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	<title>bush &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il potere degli incubi: la vittoria fantasma &#8211; di Adam Curtis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/il-potere-degli-incubi-la-vittoria-fantasma-di-adam-curtis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[adam curtis]]></category>
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		<category><![CDATA[politics of fear]]></category>
		<category><![CDATA[power of nightmares]]></category>
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					<description><![CDATA[The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004). Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini. Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; 59 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno. [googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876] La seconda puntata del documentario racconta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004).<br />
Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini.</p>
<p>Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221;<br />
59 minuti, in inglese, <a href="http://www.daanspeak.com/TranscriptPowerOfNightmares2.html">trascrizione</a>, <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876">schermo pieno</a>.<span id="more-5963"></span></p>
<p>[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876]</p>
<p>La seconda puntata del documentario racconta gli effetti della vittoria contro l&#8217;invasione societica in Afghanistan, dove l&#8217;amministrazione Reagan e le fazioni islamiste si sono trovate strategicamente alleate:</p>
<ul>
<li> i movimenti islamisti tentano di estendere la vittoriosa rivoluzione islamista ad Egitto ed Algeria, ma le loro strategie terroriste falliscono e si inasprisce la violenza verso gli stessi musulmani, Zawahiri e bin Laden fuggono in Afghanistan e lanciano una nuova strategia di attacco direttamente verso gli USA;</li>
<li> dal lato americano, i neoconservatori sono spiazzati dall&#8217;elezione di George H. W. Bush ed in seguito di Bill Clinton nel 1992, i tentativi di demonizzare Clinton ed ottenere il supporto degli americani falliscono ed i neoconservatori si ritrovano isolati;</li>
</ul>
<p>[segue]</p>
<p>Il documentario è visibile anche su <a href="http://www.archive.org/details/ThePowerOfNightmares">Archive.org</a> a diverse risoluzioni.</p>
<p>Guarda su Nazione Indiana:<br />
Prima parte: &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/il-potere-degli-incubi-e-la-politica-della-paura-un-documentario-di-adam-curtis/">Baby It&#8217;s Cold Outside</a>&#8221;<br />
Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; (questa)<br />
Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221; (lunedì prossimo)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La pena di morte a Saddam pietra miliare dell&#8217;odio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/01/la-pena-di-morte-a-saddam-pietra-miliare-dellodio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jan 2007 21:31:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Zolo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[saddam]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Danilo Zolo (Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da il manifesto del 29 dicembre 2006.) Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Danilo Zolo</strong></p>
<p><em>(Tra le cose più lucide e utili che sono state scritte sulla condanna a morte di Saddam Hussein, queste righe tratte da </em>il manifesto<em> del 29 dicembre 2006.)</em></p>
<p>Il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che l&#8217;impiccagione di Saddam Hussein sarà una «pietra miliare». Sarà un passo avanti decisivo sulla strada maestra della giustizia, della libertà e della democrazia in Iraq. Si tratta di una impostura, non diversa dalle falsità con le quali George Bush ha motivato la guerra di aggressione all&#8217;Iraq nel 2003.<br />
<span id="more-3043"></span><br />
Quella guerra ha già provocato la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti &#8211; più di 600 mila &#8211; e provoca ogni giorno altre centinaia di vittime. Quello che avrebbe dovuto essere l&#8217;alveo della democrazia nel mondo islamico &#8211; l&#8217;Iraq salvato dalle armate americane dal giogo di una spietata tirannia &#8211; è un lago di sangue. Su questo lago penderà il cadavere di Saddam Hussein: uno spettacolo esaltante per un ex- governatore del Texas che non ha mai concesso la grazia a un solo condannato a morte.</p>
<p>Si tratta di una impostura perché non è stato il popolo iracheno, né una legittima corte, nazionale o internazionale, a decidere la condanna a morte del rais. La sentenza è stata emessa da un Tribunale speciale, varato nel dicembre 2003 dalle forze anglo-americane occupanti. Sul piano formale, il potere che ha istituito quel tribunale è stato il Governo provvisorio dell&#8217;Iraq e cioè, di fatto, il governatore militare statunitense, Paul Bremer. Nessuno può pensare che il Governo provvisorio, che non aveva alcuna autorità legislativa e non disponeva di autonome fonti di finanziamento, sia stato il potere reale che ha varato il Tribunale.</p>
<p>E&#8217; stata dunque una potenza occupante, gli Stati uniti d&#8217;America, a volere l&#8217;istituzione di un tribunale speciale per sottoporre a processo gli esponenti del regime sconfitto. I giudici del tribunale sono stati in maggioranza designati dal Governo provvisorio, addestrati da esperti americani e sottoposti a stretto controllo politico. Anche lo Statuto del tribunale è stato redatto da giuristi statunitensi. E il potere che ha voluto, organizzato e finanziato il tribunale è stato un potere conquistato in una guerra di aggressione che ha violato sia la Carta delle Nazioni unite, sia il diritto internazionale generale. Le Convenzioni di Ginevra non attribuiscono certo ad una potenza occupante il potere di dar vita a tribunali penali per giudicare gli esponenti del regime deposto. Si è trattato dunque di un tribunale privo di legalità internazionale, di legittimità politica e di una minima autonomia.</p>
<p>Si deve aggiungere che il Tribunale speciale ha esercitato la sua giurisdizione sulla base di figure di reato &#8211; i crimini di guerra e i crimini contro l&#8217;umanità &#8211; che non erano previste dal diritto iracheno e che sono state introdotte nello Statuto solo per consentire l&#8217;incriminazione e la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore. Oltre a ciò, i diritti della difesa sono stati gravemente limitati ed è stato violato anche il principio nulla culpa sine judicio, che esige una rigorosa presunzione di innocenza a favore degli imputati. L&#8217;ex dittatore è tuttora tenuto prigioniero in un luogo segreto dalle milizie stastunitensi che lo hanno catturato e sottoposto a pesanti interrogatori, prossimi alla tortura.</p>
<p>In più, lo Statuto del Tribunale prevede che la corte possa pronunciarsi su una eventuale aggressione decisa dal regime ba&#8217;atista contro un paese arabo, ad esempio il Kuwait, ed esclude implicitamente la sua competenza a giudicare di crimini di aggressione commessi nei confronti di paesi non arabi. Questa disposizione è stata concepita dai redattori statunitensi dello Statuto per evitare che il tribunale indagasse sulla guerra di aggressione che l&#8217;Iraq aveva scatenato negli anni 1980-1988 contro l&#8217;Iran, paese di religione musulmana ma non arabo.</p>
<p>La ragione è molto semplice: gli Stati uniti hanno sostenuto sul piano economico, militare e diplomatico quell&#8217;aggressione, che ha causato non meno di 800 mila morti. Inoltre, essi sono stati di fatto complici di Saddam Hussein non denunciando alcuni gravissimi crimini commessi dalle truppe irachene: gli attacchi compiuti con l&#8217;uso di armi chimiche contro la popolazione iraniana. Si trattava dunque di impedire che la difesa di Saddam Hussein si avvalesse dell&#8217;argomento tu quoque, giuridicamente e politicamente imbarazzante per gli sponsors del Tribunale.</p>
<p>Gli Stati uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva. L&#8217;anomia giuridica, il vuoto di potere legittimo e lo scatenamento della violenza provocati dalla guerra sono tali che la condanna a morte dell&#8217;ex-dittatore iracheno si riduce ad un uso propagandistico della giustizia che ha il solo scopo di disumanizzare l&#8217;immagine del nemico e di giustiziarlo per farsene un trofeo a dimostrazione della propria superiore moralità.<br />
Ma lo spargimento del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione e alla democratizzazione dell&#8217;Iraq. Sarà una «pietra miliare» lungo la via dell&#8217;odio, della violenza e del terrore che finirà per raggiungere anche chi ha spietatamente praticato la «giustizia dei vincitori».</p>
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		<item>
		<title>Una democrazia in offerta (paghi uno prendi due)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/09/22/una-democrazia-in-offerta-paghi-uno-prendi-due/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2003 08:22:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[benedetta centovalli]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
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					<description><![CDATA[di Benedetta Centovalli Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma c’è davvero «bisogno di anniversari per ricordare quello che non si può dimenticare»? Anche per questo consiglio di leggere la raccolta di scritti politici di una donna speciale, Arundhati Roy, appena pubblicata da Guanda, con l’ironico titolo Guida all’impero per la gente comune. Nel diluvio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benedetta Centovalli</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="roy.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/roy.jpg" width="89" height="117" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></p>
<p>Dopodomani è di nuovo l’11 settembre. Ma c’è davvero «bisogno di anniversari per ricordare quello che non si può dimenticare»? Anche per questo consiglio di leggere la raccolta di scritti politici di una donna speciale, <strong>Arundhati Roy</strong>, appena pubblicata da Guanda, con l’ironico titolo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008B9KWGY/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008B9KWGY&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Guida all’impero per la gente comune</a>. Nel diluvio di articoli saggi e libri per ricordare la tragedia delle torri non mancherà la retorica, ma dal rumore intenso di una giusta memoria sarà difficile non domandarsi il perché di altri silenzi, di altre cancellazioni di morti.<br />
