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	<title>Canada &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Along Okema Road</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/28/okema-road/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 13:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angela D'Ambra]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Glen Sorestad]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Glen Sorestad (trad. di Angela D&#8217;Ambra / Renata Morresi) Scende la sera su Okema Road I cervi coda-bianca venuti a pascolare emergono dal bosco dove i giorni sono liberi da occhi indiscreti ed intrusioni umane. Nella luce che recede sono insostanziali, uno con la foresta, nel silenzio totale, apparizioni timide, cauti ma curiosi. Langue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Glen Sorestad</strong><br />
(trad. di Angela D&#8217;Ambra / Renata Morresi)</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-50747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4-1024x584.jpg" alt="deer4" width="700" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4-1024x584.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4-300x171.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4-900x513.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/deer4.jpg 1089w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a id="Okema"></a><a href="#OkemaEng"><em>Scende la sera su Okema Road</em></a></p>
<p>I cervi coda-bianca venuti a pascolare emergono dal bosco dove<br />
i giorni sono liberi da occhi indiscreti ed intrusioni umane.</p>
<p>Nella luce che recede sono insostanziali, uno con la foresta,<br />
nel silenzio totale, apparizioni timide, cauti ma curiosi.</p>
<p>Langue il fulgore del tramonto; alberi e arbusti sfumano in un unico,<br />
in lenta fusione nella notte nera. Per il momento,<span id="more-50592"></span></p>
<p>in questo crepuscolo, il trascendente scende su Okema Road,<br />
sulla foresta che cinge la strada e la costeggia, su tutto</p>
<p>e tutti, avvolto in una luce non di presagio, ma di equilibrio.<br />
Questa è l’ora in cui camminare lungo Okema Road è passare</p>
<p>attraverso una storia che hai scritto tu stesso, una storia che puoi, volendo,<br />
condividere, una storia adagiata nella mente come un seme addormentato.</p>
<h6>(rm)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Sonagli"></a><a href="#SonagliEng"><em>Sonagli scaccia-orso su Okema Road</em></a></p>
<p>In effetti, prima di scorgerlo, lo sento, là avanti,<br />
oltre la curva, viene verso di me &#8211;<br />
più un timbro basso che un acuto tinnire di sonagli,<br />
un suono che assoceresti alla samba,<br />
o a un gruppo di strada di musicisti andini.<br />
Quando vedo apparire il podista, capisco<br />
che l’avviso acustico non ha niente a che fare<br />
con me, ma serve a evitare di farsi sgradita<br />
sorpresa per gli orsi, o altre creature avverse<br />
all’intrusione umana. Mentre s’appressa, smorza<br />
i sonagli per il tempo dei saluti.<br />
Va oltre, il suono riprende, dissolve gradualmente.</p>
<p>L’intera faccenda, per quanto mi colpisca come singolare<br />
strategia preventiva, m’induce a chiedermi se<br />
non sono incauto o scriteriato a camminare solo,<br />
unico suono il crik, crok, crak metronomico<br />
delle scarpe sulla ghiaia ad allertare le bestie selvatiche.<br />
Non indugio sul pensiero. Se ci sono spiriti maligni<br />
annidati in questi boschi, occasioni ne hanno avute<br />
e m’hanno fatto passare. Seguirò a fare<br />
quello che sto facendo, a mettere un piede davanti all’altro.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Gufo"></a><a href="#GufoEng"><em>Gufo mattutino</em></a></p>
<p>Stamattina, verso le cinque, mi ha svegliato<br />
l’insistente richiamo di un gufo.<br />
<em>Hu-hu, hu-hu.</em></p>
<p>Non so se fosse reale o striato,<br />
grigio o bianco, di palude o bosco &#8211;<br />
il gufo non l’ho proprio visto.</p>
<p><em>Hu-hu,-hu-hu,</em><br />
pareva chiamasse proprio me dalla<br />
finestra aperta della baita.</p>
<p>Era un presagio? Me lo chiedo adesso,<br />
più tardi, nel giorno, quando il bubbolare torna<br />
a risuonarmi forte nella mente.</p>
<p>Non lo vedrei come presagio o premonizione.<br />
Nulla nell’articolazione o tono m’ha fatto<br />
pensare un solo istante che vi fosse il mio nome</p>
<p>sulla lingua della creatura, o che l&#8217;uccello<br />
inviasse il messaggio proprio a me. Forse se io<br />
fossi un nativo della foresta sulle coste del Pacifico</p>
<p>per cui il verso del gufo  è segno di  morte imminente,<br />
sarei incline a vedere in una simile visitazione<br />
un sinistro preavviso, tale da rendermi folle</p>
<p>di terrore &#8211; ma non lo vedo affatto così,<br />
forse perché mi ritengo uomo refrattario<br />
agli assoluti di qualsivoglia credo. <em>Fammi vedere.</em></p>
<p>Eppure, eppure&#8230;<br />
se ricordo questo risveglio di buon ora<br />
con esattezza e senza caricarlo di retorica,</p>
<p>trascorse molte ore dalla presenza della creatura,<br />
cosa a cui ogni scrittore certo indulgerebbe,<br />
mi pare di ricordare che il gufo bubbolasse verso me</p>
<p>da punti diversi in diversi momenti,<br />
raggi di una ruota, il cui fulcro era la baita<br />
in cui giacevo, gli occhi fissi a un lucernario</p>
<p>nella luce mattutina, le palpebre ancora grevi<br />
di sonno quasi appesantite da un<br />
paio di grossi penny con sopra Giorgio V.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Rudi"></a><a href="#RudiEng"><em>Passare il tempo con Rudy</em></a></p>
<p>Nell’escursione serale per Okema Road m’imbatto<br />
in una donna e un cane. Ci fermiamo a parlare. Il giovane<br />
pastore tedesco ha in bocca qualcosa che pare<br />
un cencio o un ampio panno di camoscio.<br />
Mentre noi parliamo amabilmente, discutendo<br />
le previsioni sul gelo notturno di settembre, il cane mi molla<br />
il suo fradicio balocco  sulla scarpa, poi balza<br />
qualche metro indietro e s’acquatta, in trepidante attesa.</p>
<p><em>Oh, Rudy, lui non vuole giocare con te!</em></p>
<p>Il cane non l’ascolta, preso nel suo fervore.<br />
Conosco il gioco. Raccolgo ciò che scopro essere<br />
un pezzo di pelle di coniglio conciata, e lo lancio su Okema Road.</p>
<p>Rudy felice gli scatta dietro, strappandolo al cielo<br />
come un frisbee prima che tocchi il suolo, poi vira,<br />
ritorna, me lo deposita di nuovo sulla scarpa, guardandomi,<br />
gli occhi accesi. Conosco il gioco. Lo lancio di nuovo.</p>
<p><em>Rudy  forse fa finta d’acciuffare uno di quegli</em><br />
<em> scoiattoli volanti che abbiamo nei dintorni.  Li  ha visti ?</em></p>
<p>Mi dice che di solito li vede d’inverno, non ora.<br />
Non ci siamo neppure presentati. Rudy è il comune<br />
denominatore, il motivo per cui siamo qui a condividere<br />
questo inespresso bisogno sociale. Gli animali fanno questo</p>
<p><em>Sono  uscita solo per proteggere le erbe contro il gelo</em><br />
<em> e far fare una corsa a Rudy.</em> Quasi fosse necessaria una scusa.<br />
Rudy bracca la pelle di coniglio, finché lei non gliela toglie,<br />
e la mette sulla barca rimessata  dove Rudy non arriva.<br />
Il cane scompare.</p>
<p>La donna dice che l&#8217;inverno è un tempo di gran pace qui<br />
in questi boschi del nord – d’incredibile calma. Rudy torna,<br />
