<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>carcere minorile &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/carcere-minorile/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 31 Mar 2020 17:35:04 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Le anime dei ragazzi a Napoli: un colloquio con Maurizio Braucci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/17/le-anime-dei-ragazzi-a-napoli-un-colloquio-con-maurizio-braucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 06:31:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[carcere minorile]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83888</guid>

					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di vita a Napoli? La domanda, forse poco legittima, ma comunque necessaria, risuona nella mia mente da diverso tempo. Un interrogativo, questo, che mi ha tormentato a lungo, dopo l’uccisione del giovanissimo Davide Bifolco nel settembre 2014 al Rione Traiano a Napoli. E che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-83891" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio.jpg 1181w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di vita a Napoli? La domanda, forse poco legittima, ma comunque necessaria, risuona nella mia mente da diverso tempo. Un interrogativo, questo, che mi ha tormentato a lungo, dopo l’uccisione del giovanissimo  Davide Bifolco nel settembre 2014 al Rione Traiano a Napoli. E che torna, prepotente nella mia coscienza, dopo una nuova uccisione. Quella del giovane Ugo Russo, un ragazzo di appena 15 anni. <span id="more-83888"></span><br />
Fatto accaduto ancora una volta a Napoli, durante un tentativo di rapina nella notte tra il 29 Febbraio e l’uno Marzo scorso. Non lo so perché mi faccio, con ostinazione, certe domande. Però vorrei stimolare alcune riflessioni, formulate  a partire dalla radice di un problema che ho a cuore. Del resto, a dirla tutta, io sono solo un commesso di libreria cresciuto al sud. Vivo in questa terra e qui si agita la mia memoria ogni volta che si parla di modelli familiari, agenzia d’aggregazione sociale, esempi di vita e altre faccende complesse di chi vive qui in questo sud ammalato e ammaliante.<br />
   Da campano e cittadino del sud non voglio stare zitto, né puntare il dito: se muoiono dei giovani che hanno desiderato di prendere in mano una pistola ( a volte un giocattolo camuffato da pistola) c’è poco da semplificare e ridurre ai minimi termini. Non posso schierarmi nella dicotomia “buoni contro cattivi” né guardare il cielo  e imprecare contro l’avanzare del destino.<br />
Con questa inchiesta a puntate, dopo aver intervistato diversi operatori sociali che vivono per lo più a contatto con giovani napoletani di ogni ceto, provenienza e fattezza, voglio cercare di comprendere meglio il mondo in cui vivo, i luoghi che frequento ogni giorno e che fanno da sfondo alla mia esistenza quotidiana. Perché sono tutti popolati da  ragazzi che hanno una storia da cui provengono, un mondo in cui muoversi, un modo di fare e delle regole a cui rispondere. Forse, dopo tutte le domande che ho fatto a chi con i giovani a rischio lavora ogni giorno, mi metterò l’anima in pace. Per ora comincio da qui. Con Maurizio Braucci, napoletano doc. Scrittore, sceneggiatore ed educatore che opera nel sociale a diversi livelli di formazione.  Ringrazio Maurizio per il tempo che mi ha dedicato. E ringrazio il fotografo di Succivo Salvatore Di Vilio, per le foto  che ha prestato per questa mia piccola inchiesta.</p>
<p><em>Rispetto al tuo lavoro di scrittore e sceneggiatore, in qualità di operatore sociale, quanto riesci a impegnarti sul territorio napoletano oggi?</em></p>
