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	<title>carceri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati &#8211; Domenico Conoscenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Oct 2021 08:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Domenico Conoscenti]]></category>
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					<description><![CDATA[Brani dalla ristampa del libro di Domenico Conoscenti (il Palindromo, 2021)  pubblicato da Marietti nel 1991: il diario di insegnamento in un Casa di reclusione in Sicilia, nell’anno scolastico 1986-87, in coincidenza con l’entrata in vigore della cosiddetta Legge Gozzini lunedì 2 febbraio &#160; Durante la ripetizione di storia in IIIª B entra a chiamarmi un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Brani dalla ristampa del libro di Domenico Conoscenti (il Palindromo, 2021)  pubblicato da Marietti nel 1991: il diario di insegnamento in un Casa di reclusione in Sicilia, nell’anno scolastico 1986-87, in coincidenza con l’entrata in vigore della cosiddetta Legge Gozzini</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-93288 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/cover-Qui-nessuno-dice-niente-Conoscenti-209x300.jpg" alt="" width="327" height="469" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>lunedì 2 febbraio</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante la ripetizione di storia in IIIª B entra a chiamarmi un allievo dei corsi elementari per conto della sua insegnante. Quando finiamo, anziché aspettare accanto al cancello, vado nell’altra aula. Come una scorta mi accompagnano gli otto allievi di oggi, ansiosi di sapere.</p>
<p>La curiosità è presto soddisfatta: la collega chiede se ci sono novità circa lo spettacolo da fare. Evidentemente i detenuti si sono passati la voce. La cosa va assumendo proporzioni e aspettative più grandi del previsto.</p>
<p>«Abbiamo parlato con gli educatori qualche giorno fa; il direttore ci ha fatto sapere di essere d’accordo in linea di massima, però bisogna concordare tempi, modi, circostanze…».</p>
<p>Non ho neanche finito di parlare che come una furia irrompe nell’aula l’appuntato di turno: piccoletto, baffi neri, sguardo truce: «Cosa fate tutti qua? Se avete finito le vostre lezioni tornatevene in cella!». Con la collega ci guardiamo attoniti.</p>
<p>«Un momento… calma… ragioniamo con calma», comincia Oliveri [<em>uno de corsisti</em>] «non c’è bisogno di fare così, stiamo discutendo una cosa brevissima…».</p>
<p>«Non avete proprio niente da discutere. Non lo sapete che è vietato stare insieme nella stessa classe? Avanti! Subito fuori!», lo interrompe quello ancora più infastidito.</p>
<p>Mi sento chiamato in causa più dai tentativi di Oliveri che dallo sguardo sinistro che l’appuntato mi sta rivolgendo: «Abbiamo appena finito le lezioni e in attesa, come al solito, che escano i corsisti e i colleghi delle altre classi, stavamo vedendo chi era disponibile per lo spettacolo che…».</p>
<p>«Spettacolo? Quale spettacolo? E chi ne sa niente!», mi interrompe sopraffatto dall’ansia di riprendere l’assalto. Come in certe favole, devo avere pronunciato senza saperlo la terribile parola magica, quella che scatena la furia incontrollata di tutti gli elementi. «Avete deciso già tutte cose per i fatti vostri senza neanche dirci niente!», continua rabbioso. «E il maresciallo lo sa? fate presto voi a decidere e organizzare ma questo è un carcere che vi pare? qua non siete a scuola e questi sono carcerati, delinquenti, anche se con voi fanno finta di comportarsi bene».</p>
<p>Oliveri e il detenuto che era venuto a chiamarmi tentano nuovamente di fare da pacieri, cercano quasi di prendere le nostre difese per il fatto di essere tutti lì. Ma nella sua furia quello ha già perso di vista il pretesto scatenante. Bersagli dei suoi strali siamo noi insegnati e via via tutto il personale del carcere, gli educatori, «ma chi si credono di essere questi?», ogni superiore in genere, infine tutti quelli che hanno la responsabilità delle condizioni in cui sono costretti a lavorare.</p>
<p>«A noi nessuno ci avvisa mai di niente, siamo sempre gli ultimi a sapere le cose però siamo quelli che mandano avanti il carcere quelli che devono rinunciare ai loro turni di riposo per essere qua e permettere a voi di organizzare le vostre cose. Lo sapete che oltre ai turni continui che facciamo una volta di mattina una di pomeriggio e una di notte siamo obbligati a fare straordinari pagati una miseria e pure quelli per la scuola? Dobbiamo continuamente rimandare le nostre ferie e il riposo settimanale perché siamo in pochi e non arriviamo a coprire tutti i turni eppure se si fa qualche cosa è perché ci siamo noi che rischiamo anche la vita per questo lavoro. Speriamo che questo spettacolo non si farà perché per noi significa altro straordinario e io la famiglia quando la vedo? Tutto questo poi per chi? Per questi, sì, ora con la riforma fanno tutti i santi ma noi lo sappiamo come sono veramente e voi che li difendete e parteggiate per loro…».</p>
