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	<title>carlo mazza galanti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le dieci volte che ho incontrato Vincenzo Pardini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Carlo Mazza Galanti Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti. La seconda, ma forse dovrebbe andare [&#8230;]]]></description>
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<figure id="attachment_44818" aria-describedby="caption-attachment-44818" style="width: 1088px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44818" alt="Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg" width="1088" height="1200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944.jpg 1088w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-272x300.jpg 272w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-928x1024.jpg 928w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-87x96.jpg 87w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-34x38.jpg 34w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-194x215.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/aquila-con-volpe-antonio-ligabue-1944-116x128.jpg 116w" sizes="(max-width: 1088px) 100vw, 1088px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44818" class="wp-caption-text">Aquila con volpe, Antonio Ligabue, 1944</figcaption></figure>
<p>Ho incontrato Vincenzo Pardini molte volte. La prima grazie a un suo estimatore, Carlo Carabba, che alla redazione di Nuovi Argomenti mi allungò un libretto pubblicato da Quiritta presentandomelo come “un grande”, e “uno scrittore di culto”. È stato subito culto, per me, in effetti.</p>
<p>La seconda, ma forse dovrebbe andare per prima, è stato un <i>déjà vu</i>: le prime impressioni ricevute leggendo i suoi racconti, come a volte succede, mi hanno rimandato ad autori del passato che amavo: certa letteratura sospesa in atmosfere impalpabili, e però perfettamente riconoscibili, prossime ai domini del fantastico ottocentesco (Natalia Ginzburg lo definì “il nostro Maupassant”), o all&#8217;asciuttezza narrativa di suoi conterranei: Tobino, che Pardini stima molto, e Tozzi, un autore che meriterebbe di essere molto più letto. E Silvio d&#8217;Arzo, anche.</p>
<p>La terza volta che ho incontrato Pardini è stato dopo averne letto un po&#8217; di libri (ne ha scritti parecchi), ed essermi reso conto del valore e della ricchezza della sua opera: La mia storia di scrittore – mi ha raccontato via mail – inizia nella metà anni Settanta. Mandai due racconti a Enzo Siciliano, poi confluiti ne <i>Il falco d&#8217;oro</i>. Cominciai così. Il primo libro, <i>La volpe bianca</i>, uscì dalla Pilotta nel 1981, nel 1983 uscii col <i>Il falco d&#8217;oro</i>, Mondadori, nel 1987, sempre Mondadori, con <i>Il racconto della Luna</i>, poi con <i>Jodo Cartamigli.</i> E via di questo passo, finendo da Bompiani, Giunti, Quiritta, Laterza, con testi per ragazzi, Pequod e infine Fandango.</p>
<p>Ricordo lo stupore leggendo <i>Il bilancio</i>: un racconto di giovinezza credo compreso nel <i>Falco d&#8217;oro</i>, già limpido e misterioso come quelli che verranno, la storia di un inseguimento tra un ragazzo e una specie di avvoltoio, azzoppato. Anche quello è stato un incontro che mi piace considerare a parte.</p>
<p>Ma soprattutto quello con <i>Segregazione</i>, lungo racconto che apre un libro del &#8217;95, <i>Rasoio di guerra</i>, ripubblicato da Pequod nel 2007, che mi sembrò uscito da un immaginario così estremo, al limite dell&#8217;intollerabile, da ossessionarmi per diversi giorni. Non sono sicuro che sia davvero rappresentativo della sua scrittura: racconta in soggettiva la storia di un freak, un essere umano indescrivibile, orripilante, e si legge come una potente allegoria di ogni forma possibile e immaginabile di emarginazione e isolamento. L&#8217;ho postato sul sito minima&amp;moralia, dove chi vuole può ancora trovarlo.</p>