<p>Ho scelto di restare a vivere a Napoli perché qui, oltre agli affetti e alla mia storia personale, trovo necessario dare una mano soprattutto per quanto riguarda la condizione giovanile (emblematica dell’intero Sud Italia) e per condurre le inchieste e i dibattiti per l’aumento della democrazia. Oltre quindi al mio lavoro nel cinema, che mi vede spesso a Roma, mando avanti delle esperienze socioculturali che riguardano gli adolescenti, come il progetto <em>Arrevuoto </em>di teatro e pedagogia con cui da 15 anni insegniamo la cultura della cooperazione e il teatro. Io provengo da esperienze di movimento, come il centro sociale Diego Armando Maradona, in cui fino al 2005 eravamo un collettivo impegnato nel quartiere e sulla città con iniziative sociali e culturali. Cerco di far tesoro delle esperienze politiche e sociali nella pratica della mia professione artistica e viceversa, è un connubio particolare ma appartiene a una tipologia che credo aumenterà sempre più tra quanti fanno cultura e portano con sé un bagaglio di esperienze nella vita sociale.</p>
<p><em>Esiste un legame tra le biografie vissute dai ragazzi a rischio che incontri e quelle che racconti nelle tue storie?</em></p>
<p>Certamente si riesce a scrivere meglio di ciò che si conosce bene e nel mio caso la città di Napoli mi ha spesso messo a confronto con storie e persone che hanno ispirato poi dei racconti. Il mio romanzo <em><a href="https://www.ibs.it/mare-guasto-libro-maurizio-braucci/e/9788876419010">Il mare guasto</a></em> e gli altri libri pubblicati certamente attingono da quelli, credo sia normale per chi scrive guardarsi intorno e io porto a volte anche nel cinema, se c’è l’occasione per farlo, queste esperienze. Film a cui ho collaborato,come <em>Gomorra</em> o <em>L’intervallo</em>, mi hanno forse dato occasione di sperimentare quanto la conoscenza della realtà renda più forte la costruzione di una sua rappresentazione. Se devi scrivere un dialogo o una scena riguardante quello che tu già conosci ecco che può venirne fuori una certa autenticità e senza documentazione. Insomma documentarsi o vivere possono darti la possibilità di raccontare meglio, dipende poi dalle tue capacità. Io però la penso un po’ come Oscar Wilde quando diceva che è la vita a copiare l’arte, nel senso che il rapporto tra significante e significato, tra reale e finzione, è una questione molto complessa.</p>
<p><em>Scrivere, pensare, mettersi in discussione: sono gesti dell’azione politica anche questi. Tu come riesci a farlo, senza diventare, in un territorio difficile come Napoli, cinico e pessimista?</em></p>
<p>Combatto il cinismo, che è una forma di autodifesa dal peso del mondo e riguardo al pessimismo credo che sia anche un modo per autoassolversi dal non agire. Credo sia una questione di animo e di forza, bisogna ascoltare l’animo e resistere alle prove e ai fallimenti. Non so dire in seguito come sarà ma per ora riesco a resistere, piuttosto mi pesa il fatto di non avere ascolto su certe tematiche che conosco, ad esempio quelle della condizione giovanile, perché spesso chi ha il potere di decidere sceglie le posizioni più convenienti o vicine al suo sentire. Chi ascolta quelli che raccontano? A chi parliamo quando portiamo fuori degli scenari poco noti? Non saprei più dirlo. Una volta credevo che se certe situazioni drammatiche si protraevano era per una inefficienza del sistema politico e sociale. Oggi, a volte, ho quasi il dubbio che invece siano volutamente prodotte o almeno mantenute. Marx scrisse che l’ignoranza non è mai servita a nessuno, io temo che invece l’ignoranza serva e purtroppo al sistema neoliberista, al Potere, così ottiene masse manipolabili e incapaci a ribellarsi.</p>
<p><em>Se si potessero raccontare storie a un ragazzo in difficoltà, pur di evitare che finisse per strada, che tipo di narrazioni sceglieresti per coinvolgerlo?</em></p>