<span id="more-125"></span><br />
11 settembre 1922. Medio Oriente, mandato sulla Palestina del governo britannico.<br />
11 settembre 1973. Golpe di Pinochet nel Cile democratico di Salvador Allende.<br />
11 settembre 1990. George Bush Senior annuncia la decisione di dichiarare guerra all’Iraq.</p>
<p>Quanti 11 settembre?</p>
<p>Sì, anche per questo vale la pena soffermarsi su queste pagine come un antidoto intelligente all’ondata commemorativa e omologante.</p>
<p>La Roy ci viene incontro con il nitore e la forza delle idee che devono essere condivise: la giustizia, l’uguaglianza, la libertà tra i popoli. E passo passo ci guida a smascherare il fatto che questi principi esaltati a parole siano ancora oggi calpestati in guerre sanguinose. La Roy ci invita all’esercizio della coscienza e al coraggio nel difendere la libertà di espressione.</p>
<p>Dopo il successo internazionale del suo romanzo d’esordio, <em>Il dio delle piccole cose</em> (Guanda, 1997), la scrittrice indiana ha preferito dare maggiore spazio alla sua militanza politica e dedicarsi alla prosa d’intervento civile sui temi della guerra, del potere e della globalizzazione. «Il romanzo o il saggio sono solo tecniche diverse per raccontare una storia», ma è soprattutto la forma saggistica quella dove fare reagire quel «mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina».</p>
<p>«La letteratura può avere una funzione sovversiva, ma a volte ci sono delle urgenze più forti che chiedono anche un diverso impegno», ha detto nell’incontro di chiusura al Festivaletteratura di Mantova davanti a una platea enorme e attenta alle sue parole, rapita da questa figura di donna, piccola e fragile, dolce e decisa. Le vere battaglie non sono però solo quelle fatte di parole, ma anche l’agire in modo efficace, perché «Basta avere ragione, adesso vogliamo anche vincere».</p>
<p>La Roy ripercorre gli ultimi anni di storia, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla politica nucleare in India alla questione delle grandi dighe che mettono in pericolo l’ecosistema e causano vere e proprie migrazioni verso le città, dalla crisi della democrazia all’avanzare dell’impero americano. Negli scritti della Roy c’è un’ansia positiva nel ricercare soluzioni e risultati, per arginare la deriva dei principi democratici, cominciando dai grandi movimenti pacifisti attraverso i quali convogliare il dissenso, disattivare la violenza e mirare al cuore economico del colonialismo. In un presente segnato dalla perdita di sogni e di futuro, di giustizia e di sentimenti, le parole della Roy armano la resistenza e la difesa. Ma sono anche una sollecitazione e un invito a qualcosa di più. Le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno trasformato la strategia dei conflitti nel mondo, così come la nozione stessa di democrazia si è svuotata di qualsiasi contenuto e significato. In suo nome si è compiuto ogni abuso: «La democrazia è la puttana del mondo libero, si veste e si spoglia, vogliosa di soddisfare ogni desiderio, disposta a essere usata e abusata a piacimento». È lungo l’elenco degli utilizzi strumentali di una democrazia difesa o esportata con la forza soprattutto dagli Stati Uniti fino ad avere trasformato questa parola in «eufemismo imperiale del capitalismo neoliberista». L’ultimo pezzo del libro è datato maggio 2003, a cui si aggiunge in questi mesi &#8211; ha detto l’autrice &#8211; la riflessione sul significato dell’opposizione in paesi come l’Afghanistan o l’Iraq, sfiancato prima dalle sanzioni e poi dai bombardamenti. Adesso che la guerra sembra ufficialmente conclusa e vinta dagli americani comincia la vera guerra, l’unica che una popolazione in ginocchio può ancora pensare di combattere in difesa della propria identità. È l’odierno paradosso, ma è anche la sola via per contrastare un colonialismo senza più limiti e freni. Un imperialismo che deve trovare la forza di distruggersi anche dall’interno, come era avvenuto per il Vietnam. Ridare credito a quello che la gente chiede e vuole. Disinnescare questi meccanismi del potere allargando i confini dei paesi, superando i nazionalismi in favore del dialogo.</p>
<p>Fervore e passione nel discorrere pacato di questa scrittrice, si resta impigliati nella trama del suo ragionamento e ci sembra un’infamia sottrarci all’impegno a cui siamo chiamati, ciascuno di noi, cittadini piuttosto della periferia dell’impero.<br />
«I miei avversari sostengono che la mia saggistica è prodotto della mia invenzione narrativa. Amo la letteratura. Tornerò a scrivere quando il tempo sarà maturo. Non si possono spingere le cose. Arriverà. Quando il tempo sarà maturo tornerò a scrivere narrativa.»</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<br />
<em><br />
Questo intervento è stato pubblicato su <strong>Stilos </strong>il 9 settembre 2003</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>American dream #4: Paradiso e potere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/american-dream-4-paradiso-e-potere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2003 17:43:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[michael moore]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[Tentativo di risposta all’“ayatollah” Tiziano Scarpa di Helena Janeczek Robert Kagan è quel signore grassoccio che vive a Bruxelles, ma fa parte dei consiglieri di Bush, noto per una vulgata del suo libro Paradiso e Potere che sembra quasi una barzelletta: gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere. Noi abitanti delle varie nazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tentativo di risposta all’“ayatollah” Tiziano Scarpa<br />
di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/columbia.jpg" alt="columbia.jpg" align="left" border="0" height="135" hspace="4" vspace="2" width="180" /> <strong>Robert Kagan</strong> è quel signore grassoccio che vive a Bruxelles, ma fa parte dei consiglieri di Bush, noto per una vulgata del suo libro <strong>Paradiso e Potere</strong> che sembra quasi una barzelletta: gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere. Noi abitanti delle varie nazioni europee avremmo tratto dalle devastazioni dell’ultima guerra la conclusione che è meglio coltivare il proprio orticello sperando che dia frutti buoni e redittizzi, impegnandoci per renderlo sempre più curato e piacevole sino a farlo sembrare il giardino dell’Eden, mentre loro – <strong>Kagan</strong> è americano – sono grandi, sono forti, sono una superpotenza che si identifica col proprio potere e quindi, assumendosene tutto l’onere e il rischio, considerano giusto impegnarlo quando e dove gli pare.<br />
<span id="more-93"></span><br />
Volevo leggere questo libro, ma finora non ce l’ho fatta e quindi anche questo mio breve riassunto non è che la ripetizione di cose lette sui giornali. Non importa però, perché basta per il discorso che voglio fare, un discorso che non riguarda la geo-politica dell’Iraq, né i rapporti fra <strong>de Villepin</strong> e <strong>Rumsfeld</strong>, ma la letteratura.</p>
<p>Lavoro come consulente per la casa editrice che ha pubblicato sia <strong>Paradiso e Potere</strong> sia il violentissimo attacco a <strong>Bush</strong> che è <strong>Stupid White Man</strong> di <strong>Michael Moore</strong> e i dati di vendita dicono una cosa sola: che su uno dei non pochissimi lettori di Kagan ce ne sono almeno tre di Moore e questo nonostante la <strong>Mondadori</strong> sia di <strong>Berlusconi</strong>, abbia il sostengo di “<strong>Panorama</strong>” ecc. nonché del fatto che in Italia quelli di destra esistono eccome. Ma le persone che leggono i libri preferiscono di gran lunga un regista ciccione che spara a zero sul suo paese che un politologo (o storico) allineato con i neoconservatives che dica anche nel modo più serio e documentato quelle cose lì. Lo so che lo sapevate anche voi, così come sapete che la stragrande maggioranza degli abitanti delle varie nazioni europee non vede esattamente di buon occhio l’attuale politica imperiale statunitense, ma volevo comunque ricordarvelo.</p>
<p>Perché temo che <strong>Robert Kagan</strong> abbia ragione. Non perché esprime una verità inappellabile, anzi, ma perché noi – e non soltanto i cittadini U.S.A &#8211; ci vediamo e vediamo gli americani  proprio come li dipinge lui. Altrimenti non si spiega l’apparente schizofrenia per cui uno va alla manifestazione contro la guerra e poi si compra <strong>Palahniuk, Eggers, Roth, McEwan</strong> e via dicendo mentre approccia con diffidenza la produzione letteraria nazionale, piglia il libro di un autore straniero in casi rari ed eccezionali e solo ad ogni morte di papa quell’autore non sarà sudamericano, giapponese, israeliano ecc. ma europeo.</p>
<p>Quello che oscilla è soltanto la valutazione data alla stessa immagine preconcetta che poi conferisce una coloritura diversa alle sue varianti opposte. Per cui, se ci guardiamo come soggetti politici e civili, ci rappresentiamo come individui razionali, rispettosi delle leggi universali, capaci di pacate mediazioni e consideriamo quelli d’oltreoceano la barbarica e rozza caricatura del Far West, mentre se mettiamo piede in libreria i romanzi anglo-americani incontreranno il pregiudizio positivo di essere vigorosi e pieni di polpa e quelli nostrani, salvo rare e conclamate eccezioni, il sospetto di essere delle pizze anemiche e noiose. Della letteratura europea neanche a parlarne, perché non basta un occasionale <strong>Pennac</strong> o <strong>Sebald</strong> o <strong>Javier Marías</strong> per elevarla dal suo rango di <strong>quantité négligeable</strong>.</p>
<p>Alcune precisazioni:  non me la sto prendendo con <strong>Palahniuk, Eggers, Roth, McEwan</strong> o con altri autori anglo-americani il cui richiamo mi sembra perfettamente comprensibile e in certi casi persino doveroso. Ho scelto consapevolmente dei nomi che rappresentassero – magari a livelli e con esisti diversi – la letteratura autentica, non i palloni gonfiati dall’industria culturale di cui se ne vedono sempre parecchi, né tantomento la cosiddetta letteratura di genere o di intrattenimento. E parlo della letteratura-letteratura non solo perché è quella che mi interessa di più, ma perché altrimenti i termini di paragone sarebbero sbagliati in partenza. Si più confrontare una scarpa artigianale “made in Italy” con una scarpa artigianale inglese e americana, ma evidentemente non ha senso paragonarla con la “Nike”. E sia certi casi editoriali internazionali, sia, a maggior ragione i prodotti di gente cone <strong>Grisham, Clancy</strong> o <strong>Stephen King</strong> nascono su misura di una gigantesca macchina industriale che non esiste né da noi né negli altri paesi europei.</p>
