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	<title>buenos aires &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Braccia rubate (al cinema) &#8211; atto II</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/09/24/braccia-rubate-al-cinema-atto-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 12:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[Illustrazione di Roland Topor &#160; Ecco il secondo atto della rubrica « Braccia rubate (al cinema) », corredato da una breve bio-filmografia dell’autore e da un link a un film che evoca il testo (o viceversa). Le seconde braccia rubate sono quelle di Manuel Maria Almereyda Perrone con le sue tre storie di lupi, Lavizzari e bulbi oculari. &#160; ANTI-FAVOLA   Francia, massiccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-56604" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10-212x300.jpg" alt="roland-topor-10" width="316" height="447" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/roland-topor-10.jpg 342w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" /></a></p>
<p><em>Illustrazione di Roland Topor</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Ecco il secondo atto della rubrica « Braccia rubate (al cinema) », corredato da una breve bio-filmografia dell’autore e da un link a un film che evoca il testo (o viceversa). Le seconde <em>braccia rubate</em> sono quelle di <strong>Manuel Maria Almereyda Perrone</strong> con le sue tre storie di lupi, Lavizzari e bulbi oculari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>ANTI-FAVOLA</strong></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="h1Mptgi23YE"><iframe loading="lazy" title="The Phantom of Liberty - Luis Buñuel - Dinner Scene" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/h1Mptgi23YE?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>Francia, massiccio centrale, febbraio 2017</p>
<p>Trovati morti ancora dodici lupi.</p>
<p>Negli ultimi mesi la carneficina di lupi è aumentata in modo allarmante: sono ormai migliaia gli esemplari trovati morti in questa regione montagnosa.</p>
<p>Compito ingrato quello della polizia locale che cerca di mettere un freno a questi atti criminali, difficili da perseguire perché le vittime sono animali, e contro un’opinione pubblica che disprezza i lupi e chiude volentieri un occhio su questo massacro.</p>
<p>Tutto porta a pensare che non si tratti di casi isolati ma che siano tutti opera della stessa persona che agisce con freddezza e premeditazione.</p>
<p>I lupi sono attirati nel bosco, con cestini pieni di leccornie.</p>
<p>Storditi dal cibo sono legati e travestiti con abiti da pensionata.</p>
<p>In seguito, in questo atto barbarico, gli viene inserito un bambolotto di plastica nel ventre lacerato.</p>
<p>Tutto questo mentre sono ancora in vita. Moribondi sono infine violentati e sgozzati nel momento del piacere.</p>
<p>Il giornale locale è stato vittima di un attentato dopo una serie di articoli che esigevano una presa di posizione della popolazione accusandola di nascondere e assecondare il probabile mandatario di questi atroci delitti.</p>
<p>Nell’ultimo articolo appaiono alcune foto, scattate da un cacciatore che aveva assistito alla scena e sfuggito per puro miracolo, che lasciano poco spazio ai commenti e stordiscono per la loro crudezza: una bambina di sette anni, bionda, vestita di un impermeabile rosso e ricoperta dal sangue del povero animale che sta torturando con un sorriso innocente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA GUERRA DEL PESO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si è detto a lungo che il quadro di Lavizzari sia uno dei più suggestivi della sua epoca.</p>
<p>A cavallo tra l&#8217;alto e il basso medioevo il quadro rappresenta il ponte tra questi due mondi, le credenze e l&#8217;immaginario di popolazioni così diverse tra loro.</p>
<p>La guerra del peso, dipinto dal maestro nella primavera dell&#8217;anno mille, raffigura due popoli che scendono da due valli contrastanti per affrontarsi in un corpo a corpo sanguinario.</p>
<p>Due donne in primo piano, avvinghiate tra di loro, traspirano tutto il rancore della guerra, il sudore e la polvere sono magistralmente raffigurati dal maestro con un utilizzo di colori tenui in una scala cromatica per il resto dai toni forti e generosi, tecnica ancora sconosciuta all’epoca e poi ripresa dalle scuole della Bassa Sassonia e dai maestri rinascimentali.</p>