<p>Fu per me decisivo il mio incontro con Pardini mediato dagli amici animalisti e antispecisti: a loro che abbracciano battaglie che paiono fin troppo idealiste ma che possono aiutare molto, credo, a disinnescare un&#8217;atavica miopia dell&#8217;essere umano, quella di non considerarsi un animale; a loro ho provato a passare Pardini. Non è per nulla interessato a formulazioni filosofiche e teoriche ma potrebbe diventare una vostra icona, gli ho detto. Non credo esistano altri scrittori nella storia della letteratura che abbiano esplorato con tanta intensità, sensibiltà e ostinazione il mondo animale. Quasi ogni suo testo si sviluppa intorno alla presenza di un animale. Bisogna cercare nell&#8217;arte visiva per trovare qualcosa di simile: Franz Marc o Antonio Ligabue, per esempio. E bisognerebbe leggere quello che dice Debenedetti sugli animali nei racconti di Tozzi: “movimenti di vita, chiusi e complessi grumi di un divenire nel quale riconosciamo poi, ma solo in un momento ulteriore, la sagoma di un destino che ci riguarda” per scoprire come Pardini sia andato, su quella direzione, molto più avanti del suo nobile predecessore.</p>
<p>“Chiusi e complessi grumi di divenire” si accordano forse meglio a forme brevi che lunghe e per me Pardini resta uno dei maggiori novellisti della letteratura italiana. Non per questo rinuncerò ad annoverare trai miei incontri con lui (siamo al settimo credo) quello con i suoi romanzi, dal magmatico <i>Lettera a Dio</i> fino a <i>Il postale</i>, da poco uscito per Fandango: storia di un postiglione dalla fine dell&#8217;ottocento alla fine della prima guerra mondiale. La morte di una professione raccontata con straordinaria perizia descrittiva, minuzia di dettagli, cammei di importanti figure del passato (Pascoli, Baracca, Puccini, Bresci), l&#8217;emergere del fascismo dalle ceneri del vecchio mondo, il rilancio del complesso militare-industriale, le nuove tecnologie. La solita lingua pulita e precisissima, dove a “barcollare” non è un ubriacone ma una culla, o dove il Serchio “ruglia”. E naturalmente la storia di un cavallo, che si chiama come quello di Achille: Balio.</p>
<p>In occasione dell&#8217;uscita di questo libro, Fandango ha organizzato una serata, a Roma, il 13 dicembre, un vero e proprio omaggio a Pardini dove alcuni scrittori hanno letto parti della sua opera, in presenza dell&#8217;autore. Ecco un altro incontro. Non sono mai passato nè da segreterie, nè sacrestie – mi ha detto – indipendenza e solitudine hanno un prezzo alto. Sarà, ma ognuno ha il pubblico che si merita, e quello di Pardini, per quanto numericamente limitato, mi sembra un pubblico invidiabile. Tra i contemporanei ammiratori di questo scrittore ci sono Marco Lodoli, Valerio Magrelli, Emanuele Trevi, Aurelio Picca, Mario Desiati, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Romana Petri.</p>
<p>L&#8217;unica volta, ad oggi, che ho incontrato Pardini nelle sue terre è stato un paio di anni fa, quando sono andato a trovarlo nella sua casa in mezzo alla campagna dell&#8217;oltre Serchio. Lui vive da sempre in quella parte della toscana, tra Garfagnana, Lunigiana, Media Valle del Serchio. Quasi ogni sua narrazione è ambientata lì: che si tratti dell&#8217;epoca degli etruschi, di quella dell&#8217;Ariosto, dell&#8217;ottocento o della contemporaneità. In questo senso la sua opera è uno spaccato verticale della storia del nostro paese, a partire da una geografia molto circoscritta. Pardini ha preferito l&#8217;intensità del “locale” all&#8217;estensione del “globale”. Una forma spontanea di resistenza. “Non vado mai in vacanza” mi ha detto, in quella circostanza. Nel senso che quasi mai si allontana dalle sue parti. Ne conosce il passato, il presente, le genti, gli animali: di cui ripete i versi in un modo particolarissimo, non una semplice imitazione ma uno stenogramma sonoro, per così dire, come se sapesse coglierne solo i tratti pertinenti, quelli che ne fanno un vero e proprio linguaggio.</p>
<p>[Questo articolo, con qualche variazione, è stato pubblicato su <a title="orwell" href="https://twitter.com/orwellp" target="_blank">Orwell</a>, un inserto culturale momentaneamente e suo malgrado uscito dalle edicole. Per sapere dove e come ritornerà, leggere <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/orwell-1-5/" target="_blank">qui</a>]</p>