<p>In più è importante che il pubblico di questi libri sia potenzialmente lo stesso, cioè quello dei cosidetti lettori forti. I grandi bestellers (come dice la parola stessa) li leggono cani e porci, fra cui non necessariamente coloro che rendono visibile l&#8217;ambivalenza della “autocoscienza” italiana ed europea.</p>
<p>Di solito le idee e le immagini preconcette conservano – semplificandolo e sclerotizzandolo – un nucleo di verità. Quindi se oggi molti lettori si aspettano di più dai libri tradotti dall’inglese, questo dipende anche dal fatto che spesso questi libri presentano davvero un disegno più ampio, tematiche più avvincenti, strutture narrative più solide e complesse. E allora mi chiedo fino a che punto questo avviene grazie al fatto che anche loro, gli scrittori anglo-americani, si muovano a partire dalle stesse immagini preconcette.</p>
<p><strong>Perché soprattutto gli autori statunitensi</strong> così spesso – già da giovani, veramente giovani – <strong>scrivono di più, scrivono libri più grossi e ci mettono dentro una tale quantità di piani, motivi, trovate, storie e personaggi da fornire il materiale per un numero imprecisato di romanzi medi europei? </strong> Direi proprio perché, anche se sono i più accerrimi critici della loro società – in questo non c’è nessuna contradizione – si sentono americani. Vale a dire che, sapendosi al centro del mondo, danno più importanza al loro lavoro e lo investono di mire più ambiziose. Il che, nel vincolarli a un’idea di grandezza e di potenza, può alla fine segnare il limite preciso dei loro sforzi, vuoi perché non tutte le opere possono essere all’altezza delle aspirazioni, vuoi perché, se queste diventano normative, precludono la libertà di approcci differenti.</p>
<p>Ma un caso come quello di <strong>Dave Eggers</strong>, il quale, diventato ricco e famoso con il suo primo libro a venticinque anni, si mette a creare una rivista supersofisticata come <strong>McSweeney’s</strong>, poi si autopubblica il secondo romanzo, poi crea una scuola di scrittura gratuita per i ragazzini disagiati di San Francisco, è comunque una variante impressionante ed esemplare dell’<strong>American Dream</strong>. E se è chiaro che Eggers abbia potuto fare tutti quei soldi perché aveva dietro l’incomparabile macchina editoriale americana, la sua fama è anche sufficientemente fresca per permetterci di ricordare che quando stava scrivendo <strong>L’opera struggente di un&#8217;incomparabile genio</strong>, per quanto potesse mirare in alto, era comunque ancora un ragazzotto qualsiasi come me o te.</p>
<p>Tutto quanto ho sostenuto finora, l’ho detto, se permettete, con uno spirito da “dialettica dell’illuminismo”. Perché riconoscere degli schemi mentali e il loro effettivo potere d’azione non è solo la premessa per smontarli, ma anche per vedere con più chiarezza dove la realtà non coincide con loro.</p>
<p>Penso che gli scrittori italiani ed europei si siano certo sentiti più marginali in tutti i sensi, meno chiamati a puntare al centro delle questioni che muovono gli uomini e il mondo, diligenti coltivatori del giardino edenico delle patrie lettere e della bella scrittura nelle sue varianti fra il neoclassico al neoavanguardista. Ci sono grandi scrittori che corrispondono perfettamente a questo stereotipo – l’esempio migliore mi sembra <strong>Peter Handke</strong> – ma ce ne sono molti altri, soprattutto fra gli autori più giovani che sembrano mostrare come le cose stiano cambiando.</p>
<p>Se penso soltanto ai titoli italiani pubblicati nell’ultima stagione letteraria mi vengono in mente <strong>Mari, Mazzucco, Covacich, Trevi, Montesano, Franchini, Pariani, Genna</strong>, libri diversissimi, ma il cui minimo denominatore comune mi pare rintracciabile in un progetto aperto, non autoreferenziale di letteratura. Scusate se la lista è incompleta per ragioni di gusto o di ignoranza, ma pur ammettendo la sua assoluta soggettività, mi viene da dire che otto libri in sei mesi per un paese piccolo come il nostro non appaiono affatto pochi (specie se consideriamo che me ne sarò dimenticato qualcuno).<br />
E anche in generale la realtà non coincide con le immagini preconcette.</p>
<p>Avete idea di quanti titoli pubblicati e talvolta ben accolti in <strong>Inghilterra, Scozia, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda</strong> e di ogni altro territorio o semplicemente autore anglofono vengono ogni anno scartati dalle nostre case editrici, nonostante il sostegno del meccanismo internazionale che li promuove? Io ne vedo solo una piccola parte perché aiuto un po’ a smaltire l&#8217;immensa mole di lavoro che la produzione di lingua inglese rappresenta per gli editori, ma vi assicuro che sono tanti, tantissimi.</p>
<p>Dunque anche in quei paesi la maggior parte dei libri che escono sono mediocri, piatti e noiosi (magari in maniera diversa, ma lo sono). E allora come mai esistono ancora dei capolavori della letteratura anglofona che non sono mai stati tradotti in italiano o che non sono più accessibili da anni? Penso, in primo luogo, a gran parte dell’opera di <strong>William Gaddis</strong>, indiscusso padre del postmodernismo americano, però di esempi ce ne sarebbero molti altri. E poi mi sembra doveroso riconoscere in primo luogo a <strong>minimum fax</strong> e <strong>Fanucci</strong> (ma anche a vari altri piccoli editori) il merito di averci proposto alcuni scrittori americani di indiscutibile statura che le grandi case editrici, incluse quelle di qualità, avevono scartato. <strong>Richard Powers</strong>, di cui è uscito recentemente <strong>Galatea 2.0</strong> presso <strong>Fanucci</strong>, era da anni libero sul mercato.</p>
<p>Come anche in politica il nemico non è l’America, ma è l&#8217;ideologia dominante che sembra coincidere con essa, ma che c’è anche da noi, anzi <strong>in</strong> noi. Nel caso della letteratura non si rispecchia solo nelle immagini di forza, ma anche di semplicità: ovvero facilità della fruizione del prodotto. Per riprendere gli esempi di prima né <strong>Gaddis</strong>, né <strong>Powers</strong>, entrambi scrittori “intelltualistici” e complessi, corrispondono minimamente a simili presupposti. Dunque cedono il passo a un numero imprecisato di casi gonfiati che spesso non fecero altrettanto rumore in patria. Il lettore italiano vuole il suo scrittore americano che ricalchi le sue idee sugli scrittori americani e voilà, il lettore italiano viene soddisfatto.</p>
<p>È ora che questo cambi. È ora che anche quando ci occupiamo di libri opponiamo alla globalizzazione del mercato che con tutta l’ambivalenza illustrata sopra tendiamo ad identificare con gli Stati Uniti e i loro satelliti (nel caso di una koinè linguistica l’idea di coesione è più legittima che altrove) una visione globale libera da cliché in cui conta solo il valore e la coerenza interna di un’opera letteraria. Perché ci si possa finalmente sottrarre dal gioco proiettivo e binario del “noi” e “loro” che forse stronca sul nascere ogni interesse per i libri stranieri in generale ed europei in particolare, in modo da rendere più facile la loro pubblicazione. E soprattutto in modo da avere sempre più conferme che esiste sì un epicentro del potere, ma che le periferie nell’ambito della cultura sono tali solo se accettano di esserlo, indifferentemente se si tratta di favelas o di sobborghi con giardini pieni di rose. Quella che come tale è in pericolo di essere ridotta a uno spazio sempre minore come la foresta pluviale, è <strong>tutta</strong> la letteratura. Per capovolgere un celebre slogan: “Goodbye, paradise”.</p>
<p>_______________________________________________________</p>
<p><em>Per inserire commenti vai a &#8220;Archivi per mese – Luglio 2003&#8221;</em></p>
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		<title>Domande a un logico matematico sulla guerra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/04/26/domande-a-un-logico-matematico-sulla-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Apr 2003 21:07:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Diego de Silva intervista Piergiorgio Odifreddi Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Diego de Silva </strong>intervista <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong></p>
<p>Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di  Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.<br />
<span id="more-27"></span><br />
Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. Ha una cultura vasta e dal sapore giovane, che porta in giro con leggerezza. Ma il bello è che se gli fai una domanda, su quello che ti pare, vieni letteralmente investito da una raffica di riflessioni, racconti, battute spiritosissime, analisi politiche e sociologiche, notizie che non immaginavi di poter apprendere dalla viva voce di un professore di matematica. Visto che una delle sue passioni è la politica, e che ha vissuto a lungo in America, ho pensato di chiamarlo per chiedergli qualche considerazione sulla guerra in Iraq.</p>
<p><em>Partiamo dal sottoscala: che cos’è una guerra?</em></p>
<p>Direi il tentativo di risolvere un conflitto d’interessi in maniera cruenta. In questo cerco di rifarmi alla teoria dei giochi, una teoria matematica che esamina le situazioni di conflitto e studia le mosse possibili per risolverle. La guerra ovviamente non è un gioco, benché si parli spesso di “giochi di guerra”. Ma il problema della guerra, come strumento di risoluzione del conflitto, è che si muove nel peggior modo possibile, cioè con gli armamenti, non con la diplomazia e la ragione.</p>
<p><em>Perché si fa una guerra? E perché <u>questa</u> guerra?</em></p>
<p>Credo che la motivazione sia quella di sempre: l’instaurazione o la conservazione del potere politico ed economico. Vogliamo credere che la guerra in Iraq sia stata combattuta per i fini dichiarati pubblicamente (la difesa dalle armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo, alla dittatura), ma purtroppo non c’è niente di più falso. Ci sono dei documenti (disponibili anche in rete, sul sito www.newamericancentury.org) da cui risulta che nel 1998 un gruppo di politici, pensatori, ex – ambasciatori e professori scrisse una lettera a Bill Clinton dicendogli che era necessario attaccare l’Iraq e sarebbe stato del tutto inutile cercare di convincere le Nazioni Unite a dar luogo a un’azione concordata e unanime: esattamente quello che poi è successo. La cosa interessante è che tra i firmatari di questa lettera figurano i nomi di Rumsfeld e Wolfowitz, attuali segretario e vicesegretario alla difesa; e Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti: ci troviamo di fronte – è chiaro – ad un’azione pianificata da anni. Ma c’è di più: continuando a navigare nel sito, troviamo un articolo che Rumsfeld pubblicò sul New York Times (dunque un testo nemmeno segreto; assolutamente palese) dove affermava che bisognava che gli USA cominciassero a pensare a fare guerre <em>preventive </em>(altro <em>che dottrina Bush</em>: sono teorie vecchie di dieci anni almeno, venute proprio da quelli che oggi sono nell’attuale amministrazione americana), e proponeva questa dottrina come uno dei mezzi per asserire la supremazia statunitense nei confronti di quella che chiamava l’EURASIA (cioè l’insieme composto da Europa, Russia e Cina). Ora, se andiamo a vedere chi, nel consiglio di sicurezza dell’ONU si è opposto a questa guerra, troviamo proprio l’Europa (perlomeno per bocca di Francia e Germania), la Russia e la Cina. Questi, dunque, sono i veri motivi dell’attacco: il governo degli USA non ha fatto altro che portare avanti il suo PNAC, il piano del nuovo secolo americano.</p>
