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	<title>Carlo Coccioli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Grande Karma o il luogo dove il destino del Testo ha da compiersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Coccioli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sonia Caporossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Sonia Caporossi</b><br />L’ultimo romanzo di Alessandro Raveggi Grande Karma – vite di Carlo Coccioli (Bompiani 2020) fin dalle prime pagine sembra rispondere ad alcune linee ermeneutiche precise, al di...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sonia Caporossi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultimo romanzo di Alessandro Raveggi <em>Grande Karma – vite di Carlo Coccioli</em> (Bompiani 2020) fin dalle prime pagine sembra rispondere ad alcune linee ermeneutiche precise, al di là dei facili inquadramenti di genere e specie. Non è qui il caso di domandarsi, infatti, se il testo strutturalmente appartenga al <em>modus ponendo ponens</em> un po’ stucchevole della <em>biofiction</em> o alla definizione, meno in voga, della biografia romanzata. A nostro giudizio, esso riflette piuttosto, come sembra, la natura di un caleidoscopico e surreale gioco del doppio, in cui il tema portante è una battuta di caccia identitaria dove lo scambio continuo di forma e sostanza tra il protagonista/autore-che-dice-io e l’oggetto dell’indagine, il Grande Scrittore Outsider archetipico, diviene motivo di sviluppo narrativo e di riflessione sul senso stesso della scrittura.</p>
<p>L’oggetto di questa neomassimalista <em>Ur-Ermittlung </em>è Carlo Coccioli, scrittore dai mille volti come una divinità Indù, che esiste concretamente nelle peregrinazioni in cui si aggirò per mezzo mondo inseguendo i suoi demoni reali e finzionali, dall’Africa in cui nacque a Parma e poi a Fiume, a Napoli e a Firenze, fino a Parigi e al Messico più sperduto e conglobante, laddove disperdere opportunamente le tracce di un’esistenza in continuo <em>fieri</em>. Carlo Coccioli esiste davvero nei viaggi, nell’epistolario, nelle relazioni omosessuali e nelle frequentazioni letterarie (conflittuale quella con Curzio Malaparte, per dirne una; un inseguirsi e perseguirsi continuo). Ma <em>quel</em> Coccioli <em>insiste</em> nel suo <em>esistere</em> anche e soprattutto letterariamente nei propri scritti, continuamente perduti e ritrovati, alcuni nemmeno realmente <em>essenti</em>, altri solo ipotizzati, paventati, altri ancora di momentaneo successo ma che, attraverso un inusuale e straniante processo di distaccamento dalla fama, sono stati ben presto dimenticati colpevolmente in patria, fino a lasciare scarsa traccia mnemonica di un romanziere paragonato un tempo “ad Albert Camus e Marcel Proust” (p. 53). Una sorta di Gide già postmoderno e postumo a sé stesso, autore di opere difficilmente classificabili come <em>Fabrizio Lupo</em> (1952, in italiano nel 1978), <em>Omeyotl, diario messicano </em>(1962), <em>Piccolo Karma </em>(1987), <em>Budda</em> (1994) tanto per citarne alcune in mezzo alla sterminata produzione di questo grafomane tanto prolifico quanto interlocutoriamente evanescente.</p>
<p>Epperò, alla fine, <em>anche</em> <em>se </em>esiste o, per meglio dire, proprio <em>visto che</em> esiste, non importa poi tanto, nella sede del metaromanzo raveggiano di cui stiamo parlando, che Carlo Coccioli sia <em>vissuto</em> davvero: l’atmosfera che si respira tra le pagine di <em>Grande Karma</em> ha un che di misteriosofico, il testo è ricoperto a ogni pagina da una patina grassoccia di obnubilante nebbia cognitiva che avvolge non solo il personaggio Coccioli nel trascorso “analitico” del tema, ovvero sé stesso (laddove l’analisi è un tentativo continuo dell’io narrante di entrare in possesso o, quantomeno, in contatto con l’oggetto sfuggente dell’indagine stessa), quando l’<em>auctor</em> oggetto di ricerca e i personaggi in quanto tali, compresi quelli compresenti, di sfondo e di contorno. Coccioli è sintetizzato nel doppio, reduplica n-volte prismaticamente la narrazione e, per il tramite di essa, il senso stesso della parola detta oltre il <em>quid</em> della materia narrativa trattata.</p>
<p>In questo senso, Carlo Coccioli, ricercatore di una religione iper-rivelata proprio perché in <em>ab-sentia</em>, abituato a spostare indefessamente l’oggetto della propria ricerca cambiandole nome e volto in tutte le divinità pensabili che attraversano l’unico vero Dio per lui esistente, ovvero l’Io senza dentale sonora, è un esploratore dell’abisso del senso a cui Dio stesso si cela senza rimedio: “perché Dio ti nascondi sempre, se io ti bramo, innamorato pazzo?” esclama Raveggi/Coccioli con il corsivo dell’<em>Erlebte Rede </em>a p. 46, utilizzando il meccanismo steineriano del <em>Doppelgänger</em> che ritroveremo per tutto il romanzo, progressivamente usato e abusato come espediente attraverso cui rendere “quel suo andirivieni sempre compromesso tra vita e invenzione” (p. 50), nel tentativo di darsi forma e definizione: “<em>Sono stravagante, un anormale, un mostro, un marziano, una creatura apocalittica? O forse, più semplicemente, un fuori di testa?</em>, si chiedeva in uno dei suoi articoli” (p. 53).</p>
<p>L’autore che propugnò la prima cellula della Alcolisti Anonimi a Firenze, che si spostò come un girovago neobarocco in cerca della verità col lanternino sbeccato dell’Eremita dei Tarocchi, il mistico sensuale che della propria omosessualità non disdegnava l’anelito all’innamoramento <em>assoluto</em> (per un Dio, per un uomo, per un cane), potrebbe somigliare, chessò, a un Achab che avrebbe potuto benissimo accarezzare con <em>amore</em> la balena facendola rientrare nel suo <em>Ashram</em> come divinità degna di venerazione, a un Argo dai mille occhi, a un Erma bifronte a cui due soli volti starebbero stretti. La parola magica che amava ripetere era <em>Passione</em>, con una maiuscola non scelta a caso: “<em>ho perso la bussola […] sono preso dalla Passione, venero degli Idoli, hai capito, Miguel? […] Ho definitivamente abbandonato le Divinità del monoteismo, perché, non trovi?, un Dio terribile non ha senso! Un dio che sacrifica il proprio figlio, come è possibile!&#8230;quando io nutro persino i topi che ho in casa?</em>” (p. 93). Del resto, il misticismo panico di Coccioli, contraddittorio ma olistico, onnipervadente e metafisico nel senso religioso del termine, gli permetteva persino di vedere in Bhaktivedanta Swami Brabhupada, nella disciplina atarassica e asessuale degli Hare Krsna “una sorta di insegnamento pansessuale. Che coinvolgeva le piante, gli animali, in un erotismo per tutte le cose…” (p. 94).</p>
