosei agli incubi apocalittici più turpi. Soprattutto ha offerto la possibilità al cittadino di partecipare a un immane (e tragico) esperimento, la sospensione del modello produttivo capitalistico, e di riflettere a come uscire dal confino e <em>al contempo</em> dal mondo precedente, quello che sembrava avviato a un fatale deterioramento delle condizioni di vita sul pianeta.</p>
<p>Insomma, il fenomeno virale si è manifestato all’insegna di una costitutiva <em>ambivalenza</em>, che ha messo in scacco tutta una serie di opposizioni concettuali che avevano ampio corso nel mondo precedente. Il virus è un accidente naturale o un complotto umano? Se la globalizzazione ha favorito l’epidemia, sarà l’autarchia a trionfare sul virus? Se blocchiamo le persone alla frontiera, dobbiamo anche bloccare le mascherine e altro materiale medico? La sanità pubblica da eterna sciagura per contabili si trasforma d’un tratto in scudo contro il dilagare di malattia e morte? Lo Stato, zavorra d’innumerevoli spese superflue, diventa il garante della salute pubblica grazie ai suoi infermieri, medici, ospedali? Quindi, possiamo mettergli in mano ogni cosa – l’integralità della nostra vita privata –, affinché ci protegga meglio? Se l’infrastruttura mondializzata del capitalismo ha costituito di per sé un acceleratore del contagio, un mondo di comunità più isolate e sparpagliate saprebbe mobilitare in modo altrettanto rapido conoscenze, metodi, equipaggiamenti in grado di limitare il danno dell’infezione virale? Ora che c’è il grande pericolo, riscopriamo l’importanza della scienza e degli esperti? Ma a quale immagine della scienza ci aggrappiamo: alla scienza che chiude le controversie, che fornisce risposte unanimi e inappellabili, come se agisse sul mondo da un’astronave spaziale, oppure a quella che evolve per dibattiti e confronti, intrecciata com’è a una quantità di pratiche sociali e di azioni di non-umani?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il virus non-umano e i suoi facilitatori umani</em></p>
<p>Il primo dato da non dimenticare è che questa pandemia, pur non essendo la conseguenza di una ricetta virale fabbricata in laboratorio dal Mossad, non è neppure un inatteso e imponderabile evento naturale. L’uomo ci ha messo lo zampino, è complice del virus, lo ha previamente spalleggiato. La giornalista statunitense Sonia Shah fin dal mese di febbraio ha sottolineato che il passaggio del virus dagli animali selvatici agli esseri umani è facilitato dall’azione invasiva dell’uomo all’interno degli ambienti naturali (deforestazione, industrializzazione, urbanizzazione). Lo ha fatto in un <a href="https://www.thenation.com/article/environment/coronavirus-habitat-loss/">articolo apparso su “Nation”</a> e ripreso da <a href="https://www.monde-diplomatique.fr/2020/03/SHAH/61547">“Le monde diplomatique”</a>. L’autrice si è già occupata di pandemie in un libro del 2016: <em>Pandemic : Tracking Contagion from Cholera to Ebola and Beyond </em>(Farrar, Straus &amp; Giroux). Tra i diversi fattori di rischio epidemico provocati dall’uomo, <a href="https://ilmanifesto.it/pandemia-e-animali-i-focolai-degli-allevamenti-industriali/">un articolo recente apparso su “il Manifesto”</a> si sofferma sul caso cruciale degli allevamenti intensivi. E proprio qui, su Nazione Indiana, Giacomo Sartori, scrittore e agronomo, ha ricordato come <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/03/27/riprendiamoci-il-futuro-un-appello/">l’enorme consumo di carne</a> dei paesi più ricchi contribuisca in modo massiccio alla crisi ecologica. L’avvento tra gli uomini del Covid-19 è una conseguenza dell’avvento dell’economia produttivistica in zone sempre più ampie del pianeta, attraverso la deforestazione e l’allevamento industriale. La pandemia di oggi è un’avvisaglia molto concreta degli sconvolgimenti climatici di domani, ancora sufficientemente irreali per essere ignorati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’impietoso test delle politiche sanitarie</em></p>
<p>L’altra lezione, forse la più impietosa e violenta, che la pandemia ci ha dato, riguarda il grado di virulenza del virus a seconda del contesto sanitario e istituzionale con il quale viene a contatto. La potenza del virus, ossia la sua letalità cresce in proporzione alla debolezza del sistema sanitario che dovrebbe fargli da barriera in vario modo, dalla diagnosi fuori dall’ospedale alle cure intensive dentro l’ospedale. Da questo punto di vista proprio in Italia abbiamo avuto un esperimento cruciale: il modello di sanità lombarda, declamato per un ventennio come il più moderno e efficiente a livello nazionale, <a href="https://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2020/03/25/il-coronavirus-in-lombardia-sfida-la-retorica-dellefficienza-sanitaria-regionale/">dall’incontro con il virus ne è uscito a pezzi</a>, e la triste prova di questo macroscopico fallimento è il numero eccezionalmente alto di morti per infezione – numeri per ora ampiamente sottostimati – della Lombardia. Il capolavoro politico del centrodestra, che l’asse Formigoni, Maroni, Fontana, ha perpetuato dalla metà degli anni Novanta fino ad oggi, aveva ridefinito concetti e priorità del sistema sanitario: il cittadino sceglie il servizio migliore, strutture pubbliche e private competono tra loro per i migliori risultati, la Regione amministra equa e neutrale. Non era solo un sistema corrotto, non era solo un sistema che favoriva il profitto privato contro le garanzie del servizio pubblico, si è anche dimostrato un sistema completamente inefficiente, incapace di proteggere la vita dei pazienti e degli stessi operatori sanitari che vi lavorano. Di questo bisognerà chiedere conto non solo agli indagati di ieri e di oggi, ma anche alla Lega, primo partito in Italia, che continua a campare sulla vuota retorica di “prima gli italiani”. In Lombardia, sono proprio i <em>cittadini lombardi</em> le vittime delle disastrose politiche sanitarie sostenute dai leghisti. Prima gli italiani a quale scopo, allora? Per rischiare di lasciarci la pelle<em> prima</em> di un sudanese o di un afgano?</p>