<p>Le due donne raffigurano la sintesi dei gusti a cavallo tra le due epoche, una opulenta e imponente con un seno prosperoso, l&#8217;altra dal corpo asciutto, scaltra agile e muscolosa, un seno piccolo e appuntito.</p>
<p>Ogni donna è seguita da un popolo di persone, da una parte magri e agili dall&#8217;altra grassi e imponenti.</p>
<p>La battaglia è un abbraccio di questi due popoli, avvinghiati in questo corpo a corpo silenzioso.</p>
<p>Per questo motivo da sempre questo quadro è stato considerato un grande capolavoro d&#8217;avanguardia rispetto ai suoi tempi.</p>
<p>Una rappresentazione tangibile dell&#8217;immaginario collettivo, un esempio della sua trasformazione tra due epoche, da un periodo di prosperità economica rappresentato da donne formose coi seni prominenti a un periodo di miseria in cui l&#8217;ideale è rappresentato dalla scaltrezza e la forza di sopravvivenza.</p>
<p>Nel Medioevo il processo di cristianizzazione porta in effetti ad un radicale cambiamento nel modo in cui viene percepita la figura femminile.</p>
<p>L’austera morale medioevale definisce i nuovi canoni estetici del corpo della donna: esile e acerbo per dimostrarne la castità e la purezza, con i fianchi stretti, il seno appena abbozzato, ma il ventre prominente, indice di fecondità in quanto madre.</p>
<p>In epoche successive questo conflitto e questa trasformazione si sarebbero ripetute a vari intervalli.</p>
<p>Forse la guerra intestina più importante nella storia dell&#8217;umanità: la guerra tra grassi e magri.</p>
<p>Quello che si conosce meno è la storia intima del maestro e le origini del quadro.</p>
<p>Uno studioso svedese, Jolaf Sberdensen, ha scritto un ottimo testo proponendo un parallelo con il mistero delle valli gemelle, mistero che data della stessa epoca del Lavizzari e anzi, secondo lo studioso il mistero non sarebbe altro che la storia riprodotta nel quadro.</p>
<p>Visione piuttosto imbarazzante perché relegherebbe il capolavoro del maestro a una semplice cronaca di fatti e non uno sguardo sensibile sull&#8217;umanità e i suoi complessi.</p>
<p>Sberdensen si perde un po&#8217; in questa polemica sterile, dato che qualunque sia la fonte di ispirazione il quadro è un capolavoro anche per l&#8217;equilibrio delle parti, la sovrapposizione di tecniche, la sensibilità e la ricchezza di dettagli, in cui non è da meno la precisione anatomica, anch&#8217;essa piuttosto insolita per l&#8217;epoca.</p>
<p>Ma non c&#8217;è bisogno di perdersi a difendere un artista che non ha altro argomento di aver sopravvissuto nel tempo e aver continuato a dialogare coi suoi posteri, mille anni dopo, con assoluta pertinenza.</p>
<p>Molti poeti hanno citato il maestro, nei secoli, in modo più o meno esplicito.</p>
<p>Basti ricordarsi i famosi versi di Leopardi – ai tu che al cuor fece bilancia – nei suoi teneri sonetti di gioventù.</p>
<p>La scuola freudiana ha fatto suo lo sguardo del maestro sintetizzando i disturbi alla base di anoressia e bulimia come il complesso di Lavizzari.</p>
<p>Perfino in medicina il nodone di Lavizzari fa riferimento all&#8217;infiammazione dei neurostrasmettitori che si occupano dello smaltimento del grasso.</p>
<p>L&#8217;imponente opera di Botero non si potrebbe capire senza considerare una certa vena di provocazione al maestro.</p>
<p>Famosa è anche la storia del quadro.</p>
<p>Rifiutato dalla società dei duchi, che avevano commissionato l&#8217;opera a Lavizzari, probabilmente a causa del loro rinomato complesso estetico, il quadro è finito per secoli nel dimenticatoio, prima di diventare una delle opere di riferimento per tutta una generazione di pittori barocchi, che ne vedevano una chiara rappresentazione del potere delle forme e della vittoria dell&#8217;opulenza.</p>
<p>Durante i primi anni del Ventesimo secolo, invece se ne ricordano le riproduzioni su manifesti di propaganda politica, esortando un popolo magro e coraggioso a difendersi a ribellarsi a un nemico grasso e inattaccabile.</p>
<p>Il quadro per anni ha occupato una delle sale più importanti del Musée du Louvre, a Parigi.</p>
<p>Recentemente ha ancora fatto parlare di sé dopo essere stato oggetto di vandalismo dalla famigerata società dei custodi del grammo.</p>
<p>La polemica che ne è scaturita ha portato il governo francese a proibirlo per oscenità e provocazione della morale di uguaglianza e fratellanza dei popoli.</p>