<p><em>Quindi anche tu ritieni, come ha recentemente dichiarato la scrittrice americana Susan Sontag, che l’intervento in Iraq abbia segnato l&#8217;avvio di una nuova politica estera, ossia di un&#8217;espansione militare da parte dell&#8217;America?</em></p>
<p>Certo. E tuttavia – questo va detto correttamente – sussistono dei reali motivi di preoccupazione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente: secondo le previsioni, nel 2010 ci dovrebbe essere una crisi energetica, e nel 2017 la Cina raggiungerà uno sviluppo industriale, militare ed economico sufficiente a a renderla una minaccia concreta per l’occidente, facendole prendere il posto che aveva la Russia prima della sua dissoluzione. Queste date non sono così lontane, ed è chiaro che dal punto di vista dell’amministrazione americana la guerra preventiva rappresenti il mezzo per assicurarsi le risorse energetiche.</p>
<p><em>Cosa pensi delle polemiche sull’illegalità dell’intervento?  </em></p>
<p>La verità è che le Nazioni Unite hanno deciso l’intervento militare soltanto due volte: in Corea negli anni ‘50 e con la prima guerra del Golfo nel 91, oltre all’intervento in Afghanistan. Tutte le altre guerre sono sempre state combattute contro o senza il parere favorevole del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, compresa la guerra del Kosovo, che oggi la sinistra si trova nella difficoltà di dover giustificare. Su questo punto la destra ha perfettamente ragione: non si può venire a dire, oggi, che si è contro la guerra perché le Nazioni Unite non l’hanno autorizzata, quando tre o quattro anni fa si è fatta esattamente la stessa cosa.</p>
<p><em>Pensi che la guerra aumenterà il rischio di attentati terroristici?</em></p>
<p>Per niente. Questo tipo di paura è un effetto tipico dei mezzi di <em>distrazione di massa</em>. Il terrorismo, nella sua intera storia – <em>intera </em>–  ha fatto 15.000 morti in tutto il mondo (e tremila di questi sono vittime dell’attacco dell’undici settembre). In Italia muoiono 120.000 persone all’anno per consumo di tabacco e alcool. Se ci interessano le vite umane, quindi, è altrove che dobbiamo guardare. In Congo, oggi, c’è una guerra che ha già fatto tre milioni di morti. Di quelli non sappiamo nulla, perché non se ne parla. Le nostre opinioni dipendono dai media, e in base a quello che ci dicono ci facciamo un’idea del mondo che è quasi sempre distorta. Riguardo al pericolo Saddam, ad esempio, c’è una considerazione che mi interessa molto, come logico: se Saddam avesse tirato fuori delle armi pericolose e avesse opposto una resistenza militare, avrebbe provato che l’intervento era giustificato. Il fatto invece che non le abbia usate e che l’Iraq sia caduto nel giro di poco tempo, è la dimostrazione che l’intervento non era giustificato per niente.</p>
<p><em>Quale peso ritieni abbia avuto l’opinione pubblica sullo svolgimento della guerra?</em></p>
<p>Con un’amministrazione fondamentalista come quella di Bush, credo che le reazioni pubbliche contino veramente poco. Di certo, però, la manifestazione del 22 marzo a New York, la città più colpita dal terrorismo, che raduna un milione di persone per le strade, con le associazioni delle vittime dell’11 settembre in prima fila che dicono che non è con la guerra che si onorano i loro morti, è un segnale interessante e positivo. Quello che ancor più colpisce sul piano politico è che questa è la prima volta che una guerra scatena delle divisioni così profonde tra i paesi che direttamente o indirettamente la combattono. Mai prima d’oggi l’occidente era stato così diviso su questo tema.</p>
<p><em>Ti senti un pacifista?</em></p>
<p>Assolutamente no. So bene che il potere si prende e si conserva in maniera militare. Tutte le guerre di liberazione, del resto, sono basate sulla forza. Chi si dichiara pacifista deve accettare la possibilità di non prendere il potere, se lo vuole, e di perderlo se ce l’ha. Il Dalai Lama l’ha detto chiaramente: noi tibetani siamo così pacifisti che abbiamo perso il nostro paese. Se non accetti di usare le armi, quelli che le usano avranno sempre la prevalenza su di te.</p>
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		<title>Pensieri neri/1: La guerra sta finendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2003 09:46:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco La guerra sta finendo. Ci dicono che è finita. Dopo le bombe e le altre catastrofi umanitarie e civili, stanno calando sull’Iraq le nuove figure della “democrazia” e della “ricostruzione”. Ormai fanno tutto loro. Spaccano tutto e poi fanno anche la parte di quelli che ricostruiscono e ne incassano persino la tangente. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p><strong>La guerra sta finendo. Ci dicono che è finita. Dopo le bombe e le altre catastrofi umanitarie e civili, stanno calando sull’Iraq le nuove figure della “democrazia” e della “ricostruzione”. Ormai fanno tutto loro. Spaccano tutto e poi fanno anche la parte di quelli che ricostruiscono e ne incassano persino la tangente.<br />
<span id="more-19"></span><br />
Al seguito delle truppe stanno calando come schiacciasassi anche gli uomini-business del blocco economico-politico-militare che ha scippato per via elettorale il potere e i nuovi, allucinanti predicatori religiosi dalle facce ipernutrite e ottuse e cappellino da baseball in testa, legati alle strutture presidenziali del loro paese e ai servizi segreti. Come estremo gesto di sopraffazione e di prepotenza, hanno già addirittura stampato i nuovi libri di testo (non hanno neanche aspettato che se li scrivessero i vinti, come generalmente succede), dove al posto delle lodi allo spaventoso, sanguinario nababbo che li ha tiranneggiati finora ci saranno quelle ai nuovi liberatori armati fino ai denti in nome della “democrazia”. Fra un po’ pretenderanno sicuramente di fare anche i giudici. Le frasi eccelse si sprecano. </strong><strong>George Bush</strong>: “Saddam Hussein morirà. Potrebbe essere già morto ieri. Non lo so. Ma so di certo che morirà!” Anche tu! verrebbe da dirgli. La colomba <strong>Powell</strong> dice in un’intervista che adesso Siria e Iran devono stare attente e rigare dritto. Il neo papà <strong>Tony Blair</strong>, accoccolato beatamente vicino al suo cucciolo, ci racconta di come sia splendido essere padre a cinquant’anni. “Prima pensavo solo a me” si intenerisce. Certo, adesso invece pensa anche ai bambini iracheni! Il generale <strong>Franks</strong> parla di sé citando Patton: “Dove vado, vinco”. Accidenti, che gran generali, che geniali strateghi bisogna essere per saltare addosso a un nemico così infinitamente inferiore e fiaccato da anni e anni di embargo e bombardamenti! Non ci viene risparmiato neanche il dolore per i propri soldati uccisi e il prezzo pagato per la libertà, enfatizzato propagandisticamente di fronte all’insignificanza delle migliaia di nemici fatti a pezzi. Ma che cosa credete? Di poter ammazzare tutti senza essere uccisi?</p>
<p><strong>	“Ma allora tu non sei contento che il tiranno è caduto?”<br />
“Certo che sono contento! Solo che non posso non domandarmi perché proprio questo tiranno e non altri. Che c’entri qualcosa il fatto che il suo sottosuolo è fradicio di petrolio? Che c’entri qualcosa anche il fatto che gli attuali strateghi americani e le loro lobby stavano preparando da tempo i piani per ridisegnare la carta geografica del pianeta e pianificare le guerre future?</strong></p>
<p><strong>	“Ma non lo sai (proprio tu che sei italiano!) che il fine giustifica i mezzi?”<br />
“L’ho già sentita da qualche parte questa barzelletta del fine che giustifica i mezzi! Però è tutto da vedere se il fine giustifica davvero i mezzi o se non sia invece, in molti casi, un mezzo esso stesso. E poi, qui, anche il fine è sospetto.”</strong></p>
<p><strong>	Ma ha ragione </strong><strong>Helena Janeczek</strong>. Non ci sono solo gli interessi, i complotti… C’è anche il lato oscuro della forza, la sua perversione, quella cosa che abbiamo chiamato “il male”. Per queste come per altre mille dolorose cose piccole e grandi, personali e pubbliche, per le quali, nella nostra costernazione, cerchiamo sempre mille motivazioni rassicuranti e parziali, le conclusioni potrebbero essere ancora e sempre le stesse, terribilmente elementari. “Orgoglio, vanità, avidità, gelosia, invidia, frustrazione, rancore e smania di dominio albergano da sempre nel cuore degli uomini”, direbbe pressappoco Shakespeare, saltando a piè pari tutte le interpretazioni, andando subito all’osso.</p>
<p><strong>	Questi furibondi cretini ci porteranno tutti quanti alla rovina.</strong></p>
<p><strong>	Anche la sproporzione di forze, oltre un certo livello, è disonorevole. Come se io, adulto, mi mettessi ad ammazzare di botte un neonato solo perché suo padre è un figlio di puttana. Invece molte delle battaglie e delle guerre decisive – o che ci siamo messi in testa di ritenere tali – erano disperate e di esito incerto fino alla fine. Spesso chi ha vinto era sulla carta addirittura quello più sfavorito. Ma sono entrate evidentemente in gioco altre tensioni e altre forze. Persino nell’orrore irreparabile della guerra si poteva tentare di vedere qualcosa d’altro che ci si illudeva potesse fare la differenza. Così è successo nelle più importanti battaglie del passato: Maratona, Salamina, quelle tra Grecia e impero persiano raccontate da </strong><strong>Erodoto</strong>, quelle tra Atene e Sparta raccontata da <strong>Tucidide</strong>, quella di Lepanto a cui ha partecipato fisicamente <strong>Cervantes</strong>, quelle di Napoleone in Russia raccontate da <strong>Tolstoj</strong>, quella di Waterloo da <strong>Stendhal</strong> e <strong>Victor Hugo</strong>, su su fino allo sbarco in Normandia… Mi vengono in mente <strong>Napoleone</strong> e <strong>Giulio Cesare</strong>. Ad esempio la sanguinosa battaglia attorno ad Alesia e poi l’assedio della città, dove si era asserragliato <strong>Vercingetorige</strong> con i suoi. Le forze nemiche erano soverchianti, non era assolutamente scontato che la battaglia finisse con la vittoria dei romani, e non sto dicendo che Cesare non fosse per questo un meno spaventoso macellaio di popoli, né che abbia vinto il migliore. Ma almeno, in tutto questo orrore, si poteva vedere una possibilità, un uso della mente e del corpo, una partita, sia pur orribile, comunque ancora aperta per entrambi. Lì, come negli altri esempi che ho appena fatto, poteva veramente finire in un altro modo, e la storia allora sarebbe stata diversa. Rileggo adesso le pagine del <strong>De bello gallico</strong> che si riferiscono a questa battaglia. Mi rimane impresso il  disperato discorso di <strong>Critognato</strong>, nobile arverno, difensore strenuo di Alesia assediata, che sarà stato sicuramente riferito a Cesare dalle spie dei suoi efficienti servizi segreti:<br />