<p>Ripenso alle volte in cui alcuni detenuti si sono lasciati sfuggire commenti malevoli verso certe guardie, a quando hanno accennato episodi poco edificanti su alcuni di loro nel tentativo di instaurare una forma di complicità. Mentre questo qui mi colpevolizza per tutto l’ordinamento carcerario italiano, provo un senso acutissimo di pentimento per non avere concesso mai il minimo spazio a quelle occasionali maldicenze.</p>
<p>Anche gli altri intanto sono usciti, si avvicinano, si forma un capannello nel cortile. Sopraffatto dalle raffiche di parole concitate che continua a sventagliarmi addosso, ho rinunciato a replicare qualunque cosa. Del resto sono molto teso, se dovessi tradurre in parole quello che mi si agita dentro in questo momento, verrebbe fuori qualche frase pesante.</p>
<p>Adriana [<em>la collega di matematica</em>] interviene a spiegare come e perché si è arrivati a parlare di spettacolo e del consenso da parte del direttore. Quello si va ammansendo anche perché ora si sente considerato, circondato dalle spiegazioni pazienti di Adriana e delle maestre.</p>
<p>Nonostante tutte le sue ragioni, l’atteggiamento di questa guardia mi rimane comunque indigesto. Sarà la stanchezza di questo fine quadrimestre, con i suoi ritmi di compiti, interrogazioni, giudizi da formulare… Penso che nella sua furia sadomasochista è riuscito a farci “giustificare” dai nostri allievi, a rendere solidali detenuti e insegnanti contro di loro, a farci quasi chiedere scusa per essere lì a tentare di fare il nostro lavoro.</p>
<p>Mi convinco sempre più che il carcere disintegra voracemente non solo gli intonaci e le suppellettili, ma qualunque cosa riesca a inglobare, è solo questione di tempo. Si azzera al suo interno ogni differenza tra carcerati e carcerieri, coatti gli uni e gli altri, protagonisti attivi del processo di disgregazione reciproca, in corsa verso l’entropia, destino di ogni microcosmo chiuso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">martedì 12 maggio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211; III<sup>a</sup> B &#8211; «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», recita Fardella, leggendo il 3° comma dell’articolo 27. Il silenzio assoluto sottolinea l’attenzione immediata che si è creata a queste parole.</p>
<p>Le collego all’articolo 13 e chiedo se le loro esperienze confermino o meno quanto appena letto, «perché nell’altra classe, più di una volta hanno parlato di episodi che smentivano l’osservanza di questi articoli».</p>
<p>«Mentre mi portavano in carcere, i carabinieri mi hanno preso a legnate», dice Rubino, dopo un attimo di esitazione. E Modica: «No, a me non mi è capitato, sono stato fortunato, ma quando ero a P. di queste cose se ne vedevano e sentivano in continuazione… perché?… quasi sempre senza motivo, perché sanno che non possiamo, che non ci conviene reagire… forse perché a stare dentro certuni diventano più animali di noi».</p>
<p>«Qualcuno ha mai denunciato questi fatti?», chiedo. Momento di silenzio. «Tanto si sa», cerca di spiegarmi Modica «siccome i delinquenti siamo noi, la colpa di quello che succede è sempre nostra e uno, dopo avere subito la soverchieria, si becca pure il rapporto o l’aumento della condanna… tanto vale subire e stare zitti».</p>
<p>«Allora è perché pensate che la giustizia si ritorce contro chi la promuove, almeno nel vostro caso?».</p>
<p>Inaspettata, come fuori campo, giunge la voce di Oliveri: «No… no… non è solo per questo», e tace a godersi la sorpresa del suo sibillino intervento. Lo invito ad essere più esplicito, ma lui si limita ad aggiungere: «Non lo fa nessuno. Perché… non si fa».</p>
<p>E a conferma di questa asserzione, molti raccontano esperienze, casi in cui chi ha subito soprusi non ha mai parlato, né di sua iniziativa, né se interrogato.</p>
<p>Faccio notare che non parlare significa in un certo senso rendersi complici di una situazione che va comunque a loro danno. Forse, con la paura della denuncia molti si tratterrebbero dall’abusare della loro posizione…</p>
<p>«Noo. Che denuncia!», dice Oliveri. «Si può vedere di parlare con le persone, convincerle a ragionare…». Non è difficile dimostrare l’improponibilità della sua tesi di fronte alle situazioni che mi hanno descritto fino ad ora. Ma è chiaro che lui per primo l’ha detto senza crederci. Insomma, tutto pur di evitare di rivolgersi agli agenti, al direttore o al magistrato.</p>
<p>Escluso come prioritario ogni motivo di ordine pratico, mi trovo davanti a un dogma di comportamento, alla norma di un codice d’onore, indispensabile per mantenere integra la propria dignità. A questa mia affermazione emergono sorrisi stiracchiati, tentativi di schermirsi, con la fiacchezza tipica di chi non sa cosa opporre in concreto.</p>
<p>«Non è perché uno ha paura di quello che possono dire o pensare gli altri compagni… È proprio un fatto di carattere comportarsi così», replica infine Modica col consenso convinto dei compagni.</p>
<p>«Ma se non porta a risultati positivi, perché mantenere questo atteggiamento, perché non abbandonarlo?», insisto.</p>
<p>C’è qualche istante di silenzio, poi si sente la voce incerta di Oliveri: «Sarà un fatto di cultura?!».</p>