<p>Il virus ha funzionato come reagente delle reali capacità dei sistemi sanitari non solo in Lombardia o in Italia. Un’altra delle questioni chiave che ha determinato il corso e la gravità della pandemia nei vari paesi è stata la capacità o meno di fare uno screening di massa attraverso i tamponi e di disporre di equipaggiamenti protettivi per il personale sanitario e gli individui positivi. Anche in questo caso vi sono sufficienti testimonianze che stabiliscono <a href="https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_marzo_30/coronavirus-ritardi-nell-estendere-tamponi-sono-costati-vite-ricoveri-ef81698e-7274-11ea-bc49-338bb9c7b205.shtml">un nesso</a> tra l’alto numero di morti da infezione e il basso numero di tamponi realizzati sulla popolazione. In maniera più generale, appare chiaro che il drastico confinamento a cui sono stati sottoposti milioni di persone in vari paesi dipende dalla fragilità della rete ospedaliera ma anche dalla scarsità di materiale sanitario utile per diagnosticare il livello di contagio. Possiamo tutti quanti difendere, con consapevolezza e responsabilità, il principio del confinamento <em>totale</em> a casa, ma dobbiamo esser consapevoli che, in condizioni diverse, una soluzione così estrema non sarebbe stata necessaria. Ancora una volta, non è il virus in sé, la sua distruttività intrinseca, che impone il blocco totale, ma la maggior o minor debolezza del contesto che lo riceve. Sono le politiche sanitarie e industriali che, ancora una volta, co-determinano i modelli di gestione del virus. Quentin Ravelli in un articolo apparso questo mese su “Le monde diplomatique” (<em>Une mine d’or pour les laboratoires</em>) ricorda che la difesa della sanità pubblica implica anche scelte produttive specifiche. Laddove lo Stato dipende interamente dell’industria farmacologica privata, le sue capacità d’azione sono gravemente limitate. È sempre il numero dei morti a costituire l’elemento di prova. “Come spiegare che, lo scorso 22 marzo, si contavano già 217 morti nel Grand-Est [zona della Francia economicamente fragile e importante focolaio epidemico], mentre a due passi da lì, dall’altro lato del Reno, nel Bade-Wurtemberg, dove la popolazione è due volte più numerosa e l’epidemia più precoce, ce n’erano solamente 23, ossia un numero dieci volte inferiore.” <a href="https://it.businessinsider.com/la-politica-del-tampone-la-germania-in-una-settimana-fa-quelli-che-litalia-ha-fatto-oltre-un-mese-il-collo-di-bottiglia-dei-laboratori-di-analisi/">La Germania, semplicemente, ha fatto più tamponi</a>, e li ha fatti perché dispone di più laboratori di analisi e di più materiale rispetto alla Francia o all’Italia. Sappiamo che la politica diagnostica realizzata in Lombardia segue le linee guida dettate dal Ministero delle Salute Pubblica, che prevede tamponi solo per casi sintomatici conclamati. Bisognerebbe, allora, chiedersi se tale politica non derivi semplicemente da un’impossibilità tecnica di fare altrimenti, tale per cui la scarsità di materiale e laboratori ha imposto la soluzione medica di uno screening molto limitato. In tutta questa faccenda è poi paradossale che proprio a Brescia risieda la “multinazionale a conduzione famigliare” Copan, che di tamponi ne produce per tutto il mondo, esportando all’estero il 90% della sua produzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il punto critico della pandemia: quando il capitalismo si arrende</em></p>
<p>La crisi sanitaria attuale è qualcosa di simile alla crisi finanziaria del 2008, ossia una crisi la cui violenza sistemica era in realtà prevedibile, perché frutto di decisioni umane consapevoli e non di accidenti naturali imponderabili. Quello che la <em>deregulation</em> ha fatto al mondo della finanza e poi dell’economia reale, la sussidiarietà lombarda e le altre politiche aziendalistiche e di contenimento della spesa pubblica hanno fatto al mondo della sanità pubblica. La crisi finanziaria, come sappiamo, non provocò alcuna svolta radicale, ma la crisi sanitaria si manifesta non attraverso il conteggio dei milioni di dollari bruciati, ma delle migliaia di morti, dentro e fuori gli ospedali.</p>
<p>Mi sono chiesto perché il modello di Boris Johnson, quello che scommetteva sull’immunità di gregge attraverso il sacrificio di mezzo milione di morti, e il proseguimento delle normali attività economiche, non sia passato. Nonostante alcuni casi eccezionali, come la Svezia, ad imporsi è stato il modello cinese, messo in atto in Europa da noi italiani per primi: confinamento totale e blocco dell’economia. Il confinamento totale, per altro, è più arduo da realizzare in paesi che hanno regimi democratici come i nostri. Senza il pieno consenso della popolazione, non funzionerebbe. La strategia inizialmente proposta da Boris Johnson è quella che, in teoria, meglio dovrebbe corrispondere ai principi di un’economia capitalistica, che mette al centro della realtà l’individuo produttore e consumatore. La maggior parte delle vittime del virus, in fondo, sono persone che non producono più e che consumano poco. Sono persone, quindi, che si trovano già ai margini della realtà così com’è concepita dall’economia capitalistica. Persone, in questo senso, più irreali che reali. In fondo, sono un peso sia per le loro famiglie che per il sistema sanitario. Quello che ci lega a loro è solo l’affetto famigliare, che è però una questione <em>privata</em>, una questione che ognuno dovrà, appunto, gestirsi <em>privatamente</em> durante l’emergenza. L’alternativa alla soluzione del libero contagio è quel che stiamo sperimentando adesso ed è qualcosa di inaudito: il blocco della produzione, della circolazione di uomini e merci, come <em>non era mai accaduto prima</em> su scala così ampia e in tempo di pace.</p>
<p>In un suo intervento del 29 marzo <a href="https://aoc.media/opinion/2020/03/29/imaginer-les-gestes-barrieres-contre-le-retour-a-la-production-davant-crise/?loggedin=true">sulla rivista AOC</a>, Bruno Latour, sociologo, antropologo e filosofo della scienza, sosteneva che di tutte le lezioni venute dalla pandemia questa è la più stupefacente.</p>
<p>“Abbiamo ora la prova, in effetti, che è possibile, nel giro di qualche settimana, sospendere dappertutto nel mondo e nello stesso momento un sistema economico di cui ci è stato detto fino a ieri, ch’era impossibile rallentare o orientare diversamente. A tutti gli argomenti degli ecologisti sulla trasformazione dei nostri modi di vivere, si opponeva sempre l’argomento delle forza irreversibile del ‘treno del progresso’, che nulla poteva far uscire dai binari, ‘a causa’, si precisava, ‘della globalizzazione’. Ora, è proprio questo suo carattere globalizzato che rende fragile il ben noto sviluppo, suscettibile invece di frenare e poi d’arrestarsi di colpo.”</p>
<p>Alla stupefazione di Latour va ad aggiungersi quella particolarmente amara di tutti i militanti e i lavoratori che si sono battuti in questi anni contro le politiche di austerità, contro i tagli alla spesa pubblica, contro l’inevitabile assottigliamento delle garanzie giuridiche ed economiche, che l’Europa e i singoli Stati avevano indicato come indispensabili alla crescita economica in un contesto di competizione mondiale. Com’è possibile che oggi, di colpo, abbiano aperto i cordoni della borsa? Per quale ragione l’Europa sospende, <em>per la prima volta</em>, il patto di stabilità e crescita, tirando fuori dal capello una clausola, introdotta per fa fronte a eventi “esterni” che stravolgerebbero il funzionamento economico normale? Il Covid-19 nel giro di un paio di mesi ha ottenuto più di quanto abbiano fatto le più virulente battaglie sociali di questi ultimi vent’anni.</p>