stavolta serrando fra le fauci un coniglietto di gomma, e mette<br />
il nuovo balocco al solito posto – la mia scarpa, ara di Rudy.<br />
Rudy riconosce una cosa buona se la incontra.</p>
<p><em>Oh, Rudy, sei una vera peste! Meglio che non la trattenga,</em><br />
<em> o finirà la passeggiata al buio.</em></p>
<p>Risale il suo vialetto, scompare nella casa.<br />
Rudy è sulla strada, il balocco imbottito nella morsa delle fauci,<br />
ascolta lo scrocchio digradante delle scarpe, mi guarda<br />
rimpicciolire e svanire nel buio in fondo a Okema Road.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Scoiattolo"></a><a href="#ScoiattoloEng"><em>Subitaneità di scoiattolo</em></a></p>
<p>Non so dove la mia mente fosse andata a imboscarsi,<br />
o se stesse cesellando qualche grande roccia grigia<br />
nel subconscio, immagini o suoni non evidenti<br />
che deflagravano come fuochi d’artificio, ma qualsiasi cosa<br />
avvenisse a livello intellettuale o persino estetico<br />
fu di colpo rimossa, l&#8217;immagine scultorea vacillò<br />
e s’annichilì nel vuoto, l’istante stesso in cui lo scoiattolo rosso<br />
stridé forte dal ramo dell’abete proprio sulla mia testa.</p>
<p>Barcollai di lato, sbigottito dallo stridore del suo subitaneo<br />
<em>SCRI-I-I-I-I-I-C</em> che risvegliò, nel profondo di me, dove non so,<br />
una nota prossima al panico, quasi avessi  traversato a piedi<br />
il deserto di Sonoran e mi fossi fermato, raggelato<br />
dall’agghiacciante maraca di un crotalo diamantino.</p>
<p>Non ero preparato a questo. Ma perché mai la fragile, innocua<br />
creatura aveva innescato in me, animale razionale, un così istantaneo<br />
riflesso di fobia-e-fuga? Sono sul Lago Emma, santo cielo.<br />
So che condivido questo spazio con gli scoiattoli &#8211; e sono<br />
più che felice di farlo. È perché vogliamo la natura<br />
alle nostre condizioni e non alle sue? Ora posso ridere<br />
della mia ignoranza e del mio indegno timore, scrollarmeli di dosso<br />
come un&#8217;aberrazione,  ma so che non si tratta di questo.</p>
<h6> (ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Meraviglioso"></a><a href="#MeravigliosoEng"><em>Meraviglioso</em></a></p>
<p>1.<br />
Come la dolce<br />
prima luce del sole<br />
filtri tra<br />
gli aghi<br />
dell’abete nero</p>
<p>mentre l’acqua spinge<br />
il suo passo necessario<br />
lungo il duro<br />
letto di rocce</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2.<br />
Come una lastra<br />
di granito diventi<br />
giardino dove muschi<br />
e lichene precedono<br />
pino e betulla,</p>
<p>come le radici torcano<br />
se stesse fino a vincere<br />
la terra, poi<br />
corrano su in alto<br />
a carezzare il sole.</p>
<h6>(rm)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Betulla"></a><a href="#BetullaEng"><em>Installazione in corteccia di betulla</em></a></p>
<p>Mentre siedo qui, nel Capanno 6, computer in grembo,<br />
in attesa che affiori un suono fulmineo o una forma,<br />
qualcosa che io possa braccare fino a che non cede e mi dice<br />
ciò che voglio sapere, lo sguardo mi si blocca su una cosa<br />
sul pannello di legno che ho di fronte,<br />
una cosa lasciata da un precedente inquilino.<br />
Non è che prima mi fosse sfuggita<br />
là, sulla parete, dove l’hanno messa –<br />
in fondo è più che evidente,<br />
questo ramo di betulla lungo due piedi<br />
il diametro di un manico di scopa, diviso<br />
in due dalla parte verso l’alto fissato con un angolo di 75 gradi<br />
alla parete. In effetti, è difficile che sfugga.</p>
<p>Il nastro che fissa il ramo al suo posto<br />
avvolge anelli di corteccia increspata e li separa,<br />
e lega, assai ingegnosamente, un semplice pendente grigio<br />
a un foro scavato nell’estremità del ramo, da lì resta sospeso,<br />
col nastro che drappeggia il muro<br />
come la delicata rafia verde d’un sapone North Woods.</p>
<p>Per qualcuno può trattarsi di un trastullo,<br />
la conseguenza di troppo tempo libero. Forse.<br />
Ma la disposizione precisa rivela intenzione,<br />
un modo unico di appagare il bisogno<br />
di dire: &#8220;Sono stato qui&#8221;.  <em>Graffito in corteccia di betulla.</em><br />
L’anonimo creatore è stato accorto nell’usare<br />
la finestra in modo che il gioco di luci<br />
e ombre desse vita all’installazione.</p>
<p>Se non lo sapessi per certo, lo attribuirei<br />
ad un amico artista, ma lui non è mai stato qui,<br />
anche se gli piacerebbe questo pezzo, come pure<br />
il motivo per cui è stato realizzato.<br />
Non c’è dubbio, è un banale svago cui attribuisco<br />
rilevanza e peso che nelle intenzioni non possiede.<br />
Ma l’ho ammirato, diverse volte ormai,<br />
negli ultimi tre giorni e sto iniziando<br />
a pensarci come a un quadro di casa mia:<br />
qualcosa che conviene al suo luogo soltanto,<br />
qualcosa diventata parte decisiva della stanza,<br />
qualcosa che è penetrata nella mia vita.</p>
<p>Anche se lascerò questo capanno, voglio<br />
che questa arte di betulla resti qui, fino ad essere<br />
non più una stranezza né per me, né per chiunque altro.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Betullainc"></a><a href="#BetullaincEng"><em>Betulla inclinata</em></a></p>
<p>Di là dalla baia erbosa una betulla bianca<br />
Inclina di cinquanta gradi oltre la punta palustre dell&#8217;isola,<br />
il suo debole biancore nella luce che rapida si attenua<br />
dito ossuto che indica la via verso un dove,<br />
non so dove. Qualcuno è responsabile<br />
della marcata pendenza dell&#8217;albero?<br />
frutto dello sforzo, forse, di segnare un chiaro appiglio<br />
ai barcaioli, un inucshuk dei corsi d’acqua?<br />
O forse la natura l’ha piegata<br />
di sua scelta, questa betulla inclinata<br />
che pallida ora scintilla sotto una luna crescente,<br />
indicando una stella remota?</p>
<p>Chi non ha mai sognato una stella condivisa con qualcuno,<br />
o ravvisato una luce speciale nella notte stellata?<br />
Spesso associamo i nostri sogni e speranze alle stelle.<br />
Chi non ha mai desiderato un amuleto astrale,</p>
<p>una luce nel buio foriera d’un suo proprio messaggio,<br />
un segno cui appigliarsi per riassestare la propria vita?<br />
È responsabile aggrapparsi a un sogno, riflettere<br />
sull’inimmaginato? E tutto per una betulla<br />
fattasi dito, spettrale segnaletica inclinata,<br />
che indica chissà dove nella notte.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Fickle"></a><a href="#FickleEng"><em>Tempo variabile</em></a></p>
<p>La gamma meteorologica di oggi.<br />
Primo mattino, sereno e calmo,<br />
lassù, una lastra d’azzurro. Poi vento<br />
che lancia una manciata di nuvole<br />
tese a ghermirsi l&#8217;un l&#8217;altra,<br />
e il sole dietro loro si nasconde<br />
mentre il grigio si stende come un gatto.</p>
<p>Lontano, brontolii  e cupe nubi di tempesta<br />
incombono. Prima pioggia, soffice come foschia nebulizzata.<br />
Quindi gocce rimbalzano sui ciottoli,<br />
ticchete-tac. Subitaneo scoppio d’azzurro<br />
quando le nubi,sciolta la banda, se ne ripartono<br />
Vento fugge nella foresta e il lago<br />
nel suo stesso riflesso s’addormenta.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Persico"></a><a href="#PersicoEng"><em>Un grosso persico</em></a></p>
<p>Sto finendo di cenare nella sala ristorante<br />
quando uno dei cuochi nativi si avvicina al tavolo e mi dice:<br />