<p>Da quel momento si trova nelle cantine del museo, malgrado le insistenti domande da parte di musei di tutto il mondo, in attesa della fine di un processo che probabilmente durerà ancora molto tempo.</p>
<p>Quello che stupisce in tutta questa storia è che, malgrado il quadro abbia suscitato forti reazioni, sia stato soggetto di vari saggi e sia un pilastro della storia dell&#8217;arte, un elemento non viene mai citato al proposito, anche se è senza dubbio essenziale per capire l&#8217;opera del maestro e la sensibilità del suo capolavoro.</p>
<p>Lavizzari era cieco.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>UN OCCHIO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno sono andato a pescare nei mari del Sud.</p>
<p>Seduto su una sedia in metallo pieghevole, un secchio a terra pieno a metà d&#8217;acqua e la sigaretta tra i denti per salvarla dal vento, ho pescato un occhio.</p>
<p>Un occhio grosso, scivoloso come un pesce, caldo e morbido.</p>
<p>Aveva dei tentacoli come lunghe ciglia e non si capiva se sopra e sotto gli spuntassero pure due piccole pinne.</p>
<p>La sera raccontando l&#8217;accaduto, in una taverna di poca cosa, attorno a un tavolo grezzo e ricoperto di bottiglie, i vecchi avventori, che di notte sono pescatori, mi hanno spiegato.</p>
<p>Nei mari del sud capita spesso di pescare un occhio, un naso o una bocca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>FINE</strong></p>
<p><strong>Manuel Maria Almereyda Perrone,</strong>(03/12/1981), svizzero di origine napoletana e tedesca, si forma in teatro, scopre il linguaggio cinematografico per caso, lavorando con un gruppo di donne anziane (da 80 a 90 anni) a Buenos Aires su un progetto teatrale, per adattarsi ai problemi di energia e memoria del gruppo.</p>
<p>Ha fondato a Marsiglia, dove vive e lavora, l’<em>Agence de l&#8217;Erreur </em>(<a href="http://www.lerreur.fr/">www.lerreur.fr</a>) con cui ha prodotto <em>Rêves d&#8217;occasion</em>, 2012, di cui l&#8217;episodio <em>Santex </em>è stato distribuito da Canal Plus, <em>Adios Muchacha</em>, che ha avuto il premio Paca al Festival di Nizza. Lavora in questo momento come assistente di Cid Hamet Ben Engeli su un adattamento cinematografico di <em>Don Quichotte de la Mancha</em>. Ha avuto il premio Unesco della città di Trieste per la sua poesia <em>Ho camminato nel giardino dei vecchi</em> ed è stato finalista del premio di drammaturgia Oltreparola per la pièce <em>Agonia di un angelo.</em></p>
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		<title>Monologo dello scapolone (da Aguafuertes porteñas)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/09/27/monologo-dello-scapolone-da-aguafuertes-portenas/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Acqueforti di Buenos Aires]]></category>
		<category><![CDATA[Aguafuertes porteñas]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[buenos aires]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Arlt]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Arlt Mi guardo il pollice del piede e godo. Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”. Il mio lettuccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Arlt<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/24/monologo-dello-scapolone-da-aguafuertes-portenas/roberto-arlt-acqueforti-di-buenos-aires/" rel="attachment wp-att-49000"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49000" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg" alt="Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires" width="172" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires.jpg 258w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" /></a></strong></p>
<p>Mi guardo il pollice del piede e godo.</p>
<p>Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”.</p>
<p>Il mio lettuccio è onesto, una piazza, e ringrazio. Potrebbe usarlo comodamente il papa o l’arcivescovo.</p>
<p>Alle otto del mattino entra in camera la padrona della pensione, una signora grassa, calma e materna. Mi fa due massaggi alla schiena e sul tavolino posa la tazza di caffelatte e il pane imburrato. La padrona mi rispetta e mi stima. La padrona ha un pappagallo che dice: – Ajuá! Te ne sei andato? Buona fortuna. – E confortandomi, il pappagallo e la padrona mi fanno ben capire quanto sia ingrata la vita per chi ha moglie e, oltre alla moglie, una caterva di figli.</p>
<p>Sono dolcemente egoista e non mi sembra una brutta cosa.</p>