<p>L’arresto del sistema produttivo mondiale, e le sue varie conseguenze, come la sospensione del patto di stabilità per i paesi della comunità europea, ha qualcosa di miracoloso, d’innaturale, dal momento che il capitalismo aveva “naturalizzato” le sue leggi economiche e il suo modello produttivo. Questa rottura delle fatali leggi dell’economia capitalistica è vista da molti come un’occasione fondamentale di ripensamento e di svolta, sia a livello di decisioni individuali sia a livello di opportunità politiche. L’articolo di Latour è esemplare in tal senso: “Alla richiesta sensata: ‘Rilanciamo il più rapidamente possibile la produzione’, bisogna rispondere con un urlo: ‘Assolutamente no!’. L’ultima cosa da fare sarebbe di riprendere, allo stesso modo, tutto ciò che facevamo prima.” D’altra parte, le speranze rivoluzionarie in senso ecologico che la pandemia suscita devono essere confrontate con i costi sociali enormi che l’arresto produttivo su scala mondiale sta provocando. Si legga su questo l’importante e documentato articolo di Davide Orecchio <a href="https://www.rassegna.it/articoli/coronavirus-e-paesi-in-via-di-sviluppo-il-contagio-della-disuguaglianza"><em>Il contagio della disuguiaglianza</em></a>.</p>
<p>Ritorniamo, ora, alla domanda per me cruciale. Perché non è passata la risposta alla pandemia inizialmente proposta da Boris Johnson, la risposta che era più in linea con la concezione capitalistica della società, quella concezione che tutti i paesi delle economie avanzate, in modo più o meno unilaterale, abbracciano? Il filosofo Cornelius Castoriadis avrebbe probabilmente risposto in questo modo: non è passata perché vi è una socialità non capitalistica nel cuore stesso del capitalismo. Detto meglio: al di sotto dell’ideologia individualista e produttivista che permette all’economia di tipo capitalistico di prosperare, vi è una realtà sociale e umana, che non può essere del tutto annichilita, senza distruggere l’identità delle persone e la collettività nel suo insieme. Ad un certo punto tutti si sono accorti che non sarebbe stato sopportabile generalizzare e amplificare l’esperienza che gli italiani, e in particolar modo i lombardi, hanno fatto rispetto alle morti di Bergamo. Le persone, che fossero cristiani o atei, di destra o di sinistra, capi di stato o semplici cittadini, hanno intuito che la pandemia le avrebbe poste di fronte a un <em>esperienza critica</em>: la scelta delegata al personale sanitario di chi far morire e di chi salvare. Questa situazione si è già presentata, si dirà. L’esperienza critica è già stata fatta. A maggior ragione. Essa non poteva, non avrebbe potuto in ogni caso, banalizzarsi, diventare fatto corrente, ordinario, a livello nazionale, e poi mondiale. In ogni caso, quale che sia l’esito del confinamento totale, nei confronti della pandemia, e quali che siano i costi sociali (o le opportunità politiche) che l’arresto della produzione su scala mondiale produrranno, la maggior parte di noi, ovunque nel mondo, non potrebbe tollerare una moria quotidiana di esseri umani, fossero pure molto anziani, fossero pure degli estranei. E i primi che non avrebbero potuto tollerarlo a lungo sarebbero stati infermieri e medici.</p>
<p>Qualcosa di terrificante e miracoloso credo che sia veramente avvenuto. Qualcosa di non puramente razionale, utilitaristico, legato al calcolo costi e benefici, si è imposto, sopravanzando la voce di noi individui liberi e autonomi. Qualcosa ci ha legato e impacciato, ci ha richiamato a una comune umanità, che non è il frutto di un’aspirazione morale. Qui non è questione di moralità, di essere più o meno solidali. Di riscoprire i buoni valori cristiani o umanisti. Qui ne va della nostra identità stessa, dal momento che, di fronte all’orrore di queste morti, constatiamo la nostra inadeguatezza profonda; costatiamo in realtà un fatto elementare: non possiamo allontanarle da noi, neutralizzarle, obliarle a colpi di Netflix. Queste morti anonime, di sconosciuti, ci riguardano comunque e ci sconvolgono nel profondo. Non siamo riusciti a immaginare un mondo dove noi avremmo potuto vivere tranquillamente mentre loro morivano quotidianamente, sotto i nostri occhi, con il nostro assenso. E chi si è trovato, localmente, in tale situazione, potrà testimoniarlo meglio di me, meglio di qualsiasi filosofo. È proprio il non-umano, allora, il virus, ad averci riconnesso con la nostra realtà sociale, quella di cui siamo componenti, quella che ci ha preceduto, che ci sostiene da sempre, e che esisterà dopo di noi.</p>
<p>*</p>
<p>[Immagine di Ophelia Borghesan, <em>Chinese rum</em>, 2018.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 06:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Apparso in alfadomenica del 16 dicembre.]  Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-77123" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-768x529.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-250x172.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-200x138.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes-160x110.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/gilet-jaunes.jpg 840w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Apparso in <a href="https://www.alfabeta2.it/2018/12/16/alfadomenica-3-dicembre-2018/">alfadomenica</a> del 16 dicembre.]</p>
<p><strong> </strong>Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. <span id="more-76975"></span>Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di <em>apoliticità</em> degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Salario</em></p>
<p>Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata <em>decentemente</em> per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.</p>
<p>Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei <em>cahiers des doléances</em>. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di <em>Le monde</em> ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in <a href="https://fr.scribd.com/document/394450377/Les-revendications-des-gilets-jaunes">una delle liste</a> circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).</p>
<p>Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La <em>questione sociale</em>, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’<em>insicurezza della vita ordinaria</em>, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.</p>
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<p><em>Rappresentanza</em></p>
<p>Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del <em>modello sociale francese </em>avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla <em>continuità</em> delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.</p>
<p>Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio <em>verticale</em> Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un <em>rappresentante</em> del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di <a href="https://www.huffingtonpost.fr/2018/12/06/les-gilets-jaunes-reclament-le-ric-le-referendum-dinitiative-citoyenne_a_23610454/"><em>referendum d’iniziativa popolare</em></a>. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di <em>sovranità popolare</em>, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.</p>