<p>Non è chiaro se si tratti di un’autentica domanda o di un suggerimento sfumato. In ogni caso evidenzia che una parte della comunità sociale non riconosce, nella propria “cultura”, le istituzioni espresse dalla società nel suo complesso. Non mi pare che le nostre radici, le stratificazioni storiche possano spiegarla del tutto. Se questa cultura persiste vitale fino ad oggi, deve essere funzionale a tutto il campo di forze in cui siamo immersi.</p>
<p>«Mi avete ripetuto che in carcere non si può fare altro che subire, ma fuori? Se qualcuno di voi subisce un sopruso, a chi si rivolge?… O si deve fare giustizia da sé?».</p>
<p>Nessuno dice niente per un lungo interminabile momento. Riformulo la domanda, ma dopo un altro più breve silenzio, Oliveri risponde stancamente: «Sarebbe lo stesso anche fuori. Ci comporteremmo come qui», dando voce al desiderio comune di chiudere in qualunque modo la discussione e passare ad altro.</p>
<p>Se questa sfiducia nelle istituzioni e nell’ordinamento della giustizia sembra precedere l’esperienza della detenzione, il carcere per la sua stessa struttura finisce per approfondirla e consolidarla, creando, in più, dipendenze che continueranno anche dopo. Forse, più che “tendere alla rieducazione del condannato”, il carcere punta a una funzione di deterrente, e a presentarsi come la vendetta della società contro chi non ha rispettato le sue regole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">  venerdì 15 maggio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211; III<sup>a</sup> A &#8211; Arrivati all’articolo 29 accenno alla legge n. 151/75 per evidenziare gli aspetti più importanti dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Si lasciano coinvolgere con molta disponibilità e ben presto i riferimenti personali prendono il sopravvento, per quanto io non faccia nulla per spingerli in questa direzione, anzi…</p>
<p>I più partecipi sono Farone, Napolitano e Di Bartolo. Perfino Fazio, di solito così riservato, dice che ha scoperto come i figli tenessero a lui, durante la latitanza, quando insieme a loro passava ore e ore. Merulla, che invece non è sposato e non ha figli, accenna a un ricordo di suo padre: «Lo vedevamo solo la sera tardi, quando ritornava dal lavoro o nei giorni di festa e allora o se ne usciva per i fatti suoi o voleva essere lasciato in pace… però, se restava con noi, era come un estraneo quasi, che disturbava l’intesa che c’era tra noi fratelli e con nostra madre…».</p>
<p>Gli interventi si appuntano sul diverso atteggiamento dei genitori verso i figli. Si parla della figura del padre, così sbiadita a confronto con quella della madre, o relegata al rango di una distante autorità da cui discendono solo permessi, divieti, soldi o castighi.</p>
<p>Mi raccontano, con una punta di tristezza e di malcelato orgoglio, come durante i colloqui, o attraverso le notizie della moglie, i figli spesso lamentino la loro assenza. È un modo di dirsi il loro bisogno di un rapporto coi figli, a cui non è estraneo forse un nascosto senso di colpa. Glielo faccio notare. Sorridono arrendevoli.</p>
<p>Nel vuoto di affetti e di interessi, ora che non sono più il sostegno economico principale e che difficilmente possono mantenere il ruolo di guida morale, scoprono un modo diverso di stare con loro: come compagno di giochi, confidente, fratello maggiore. Per qualcuno sembra già un rimpianto, un desiderio rassegnato: c’è la coscienza di uno spazio vuoto destinato ad aumentare tra sé e i figli che inevitabilmente crescono anche senza la loro presenza.</p>
<p>Emerge ancora il tentativo di servirsi dei figli come alibi per qualunque sacrificio: «A loro non deve mancare niente, non devono passare quello che ho passato io alla loro età…». Ma già nel momento in cui lo dicono, il tono si affievolisce, si insinua sottovoce la consapevolezza che questa strada non ha portato bene neanche ai figli, oltre che a loro stessi.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Domenico Conoscenti</strong> (Palermo, 1958) è autore del romanzo <em>La stanza dei lumini rossi</em>,    ( e/o 1997) il Palindromo 2015, della raccolta di racconti <em>Quando mi apparve amore</em>, Mesogea 2016, e del saggio <em>I Neoplatonici di Luigi Settembrini. Gli amori maschili nel racconto e nella traduzione di un patriota risorgimentale</em>, Mimesis 2019.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Come sono diventato terrorista</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/26/come-sono-diventato-terrorista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2016 12:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[jihadismo]]></category>
		<category><![CDATA[proselitismo]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Salem Questa storia risale a otto anni fa. Ho trentatré anni e non ho fatto scelte giuste allora. Quando ci penso, sento che in quel periodo ero lontano dal mio modo di essere e di pensare, dalla mia personalità, dai valori con cui sono cresciuto e da tutto quello che avevo vissuto in tutta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Salem</strong></p>