&#8220;Vuoi vedere un bel luccio? Dai, vieni fuori, che te lo mostro.&#8221;<br />
Lo seguo fuori dove ha disposto due pesci su un tavolo,<br />
uno è un grosso persico. &#8220;Bel pesce!&#8221; Dico. &#8220;Cinque libbre buone.&#8221;<br />
&#8220;Sei o più forse?&#8221; lui dice fiducioso, sul volto vivido è stampato<br />
l’orgoglio del pescatore. &#8220;Sì, di certo una bella stazza,&#8221;<br />
ammetto, con l’espressione navigata che usano i miei amici pescatori.</p>
<p>&#8220;Beccato proprio là,” mi spiega, additando i banchi d’alghe<br />
che bordano il vicino canale unendo le due parti<br />
del lago Emma. Ovviamente sa che mi piace pescare.<br />
&#8220;Nel bel mezzo di quello slargo. Eh,  me ne ha dato di filo da torcere. &#8221;<br />
Ribalta il pesce, delicatamente, quasi con reverenza, come se<br />
questo splendido pesce fosse un prestigioso trofeo di valore, e chi<br />
lo negherebbe? È il più grande persico che ho visto pescare<br />
in questo lago &#8211; un premio, sempre, ovunque.<br />
Per la testa mi nuotano molti pasti memorabili a base<br />
di persici, così freschi e succulenti al gusto che avresti giurato<br />
i filetti fossero imbevuti di nettare divino.<br />
&#8220;Ci ricaverai un bel po’ di cibo da quel pesce,&#8221; gli dico e il suo sorriso<br />
s’allarga, quasi l’idea della cena di famiglia gli illumini il viso .</p>
<p>La mattina dopo a colazione, di nuovo m’avvicina. &#8220;Senti,<br />
quel pesce ci ha sfamati tutti e sette! Quei filetti erano spessi<br />
così!&#8221; E col pollice e l&#8217;indice misura il ricordo.<br />
&#8220;Scommetto che erano proprio buoni, anche.&#8221; Affermo l’ovvio.<br />
Come risposta: la sua faccia felice, sfavillante regalo.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Poeti"></a><a href="#PoetiEng"><em>Quattro Poeti americani che non hanno mai visto il Lago Emma,</em></a></p>
<p><em>Ma se l’avessero fatto &#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px; color: black;"><em>Carl Sandburg</em></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">Giunge la pioggia</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">con soffice strascichio di suole</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">sul tetto del capanno,</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">sosta un istante,</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">poi procede.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 20px; color: black;"><em>Robert Frost</em></p>
<p><a style="padding-left: 20px; color: black;">Qualcosa chiede di parlare in questo abete:</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Il modo umile e desolato in cui i suoi rami gettano</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Quasi il Creatore avesse giocato a tira e molla</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Con le sue braccia tese in alto. Un triste soldato.</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Queste conifere, dritte carabine, non si chinano.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px; color: black;"><em>William Carlos Williams</em></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">Così tanto dipende</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">da un verde carrello per valigie</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">con quattro ruote gommate</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">in attesa nel parcheggio</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">vuoto e fiducioso</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">a fianco di un abete nero</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 20px; color: black;"><em>William Stafford</em></p>
<p><a style="padding-left: 20px; color: black;">Fratello vento, quali nuove oggi?</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Smetti un attimo di fare turbini</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">con le foglie di betulla e parlami</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">di tutti i luoghi in cui sei stato.</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Forse rammenterai una casa,</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">abbandonata sulla pianura scabra,</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">polvere che s’aduna, brani di cuori</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">ancora là aggrappati, incluso il mio.</a></p>
<h6> (ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Dieci"></a><a href="#DieciEng"><em>Dieci anni e un giorno dopo l&#8217;11 settembre</em></a></p>
<p style="padding-left: 80px;"><em>per Peter von Tiesenhausen</em></p>
<p>Sono in un capanno sul Lago Emma a dieci anni e un giorno<br />
dall’attimo esatto in cui il mio amico artista bussò<br />
alla porta della baita e, quando aprii la porta,<br />
mi annunciò che il mondo era completamente impazzito,<br />
che i terroristi dirottavano aerei di linea<br />
contro le torri gemelle a New York.<br />
La passione nella sua voce  mi convinse che l&#8217;umanità aveva<br />
davvero raggiunto un altro crocevia e le prospettive<br />
in ogni direzione apparivano ugualmente incerte e tetre.</p>
<p>Vorrei che il mio amico oggi fosse qui. Mi manca quella<br />
speciale convinzione che portava con sé come un pennello,<br />
la fede che potremmo  cambiare il mondo se solo<br />
avessimo volontà positive in quantità sufficiente da sgominare<br />
quelle negative, quasi fosse una faccenda semplice<br />
come scegliere le giuste sfumature per la tela.</p>
<p>Sì, c’è bisogno di più energie positive nella vita<br />
e quando c’era lui mi sono nutrito, senza ritegno,<br />
di quella passione, della sua incrollabile fede,<br />
per cui ognuno di noi, fino al più irrilevante ciascuno,<br />
fa la differenza.  Sto aspettando<br />
che bussi alla mia porta, ora, sebbene<br />
so che non sarà. Ma so anche questo:<br />
ovunque si trovi in questo istante,<br />
anche lui sta ricordando, e ancora crede,<br />
ancora è convinto che esistono minutissime crepe<br />
nella tenebra immensa che ci assedia<br />
e tutto quel che ci resta da fare è soltanto trovare fessure<br />
e far entrare la luce.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="Buio"></a><a href="#BuioEng"><em>Poco prima del buio</em></a></p>
<p>Questo sabato notte sono il solo abitante del campo –<br />
scenario inconsueto, pure non inquietante per me,<br />
benché i capanni, tutti tranne il mio, si staglino come lapidi.<br />
Tengo stretto questo silenzio. Il sole è calato<br />
e sulle quattro zampe il buio s’insinua nei boschi,<br />
mentre esco per l’ ultimo giro prima dell’ultima luce.</p>
<p>Una daina coda-bianca mi guarda imboccare la pista battuta.<br />
Come m’appresso, si scosta, in silenzio, svanendo dietro un arazzo<br />
di gialle foglie d’avellano. Un piccolo daino, il suo cucciolo,<br />
spunta da dietro un capanno e a balzi, come un canguro,<br />
la segue. Un altro cerbiatto screziato, poi nulla più.<br />
Nessuno del trio è un minimo distolto nella ricognizione.<br />
Io sono solo una curiosità temporanea, un breve intermezzo<br />
nel loro cercare. La notte lentamente ci avvolge tutti.</p>
<h6>(ad)</h6>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="OkemaEng"></a><a href="#Okema"><em>Evening Settles on Okema Road</em></a></p>
<p>White-tailed deer emerge to browse from deeper woods where<br />
