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	<title>Carla Stroppa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Carla Stroppa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/08/17/overbooking-carla-stroppa-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Aug 2024 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Stroppa]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Sergej Aleksandrovič Esenin]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Lucio Saviani</strong><br />Il mio dialogare con il pensiero di Carla Stroppa (attraverso libri, seminari, dialoghi) e la lettura dei suoi testi sono per me ogni volta esperienza di reticolo e lampeggìo, di rimando e individuazione, di sonda e avanzamento.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-109240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO.jpg" alt="" width="506" height="731" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO.jpg 859w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-708x1024.jpg 708w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-768x1110.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-300x434.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-696x1006.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/978887186547-8-PIATTO-290x420.jpg 290w" sizes="(max-width: 506px) 100vw, 506px" /></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Da un mondo mediano<br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lucio Saviani</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Nota su La magia del ritorno. Sulle tracce del Mago di Oz di Frank Baum</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> di Carla Stroppa</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: right;"><em>Sono tornato al mio paese abbandonato </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>dal quale fui lontano otto anni</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em> Ma chi chiamare? </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>Con chi dividere la triste gioia </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>di essere ancora vivo? </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>Nessuno qui mi conosce </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>e mi ha dimenticato da tempo chi mi ricordava</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><strong>*</strong></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>In ogni cosa viva</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>c’è un’impronta segnata a fondo</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>dalla prima infanzia</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><strong><em>Sergej</em>  <em>Esenin- </em></strong><strong><em>Poesie </em></strong></h5>
<p style="text-align: right;"><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La magia, l’astrologia, l’alchimia e la mistica neoplatonica varcano la soglia di quella casa comune che è la cultura del Moderno proprio attraverso la nascita della scienza moderna. Keplero e Copernico erano anche astrologi, così come anche maghi furono Bruno e Campanella. La stessa rinascenza umanistica aveva ripreso molto più l’ermetismo che l’antichità classica.</p>
<p>Come, cinquant’anni fa, già Giorgio Agamben ebbe a segnalare in <em>Infanzia e storia</em>, è solo perché l’astrologia e l’alchimia avevano stretto insieme il “cielo” dell’Intelligenza e la “terra” dell’esperienza individuale e la mistica neoplatonica ed ermetica aveva annullato la separazione aristotelica di noūs e psyché, solo per questo, che la nuova scienza moderna poté porre a proprio fondamento un soggetto unico, quell’ego sostantivato che riuniva in sé l’Intelletto separato e il soggetto dell’esperienza e che avrebbe sostituito l’anima della psicologia cristiana e il noūs della metafisica greca.</p>
<p>Individuo questa questione come centrale nel libro di Carla Stroppa, soprattutto nelle pagine in cui essa emerge in modo tale da poter essere posta nei termini più rigorosi: una critica della Magia (e dell’astrologia) non può che implicare anche una critica della scienza.</p>
<p>Ma è naturalmente uno soltanto dei molteplici temi che Carla Stroppa come sempre lascia emergere dalla sua scrittura, e nelle dense pagine di questo suo ultimo lavoro essi si incrociano in percorsi lineari quanto chiaramente labirintici.</p>
<p>Il mio dialogare con il pensiero di Carla Stroppa (attraverso libri, seminari, dialoghi) e la lettura dei suoi testi sono per me ogni volta esperienza di reticolo e lampeggìo, di rimando e individuazione, di sonda e avanzamento. L’abitare la soglia, il ritorno a casa, o il tornare dell’immagine della casa (la “medesima casa” dell’anima e del cervello, il ritorno alla “casa del Sé”, come già nelle primissime pagine di questo libro), l’essere fuori-posto, i fantasmi all’opera, l’illusione: ritornano e si affacciano i temi di altri lavori di Carla Stroppa, insieme a quello su cui negli ultimi tempi ci confrontiamo con passione e grande vicinanza: il dis-sentire.</p>
<p>Ma qui ho iniziato proprio con la questione della magia, così presente già nel titolo e nel sottotitolo del libro. Continuo dunque con il genitivo presente nel titolo. Un genitivo soggettivo o oggettivo? O entrambi? La magia che è propria del ritorno o il ritorno come oggetto di magia? Qui “magia” per Carla Stroppa (la cui analisi del racconto di Baum è, per me, in tutto solidale con la questione magia/scienza moderna da cui siamo partiti) è un nome par parlare di un particolare quanto preciso mondo ‘mediano’: un “mondo intermedio, a dire quello spazio psichico di continua transizione tra sensibile e intelligibile, immaginazione e realtà” – spazio intermedio dell’anima è, per Henri Corbin, il “magico” – e, scrive ancora Stroppa, “il mondo intermedio, ossia il mondo simbolico”.</p>
<p>Questo mondo intermedio è, come Carla e io abbiamo indagato in altri nostri lavori, il mondo del Gioco, dove realtà e irrealtà trapassano una nell’altra, e dello Pseudos. Quest’ultimo può significare sia “menzogna” che “falsità”, o anche “inganno” e “frode”, così come “invenzione poetica”. È proprio nella complessa dimensione dello pseudologico che si è alle prese con lo sfuggente, reciproco attraversamento di reale e irreale, con lo spostamento ripetuto dei confini tra realtà e apparenza, con incursioni a sorpresa tra il visibile e l’invisibile, e dunque con il mondo del Meraviglioso.</p>