<p>Questa storia risale a otto anni fa. Ho trentatré anni e non ho fatto scelte giuste allora. Quando ci penso, sento che in quel periodo ero lontano dal mio modo di essere e di pensare, dalla mia personalità, dai valori con cui sono cresciuto e da tutto quello che avevo vissuto in tutta la mia vita. Voglio raccontare come e quando sono approdato a quelle idee che, mi pareva, restituissero, a me e al mio popolo, l’orgoglio di appartenere alla sacra e giusta religione musulmana. Ero arrivato a pensare che chi non seguisse questa linea di pensiero era come se non esistesse e non meritasse di esistere. Nel 2005 mi sono trovato in un carcere del mio paese, la Tunisia, condannato a dieci anni di reclusione. Forse sette me li meritavo, ma credo gli altri tre mi sono stati dati ingiustamente.<br />
Allora c’era tanta ingiustizia e per i giudici era indifferente attribuirti anche reati non commessi. Soprattutto se appartenevi alla classe lavoratrice che spesso non riusciva a guadagnarsi il pane quotidiano. Ma non era la povertà o l’indigenza che rendevano la nostra vita un inferno, anche se le difficoltà erano ingenti: noi ringraziavamo sempre Dio per il poco che avevamo e nutrivamo speranza nel futuro.<br />
Erano inaccettabili, invece, la prepotenza, l’ingiustizia e lo sfruttamento di chi usava il potere con cattiveria: per questo la nostra vita era un inferno.<br />
Così mi sono trovato nello strano mondo del carcere. Non era la prima volta per me, ma stavolta ho conosciuto a fondo quanto fosse spaventoso e duro. Dovevamo subire le prepotenze dei carcerieri. I loro bastoni colpivano tutti: piccoli, grandi, deboli e forti. Potevi solo rivolgerti a Dio. Così cominciò la mia trasformazione. Mi ero stancato delle ingiustizie subite da me e dagli altri. Avevo nausea delle torture, corporee e psicologiche. Erano insopportabili. Rattristava il cuore il solo fatto di vederle e sentire le lamentele dei torturati. Figurati quando tutto lo subivi tu sul tuo corpo. Dentro quel carcere ho trovato persone che mi davano ascolto. Le vedevo rivolgersi a Dio con preghiere giornaliere. In loro ho trovato una via di fuga dai miei misfatti e ho cominciato pian piano ad avvicinarmi e mischiarmi con loro anche se la cosa presentava molte difficoltà, visto i controlli rigidi dei nostri carcerieri. Loro stessi erano molto diffidenti. Comunque pian piano ero riuscito a scalfire la loro diffidenza e a guadagnare un po’ di fiducia. Insistevo a volermi avvicinare a loro perché mi dicevo che se non fossero stati nel giusto e le loro idee non fossero state corrette non ci sarebbe tutto questo interesse nei loro confronti. E se fossero stati insignificanti allora perché tutta questa paura di loro? Tutte queste considerazioni hanno fatto sì che la mia curiosità crescesse progressivamente spingendomi ad avvicinarmi a loro e alle loro idee ogni giorno di più. Il mio avvicinarmi a Dio era per loro come un visto per essere ammesso nella loro ristretta cerchia. Sentivo che Dio non era contento di me e ho trovato l’occasione per pregarlo, per leggere di più il Corano, fare il digiuno e tutto quello che avrebbe accontentato di me il mio Dio. Tutto questo mi faceva dimenticare le condizioni e il posto in cui mi trovavo. La mia posizione dentro la loro cerchia si rafforzava sempre di più. Cresceva anche il nostro comune odio verso i carcerieri e verso i motivi che ci avevano portato lì, ma soprattutto verso quel governo maledetto e i suoi complici nella tortura della gente. Odiavamo anche quelli che mancavano ai loro doveri verso Dio.<br />
La mia mentalità cambiò radicalmente. Addirittura ero convinto che solo questi miei nuovi “fratelli” erano nel giusto. Mai mi veniva il minimo dubbio sulla giustezza e veridicità della loro/nostra causa. Mi avevano inculcato l’idea che tutti quelli che deviavano della legge di Dio e dalla sua sharia meritavano la morte per decapitazione. Sono arrivato al punto che quando ricevevo visite dai miei famigliari facevo loro richieste strane e bizzarre dette da me, vista la vita che facevo prima: insistevo che cambiassero il loro modo di vestirsi e sono arrivato al punto di ordinare a mio padre di lasciare il suo lavoro di venditore di sigarette in un chiosco perché, gli dicevo, le sigarette fanno male alla salute e tutto quello che fa male è peccato. Addirittura ho cominciato a considerare mio fratello come un nemico da combattere a uccidere solo perché faceva il poliziotto. Ero diventato come una bomba umana pronta a esplodere in qualsiasi posto e momento e ho cominciato a pensare e a considerare che, se la mia morte fosse avvenuta in un altro modo, sarebbe stata una morte da codardi. Mi hanno fatto il lavaggio del cervello e mi hanno inculcato l’idea che l’Islam fosse questo. Sono arrivato al punto di attendere la mia uscita dal carcere solo per poter raggiungere i fratelli nella terra del jihad.<br />
