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	<title>Cahier di viaggio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Orizzonti perduti, orizzonti ritrovati &#8211; Eric Salerno (Il Saggiatore)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/20/eric-salerno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2021 08:58:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cahier di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[camerun]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
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					<description><![CDATA[Estratto dal capitolo: Libia e Camerun   «Assaggia» intimava allungando il braccio con un sorriso, quasi una sfida. La giovane, minuta, mi fece tornare alla mente un’altra donna incontrata sui monti del Darfur, in Sudan, che anni addietro mi aveva offerto e fatto gustare per la prima volta una cavalletta appena catturata e affogata in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="capitolosxtesto" style="text-align: center;"><strong><span class="testatina"><span lang="IT">Estratto dal capitolo: <em>Libia e Camerun</em></span></span></strong></p>
<p class="capitolosxtesto" style="text-align: center;"><strong><em><span class="testatina"><span lang="IT"> <img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-92920" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/09/Orizzonti-perduti-orizzonti-ritrovati-202x300.jpg" alt="" width="291" height="432" /></span></span></em></strong></p>
<p class="testofilotesto"><span lang="IT">«Assaggia» intimava allungando il braccio con un sorriso, quasi una sfida. La giovane, minuta, mi fece tornare alla mente un’altra donna incontrata sui monti del Darfur, in Sudan, che anni addietro mi aveva offerto e fatto gustare per la prima volta una cavalletta appena catturata e affogata in un secchio d’acqua. Qui, nel profondo Sud della Libia, la donna, abbondantemente coperta salvo i piedi che trascinava in acqua, si spostava avanti e indietro sulla riva del lago abbassando e rialzando una retina attaccata a un lungo palo e rispondeva al mio sguardo incuriosito con la sua offerta. Vuoi assaggiare? Vuoi guardare più da vicino? Prendi, prendi in mano. Non fa male. </span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT">Il mio interprete, un berbero della costa, sofisticato e poco avvezzo alle avventure in mezzo alla splendida natura del suo paese, non nascose un certo disgusto, se non disprezzo, mentre cercava di mettermi in guardia. «Sono vermi! Questa gente mangia di tutto» spiegò con una smorfia che voleva essere anche un sorriso. Era la metà degli anni settanta. Da quasi un mese stavo girando la Libia alla ricerca di testimoni delle atrocità commesse dai colonialisti italiani. Avevo parlato con decine di anziani beduini del Nord, fra la Tripolitania e soprattutto quella Cirenaica considerata povera quando gli italiani le appiopparono la definizione di «scatolone di sabbia», ma ormai centro della lucrosa attività delle compagnie petrolifere, Eni e Agip in testa. I colonialisti francesi e inglesi cercavano ricchezze nelle terre di cui volevano appropriarsi. Il Regno d’Italia si era «accontentato» di terra da coltivare e da affidare ai contadini della penisola, alla ricerca di spazio vitale. Un’alternativa alle grandi migrazioni verso le Americhe. </span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT">Curiosamente negli stessi anni in cui gli italiani, ormai sotto il fascismo, si radicavano in Libia, una commissione di ebrei venuta dalla Gran Bretagna cercava a sua volta spazio vitale in Cirenaica. Si chiamavano territorialisti e si contrapponevano ai più noti e motivati sionisti: a loro sarebbe bastata una «terra per gli ebrei» e non necessariamente creare uno stato ebraico in Palestina, la Terra santa, con Gerusalemme come capitale. Operazione sempre coloniale ma pretese minori. Si fecero accogliere dagli ebrei che da quasi duemila anni abitavano lungo la costa mediterranea della Libia. Parlarono con i rabbini, i saggi delle comunità, i padri di famiglia e tornarono a Londra delusi. Quella terra, scrissero, era troppo arida. Non poteva servire. Era sufficiente osservare la superficie per capirlo: rocce, sabbia, ciottoli e poca acqua. Come gli italiani, non potevano sapere ciò che nascondeva il sottosuolo: uno dei giacimenti di idrocarburi più vasti della terra e di qualità superiore a quasi tutti gli altri. Per non parlare dei minerali rari di cui solo da poco si è capita l’importanza.