<p>Un mondo mediano fatto di cielo e di terra, carico di sostanze leggere e volatili, abitato da esseri umani e da spiriti, a volte anche da esseri bizzarri caduti dal cielo ma solo perché erano lì sospesi su una mongolfiera.</p>
<p>Alba e crepuscolo insieme, a farsi interprete di questo mondo è Hermes, messaggero ma anche ladro, bugiardo e truffatore (come lo Pseudos). Dio intermedio e sempre transitorio, instabile, Hermes è seduttore in quanto attrae, svia, allontana e confonde. Dio delle soglie, dei margini e dei limiti, non è inflessibile e non è autoritario, bensì giocoso e, unico nel suo genere, non è violento.</p>
<p>Hermes è l’omologo greco del dio egizio Theuth. Nella <em>Farmacia di Platone</em> Derrida parla di Theuth come archetipo di Hermes: “egli non si lascia assegnare un posto fisso nel gioco delle differenze. Astuto, inafferrabile, mascherato, cospiratore, buffone, come Hermes, non è un re né un servo; una specie di joker piuttosto, un significante disponibile, una carta neutra, che dà il gioco al gioco (&#8212;) È il dio delle formule <em>magiche</em> che pacificano il mare” (il corsivo è mio).</p>
<p>È infatti Hermes ad essere evocato da Carla Stroppa e ad aleggiare in queste pagine, anche nelle sembianze parodiche del mago/illusionista di Oz: “Mitologicamente il mago è un figlio del dio greco Hermes, il più imprendibile, contraddittorio e inventivo fra gli dèi. Il mito lo evoca come dio della magia nel bene e nel male è il grande mentitore capace di inganni distruttivi o sublimi. Illusionista per antonomasia, grande conoscitore di passaggi segreti, custode di tutte le soglie e delle analogie di senso Hermes si colloca all’origine dell’arte e della poesia che si manifestano sempre sulla soglia tra realtà e finzione. Il Mago di Oz è una sua umile e grottesca raffigurazione”.</p>
<p>È estremamente significativo che Carla Stroppa evochi Hermes proprio nella pagina in cui sta parlando del “meraviglioso” e del <em>fare ritorno a casa</em>, del ritorno a Sé. Ricordiamo qui la sottile ma decisiva differenza tra i significati di “meraviglia” e “stupore”: la meraviglia è una reazione improntata a incredulità, mentre lo stupore è uno stato d’animo provocato da qualcosa di inatteso che lascia increduli e disorientati. Stupore è anche arresto della motilità volontaria, associato a torpore dell’attività ideativa e a distacco dalla realtà esterna. Così, meraviglia fa riferimento al sorprendente, al mirabile e al prodigio, mentre stupore indica sbalordimento e torpore, assenza di capacità ricettiva, quindi stupidità e insensatezza.</p>
<p>“Meraviglioso” è proprio l’aggettivo sparito come d’incanto nelle numerose edizioni e successive trasposizioni ma presente nel titolo originario della fiaba di Baum <em>Il meraviglioso Mago di Oz</em>, aggettivo che Carla Stroppa riporta in primo piano chiamandoci ad interpretare come kairòs da cogliere il <em>fare ritorno a casa </em>e ad esperire, di quel ritorno, la vera e autentica magia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Lo Spost</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/21/lo-spost/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jun 2021 05:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Stroppa]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
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					<description><![CDATA[Al posto dell&#8217;ombra di Lucio Saviani &#160; &#160; Non poter essere mai in due luoghi contemporaneamente è ben triste. Ma dover essere sempre da qualche parte è una condizione ancora più dura Etienne Souriau La lettura de Gli spostati di Carla Stroppa promuove, provoca e mette in movimento, pagina dopo pagina, una sorta di forza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-91450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW-150x216.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW-300x433.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW-291x420.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/07/Cop_Stroppa_800-4_LOW.jpg 387w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />Al posto dell&#8217;ombra</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Lucio Saviani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: right;"><em>Non poter essere mai in </em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>due luoghi contemporaneamente è ben triste.</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>Ma dover essere sempre da qualche parte è una</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>condizione ancora più dura</em></h5>
<h5 style="text-align: right;">Etienne Souriau</h5>
<h5 style="text-align: right;"></h5>
<p>La lettura de <a href="https://morettievitali.it/?libri=gli-spostati"><em>Gli spostati </em></a>di Carla Stroppa promuove, provoca e mette in movimento, pagina dopo pagina, una sorta di forza che attrae e allontana, tesa a produrre un effetto di dislocazione. È un punto che affascina, perché, proprio come ogni fascino, non è localizzabile. Questo effetto di <em>déplacement</em> non si localizza infatti in alcun luogo preciso del libro, (eppure posto, e molto bello, ne troverebbe in tanti dei suoi temi: lo sguardo rabdomantico, la memoria implicita, l’Asino, l’invidia…) o semplicemente in un capitolo, oppure già prefigurato nell’Introduzione. Ma la stessa introduzione, come ogni soglia, lascia entrare ed uscire, spostando e facendo posto. E proprio per questo un posto suo non ha. Si sposta di continuo, durante la lettura, questa zona indecisa. Come quei dolori per i quali non riusciamo a indicare il punto.</p>
<p>Ci sono poi punti sui quali non si riesce a restare, e ci si accorge di questo soltanto e ogni qualvolta ci viene detto, intimandoci di stare al nostro posto. Magari poterlo sapere, qual è il nostro posto. Ci si aggira allora tra le pagine di questo libro con la stessa circospezione e attenzione, con quel passo incerto &#8211; lo chiamiamo anche “esperienza”, scriveva Emily Dickinson &#8211; che abbiamo quando entriamo nella sala del teatro aggirandoci in platea per scoprire dove sia il posto che ci è stato assegnato. Il libro di Carla Stroppa ci parla di quando questa platea rappresenta la nostra esistenza, il nostro venire al mondo scoprendo il posto a noi assegnato. Perché noi, ci ricorda Jankélévitch, veniamo al mondo sempre quando il sipario è già alzato, a rappresentazione già cominciata. A che titolo quel posto è assegnato?</p>