“Qual è dunque la mia proposta? Fare ciò che fecero i nostri avi nella guerra, nemmeno paragonabile a questa, dei Cimbri e dei Teutoni: ridotti nelle loro rocche e premuti da una carestia simile alla nostra, si tennero in vita coi cadaveri di quanti per età risultavano inservibili per la guerra, ma non si consegnarono al nemico. Se non ne avessimo l’esempio giudicherei ugualmente una bellissima cosa che lo si instaurasse adesso, per tramandarlo ai posteri. Perché, quali somiglianze ebbe quella guerra con la nostra? I Cimbri dopo aver razziata la Gallia e seminata la rovina alla fine ne uscirono e cercarono altre terre, lasciandoci il nostro diritto, le nostre leggi, le nostre campagne, la libertà. I Romani invece a che altro mirano o che altro vogliono, se non installarsi per invidia sui campi di un popolo conosciuto per la sua nobiltà e per la potenza militare, imponendogli per sempre il giogo della servitù? Mai essi hanno combattuto per altro che per questo. Se ignorate cosa avviene presso nazioni lontane, guardate la Gallia a noi confinante: ridotta a provincia, perso il suo diritto e le sue leggi, prostrata sotto le scuri dei fasci, geme in perpetua servitù.”<br />
Siccome anche allora c’erano due pesi e due misure nel giudicare le parole e le azioni umane, il massacratore Cesare definisce questo discorso di “eccezionale ed empia ferocia”.</p>
<p><strong>	Leggo sul “Corriere” un ritratto di </strong><strong>Dick Cheney</strong>, di Gianni Riotta. La persuasione di Cheney che gli Usa siano “un’eccezione della storia” e che debbano governare il mondo, che fu Sparta, alla fine, a battere Atene, ecc… Sì, ma poi anche Sparta è diventata una piccola cosa e questa lunga guerra non ha fatto altro che aprire la strada al dilagare dell’impero macedone, che poi a sua volta è diventato una piccola cosa ed ha aperto la strada, ecc…</p>
<p><strong>	Proprio oggi, in un libro di </strong><strong>Chinua Achebe</strong>, mi imbatto in questo racconto della creazione, immaginato da un orgoglioso popolo nomade, i fulani, che abitano nelle savane, dal Camerun e dalla Nigeria fino al Mali e al Senegal:<br />
“…Ma l’uomo era orgoglioso.<br />
Allora Doondari ha creato la cecità e la cecità ha sconfitto l’uomo.<br />
Ma quando la cecità è diventata troppo orgogliosa,<br />
Doondari ha creato il sonno, e il sonno ha sconfitto la cecità;<br />
ma quando il sonno è diventato troppo orgoglioso,<br />
Doondari ha creato la paura, e la paura ha sconfitto il sonno.<br />
Ma quando la paura è diventata troppo orgogliosa,<br />
Doondari ha creato la morte, e la morte ha sconfitto la paura.<br />
Ma quando la morte è diventata troppo orgogliosa…”</p>
<p><strong>	Oggi la “democrazia”, per la quale si pretende di combattere simili guerre, sembra ridotta a una povera larva di copertura. Gruppi e potentati possono strappare  per via “democratica” il governo di un importante e decisivo paese attraverso l’uso spregiudicato dello strapotere economico e mediatico, il condizionamento dei meccanismi elettorali e la frode. Situazione spaventosa e terribile per tutti – americani compresi – vista la potenza tecnologica e militare che questo potere oggi possiede, cui si aggiunge il lavorio per il controllo totale e il copyright della “scatola della vita” e l’allevamento biologico e mentale dell’uomo.</strong></p>
<p><strong>	Ma anche in passato, fin nella sua fase nascente, se andiamo a vedere bene e senza paraocchi come stanno veramente le cose, si rivela subito il possibile e potenziale carattere totalitario anche dell’istituzione democratica, nata al contrario con l’intento di non rendere più possibili precedenti totalitarismi dinastici o di altro tipo e poi invece sempre in pericolo di venire irresistibilmente risucchiata, in modi e forme apparentemente diversi, nelle stesse meccaniche di dominio.</strong></p>
<p><strong>	C’è uno straordinario scritto di </strong><strong>Walt Whitman</strong>, per esempio, uscito nel 1871 subito dopo la guerra civile americana e intitolato <strong>Democratic Vistas</strong>, che contiene molte pagine illuminanti e veggenti:<br />
“Questo Nuovo Mondo, infatti, io lo considero assai meno importante per ciò che ha già fatto o sta facendo che per i risultati a venire. Unici tra le nazioni, questi Stati si sono assunti il compito di concretare in forme di durevole potere e funzionalità, e su aree di un’ampiezza che rivaleggia con le operazioni del cosmo fisico, le speculazioni morali e politiche di secoli, troppo a lungo rimandate – il principio democratico repubblicano, la teoria dello sviluppo e del perfezionamento su modelli liberamente scelti, e la fiducia in se stessi.”<br />
E ancora:<br />
“Adopererò le parole <em>America</em> e <em>democrazia</em> come termini interscambiabili. La conclusione non è cosa da poco. Gli Stati Uniti sono destinati o a trascendere la splendida storia del feudalesimo o altrimenti a rivelarsi come il più terribile fallimento di tutti i tempi. Non mi sfiora il minimo dubbio sulle possibilità del loro successo materiale. Il loro trionfante avvenire nel settore commerciale, geografico e produttivo è cosa certa, su scala più grande che mai e in una inusitata varietà di forme. Per questi rispetti la repubblica dovrà superare ben presto, (se non lo sta già facendo) qualsiasi esempio offerto dalla storia, e dominare il mondo.”</p>
<p><strong>	“Sì, sì!” direbbe Dick Cheney più di un secolo dopo e all’inizio di un nuovo millennio “Tutto bello, tutto giusto, ragazzo! Ma anche Atene era la potenza democratica e commerciale del tempo eppure ha vinto Sparta. Le tue sono fanfaluche da sognatore se non fanno un tutt’uno con la potenza tecnologica e militare imperiale e con la sua dittatura!”</strong></p>
<p><strong>	Quasi negli stessi anni, nel 1876, un altro scrittore, il russo </strong><strong>Dostoevskij</strong>, partendo da un diverso ma speculare atteggiamento, come un personaggio dei suoi stessi romanzi fantasticava così nel suo <em>Diario di uno scrittore</em>:<br />
“Ma ormai senza fantasticherie, con quasi assoluta certezza si può dire che assai presto la Russia sarà il più forte stato d’Europa. Ciò avverrà per il fatto che tutte le grandi potenze d’Europa saranno distrutte, e per la ragione semplicissima che saranno indebolite e dissestate dalle insoddisfatte aspirazioni democratiche della maggioranza degli elementi appartenenti alle classi basse: proletari e pezzenti.”<br />
E ancora un anno dopo, forte del suo messianesimo cristiano “reazionario” e civilizzatore:<br />
“Ogni grande popolo crede e deve credere, se vuol restare a lungo in vita, che in lui, e soltanto in lui è racchiusa la salvezza del mondo e che vive per essere alla testa dei popoli, attrarli tutti a sé insieme e portarli in un coro armonico a uno scopo definitivo, a loro tutti predestinato.”</p>
<p><strong>	Anche lui, come Whitman è stato preso in contropiede e in parola, di lì a un po’, dai tempi futuri e da gente che ha badato meno ai fini e più ai mezzi. Anche la Russia è stata per un po’ dominante, pur se in modo diverso e opposto a quello fantasticato da Dostoevskij (come gli Usa lo sono oggi in modo diverso e opposto a quello fantasticato da Whitman). Eppure, in tutti e due, c’è lo stesso seme, comunque rovesciato, e non è significativo che questi due scrittori appartenenti ai due popoli che si sono spartiti il dominio del mondo nella seconda metà del secolo successivo abbiano pensato negli stessi anni le stesse cose?</strong></p>
<p><strong>	Adesso, delle due potenze,  ne rimane solo una. Per quanto? Quale sarà il prossimo impero macedone? Sarà la Cina? Che prezzo dovremo pagare tutti quanti e il nostro stesso pianeta e la nostra specie per la crescita esponenziale di una simile arroganza e protervia? E quale prezzo dovremo pagare per quella di coloro che verranno dopo di lei? Riuscirà ancora a lungo il nostro pianeta, la nostra specie, nella generale condizione di quasi collasso in cui siamo, e con la terrificante potenza distruttiva di cui disponiamo, a pagare un simile prezzo per il dominio di pochi?</strong></p>
<p><strong>	L’uso della forza, sistematico, continuo, impunito, crea una specie di ebbrezza e cancellazione della memoria e del margine. L’ebbrezza di essere i più forti, di poter fare quello che si vuole. Eppure è proprio questa ebbrezza una spia certa che sta cominciando la fine, che tutte le forze che si sono accumulate nel tempo sanno, hanno la vertiginosa certezza di essere nel vuoto, di non avere un margine. Quando si è sopra un’altalena, nel momento in cui ci si spinge fino al punto più alto, dopo il quale si può solo discendere, si prova per un istante esattamente la stessa indimenticabile, fulminea sensazione.</strong></p>
<p><strong>	Sì, ha proprio ragione Helena. Non ci sono solo i complotti! Certo, ci sono anche quelli, ma non spiegano tutto, non sono l’ultima parola, alla fine.<br />