<p>Lavoro il giusto per vivere, senza fregare nessuno, e sono pacifico, timido e solitario. Non credo negli uomini e meno ancora nelle donne, anche se questo non mi impedisce a volte di avere rapporti con loro, perché l’esperienza si perfeziona attraverso l’incontro (e del resto non c’è donna che, per pessima che sia, indirettamente non ci faccia del bene).</p>
<p>Mi piacciono le giovinette che si guadagnano da vivere. Sono le uniche per le quali nutro grande rispetto, anche se non sempre sono splendori di donne. Mi piacciono perché esprimono un sentimento di indipendenza che è il credo della mia vita.</p>
<p>Quelle che mi piacciono più di tutte, però, sono le donne che non si truccano. Quelle che si lavano la faccia, ed escono con i capelli umidi, con quella sensazione di pulizia interna ed esterna che a uno, senza farsi scrupoli, verrebbe voglia di baciar loro i piedi.</p>
<p>Non mi piacciono i ragazzi, fatte alcune eccezioni. In tutti i piccoli, quasi sempre si scoprono i tratti della furbizia paterna, per questo li preferisco a una certa distanza, e la penso come la maggior parte della gente, che si trova d’accordo nel dire: «Che ragazzi, sono una meraviglia!», anche se è una menzogna.</p>
<p>Faccio il bagno ogni giorno, inverno ed estate. Un corpo pulito è la base dell’igiene mentale.</p>
<p>Credo nell’amore quando sono triste, mentre quando sono contento guardo certe donne come se fossero le mie sorelle, e mi piacerebbe poterle fare felici, anche se non posso nascondermi che un pensiero del genere è davvero una sciocchezza, già che è impossibile che un uomo faccia felice una sola donna, immaginiamoci tutte.</p>
<p>Ho avuto diverse fidanzate, e ho scoperto in esse solo l’interesse per il matrimonio. Naturalmente dicevano di amarmi, ma poi amarono anche altri, il che dimostra come la natura umana sia sommamente instabile, sebbene le sue azioni vogliano ispirarsi a sentimenti eterni. Per questo non mi sono mai sposato.</p>
<p>Tra chi mi conosce, ben pochi dicono che sono un cinico; in realtà sono un uomo timido e tranquillo, che invece di fermarsi alle apparenze cerca la verità, perché la verità è la sola via per una vita degna.</p>
<p>Molta gente ha provato a convincermi a metter su una famiglia, e alla fine ho scoperto che questa gente sarebbe stata molto felice se non avesse avuto una famiglia.</p>
<p>Sono servizievole nella giusta misura e a patto che il mio egoismo non si senta offeso, anche se sono convinto che l’anima dell’uomo sia fatta in modo tale che ci si dimentica prima del bene ricevuto che del male patito.</p>
<p>Come ogni essere umano riconosco in me molte meschinità, delle quali farei volentieri a meno, ma alla fine mi sono convinto che un uomo senza difetti sarebbe insopportabile, perché non darebbe l’occasione al prossimo di parlare male di lui, e l’unica cosa che non si perdona mai a qualcuno è la perfezione.</p>
<p>Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento dentro tutta una delicatezza. Allora mi annodo scrupolosamente la cravatta ed esco e guardo teneramente le curve delle donne. E ringrazio Dio per aver creato un essere, una creatura così bella, che con la sola sua presenza, ci emoziona e ci fa dimenticare tutto ciò che abbiamo avuto dal dolore.</p>
<p>Se sono di buon umore, compro un giornale e mi informo su cosa è successo nel mondo, e ogni volta mi convinco di quanto sia inutile il progresso se il cuore dell’uomo continua a essere duro e acido come lo era il cuore degli umani mille anni fa.</p>
<p>Al crepuscolo torno alla mia camera da monaco, e mentre aspetto che la cameriera (una ragazza rozza e sempre irritata) apparecchi la tavola, “sotto voce” canticchio <em>Una furtiva lagrima</em>, oppure <em>Addio, del passato bei sogni ridenti</em>…</p>
<p>E il mio cuore sprofonda in una pace meravigliosa e non mi pento di essere nato.</p>
<p>Non ho parenti, e siccome ho rispetto per la bellezza e detesto la decomposizione, mi sono iscritto alla società di cremazione, perché il giorno in cui io morirò il fuoco mi consumi e, come unica traccia del mio passaggio puro sulla terra, non resti che pura cenere.</p>
<p>(con il gentile consenso dell&#8217;editore Del Vecchio, pubblichiamo questo racconto della bellissima raccolta di Roberto Arlt &#8211; che riprende pezzi scritti per il quotidiano El Mundo &#8211; uscita nel 1933, e ora tradotta da Marino Magliani e Alberto Prunetti; il libro è uscito questa settimana)</p>