</span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT">Come aal’inizio del decennio, quando la visitai per la prima volta, nel 1977 la Libia paese era governato da Mu’ammar Gheddafi. Stava diventando sempre più ricco e il giovane ufficiale cercava modi per distribuire le ricchezze naturali a una popolazione di appena sei milioni di abitanti, sparsi in una terra vasta e in qualche modo sconnessa. Parlai a lungo con i reduci della guerra coloniale, gente sopravvissuta ai campi di concentramento, alle torture, alle impiccagioni, ai maltrattamenti. E dalla costa mi spostai verso il Sud della Cirenaica e il Fezzan, la zona più desertica ancora oggi poco sfruttata dalle compagnie petrolifere dove il Leader, così voleva essere chiamato, cercava con poco successo di trasformare i nomadi – soprattutto tuareg – in contadini sedentari. Scimmiottando Mao, aveva scritto il suo <span class="italic">Libro verde</span>. Non aveva una precisa ideologia, anche se il suo pensiero ondeggiava tra socialismo e comunismo. Aveva in mente – mi confessò – un modello, ed era quello del kibbutz o del moshav israeliano. Comunità fondate sul lavoro collettivo e sulla condivisione. Alla fine quella formula nata nei sogni dei comunisti ebrei sovietici non ebbe grande successo nemmeno in Israele. L’adattamento confuso e incerto voluto da Gheddafi si rivelò un fallimento già in partenza. </span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT">A ogni famiglia di nomadi o seminomadi sedentarizzati praticamente con la forza era stato assegnato un appezzamento di terra arida da coltivare. Trattori e altri mezzi agricoli venivano condivisi da molte famiglie che, in teoria, potevano aiutarsi a vicenda. Ogni appezzamento era diviso in quattro part: in un paio il neocontadino poteva scegliere cosa seminare; nelle altre due, o anche in una sola, il prodotto d’obbligo era l’erba medica, che veniva acquistata in blocco dallo Stato per destinarla agli allevamenti di bestiame allestiti nelle vicinanze. L’incasso garantito da questo meccanismo era più che sufficiente per mantenere una famiglia, motivo per cui gli appezzamenti di erba medica davano segni di grande vitalità, mentre gli altri rimasero semiabbandonati. </span></p>
<p class="testofilosptesto"><span lang="IT" style="letter-spacing: .05pt;">Ma torniamo alla giovane con i piedi nelle acque del lago. Durante la mia ricerca nel profondo Sud della Libia mi ero ricordato di aver letto su un vecchio libro dell’esistenza di un complesso di laghi salati in mezzo a un mare di sabbia. Trovammo un autista locale in quella che si sarebbe rivelata un’esperienza tra le più belle di tutti i miei viaggi nel Sahara. Avevo imparato a guidare abbastanza bene tra le dune, soprattutto la mattina, quando il gelo notturno le rafforza e reggono il peso delle macchine. Mai, però, avrei potuto anche soltanto seguire le tracce del nostro autista locale che si muoveva senza bussola o l’aiuto notturno delle stelle. Ci volle almeno un’ora per arrivare al primo lago, piccolo e disabitato. Al secondo incontrammo un pescatore di minuscoli crostacei – non vermi – che da millenni costituivano la principale fonte di proteine per la gente dei villaggi isolati. L’<span class="italic">Artemia salina</span> viene allevata e utilizzata come alimento per i pesci d’acquario. Una volta, forse per la velocità con la quale si sposta in acqua, era chiamata «scimmia di mare». Vivono in genere quasi quattro mesi e nell’arco della loro vita producono costantemente uova.</span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT">«Assaggia!» E assaggiai. Sapevano di sale, poca sostanza, ma poi mi spiegarono che in genere non vengono mangiate crude e nemmeno una alla volta, ma se ne fanno delle piccole polpette che vengono lasciate essiccare al sole e consumate nel corso dell’anno per integrare il fabbisogno di proteine.</span></p>
<p class="testorientrotesto"><span lang="IT"> &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</span></p>