Qualche anno fa ricordo di aver letto un’intervista a un pezzo grosso dei servizi segreti dell’ex Unione Sovietica, che ora probabilmente vivrà come un pensionato qualsiasi in qualche appartamentino scalcagnato di Mosca e andrà a buttarsi da sé l’immondizia. A un certo punto, parlando di tutte quelle lotte e quei movimenti e quelle guerre che molti della mia generazione hanno vissuto come “di liberazione”, l’ex alto funzionario afferma candidamente che erano tutti nel suo libro paga sotto la voce “terrorismo”. “Ma guarda!” mi sono detto “Noi ci commuovevamo e ci disperavamo e manifestavamo per queste lotte e questo tipo qui adesso mi viene a dire che per loro erano solo pedine nel gioco della guerra fredda, per lavorare ai fianchi e fiaccare l’altra superpotenza. E nel dire questo legittima anche, nello stesso tempo, tutti gli orrori perpetrati dall’altra parte, dai suoi ex nemici!” Eppure, eppure anche questa, che sembra così lucida e disincantata, è soltanto una lettura che prende dentro solo una parte della verità. Anche lui è cieco, non sa quello che ha fatto davvero, ciò di cui è stato tramite. Credeva di avere in mano le redini della storia, coi suoi giochi crudeli e i complotti, eppure le cose sono poi andate per conto loro, si sono mischiate con altre cose, hanno dato vita a situazioni completamente diverse. E anche le persone che, come me, manifestavano e combattevano e, nel loro piccolo, complottavano (che cadevano cioè – stando a questa interpretazione – nel trucco elaborato da quel funzionario e dalle sue strutture) sono diventate poi inevitabilmente diverse. Io stesso, che non mi vergogno ora della mia “ingenuità” di quegli anni, non sono più la stessa identica persona di allora, ho fatto cose diverse, sono diventato col tempo un’altra cosa. E anche tutto il suo piccolo gioco, quello che credeva fosse tale, ha generato reazioni e spinte e controspinte che sono andate lontano. Anche </strong><strong>Napoleone</strong> credeva, con le sue campagne militari e l’uso strumentale dell’involucro delle idee rivoluzionarie esportate sulla punta delle baionette, di trasformare l’Italia in un protettorato francese, ma le cose non sono andate così. Anche l’Inghilterra, col suo sostegno palese e occulto alle lotte del Risorgimento italiano, perseguiva dei suoi fini politici particolari, in opposizione alle altre potenze continentali come Austria, Spagna, Francia, ma le cose hanno preso poi una loro diversa via, non sono rimaste dentro quel piccolo stampo. Anche i servizi segreti tedeschi, quando hanno finanziato e protetto il ritorno di <strong>Lenin</strong> in Russia per indebolire la potenza nemica con una guerra civile, non immaginavano certo che razza di boomerang gli sarebbe tornato indietro e che, di lì a non molto, l’esercito del paese conquistato dal piccolo partito di quel piccolo esule travestito e con la parrucca, sarebbe poi penetrato profondamente nel loro territorio e ne avrebbe addirittura assoggettato una parte per decenni, prima di cadere a sua volta, ecc, ecc… Gli uomini hanno sempre complottato, tramato. Che cosa credete? Che quelle figure allineate vicino ai cocchi e agli arcieri dei re persiani e assiro babilonesi, con tutte quelle simmetrie di capelli e barbe arricciate e muscolature ornamentali e tiare, che ora, così artistici e inoffensivi, fanno mostra di sé sui bassorilievi esposti nei musei, non avranno anche loro complottato, non avranno creduto e non avranno provato l’ebbrezza di tenere in mano le redini del futuro e di configurare a loro misura il tempo e lo spazio? E magari per un po’ ci sono anche riusciti, hanno avuto l’impressione di riuscirci. Poi però le cose sono andate avanti diversamente, e anche adesso ci sono altre testoline scimmiesche tutte in fila che aspettano il loro turno per finire in altri bassorilievi digitali del futuro…</p>
<p><strong>	Se ne avessi il tempo, e la voglia, mi piacerebbe scrivere qualcosa come un dialogo tra gli imperi, o raccontare una chiacchierata con </strong><strong>Erodoto</strong> incontrato per caso in un fast food. Magari potrebbe essere presente, al tavolo vicino, per caso, anche un venditore cinese di insetti a pila per il massaggio cervicale, mettiamo di nome <strong>Kwan</strong>, intento a mangiare golosamente il suo hamburger in una pausa del lavoro, e che si potrebbe di tanto in tanto unire allegramente alla chiacchierata.</p>
<p><strong>	Eppure, pur con tutto questo, non mi sento di giudicare la forza come qualcosa di sempre e comunque negativo. Le cose non esistono in un vuoto pneumatico, i vuoti vengono riempiti, e non credo che le strutture sociali umane, eliminata non si sa come, astrattamente, la forza, saranno poi tutte libere e felici come i bambini in un parco giochi. Se (quando) non ci saranno più gli Stati Uniti a tiranneggiare il mondo con la scusa di tiranneggiare i tiranni, al loro posto ci sarà, temo, qualcun altro, e non è detto che sarà meglio. E neppure la suggestiva frase che invita a far diventare la guerra come un tabù, come il tabù dell’incesto, mi tranquillizza. A volte ci sono delle opinioni che esprimono aspirazioni molto desiderabili e suggestive ma che appaiono, a uno sguardo appena un po’ più profondo, come posizioni che magari di lì a non molto tempo saranno perfettamente funzionali a forme e logiche di potere non ancora completamente emerse. È successo già molte volte, anche nel recente passato. Io non lo so come sarà il mondo fra cinquant’anni, cent’anni. Forse la violenza tecnologico-chimica dei nuovi poteri sarà così dispiegata e introiettata che non avrà neppure più bisogno dell’uso della violenza tradizionale, che sarà l’ultima risorsa di coloro che non avranno nient’altro da opporre se non i propri corpi e che sarà esecrata come intollerabile e barbara. Come faccio, stando qui, adesso, a chiudere ad altre persone che non conoscerò mai questa possibilità e questo spazio? Ad accettare questa visione così astratta e consolatoria della vita e della storia e a considerare una delle espressioni estreme e disperate della resistenza delle menti e dei corpi come sempre e comunque criminale? Lo dico anche rivolto alle posizioni genericamente pacifiste, alle cui espressioni e manifestazioni anch’io a modo mio ho partecipato in queste settimane e che considero comunque – pur con le loro semplificazioni e astrazioni – una benedizione e una grazia, l’unico, inaspettato evento (coi vasti movimenti che stanno mettendo in discussione la radice stessa dell’organizzazione planetaria della vita di questa epoca) che non faccia disperare completamente in questi anni cupi e terribili di inizio millennio.</strong></p>
<p><strong>	A volte ingenuamente penso che se tutti questi catastrofici scimmioni in giacca e cravatta che si sentono invulnerabili nel loro delirante bozzolo tecnologico e che pensano – come già molti altri nel corso del tempo – di avere in mano una carta che nessun altro ha mai avuto in mano prima di loro e di potere questa volta mettere le mani su tutto il banco (tanto più che altri, e non loro, pagheranno il prezzo di questo delirio, in futuro), se si fermassero a considerare, anche solo per pochi secondi, di tanto in tanto, la nostra sbalorditiva condizione di naufraghi nello spazio, la precarietà, l’irripetibilità e la solitudine della nostra vita su questo nostro piccolo pianeta abitato, se solo riuscissero ogni tanto a vedere qualcosa all’esterno della piccola cancrena cerebrale che li tiene in pugno…</strong></p>
<p><strong>	“Su tutta la Storia, il Sole. E poi la notte, con le sue stelle fisse! E la Via Lattea in cui quasi <em>non siamo</em>, tanto invisibili. E la Via Lattea che si muove… Per dove? Fino a quando. Lo Spazio esterno, ecco il Luogo. Dirmi che sono nata in questo paese, in quell’altro, per me non ha senso. La mia patria (piccolissima a sua volta) è la Via Lattea, sperduta nel fuoco bianco di infinite altre Galassie. E queste non si vedono più, a volte. Vanno! (…) Una “civiltà”, quando torna, produce tutto questo: là non c’è più angoscia, o minima. Dove invece la “civiltà” (memoria e riconoscimento) cade, o è in fine, l’angoscia è al colmo. Non importa star bene per essere privi d’angoscia. Occorre rientrare in se stessi, dove è <em>il nome</em>.” (</strong><strong>Anna Maria Ortese</strong>, <em>Corpo celeste</em>)</p>
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		<title>Il lato oscuro della forza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2003 14:32:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Questa guerra palesa una cosa che non avevo mai visto prima. Non l’avevo mai vista così.In tutte le occasioni precedenti in cui mi era capitato di interpretare le notizie e le immagini pervenute da una guerra, di rifletterci o di riflettere su guerre passate, di cercare informazioni su una delle molte guerre invisibili che si trascinano in ogni parte del mondo senza arrivare nei mezzi di comunicazione di massa più di massa a partire dalla tv, questo aspetto, questa cosa che si manifesta nella guerra, mi era sfuggita. Ripeto volutamente la parola guerra, perché la guerra è guerra e questa guerra, considerata nella sua sostanza, verrebbe a dire nella sua materia cruda di guerra, è una delle molte. Però solo questa guerra mi ha fatto saltare all’occhio la sua malvagità.<br />
<span id="more-12"></span><br />
Ma guarda cosa scopre questa, direte voi, sembra  arrivata ieri dalla luna. Mai visto quadri intitolati <em>Guernica </em>o <em>Desastres de la guerra</em>? Mai letto <em>Johnny get your gun</em>, <em>Niente di nuovo in Occidente</em>, le poesie di Robert Owen<em>? Apocalype Now </em>dice niente? <em>Full Metal Jacket</em>? Neanche de Gregori quando canta “che la guerra è bella anche se fa male”, con l’ironia che capisce pure un cretino, perché la guerra non è bella, è orrenda, è orrenda e fa male, è orrenda perché fa male. E questa, per giunta, è una guerra unilaterale, fuori dalla legalità internazionale, una guerra d’aggressione, una guerra ingiusta.</p>
<p>Il fatto è che anch’io mi sono sempre mossa fra questi termini: la ferocia, la brutalità, l’orrore della guerra e  poi le considerazioni sulla sua legittimità o illegittimità, sempre tenendoci vicino l’altro lato, quello che afferma che la guerra, anche la più giusta della guerre,  è orribile e fa male.</p>
<p>Non sono mai stata una pacifista in senso stretto, cioè una persona che rifiuta la guerra in modo assoluto e non lo sono neanche ora, neanche se ora mi ritrovo con lo sguardo fisso sul male  mostrato da questa guerra. Che è il male presente in tutte le guerre. Però di solito quel male si nasconde. Si camuffa dietro esattamente questi due volti: quello della guerra che fa male e quello della guerra giusta o ingiusta.</p>
<p>Il male di cui parlo è un&#8217;altra cosa. Non coincide con la quantità di distruzione e morte disseminata, né con l’ingiustizia e l’illegalità. Non ha nemmeno, in senso stretto, i nomi e le facce di Bush e dei suoi strateghi, generali, ideologi e alleati. Tantomeno è l’America.<br />
E allora attenzione! Stiamo lasciando il territorio ragionevole della politica, geopolitica, storia ed economia globale! Qui si  parte per la metafisica del Male!</p>
<p>Di solito, e anche in questo caso, si riempiono la bocca della retorica del Male quelli che ne sono gli agenti. Non ne parlano gli intellettuali e gli specialisti autorevoli, con l’eccezione, questa volta, del papa, al quale si riconosce la qualifica di specialista autorevole, autorizzato a ricorrere alla parola “male”. Il papa si oppone a questa guerra con il suo linguaggio, per le ragioni espresse con quel linguaggio e per altre non espresse, così come con altri discorsi ritagliati sulle loro competenze, i loro ruoli e orientamenti fanno Cacciari, Chomsky e Chirac. Il che, nell’economia globale della divisione dei saperi e delle competenze, relativizza l’uso di quella parola facendo della nozione del male un sapere parziale, un punto di vista come un altro.</p>