<p>Ci provo sempre a farlo, la grande sfida della drammaturgia è di rendere il bene più appassionante del male. Si possono fare tante cose con dei ragazzi che vuoi motivare, tante, ma devono essere di qualità. Io lavoro nei progetti con i ragazzi con lo stesso impegno e la stessa volontà di ricerca che applico nella mia professione d’autore. Bisognerebbe stimolare l’immaginario, fargli rielaborare la percezione di sé e del mondo, ma allo stesso tempo potenziare certe attitudini e talenti individuati. Ad esempio, io tengo un corso di sceneggiatura nel carcere minorile di Airola, all’inizio ero scettico a farlo ma poi accettai, alla fine ho capito che insegnare le tecniche di scrittura era un modo per ragionare insieme e scoprire che i ragazzi in misura detentiva hanno una certa sensibilità per i dilemmi interiori dei personaggi. E’ chiaro, quella è la loro stessa condizione, tra colpa e desiderio di libertà, che li mette in grado di leggere meglio i conflitti interiori che servono tipicamente a uno sceneggiatore per costruire un personaggio. Da questa esperienza è nato quindi un progetto generale che in quel carcere lavora, tra cinema, teatro e musica, sulla ridiscussione dell’identità maschile come dimensione fatta anche di fragilità e di sensibilità. Ne sta venendo fuori un laboratorio in cui i partecipanti, realizzando dei cortometraggi o degli spettacoli, ridiscutono la figura virile, patriarcale e violenta che hanno adottato (che gli è stata inculcata) che è causa poi dei reati che li vede là dentro in reclusione.</p>
<p><em>Sempre a proposito del tuo impegno sul territorio, quali riscontri pensi trovino spazio nelle vite dei ragazzi che hai seguito? </em></p>
<p>In genere, quelli che all’inizio sono i più violenti e difficili tra i ragazzi, se riesci a lavorarci per un periodo giusto (tre anni ad esempio) diventano poi i tuoi migliori collaboratori. Spesso chi ha maggiore disagio ha anche grande sensibilità o intelligenza. Ho avuto da questo punto di vista buone soddisfazioni, ma non voglio cantare vittoria, le sfide continuano e poi le problematiche cambiano. Staremo a vedere alla fine e forse dovranno essere gli altri a giudicare, magari, come scriveva Walt Withman: chiedete ai miei nemici. E per farsi dei nemici basta dire quel che si pensa.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Se qualcosa è accaduto&#8230;.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 08:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[carcere minorile]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[malaspina]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=18184</guid>

					<description><![CDATA[(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina») di Evelina Santangelo Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio. Torno con il pensiero oltre i cancelli, oltre le serrature a doppia mandata. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/carcere.jpg" alt="carcere" title="carcere" width="200" height="160" class="alignnone size-full wp-image-18185" /></p>
<p>(incontro con i ragazzi dell’istituto di detenzione minorile di Palermo «Malaspina»)</p>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p>Scrivo queste riflessioni, qualche ora dopo l’incontro, con una stanchezza addosso che non avevo sentito mentre mi trovavo lì, davanti a quei venti ragazzi circa, seduti nel laboratorio.</p>
<p>Torno con il pensiero oltre i cancelli, oltre le serrature a doppia mandata. Alcuni ragazzi se ne stanno muti, immobili, in fondo alla stanza, altri, i più vicini, hanno le facce atteggiate a una proterva spavalderia. Alle pareti, le domande e le riflessioni emerse durante la lettura di alcuni brani del mio ultimo romanzo, <em>Senzaterra</em>.</p>
<p>Non so bene da dove cominciare, adesso che mi trovo lì dentro (mai ho percepito la preposizione dentro con una tale evidenza, e concretezza) con quei ragazzi che non lasciano trapelare granché.<br />
«Incontri ravvicinati tra extraterrestri», mi viene da pensare, mentre fatico alla ricerca delle parole che possano intanto colmare la distanza che all’improvviso sento crescere tra me e loro.<span id="more-18184"></span><br />