Nel 2011, grazie alla rivoluzione dei gelsomini in Tunisia per rovesciare il governo sono uscito dal carcere avendo avuto uno sconto di pena. Mi sono ritrovato con nuovi amici, nuovi principii, idee radicali e nuove relazioni. I miei famigliari hanno notato questo mio radicale cambiamento. Mio padre e mia madre, musulmani praticanti che non mancavano mai a nessun dovere religioso, non erano d’accordo, anzi, erano terrorizzati da questo mio cambiamento e hanno subito informato il maggiore dei miei zii, imam nella moschea del quartiere. Lo zio guardava male questo mio modo di pensare, era totalmente contrario e diffidava di quelli che predicavano l’odio e manipolavano i giovani. Mi disse: «Questi non hanno niente a che fare con l’Islam. Sono solo terroristi, e questo loro modo di pensare sta sfregiando l’immagine dell&#8217;Islam, per colpa di questi terroristi ignoranti del vero significato dell&#8217;Islam. Figlio mio, l’Islam non è questo, l’Islam e pace e amore. Il vero musulmano è colui che non fa del male agli altri né con i fatti né con le parole. E il vero jihad deve essere jihad dell&#8217;anima. Cioè dobbiamo combattere gli istinti cattivi e maligni che ci sono dentro di noi. Dobbiamo poter dire di no al male e ai peccati che facciamo prima di guardare quelli degli altri. E il jihad non è uccidere e versare il sangue degli innocenti. Tutti i profeti e i messaggeri di Dio sono arrivati per fermare le ondate di sangue, omicidi, ingiustizie e odio. Dio ce li ha mandati per portarci messaggi di pace. Non a caso Dio volle che il nome di questa religione fosse Islam, cioè prostrazione alla volontà di Dio. E Dio non ha mai voluto che si versasse il sangue di innocenti. Nello stesso tempo la radice della parola Islam è Salam cioè Pace. In verità non è la differenza di religione che ci ha divisi nel tempo come popoli, ma sempre gli estremismi di ogni religione. E credo che hanno usato le religioni come scusa per legittimare le loro guerre e ingiustizie che facevano per i propri fini e interessi. L’unico colpevole reale di questo odio e queste guerre è l’estremismo. Con l’avidità e la superbia. Non dimenticare figliolo mio che noi tutti siamo creature dello stesso Dio anche se cambia il suo nome come cambiano i nomi delle religioni. Perciò figliolo non fare ciò di cui ignori le conseguenze e non passare da fratello e amico a carnefice e nemico che non vede l’ora di far scorrere il sangue, di uccidere innocenti e dividere famiglie. Le ingiustizie non si devono mai combattere con le ingiustizie.<br />
Figlio mio non è questo il messaggio che Dio ci mandò con i suoi profeti? Dio è bene, Dio è pace, Dio ha proibito a se stesso l’ingiustizia, Dio è giusto e ama la giustizia. Dio è amore».<br />
Le parole di mio zio furono come l’acqua ghiacciata che ebbe l’effetto di spegnere il fuoco dell&#8217;odio che avevo nel cuore. Ringrazierò sempre il buon Dio per avermi aperto gli occhi con il discorso di mio zio in tempo prima che facessi qualcosa di irreparabile. Questa chiacchierata con mio zio avvenne dopo i miei accordi con alcuni dei &#8220;fratelli&#8221; – così si presentavano i terroristi &#8211; per partire e combattere nelle terre del jihad. Mi avevano munito di un po’ di soldi e qualche informazione su dove e chi avrei dovuto contattare una volta arrivato in Libia. Credevano fossi pronto, e in un certo senso lo ero, se non fosse stato per le parole di mio zio. Dovevo solo esercitarmi a usare le armi da fuoco perché in carcere mi ero allenato fisicamente tanto e avevo rinforzato il mio fisico e i miei muscoli. Ringrazierò sempre mio zio di avermi aperto gli occhi&#8230;<br />
Per non mettere in pericolo me e la mia famiglia non ho fatto capire niente ai “fratelli” del mio ripensamento e intanto venni a sapere da altri che c’era la possibilità di scappare in Europa clandestinamente rischiando la vita in un viaggio pericoloso via mare (harkha). Decisi di partire per mare pur di scappare da quell’inferno e crearmi un futuro lontano da tutto quell’odio e quella violenza. Nel contempo volevo salvare la mia vita visto che i “fratelli” sono molto severi nel punire chi si tira indietro e chi li tradisce. Fanno così per persuadere tutti quelli che tentennano a ubbidire ai loro ordini.<br />
Come vediamo ci sono tante cose e tante condizioni che possono fare crescere questo tipo di terrorismo. Tanti giovani si ritrovano a essere terroristi, pedine pronte a uccidere, ma la cosa più grave è che sono convinti di quello che fanno perché loro danno ascolto a questi individui, che non posso neanche chiamare persone. Loro sono molto bravi a usare la religione come mezzo per lavare il cervello a chi non conosce veramente cosa sia l’Islam e prende per buono tutto quello che questi individui riescono a spacciare per dettami della religione, ma il loro scopo principale non è altro che usare i giovani che li ascoltano come bombe pronte a esplodere al loro comando. Ma odio semina odio, terrore semina terrore e ingiustizia semina ingiustizia. I posti scelti da questi assassini per i loro attentati e seminare il terrore, sono luoghi dove vive la gente comune e le loro vittime sono persone innocenti: donne, bambini, giovani e vecchi. Quello che fanno questi individui è un peccato verso la libertà, la vita, le religioni e Dio che in tutti i suoi libri sacri ci ha ordinato di evitare l’ingiustizia. Quello che fanno è un crimine contro l’umanità. E dicono che lo fanno nel nome di Allah, di Dio. No! No! No! Dio è più grande di voi, dei vostri crimini e del vostro terrorismo.<br />