<p>Fra i tanti campi del sapere specialistico trascurati da quelli che vengono definiti intellettuali c’è anche quello del male. E’ giusto, o perlomeno inevitabile che sia così, che del male possa parlare solo un papa notoriamente non progressista, i suoi vescovi più decrepiti e i suoi esorcisti, e semmai, in termini molto più generici, qualche dottore in teologia e in filosofia? E’ possibile ragionare sul male, sul male che emerge in una concreta circostanza storica, da non specialisti? Da non aderenti ai dogmi di una o di un’altra religione? Non dico da “laici”, perché è un termine di cui mi sfugge sempre di più il senso.</p>
<p>Oggi è necessario, anche se un ragionamento del genere non può approdare a nessuna spiegazione, perché il male comincia a manifestarsi precisamente nel punto dove non reggono più le spiegazioni.<br />
Perché il governo americano ha scatenato questa guerra?<br />
Per il petrolio? .<br />
Per vocazione imperiale o imperialista?<br />
Per controllare i Turchi e i Sauditi più da vicino?<br />
Per la sicurezza nazionale che sarà tutelata solo quando si sarà agito in modo analogo contro altri Stati Canaglia quali, a secondo delle priorità e preferenze del momento, sono Corea del Nord (che non c’entra col terrorismo islamico), Siria e Iran?<br />
Che razza di conti ci sono dietro all’ultima di queste possibili spiegazioni, quella più accreditata dai discorsi e piani e teoremi filogovernativi americani e dei loro alleati?<br />
Li avranno fatto i loro wargames preliminari calcolando il <em>worst possible scenario </em>del quale cerco di riprodurre solo alcuni aspetti, dal <em>loro </em>punto di vista:</p>
<p>1) ulteriore aumento dell’odio nel mondo islamico con sicurissimo incremento delle reclute al  terrorismo.<br />
2) indebolimento di tutti i governi musulmani amici, variabile a seconda della durata e in genere dell’andamento della guerra con un rischio che va dalle rivolte all’allargamento del conflitto a tutta l’area, con necessità di mandare anche lì i propri soldati.<br />
3) impossibilità di poter calcolare le perdite fra le proprie truppe dal momento in cui si decide per un invasione da terra.<br />
4) calo dei consensi in relazione alla difficoltà di conseguire la vittoria e al numero di morti fra i civili iracheni e, soprattutto, dei propri soldati durante questa guerra, per non parlare di quelle ancora “programmate” per completare il piano.<br />
5) impossibilità di controllare l’informazione ai livelli della guerra del ’91 per la diffusione globale di reti arabe, di internet ecc.<br />
6) possibilità di contraccolpi con qualche rimasuglio delle famose armi non convenzionali e altissima probabilità che quegli arsenali siano stati smembrati con spostamenti fuori dall’Iraq finendo nelle mani di Al Quaeda e simili, ovunque essi abbiano le loro coperture e le loro basi, cioè possibilmente in tutto il mondo islamico e non solo.<br />
7) conflitto turco-curdo: o la Turchia si prende una parte di Kurdistan iracheno e continua a reprimere i curdi del suo territorio o l’autonomia dei curdi iracheni rivitalizza il nazionalismo curdo e crea problemi all’alleato turco.<br />
8) costi della guerra e della ricostruzione, peso di questi costi sull’economia americana, contraccolpi dell’andamento bellico sulle borse e sull’economia in generale.<br />
9) amministrazione del paese conquistato, dei suoi conflitti etnici e religiosi oltre a quelli elencati al punto precedente. Legami e aiuti fra sciiti iracheni e Iran.<br />
10) il rischio che se veramente si arrivasse a un sistema democratico, questo potrebbe far vincere la corrente che gode di maggiore consenso nell’area, cioè quella islamista. Quindi probabile impossibilità di mantenere una promessa fatta all’opinione pubblica in cerca di consenso per la guerra.</p>
<p>Tutti questi rischi e molti ancora che non mi vengono in mente o che non conosco, quelli che hanno deciso per questa guerra li conoscevano e hanno deciso di correrli o di ignorarli, così come hanno deciso di non modificare i loro piani in reazione all’opposizione dell’ONU, dell’Europa, del parlamento turco, del papa, dei centinaia di milioni di oppositori occidentali a questa guerra, inclusi quelli del loro paese. Perché?</p>
<p>Perché sono i soliti americani ignoranti e strafottenti, che standosene lontani sul loro mezzo continente e avendo visto troppi dei loro film non capiscono un accidente del resto del mondo? Questi luoghi comuni sembrano incarnarsi alla perfezione nel testimonial più in vista del campo americano, ovvero in George Bush, ma l’evidenza che il presidente abbia quell’aspetto da fantoccio poco intelligente e poco istruito, rende anche più visibile il fatto che la guerra non l’abbia decisa lui da solo.</p>
<p>Dietro alla decisione concreta c’è un gruppo di persone, un gruppo di persone <em>finito</em>, anche se non se ne conoscono probabilmente tutti i componenti – magari è importantissima la mamma di Rumsfeld &#8211; né il loro peso e le sfumature delle loro singole motivazioni. E dietro a questo gruppo fra cui non mancano quelle di intelligenza e di cultura o di competenza specifica c’è tutto l’apparato di servizi segreti, esperti, consiglieri e così via che messi insieme avranno fornito e continuano a fornire informazioni sovrabbondanti, non univoche e persino erronee, che però le forniscono senz’altro.</p>
<p>Ma sostenere che la guerra è stata decisa da un gruppo di persone significa qualcosa in più. Significa scavalcare, in questo ragionamento, ogni interpretazione di tipo complottistico per cui – faccio le esempio più rozzo e più lampante- la guerra la farebbero le compagnie petrolifere. Perché anche se tre quarti dell’attuale governo vi sono effettivamente implicati, non sono quelle ad aver dato l’ordine di attacco. E significa pure ritenere che l’impossibilità di stabilire quale fra le ragioni per la guerra sopra elencate sia quella “vera”, non costituisca un ostacolo per rifletterci sopra, visto che ognuno di quelli coinvolti nella decisione avrà avuto le sue “priorità”. La sola cosa importante che questa opacità di motivi fa vedere è il fatto che non si tratta di un azione completamente razionale, se includiamo nel razionale anche le ragioni più abiette e predatorie, quelle che tradizionalmente sono all’origine delle guerre: accapparrarsi le risorse del paese x, conquistare uno sbocco a mare ecc.</p>
<p>La figura che in questi anni ha più di ogni altra rappresentato il male per l’immaginario collettivo è una creazione della letteratura e del cinema americano che si chiama serial-killer. Certo che esiste nel mondo qualche maniaco solitario e compulsivo, ma basta guardare alle modalità con cui in ogni parte vengono commessi molti dei crimini, inclusi gli assassinii, di stampo pedofilo (sempre per stare in un campo ritenuto emblematico del male) e ci si accorge che il serial-killer è un mito che copre una realtà molto più diversificata e inquietante. La gran parte della violenza più terribile nasce da azioni di gruppo. Per l’esattezza: non sorgerebbe nemmeno senza una collettività, dalla più elementare dei gruppi paragonati al “branco” alle più sofisticate e strutturate organizzazioni..</p>
<p>Nel primo caso i fatti appaiono semplici: le singole persone si fondono in un&#8217;unica forza d’aggressione, in cui letteralmente l’unione fa la forza, senza residui, senza premeditazione. Ma ripensando ad alcuni dei più celebri delitti italiani recenti, si vede che le cose spesso non vanno proprio così: gli assassini della ragazza di Leno avevano deciso prima che dovevano “darle una lezione”; Erika e Omar rimuginavano da anni su come risolvere il problema della mamma oppressiva; le ragazze che hanno ammazzato la suora di Sondrio erano incollate da certi loro interessi satanisti anche solo musicali. In breve, tutti si erano creati una qualche sovrasstruttura collettiva, per quanto debole o delirante.</p>
<p>Questa digressione valga per sottolineare due aspetti che rendono più pericolose le azioni di gruppo.<br />
Il primo – banalissimo &#8211; è che in gruppo ci si sente, anzi si è più forti.<br />
Il secondo è più interessante perché è all’apparenza all’opposto del primo. Per programmare lo scatenamento della forza in gruppo, per agire come un branco, esseri umani distinti devono mettersi d’accordo, devono trovarsi delle “ragioni” condivise. Una volta raggiunto questo consenso, diventa difficile tirarsi indietro perché è stato fondato un soggetto collettivo.</p>
<p>Questa digressione non vuole stabilire un paragone piatto fra governanti americani e assassini adolescenti italiani, tantomeno fungere da espediente retorico per una condanna morale. Che chi ha la facoltà di mandare degli esseri umani a uccidere e farsi uccidere, possa essere definito “assassino”, è la scoperta dell’acqua calda. Sono assassini anche i predecessori di Bush, Blair e compagni che decisero lo sbarco in Normandia, anzi assassini più feroci perché le atomiche su Hiroshima e Nagasaki e i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e quelli meno terrificanti delle città italiane furono azioni deliberate. Infatti non si giustificano, perché i mezzi non giustificano il fine, ma il fine obiettivo di quell’entrata in guerra resta un altro. Mia madre sarebbe morta in un campo di sterminio, io non sarei mai nata senza l’intervento americano. E’ solo un esempio, scusate se è personale. Però aiuta a ribadire meglio: io devo la vita agli americani, ma neanche ai soldati di allora devo l’adesione semplice, la giustificazione assoluta.</p>
<p>Non sono antiamericana: non solo per il debito di sopra, non per il consueto apprezzamento di non so quanti prodotti della cultura americana, dalla Coca-Cola a Don de Lillo, ma perché distinguere, valutare distinguendo è possibile e importante. Fino a quando è possibile: è importante puntare il dito sulle vittime tedesche e giapponesi deliberatamente bruciate nelle loro città, mentre il fatto che Hitler, prima di scatenere la guerra, aveva risolto il problema della disoccupazione, non ha più peso. C’è una quantità di male che rende ogni residuo del suo contrario talmente piegato e asservito da risultare irrilevante, di fatto, non solo nel giudizio morale. Il mio discorso non avrebbe alcun senso se non fossi convinta che Bush non è Hitler, né l’America di oggi la Germania del ’33. Anche nelle elaborazioni più preoccupanti non c’è traccia di un’ideologia simile a quella nazista, né piani che vi corrispondono, e il popolo americano, per quanto pattriotico, non mostra collettivamente segni di fanatismo. Guardando solo alle vittime civili, potremmo anche concludere che questi americani sono in realtà più buoni e più leali di quelli mai visti prima, perché cercano effettivamente di limitarne il numero e mandano il loro esercito ad agire apertamente, col rischio di sacrifici, anziché affidare i propri interessi a una giunta o a un tiranno senza scrupoli, fra cui figura chiaramente lo stesso Saddam Hussein. Ma quanto sta emergendo prepotentemente con questa guerra è allarmante, più del maccartismo, più del Vietnam, più del mezzo secolo abbondante di porcherie in politica estera, più di tutto questo messo insieme: l’idea e la prassi del dominio esercitato attraverso la forza, di un dominio ritenuto legittimo e virtuoso, tende per sua natura a strangolare lentamente ogni idea e prassi di libertà, di svuotare dall’interno la democrazia, di pervertire l’America .</p>