«Anche io sono di Palermo», dico. Mi sembra che questo sia un punto importante da chiarire (forse più a me stessa che a loro) per riuscire a gettare un ponte su cui tentare di instaurare un’ipotesi o almeno una parvenza di dialogo.</p>
<p>«Anche io sono di Palermo, siciliana, come voi, e questa storia mi riguarda, come riguarda forse anche voi. Tutti&#8230; molti siciliani infatti spesso si ritrovano a chiedersi se sia meglio restare in questa terra o andarsene&#8230; come è accaduto a chi è arrivato qua da altre terre». Dico questa frase tutto d’un fiato. Guardo i ragazzi siciliani. Guardo i ragazzi stranieri. Qualcuno sorride, qualche altro scherza con il vicino, incurante, altri mi osservano in silenzio.<br />
Sono lì, anzi, lì dentro, eppure ho la sensazione precisa di non esserci, o meglio di essere ignorata, intenzionalmente ignorata. Non è che mi stiano mancando di rispetto, no.  È come se ci sia una pellicola tra me e loro, un di qua e un di là, e in mezzo un confine insormontabile.<br />
È questa la prima sensazione. Nettissima. Come se fosse una questione delicata di equilibri, che non possono rompersi, che non devono rompersi. Come se la rottura potesse avere esiti irreparabili.</p>
<p>Silenzio. Poi qualcuno inaspettatamente alza la mano, apre uno spiraglio. È un ragazzo straniero che, lottando con quel suo italiano stentato, comincia a parlare. Gli altri ridono, sghignazzano. Lui però se ne frega, dice quello che pensa. «Il padre di Gaetano ha ragione. Lo fa per il figlio. E il figlio lo deve seguire&#8230; deve ascoltare il padre&#8230;».<br />
Si capisce che quelle parole lo riguardano più di quanto non sembri, ma non è il solo a pensarla così. Nessuno però ha ancora intenzione di parlare.</p>
<p>«Se uno non parla, non esiste», azzardo. «Lui ha avuto il coraggio di parlare, di dire cosa pensa. Se uno non dice cosa pensa e non si sforza di trovare le parole per dirlo, è come un fantasma. Non esiste. Se voi state qui davanti a me in silenzio, non esistete. Io sono qui e parlo. Ci vuole coraggio, a parlare», dico, non sapendo bene dove finirò per arrivare in questa sfida tra il loro silenzio e la mia ostinazione a voler trovare le parole per gettare questo benedetto ponte, per quanto precario, tra me e loro.<br />
Certo, sono un po’ sconcertata da quelle mie stesse parole, dal loro tasso di provocatorietà, che però non mi sembra susciti reazioni.<br />
Chi ha deciso di stare in silenzio, se ne rimane in silenzio. Chi non l’ha deciso, però, finalmente parla.<br />
«È una storia vera?»<br />
«Un poco sì e un poco no. Ho cercato di raccontare tanti pezzi di storie di tante persone».<br />
«Una specie di riassunto di tante persone», interviene un ragazzo.<br />
«Sì».<br />
«Così uno&#8230; tutti si possono rivedere in questa storia», interviene un altro.<br />
«Sì», dico. Non ho detto mai tanti sì a raffica come adesso.<br />
Qualcuno cerca di capire quanto mi riguarda. Parlotta con il compagno vicino.<br />
«Che c’è?» chiedo.<br />
«Niente. Ma&#8230; parlavo della storia. Davvero. Secondo me la sente dentro, perché&#8230; si vede da come parla».<br />
Mai mi è stata posta una domanda del genere in modo così diretto. Mai ho risposto in modo così netto, senza pensarci. «Sì».<br />
«Si vede», fa il ragazzo annuendo.<br />
Sembra che questo, il fatto che si veda, dia credibilità a tutto quello che ho scritto.</p>
<p>Guardo i ragazzi in fondo, che continuano a rimanere in silenzio. Non ci provo neanche ad arrivare fino a loro. Provo però con quelli più vicini, quelli delle prime file, i più turbolenti, i più recalcitranti, i più esibizionisti forse, e dunque anche i più reattivi.<br />
«E voi&#8230; cosa pensate di Gaetano? Del ragazzo che non vorrebbe andarsene&#8230;»<br />
«Che sbaglia».<br />
«Che deve seguire il padre», fa il ragazzo straniero.<br />