their days are free from prying eyes and human intrusions.</p>
<p>In falling light they are insubstantial, one with the forest,<br />
moving in utter silence, hesitant wraiths, cautious but curious.</p>
<p>Sunset glow languishes; trees and undergrowth blur to oneness<br />
in this slow merge into black night. For the moment,</p>
<p>in this twilight, otherworldliness descends on Okema Road,<br />
upon the forest that holds the road and all along it, everything</p>
<p>and everyone, in a glow, not of ominousness, but of well being.<br />
This is the time when to walk along Okema Road is to move</p>
<p>through a story of your own making, a story you may or may not<br />
choose to share, one that will lie in the mind like a dormant seed.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="SonagliEng"></a><a href="#Sonagli"><em>Bear Bells on Okema Road</em></a></p>
<p>I actually hear him before I see him, up ahead,<br />
around the bend, moving in my direction –<br />
more a flat rattle than a high tinkle of bells,<br />
a sound you might associate with sambas,<br />
or an ensemble of Andean street musicians.<br />
When the jogger bobs into view, I realize<br />
this auditory forewarning has nothing to do<br />
with me, but is to avoid being an unwanted<br />
surprise to bears, or creatures undesirous<br />
of human intrusion. As he nears, he muffles<br />
the bells until we’ve exchanged greetings.<br />
He passes, the sound resumes, gradually fading.</p>
<p>All of which, while striking me as interesting<br />
preventative strategy, makes me wonder whether<br />
I am careless or foolhardy to be walking alone,<br />
only the metronomic scrunch, scrunch, scrunch<br />
of my shoes on gravel alerting wilderness beasts.<br />
I don’t dwell on this thought. Any vile-tempered spirits<br />
these woods harbour have had their opportunities<br />
and they have passed on me. I’ll just keep doing<br />
what I’m doing, putting one foot in front of the other.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="GufoEng"></a><a href="#Gufo"><em>Early Morning Owl</em></a></p>
<p>I was awakened about five this morning<br />
by the persistent calling of an owl.<br />
<em>Whoo-hoo, hoo-hoo.</em></p>
<p>I don’t know whether it was horned or barred,<br />
grey or white, long-eared or earless &#8212;<br />
I did not see the owl at all.</p>
<p><em>Whoo-hoo, hoo-hoo,</em><br />
it seemed to call straight to me through<br />
the open window of the cabin.</p>
<p>Was it an omen? I ask myself this now,<br />
later in the day when the hooting returns<br />
to resonate loudly inside my mind.</p>
<p>I’d rather not see this as omen or a premonition.<br />
Nothing in the articulation or tone made me<br />
think for a moment it was my name</p>
<p>on the creature’s tongue, nor that the bird<br />
intended its message just for me. Perhaps if I<br />
was of the Pacific Coastal People of the rainforest</p>
<p>who link the call of the owl with impending death,<br />
I would be predisposed to view such a visitation<br />
as a dark precursor, enough to set every nerve</p>
<p>on edge – but I don’t see it this way at all,<br />
perhaps because I regard myself as one who resists<br />
absolutes of most belief systems. <em>Show me.</em></p>
<p>But then, but then…<br />
if I am recalling this early awakening<br />
with accuracy and not creating specifics</p>
<p>in the aftermath of the creature’s presence,<br />
something any writer might well incline to do,<br />
I seem to remember the owl hoo-hooed at me</p>
<p>from different locations at different times,<br />
spokes on a wheel, the hub being the cabin<br />
where I lay, my eyes looking out a skylight</p>
<p>at the morning light, my eyelids still heavy<br />
with slumber as if they were weighted down<br />
beneath a pair of large George V pennies.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="RudiEng"></a><a href="#Rudi"><em>Passing Time with Rudy</em></a></p>
<p>On my evening hike along Okema Road I meet<br />
a woman and a dog. We stop to chat. The young<br />
German Shepherd carries in its mouth what could<br />
be a rag, or an extra large chamois cloth.<br />
As the woman and I exchange pleasantries and discuss<br />
the September night’s frost forecast, the dog drops<br />
its soggy plaything on my shoe, then springs back<br />
a few feet, crouches, and quivers with anticipation.</p>
<p><em>Oh, Rudy, he doesn’t want to play with you!</em></p>
<p>The dog pays no attention, locked in its trembling.<br />
I know the game. I pick up what turns out to be<br />
a piece of tanned rabbit skin, fling it up Okema Road.</p>
<p>Rudy happily sprints after it, snatching it from the air<br />
like a frisbee before it touches down, then wheels,<br />
returns, deposits it on my shoe again, looking up at me,<br />
eyes aglow. I know the game. I throw it again.</p>
<p><em>Rudy probably pretends he’s catching one of those</em><br />
<em> flying squirrels we have around here. Have you seen any?</em></p>
<p>She tells me she sees them in the winter, not now.<br />
We have not even exchanged names. Rudy’s the common<br />
denominator, the reason for being here, for sharing<br />
this unspoken social need. Animals do that for us.</p>
<p><em>I just came out to cover up the herbs against the frost</em><br />
<em> and give Rudy a run.</em> As though an excuse was necessary.<br />
Rudy chases the rabbit skin, until she takes it from the dog,<br />
placing it atop the trailered boat where Rudy can’t reach it.<br />
The dog disappears.</p>
<p>The woman tells me winter is a time of great peace here<br />
in these northern woods &#8212; incredibly quiet. Rudy returns,<br />
this time, a toy bunny clamped in its jaws and lays<br />
the new toy in the usual spot &#8212; my shoe, Rudy’s altar.<br />
Rudy knows a good thing when it comes his way.</p>
<p><em>Oh, Rudy, you’re such a pest! Look, I’d better not keep you,</em><br />
<em> or you’ll be finishing your walk in the dark.</em></p>
<p>She turns up her walkway, disappears into her home.<br />
Rudy sits on the road, stuffed toy clenched in its jaws,<br />
listening to the waning scrunch of my shoes, watching<br />
me grow smaller and fade into the dark down Okema Road.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="ScoiattoloEng"></a><a href="#Scoiattolo"><em>Suddenness of Squirrel</em></a></p>
<p>I am not sure where my mind had gone to hide,<br />
or whether it was chiselling away at some large grey stone<br />
in the sub-consciousness, unapparent images or sounds<br />
bursting like fireworks, but whatever may have been<br />
happening on an intellectual or even aesthetic level<br />
was abruptly obliterated, the sculpture image toppled<br />
and zapped into the void, the precise moment the red squirrel<br />
shrilled loudly from its spruce limb just above my head.</p>
<p>I lurched sideways, taken aback by the stridence of its sudden<br />
<em>CHIR-R-R-R-R-R</em>, which struck a note of near panic<br />
somewhere deep inside me¸ as if I had been walking<br />
through the Sonoran desert and had been stopped cold<br />
by the chilling maraca of a diamondback rattlesnake.</p>
<p>I was not ready for it. But why should this tiny, harmless<br />
creature have triggered in me, rational animal, such instant<br />
fright-and-flight reflex? I am at Emma Lake, for godsake.<br />
I know I share this space with squirrels – and I am<br />