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		<title>Quello che vampiri, lupi mannari e mutanti non dicono &#8211; Prima di scomparire, di Xabi Molia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 08:30:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<figure id="attachment_44707" aria-describedby="caption-attachment-44707" style="width: 960px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44707" rel="attachment wp-att-44707"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1.jpg" alt="" width="960" height="679" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-96x67.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-303x215.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/xabi_molia-fotografato-da-Nolwenn-Brod1-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44707" class="wp-caption-text">Xabi Molia fotografato da Nolwenn Brod</figcaption></figure>
<p>Distopie, utopie, ucronie, qualunque sia il taglio, tonale e formale, che si voglia dare alle diverse interpretazioni immaginarie della storia umana, quello della fantapolitica è forse il genere più “perturbante” oggi a disposizione degli scrittori, quello meglio capace di riprodurre la fertile e angosciosa convivenza di famigliarità e straniamento che Freud riconosceva nella grande letteratura fantastica dell&#8217;ottocento. Come se soltanto la trasposizione del presente sul binario di una cronologia parallela potesse liberarci dal peso soffocante di un realtà riprodotta e moltiplicata in maniera esponenziale, dal sovraccarico d&#8221;informazione, dall&#8217;esposizione continua al resoconto dell&#8217;attualità. Non riusciamo più a volare in mondi arcani, perderci in labirinti metafisici, dialogare con creature oltremondane: ma manipolare leggermente il calendario è uno stratagemma sufficiente a mescolare le carte di questa bruta fattualità per farne emergere ideologie, contraddizioni, punti ciechi.</p>
<p>Certo, ci vuole molto talento per immaginarsi una Roma senza papa o un mondo completamente in mano ai nazisti. Molti autori di fantascienza e fantapolitica oggi in voga scivolano facilmente nel didascalico (o nel moralistico: in Italia, dove pure il genere non manca, pare un difetto abbastanza diffuso), in una complessità tendenzialmente cervellotica e involuta (è il caso del polacco Jacek Duckaj, di cui non ho però letto il libro più apprezzato, <em>La cattedrale</em>, prossimamente in uscita per Voland; o anche, in modo diverso, di Volodine, la cui trilogia post-apocalittica uscita in Francia nel 2011 è in corso di pubblicazione presso Clichy, erede di Barbès edizioni), infine nella parodia un po&#8217; frivola e superficiale, come succede al belga Quiriny de <em>Le assetate</em>, pubblicato quest&#8217;anno da Transeuropa.</p>
<p>Nulla di tutto ciò in <em>Prima di scomparire </em>(L&#8217;Orma, trad. di Stefano Lazzarin, pp. 300, E. 14,50) del francese Xabi Molia, libro che inaugura la collana franco-tedesca “kreutzville” della neonata casa editrice L&#8217;Orma. Che si presenta bene con questo giovane autore (classe &#8217;77) capace di manipolare un immaginario tra i più inflazionati e però (perciò) potenti (vampiri, zombie, mutanti) in un contesto appunto fantapolitico, senza indulgere minimamente a schemi narrativi prevedibili o semplicistici e senza rinunciare, allo stesso tempo, a una scrittura estremamente avvincente, buona per tutti i palati.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44708" rel="attachment wp-att-44708"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-44708" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1.jpg" alt="" width="224" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/prima-di-scomparire-molia-xabi-orma-edizoni1-80x128.jpg 80w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>La storia si svolge nella Parigi di un futuro prossimo, la Francia è appena uscita da una violenta guerra civile succeduta alla crisi economica che ha visto il riemergere di numerosi gruppi politici, di diversa matrice, pronti alla lotta armata. Ristabilito l&#8217;ordine, eletto un presidente capace di accontentare se non tutti molti, attivato un programma di riconciliazione nazionale, esplode una misteriosa epidemia: un male sessualmente (ma non solo) trasmissibile che trasforma le persone in ominidi dotati di grande forza fisica a metà strada tra i mostri di <em>I&#8217;am legend</em> (quelli dell&#8217;ultima trasposizione filmica, del 2007) e i mutanti di <em>Black