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		<title>In attitudine di combattimento e di sogno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/03/21/in-attitudine-di-combattimento-e-di-sogno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2003 12:42:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[aconcagua]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[buenos aires]]></category>
		<category><![CDATA[mendoza]]></category>
		<category><![CDATA[montevideo]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[origini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Cari amici, sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Cari amici,<br />
sono tornato da poche ore dall’Argentina e mi faccio vivo. Ho vissuto diversi giorni a Buenos Aires, in un quartiere di nome San Telmo, un tempo abitato dalle prime ondate di immigrati italiani e ora da quelle di boliviani e peruviani, in un piccolo, indescrivibile albergo fatiscente come quasi ogni cosa e ogni casa e ogni marciapiede di Buenos Aires, a parte alcuni grandi quartieri residenziali irti di grattacieli che ancora esistono, vigilati da poliziotti a cavallo in giubbotto antiproiettile.<br />
<span id="more-2"></span><br />
Un piccolo albergo che però è a suo modo meraviglioso e che, con i suoi patios e i suoi miseri cubicoli per cucinare e cagare disseminati qua e là lungo le ringhiere fa capire quale doveva essere la vita delle famiglie venute dall’Italia quasi un secolo fa e di cui vi darò l’indirizzo, se a qualcuno capiterà di andare là nel futuro. E che si trova in un quartiere che, se anche a noi può apparire miserabile, con le sue ondate di cartoneros che rovistano al buio nelle immondizie e le portano via a sacchi interi con i carrelli, è ancora un paradiso in confronto ad altri quartieri di Buenos Aires dove non consegnano neanche la posta se no i postini non uscirebbero vivi.</p>
<p>E poi sono stato a Santa Fe, sull’immenso, fangoso Rìo Paranà, largo fino a dieci chilometri, in una regione piena di isole e anse e paludi la cui geografia cambia dopo ogni inondazione, e poi a Còrdoba, a Mendoza, una delirante città vegetale in un’oasi in mezzo al deserto, e poi sulle Ande, fino a 3200 metri d’altezza di fronte all’Aconcagua, dove finiva l’impero incaico, entrando per alcuni chilometri, illegalmente, nel Cile. E poi a Montevideo, una città di impressionante tristezza e abbandono, di fronte alle acque gialle del Rìo de la Plata.</p>
<p>Ho conosciuto alcuni tra i più importanti scrittori e poeti argentini e uruguayani, di cui mi ha colpito la semplicità e l’intelligenza ma anche la malinconia e la situazione per molti versi bloccata in cui si trovano, e che mi ha fatto capire ancora di più che grande, originale, potenziale cosa potrebbe essere quella nazione indiana che stiamo cercando di mettere al mondo.</p>
<p>Questa piccola irruzione emotiva (sono appena uscito da quasi 15 ore di volo sui tropici e sull’equatore, da un’opposta stagione e da un’accecante estate e da un breve sonno per recuperare l’insonnia febbrile del viaggio e il fuso orario, durante il quale mi sembrava che il mio letto tremasse continuamente) per dire agli amici che sono vivo, emotivamente teso, in attitudine di combattimento e di sogno, e che dovremmo davvero cominciare a far nascere questa Nazione indiana di cui abbiamo cominciato a fantasticare, qualcosa che ancora non si è vista, senza vincoli di poetica e di altra natura, gelosi ciascuno della propria libertà e indipendenza eppure capaci, quando occorre e ne abbiamo il desiderio, di cavalcare insieme. Incontrarsi, allontanarsi, perdersi di vista, persino, incontrarsi ancora, seguire ognuno le proprie strade, senza lasciarci logorare nel tentativo di ricomporre e moderare le diversità tra di noi, nello sforzo di mediazione che caratterizza anche i gruppi e le tristi consorterie letterarie di piccolo potere che ogni tanto nascono qua e là nello spazio e nel tempo, ma con qualcosa di indefinibile e libero che ci unisce e che ha fatto sì che ci siamo potuti incontrare, allargandoci moltiplicatoriamente verso l’esterno ma senza perdere la nostra libertà e il nostro peso specifico e baricentro, in questo grande vuoto ed enorme spazio che ci circonda.</p>
<p>Scusate l’emotività e la natura infantile di queste righe.<br />
Un abbraccio,</p>
<p>Antonio<br />
20 febbraio 2003</p>
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