<p>Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono <em>di per sé</em> un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle <a href="https://www.lamontagne.fr/gueret/social/politique/2018/12/06/les-gilets-jaunes-de-la-creuse-s-unissent-reclament-le-smic-a-1-600-euros-et-envisagent-le-blocage-du-pays_13075944.html#refresh">assemblee locali tra militanti</a>, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che <em>dopo</em> le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di <em>autolimitazione</em>: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata <a href="https://usbeketrica.com/article/fin-du-monde-fin-de-mois-meme-combat">“fin du monde, fin du mois: même combat”</a> (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione <em>ovvia</em> e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.</p>
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<p><em>Territorio</em></p>
<p>Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato <em>Où atterir? Comment s’orienter en politique</em> (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il <em>territorio</em> è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi <em>recentissimi </em>fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: <em>attaccarsi </em>a un suolo, da un lato; e <em>mondializzarsi </em>dall’altro.” (Latour, 2017).</p>
<p>Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in<a href="https://ilmanifesto.it/gilet-gialli-la-mappa-sociale-e-una-diagonale-del-vuoto-che-taglia-la-francia-in-due/"> un’intervista</a> apparsa anche sul <em>Manifesto</em>. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.</p>
<p>Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni <a href="https://www.vice.com/fr/article/vbap9m/avec-les-militants-queers-qui-ont-rejoint-les-gilets-jaunes?utm_source=vicefrfb&amp;fbclid=IwAR0GlGcz1W7sv7_HggWuOnc1XMJG_UvGcokoGsCzpQQeh5HbeqrkDIqDJd0">collettivi <em>queer</em></a>, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, <em>non hanno voluto capire</em>: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare <em>dall’esterno</em> il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: &#8220;i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi <em>al di fuori</em> delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo linee prestabilite delle categorie professionali&#8221;. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.</p>
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<p><em>Conclusione</em></p>
<p>Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (<em>The Populist Explosion</em>, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.</p>
<p>Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francese) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei <em>casseurs</em> sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.</p>
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		<title>Lo scienziato buono e lo scienziato cattivo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 05:22:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Questo pezzo fa parte di un nodo su scienza e democrazia apparso sul n° 18 di &#8220;Alfabeta2&#8221;, che include anche un inedito di Feyerabend curato e tradotto da Antonello Sparzani.] Realtà dell’uranio impoverito Da una decina di anni, in diversi paesi del mondo, associazioni e famiglie di veterani, organi dell’esercito, istituzioni internazionali [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Questo pezzo fa parte di un nodo su <strong>scienza e democrazia</strong> apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/04/sommario-del-n-18-aprile-2012/">n° 18</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;Alfabeta2&#8221;</a>, che include anche un <a href="http://www.alfabeta2.it/2012/04/13/atomi-e-coscienza/">inedito di Feyerabend</a> curato e tradotto da Antonello Sparzani.]</p>
<p><em>Realtà dell’uranio impoverito</em></p>
<p>Da una decina di anni, in diversi paesi del mondo, associazioni e famiglie di veterani, organi dell’esercito, istituzioni internazionali della sanità e dell’ambiente, ONG pacifiste e ambientaliste, giornalisti, ricercatori di diverse discipline, commissioni parlamentari, avvocati e magistrati stanno cercando di stabilire un <em>fatto</em>, l’esistenza o meno di un pezzo di realtà, ossia l’eventualità che esista un legame di causa-effetto tra l’uso di proiettili contenenti uranio impoverito e la malattia di chi, soldato o civile, è entrato in contatto con frammenti o polveri da essi prodotti. <span id="more-42231"></span>Nessuno pare oggi negare l’eventualità che un tale nesso possa esistere, ma nessuna perizia unanimemente riconosciuta permette di affermare che un tale legame sia indiscutibile. La guerra delle perizie è in atto, così come il tortuoso e lungo processo di determinazione dell’esistenza o meno di tale fatto; un processo che, in realtà, pur essendo di competenza della comunità scientifica, risponde costantemente a stimoli e pressioni di tutt’altra natura, sociale, giuridica, politica, mediatica.</p>
<p>Tra i diversi attori nazionali che intervengono in questa multiforme operazione di <em>collaudo</em> di un fatto, vi è anche l’Italia che, avendo inviato contingenti militari in teatri di guerra dove si sono utilizzate armi all’uranio impoverito, è da tempo confrontata a un quesito specifico e interessato: i soldati italiani si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito? Varrà la pena ricordare alcune tappe che, nel nostro paese, hanno contribuito a far evolvere la contesa in questione: le Commissioni parlamentari d’inchiesta, con relative relazioni (quattro, dal dicembre 2000 ad oggi), un convegno internazionale organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (“Uranio impoverito: aggiornamenti sullo stato della ricerca”, 17 dicembre 2008), e una sentenza del Tribunale civile di Cagliari contro lo Sato italiano (agosto 2011).</p>
<p>La posta in gioco nello stabilire il nesso di causa-effetto tra esposizione all’uranio impoverito e vari tipi di tumore è chiaramente politica, come dimostra la sentenza del Tribunale di Cagliari, che ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 584 mila euro i familiari di Valery Melis, un militare morto nel febbraio 2004 dopo una malattia contratta al ritorno da una missione in Kosovo. In un caso come questo, gli scienziati sono del tutto immuni da considerazioni extra-scientifiche, pur lavorando all’interno delle istituzioni?</p>
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<p><em>Lavoro di depurazione</em></p>