<p>Chi sono gli spostati di Carla Stroppa? “Out of joint”, le parole di Amleto ci sembrano arrivare sia dal palcoscenico sia dalla platea di questo teatro che Carla Stroppa ha allestito per noi. Luci in sala che si abbassano, ombre che camminano, rumore di passi di chi si sposta dietro le quinte, le scene che si spostano a sipario sempre alzato.</p>
<p>Gli “spostati” di questo libro siamo proprio noi, i lettori. Carla Stroppa ci assegna il posto di lettori quando leggiamo tra le righe che il posto per noi è tra una pagina e l’altra, tra il piccolo pagus e il grande fondo da rivoltare, tra il seme nero dell’inchiostro e il chiostro bianco della campitura.</p>
<p>Di nuovo <em>out of joint</em>, dissesto, fuori-sesto. Gli spostati di Carla Stroppa sono “coloro che inciampano nei loro stessi passi perché non hanno potuto individuare il loro centro di energia e di autenticità, quel senso di sé senza il quale non si trova il proprio posto nel mondo e si finisce per inseguire mete che, prima o poi, rivelano il loro punto di collasso e la loro irrilevanza ai fini di una esistenza che si possa dire veramente umana e piena” (p. 9) ma anche quelli che “come l’Odisseo conoscono la tensione all’oltre e, per assecondarla, non temono di navigare in mare aperto e, quando le circostanze lo richiedono, non temono di invertire la rotta e di assumersene la responsabilità (p. 10) Ma proprio come effetto di quella forza dislocatrice <em>Gli spostati</em> ci porta, in uno stesso tempo, in due luoghi che sono al centro dei lavori di Carla Stroppa: il dissenso e l’ombra. Dissenso come postura esistenziale ed esperienza del pensiero: dis-sesto (esser fuori sesto, vivere un tempo disturbato, come una spalla che va fuori posto, disarticolata), dislocazione, deragliamento, dismissione della sicurezza. La presenza a se stessi è distrazione dall’inaudito, dall’incommensurabile, dalla morte. Come pericolo, anche mortale, spesso si combatte la distrazione. Il luogo comune secondo cui è pericoloso svegliare i sonnambuli non fa che rovesciare la pericolosità “ontologica” della distrazione.</p>
<p>“Distratto… come sdoppiato. Non so che cosa avessi. Mi confondo, a scrivere sotto dettatura…” (<em>Atto secondo, scena seconda).</em> È uno spostato il Principe di Homburg, la cui vicenda nell’opera di Kleist si svolge in un arco teso tra due episodi di sonnambulismo e svenimento, così come mette a repentaglio il suo “posto” Bartleby, lo scrivano.</p>
<p>L’individuazione, l’incontro con la propria <em>ombra</em>, ossia quel “centro di energia e di autenticità, quel senso di sé senza il quale non si trova il proprio posto nel mondo” prevede dunque quel <em>déplacement </em>che si esercita proprio dove la luce rischia di accecare.</p>
<p>Come in quella allucinata assenza di grigi, negli abbaglianti bianchi e neri della scena del sogno ne <em>Il posto delle fragole</em>, il capolavoro che Ingmar Bergman dedica al segreto “posto del cuore” o “dell’anima”.</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=Mw6GsoufGq4</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Overbooking: Carla Stroppa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/15/overbooking-carla-stroppa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2019 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Stroppa]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
		<category><![CDATA[Moretti&Vitali]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Note su Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà di Lucio Saviani &#160; “La nostra sovrannaturalità domestica”: così Vladimir Jankélévitch chiamava l’anima. La cura domestica dell’anima è amore per ciò che è impossibile da possedere. Impossibile entrare in possesso dell’incomparabile superlativo, di ciò che è accessibile soltanto in un fulmineo punto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-80373" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/sulla-soglia.jpg" alt="" width="260" height="371" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note su <em>Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà</em></strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Lucio Saviani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La nostra sovrannaturalità domestica”: così Vladimir Jankélévitch chiamava l’anima.</p>
<p>La cura <em>domestica</em> dell’anima è amore per ciò che è impossibile da possedere. Impossibile entrare in possesso dell’incomparabile superlativo, di ciò che è accessibile soltanto in un fulmineo punto di tangenza, una sconosciuta apparenza, come tutto ciò che non è di casa. Addomesticare l’ignoto, non per dominarlo ma per renderlo familiare, di casa, cioè accoglierlo: l’anima prepara la <em>domus</em> per tale accoglienza.</p>
<p>Su quella soglia si toccano senza trattenersi “il Quaggiù e l’Ulteriore”; a questo imprevedibile, subitaneo incontro la cura domestica dell’anima ci prepara. Ad accogliere la straniera iniziativa per la quale noi <em>abitiamo</em> come destinazione e provenienza.</p>
<p>“Tutto ciò che è significativo avviene, nella maggior parte dei casi, o attraverso un sogno o ‘in un sonno leggero’ o infine in coloro che subitaneamente si trovano staccati dalla coscienza della realtà esterna. (…) Un urto potente alla nostra persona, che ci strappi a noi stessi di colpo, o il vacillare, la ‘crepuscolarità’ d’una coscienza sempre errante al confine dei mondi…”. Potente è la consonanza di questa pagina di <em>Le porte regali</em> di Pavel Florenskij con l’idea di “sovrannaturalità domestica” in Jankélévitch. E alla forza imperiosa di questo subitaneo “urto potente” rinvia la lettura di <em>Sulla soglia di casa. Abitare tra sogno e realtà</em>, l’ultimo libro di Carla Stroppa, da poco pubblicato da Moretti &amp; Vitali.</p>
<p>Viene a compimento in queste pagine un percorso di analisi e di riflessioni che chiamerei “trilogia della soglia”. Il libro si lega in un rapporto di rimandi, riprese, premesse e finali approdi ai precedenti <em>Il doppio sguardo di Sofia.</em> <em>L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura</em><em>, del 2016,</em> (vi leggiamo, a pagina 34: “Si dovrebbe scrivere un libro apposito sulla soglia sottile che divide la ragione dal sogno, o meglio li intreccia al di là di ogni “ragionevole illusione” di controllo (…) Hermes, il divino mediatore tra le altezze dello spirito e le valli dell’anima, trapassa i muri, il tempo e lo spazio”) e <em>Fantasmi all’opera. L’imperiosa realtà dell’illusione, </em><em>del </em>2013, (“Qualcosa, spesso un evento traumatico, ma talvolta il semplice fluire del tempo che incide sul corpo e sull&#8217;anima i segni della sua signoria, interrompe il filo di continuità che aveva legato alla vita.</p>