Amici miei non dovete in nessun modo ascoltare le prediche di questi assassini sia direttamente che tramite la rete. Vi diranno che è nel nome di Dio. No! No! No! Dio è innocente dei loro crimini. Non fatevi ingannare, amici. Come vedete dalla mia storia, ho rischiato di essere un terrorista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo è il memoriale nel quale un giovane detenuto arabo nel carcere di Trento racconta la propria esperienza di radicalizzazione jihadista in un carcere del suo paese, dove era rinchiuso per delitti di ordine comune. Il ragazzo, ora trasferito in un altro carcere, non parlava l’italiano, quindi il racconto è stato tradotto da un altro detenuto, la cui testimonianza è riportata qui sotto. I due testi sono stati pubblicati,  grazie a una persona che fa dei corsi nella struttura penitenziaria in questione, sul quotidiano Trentino, rispettivamente il 31.03.2016 e il 18.04.2016.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La testimonianza che ho raccolto per il TRENTINO è frutto di una lunga chiacchierata con un compaesano del mio stesso quartiere, Jebel-jeloud, nella periferia di Tunisi. È una zona molto povera dove la gente vive alla giornata con lavori malpagati. Da lì molte persone sono migrate in Europa già da anni. Io stesso sono venuto nel 1997 per aiutare economicamente la famiglia.<br />
Visto che manco dalla Tunisia da così tanto tempo e non ho vissuto le recenti vicende, questo mio paesano mi ha raccontato la primavera araba e i cambiamenti che stavano succedendo in Tunisia. Non vi nascondo che ero rapito dal suo racconto. Avrei desiderato esserci anch’io per dare una mano a migliorare il mio paese anche se è strano come funziona l’informazione. Mi ricordo che in Italia si sapeva di più di quello che succedeva in Tunisia dopo la morte del venditore ambulante Mohamed Bouazizi. Telefonavo ai miei per chiedere informazioni, ma loro in città non sapevano nulla. Ne sapevo di più io.<br />
Poi un giorno abbiamo visto alla tv un programma sul terrorismo e sull’ISIS. Non ricordo bene, ma penso che il programma fosse “Terra” di Canale 5. Parlavano dei cosiddetti foreign fighters e hanno detto che la percentuale più alta era quella dei tunisini. Non vi nascondo che cadevo dalle nuvole per quanto ero allibito. Il mio amico, invece, mi ha confermato che era tutto vero, e che c&#8217;erano e ci sono ancora tanti reclutatori abili nel manovrare i giovani e i più disperati, e spesso le loro vittime sono ragazzi pieni di rabbia e disperazione, e che non conoscono bene la nostra religione, perché se la conoscessero non cadrebbero mai nella trappola di questi fanatici.<br />
Fatto sta che quella notte il mio amico mi raccontò tutta la sua storia. Dopo esserci coricati nelle nostre brande e spenta la luce ho fatto molta fatica ad addormentarmi. Ho pensato tanto a questa storia e a quanti ragazzi non fortunati come lui sono caduti nella trappola di questi manipolatori che hanno creato molto dolore. In quei giorni ho avuto modo di parlare con altri miei paesani e ho notato che tutti erano contro questi macellai ma soprattutto contro questa linea di pensiero che ha rovinato l’immagine dell’Islam e dei musulmani. Noi non siamo così, e tutto quello che c’è nel Corano è contro questa barbarie.<br />
In quei giorni il mio amico ha maturato l’idea di scrivere la sua storia. Frequentava anche il laboratorio di giornalino in carcere e aveva bisogno di qualcuno che la traducesse. Nel frattempo però lo avevano cambiato di sezione e mi ha chiesto questo piacere parlandomi dalle finestre fra un piano e l’altro. Ci siamo visti per caso nell’area della scuola e mi ha dato i fogli scritti in arabo. Allora ho cominciato a tradurla. Mi sentivo in sintonia con quello che dice il Corano dove insegna che bisogna salvare le persone e se ne salvi una salvi tutta l’umanità. È un dovere per un buon musulmano. Spero che questa testimonianza possa aprire gli occhi alle persone e aiutarle a schierarsi contro la violenza. Da noi c’è un insegnamento importante: bisogna cercare di fare, se non si riesce a fare, bisogna dire e se non si riesce neanche a dire, basta anche pensare con l’anima.<br />
Adesso non posso più parlare con il mio amico perché è stato trasferito in altro carcere. Ma se potessi gli direi che lo ammiro per il coraggio della sua scelta e perché ha saputo dire di no e tirarsi indietro in tempo. Gli sono grato anche perché ha raccontato questa storia.<br />
Non ho timori a firmare questo testo perché penso che non bisogna avere paura. Anche perché so che tanti musulmani la pensano come me.</p>
<p>Farhat Selmi<br />
Casa Circondariale di Trento, 6 aprile 2016</p>
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		<title>Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 07:18:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dr.Fabio Dito (Stopopg Campania) e Mario Schiavone Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro. Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dr.Fabio Dito</strong> (<a href="http://www.stopopg.it/">Stopopg Campania</a>) e <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg" alt="9684" width="380" height="300" class="alignnone size-full wp-image-46811" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p><em>Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro.</em></p>