<p>Inseguire il Manoscritto archetipico nascosto in chissà quale anfratto della sua Casa Museo o custodito nel cassetto di chissà quale enigmatico amante/comparsa, cercare ogni dove i <em>diari segreti</em> occultati da chissà quale fantasmatico attore secondario della vita di questo Scrittore junghianamente Primigenio è la vera missione del protagonista che dice io, il quale si perde e si confonde nei meandri della ricerca stessa, sentendosi <em>rubato</em> dalla/alla letteratura come fosse disciolto in un gioco linguistico, in un dedalo wittgensteiniano dalle infinite regole riscritte  infinite volte, immerso giocoforza e suo malgrado nell’<em>imprinting</em> borgesiano e bolañano di un atto letterario concepito come supremo <em>fine</em> proprio perché inevitabile <em>fine</em>. In questo contesto, anche il Messico diventa un non-luogo invischiante in cui disperdere i propri punti di riferimento identitari. C’è qualcosa a metà tra Lynch e Tarantino nelle descrizioni, nei luoghi, nei particolari, sempre spostati altrove, sempre descritti in altro, che rimangono lì, sospesi, senza dato definitorio e senza direzione.</p>
<p>In tutta questa dissipante dispersione, il segreto di Carlo Coccioli è uno e uno solo, identico a quello di qualsiasi narcisista patologico che si rispetti: <em>voleva solo essere amato.</em> Esattamente la medesima aspirazione di Enrico Capponi (è ora di svelare il nome fittizio del protagonista/doppio, anzi triplo, visto che dietro alla sua <em>imago</em> romanzata si nasconde, date le frequentazioni fiorentine, parigine, messicane e il <em>physique du rôle</em>, Raveggi stesso). La dispersione di energia, l’entropia cosmica della parola letteraria dissimulano dietro uno spesso strato di facili promesse di fama e di riscontri due/tre uomini che si inseguono in un gioco di specchi. E allora Enrico, già promesso sposo, si lascia sedurre prevedibilmente e facilmente da una ragazza messicana e coinvolgere da un cameriere parigino che lo conduce di fronte a sé stesso. Tanto è sfuggente e misterioso Carlo, nel suo caos preordinato di cui per tutto il romanzo si intuisce l’immanità, quanto Enrico è epimeteico e goffo: egli, Cappone di nome e di fatto, si lascia catturare e cucinare a puntino dall’animale stesso di cui va disperatamente a caccia.</p>
<p>È un immergersi carne e sangue in un percorso a ritroso con “al centro, un vuoto tremendo. Forse il vuoto dell’ubiquità di Coccioli, la ricerca della sua vita come nirvana pneumatico, un particolare <em>mihrab</em> di moschea, lo spazio architettonico dove tutti si rivolgono in preghiera. Vuoto” (p. 185). Nel romanzo ci troviamo più volte di fronte a un vorticoso essere-assente da riempire di senso, a un avvolgente effetto Morgana in cui dal miraggio emergono i fili e le p-brane di un’esistenza da ricomporre, quella dello Scrittore Archetipico; solo attraverso quella Enrico potrà costruire o rimettere insieme i pezzi della propria percorrendo “la doppiezza del viaggio” visto che “si va avanti tornando indietro, incatenati dove siamo stati sempre, senza mai esserci stati davvero” (p. 186).</p>
<p>È così che Enrico Capponi, andando avanti nella sua ricerca, si scopre essere “un filologo fallito nudo allo specchio, un scimmia testuale piena di desideri che si azzuffano tra loro” (p. 206), non ultimi quelli che lo dividono tra la figura di Lola, la ragazza messicana suicida a causa sua, che evoca il proprio atavico senso di colpa nei confronti dell’eterno femminino e Dina, la promessa sposa di una vita, per la quale non prova che un affetto di tipo sessual-fraterno come nel più tipico degli obblighi familiari, figura protettiva e confortante in cui rifugiarsi per trovare un ordine, un senso, una stabilità ormai troppo logorata e stretta nelle sue maglie autogiustificatorie per non sottintendere la presenza di una nevrosi desiderante. Pansessuale anch’essa, come quella di Coccioli, che lo conduce verso il proprio Grande Karma, passando attraverso “l’ombra intera di un’assenza” (p. 252), la sparizione, la <em>dissipatio Humani Philologi</em>, esattamente nel giorno paventato per le nozze, <em>coup de théâtre</em> in cui il Destino, quello di una vita che coincide col Testo, ha da compiersi. Del resto, il protagonista lo aveva detto fin dall’inizio: “Sarà che tutto ruota intorno a me, e io lo manovro, come fissi il perno di una ruota. O che, al contrario: sono io la trottola che gira a vuoto, e il mondo attorno è sempre lo stesso. Cambio le facce, o le facce cambiano me, con la velocità. Oppure ancora peggio: è tutta una specie d’altalena, un <em>columpio</em>, come direbbe lui” (p.). La vita non è una, ma tante: come le <em>vite di Carlo Coccioli</em> poste in sottotitolo, in esergo e in calce all’esistenza di Enrico, del lettore e, con loro, di chiunque sappia che la vita, pirandellianamente, “o si vive o si scrive”; ma anche entrambe.</p>
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		<title>CARLO COCCIOLI A TRENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 19:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Coccioli]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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					<description><![CDATA[Giulio Mozzi presenta Il cielo e la terra (1950) di Carlo Coccioli Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO per maggiori informazioni]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4></h4>
<h4>Giulio Mozzi presenta <em>Il cielo e la terra</em> (1950)</h4>
<h4>di Carlo Coccioli</h4>
<div>
<address>Venerdì 22 ottobre alle 20.30, presso il Teatro Spazio 14 di via Vannetti 14. <span style="font-size: x-small;">A seguire piccolo buffet.  INGRESSO LIBERO</span></address>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="http://vibrisse.wordpress.com/il-capolavoro-invisibile-a-trento/">per maggiori informazioni</a><br />
</span></p>
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		<title>17 maggio Giornata mondiale contro l&#8217;omofobia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 May 2010 18:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[17 maggio]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Coccioli]]></category>
		<category><![CDATA[francesco Gnerre]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio bassani]]></category>