<p>Si può tentare di rispondere alla domanda, riproponendo nel campo intellettuale la storia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Da un lato, ci sarebbe lo scienziato buono che lavora, nell’ottica marxiana, al di fuori e contro l’ideologia, con spirito disinteressato, liberandosi dai pregiudizi culturali e da ogni interferenza politica, economica, morale; dall’altro, ci sarebbe lo scienziato cattivo, che soccombe agli interessi materiali, compromettendosi con i poteri economici e politici, o con le proprie opinioni religiose o morali. Per mantenere in vita l’idea della Scienza, che soprattutto una certa categoria di filosofi ha contribuito a diffondere (i “gnoseo-epistemologi”, come li chiamava Feyerabend), è necessario fare, dunque, un continuo lavoro di <em>depurazione</em>, per liberare il paniere dalle solite, inevitabili, mele marce. Una volta svuotato il campo scientifico da ogni pressione sociale, da ogni interferenza culturale, da ogni ombra di valori, si ottengono finalmente quei tersi enunciati veritativi, che dicono il mondo “così com’è”, e impongono alla contesa di pacificarsi di fronte al peso ineluttabile dei fatti. Poco importa che, nella prassi, questo lavoro di depurazione sia un compito infinito, dal momento che ambiti già corrotti e compromessi appaiono ad ogni piè sospinto, e che lo scienziato buono di oggi diventerà quello cattivo di domani, e viceversa. L’importante è la difesa di quello che è un principio più generale: <em>noi</em>, la civiltà occidentale, noi, gli inventori della modernità, noi, i portavoce della ragione umana universale, grazie a una delle nostre specialità, la Scienza, siamo gli unici a poter praticare la distinzione tra fatti e valori, tra la verità universale e il pregiudizio localistico, tra il mondo nella sua nuda oggettività e quello baroccamente addobbato dalle proiezioni immaginarie delle differenti culture non occidentali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ridescrivere la scienza, criticare l’universalismo occidentale</em></p>
<p>Le polemiche che un autore come Feyerabend scatenò nel corso di tutta la sua vicenda intellettuale adombrarono spesso le questioni fondamentali che motivarono la sua ricerca e che ancora oggi si rivelano decisive. Partendo dall’esigenza di una <em>ridescrizione </em>realistica di quanto la scienza fa, e opponendosi all’immagine tendenziosa e idealizzata che ne forniscono gli epistemologi, Feyerabend si è trovato, in compagnia di alcune delle menti più lucide del Novecento, a elaborare una genealogia critica dell’idea di modernità occidentale e della filosofia della storia che le è connaturata. Ai giorni nostri, l’universalismo occidentale, basato sull’equivalenza modernità-razionalità-scienza e sulla visione teleologica della cultura europea, è criticato da più fronti disciplinari e da più autori (da filosofi come Vincent Descombes e Charles Taylor a sociologi marxisti come Immanuel Wallerstein e antropologi sociali come Jack Goody).</p>
<p>Il Feyerabend più attuale è quello che vide un nesso forte tra, da un lato, l’interazione di tradizioni culturali diverse e, dall’altro, la possibilità di critica interna ad ogni tradizione. Ma perché interazione ci sia veramente, bisogna ricondurre anche l’universalismo della Scienza alla sua matrice provinciale e avviare l’itinerario accidentato e difficile della <em>traduzione</em> tra culture. Se questo non avviene, una sola cultura – quella occidentale – ha il potere di criticare tutte le altre, ma così facendo si priva anche degli strumenti utili per criticare se stessa, dal momento che assume la posizione inattaccabile di modello normativo dell’umanità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Affollare i laboratori</em></p>
<p>Se in Europa, attualmente, sembra impossibile, sul piano politico, individuare un’alternativa alla tecnocrazia – a meno di abbracciare populismi di matrice autoritaria – ciò dipende anche dalla difficoltà che si ha, sul piano culturale, a liberarsi dal mito dello scienziato buono. Rinunciare a un tale mito non implica, ovviamente, rinunciare ai contributi degli scienziati, ma impone di ridefinire il loro ruolo nei confronti dei cittadini. Feyerabend, in <em>La scienza in una società libera</em> del 1978, scriveva: “Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili”<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: “La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati”<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>In anni recenti Bruno Latour<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, sociologo della scienza, ha mostrato come la partecipazione dei profani all’impresa scientifica non sia tanto un obiettivo da realizzare, quanto una condizione inevitabile. Manca semmai una più ampia consapevolezza di questa collaborazione, che implica già da sempre la presenza di diversi ed eterogenei attori all’interno del laboratorio dello scienziato. Nel caso delle ricerche che riguardano l’impatto dell’uranio impoverito sugli esseri umani è ovvio che progressi significativi non verranno da scienziati buoni, isolati nei loro laboratori e del tutto impermeabili a qualsiasi contesa politica. Non verranno nemmeno, d’altra parte, da scienziati cattivi, che si lasceranno tacitamente condizionare dagli attori più “grandi” e influenti. Solo il riconoscimento di una contesa interessata, che coinvolga democraticamente i vari attori in gioco, dai più grandi ai più piccoli, dal Ministero della Difesa alle famiglie dei reduci, può garantire qualche forma di ampliamento delle nostre conoscenze della realtà. È quanto dice per altro, seppure indirettamente, uno dei relatori del Convegno internazionale sull’Uranio impoverito organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità. In un resoconto dei diversi interventi, si cita quello di Diego Telleria dell’IAEA (International Atomic Energy Agency). Quest’ultimo chiarisce che “attualmente, non sono in agenda nuove attività dell’Agenzia nel settore, e che comunque queste seguono sempre esplicite richieste ufficiali da parte di Paesi o dell’Assemblea Generale dell’ONU”.</p>
<p>La questione delle scienze in democrazia è dunque la questione di <em>chi</em> decide l’agenda delle ricerche di laboratorio, di <em>chi</em> insomma ha accesso al laboratorio e può ottenere udienza dagli scienziati. È chiaro che non si può dare una risposta di principio. Nel caso che abbiamo considerato, bisognerà chiedersi se è sufficiente che in laboratorio ci entrino i generali, il ministro della difesa, qualche parlamentare dell’opposizione, il rappresentante di una ONG ben selezionata, o se ci debbano entrare anche le madri dei reduci morti precocemente, i militari ammalati, i giornalisti indipendenti che hanno raccolto testimonianze nei Balcani e negli Stati Uniti, i civili kosovari, la cui sorte sembra non interessare alcuno Stato e alcuna comunità scientifica.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Paul K. Feyerabend, <em>La scienza in una società libera</em>, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 32.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Ivi, p. 149.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Bruno Latour, <em>Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze</em>, Cortina, Milano, 2000.</p>
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		<title>Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 05:28:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Consensus versus canea C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington consensus”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Consensus versus canea</em></p>