<p>  Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti ciò che lo colpisce di più.  Quei piccoli appunti lo portano ad osservare da vicino quanto accade oggi all’interno delle Carceri e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. La contraddizione è così forte che gli viene in mente Freud.<span id="more-46810"></span><br />
  Un grandissimo Studioso che, come molti sapranno, ha praticamente spiegato che una persona fa le cose e poi dice che non le ha fatte. In seguito, non solo dice che non le ha fatte ma le rimuove e le colloca nell’inconscio.<br />
Giovanni sa bene che L’art. 20 della legge 354/75 “sostiene” che devono essere favorite in ogni modo le attività lavorative all’interno delle strutture carcerarie e degli Opg. Immagina nella sua testa un’indicazione chiara: molti detenuti lavorano e quando qualcuno fra i detenuti non possiede capacità tecniche può essere ammesso a un tirocinio remunerato. In cambio di una somma equa e giusta, ovvero – come previsto dalla norma- una paga oraria non inferiore ai due terzi di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali. Tutto torna?<br />
“Non tornano i conti” pensa Giovanni. – nel caos carcerario italiano i conti non danno mai risposte. Anzi, pensa Giovanni dentro di sé: “Mi faccio ancora più domande”.<br />
 La prima che uno come lui si pone è:<br />
“Se guardo il cedolino paga di un detenuto noto che la retribuzione oraria è ben al di sotto di quanto realmente dovrebbe percepire un detenuto. A quanto ammonta la sua paga? Un’ora di lavoro in carcere, (tra contributi a carico del lavoratore, quota di mantenimento e paga fissa e vincolata) vale meno del costo di un litro di cocacola: questa notizia,  retorica pubblicitaria a parte, seconda Giovanni andrebbe condivisa con tutti.<br />
 Eppure Giovanni pensa. Sa bene che pochi sanno che dal 1994 non vengono aggiornate le paghe orarie del lavoro svolto in carcere. Per rendere ancora più angosciante il fenomeno, aggiunge Giovanni, bisogna sapere che intorno alla posizione lavorativa di un recluso si cerca di far ruotare il maggior numero possibile di detenuti: una sorta di job-sharing.  Neanche Ken Loach, nel bellissimo film “In questo mondo libero” del 2007, aveva osato immaginare e narrare un sistema lavorativo tanto labile rispetto alle logiche sindacali di un tempo e alle promesse di recupero.<br />
Un giorno Giovanni, nella sua agenda, appunta un altro esempio. Quello che gli viene in mente è immediato e semplice:  c’è la crisi, non ci sono soldi e molti PRAP ribadiscono la necessità di sospendere l’erogazione dei sussidi di sostegno al reddito a favore dei detenuti e degli internati.<br />
Non siate malpensanti, direbbe Giovanni se dovesse raccontare dal vivo questa storia a degli amici.<br />
 Il malpensante è proprio lui, Giovanni. Perché nelle condizioni fin qui descritte, gli operatori che lavorano negli istituti penitenziari sanno che l’utilizzo di quei di quei pochi soldi destinati al lavoro in carcere diventano per alcuni una forma di welfare penitenziario.<br />
Questo significa che chi è solo (o non sa a chi chiedere un aiuto economico per acquistare il sopravitto) rimane con le mani “legate” cercando di sopravvivere.<br />
Spesso, quando legge i documenti del suo lavoro, immagina le domande dei tanti detenuti che ha incontrato in questi anni. Immagina ognuno di quei detenuti, alle prese con la sopravvivenza, chiedersi: Ma quanto “costa” la mia presenza in carcere? Non basta un sistema di correzione inclusivo a correggere i miei sbagli “sociali”, devo anche subire certe imposizioni?<br />
Talvolta gli sbagli sociali possono essere classificati e paragonati alle colpe mosse da un tribunale kafkiano: cittadini extracomunitari che hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena  politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.<br />
Finiscono così, quegli individui, relegati nel sistema carcerario in attesa di soluzioni alternative che a oggi nessuna forza politica contemporanea attiva in questo paese ha preso in carico con proposte legislative utili e urgenti.<br />
 E se neanche il carcere, così affollato, offre al detenuto una vita quotidiana decente perché un detenuto dovrebbe vivere o sopravvivere alla propria condizione in modo umano e diligente?<br />
 Dopo questa ulteriore domanda, Giovanni pensa di fare un salto in rete. Curiosa per i blog che trattano il tema degli assegni di disoccupazione. Con stupore legge commenti e lamentele sostenute da un pensiero unico e qualunquista: “ non ci sono soldi, piove governo ladro, perché pagare ai detenuti l’indennità di disoccupazione?”.<br />
Avverte Giovanni, osservando quei commenti in rete, un certo rammarico per l’indennità di disoccupazione erogata a chi ha svolto attività lavorative che temporalmente sono superiori alle 57 settimane lavorative negli ultimi due anni…<br />