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		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Gnerre Perché in Italia è più difficile che altrove l’affermazione della centralità politica e culturale dei diritti dei gay e della lotta all’omofobia? Esiste una responsabilità anche della cultura, in Italia più refrattaria che in altri paesi, ad affrontare questi temi? Un breve excursus sulle censure, le autocensure e i mascheramenti che, negando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Gnerre</p>
<p>Perché in Italia è più difficile che altrove l’affermazione della centralità politica e culturale dei diritti dei gay e della lotta all’omofobia? Esiste una responsabilità anche della cultura, in Italia più refrattaria che in altri paesi, ad affrontare questi temi? Un breve excursus sulle censure, le autocensure e i mascheramenti che, negando anche la parola, hanno reso difficile l’elaborazione di una cultura gay, e marginale un tema così importante per la democrazia di un paese.</p>
<p>Tra i motivi che fanno dell’Italia uno dei paesi più omofobi d’Europa e uno dei più arretrati in fatto di diritti civili c’è da considerare la responsabilità della cultura che ha la tendenza ad avallare l’atteggiamento ipocrita della separazione tra le parole e le cose, l’abitudine a mascherare ciò che non è conforme alla cultura dominante. Così in Italia si possono avere più famiglie e battersi pubblicamente per l’indissolubilità del matrimonio, si possono avere amanti di ogni orientamento sessuale e proclamare pubblicamente di essere turbati dalla presenza di omosessuali e contrari alle unioni tra persone dello stesso sesso. Insomma la realtà conta poco, quello che conta è la rappresentazione.<span id="more-34616"></span><br />
Questo aspetto della cultura nazionale ha origini antiche e risale per lo meno alla controriforma cattolica. Scriveva Paolo Sarpi ad un suo amico francese nel 1609: “una maschera sono costretto a portare, per quanto nessuno possa farne a meno, se vive in Italia”. La maschera di cui parla Paolo Sarpi non serviva a coprire comportamenti sessuali, ma atteggiamenti politici e ideologici non conformi al potere allora dominante, ma l’immagine testimonia bene una forma mentis tutta italiana che ai tempi di Paolo Sarpi poteva essere una necessità, ma che poi è diventata distintiva del carattere nazionale.<br />
Questa maschera che interessa tanti aspetti della vita, è ovviamente ancora più evidente in tutto ciò che riguarda la sessualità e in particolare l’omosessualità. Su questi temi c’è stata sempre in Italia una acquiescenza alla cultura dominante pubblicamente sessuofobica e omofobica e gli intellettuali hanno sempre sottovalutato la questione omosessuale o l’hanno vista come un problema circoscritto ai soli omosessuali e non, come in altri paesi civili &#8211; almeno da quando l’omosessualità è stata derubricata dalle malattie o dalle anomalie psichiche &#8211; come un problema di democrazia. Gli stessi omosessuali hanno preferito, e spesso preferiscono ancora, continuare a tenere la maschera e il silenzio ha funzionato sempre come la più efficace forma di repressione.<br />
Tra la metà del diciannovesimo secolo e gli anni dei movimenti di liberazione del Novecento, nel periodo della medicalizzazione dell’omosessualità e dell’emergere in varie forme del tema anche nella letteratura, l’interdizione e la paura hanno interessato certamente anche altri paesi europei e si è diffuso tra gli intellettuali quello che la studiosa Eve Kosofsky Sedgwick ha definito Homosexual Panic.<br />
Altrove però ci sono stati anche, per fare solo qualche nome, André Gide, Jean Cocteau, Thomas Mann, Marcel Proust o ancora James Baldwin, Christopher Isherwood, Gore Vidal e tanti altri. Perfino gli scandali legati all’omosessualità hanno favorito l’emergere della questione. Si pensi al processo per sodomia a Oscar Wilde in Gran Bretagna, alla coppia Verlaine &#8211; Rimbaud in Francia o agli scandali che coinvolsero tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’industriale tedesco Heinrich Krupp o a quelli che videro protagonisti il principe Philipp Zu Eulenburg e il conte Kuno von Moltke con vicende che fecero tremare gli ambienti vicini al kaiser Guglielmo II.<br />
In Italia niente di tutto questo. Pur essendo la meta del turismo gay di mezza Europa, l’Italia non ha conosciuto, fino alla morte di Pasolini &#8211; quindi un secolo dopo &#8211; nemmeno gli scandali. L’interdizione anche della parola è stata totale, tanto che quando alcuni scrittori hanno provato a rappresentare aspetti legati all’omosessualità sono stati costretti a ricorrere a eufemismi più o meno fantasiosi. Giorgio Bassani scrive che il dottor Fadigati, il protagonista de “Gli occhiali d’oro”, era ‘così’, era di ‘quelli’, i personaggi omosessuali di Natalia Ginzburg sono degli ‘eccentrici’, Vasco Pratolini in “Il Quartiere” parla di un non meglio precisato ‘vizio’ o di ‘natura corrotta’, Alberto Moravia a proposito del protagonista de “Il conformista” parla di ‘anormalità’ e in “Agostino” l’omosessuale adulto, Saro, è il pervertito libidinoso; dell’altro, più giovane, si dice semplicemente che ‘va’ con Saro. E gli scrittori più coinvolti personalmente, da Palazzeschi a Saba a Comisso e a tanti altri, hanno dovuto escogitare strategie di mascheramenti o sono stati costretti a confrontarsi con censure e autocensure molto più coercitive che in altri paesi.<br />
Lo stesso Pasolini che non ha mai avuto dubbi sulla sua omosessualità, quando negli anni Quaranta del Novecento si decide a confessare in una drammatica lettera la sua omosessualità ad una donna che è innamorata di lui, parla di vita “ferocemente privata, intima, la cui inconfessabilità mi aveva fatto comportare con te in modo tanto poco virile e onesto”, aggiunge di voler finalmente “essere esplicito”, ma la parola omosessualità rimane difficile da pronunciare e per dirlo deve ricorrere a lunghe e faticose perifrasi.<br />
L’Homosexual Panic in Italia è così molto più forte e rimane pressoché inalterato anche quando negli anni Settanta del Novecento altrove comincia il processo di superamento della paura e si fa strada l’idea di una cultura rivendicativa anche attraverso la scrittura letteraria che dà origine alla cosiddetta letteratura gay, un concetto che in Italia non ha mai avuto molta fortuna. Quando nel 1975 muore assassinato Pier Paolo Pasolini, il suo amico Alberto Moravia scrive: “chi era, che cercava Pasolini? In principio, c’è stata, perché non ammetterlo? L’omosessualità, intesa però alla stessa maniera dell’eterosessualità, come rapporto con il reale, come il filo di Arianna nel labirinto della vita”. Che intendeva dire lo scrittore? Che gli omosessuali che non sono Pasolini non hanno alcun rapporto con la realtà?<br />