<p>C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington <em>consensus</em>”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.</p>
<p>Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: <em>a chi</em> stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una <em>crisi privata</em>. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi <em>cosa loro</em>, anche se ormai ne parlano in pubblico, a <em>noi</em>, ai profani.<span id="more-40994"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Gesticolazione e stasi</em></p>
<p>C’era una volta la politica, con le sue mancanze di volontà, ma anche con i suoi conflitti da mediare, il confronto ideologico, lo scontro sociale, le alleanze e le lotte tra i partiti, i negoziati tra le parti sociali. C’erano i decisori (eletti) che dovevano comporre con difficoltà i contrastanti interessi del popolo sovrano. Poi c’erano gli esperti, i tecnici, gli specialisti, svincolati da ideologie e partiti, che studiavano i fatti, e soprattutto le tendenze profonde, delineando i confini del possibile, di ciò che si può o non si può fare. E costoro, con gran sollievo dei decisori, servivano a conciliare d’un colpo il dibattito, tacitarlo con la forza indiscutibile della perizia. Oggi, però, questa ordinata concatenazione di dispute e silenzi, di volontà e necessità, di desideri e destini, è stata bruscamente interrotta. I fatti sono esplosi, i decisori sono afoni, le perizie divergono. La contesa è scivolata nel campo delle leggi di natura e dei fatti evidenti. E sui politici ricade intatta la responsabilità della deliberazione senza più alibi tecnocratici. Il loro potere riacquista un carattere arbitrario e incerto. Per salvare la faccia, si danno a grandi gesticolazioni, ma il risultato è quella di una marcia sul posto. La celebre “volontà politica” torna in agenda, ma più spesso in forma di rito o sceneggiata propiziatoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Rappresentanza e rappresentazione</em></p>
<p>Non c’è bisogno di intervistare un politologo o di compulsare le statistiche sull’astensionismo, per avere notizie sullo stato di salute della rappresentanza. Uno sguardo a cosa accade nelle piazze sarà più eloquente. Qualcuno ancora si lamenta, per la quantità di movimenti di protesta carenti di partito, bandiere, gerarchie e burocrazie precise. Senza parlare dei saccheggiatori, che non si degnano neppure di utilizzare qualche ingenuo ma promettente slogan millenaristico. Certo, ci vorrebbero dei decisori più decisi e degli esperti meno imperiti. Nel frattempo, però, la fiducia nei gesticolanti è scarsa e la rabbia cresce.</p>
<p>D’altra parte, perché sia possibile immaginare una risposta democratica alla crisi, la semplice revoca delle deleghe o la volonterosa mobilitazione dei cittadini non sono sufficienti. È necessario porre anche il problema della <em>rappresentazione</em>, ossia di come sia possibile fare della crisi una <em>cosa pubblica</em>, strappandola alle cerchie che, attraverso il loro stili e vocabolari, la <em>privatizzano</em>. Senza la possibilità di comporre un mondo comune, di presentarlo in una forma estetica adeguata, non si dà neppure la possibilità di una disputa politica[1]. In che modo, quindi, si elabora un racconto della crisi? Attraverso quali forme, generi, tecniche artistiche, e mettendo ordine in quale materiale? Procedimenti artistici e generi narrativi svolgono funzioni cognitive indispensabili, anche per la loro capacità di ricondurre versioni sofisticate e contrastanti del mondo al “senso comune”, ossia alla sensibilità e al giudizio di un soggetto non teorico, ma pratico, inserito in forme di vita determinate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La costruzione di un discorso appropriabile </em></p>
<p>La crisi è reale, e agisce sulla realtà: provoca sofferenze, disordini, reazioni. La crisi, inoltre, esiste nei discorsi esperti, in analisi dettagliate e discordi che cerchie ristrette di persone portano avanti. La crisi esiste infine come enigma, quesito, all’interno della sfera pubblica. Si manifesta come minaccia prossima ed evidente, e al contempo come evento spettrale, d’altri mondi. Chimera costituita da mutamenti tangibili del nostro quotidiano e da astratte profezie, essa attende di <em>adattarsi</em> alle nostre comuni forme narrative. La preoccupazione principale non riguarda allora la possibilità di adeguare la crisi reale a un supposto discorso <em>vero</em>, bensì la possibilità che esista un discorso sulla crisi in grado di essere compreso e trasmesso, di cui un ascoltatore qualsiasi si possa quindi appropriare dopo averlo ascoltato – laddove il discorso esperto rimane per il profano irripetibile e intraducibile. Un tale discorso non esiste, finché qualcuno non l’abbia costruito artificialmente. È questo il lavoro di artisti, scrittori, fotografi, cineasti, ecc. Si potranno poi istruire processi sulle inesattezze, esagerazioni, verità fattuali, congetture, ma intanto è fondamentale che un intreccio e una visione abbiano preso corpo pubblicamente, e permettano ad ognuno di formulare dubbi, giudizi, domande. La democrazia ha bisogno di un meccanismo di rappresentanza, ma anche di rappresentazione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Suscitare interesse, muovere affetti</em></p>
<p>Una riflessione sulla divulgazione è importante, ma non sufficiente. Uscire dal discorso esperto, non vuol dire semplicemente approntare una forma di traduzione, che faciliti la circolazione tra i profani della crisi come <em>res</em> davvero <em>pubblica</em>. Semplificare non basta, bisogna suscitare <em>interesse</em>. Siamo in un ambito politico, non scientifico: la conoscenza qui non è disinteressata, spassionata, prodotta da un fantomatico soggetto incorporeo. Perché le persone orientino la loro attenzione su un determinato ambito, è necessario muovere in esse degli affetti. (Dire che le conseguenze della crisi riguardano tutti, oggettivamente, non equivale a dire che la crisi provochi, in tutti, l’urgenza di comprenderne natura e meccanismi. Posso essere affetto da una malattia gravissima, senza per forza avere interesse a conoscerne prognosi e eziologia.)</p>