<p>Il senso della propria identità e la prospettiva del futuro si confondono, si annientano persino e la coscienza entra in uno stato di liminalità, di pericolosa confusione. In questa dimensione psichica si animano i fantasmi del mondo interiore”. Pag. 124).</p>
<p>I precorsi tracciati dai tre studi convergono e si incrociano su di un concetto chiave, la <em>soglia</em>, che dà anche accesso alle pagine del libro che chiude la trilogia.</p>
<p>Una soglia, diceva Genette, non può che essere attraversata. Essa ha luogo quando nulla <em>ha luogo</em> o accade, quando nulla è presente. La soglia <em>fa presente</em>, introduce e separa allo stesso tempo, e al tempo stesso è quella zona indecisa in cui la presenza si permea incessantemente del suo contrario; la soglia &#8216;fa presente&#8217; la prossimità e la distanza, la similarità e la differenza, l&#8217;interiorità e l&#8217;esteriorità: confonde il dentro e il fuori lasciando entrare l&#8217;esterno e uscire l&#8217;interno, separandoli e unendoli. Come ogni limite, la soglia è il luogo di un paradosso: divide e unisce allo stesso tempo, attraversata da un solo gesto.</p>
<p>Varcando una soglia, un <em>limen</em>, talvolta ci si può ritrovare in una dimensione straniante, non domestica e di non dominio, “strappati a noi stessi di colpo”, come scrive Florenskij, in uno “stato di liminalità, di pericolosa confusione” come ci avverte Carla Stroppa, ossia come varcando la soglia di un labirinto.</p>
<p>Ma il libro di Carla Stroppa sta a ricordarci che anche il Labirinto fu una casa. E queste pagine sono un attraversare continuo (da sogni a libri, da sedute analitiche ad analisi di opere d’arte). Sulla porta di accesso di questo labirinto di sentieri, poste in alto come titolo di un libro, ci sono due termini-chiave: “casa” e “abitare”.</p>
<p>“Certo, lo sappiamo: la casa è figura dell’eterna tensione umana ad avere un rifugio accogliente e nello stesso tempo è figura della paura di rimanerne prigionieri. In questo senso la casa è immagine della soglia fra il dentro e il fuori. Varcandola si può guardare dentro e venire a conoscenza di angoli e pertugi insospettati che nascondono cose importanti. Allora si può decidere di entrare e di esplorarli questi spazi in ombra e ancora sconosciuti; viceversa se si è già dentro, varcando la soglia si può vedere là fuori la scena del mondo e decidere di uscire per prenderne parte” (pag. 15).</p>
<p>All’origine della parola “casa” c’è l’immagine di un luogo coperto, come di una capanna (in greco, <em>kasa</em>), o di una pelle( <em>kas</em>) o anche di ciò che copre come un’ombra( <em>skià</em>), che dà riparo come in un <em>castrum</em>, sotto un elmo (<em>cassis</em>) o sotto il cappuccio di una casula. Un dimorare al coperto è dunque l’<em>habitare</em>, ossia continuare ad avere (<em>habēre</em>) consuetudine con tale abituale dimora. Ma è una dimora in cui “Ci si può perdere sia rimanendo sempre dentro che cercando sempre fuori e sia dentro che fuori ci si può salvare” (pag. 16).</p>
<p>E’ materia “porosa” per essenza, quella della casa: materia che lascia attraversare, entrare, uscire, respirare e intravedere: “La casa è certo una realtà di muro, di ferro, di legno, di vetro e quant’altro ha a che fare con la materia. E’ un luogo preciso dove avvengono cose precise delimitate dal tempo. Dallo spazio e dal fare concreto della quotidianità. E’ così, tuttavia è anche un’idea, un’immagine, un desiderio (…) Con l’impalpabile tocco dell’invisibile la fantasia che aleggia attorno e attraverso la casa risveglia la “trascendenza immanente” (Karl Jaspers) delle cose e allora accade che il muro, il ferro, il legno, il vetro e la materia lasciano intravedere il loro oltre” (pag. 17). Ecco il tocco, il “fulmineo punto di tangenza” (Jankélévitch) e il varco alla “‘crepuscolarità’ d’una coscienza sempre errante al confine dei mondi” (Florenskij) aperto dalla soglia su cui ci conduce la riflessione di Carla Stroppa.</p>
<p>Come per la soglia di Genette, per la crepuscolarità di Florenskij e la domestica sovrannaturalità di Jankélévitch così, nei labirintici percorsi del libro di Carla Stroppa (e della trilogia che esso chiude) anche il sogno è un continuo attraversamento. Nel sogno si è alle prese con lo sfuggente, reciproco attraversamento di reale e irreale, con incursioni a sorpresa tra il visibile e l’invisibile, in cui realtà e apparenza, scoprendosi parti di un medesimo opaco, labirintico genere, si compenetrano e trapassano l’uno nell’altro. Per tutto ciò, “il sogno è costitutivamente mercuriale”, scrive Carla Stroppa (pag. 93). Ed è infatti grazie ad Hermes, “il divino mediatore tra le altezze dello spirito e le valli dell’anima”, che il sogno ha a che fare con gli scambi, gli spostamenti, le censure, i trucchi, i mascheramenti. Ma il sogno ha a che fare anche con l’iperbole (Cartesio), il dubbio (Amleto) e la vita (Calderon de la Barca). Il Seicento, il lungo secolo del dubbio e del sogno, è molto presente nelle pagine di Carla Stroppa, assai più che il Novecento dei ricorrenti e appariscenti surrealismi. E’ invece il Novecento del “possibile”, più nascosto e inapparente, che Stroppa porta in superficie ricorrendo al Musil di <em>L’uomo senza qualità</em>. Anche qui, puntualmente, nei pressi di una porta e di una soglia di casa: “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima (…) è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche essere diversa. Così il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere, e di non dar maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è” (pag. 156-7).</p>
<p>Io credo che sia questo “senso della possibilità” la guida, sotto il nome e le sembianze di Eros, del percorso tracciato da <em>Sulla soglia di casa</em> e dall’intera “trilogia della soglia” di Carla Stroppa. Eros “è senza casa”, viene detto nel <em>Simposio</em> a Socrate, che non era quasi mai a casa. Sempre nel <em>Simposio</em> Eros è detto essere filo-sofo, in quanto figlio della mancanza (Penìa) e dello stratagemma (Poros). Proprio perché è senza casa, la sua strada è “fare” il possibile.</p>