Negli anni Settanta, il nascente movimento di liberazione omosessuale in Italia si deve confrontare così con una situazione molto più difficile che altrove, col muro di gomma di una cultura refrattaria e con diffidenze inimmaginabili in altri paesi, dove paradossalmente l’esistenza di una legislazione discriminatoria favorisce l’aggregazione e la conseguente nascita di una comunità gay che, accanto a iniziative strettamente politiche, promuove un nuovo immaginario legato alla sessualità e all’omosessualità anche attraverso la letteratura e promuove un coinvolgimento culturale generale che a poco a poco contribuisce a creare un clima favorevole alle istanze di emancipazione.<br />
In Italia i pochi libri che rappresentano l’omosessualità in maniera nuova rispetto allo stereotipo pre-Stonewall del malato da commiserare o del corruttore nascono all’interno dell’esiguo movimento di liberazione, rimangono clandestini e non entrano nel circuito letterario ufficiale. Nemmeno il più importante di questi libri, “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli, un saggio che è anche un interessante testo letterario per l’inedito accostamento del linguaggio accademico con modalità espressive “gaie” e provocatorie, riesce a intaccare la totale refrattarietà della cultura ufficiale. Un’edizione ridotta degli Elementi, tradotta in inglese, è studiata e apprezzata fino a diventare un testo di riferimento per gli studi successivi della queer theory, ma in Italia Mario Mieli rimane un nome noto solo all’interno del movimento d liberazione omosessuale.<br />
Le nuove istanze di libertà di quegli anni in Italia arrivano come attutite e guardate con sospetto. Si pubblica qualche libro rimasto per decenni ben conservato nell’ombra di qualche biblioteca come “I Neoplatonici” di Luigi Settembrini o nei cassetti degli scrittori come “Ernesto” di Umberto Saba, o già pubblicati all’estero come “Fabrizio Lupo” di Carlo Coccioli, ma né “I Neoplatonici”, ambientato nell’antica Grecia e che l’autore presenta come traduzione dal greco, né Ernesto, che rappresenta l’educazione sentimentale e sessuale di un ragazzo alla fine dell’Ottocento a Trieste, né le elucubrazioni religiose di Coccioli rappresentano la nuova realtà gay. Si resta così, nonostante la novità di questi libri, nell’ambito dell’eccezionale e dello straordinario, in realtà lontane e particolari, che poco hanno a che vedere con il vissuto dei gay come si viene delineando in quegli anni. Anche l’accoglienza che questi libri ricevono è una prova ulteriore della reticenza, dell’imbarazzo dell’establishement culturale.<br />
Se si consultano le recensioni apparse sulla stampa colpiscono i tentativi di tenere fuori questi libri dal vissuto omosessuale degli autori e dalla drammatica esperienza di repressione e si cerca di collocarli in un’aria rarefatta di “grazia” e di “classicità”.<br />
Perfino uno scrittore più giovane e più immerso nella realtà gay come Pier Vittorio Tondelli, che rappresenta tutti i fermenti del movimento di liberazione omosessuale, quando tocca con mano che per essere in Italia uno scrittore di successo deve rassegnarsi a tenere un profilo basso, si adegua e fa di tutto per evitare la cosiddetta “ghettizzazione”.<br />
Il suo esempio è seguito dalla maggior parte degli scrittori che sono venuti dopo che esprimono spesso fastidio di fronte a qualsiasi forma di “militanza”, rinunciando in questo modo a farsi portavoce di reali istanze di liberazione.<br />
Un libro francese, recentemente tradotto in Italia, curato da Jean Le Bitoux, uno dei fondatori del Fhar (Fronte omosessuale di azione rivoluzionaria) nel 1971, giornalista e militante, raccoglie una serie di interviste degli anni Settanta e Ottanta sul tema della liberazione gay a personaggi della cultura come Jean Paul Sartre, Michel Foucault, Daniel Guerin. In Italia in quegli anni gli intellettuali gay o fingevano di non esserlo o stavano ben attenti a non lasciarsi sfiorare dalle istanze del movimento per paura di “ghettizzarsi” e quelli non gay o scrivevano ermetici sillogismi alla Moravia o parlavano, ancora in anni più vicini a noi, del “dramma dell’omosessualità”, come certi interventi a dir poco scandalosi sulle pagine culturali di La Repubblica di Cesare Garboli che molti ricordano.<br />
Leggendo oggi le interviste di Le Bitoux che in quegli anni promuovevano dibattiti culturali di portata generale, si capisce bene attraverso quale percorso si è arrivati all’affermazione culturale e legale dei diritti glbt in Francia, mentre in Italia si tratta di discorsi di là da venire.<br />
E così altrove, dove c’è stata una reale trasformazione culturale, essere omosessuale comincia veramente a non avere più alcuna rilevanza e si può essere omosessuale e primo ministro come in Islanda, omosessuale e sindaco di una grande città come a Parigi o a Berlino, omosessuale e vice cancelliere come in Germania, senza scandalo alcuno.<br />
In Italia essere omosessuale è considerata ancora una caratteristica che è meglio non far emergere troppo (per una forma di omofobia interiorizzata, per non inimicarsi qualche amico cardinale o per paura di pregiudicare la propria carriera), o addirittura un’infamia da nascondere come dimostrano il “caso Marrazzo” e il “caso Boffo” che hanno appassionato in maniera volgare la stampa italiana tra la fine del 2009 e gli inizi del 2010 senza che né gli interessati, né i loro amici intellettuali abbiano avuto il coraggio di far cadere finalmente la maschera dell’ipocrisia.</p>
<p>Riferimenti bibliografici<br />
G.Benzoni “Gli affanni della cultura. Intellettuali e potere nell’Italia della Controriforma e barocca” (Feltrinelli, Milano 1978)<br />
E. K.Sedgwick “Epistemology of the Closet” (University of California Press, Berkeley and Los Angeles, U.S.A. 1990)<br />
P.P.Pasolini “Lettere 1940-1954″ (Einaudi, Torino 1986)<br />
F.Gnerre “L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano” (Baldini &amp; Castoldi, Milano 2000)<br />
F.Gnerre e G.P.Leonardi “Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay” (Il dito e la luna, Milano 2007)<br />
J.Le Bitoux “Sulla questione gay. Sartre, Foucault e gli attivisti del Fhar in dieci interviste” (Il Saggiatore, Milano 2009)</p>
<p>Fonte: Napoligaypress.it  17 maggio 2010</p>