<p>Frédéric Lordon, economista spinoziano, collaboratore di “Le Monde diplomatique”, ha realizzato una trasposizione teatrale della crisi in alessandrini (<em>D’un retournement l’autre. </em><em>Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatres actes, et en alexandrins</em>, Seuil, 2011). Il risultato estetico è poco convincente, ma i motivi di una tale esercizio sono da considerare con attenzione. Li esprime in « Surréalisation de la crise », il saggio che chiude il volume. I discorsi veri, le analisi corrette non hanno mai, <em>per forza propria</em>, guidato il mondo, nonostante alcuni universitari siano portati a credere il contrario. “Dovranno quindi arrendersi all’idea che, di tutti i discorsi, quello dell’astrazione è fin dall’inizio il meno <em>capace</em>, proprio perché si svolge in un’atmosfera povera di affetti – constatazione che non toglie nulla alla fondatezza di questi sforzi, ma chiede semplicemente di rivedere al ribasso le aspettative pratiche e politiche”. Se la verità non è portata dalla passione, essa rimane inefficace, fluttuante come un sogno, incapace di radicarsi nelle attitudini. “Il capitalismo non resiste forse all’oltraggio abnorme della crisi presente, non si mantiene in piedi nell’inverosimile sprofondamento intellettuale e morale che dovrebbe inghiottirlo? Contro i vantaggi inerziali della dominazione, tutti i mezzi sono buoni, tutto va preso in considerazione, cinema, di finzione o documentaristico, letteratura, foto, fumetti, istallazioni, tutti i procedimenti vanno considerati per poter realizzare delle macchine produttrici di affetti.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ragion pura finanziaria e sublime</em></p>
<p>Porre la questione estetica della crisi vuol dire chiedersi quale narrazione sarà in grado di darle consistenza e senso. Chi voglia narrare la crisi, innanzitutto, dovrà eludere le aporie della ragion pura finanziaria, dentro cui si dibattono discorsi esperti e divulgazioni. I mercati si autoregolano durante le crisi o sono rimessi in sesto da interventi esterni? La crisi nasce da una necessità economica o da una scelta politica? Va compresa come un fenomeno atmosferico o un piano ordito da una banda di criminali? Come una lotta tra paradigmi intellettuali o l’esito di puri rapporti di forza tra gruppi sociali? È un’impersonale concatenazione macchinica o una microfisica del potere, a cui ognuno contribuisce? Le risposte verranno dalle scienze dell’economia o dall’economia politica?</p>
<p>A questa difficoltà, se ne aggiunge un’altra, che possiamo ricondurre alla tradizionale tematica del <em>sublime</em>: com’è possibile manifestare in un artefatto artistico finito una realtà esorbitante, infinita, che trascende l’intendimento e la sensibilità umana? Come può una narrazione di tipo letterario o cinematografico, per articolata che sia, includere una realtà globalizzata come il capitalismo finanziario, che coinvolge miliardi di comparse e migliaia di protagonisti, istituzioni complesse come le banche d’investimento, oltreché una legione di oggetti non ben identificati come i Cdo (Obbligazioni collaterali di debito)?</p>
<p>In altri termini, chi vuole raccontare la crisi in modo che diventi davvero di pubblico interesse, deve innanzitutto trasporre fenomeni impersonali e entità astratte in un mondo di azioni e di agenti, che presentino a noi cittadini comuni i caratteri dell’intelligibilità e della verosimiglianza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’incarnazione dei subprime</em></p>
<p>Le opere che, dallo scoppio della crisi ad oggi, hanno contribuito maggiormente a costruirla come “cosa pubblica” e “discorso appropriabile” sono probabilmente alcuni documentari. Penso in modo particolare a <em>Cleveland versus Wall Street</em> dello svizzero <strong>Jean-Stéphane Bron</strong> (produzione francese, 2010), a <em>Debtocracy</em>, dei giornalisti greci <strong>Katerina Kitidi</strong> e <strong>Aris Hatzistefanou</strong> (autofinanziato e pubblicato gratuitamente in rete nel 2011[2]) e soprattutto a <em>Inside Job</em>[3] prodotto, scritto e diretto da Charles Ferguson nel 2010 e Oscar per il miglior documentario nel 2011.</p>
<p>Se considerati nell’ottica del semplice discorso critico sul genere del documentario, ognuno di questi lavori può prestare il fianco a diversi rimproveri od elogi. Qualcuno criticherà il carattere partigiano, che governa la selezione e l’esposizione dei fatti; altri, evidenzieranno approssimazioni, forzature, inesattezze. Altri ancora, considereranno l’approccio politico come ciò che valorizza e contraddistingue queste opere. Pochi, però, noteranno un fatto fondamentale: opere simili contribuiscono innanzitutto a portare la crisi dentro il <em>nostro mondo</em>, non per frammenti irrelati ed enigmatici, ma per articolazioni portatrici di senso, che ci permettono di sollevare delle domande specifiche su di essa, al di fuori della tutela degli esperti.</p>
<p>Il film di Bron mette in scena una <em>class action</em> promossa dalla città di Cleveland contro 21 banche di Wall Street, accusate di aver affibbiato in modo scorretto mutui subprime a un gran numero di cittadini. Nella realtà, le banche ottennero un rinvio <em>sine die</em> del processo, che Bron decise allora di svolgere davanti alle telecamere, coinvolgendo tutti i protagonisti reali in un animato dibattimento. Qui siamo al di là di ogni chiara categoria di genere: il film di Bron non documenta un vero processo, né ne propone la ricostruzione fittizia. Egli ha filmato delle persone che testimoniano, dibattono e giudicano sulla base della loro effettiva esperienza <em>come se</em> il processo fosse reale.</p>
<p>In questo modo, <em>Cleveland versus Wall Street</em> permette che siano formulate le domande fondamentali di pubblico interesse: chi sono le vittime, chi i colpevoli della crisi finanziaria? Ma l’importanza sta meno nella risposta netta che uno spettatore potrebbe trarre dalla visione del film, che dal mutamento di sguardo che egli porterà sulla crisi. Egli assiste, ad esempio, a un fenomeno inconsueto, ossia l’incarnazione del termine tecnico <em>subprime</em>, di cui avrà letto una definizione in qualsivoglia glossario divulgativo sulla crisi. Questo famigerato virus finanziario è ricondotto a una configurazione di relazioni tra persone concrete: il mutuatario, con la sua storia lavorativa precaria, il basso livello d’istruzione, un passato di insolvenze e il mediatore creditizio, giovane e aggressivo, motivato dalle commissioni che ricava sui mutui a rischio concessi per conto delle grandi banche. Di colpo gli eterei mercati finanziari si popolano di biografie innumerevoli e i suoi prodotti appaiono la scia astratta di relazioni asimmetriche tra persone. Un mondo complesso comincia a prendere consistenza laddove regnavano le ombre delle transazioni finanziarie e gli stemmi delle agenzie di credito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La democrazia delle due ore</em></p>
<p>Un dibattito politico intorno alla crisi ha diritto d’esistenza solo nel momento in cui essa può venir imputata all’azione inadempiente o malevola di gruppi o persone, e non invece al caso o a necessità naturali. La domanda che verte sui responsabili è dunque centrale, in quanto permette poi di valutare i danni, di avanzare richieste di riparazione, ecc. Ciò che rende “politico” un documentario sulla crisi non è allora un documentario che risponde in modo univoco e definitivo a domande del genere. Se così fosse, il documentario piuttosto che favorire le condizioni di un dibattito politico democratico, le cancellerebbe, ponendosi come perizia e sentenza definitiva. Con questo non si vuol dire che il documentarista non debba avere un’intenzione o una propria convinzione politica, ma il carattere propriamente politico della sua opera sta altrove.</p>