<p class="testorientrotesto"><b><span lang="IT">Eric Salerno</span></b><span lang="IT"> (New York, 1939), giornalista, inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, è stato corrispondente del <i>Messaggero</i> da Gerusalemme per quasi trent’anni. Nel 1961 ha portato i Peanuts di Charles M. Schulz in Italia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo <i>Guida al Sahara</i> (SugarCo, 1974), <i>Fantasmi sul Nilo</i> (SugarCo, 1979), <i>Israele. La guerra dalla finestra</i> (Editori Riuniti, 2002), <i>Genocidio in Libia</i> (manifestolibri, 2005), <i>Mosè a Timbuctù</i> (manifestolibri, 2006). Per il Saggiatore sono usciti <i>Uccideteli tutti</i> (2008), <i>Mossad base Italia</i> (2010), <i>Rossi a Manhattan</i> (2013), <i>Intrigo</i> (2016) e <i>Dante in Cina</i> (2018).</span></p>
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		<title>Pariscoop! &#8211; Carmine Vitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 May 2011 06:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Cahier di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Carmine Vitale]]></category>
		<category><![CDATA[francesca mazzucato]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[historica edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Parigi, sogni e strade di una città, , Historica Edizioni di Carmine Vitale (estratti) C’è una foto scattata a dei manichini silenziosi che guardano un’apertura al centro di un palazzo. Parigi è questa storia, anche senza le voci, gli sguardi, in un silenzio assordante ha un cuore pulsante. Potrebbe fare a meno delle persone, dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Cop_Parigi_mini.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Cop_Parigi_mini.jpg" alt="" title="Cop_Parigi_mini" width="150" height="206" class="alignleft size-full wp-image-39073" /></a></p>
<p><strong>Parigi,</strong> <em>sogni e strade di una città, </em>, Historica Edizioni<br />
di<br />
<strong>Carmine Vitale</strong><br />
(estratti)</p>
<p>C’è una foto scattata a dei manichini silenziosi che guardano un’apertura al centro di un palazzo. Parigi è questa storia, anche senza le voci, gli sguardi, in un silenzio assordante ha un cuore pulsante. Potrebbe fare a meno delle persone, dei volti: ha un proprio asse, ci gira intorno il sole come una terra a parte, con queste sue strade che non ti lasciano neanche il tempo di dire come un corpo estraneo qui non possa mai entrare, è un lampo che dà stupore, rabbia, o dolore veloce, cose che si fondono insieme agli alberi e alle foglie, nel pieno centro del tuo cuore. È arte allo stato puro, è una montagna incantata, è la stella Assenzio, ars poetica, caffè, spirito delle leggi, è scadenze, ritorni, salvezza. Come a La Ruche dove c’è una scritta sul muro che ti guida: «<em>Tutti coloro che lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza»</em>.<br />
<span id="more-39072"></span><br />
<figure id="attachment_39075" aria-describedby="caption-attachment-39075" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-300x225.jpg" alt="" title="IMG_1954" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-39075" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/IMG_1954-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39075" class="wp-caption-text">Paristiques- Immagine di Francesco Forlani</figcaption></figure></p>
<p>L’Alveare è un luogo artistico, un purissimo santuario delle arti dove dal 1902 si alternano artisti di tutto il mondo. Situato nel quartiere Vaugirard ai confini di al “2, Montparnasse Passagge de Dantzig”, la Ruche è una vecchia struttura a forma poligonale che ha dato ospitalità a molti dei più grandi pittori e scultori del novecento. Chi abitava alla Ruche doveva pagare un bassissimo affitto che quasi mai gli artisti pagavano, ma Alfred Boucher non ha mai cacciato via nessuno. Né Alexander Archipenko, Modigliani, Marc Chagall, Léger, Soutine, né Kremegne, Kikoine, Zadkine, Diego Rivera, Ardengo Soffici, Lipchitz, Marcel Damboise, e tanti, tantissimi altri. La Ruche ha rischiato molte volte la pelle, la demolizione. Ma mi piace immaginare che grazie all’amore si è sempre salvata. Perché non bisogna farsi ingannare e anche se non ci fosse più la speranza di cambiare il mondo, che nulla meritasse più il nostro amore, che ci resterebbe da fare?<br />
Salvare i nostri ricordi anche fuori tempo massimo. I ricordi possono diventare un business delle passioni, una risorsa, il punto di partenza di visite su cui impostare un ciclo degli amori sotto il profilo della Torre Eiffel.<br />