<p>SCRITTORI CONTRO L&#8217;OMOFOBIA è un progetto editoriale curato da Massimiliano Palmese, che raccoglie saggi e racconti sulla difficile situazione italiana, frutto di vecchi pregiudizi e del vuoto legislativo. Tra i saggisti aderiscono Bolognini, Buffoni, Dall’Orto, Giartosio, Lalli, Quaranta, Romano, mentre tra i narratori Arena, B. Bianchi, Carrino, Insy Lohan, Vaccarello. Il volume uscirà in autunno.</p>
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		<title>Carlo Coccioli / Presenza dello scrittore assente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 04:30:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[In occasione dell&#8217;uscita di Davide si riprende il pezzo pubblicato in vibrisse] a cura di Giulio Mozzi Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta. &#8220;Quello con Carlo Coccioli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[In occasione dell&#8217;uscita di </em><em><a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0114-4" target="_blank">Davide </a>si riprende il pezzo pubblicato in <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">vibrisse</a>]</em><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><br />
</span></p>
<p>a cura di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><em>Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.</em></p>
<p>&#8220;Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto&#8221;. Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro <em>Quelli che ami non muoiono mai</em>, Mario Fortunato (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole &#8211; quasi un ritornello &#8211; quando ho provato a domandare a un po&#8217; di scrittrici e scrittori d&#8217;Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, <em>non l&#8217;ho mai conosciuto, ma è come se l&#8217;avessi conosciuto</em>, lo dico anch&#8217;io.<span id="more-13678"></span></p>
<p>Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata Pier Vittorio Tondelli. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, <em>Piccolo Karma</em>; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume <em>Un week-end postmoderno</em> (Bompiani 1987). &#8220;In nessun autore italiano contemporaneo&#8221;, scriveva Tondelli, &#8220;è presente una così grande tensione interiore, un&#8217;irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico&#8221;. Tuttavia &#8220;quello che si ama nell&#8217;opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l&#8217;incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l&#8217;ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della <em>Casa di Tacubaya</em> (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di <em>Uomini in fuga</em> (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l&#8217;induismo e il buddhismo Zen [&#8230;] ma anche lo stile di vita appartato, l&#8217;amore per gli umili e i reietti, l&#8217;assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l&#8217;erotismo, la predilezione omosessuale&#8221;.</p>
<p>In quell&#8217;articolo di Tondelli c&#8217;era anche lo zampino di Mario Fortunato. &#8220;Faceva un gran caldo a Milano, nell&#8217;estate del 1987&#8221;, racconta. &#8220;Pier Vittorio Tondelli e io eravamo stati a una festa. A ora tarda [&#8230;] Pier mi trascinò in uno dei bar che lui preferiva. Cominciammo a parlare fitto. [&#8230;] Scoprimmo di avere appena letto entrambi un libro strano, misterioso, misteriosamente bello: <em>Piccolo Karma</em>, di Carlo Coccioli. [&#8230;] Chiesi a Pier di scriverne per <em>L&#8217;espresso</em> e lui lo fece subito, [&#8230;] con la grazia misurata che aveva in dono&#8221;.</p>
<p>Quell&#8217;articolo, anche grazie al fascino che emanava, ed emana tuttora, la figura di Tondelli, fu importante per molti di noi, della nostra generazione (io sono nato nel 1960). Marino Magliani, scrittore ligure mio coetaneo che da più di quindici anni vive in Olanda a IJmuiden, sulla costa del Mare del Nord, racconta: &#8220;Ho capito meglio chi ero leggendo un saggio di Pier Vittorio Tondelli su Carlo Coccioli, dove Tondelli definiva Coccioli un <em>autore assente</em>. Ecco, chi sei anche tu, mi son detto. Certo lo sapevo da sempre, ma non avevo mai trovato la parola secca. Cosí cominciai a informarmi su questo scrittore che era andato via dall&#8217;Italia molto prima di me, anzi prima che io nascessi, aveva vissuto a lungo a Parigi e poi in Messico, scriveva brillantemente in francese e spagnolo, e ogni volta che appariva qualcosa in rete &#8211; poiché altre cose era difficile trovarle &#8211; qualche racconto o qualcuno che ne parlava, mi ci fermavo, come ci si volta quando ci chiamano per nome o con un nome che ormai ci appartiene. Autore assente. Presto vidi che non ero il solo, anzi mi fu chiaro che stavo interessandomi a Coccioli esattamente perché altri l&#8217;avevano cercato prima di me e lo stavano cercando mentre lo cercavo io. Per ultimo, mi accorsi che tutti quanti stavamo cercando l&#8217;autore che forse più di ogni altro e ovunque aveva cercato Dio&#8221;.</p>
<p>Dal Nord al Sud. Anche Antonella Cilento, scrittrice napoletana, è arrivata a Coccioli via Tondelli: &#8220;Scrivendo la tesi di laurea su di lui e leggendo gli articoli che lo riguardavano o che aveva scritto sugli autori che lo appassionavano trovai più volte il nome di Coccioli e mi incuriosì il fatto che in biblioteca potevo trovare a stento <em>Fabrizio Lupo</em>&#8220;. Ma perché a uno scrittore che può suscitare tanto amore in chi lo legge è spettato un destino di assenza, di marginalità, addirittura di scomparsa dalle biblioteche? &#8220;Coccioli&#8221;, dice ancora Cilento, &#8220;dichiarò spesso di aver lasciato l&#8217;Italia perché esisteva un <em>establishment</em> culturale moraviano che impediva la rappresentazione di altre scritture. Leggendone le poche pagine che ho potuto rintracciare ho riconosciuto almeno uno dei temi, la creaturalità, l&#8217;infinito e ossessivo amore per gli animali e i piccoli della terra che lo avvicinano ad altri autori, per lo più donne, che in Italia hanno vissuto negli stessi anni di Coccioli una <em>reductio</em> di lettura critica e di pubblica&#8221;.</p>
<p>Massimiliano Governi, autore di pochi e non allineati libri (ricordiamo <em>L&#8217;uomo che brucia</em>, 2000; <em>Parassiti</em>, 2005, entrambi per Einaudi) è il più secco e diretto: &#8220;Coccioli per me è il più grande scrittore italiano del Novecento&#8221;, dichiarò ancora anni fa. Alla domanda: perché?, oggi risponde: &#8220;Perché mi ha insegnato a dire la verità, tutta la verità&#8221;.</p>