<p>Nel pressbook ufficiale di <em>Inside Job</em>, l’autore, <strong>Charles Ferguson</strong>, scrive: “Questo film è un tentativo di offrire un quadro esaustivo di un tema estremamente importante e attuale: la peggiore crisi finanziaria dai tempi della Grande depressione (…). Era una crisi completamente evitabile (…). Io spero che questo film, in meno di due ore, dia al possibilità a tutti di comprendere la natura e le cause fondamentali del problema”. Ciò che rende politico un tale lavoro è: 1) lo sforzo per restituire una totalità, senza troncarla o rimuoverne degli elementi cruciali; 2) porre la questione delle responsabilità umane – eventi non accaduti per caso o necessità, ma per scelta o omissione; 3) assemblare tutti questi elementi in un prodotto della durata non superiore alle due ore. L’ultimo punto, che appare il più ovvio, è per certi versi quello decisivo in termini politici. <em>Inside Job</em> non è l’unico prodotto culturale che è stato in grado di fornire un quadro esaustivo della crisi, stabilendone natura, cause e responsabilità. Diversi studi, inchieste, libri hanno realizzato questi obiettivi. Ma difficilmente questi prodotti sono fruibili nell’arco di due sole ore, ossia in quell’intervallo di tempo che una persona qualsiasi è abituata, nel tempo del non lavoro, a dedicare allo svago o a particolari interessi. (Assemblare due ore d’informazioni, in modo approssimativo, arbitrario e caotico, è un esercizio giornalistico molto diffuso; fare la medesima cosa, in modo scrupoloso ed efficace, implica un non comune talento artistico e intellettuale.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Architetti e guardiani di mondi</em></p>
<p>Che cosa s’intende per quadro esaustivo? Se il discorso esperto, immergendosi nella foresta dei dettagli tecnici, analizza e disarticola, il documentarista politico sintetizza e articola. Detto più precisamente, allestisce il <em>mondo</em>, che ha permesso a determinati attori di compiere determinate azioni. Non è sufficiente sbattere un Madoff o un Kerviel o qualche altro trader diabolico davanti alle telecamere e dire: abbiamo il peccato e pure il peccatore! Ciò che viene rimosso in queste esibizioni dei grandi colpevoli è proprio il tipo di mondo in cui essi hanno potuto agire, nel quale sono maturate le loro azioni, si sono formati i loro desideri.</p>
<p>Non è sufficiente additare, da un punto di vista politico, l’azione avida, l’agente senza scrupoli. Bisogna delineare un intero mondo, per comprendere come, nel corso del tempo, siano maturate le condizioni di una tale crisi. Ed è quello che <em>Inside Job</em> riesce a fare, permettendo di vedere quali statuti sociali, CV, discorsi ipocriti, stili di consumo, astuzie legali, tracotanze di classe, sotterfugi intellettuali, strumenti scientifici o pseudo tali, alleanze politiche, conflitti d’interesse siano necessari per preparare un crollo mondiale del sistema finanziario.</p>
<p>Ma nel momento in cui un Ferguson riesce a evocare lo specifico mondo che ha prodotto la crisi, anche ci permette di seguire la pista politicamente più feconda: l’individuazione di quelli che, con<strong> Frédéric Lordon</strong>, potremmo chiamare <em>architetti </em>e <em>guardiani</em> di mondi. Scrive Lordon: “Dobbiamo assolutamente distogliere lo sguardo dagli individui, considerati unici autori dei loro atti e desideri, per cogliere quelle che sono le strutture che configurano, (…) definiscono gli interessi degli agenti e fissano il margine di manovra concesso loro per perseguirli. (…) Poiché, se incriminare la responsabilità degli agenti una volta che sono inseriti nelle strutture è perfettamente vano, ben diversamente risulta la questione della responsabilità di coloro <em>che hanno installato le strutture</em> e di coloro c<em>he hanno lavorato alla loro eternità</em>”[4].</p>
<p>Gli architetti della crisi, allora, sono innanzitutto i responsabili della deregolamentazione, coloro che a partire dagli anni Ottanta, hanno contribuito a eliminare istituti e norme che permettevano allo stato di porre limiti e controlli al potere finanziario. La deregolamentazione è una storia di attori politici che cedono a pressioni di lobby economiche e una storia di autorevoli esperti che forniscono legittimazioni ideologiche a questi cedimenti, permettendo che non vengano successivamente messi in questione. Le banche non hanno conquistato il mondo da sole, così come il potere economico non domina su quello politico per intrinseca superiorità: nell’arco di un trentennio, è possibile ricostruire negli Stati Uniti un deliberato ripiegamento del potere politico a favore di quello economico, ossia il passaggio da un regime imperfettamente democratico a un regime quasi perfettamente oligarchico. La deregolamentazione, anche se avviene attraverso piccole e discrete mosse d’ingegneria tecnocratica, è un’opera resa interamente possibile da chi detiene il potere politico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Necessità dei mondi comuni</em></p>
<p>Nel 2010 è stato pubblicato in Francia, il <em>Manifeste des économistes atterrés</em> (Manifesto degli economisti sconcertati), firmato da 630 economisti, mobilitati per proporre delle alternative alle politiche di austerità varate in Europa. Nell’introduzione si legge: la scienza economica “deve anche ricordarsi che appartiene ai cittadini, non agli esperti, di determinare in comune, attraverso la deliberazione democratica, gli obiettivi dell’azione economica, i criteri della sua efficacia e i mezzi per approssimarsi ad essa”. Parole sacrosante. Ma politici ed esperti potranno parlarsi tra di loro, e parlare al popolo sovrano, solo in virtù della necessaria collaborazione di artisti, scrittori, registi, che concorreranno a costruire mondi comuni, a partire dai quali abbia senso avviare il dibattito democratico.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Non faccio qui che seguire un ragionamento del sociologo francese Bruno Latour : “<em>composizione progressiva del mondo comune </em>è il nome che attribuisco alla politica”. Si veda in particolar modo<em> </em>“From Realpolitik to Dingpolitik or How to Make Things Public”, in <em>Making Things Public. Atmospheres of Democracy</em>, a cura di Bruno Latour e Peter Weibel, Exhibition at the ZKM – Center of Art and Media Karlsruhe, 2005.</p>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Si può vedere anche qui : www.alfabeta2.it/2011/06/22/debtocracy-sul-debito-greco/.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Disponibile da settembre 2011 nella collana « Real Cinema » di Feltrinelli, che associa al DVD un volume di materiali diversi, tra cui una guida per gli insegnanti.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Frédéric Lordon, <em>La crise de trop. Reconstruction d’un monde failli</em>, Fayard, 2009, pp. 37-38.</p>
<p>*</p>
<p><em>Questo articolo è uscito sul n° 15 di &#8220;alfabeta2&#8221;</em></p>
</div>
</div>
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