«Ma Gaetano, – dico, – non è che non vuole andarsene, dopotutto, vuole solo provare a restare, chiede solo di poter vivere nella sua terra con dignità, studiando, lavorando come si deve, con tutti i diritti riconosciuti&#8230; Vuole provare. Magari poi se ne andrà, ma prima&#8230;»<br />
«Lo capisco. Lo capisco, – dice un ragazzo, uno dei più loquaci. – Ma se uno qui non si trova, è meglio che se ne va. Che significato ha stare qui e protestare. Protestare per fare cosa&#8230; Io, per esempio, me ne vado. Che sto qua io! Che m’interessa di stare qua».</p>
<p>Tento un accenno al fatto che ognuno di noi è parte di una comunità, che se lui potrà andare in un posto migliore, come dice, è perché la gente, tutti coloro che ci abitano, hanno contribuito a renderlo migliore. Dico che una città, un paese è anche fatto da chi ci vive. Mi guardano muti.<br />
È evidente che espressioni come «essere parte di una comunità», «essere cittadini», «essere responsabili tutti»&#8230; non significano granché per nessuno di loro, indistintamente.<br />
Allora provo un’altra strada. «Il padre di Gaetano, – dico, – non se ne è andato perché in Sicilia non trovava lavoro, se ne è andato perché sapeva che la sua dignità sarebbe stata calpestata se avesse accettato di lavorare in nero, alle condizioni di qualche mafioso della zona, perché ci sono leggi uguali per tutti che regolano il lavoro&#8230; È una questione di dignità&#8230;. Per questo ha preferito andarsene».<br />
Quelli che hanno deciso di parlarmi annuiscono, come se avessi detto la cosa più sensata del mondo. Tutti loro sanno che cos’è «la messa in regola» e me lo dicono con convinzione. Questa «messa in regola» però non sembra la precisa espressione di un «diritto» sacrosanto, il riconoscimento minimo della dignità del lavoro. Annuiscono, sì, ma nessuno sembra convinto che questo possa davvero accadere, in Sicilia almeno.<br />
«Se uno la pensa così, è meglio che se ne va».</p>
<p>Qualcuno pronuncia anche la parola «futuro». L’ha scritta pure sul cartellone delle riflessioni: «Il padre vuole dare un futuro al figlio».<br />
«E cosa vuol dire per te futuro?» Lo dico così, senza pensarci. E quando mi rendo conto è già troppo tardi. Il ragazzo rimane in silenzio, la bocca sigillata, lo sguardo sfuggente.<br />
Così questa parola, «futuro», rimane sospesa, ad aleggiare nella stanza come un oggetto misterioso, un simulacro di una cosa importante che però non si sa bene cos’è. Solo dopo un po’, quando torna a intervenire il ragazzo loquace, quella parola si fa espressione di una voglia rabbiosa non tanto di riscatto, ma di «levarsi da qui», da una terra dove, «non c’è niente da fare, le cose vanno come devono andare&#8230;»<br />
«Perché vanno come devono andare?» chiedo.<br />
«Perché qui è così».<br />
«Gaetano, il protagonista del romanzo, – insisto, – è uno che cerca di capire come è fatta la sua terra, cos’è che non va, per questo vuole studiare, per  conoscere le cose, per capire, ma anche per avere le parole e farsi ascoltare. Se uno non sa niente, se uno non dice cosa pensa, se uno non ha le parole per dire le cose, come può far valere le sue ragioni&#8230;»<br />
Mi guardano, poi fanno spallucce.</p>
<p>Se fatalismo, indifferenza per le sorti collettive, non-speranza, irredimibilità avessero un volto, credo che quel volto avrebbe un’espressione molto simile a quella impressa sulle facce di alcuni di questi ragazzi, mentre parlano della Sicilia, dove le cose vanno così e basta&#8230;  dove si può rimanere solo alle condizioni imposte&#8230; non si sa bene da chi o da che cosa&#8230; alle condizioni «connaturate» a questa terra. Nessuno dice «connaturate», certo, ma è evidente che è questa la parola più vicina al sentimento che cercano di esprimere con i gesti e le facce.<br />
E allora: «Meglio farsi i fatti propri». La frase arriva puntuale. Però detta da quel ragazzo ha qualcosa di diverso, di più radicale dentro. Un senso di rabbiosa solitudine e dissimulata disperazione. È come se attorno a quella frase, ripetuta, ci fosse solo vuoto, una mostruosa solitudine. «Uno da solo che può fare, va’!»<br />