<p>E anch&#8217;io, a proposito del dire la verità, in un articolo del giugno 2004 scrivevo: &#8220;La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire &#8220;le fasi della ricerca spirituale&#8221; di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico, [&#8230;] affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in <em>Piccolo Karma</em>, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell&#8217;immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo. Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l&#8217;ostracismo&#8221;.</p>
<p>È Giorgio Vasta, che lavora da anni nell&#8217;editoria e che ha appena esordito con il molto lodato romanzo <em>Il tempo materiale</em> (minimum fax 2008), a legare i temi dell&#8217;impudicizia e del nomadismo. &#8220;Prima di cominciare a leggere i libri di Carlo Coccioli&#8221;, racconta Vasta, &#8220;non conoscevo l&#8217;esistenza di una tonalità espressiva, e siccome quello che di un libro mi interessa di più è la tonalità generata dall&#8217;amalgama di lessico sintassi e figure della narrazione, avere conosciuto una tonalità che ignoravo è stato ed è ancora importante. Liberatorio. La tonalità che ho trovato dentro i libri di Coccioli che ho letto ha a che fare con il pudore, o meglio con il crinale tra pudore e spudoratezza. È un pudore del linguaggio e una spudoratezza delle immagini messe in scena, una frizione continua tra il desiderare di dire e il non poterlo fare del tutto. Questo contrasto, assunto e sviluppato, credo abbia dato luogo in Coccioli a una specie di santa oscenità dello stile. Leggo le pagine di Coccioli e ho a che fare con un italiano impressionante, una lingua all&#8217;interno della quale esistono ancora, e con vigore, espressioni perdute che in Coccioli non risultano mai museificate ma sempre vive presenti e intense e classiche e stranianti. È come se la sua lunga permanenza all&#8217;estero avesse funzionato da agente di contrasto, come se vivere per anni immerso in un paese nel quale si parla spagnolo avesse generato un&#8217;esaltazione dell&#8217;italiano più bello. Un italiano &#8220;santo&#8221;. Usato per costruire narrazioni serenamente oscene&#8221;.</p>
<p>Eppure, anche quando i suoi libri venivano pubblicati in mezzo mondo (e in quattordici lingue in tutto), Carlo Coccioli era una sorta di intoccabile. &#8220;Negli anni Settanta&#8221;, conferma Mario Fortunato, &#8220;quando lo scoprii per quell&#8217;istinto primario che illumina tante letture adolescenziali, era quasi una vergogna possedere i suoi libri. Coccioli era omosessuale, molto religioso e per giunta conservatore. I suoi romanzi li pubblicava Rusconi, un editore non proprio <em>à la page</em>. Lessi <em>Fabrizio Lupo</em>, un romanzone alluvionale, sovrattono, gremito di aneliti mistici che non mi appartenevano né punto né poco. Eppure quanta sincerità nella sua scrittura. Un&#8217;onestà intellettuale che rasentava l&#8217;autolesionismo. E poi: che meraviglia quella storia di un amore gay così melodrammatico. Per anni, divorai i libri di Coccioli quasi di nascosto. Di lui non sentivo parlare mai. Mai sui giornali. Mai da nessuna parte. Un fantasma&#8221;.</p>
<p>La parola &#8220;fantasma&#8221; torna anche sulla bocca di Bruno Gambarotta: &#8220;Io sono nato nel 1937. Da ragazzo, nel primo dopoguerra, leggevo dalla prima all&#8217;ultima pagina <em>La Fiera Letteraria</em> e <em>Il Mondo</em>. In quelle pagine compariva di tanto in tanto il fantasma di uno scrittore italiano che viveva in Messico ed era pubblicato in Italia da Longanesi&#8221;. Un altro editore non certo progressista. &#8220;Non c&#8217;erano mai sue foto. Era un irregolare, non classificabile sotto una delle etichette che predispongono i critici. Era uno come Antonio Delfini o Sergio Ferrero. Pare che scrivesse in un modo diverso dagli altri, che le sue storie non avessero niente in comune con quelle che circolavano in Italia&#8221;.</p>
<p>Ma oggi, finalmente, con la ripubblicazione di <em>Davide</em>, Carlo Coccioli comincia a tornare in libreria. Ovviamente ci auguriamo che sia possibile restituire al pubblico italiano non solo questo romanzo, ma almeno la parte più solida e sicura dell&#8217;opera di Coccioli. Ed è bello vedere che questo ritorno in libreria &#8211; dopo anni di ostracismo, di assenza, di vita fantasmatica &#8211; è salutato con favore da scrittori e scrittrici di tutte le specie e di tutte le età.</p>
<p>Antonella Cilento: &#8220;È giunto il momento che l&#8217;Italia lo recuperi&#8221;. Bruno Gambarotta: &#8220;Ho sempre desiderato conoscere la sua opera e finalmente si presenta l&#8217;occasione di colmare il vuoto. Farò il possibile per far circolare la notizia che il fiume carsico Coccioli ritorna finalmente in superficie&#8221;. Alcide Pierantozzi: &#8220;Quella dell&#8217;uscita di Davide è una notizia splendida&#8221;. Giuseppe Lupo, che ha annotato i carteggi raccolti in <em>La storia dei &#8220;Gettoni&#8221; di Elio Vittorini</em> (a cura di Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso, Aragno 2007): &#8220;È un&#8217;operazione molto importante, l&#8217;idea di recuperare e rilanciare un autore come Coccioli&#8221;. Giacomo Sartori, altro scrittore che vive la maggior parte della vita fuori dall&#8217;Italia (a Parigi): &#8220;Adoro &#8211; letteralmente &#8211; Coccioli, che avevo scoperto già molti anni fa da solo&#8221;. Sergio Pent: &#8220;Concordo sull&#8217;importanza di riscoprire il <em>Davide</em> di Coccioli e anche le altre sue opere ormai da tempo introvabili&#8221;. Giancarlo De Cataldo si proclama lettore di Coccioli &#8220;da tempi immemorabili&#8221;. E così via, ormai la mia casella della posta è tutta un fiorire di incoraggiamenti.</p>