Ci sono casi in cui definire passioni i ricordi può sembrare un paradosso. Esistono infatti cuori, anime private, storie esemplari che dimostrano come i ricordi che buttiamo, possono tornare a nuova vita sotto forme diverse e rientrare nel cuore dalla porta principale.<br />
(&#8230;)<br />
In Rue de Cascades, in questa parte di Parigi che sembra ancora un villaggio, sorge il centro intitolato a Louise Michel, l’attivista libertaria della Comune parigina. A volerlo, alimentarlo, gestirlo in una parte della sua casa c’è una figura straordinaria, fuori da<br />
ogni tempo: Lucio Urtubia. Uno dei massimi magistrati francesi, pensando a lui ha affermato: «Lucio rappresenta più o meno quello che io avrei voluto diventare nella vita». Falsario, rivoluzionario, anarchico, maestro dell’essenziale, è un navarro che ha inseguito il sogno della giustizia sociale, attraversando i sogni. Dal 1954 esule in Francia, divenne famoso come falsario. Oggi è in pensione e mantiene vivo il sogno di chiunque attraversi la soglia sempre aperta della sua casa perché: «Ho sempre creduto che nella vita nulla fosse impossibile anche quando ho dovuto vivere nascosto e con un altro nome. Ignoriamo ancora del perché della nostra esistenza, non sappiamo perché siamo fatti in un certo modo, uno differente dall’altro, totalmente differenti. Unici. Una ricchezza inesplicabile questa, cui non diamo troppo valore – ben misere cose il denaro e il potere ‒ e di cui perdiamo il senso, troppo attenti a voler avere perdendo l’essere. Come ora qui sotto un cielo azzurro a pensare l’impossibile. Noi esistiamo, siamo la prova che l’impossibile non esiste. E questo non è semplicemente meraviglioso?».</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
<em>Quando Carmine Vitale mi annunciò che  Francesca Mazzucato,  gli aveva chiesto di pubblicare un libro nella sua collana <a href="http://cahierdiviaggio.blogspot.com/">Cahier di Viaggio</a> (Historica Edizioni) la notizia mi aveva reso felice. Felice perché quando scopri un autore- si badi bene che chi scopre ha meno meriti di chi si è lasciato scoprire ed   era successo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/09/usura-triptyque/"> qualche tempo prima</a>&#8211; non c&#8217;è gioia maggiore della condivisione della &#8220;scoperta&#8221; con altri esploratori, e con i lettori che spero davvero siano tanti  Nella mia quasi ventennale residenza a Parigi, ho accolto diverse centinaia di persone secondo il famoso teorema dei circoli affettivi, prima i parenti e gli amici, poi gli amici degli amici eccetera eccetera. I primi anni, lasciavo agli ospiti degli itinerari su fogli sparsi, </em><em>un jour après l&#8217;autre,</em> e in qualche modo funzionavano visto che a distanza di anni, gli stessi  ospiti, rammentavano gli stessi con riconoscenza. Del resto quegli itinerari erano il frutto di un <em>sur place,</em> quasi militante, mica di un Erasmus o un viaggio di Nozze!  Un giorno, però, avevo dimenticato di compilare per i miei ospiti  il famoso vademecum  e così in serata,  prima che affrontassi la cosa i due, era una giovane coppia, cominciarono il racconto della giornata, l&#8217;epica del proprio casuale itinerario con tale dovizia di particolari e ritmo di narrazione che mi lasciarono basito. Cos&#8217;era che rendeva  quel racconto migliore dell&#8217;altro, ovvero del racconto dell&#8217; esperienza che avrebbero fatto dei miei itinerari? Quel che lo faceva inimitabile era il loro essere &#8220;unico&#8221;. Il &#8220;loro&#8221; itinerario era una abito fatto su misura &#8211; qui Carmine mi capisce- cucito, tagliato, con aghi e forbici che non avrebbero servito nessun altro. Ecco perché questo libro è prezioso, secondo me. Perché insegna ad amare l&#8217;unico modo che valga, per poter conoscere una città, ovvero perdersi in essa, alla maniera dei  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flâneur">flâneur</a>, così come  Walter Benjamin  e ancor prima Charles Baudelaire ci hanno insegnato. E loro maestra fu Parigi. Così come per noi. La Parigi di Carmine è un libro in cui ci si può smarrire, o ritrovarsi, magari entrambe le cose.</p>
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