«Ma non sei da solo&#8230;» dico.<br />
«Sì, invece. E poi&#8230; che m’interessa, a me&#8230; Di nessuno, mi interessa&#8230;»</p>
<p>Mi giro verso il cartellone. Leggo qualcosa del tipo: «A me, Palermo mi piace». L’ha scritto uno dei ragazzi in fondo, che lo ribadisce impassibile: «A me Palermo mi piace. È il posto migliore».<br />
«L’unico posto dove vivere?» chiedo.<br />
«Sì».<br />
«Qui&#8230; non si può rimanere, – insiste un ragazzo straniero. – Qui non c’è futuro&#8230;» Ma lo dice senza nessuna intenzione di contrastare il pensiero di nessun altro, come una cosa che pensa lui. E infatti nessuno ribatte. Così le sue parole rimangono anch’esse sospese ad aleggiare sopra le nostre teste come quel «futuro» che non si sa bene cos’è.</p>
<p>«Vorrei leggere un passo del libro che mi piace molto,  – dico, – perché qui il padre abbraccia il figlio e il figlio si lascia abbracciare, anche se la pensano in modo diverso&#8230; Qualcuno mi aiuta?»<br />
Dinieghi. Imbarazzo. Poi un ragazzo all’improvviso si alza. Senza dire una parola, decide di darmi una mano. Prende il libro. Comincia a leggere. Con tutta la fatica del mondo. Come se dovesse conquistarsi ogni singola parola. Come se stesse combattendo una guerra.</p>
<p>Non mi è mai capitato prima, ma in quel momento, mentre lo aiutavo a pronunciare qualche espressione più difficile, mi rammaricavo di una cosa insensata&#8230; mi rammaricavo di aver usato parole così difficili appunto&#8230; parole che sembravano tutte sbagliate, assurde, inerti, mentre uscivano smozzicate dalle labbra di quel ragazzo.<br />
È una sensazione davvero straniante percepire l’inerzia delle parole, delle proprie parole. Eppure, in quella lettura c’era qualcosa di diverso, qualcosa che aveva a che fare con lo sforzo straordinario che il ragazzo stava facendo per leggere delle parole. E il fatto straordinario era che quello sforzo rendeva assolutamente irrilevante che le mie parole, in quel momento, venissero decifrate, comprese. Era come se quella fatica insomma bastasse da sé a colmare tutto il resto.</p>
<p>Ecco, io non lo so cosa resterà di questo incontro ai ragazzi stranieri e italiani con cui ho trascorso un paio di ore oltre quei cancelli azzurri, oltre le doppie mandate delle serrature.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto non certo mentre spiegavo come Gaetano guardasse i tetti pieni di serbatoi di Eternit&#8230; e pensasse come fosse spaventoso quel paesaggio punteggiato di amianto&#8230; anche questo, per tutti loro, rientra nelle cose che devono andare così, secondo un cieco determinismo, che è un carcere dentro il carcere. Il vero, inconsapevole carcere che nessuna parola, per molti di loro, potrà spezzare.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto prima probabilmente, mentre leggevano quei pezzetti di una storia che raccontava di un ragazzo che voleva tanto una cosa che si chiama «futuro»&#8230; non altrove, ma lì&#8230; in quella che è anche la loro terra&#8230;</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, è accaduto oltre l’ingombro delle parole abissali, quando un ragazzo cui probabilmente non importava granché di trascorrere due ore a parlare con la sottoscritta, si è alzato, ha preso un libro e, fregandosene del giudizio di tutti, me compresa, si è messo a leggere parole impossibili senza che si levasse una risatina, né un applauso di scherno o di sufficienza.</p>
<p>Se qualcosa è accaduto, ha a che vedere con quel gesto finale di alcuni che, senza applaudire, si sono avvicinati a darmi la mano tra mezze parole di compiacimento.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/06/04/se-qualcosa-e-accaduto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-24 17:51:57 by W3 Total Cache
-->