more than happy to do so. Is it because we want nature<br />
on our terms and not on its own? I can now laugh<br />
at my ignorance and my unseemly fear, shrug it off<br />
as an aberration, though I know it’s nothing of the kind.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="MeravigliosoEng"></a><a href="#Meraviglioso"><em>Amazing</em></a></p>
<p>1.<br />
The way the soft<br />
first light of dawn<br />
feels its way<br />
through needles<br />
of black spruce,</p>
<p>as water pries<br />
its inexorable path<br />
through dense<br />
hardness of bedrock.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2.<br />
The way a slab<br />
of granite becomes<br />
a garden where mosses<br />
and lichen precede<br />
birch and pine,</p>
<p>the way roots will<br />
themselves to gain<br />
a hold, then<br />
drive upwards<br />
to court the sun.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="BetullaEng"></a><a href="#Betulla"><em>Birchbark Installation</em></a></p>
<p>As I sit here in Cabin 6, notebook on my lap,<br />
awaiting a quick sound or image to surface,<br />
one I can chase until it gives in and tells me<br />
what I want to know, my gaze locks on something<br />
on the wood panel wall facing me,<br />
something left behind by a previous occupant.<br />
It’s not that I have failed to see it before<br />
where it has been placed on the wall &#8212;<br />
after all, it’s more than obvious,<br />
this two foot length of birch branch,<br />
the diameter of a broom-handle, forked<br />
at the upper end, fastened at a 75 degree angle<br />
on the wall. Indeed, it’s hard to miss.</p>
<p>The wire holding the branch in place<br />
enwraps several birch bark peelings from larger limbs,<br />
and most ingeniously, a plain grey medallion,<br />
wired through a hole in its edge, suspended<br />
from the birch, the wire festooned at the wall<br />
with a jaunty green North Woods soap wrapper.</p>
<p>It may well be someone’s idea of a joke,<br />
the result of too much idle time. Maybe.<br />
But its precise positioning suggests deliberation,<br />
some unique way of satisfying the need<br />
to say, “I was here.” <em>Birchbark graffiti.</em><br />
The anonymous creator exercised care in using<br />
the window’s position so the play of light<br />
and shadows becomes vital to the installation.</p>
<p>If I didn’t know better, I’d attribute this<br />
to an artist friend, but he hasn’t been here,<br />
though he’d love this piece, just as he’d love<br />
the motive that drove the installation.<br />
No doubt it’s a mere lark, one that I’m imbuing<br />
with unintended relevance and weight.<br />
But I’ve been admiring it, at times now,<br />
over the past three days and I’m beginning<br />
to think of it as I do of a painting at home &#8212;<br />
something that just belongs where it is,<br />
something become an irrevocable part of the room.<br />
something that has insinuated itself into my life.</p>
<p>Though I will leave this cabin behind, I want<br />
this birch art to remain where it is, until it is<br />
no longer a curiosity to me or anyone else at all.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="FickleEng"></a><a href="#Fickle"><em>Fickle Weather</em></a></p>
<p>Today, the meteorological gamut.<br />
Early morning, cloudless and still,<br />
a blue plate overhead. Then wind<br />
tosses in a handful of clouds,<br />
reaching out to clasp one another,<br />
and the sun hides behind them<br />
as greyness settles like an old cat.</p>
<p>Distant mutters as dark thunderclouds<br />
loom. First rain, soft as sprayed mist.<br />
Then raindrops ricochet off shingles,<br />
chatter-clatter. Sudden burst of blue<br />
as clouds part company and leave.<br />
Wind flees into the forest and the lake<br />
falls asleep in its reflection.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="BetullaincEng"></a><a href="#Betullainc"><em>Leaning Birch</em></a></p>
<p>Across the grassy bay a paper birch<br />
leans fifty degrees out over the marshy island point,<br />
its wan whiteness in fast falling light<br />
a bony finger pointing the way to somewhere,<br />
I know not where. Is someone responsible<br />
for the tree’s pronounced tilt –<br />
some attempt to mark a visible bearing<br />
for boaters, a waterways inukshuk?<br />
Or could it be nature has managed this<br />
of its own accord, this leaning birch<br />
now gleaming pale under a rising moon,<br />
pointing to a distant star?</p>
<p>Who has never fancied a star shared with another,<br />
or singled out one special light in the starlit night?<br />
Often we accord to stars our hopes and our dreams.<br />
Who has never sought a galactic talisman,<br />
some light in the dark bearing its own message,<br />
a marker we can fix upon to untilt our own lives?<br />
How responsible to hold a dream, to ponder<br />
the unimagined? All this about a birch<br />
become a finger, a ghostly signpost leaning,<br />
pointing somewhere in the night.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="PersicoEng"></a><a href="#Persico"><em>A Fat Walleye</em></a></p>
<p>I am finishing my evening meal in the dining hall<br />
when one of the Native cooks strolls over to my table and says,<br />
“You wanna see a nice pickerel? Come on out, I’ll show you, eh.”<br />
I follow him outside to where he has two fish laid out on a table,<br />
one, a fat walleye. “Nice fish!” I say. “A good five pounds.”<br />
“Maybe six or more?” he says hopefully, his face a slick ad<br />
for angler’s pride. “Yes, it has broad shoulders, for sure,”<br />
I agree, a fishing expression favoured by my fellow anglers.</p>
<p>“Caught it right out there,” he offers, pointing to weed beds<br />
that border the nearby channel connecting two distinct parts<br />
of Emma Lake. He is obviously aware that I like to fish.<br />
“Right in the middle of that opening. Put up a really good fight, eh.”<br />
He turns the fish over gently, almost with reverence, as if<br />
this splendid fish were a prestigious badge of merit and who<br />
can say it is not? It is the largest walleye I have seen taken<br />
from this lake &#8212; a prize anytime, anywhere.<br />
Swimming through my head are many memorable meals<br />
of walleyes so fresh and so succulent on the tongue you’d swear<br />
the fillets were imbued with the nectar of the gods.<br />
“You’ll get a great feed from that fish,” I tell him and his grin<br />
widens, as the family dinner table image lights his face.</p>
<p>Next morning at breakfast, he finds me again. “You know,<br />
that fish fed all seven of us, eh! Those fillets were so thick,<br />
like this!” His forefinger and thumb measure the memory.<br />
“I’ll bet it tasted real good, too.” I am stating the obvious.<br />
His response – a face gift-wrapped in happiness.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="PoetiEng"></a><a href="#Poeti"><em>Four American Poets Who Never Visited Emma Lake,<br />
But If They Had…</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px; color: black;"><em>Carl Sandburg</em></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">Rain comes along</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">with a soft-soled shuffle</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">on the cabin roof,</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">stays a short while,</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">then moves on.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 20px; color: black;"><em>Robert Frost</em></p>