Come dire: se sei detenuto oggi, perché ti spetta l’indennità di disoccupazione “solo” perché fuori dal carcere hai maturato il diritto a un supporto economico statale? Una Controdomanda per i tanti blogger anonimi dalla mano veloce e dalla mente lenta a comprendere Giovanni cel’ha: Chi ora si trova nella condizione di detenuto, perché poco prima della reclusione ha perso il lavoro, non merita comunque trattamento e dignità pari a un disoccupato non recluso? Anche perché con quello che ti passano in carcere si sopravvive, quando va bene.<br />
Oggi questo. E ieri? Giovanni fa un passo indietro, come in un gioco antico in cui bisogna saltellare usando un sol piede. Questo gesto gli ricorda il gioco della campana, disegnato col gesso bianco assieme ad altri bambini sulle strade di un Paese che non è più quello di un tempo.</p>
<p> In tutti questi anni, Giovanni ne è sempre più convinto, abbiamo assistito alla verticale diminuzione del budget economico destinato al lavoro svolto dai detenuti, a fronte di un’impennata del numero di reclusi.<br />
 La conclusione inquietante a cui pensa Giovanni è: Questo fenomeno ha determinato un aumento del lavoro all’interno degli spazi di reclusione, soprattutto per quei servizi irrinunciabili quali vitto, portavitto, pulizie. Di conseguenza, ai detenuti e agli internati -fortunati secondo alcuni perché lavorano- si chiede e si autorizza anche lo svolgimento giornaliero di alcune mansioni in qualità di volontario.<br />
Giovanni a stare fermo con la mente, a smettere di pensare, proprio non ce la fa: una domanda viene di ancora in mente, prima di raggiungere la base del gioco della campana: col suo discorso e le sue domande ha lanciato il sasso per indicare un obiettivo da raggiungere e poi – saltellando su quel piede- ha scoperto che il riquadro finale non era il punto di vittoria del gioco. Anzi, una zona capace di creare un forte dubbio: esistono le regole per arrivare alla casa-base? Se un internato viene ritenuto come persona incapace di intendere e volere perché “volontariamente” può-deve decidere di svolgere attività lavorative non retribuite?<br />
Pensa molto Giovanni, ma non sa rispondersi. Decide di così di osservare il problema lavoro negli OPG considerando in primo luogo la provenienza geografica degli internati. Anche in quel caso le cose non vanno bene.  Incontra una sorta di federalismo terapeutico. Un sistema, questo, carico di storture per niente utile quando bisogna ri-definire tutte le manifestazioni regionali del concetto di salute mentale.<br />
 Questo perché  nello stesso OPG le diverse Regioni italiane titolari dei progetti di dimissione degli internati con tanto di iscrizione anagrafica nel territorio di loro competenza prevedano percorsi differenti tra loro. Un internato sa che i suoi compagni di cella forse usciranno in maniera differente da lui.<br />
Alcune regioni prendono anche in considerazione attività di Borse Formazione Lavoro finalizzate all’orientamento lavorativo. E in alcuni casi, purtroppo pochi, al reinserimento lavorativo. Questo si verifica nella piena assenza di reali progetti di sviluppo di posizioni lavorative all’interno degli istituti penitenziari.  Ipotesi possibile: Alcuni internati potrebbero iniziare a lavorare già all’interno degli OPG. Quindi facendo uno sforzo di fantasia costruttiva, si dice Giovanni, se si tiene conto che bisogna prima sanare l’imbarazzante questione del lavoro svolto in regime di “volontariato” magari da affrontare con un fantasioso protocollo d’intesa, potrebbe concretarsi il rischio che a parità di prestazione lavorativa resa, la “retribuzione” percepita da un recluso sarà visibilmente differente perché i “datori di lavoro” sono due: quello penitenziario e quello sanitario. Accade qualcosa di simile nei cantieri navali di Monfalcone.<br />
Potrebbe accadere ancora in altri luoghi di reclusione.</p>
<p>In tanti anni di operato, a Giovanni è anche capitato, di incontrare in un OPG un internato che svolgeva una Borsa Formazione Lavoro sostenuta economicamente direttamente dalla famiglia di origine. </p>
<p>Adesso è tardi, lo sa bene Giovanni. Avvilito conclude così il suo discorso mentale: in assenza di circolazione di denaro dentro le carceri, questa quotidiana “lotta di classe” connotata anche etnicamente, avviene per il possesso e lo scambio di sigarette, bicchieri di coca-cola o aranciata e bustine di nescafé solubile. A lui pare davvero che il processo di discriminazione negativa, descritto da R. Castel, sia sempre in agguato, dentro e fuori dal carcere.  Giovanni è stanco di tutto questo. Ha deciso di pensare alla sua esperienza, di parlarne. Forse comincia a credere che per contrastare la crudele illusione del lavoro all’interno del sistema carcerario (e psichiatrico-giudiziario) non basta più domandarsi se ricorrono almeno le condizioni previste dal comma 2 dell’art. 16 della legge 300/70.<br />
“Come vedete, direbbe Giovanni a una sua platea di ascoltatori (cittadini comuni, colleghi sani, giornalisti, scrittori e legislatori di un tempo) a conti fatti, le leggi da osservare ci sono. I problemi da sollevare anche. Mancano le soluzioni propositive da attuare, subito. Arriveranno?”<br />
Giovanni se lo chiede, ancora oggi. Intanto continua a tenere appunti su foglietti e nella mente. </p>
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