<p>L’immagine più compatta e complessa dell’America che io abbia in mente è quella mostrata di recente da <em>Gangs of New York</em>, che rivela la violenza nuda e cruda della lotta per il controllo di un piccolo pezzo di territorio cittadino fra i newyorkesi venuti prima e gli immigrati venuti dopo. Questa violenza sta alla base non dello spirito del West dove i cowboys ammazzano gli indiani, ma della città per noi tutti sinonimo della America cosmopolita, colta, multietnica e urbana. Martin Scorsese ha fatto questo film perché ha riconosciuto la propria esperienza di adolescente italo-americano del Bronx nel libro di Herbert Ashbury che ritraeva la città un centinaio di anni prima, perché ha riconosciuto che la sua esperienza non era che la riproduzione di un’esperienza pregressa, la ripetizione di una violenza originaria, anzi fondativa. Secondo René Girard, che ne ha coniato l’espressione, la raffigurazione, lo svelamento della violenza fondativa, la sua rappresentazione piena, è già l’inizio della crisi del suo funzionamento basato invece sull’occultamento mistificatorio.</p>
<p>Oggi un figlio di immigrati molisani gira a Cinecittà un epos che si misura e in tal modo relativizza i classici <em>La nascita di una nazione </em>e <em>La conquista del West</em> girati da registi WASP. Scorsese modella il suo racconto epico – e qui sta un&#8217;altra complicazione- sia sui canoni più aggiornati del kolossal hollywoodiano (la battaglia trucolentissima iniziale, obbligatoria ca. dai tempi di <em>Braveheart </em>e del Soldato Ryan; la citazione di un mondo da <em>Conan il Barbaro</em>) che sui capolavori feuilleton del ottocento, creando un film pomposo, ripetitivo, povero di finezze psicologiche e privo, pur con tutta la sua spettacolarità, di coperture estetiche, sociologiche, storicistiche ecc. alla  violenza che è l’unico suo contenuto. Non si vedono buoni e cattivi da nessuna parte: polizia ed esercito ammazzano i poveracci in rivolta contro la leva i quali impiccano ogni negro trovato per strada, colpevole di trascinarli in guerra. In questo, è molto diverso dal cinema di denuncia degli anni settanta che rifaceva il western dalla parte degli indiani o di molti grandi film sul Vietnam: non, in senso stretto, un’opera di denuncia, ma semplicemente una dimostrazione di ciò che è stato. Proprio per questo è un segnale importante, un segno che riflette in maniera precisissima l’ambiguità dei potenziali di una società capace di rappresentarsi in questo modo. Noi, in Europa, non saremmo stati in grado di produrre qualcosa di analogo non tanto perché ci mancano i maestri del cinema ex-teppisti, ma perché, anche se li avessimo, l’origine violenta del nostro mondo non la tocchiamo più. Inutile precisare che siamo diventati pacifici da poco.</p>
<p>Secondo Girard la crisi che permette lo svelamento della violenza fondativa non coincide affatto con una  sua diminuzione, anzi: quando il sangue che garantiva una certa stabilità non la garantisce più, ce ne vuole altro e altro ancora. Forse l’America è entrata in questo tipo di fase e tutta la sua parte libertaria, autocritica, e egalitaria, una parte che dal tempo del movimento per i diritti civili, pur con qualche contraccolpo, non ha fatto altro che crescere e consolidarsi, vi è tragicamente implicata.  Ma è ancora una partita ambigua, una partita aperta, in cui bisogna entrare e lottare perché si tratta anche di noi. Se Bush, i suoi compari e padrini e il loro humus alla lunga vincessero non solo in Iraq o in altri luoghi remoti, ma nel loro paese – dove stanno già ampiamente demolendo le tradizionali libertà &#8211; , subiremmo tutti una perdita così terrificante da rendere obsoleta ogni postura d’orgoglio antiamericano. Stiamo ragionando sul nostro futuro e sulla nostra pelle.</p>
<p>Torniamo al punto di partenza. Qual è il male che si manifesta in questa guerra? E’ il disegno degli ideologi <em>neoconservative</em>, è la scoperta di piani per l’egemonia americana nel mondo che prevedono l’invasione in Iraq e che sono stati elaborati anni prima dell’undici settembre dallo stesso gruppo di persone che, trovandosi oggi al potere, ha cominciato a metterli in atto?</p>
<p>Secondo me è qualcosa che si trova ancora un po’ più sotto, qualcosa di molto semplice e banale, come è il male definito da Hannah Arendt. Se non fosse così banale nei suoi meccanismi, farebbe meno danni.<br />
Da quando assisto sgomenta ai notiziari quotidiani della guerra, mi ronza in testa una stranota espressione che deriva da uno dei film-mito del cinema americano: il lato oscuro della forza.<br />
In <em>Guerre Stellari </em>(il cui titolo non a caso fu ripreso per battezzare uno dei più costosi progetti di riarmo statunitense) si combattono il Bene e il Male ben distinti, con trionfo finale del Bene; solo che i signori del Male un tempo erano anch’essi campioni del Bene, cavalieri Jedi. Ma a un certo momento sono stati pervertiti, come direbbe il papa, dal lato oscuro della forza. La forza, quella sempre invocata – “che la forza sia con te!” – è una sola. Il suo lato oscuro – sarebbe meglio dire: parte oscura – si manifesta quando sfugge al controllo di chi la esercita, quando cerca di imporre un dominio infinito, fine a se stesso.</p>
<p>Lo so che è banale sostenere che il motore dell’attuale politica americana, il collante del gruppo al potere, il sostrato sotto la coperture ideologica delle teorie <em>neoconservative </em>sia “il lato oscuro della forza.“ Ma appare altrettanto evidente come tutti coloro abbiano creduto eccessivamente, quasi misticamente – non a un <em>God On Our Side </em>cristiano fondamentalista – ma alla loro forza: militare e tecnologica in primo luogo, poi economica e politica. E’ lo strapotere della loro forza che li ha convinti tutti a passare dal piano della teoria e dei giochi preliminari all’azione, dalla fantasia alla realtà, con la disinvoltura alienata che di solito si attribuisce ai ragazzini rintronati dai videogame, facendo apparire trascurabile fino all’inconsistenza ogni altro aspetto, a cominciare dalla mortalità e vulnerabilità psicologica dei propri soldati.</p>
<p>Robert Kagan, uno dei teorici di area <em>neoconservative </em>a mia saputa non coinvolto con l’amministrazione Bush e tutt’altro che un ignorante e cretino in un intervista di confronto con Daniel Cohn-Bendit allo <em>Spiegel </em>diceva più o meno così, perfettamente serio: “se uno ha un bel martello forte, gli viene da picchiarlo sui chiodi e per forza poi qualcuno non lo colpisce bene o gli entra storto”.<br />
Quel martello citato in rappresentanza degli armamenti più sofisticati e costosi del pianeta mette in luce come non ci sia nemmeno da avere troppo timore reverenziale della tecnologia, perché il mito tecnologico non si rivela altro che una copertura per il solito meccanismo d’espansione della forza.<br />
Quelli che credono di dominarla per dominare ne sono a loro volta dominati.  E’ un’altra costatazione per niente nuovo, ma tenerla d’occhio sotto l’armatura pesantissima e terrificante di tecnologia e ideologia, aiuta a <em>sentire meglio </em>il pericolo in cui ci troviamo, noi esseri umani né dominatori né dominati.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La guerra in corso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/03/22/la-guerra-in-corso/</link>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2003 12:09:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[bush]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[scrivere sul fronte occidentale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Per un bisogno di chiarezza personale dopo le criminalizzazioni, le distorsioni, le disinformazioni e i linciaggi che ci sono stati all’uscita del libro collettivo “Scrivere sul fronte occidentale” e di un mio scritto che vi era contenuto, sento la necessità di dire che, in questo momento, nessuna considerazione, nessuno sforzo di comprendere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Per un bisogno di chiarezza personale dopo le criminalizzazioni, le distorsioni, le disinformazioni e i linciaggi che ci sono stati all’uscita del libro collettivo “Scrivere sul fronte occidentale” e di un mio scritto che vi era contenuto, sento la necessità di dire che, in questo momento, nessuna considerazione, nessuno sforzo di comprendere e di tenere dentro tutta la complessità e la libertà delle forze che agiscono nella vita e nel mondo, nessuna insofferenza per le astrazioni e le semplificazioni mi può far apparire meno orribile, ignobile e inaccettabile la guerra in corso.<br />
<span id="more-3"></span><br />
Unilateralmente calcolata e scatenata a freddo dall’amministrazione Bush e dal blocco economico-politico di cui è espressione, col piccolo codazzo di paesi foraggiati o in vario modo asserviti, in attesa delle briciole che forse cadranno dalla tavola del padrone. Ipocrisia, mistificazione e arroganza non riescono a nascondere la vera natura di questa guerra e di un uso così sproporzionato della supremazia tecnologica e militare. L’eliminazione del piccolo, impresentabile, sanguinario tiranno irakeno (scelto non a caso tra molte altre figure simili presenti nel mondo) come copertura propagandistica di un disegno che in realtà mira a ben altri scopi di dominio economico e geopolitico. Assoluto disprezzo per organizzazioni internazionali, leggi, alleati, amici e ogni altra cosa vissuta come diaframma che possa frapporsi al proprio interesse imperiale. Una simile arroganza supportata da una così spaventosa e annichilente ipertrofia tecnologica e di condizionamento globale, in una situazione di quasi generale asfissia democratica e da parte di un presidente neppure regolarmente eletto, desta enorme inquietudine sul futuro del nostro pianeta, qualunque sia l’esito di questa guerra, e non promette niente di buono a nessuno (americani compresi).<br />
Per questo, anche se non sono genericamente pacifista, partecipo anch’io in questi giorni alle manifestazioni contro la guerra e ho esposto alla mia finestra la bandiera della pace.</p>
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