<p><a style="padding-left: 20px; color: black;">Something wants saying about this spruce –</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">The homely, forlorn way its limbs droop</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">As if the Creator had been playing fast and loose</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">With its upward-reaching arms. A somber troop –</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">These conifers, ramrod straight, refuse to stoop.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px; color: black;"><em>William Carlos Williams</em></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">So much depends</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">upon a green luggage cart</a></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">with four rubber wheels</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">waiting in the parking lot</a></p>
<p><a style="padding-left: 120px; color: black;">empty and expectant</a><br />
<a style="padding-left: 120px; color: black;">alongside a black spruce</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 20px;"><em>William Stafford</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a style="padding-left: 20px; color: black;">Brother Wind, what news today?</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">Stop a moment in your turning</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">of birch leaves and speak to me</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">of all those places you have been.</a></p>
<p><a style="padding-left: 20px; color: black;">Perhaps you will recall a house,</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">abandoned on the gritty plain,</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">the gathering dust, shreds of hearts</a><br />
<a style="padding-left: 20px; color: black;">still clinging there, including mine.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="DieciEng"></a><a href="#Dieci"><em>Ten Years Plus a Day After 9/11</em></a></p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>for Peter von Tiesenhausen</em></p>
<p>I am in a cabin at Emma Lake ten years plus a day<br />
from the precise moment my artist friend knocked<br />
on the door of my cabin, and when I opened the door,<br />
announced the world had gone completely mad,<br />
that terrorists were flying airliners<br />
into the World Trade Towers in New York City.<br />
The passion in his voice convinced me humanity had<br />
indeed reached another crossroads and the prospects<br />
in every direction looked equally uncertain and bleak.</p>
<p>I wish my friend were here today. I miss that<br />
singular conviction he carried like a paint brush,<br />
his belief we could change the world if only we<br />
willed positives in sufficient numbers to overwhelm<br />
the negatives, as if it were all a simple matter<br />
of choosing the right hues for the canvas.</p>
<p>Yes, we need more positives in our lives<br />
and when he was here I fed off them, unashamedly,<br />
off that passion and unshakeable conviction<br />
that all of us, each last insignificant one of us<br />
can make a difference. I am waiting now<br />
for his knock on my door, even though<br />
I know it will not happen. I do know this:<br />
wherever he may be right now,<br />
he is remembering, too, still believing,<br />
still convinced that there are the tiniest cracks<br />
in the vast darkness that surrounds us<br />
and all we have to do is find the fissures<br />
and let in the light.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a id="BuioEng"></a><a href="#Buio"><em>Just Before Dark</em></a></p>
<p>I am the camp’s lone occupant this Saturday night &#8212;<br />
an unfamiliar scenario, but one I do not find disquieting,<br />
though all cabins but mine loom, still as tombstones.<br />
I hold this silence to myself. The sun has dropped<br />
and darkness creeps four-footed through the woods,<br />
as I step out for a final stroll before the last light.</p>
<p>A white-tailed doe eyes me as I tread the worn path.<br />
As I near, she steps silently aside to fade behind an arras<br />
of yellow hazel nut foliage. A smaller deer, its offspring,<br />
emerges from behind a cabin and bounces, kangaroo-like,<br />
after the doe. A second dappled fawn, then no more.<br />
None of the trio is the least deterred from its browsing.<br />
I am merely a temporary curiosity, a brief interruption<br />
in their foraging. Night slowly tucks us all in.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><em><strong>Along Okema Road</strong></em> è una sequenza inedita. Renata Morresi ne ha tradotto due testi: <em>Evening Settles on Okema Road</em> e <em>Amazing</em>; le restanti poesie sono tradotte da Angela D&#8217;Ambra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Glen Sorestad</strong> è nato a Vancouver e si è trasferito nelle praterie a dieci anni. È cresciuto in una fattoria nel Saskatchewan centro-orientale, frequentando una scuola di campagna d’una sola stanza. Ha insegnato a scuola per oltre venti anni. La sua prima raccolta è <em>Prairie Pub Poems</em> (Anak 1973). Nel 1975 ha co-fondato Thistledown Press con la moglie Sonia. Scrive poesie e racconti. È stato redattore e co-redattore di molte antologie. Ha pubblicato oltre venti raccolte poetiche, oggi tradotte in varie lingue, tra cui francese, spagnolo, norvegese, sloveno e afrikaans. L&#8217;ultima silloge è <em>A Thief of Impeccable Taste</em> (Sand Crab 2011).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Un tipo a posto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/15/un-tipo-a-posto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2014 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam Toews]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Miriam Toews, Un tipo a posto, Marcos y Marcos, 2013, 328 pagine, Traduzione di Daniele Benati e Paola Lasagni Millecinquecento abitanti, non uno di più, non uno di meno. Solo così Algren può ambire al titolo di Città più piccola del Canada, surclassare le altre pretendenti e avere in premio la visita del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/miriam-toews.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-49732" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/miriam-toews.jpg" alt="miriam-toews" width="460" height="255" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/miriam-toews.jpg 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/miriam-toews-300x166.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/miriam-toews-450x248.jpg 450w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Miriam Toews</strong>, <em>Un tipo a posto</em>, Marcos y Marcos, 2013, 328 pagine, Traduzione di Daniele Benati e Paola Lasagni</p>
<p>Millecinquecento abitanti, non uno di più, non uno di meno. Solo così Algren può ambire al titolo di Città più piccola del Canada, surclassare le altre pretendenti e avere in premio la visita del primo ministro per la festa nazionale del primo luglio. Un problema che può apparire di poco conto, ma che, leggendo <em>Un tipo a posto</em>, scopriamo essere di primaria importanza per il sindaco della cittadina, Hosea Funk, figlio illegittimo di un amore fugace di sua madre, durato una sola notte, come confessato da lei stessa sul letto di morte, proprio con un giovane che oggi è diventato il primo ministro.</p>