Hole </em>(il fumetto di Charles Burns) o i vampiri esistenzialisti di Abel Ferrara, a seconda dello stato di avanzamento dell&#8217;alterazione. Parigi diventa una cittadella dove gli umani arroccati lottano contro questi nuovi barbari decisi a prendere il sopravvento, capaci di utilizzare mezzi militari e già padroni di diverse città francesi. Non tutti i sani, però, riconoscono la causa del governo: circola un testo clandestino, un trattato filosofico dal sapore millenaristico intitolato “Il progetto umano” che proclama la fine necessaria dell&#8217;umanità. Nuovi schieramenti si formano e attraversano i due campi in maniera caotica, tra la superficie di una città semidistrutta e i labirintici cunicoli della Parigi sotterranea. In tutto questo, un funzionario addetto all&#8217;identificazione degli infettati viene improvvisamente catapultato sul campo di battaglia, alla ricerca della moglie scomparsa, una sceneggiatrice di fumetti presa di mira dalla censura durante il periodo della crisi per il contenuto controverso delle sue storie.</p>
<p>Il risultato è un romanzo complesso, stratificato, ma godibilissimo, capace di mischiare contenuti pop e filosofici, spaccati visionari e interni di domestica quotidianità senza alcuna ambizione “postmoderna” e senza che la struttura del racconto ne risenta mai, né sul piano della tensione narrativa né su quella della riflessione, estremamente meditata, attivata dall&#8217;assemblaggio degli eventi e dei personaggi. La barbarie, la fine dell&#8217;umano, il ritorno violento del rimosso animale (tra i gruppi che difendono gli infettati ce n&#8217;è uno che si definisce “animalista”), sono le questioni affrontate da Molia. I finale è aperto: non c&#8217;è risposta ma solo la formulazione radicale e accurata di un dubbio, anzi di un complesso sistema di dubbi che attraversa il nostro tempo e il nostro immaginario con un&#8217;insistenza ossessiva, a cui la maggior parte delle fantasmagorie di vampiri, lupi mannari e mutanti oggi in circolazione non offrono che un confuso, inerme, tentativo di espressione.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su <em>Alias</em>]</p>
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		<title>(Mappare le librerie indipendenti)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 22:15:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Carlo Mazza Galanti [&#8230;] Mi limito a indicare, perché lo credo cruciale (e per non fermarmi alla sola speculazione), un possibile luogo di azione, per altro già abbastanza discusso tra di noi: quello delle biblioteche pubbliche e delle librerie. Credo che se questi, più di altri, potranno essere luoghi di una possibile convivialità, di “occultamento” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Carlo Mazza Galanti</strong><br />
[&#8230;]<br />
Mi limito a indicare, perché lo credo cruciale (e per non fermarmi alla sola speculazione), un possibile luogo di azione, per altro già abbastanza discusso tra di noi: quello delle biblioteche pubbliche e delle librerie. Credo che se questi, più di altri, potranno essere luoghi di una possibile convivialità, di “occultamento” e di autodeterminazione, sarà perchè saremo forse in grado, attraverso di essi, di cortocircuitare (anche se in minima parte) i meccanismi ben oliati che integrano i tre grandi poli (produzione, critica, consumo culturale) nello stesso macchinone demente. Concentrandoci su questo punto possiamo fare qualcosa di concreto. Stimoliamo il buon funzionamento delle biblioteche. Mappiamo le librerie indipendenti città per città, aiutiamoli a fare rete, facciamo “guerrilla” andando fisicamente davanti alle librerie super-market con un elenco delle migliori librerie indipendenti divise per quartiere e invitando la gente a fare i loro acquisti lì, vicino a casa, in un posto migliore, più bello, più curato e più utile alla cultura e alla vita associata. Costruiamo un circuito virtuoso tra critica e vendita grazie a cui i librai potranno orientare il consumo in maniera intelligente e credibile; cerchiamo – nei limiti delle nostre possibilità – di scardinare il controllo dei distributori all’interno della filiera editoriale. La questione delle biblioteche e delle librerie credo che unisca tutti: scrittori, editori, giornalisti, critici, lettori. L’azione potrebbe partire da qui.<br />