<p>Il lento lavoro dell’addomesticamento dell’ignoto, del “fare casa” è il lavoro del discorso filosofico, che all’irruzione dell’estraneo, dello strano, dello straniero, fa seguire una inedita familiarità, un “sentirsi a casa”. Proprio perché familiarizza con l’inedito, lo accoglie e lo ascolta, la filosofia nasce dalla meraviglia e vive poi del sentirsi fuori luogo nel mondo dell’ovvio e dell’abituale.</p>
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		<title>Overbooking: Carla Stroppa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/09/14/overbooking-4/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Sep 2016 05:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Stroppa]]></category>
		<category><![CDATA[lucio saviani]]></category>
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					<description><![CDATA[I viaggi d’Anima e il farmaco di Sophia di Lucio Saviani Siamo nei pressi del fiume Amelete. La giornata si avvia alla fine, le anime si sono accampate sulla riva del fiume dopo giorni e giorni di cammino. Durante il viaggio, sono state per sette giorni in un luogo divino: c’erano due coppie di voragini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-64394" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/resize.jpg" alt="resize" width="200" height="289" /></strong></p>
<p><strong>I viaggi d’Anima e il farm</strong><strong>aco di Sophia</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Lucio Saviani</strong></p>
<p>Siamo nei pressi del fiume Amelete. La giornata si avvia alla fine, le anime si sono accampate sulla riva del fiume dopo giorni e giorni di cammino. Durante il viaggio, sono state per sette giorni in un luogo divino: c’erano <em>due coppie</em> di voragini contigue, una in cielo e l’altra in terra, e tra esse sedevano i giudici delle anime. Da due di queste voragini scendevano e risalivano anime reduci da un viaggio di mille anni, in cielo o sotto terra. Ora, raggiunto il fiume Amelete, le anime che stanno per reincarnarsi sono chiamate a bere l’acqua del fiume, ma in una giusta misura, che della vita precedente salvi <em>sia</em> la dimenticanza <em>sia</em> la memoria. L’anima che berrà oltre misura dimenticherà tutto. A sera le anime si addormentano, ma un terremoto notturno le getterà nell’evento della nascita.</p>
<p>E’ la parte finale del mito di Er, che Platone pone al termine della <em>Repubblica</em>. Un congedo mitico, di gran risalto, <em>memorabile</em>.</p>
<p>A queste anime rinascenti per acqua, al dormiveglia sulle sponde del fiume, all’arida e afosa pianura del Lete, che sembrano il perfetto <em>doppio</em> della terra desolata e delle morti per acqua nei versi di Eliot, tornerò commentando il libro di Carla Stroppa <em><a href="http://www.morettievitali.it/?libri=il-doppio-sguardo-di-sophia">Il doppio sguardo di Sophia</a>. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura </em>(Moretti &amp; Vitali, Bergamo, 2016).</p>
<p>Queste pagine danno vita a un lungo cammino, che è un viaggio nei meandri delle pluralità dell’in-dividuo, come attraverso un arcipelago. E’ una scrittura ulissiaca, tra ombre, specchi d’acqua, sirene, terre emerse, isole nascoste, approdi e scuri abissi. La lettura a cui chiama è un viaggio nel viaggio. E’ viaggio e labirinto. Molto presente, anche in agguato, nel libro di Carla Stroppa l’immagine del Labirinto: “Certo, finché si è dentro il labirinto non si potranno eludere gli inganni dell’occhio, le strade a fondo chiuso, gli specchi deformanti, i doppi perturbanti e gli sconcertanti cambi di registro, i colpi di scena. Tant’è, fanno parte del viaggio in Anima. Fanno parte del femmineo labirinto che lei stessa è, e di cui lei stessa offre il filo per uscire” (249). Nel labirinto ci si può smarrire, come nel naufragio di un viaggio per mare, o come nell’Ombra, dove ci si può ritrovare in una via senza uscita. Perché un labirinto è sempre <em>doppio</em>, proprio come l’immagine sacra della labrys. Un ingresso porta nel labirinto; il labirinto porta ad una uscita e, nello stesso istante, all’ingresso in una nuova condizione: è come un percorso tra due soglie. Come attraversare la <em>doppia</em> superficie di uno Specchio. Un modello iniziatico: al labirinto è sempre legata l’idea della morte e di un <em>passaggio</em> ad una nuova condizione.</p>
<p>Nell’<em>Iliade</em>, nel diciottesimo canto, vediamo come un disegno sullo scudo di Achille: è una danza labirintica. La danza esegue lo schema del labirinto cretese, <em>doppio</em> come la labrys che ne è simbolo: da Oriente ad Occidente e da Occidente a Oriente, e riproduce le peregrinazioni di Ulisse, l’eroe protetto da Apollo &#8211; dio del “percorso giusto”; Ulisse è l’uomo dall’ingegno acuto ed è colui che si smarrisce: è insieme, Dedalo e Teseo.</p>
<p>Scrittura ulissiaca, composizione labirintica quella all’opera nel libro di Carla Stroppa: riflessione esistenziale, esperienza clinica, immaginario letterario. E scrittura del doppio. Perché <em>doppio</em> è il tema che lo attraversa; qui tema può essere inteso nel senso musicale, un periodo musicale proposto inizialmente nella sua forma originale e successivamente riproposto più volte attraverso variazioni, aggiungendo o togliendo note, modificando le sfumature relative all&#8217;intensità del tema: il simbolo (<em>syn-ballein, </em>unire, armonizzare, mettere insieme) e il Diavolo (<em>dia-bàllein</em>, lanciarsi attraverso per separare: il calunniatore, colui che crea attraverso l&#8217;inganno una frattura nell&#8217;anima), il <em>Faust</em> di Goethe e l’eterno femminino, tensione spirituale dell’anima e maschera sociale della Persona, anima, animus e processo di individuazione, tema psicologico e topos letterario, scienza e umanesimo: “Scienza e umanesimo dovrebbero collaborare all’insegna dell’etica che è un attributo dell’anima capace di mediare il sentimento col pensiero. Per ribadire il tema: possiede il doppio sguardo si una conoscenza superiore. Intreccia, reintegra, connette le parti”. (29)</p>
<p>Il tema attraversa la tessitura del libro proprio come un respiro (il vento, il soffio vitale, il respiro esprimono fin dai primordi una delle fondamentali dimensioni attribuite alla realtà dell’anima).</p>