<p>Hosea ha quindi, finalmente, il modo di incontrare suo padre. Ma Algren, la tranquilla cittadina, sembra non dargli ascolto. In tutto il mondo, Canada compreso, la provincia immobile non è immobile mai. C’è chi muore, chi dovrebbe morire e non muore, c’è chi partorisce, in modo copioso (un parto trigemino), c&#8217;è chi parte, chi arriva. Insomma: Algrean, sonnacchiosa finché ci pare, non riesce a soddisfare i piani di ricongiungimento familiare di Hosea, che, nel frattempo scopre pure d’aspettare un figlio dalla sua compagna (e che quindi vuole &#8211; disdetta! – trasferirsi in paese!).</p>
<p>Un libro divertente questo di Miriam Toews, colmo di personaggi al limite della macchietta: cani dispettosi, madri  imbranate, bambine dal nome improbabile sempre pronte a spiccare il volo, pompieri volontari ossessionati dagli incendi, nonne ubriacone. L’autrice sembra dirci, con la sua scrittura godibile e senza fronzoli letterari, al limite del colloquiale, che per quanto si cerchi di portare a termine un piano, grande o piccino che sia, la vita si metterà in mezzo di continuo, farà sempre di tutto per depistarci, per stupirci. Che occorre quindi vivere con meno ansia i giorni della nostra esistenza, cogliendo i frutti golosi e inaspettati del caso, piuttosto che quelli amari degli illusori progetti della ragione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>pubblicato precedentemente su</em> Cooperazione,<em> n° 3 del 14 gennaio 2014</em>)</p>
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		<title>Apocalisse per principianti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/19/apocalisse-per-principianti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 08:57:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura francofona]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Dickner]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Nicolas Dickner,  Apocalisse per principianti, Keller editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, 226 pag. Di romanzi che raccontano il superamento della personale linea d’ombra, con protagonisti adolescenti, maschi, occidentali, inquieti e piccolo borghesi, che vivono in una profonda provincia di qualunque parte del mondo, ne abbiamo letti fin troppi, la maggior parte prevedibili [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/FOTO.Nicolas-Dickner.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45861" alt="FOTO.Nicolas-Dickner" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/FOTO.Nicolas-Dickner.jpg" width="446" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/FOTO.Nicolas-Dickner.jpg 446w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/FOTO.Nicolas-Dickner-300x194.jpg 300w" sizes="(max-width: 446px) 100vw, 446px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Nicolas Dickner,  </b><i>Apocalisse per principianti</i>, Keller editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, 226 pag.</p>
<p>Di romanzi che raccontano il superamento della personale linea d’ombra, con protagonisti adolescenti, maschi, occidentali, inquieti e piccolo borghesi, che vivono in una profonda provincia di qualunque parte del mondo, ne abbiamo letti fin troppi, la maggior parte prevedibili e noiosi. Non me ne era mai capitato però uno così scatenato, divertente e a tratti stralunato e surreale come questo di Nicolas Dickner, autore canadese francofono.</p>
<p>Dell’io narrante in fondo, del suo passato delle sue angosce o speranze, non sappiamo nulla. Lui è solo una voce (al punto che non conosceremo il suo nome per buona parte del libro): è il testimone che, grazie ad un fortuito incontro, ci fa conoscere la vera protagonista del romanzo, Hope Randall, ultimo rampollo di una famiglia di visionari che da generazioni &#8211; nonno, bisnonno e fin che memoria ricordi – riceve visioni apocalittiche e date certe della fine del mondo. Solo che il mondo non finisce mai, e di generazione in generazione, ogni componente della famiglia, fallito l’incarico, finisce male o ammattito.</p>
<p>L’ultima della serie è la madre di Hope, che convinta dell’imminenza della fine &#8211; siamo nei tardi ’80 &#8211; trascina la figlia a Rivière-du-Loup, un paese qualunque del Quebec, per prepararsi alla fine dei giorni, riempiendo la casa di generi alimentari d’ogni sorta: conserve, lattine, riso e pacchi di noodles giapponesi. Hope sopporta la follia della madre con maturità, consapevole che tanto, prima o poi, lei stessa sarà destinata a trovare la sua illuminazione apocalittica.</p>
<p><i>Apocalisse per principianti</i> ha una lingua svelta, colma di citazioni pop, ironica e innocente allo stesso tempo, capace di narrare le turbe di un adolescente che vive il suo primo autentico innamoramento per una ragazza fuori da ogni schema. Romanzo di formazione che si trasforma all’improvviso in una avventura picaresca che dal cuore di una cittadina si muoverà in giro per il mondo. In attesa che tutto finisca. Forse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>pubblicato su</em> Cooperazione<em>, n° 5, del 29 gennaio 2013</em>)</p>
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		<title>Dix-sept tentatives de poésie Canadienne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/09/17/dix-sept-tentatives-de-poesie-canadienne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 05:18:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Dix-spet tentatives de poésie canadienne]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Andrea Inglese Tentativo Primo Ecco Montréal così come l’ho lasciata. Una città che le mie sofisticate tecniche d’oblio hanno ridotto ad una semplice frase. “Non c’era la guerra.” (È più facile vivere qualche giorno in una città dove non c’è la guerra.) Questo è il ricordo più vivido, più certo. Posso essere stato manipolato, mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="immagine-016.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/immagine-016.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/immagine-016.thumbnail.jpg" alt="immagine-016.jpg" /></a> <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Tentativo Primo</em></p>
<p>Ecco Montréal così come l’ho lasciata. Una città che le mie sofisticate tecniche d’oblio hanno ridotto ad una semplice frase. “Non c’era la guerra.” (È più facile vivere qualche giorno in una città dove non c’è la guerra.) Questo è il ricordo più vivido, più certo. Posso essere stato manipolato, mi hanno magari rapito, per poi drogarmi, e attraverso ipnosi impormi alcune immagini o frasi fatte, e poi con sostanze non comuni hanno cancellato i ricordi del condizionamento, lasciando intatti solo quelli fittizi, ma comunque non ho visto morti, crateri per le strade, uomini armati ad ogni angolo, mezzi blindati fermi nei piazzali. È difficile anche per loro, per quanto possano essere astuti e progrediti medicalmente, neutralizzare le ramificazioni vaste, incontrollabili, di un’esperienza di guerra.<br />
<span id="more-4454"></span><br />