<p>Ma la gioia per il ritorno in libreria di un autore così paradossalmente amato e dimenticato, e l&#8217;apprezzamento per la sua opera, non possono trasformarsi in acritica lode. Trovo molto interessante quanto mi ha scritto il poeta romano Franco Buffoni: &#8220;Saluto con gioia l&#8217;uscita di <em>Davide</em> nelle edizioni Sironi. Anche per ragioni anagrafiche sono un coccioliano <em>d&#8217;antan</em>. Naturalmente ritengo superata la posizione di Coccioli nei confronti del mondo abramitico (salvezza, eternità, afflato), ma ammiro sempre il suo coraggio per avere affrontato &#8211; in anni difficilissimi &#8211; la tematica omosessuale. Per questo ti invito a ripubblicare anche, per esempio, <em>Fabrizio Lupo</em>. Erano quelli gli anni duri democristiani, in cui Coccioli lavorava e pubblicava in Francia, in Messico. Mentre il Coccioli di <em>Davide</em> nel 1978 già venne accolto in un clima diverso, come testimoniano l&#8217;attenzione critica e i premi ricevuti. Ricordo però il commento del rettore di un noto liceo cattolico milanese: &#8220;Peccato, è il libro che darei in mano a tutti i nostri allievi. Non fosse per quella esplicita carica erotica omosessuale&#8221;. Ecco &#8211; seguendo l&#8217;esempio coraggioso di Coccioli &#8211; noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare. Ma paradossalmente l&#8217;ostacolo che incontriamo è proprio in quell&#8221;ordine del Creato&#8217; tanto caro anche allo stesso Coccioli. Sono ormai convinto che una vera e profonda accettazione dell&#8217;omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all&#8217;affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un &#8220;creatore&#8221; abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente. Da tale retaggio viene l&#8217;ottuso trincerarsi di molti dietro a un feticcio chiamato &#8220;diritto naturale&#8221;. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici &#8211; <em>in primis</em> quello vaticano &#8211; contro il movimento omosessuale. Dunque in <em>Davide</em> assistiamo a mio avviso a uno scontro paradossale: Coccioli <em>vs</em> Coccioli&#8221;.</p>
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		<title>Rapato a zero. Un ricordo di Carlo Coccioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgio vasta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2004 01:42:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Coccioli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Vasta Poco meno di un anno fa, il 5 agosto del 2003, moriva a Città del Messico Carlo Coccioli, scrittore multilingue (scriveva e pubblicava in italiano, spagnolo e francese), intensissimo, silenziosissimo e silenziato (&#8220;il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare&#8221;). Qualche notizia in breve sui giornali, qualche nota su internet, poi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Vasta</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="coccioili_carlo_b.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/coccioili_carlo_b.jpg" width="165" height="200" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></p>
<p><em>Poco meno di un anno fa, il 5 agosto del 2003, moriva a Città del Messico Carlo Coccioli, scrittore multilingue (scriveva e pubblicava in italiano, spagnolo e francese), intensissimo, silenziosissimo e silenziato (&#8220;il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare&#8221;). Qualche notizia in breve sui giornali, qualche nota su internet, poi più niente. Coccioli, oltre a essere quasi del tutto ignoto in Italia (era nato a Livorno nel 1920), muore in estate, addirittura ad agosto, ovvero al centro del legittimo oblio. Evidentemente doveva andare così, permanere in questa condizione di autore amatissimo in Francia e nei paesi di lingua spagnola ma eterno outsider in Italia. </em></p>
<p><em>Coccioli &#8211; del quale tra bancarelle e librerie si riescono a recuperare i bellissimi libri &#8211; mi è tornato in mente in questi giorni, per il caldo e per qualche altra ragione. Ho ricordato un suo pezzo, &#8220;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00CKSX9US/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00CKSX9US&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Rapato a zero</a>&#8220;, che chiude la raccolta omonima edita da Vallecchi nel 1986, brevi editoriali che Coccioli dettava telefonicamente e che venivano poi pubblicati su La Nazione. Mi è tornato in mente e sono andato a rileggerlo. Mi è sembrato nuovamente bello &#8211; lo spettacolo asciutto di una lingua perentoria, l&#8217;italiano arcaico e straniero che affiora qua e là come una sbucciatura &#8211; mi fa piacere proporlo ai lettori di Nazione Indiana. </em><br />
<span id="more-541"></span><br />
Erano le dieci di sera e stavo cenando, leggendo, guardando lo schermo televisivo. Non è indispensabile essere Napoleone, che al medesimo tempo dettava cinque lettere e preparava quattro battaglie, per fare insieme tre cose così banali. Il libro che leggevo era Maigret e l&#8217;uomo della panchina: il mio impareggiabile Simenon. La cena era rappresentata da un piatto di riso integrale al cavolo lilla. Sullo schermo televisivo un maestro dei mass media intervistava un signore grasso e benevolo dal viso sbiadito e acuto degli ebrei polacchi. Era un famoso violinista, ma parlava di politica. Riproponeva l&#8217;universo in un mediocre inglese; diceva le cose giustissime che tutti sappiamo a memoria. No agli armamenti, sì al vogliamoci bene, no alla dittatura comunista, sì alla gioventù del mondo (della quale lui, sessantenne, pareva membro onorario vitalizio). E allora all&#8217;improvviso sono stato soverchiato dalla passione di raparmi a zero.</p>
<p>Forse un effetto della noia. Il grasso e benevolo violinista esprimeva giustissime ma insopportabili esigenze. Nessuno più vuole invecchiare; nessuno più vuole morire; nessuno più vuole avere fame; nessuno più vuole non sapere leggere e scrivere. Tutti vogliamo tutto! Nessuno più vuole avere qualche nemico. Tutti satolli e tutti fratelli. Bontà divina, che noia! L&#8217;idea di radermi i capelli s&#8217;impose a me come un&#8217;inevitabile riparazione. Del resto a che cosa servono i capelli in un uomo della mia età? Servono alla bellezza, mi avrebbe risposto il violinista se avesse potuto farlo. Perché nessuno accetta più di essere brutto. Io sì. Non solo lo accetto; ma m&#8217;impeggioro. Bisogna avere il coraggio di non essere un «puer capillatus», uno di quei bei ragazzi dai capelli folti sui quali se non sbaglio sbavava Marziale. Bene: protestiamo rapandoci. Non ammiro i vecchi che si prendono per giovinetti; gli agonizzanti che partono per i safari africani; gli esseri di carne che credono di aver diritto a tutto, anche all&#8217;immortalità. E quel sommo violinista parlava addirittura di democrazia. La democrazia è soltanto un meno peggio; non è, né può essere, il paradiso. Nel mio comedor, o saletta da pranzo, si era insomma creata un&#8217;area di allucinazione. Il mio bisogno di protestare era prepotente. Se fossi stato un bonzo, mi sarei bruciato vivo. Tendente alla calvizie, decisi di rompere gli indugi e raparmi a zero.</p>
<p>Mi alzai di scatto – ciò è avvenuto venerdì scorso – ed entrai nell&#8217;attiguo bagno. Afferrai la macchinetta da barba e m&#8217;infersi una prima vigorosa tagliata in senso trasversale. Ridotto allo stato larvico di un Frankenstein impazzito, mi sentii simile al conquistatore Fernando Cortés che nel 1519 bruciò i suoi vascelli qui sulle coste messicane per evitare bassi ripensamenti.<br />