<p>Chi è Sophia? Cosa indica questo nome? In che consiste (e a cosa mira) il suo doppio sguardo? Ecco il tema che ritorna <em>attraverso</em> le sue variazioni “La donna nel suo evolvere (in quello ideale beninteso) passa dall’elemento più semplice e legato alla Madre natura rappresentato da Eva, a quello più spirituale legato alla figura gnostica di Sophia. I miti e la storia dell’immaginazione tutta narrano che per realizzare questa evoluzione ideale, la donna passa attraverso lo stadio romantico ed erotico rappresentato dall’Elena pagana, e attaverso quello di spiritualizzazione rappresentato dalla Maria cristiana. Sophia, la sapienza superiore, è il traguardo ideale, il compimento più alto in cui gli elementi del femminile e delle differenti religioni convergono” (82-83); “Ebbene, proprio questa capacità di riconnettere i frammenti appartiene alla visione affettivo-emotiva e assieme cognitivo-simbolica dell’anima” (81); “per ricontattare la scintilla di anima che rende un individuo se stesso (&#8230;) Jung ha previsto l’attraversamento di tre fasi esistenziali che corrispondono a tre fasi del processo individuativo: differenziazione dell’Io dall’inconscio collettivo, affermazione dell’Io, che trova i suoi confini e il suo luogo nel mondo; ritorno creativo e consapevole dell’Io alla fenomenologia dell’anima, che attinge alle immagini e alle emozioni dell’inconscio collettivo mediate dai simboli finalmente diventati percepibili in virtù di uno sguardo che vede il doppio o l’altra parte dei fenomeni. Il suo luogo sarà quello della conoscenza profonda e misterica della Sophia gnostica, la sapienza superiore del femminile iniziatico che riconnette le polarità separate col suo doppio sguardo” (30).</p>
<p>E’ attraverso questo sguardo doppio che torniamo ora al mito di Er. Prima di giungere sulle sponde dell’Amelete, le anime sono state messe in fila e presentate a Lachesi da un araldo. L’araldo ha preso dalle ginocchia della Moira delle sorti e dei paradigmi di vita annunciando: “Anime, che vivete solo un giorno, comincia per voi un altro periodo di generazione mortale. Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton). La responsabilità è di chi sceglie; il dio non è responsabile” (617d). (Nel libro di Carla Stroppa la responsabilità è una variazione attraverso cui il tema più volte ritorna).</p>
<p>Nella mitologia greca, il dàimon è la creatura divina che presiede alla sorte di ciascuno. Ma in questo racconto, ciò che siamo dipende dalle scelte che facciamo.</p>
<p>La maggioranza delle anime sceglierà i paradigmi di vita sulla base delle abitudini della vita precedente: Agamennone sceglie la vita di un’aquila e Ulisse, stanco di avventure, la vita di un uomo comune.</p>
<p>E’ il racconto di Er, il valoroso soldato caduto in battaglia che ritorna in vita con la memoria dell’aldilà, di quelle doppie coppie di abissi, una diretta in cielo e l&#8217;altra nelle profondità della terra e dell’acqua, rimedio e danno, oblìo e memoria, doppi come ogni pharmakon. E con il ricordo di quelle anime pronte a prendere corpo, il loro ambiguo, <em>doppio</em> domicilio.</p>
<p>La “nostra sovrannaturalità domestica”, così Jankélévitch chiama l’anima. La cura domestica dell’anima, come la filo-sophia, è amore per l’impossibile da possedere. Addomesticare l’ignoto, non per dominarlo ma per renderlo familiare, cioè accoglierlo.</p>
<p>L’anima prepara la <em>domus</em> per tale accoglienza.</p>
<p>Il dislivello vertiginoso “tra il Quaggiù e l’Ulteriore” che separa l’empirico dal “tutt’altro ordine” dell’incomparabile superlativo mantiene, in Jankélévitch, i due estremi nella loro radicale differenza ma sempre ponendoli nell’assoluta necessità di un <em>contatto</em>.</p>
<p>Al subitaneo, sempre imprevedibile contatto del <em>kairòs</em> la cura domestica dell’anima ci prepara. Come la “metafisica concreta” di Florenskij, la sua parola di “verità vivente, che respira”, essa prepara ad accogliere quel segreto lampo di tenebra in cui i due mondi si toccano, l’attimo in cui “invisibile, soffia un alito che non è di quaggiù”.</p>
<p>Una delle radici più forti del ‘labirintico’ cammino di pensiero di Jankélévitch è la cultura slava, con il suo caratteristico tono di nostalgia verso una &#8216;patria mistica lontana, ovunque e in nessun luogo&#8217;, &#8220;quella specie di realismo mistico che è una delle costanti del pensiero russo”, come dice Jankélévitch nella sua opera giovanile dedicata ai <em>Temi mistici nel pensiero russo contemporaneo</em>, E’ proprio a questa tradizione di pensiero che, in una pagina del suo libro, Carla Stroppa fa riferimento: “Sophia è il valore stesso della trasformazione. Per seguirne i passi sul piano teologico occorrerebbe rivolgersi all’Oriente, ai mistici della chiesa ortodossa e a quella conoscenza che Sergej N. Bulgakov ha definito <em>Sofiologia</em>” (91). Nei temi mistici del pensiero russo contemporaneo è presente anche la “pneumatologia”, propria della tradizione cristiana. E’ attraverso l’interpretazione pneumatologica che si comprendono tanti personaggi di Dostojevskij, che, ad una analisi psico-logica, restano destinati ad apparire anime bizzarre, contraddittorie, paradossali.</p>
<p>“Così come il mondo è doppio, una parte è materia e l’altra è intelligibilità, l’essere umano possiede un doppio sguardo, uno che si conosce, l’altro che conosce il mondo: una parte comprende l’altra”. A commento di questo nota di Melchior-Bonnet, Carla Stroppa presenta e interpreta la formidabile galleria di autori e personaggi di cui si compone la seconda parte del libro: Musset, Hoffmann, Nerval, in particolare <em>Carmilla</em> di Le Fanu e Biondetta del <em>Diavolo innamorato</em> di Cazotte: protagonisti di un mondo in cui il doppio “lungi dal risolversi in sintesi simbolica, a dire in quella pienezza di sguardo che contempla in unità i poli opposti dei fenomeni, insidia la psiche come rischio di scissione e di disorganizzazione psicotica” (141). Ai personaggi convocati da Carla Stroppa si potrebbero accompagnare alcune figure del Perturbante come l’<em>Uomo nero </em>di Sergej Esenin, il <em>Romanzo di Mac Millen</em> di Karasek, o il <em>Principe di Homburg</em>, la cui vicenda è forse tutta un sogno, una storia che comincia con il sonnambulismo e termina con uno svenimento&#8230;</p>