Ecco Montréal con il sole. Con le persone nella strade che camminano come in qualsiasi altro posto asfaltato del mondo. Ecco i negozi che vendono viti e bulloni, cavi elettrici, televisori, barattoli di sottaceti, macchine fotografiche digitali, pantaloni da uomo e da donna, riviste. Ecco i grattaceli, i taxi, i semafori, gli uomini sdraiati su dei cartoni, con delle bottiglie di plastica accanto che contengono il vino più economico della città. Fra poco, di questo passo, qualcosa di poetico, una frase, s’intrometterà nel discorso, arriveremo alla poesia, magari sbattendoci il naso, come quando si cammina su di un rastrello dalla parte del pettine di metallo.</p>
<p>Tutto quello che avevo da dire su Montréal, in realtà l’ho già scritto. Tutto quello che ho scritto su Montréal, compreso l’incontro con Dominique, è contenuto nel quaderno arancione L’Arganier senza righe. (L’Arganier è un albero favoloso dell’Africa e anche un nome che campeggia sulla copertina di una collezione di quaderni.) Di Dominique non scriverò niente, del fatto che ballasse a piedi nudi, delle sue braccia sensuali, delle sue bruciature di sigarette sull’avambraccio destro o sinistro, della stessa canzone dei Doors che selezionava ogni volta dal juke-box, della sua borsetta, del vino pastoso che abbiamo bevuto, e che ho offerto anche alla sua amica lesbica, del fatto che si presentasse come <em>borderline</em>, che parlasse del suo romanzo autobiografico, che il suo ragazzo fosse troppo ubriaco, e del mio desiderio, della mia sbronza quasi perfetta, di tutto questo non parlerò, non scriverò, nulla di tutto questo pigerò nel trasformatore poetico.</p>
<p>*</p>
<p><em>Tentativo Secondo</em></p>
<p>L’intento della poesia è quello di fare una frase semplice.<br />
Ma per fare, materialmente, questa frase, bisogna prima, a propria volta, uscirne.<br />
Uscire dalle frasi semplici è un lavoro molto complesso, lungo, rigoroso, scoraggiante, privo di rassicurante precettistica.<br />
Non mancano i tentativi.<br />
Le vie sono ardue, impervie, disseminate di tranelli, scenari dipinti, porte che si aprono su precipizi.<br />
(Fosse facile anche solo<br />
vederle, quelle uscite, magari da lontano,<br />
grazie a delle scatolette luminose che promettono <em>exit ausgang sortie</em>!)</p>
<p>Perché una volta fuori, poi rientrare è un gioco.<br />
Rientrando, si è già nella poesia.</p>
<p>Questo è il secondo tentativo di poesia canadese. Molte cose sono state presentite, alcune, molto poche, sono apparse, in una luce di mediocre evidenza. Quasi tutto manca. (È tranquillizzante, abbiamo consumato poco: le risorse poetiche praticamente intatte.)</p>
<p>*</p>
<p><em>Tentativo Terzo</em></p>
<p>Mi sembra che non stia andando per niente bene.<br />
Che non stia andando per niente.<br />
Che in questo modo nulla si muova.<br />
Altrove, altrove. Per toni diversi, per altri colori.<br />
[Ovunque altrove.<br />
Con maestrie veraci, con pazienze altre, straniere,<br />
[con minuziosità.<br />
Mettendo versi, versando versi nelle frasi, facendo di una frase<br />
[versi.<br />
Versificando, di taglio. Altrimenti. Ben altrimenti, altrove,<br />
[se ne fanno<br />
a modo<br />
non così.</p>
<p>Non si affronta così una poesia. Siamo ben lontani.</p>
<p>Fin da subito la manovra è apparsa corta, sospetta.</p>
<p>Non c’è canto. Manca la coerenza, la prospettiva, la gradazione, lo sfumato, il neretto, l’affondo, il ritmo convulso, lo scioglimento, la base, l’ampiezza formale.</p>
<p>È nelle fasi iniziali della poesia che maggiormente si è vulnerabili alla depressione.<br />
La scrittura stessa è di per sé deprimente.<br />
E più che mai nelle primissime righe.</p>
<p>La pretesa che valga la pena di scrivere<br />
è di gran lunga la cosa più oscenamente deprimente che mi sia mai capitato di vivere.<br />
Scrivere è sì una faccenda di uscire, ma di uscire dalla depressione, che l’atto di scrivere immediatamente impone come stato d’animo adeguato, autentico e permanente.<br />
Con questa grave depressione che mi è piombata addosso, proprio ora, scarse<br />
scarsissime<br />
le speranze di parlare di Canada.<br />
Per altro, nessuna speranza. E di nessun tipo.<br />
Non rimane che il tentativo del sonno. Tentare il sonno<br />
[come forma vincente di poesia<br />
laddove la poesia s’impone come impossibilità e sconfitta.<br />
[Dormire<br />
per chi riesce<br />
anche adesso<br />
(almeno questo è possibile)</p>
<p>Questo è il terzo tentativo. Ma non si è avanzati in nulla. (Guadagnata un’insonnia.)</p>
<p>*</p>
<p><em>Tentativo Quarto</em></p>
<p>Sul fondo trasparente di una barca, su di un fondo di vetro si mostrano, scorrono, come nella luce azzurra della telecamera, scie frastagliate di coralli, a colori cangianti. Il movimento è lento, ma sicuro. I remi sono sollevati, negli scalmi. È il mare che viene verso la barca, navigando lento da ogni lato.<br />
Ma non è Canada.<br />
Sri Lanka forse.</p>
<p>Ancora una vacanza, un barlume di vacanza rimasto in memoria, in isolamento, sospeso nel vuoto, e facilmente associabile con qualsiasi altro ricordo o frase. O puro spaesamento televisivo (un documentario di Jacques Cousteau), o sussulto di vecchio acido, scoria chimica non disciolta. Graffi mentali che si somigliano, si attraggono, nenie che qualcuno ha sussurrato anni fa, o qualche diapositiva trovata a terra, o la telepatia degli insonni, o il riverbero delle voci nei sogni più lenti.</p>
<p>La poesia è quando la vacanza, finalmente, si rivela impossibile.</p>
<p>La presenza del mondo soleggiato, ritagliato a fiori e frutta, un ingombro idiota.<br />
“Profitta, dai profitta”: gli occhi<br />
si spingono intorno,<br />
a cercare un geco, una radice d’albero, un accoppiamento<br />
[di grandi cavallette,<br />
un muschio viola sul mattone o l’ardesia,<br />
tutto trovano, e continuano a mancare<br />
di qualcosa,<br />
il turista bucato, come un soffio di vento vacuo<br />
lo traversa,<br />
tutto il costruito trofeo<br />
di dettagli scelti,<br />
tutto il mosaico di lontananza e antichità<br />
il soffio lo spazza di continuo,<br />
il turista bucato<br />
è un buon poeta.</p>
<p>Il turista cammina radente ai muri, chiuso nella sua colpa.<br />
Non è stato all’altezza del turismo.</p>
<p>Ad esempio: l’oblò di un aereo Airfrance, come fosse a suo modo il fondo trasparente di qualcosa, e in un azzurro violento e deserto, si muove anch’esso un poco, sfila di traverso, sul bordo inferire una scia di nuvole, né bambagia né neve, un bianco scintillante, asciutto, roso o traforato. Che qualcosa si muova, è la condizione perché viaggio ci sia, perché la scrittura sia immagine fedele del viaggio, nell’impossibilità di dire quello che nel viaggio è accaduto. Ma quell’accadimento oscuro che è il viaggio si fa percepibile, per il lettore, nel movimento, non oculare, ma analogico, somigliante, come in iposcènio, larvato.</p>
<p>Tutto, in poco tempo, in pochissimo spazio, è stato mosso, e subito, inutilmente, riparato, ricollocato, fermato.</p>
<p>Il tentativo di poesia è un genere letterario? È un piccolo complotto letterario?<br />
È una forma affidabile, con sufficiente contenuto, sufficientemente civile, ma sciolto, audace, non ideologico? È un piano efficace, con bersagli precisi, e argomenti armati, sottintesi letali?</p>
<p>Al quarto tentativo, maggiori speranze. La tattica del movimento accennato. Forse un diversivo.</p>
<p>//</p>
<p>(Da <em>Re: viste sulla letteratura e le arti</em>, luglio 2007)</p>
<p><em>(Foto dell&#8217;autore)</em></p>
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