A me non piacciono gli specchi, anzi li detesto. Sono una parodia dell&#8217;infinito. Invece di riflettere Dio, riflettono facce di scimmie, le nostre. Fui tuttavia costretto, dopo quel primo selvaggio taglio, a collocarmi davanti allo specchio: raparsi a zero è maledettamente più difficile di quanto si creda. Si suppone di avere pochi capelli e invece se ne hanno milioni. Annidano in anfratti cranei dai quali è difficile scovarli. Dopo cinque minuti di grandi sforzi ricorsi alle forbici con cui toso i cani. Le ho comprate a Firenze in una botteguccia di San Frediano. Era sabato mattina e alle una avevo l&#8217;appuntamento coi miei amici Mazzuoli per il solito desinare nel ristorante di piazza del Carmine. In una vetrina sudicia vidi esposto quel mirabile strumento. Decisamente entrai. Il venditore, secco e dolente, me lo elogiò; disse che quelle forbici per cani erano uniche. Sospirò nel consegnarmele. Ebbi l&#8217;impressione che gli stavo strappando una striscia di cuore. Cercai di confortarlo facendogli sapere che le avrei portate con me nel Messico d&#8217;or. Non si lasciò sedurre dalla prospettiva. Anzi dimostrò di non capirmi: «Forbici come codeste costì non si trovano in nessunissimo posto», affermò con una specie di remoto sdegno. Me le fece pagare un prezzo da collezionista. Con l&#8217;involtino in mano entrai pochi minuti dopo nel ristorante dove il sabato i coniugi Mazzuoli furoreggiano. In un&#8217;altra tavola c&#8217;erano Paloscia e Ragghianti. Scambiammo parole gentili. Mi sentii tentato di pregare gli eminenti critici di «espertizzare» l&#8217;oggetto d&#8217;arte di cui ero diventato proprietario. Me ne astenni.</p>
<p>Torno alle forbici a forma di scimitarra: solo quando cominciai a sanguinare mi resi conto che le stavo usando alla rovescia. È incredibile la quantità di sangue che ci abbiamo nella testa! Forse perché sono ipersensibile di spirito, fisicamente non sento quasi nulla: possono strapparmi la carne a morsi, ed io imperturbabile*. Ma il sangue viscido mi scorreva fra le mani. Il problema massimo lo costituivano gli occhiali. Se me li toglievo rischiavo di asportarmi un orecchio o un pezzettino di naso. Se me li lasciavo sbattevo le forbici contro le stanghette. Ogni tanto mi affacciavo al comedor per riprendere forze guardando il violinista della fratellanza universale. La sua aria di « siamo tutti fratelli » mi spronava all&#8217;olocausto. Io di fratelli ne ho avuti solo due, e uno è morto. Non ho punta voglia di averne quattro miliardi.</p>
<p>L&#8217;appassionante automassacro si concluse alle undici e dieci. Feci una doccia, la seconda della giornata, e me ne andai a letto. Prima rinchiusi il mio sbertucciato cranio in uno di quei fazzoletti rossi che in Messico portano fieramente intorno al collo i ferrovieri. Qui li chiamano paliacates, e a Livorno pezzuole. Ero soddisfatto. Mi ero tolto di torno l&#8217;annoso problema dei capelli. I malati che muoiono guariscono automaticamente da ogni malattia. Alla stessa maniera il rapato a zero si trova oltre la calvizie o l&#8217;abbondanza di capelli. Scopersi di avere una discreta testa: non a pera (sarebbe stato orribile) e nemmeno quadrata alla Mussolini. Una gentile testa rotondeggiante che in certa misura confermerebbe le teorie del Frobenius (?) sugli insediamenti delle razze camitiche nel bacino del Mediterraneo.</p>
<p>A letto mi misi a leggere. Finito l&#8217;affascinante Simenon, mi consacrai a un testo messicano di sociologia politica. Sulla supercapitale era scesa la quiete notturna; il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare. Dal suo angolo la palma Senza-Nome mi guardava con mille occhi di amore. I cani stavano ognuno al posto suo: il piccolo a pancia all&#8217;aria sulla coperta rosa, smarrito in visioni poetiche; il grande sulla poltrona con gli orecchi tesi (non si sa mai; un topo, un angelo, qualcuno che volesse assassinarmi). Che bellezza e che pace! Dal soffitto bianchissimo mi osservava l&#8217;amico ragno. Fa effetto dirlo in italiano: in spagnolo «arafla» è femminile. Ma la sociologia mi vinse e precipitai negli abissi del sonno.</p>
<p>È chiaro che la mattina dopo, svegliandomi, mi trovai rapato. Dopo una sollecita doccia uscii di casa perché avevo da comprare delle tavole di legno in una falegnameria all&#8217;ingrosso di Niňo Perdído. Ebbi freddo alla testa e la fugace impressione di passeggiare nudo. Le feritelle cranee già si stavano cicatrizzando. Al primo semaforo rosso notai che la gente mi guardava. È che in Messico i capelli sono una cosa importante. Qui vi sono le più folte, le più tenaci, le più stupende capigliature del mondo senza escludere neanche le giapponesi (dalle quali, del resto, le capigliature messicane derivano). La calvizie è ignota. Un cranio pelato è mostro o fenomeno: pazzo o santo. Dalle altre automobili mi scrutavano smarriti ma non senza simpatia. Il messicano delle classi mediobasse ha un fondo anarchico e gli piacciono le sfide sociali. Vedeva in me una di esse (e forse non aveva torto). Il demente, l&#8217;ubriaco, il trovatello, il carcerato, l&#8217;originale, la donna perduta: tutto ciò percuote la società borghese, le regole stabilite, il conformismo, e pertanto lo si apprezza.</p>
<p>Gli sguardi che mi gettavano erano di complice incoraggiamento. «Tu che lo puoi fare, fallo y que te vaya bien!», parevano dirmi. Anni fa a Milano parlai con un capellone nipote mio laureando in filosofia e membro di un complesso rock. «Questo cos&#8217;è?», gli domandai cuore a cuore indicando i capelli che gli scendevano sul petto. Mi guardò con profondi occhi d&#8217;innocenza. «È come se dicessi ai passanti che la condizione umana non mi piace», rispose. Sia chiaro che lui andava ben oltre la Critica del Sistema; penetrava nella metafisica, nel cosmico, nell&#8217;ontologia. Fatto sta che ieri sera hanno parlato della mia testa rapata i popolari Salinas e Lechuga che alla televisione messicana fanno la satira dell&#8217;attualità politica. Se ne deduce che per fare capire quel che si pensa non sono indispensabili le bombe: un paio di forbici basta.</p>
<p>* Falso. Ho al contrario una «soglia di dolore» incredibilmente bassa. Dopo incidente automobilistico a causa del quale morì Oliver, me lo hanno dimostrato le terribili sofferenze di molti mesi. Solo la morfina mi placava (e solo la morfina spengeva in me il senso atroce di Oliver).</p>
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