<p>Sono proprio queste storie, infatti, a fare da sfondo, fondamento e fertile humus della <em>ermeneutica</em> di Carla Stroppa: ”Si dovrebbe scrivere un libro apposito sulla soglia sottile che divide la ragione dal sogno, o meglio li intreccia al di là di ogni “ragionevole illusione” di controllo (&#8230;) Hermes, il divino mediatore tra le altezze dello spirito e le valli dell’anima, trapassa i muri, il tempo e lo spazio (&#8230;) Si vede il rovescio dei fenomeni, il doppio di ogni cosa e si intercetta un valore aggiunto che è in grado di spostare i piani di interpretazione e attribuire significati non convenzionali ai fenomeni. Le mode del “pensiero” medio collettivo e gli scontati consensi che ne derivano vengono insidiati, ivi compresi quelli che riguardano un’idea troppo sommaria dell’emencipazione femminile, che non fa i conti con il mondo interiore. Certo questa attitudine inquieta la coscienza, perché lungi dall’adagiarla nei consueti alvei dell’appartenenza allo spirito del tempo, le fa fluttuare tutt’attorno un sospetto, un’inquietudine, un che di estraneo e <em>perturbante</em>, ma per la solita legge dei doppi, quel perturbante è anche salvifico e seducente: traghetta verso la visione simbolica. Anche per questo la mia riflessione sull’anima oltrepassa quella relativa al genere sessuale” (34).</p>
<p>E’ un esito del libro annunciato in una nascosta anticipazione nelle prime pagine. Uno tra i non pochi caratteri di preziosità del libro di Carla Stroppa risiede proprio in questa occasione che la sua “riflessione sull’anima”, sul femminile e su <em>Sophia</em> come sapienza superiore del femminile iniziatico rappresenta per la filo-sofia: il doppio sguardo come pharmakon filosofico, come assunzione misurata di memoria, scelta e appassionata responsabilità.</p>
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		<title>Il doppio sguardo di Sophia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jul 2016 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Stroppa]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[maschile/femminile]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia junghiana]]></category>
		<category><![CDATA[Susanna Mati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Susanna Mati Divagazione politico-filosofica a margine del volume: Carla Stroppa, Il doppio sguardo di Sophia, Moretti &#38; Vitali, Bergamo 2016, pagg. 262, €20,00. Da quando il femminile ha preso la parola, ed è cioè diventato capace di tenere il discorso (prerogativa riservata per millenni quasi esclusivamente al maschile), si sta recuperando con impensabile velocità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Susanna Mati</strong><br />
<img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-63405" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/doppio-sguardo-di-Sophia.jpg" alt="doppio sguardo di Sophia" width="200" height="289" /><br />
Divagazione politico-filosofica a margine del volume: <strong>Carla Stroppa</strong>, <em>Il doppio sguardo di Sophia</em>, Moretti &amp; Vitali, Bergamo 2016, pagg. 262, €20,00.</p>
<p>Da quando il femminile ha preso la parola, ed è cioè diventato capace di tenere il discorso (prerogativa riservata per millenni quasi esclusivamente al maschile), si sta recuperando con impensabile velocità il tempo perduto. Esiste attualmente in tutti i campi una grande ricchezza di contributi autointerpretativi da parte delle donne, tanto che oggi è piuttosto il maschile ad essere ormai ammutolito, e a rivelarsi nei suoi caratteri di estrema fragilità e, assai spesso, come le cronache testimoniano, di arretratezza &#8211; che sono poi la fragilità e l&#8217;arretratezza non tanto di singoli individui, ma di un intero sistema culturale di valori giunto al tramonto, con lo sconcerto e lo smarrimento che questa perdita degli orientamenti tradizionali comporta. La morte di Dio e del Padre genera poche volte nostalgia, talvolta violenza, più spesso lamento, incertezza e paura del nuovo.</p>
<p>Il maschile ha ormai poche parole, è oggi connotato da una povertà di discorso, perfino da uno sbandamento tangibile, e per lo più tenta ancora debolmente di identificarsi con i residui di quel discorso che il pensiero femminista ha definito patriarcale. Al contrario, il femminile ha avuto modo di rivelare sempre di più la sua natura generatrice, creativa, anche nel regno &#8211; finalmente &#8211; della parola e del pensiero; e se le prime scrittrici vere e proprie, consapevoli di questo ruolo, risalgono all&#8217;Ottocento, e le prime filosofe vere e proprie al Novecento, l&#8217;essenza affabulante e mitologica del femminile &#8211; che ovviamente è sempre esistita &#8211; è giunta finalmente in luogo pubblico. Anticamente, Diotima poteva sì parlare, ma in quanto donna, straniera, sacerdotessa (dunque invasata dal dio), poteva parlare proprio perché era esclusa dalla <em>polis</em>. Platone, nella cui città ideale anche una donna sarebbe potuta diventare filosofo-re (anzi, filosofa-regina), aveva avuto eccezionalmente il coraggio di darle la parola, per esporre il più eversivo dei discorsi, quello su eros. Potremmo ricordare pochi esempi di questo tipo &#8211; fino ad oggi.<br />
Tuttavia: il discorso femminista &#8211; che prendiamo qui genericamente, nel suo complesso, senza distinzioni che pur sarebbero opportune -, che così tanto ha dato negli ultimi decenni, riuscendo a modificare &#8211; mai ancora abbastanza &#8211; la società, può forse esaurire l&#8221;essenza&#8217; del femminile, la sua immagine, la sua totalità? Ed esiste poi davvero questa &#8216;essenza&#8217;, al di là delle proiezioni che il maschile ha elaborato per secoli? Lasciamo stare le proiezioni, e poniamo che questa caratteristica peculiare, in qualche modo, esista, seppure in modo complesso, metaforico e anche ambiguo e contraddittorio (è per questo che la parola essenza è tra virgolette, essendo intesa in un significato antimetafisico del tutto improprio); e che riguardi in realtà, come cercheremo di dire più avanti, il futuro di entrambi i generi. Oggi la donna pare avervi la chance di un accesso privilegiato.<br />
È appunto su questo terreno che, con una posizione di grande originalità, si pone il libro di Carla Stroppa &#8211; scommettendo temerariamente su un aldilà possibile rispetto al discorso esclusivamente sociologico e politico sul femminile. Un aldilà, naturalmente, anche rispetto al &#8216;semplice&#8217; discorso biologico e perfino al discorso di genere. Una tensione verso l&#8217;alto percorre questo libro, come se Carla Stroppa ci dicesse: sì, va bene, nessuna di noi vuole tornare indietro, ma&#8230; ma, rispetto al piano delle rivendicazioni, c&#8217;è anche qualcos&#8217;altro, un elemento ulteriore, meno caratterizzabile, meno afferrabile, anche meno discorribile e categorizzabile, e tuttavia necessario a connotare la grande varietà e contraddittorietà del femminile, nonché le sue più intime risorse. C&#8217;è un in più, più sfuggente, più sottile, più profondo, che connota la donna &#8211; il femminile &#8211; come tale. Una specie di essenza, appunto, una caratteristica ineludibile, preziosa.<br />
Il pensiero analitico junghiano, in questo caso, viene in aiuto nel tentativo di guardare una totalità &#8211; quella del femminile &#8211; nella sua interezza, senza nascondersi le sue ombre, con un &#8220;doppio sguardo&#8221; che ha origine nella complessità contraddittoria dell&#8217;inconscio. Lo scopritore dell&#8217;inconscio, Freud, si era arrestato davanti al presunto &#8216;mistero&#8217; del femminile (che poi, magari, non era affatto tale: ma sconosciuto ed enigmatico rimaneva a questo sguardo maschile), facendo al massimo della donna un maschio manchevole, con peculiarità esclusivamente deficitarie &#8211; e &#8216;misteriose&#8217;, appunto. Ma nella mitologia archetipica esisteva invece da sempre una certa parità di genere, per così dire; le grandi dèe mediterranee, vicino-orientali, le &#8220;signore del labirinto&#8221;, stanno all&#8217;origine della nostra cultura. Prima di Dioniso, il più grande dio dell&#8217;Occidente, a Creta c&#8217;era già Arianna. E solo attraverso il loro temperato dualismo, talora convergente in uno, talora divergente, e la loro armonica differenza, la loro diversa eguaglianza, l&#8217;intero panorama dell&#8217;umano può trasparire e trasfigurarsi nello specchio ampio del divino. (Premesso che questo percorso è appunto un labirinto, un percorso mai in pace, forse mai concluso).<br />
Continuando a parlare per immagini mitologiche, c&#8217;è una Sophia che è dentro entrambi i generi, insieme per unirli, dividerli e trascenderli. Possiamo dare un nome a questo elemento comune e ulteriore? Forse il suo nome &#8211; come l&#8217;antica sapienza filosofica occidentale ci avrebbe detto &#8211; è anima. L&#8217;autrice nota giustamente la significativa circostanza di come &#8220;l&#8217;accezione simbolica di anima sia da sempre ascrivibile alla fenomenologia femminile, e supponiamo che questo non sia un caso&#8221; (p. 11). No, non è un caso, perché appunto pare che il femminile sia portatrice, specialmente oggi, della possibilità di un diverso ordine del discorso, di una vera e propria rivoluzione. Ma da dove partirebbe questa rivoluzione?<br />
Ridiscendiamo sulla terra, tenendo in mente questa immagine dell&#8217;anima: il femminismo, sempre benemerito, cerca di superare le debolezze storicamente patite, &#8220;ma troppo spesso&#8221;, scrive Carla Stroppa, &#8220;eludendo il confronto con il proprio mondo interiore e con i propri limiti&#8221; (p. 17); da ciò deriva il pericolo di &#8220;un&#8217;idea troppo sommaria dell&#8217;emancipazione femminile&#8221; (p. 34), se essa viene limitata a rivendicazioni sociali e politiche, in cui questo mondo interiore, in effetti, non trova alcuno spazio, alcuna voce. Per questo motivo, sostiene ancora l&#8217;autrice, rischiamo &#8220;di raggiungere la parità di opportunità nell&#8217;alienazione, nella scissione tra pensiero e corpo emozionale&#8221; (p. 59). Il pericolo, evidentemente, esiste. Questa ricerca di parità non deve essere basata &#8220;unicamente sulla dimensione sociale e orizzontale, ma su un sentimento di valorizzazione dell&#8217;umana dignità che si inoltra nel profondo e si protende verso la trascendenza&#8221; (p. 63), creando dunque un ordine, un cosmo davvero alternativo; altrimenti &#8220;la donna, a forza di prendere distanza dalle proiezioni d&#8217;anima che l&#8217;uomo fa su di lei e cercando di definire sempre meglio l&#8217;ambito del proprio Io, rischia di prendere le distanze anche dall&#8217;anima transpersonale, col risultato paradossale di assomigliare sempre di meno all&#8217;immaginario dell&#8217;anima che l&#8217;uomo proietta su di lei, questo sì, ma sempre di più all&#8217;Io evidente, mondano, arrampicatore dell&#8217;uomo&#8221; (p. 66).<br />
Non importa essere addentro ai termini della psicologia junghiana per comprendere il nucleo di questo discorso: per non rimanere schiacciate (e schiacciati) sul modello maschile di potere, con i suoi risvolti negativi (cos&#8217;hanno mai di femminile, nella loro azione, le potenti governanti che, fortunatamente, stanno affacciandosi sempre più nella politica mondiale?), questo modello bisogna superarlo in altezza, in verticalità, e non certo pretendere di parificarsi ad esso. Perciò &#8220;la mia riflessione sull&#8217;anima&#8221;, scrive l&#8217;autrice, &#8220;oltrepassa quella relativa al genere sessuale&#8221; (ivi). Questa riflessione è infatti egualmente valida anche per l&#8217;uomo: sia l&#8217;uomo che la donna devono superare il modello maschile di potere, così decaduto e deprivato di anima.<br />
Anima che è la più efficace immagine occidentale di memoria, desiderio, cultura, ricerca di significato. Rispetto all&#8217;adeguamento all&#8217;ordine del discorso ormai in sfacelo, e alla parificazione ad esso, il pensiero dell&#8217;anima può consentire l&#8217;accesso ad un totalmente altro, ad un novum.<br />
Si sarà capito dove voglio arrivare: nel ricchissimo libro di Carla Stroppa si forniscono alcuni elementi inediti per rimettere tra l&#8217;altro in questione, con uno sguardo comprensivo e originale, nientemeno che i rapporti tra la politica e l&#8217;anima. Quello che è in fondo il problema platonico per eccellenza (come può darsi società giusta, quando è composta da anime ingiuste?) ritorna urgentemente alla nostra attenzione, declinato al femminile. Ma ritorna anche un altro punto fondamentale della riflessione platonica: cioè che, per cambiare la società e il mondo, e ancor prima noi stessi, dobbiamo &#8216;possedere&#8217; un sapere, uno sguardo e una visione non orizzontali (per ripetere l&#8217;aggettivo usato dall&#8217;autrice), bensì che trascendano il mondo stesso &#8211; come avviene al filosofo della Repubblica platonica. Solo la &#8220;saggezza iniziatica&#8221; dell&#8217;anima (p. 67) &#8211; anch&#8217;essa, come la filosofia, assai più una ricerca che un possesso &#8211; ci dà questo potere alternativo, capace di futuro, per tutti i generi.<br />
In questa direzione, tutta da percorrere e da scoprire, la psicoanalisi e la psicologia del profondo possono offrire un contributo importantissimo per una critica dell&#8217;appiattimento e dell&#8217;adeguamento ai vecchi modelli invalsi di potere &#8211; e per una reale fuga al di là di essi.</p>
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