<a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=4932#more-4932">Riprendi a leggere da qui.</a></p>
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		<title>AntiLars [cinema sho(r)t #1]</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 10:00:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Carlo Mazza Galanti Ossigenato il cervello e sciacquati gli occhi in un bagno di sana luce estiva, le vibrazioni apocalittiche dei titoli di coda che ancora filtrano dalla vicina sala di proiezione suscitano un sorrisetto pietoso. Che dire della dedica conclusiva a Tarkovskij ? (“come si è permesso!” non ha potuto trattenersi il mio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/antichrist2_n-300x168.jpg" alt="antichrist2_n" title="antichrist2_n" width="300" height="168" class="aligncenter size-medium wp-image-18739" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/antichrist2_n-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/antichrist2_n.jpg 483w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Carlo Mazza Galanti</strong></p>
<p>Ossigenato il cervello e sciacquati gli occhi in un bagno di sana luce estiva, le vibrazioni apocalittiche dei titoli di coda che ancora filtrano dalla vicina sala di proiezione suscitano un sorrisetto pietoso.<br />
<span id="more-18736"></span><br />
Che dire della dedica conclusiva a Tarkovskij ? (“come si è permesso!” non ha potuto trattenersi il mio vicino di sedia), che dire dell’emissario diabolico dalle sembianze volpine che con voce tonante annuncia il trionfo del caos? (qualcuno in sala è scoppiato francamente a ridere &#8211; con grande sollievo del sottoscritto &#8211; ma non fosse stato per la extrasistole dovuta allo spavento della sequenza appena precedente, credo che a ridere ci si sarebbero messi proprio tutti), cosa dire infine del primo piano su un pene che eiacula sangue o della mutilazione a tutto schermo di una clitoride sforbiciata via, come una capocchia? (in sala, questa volta, nessun commento, nessuna risata).</p>
<p>Il minimo, e forse anche il massimo, che si possa riconoscere a Von Trier è il merito della coerenza, sempre che la coerenza meriti a priori. L’ossessione del martirio femminile che dalle Onde del destino fino a Dancer in the Dark e a Dogville ha riempito di eroine incredibilmente infelici i film del regista danese dovrebbe trovare, in Antichrist, la sua formulazione più radicale e (se non fraintendo le intenzioni dell’autore) la sua scena primaria : una scena antica, solenne, sulfurea. Inquisizione, Caccia alle streghe, Storia. </p>
<p>Così scopriamo, tra un sussulto e l’altro, che ci troviamo davanti niente di meno che alla Natura Umana, quella natura – come spiega la protagonista femminile (Gainsbourg), che prima di impazzire completamente stava preparando una tesi sul ginocidio – quella natura « che spinge gli uomini a desiderare di fare del male alle donne ». </p>
<p>Senza entrare nel merito del filosofico assunto, è difficile non muovere una semplice critica all’ultimo capitolo della lunga (e coerente) ricerca di Von Trier. La sceneggiatura di questo film pare poco più di un cocktail, neanche troppo abilmente composto, di clichè gotico-horror-psico-satanisti e delle ormai scontate idiosincrasie del regista, il tutto pimentato dall’inevitabile surplus di attenzione che riceve chiunque scelga, avendone la possibilità, di mostrare le cose di cui sopra nelle sale cinematografiche di mezzo mondo. Si sa, chi ancora riesce a scioccare passa per un grande creatore. Soprattutto se a giustificare la violenza dell’immagine viene in soccorso la suggestione psicanalitica (il protagonista maschile, interpretato da Willem Defoe, è un terapeuta, ma dubito che suoi colleghi utilizzino veramente piramidi massoniche per mappare l’inconscio dei loro pazienti). I critici francesi saranno andati in brodo di giuggiole davanti al clito-fallo evirato, come gli emo-adolescenti davanti ai disegni delle torture medievali e ai cadaveri femminei dalla pelle bianchissima. </p>
<p>L’estetismo patinato delle immagini di Antichrist non vola molto più in alto. La musica di Haendel aggiunge il giusto tocco di lusso barocco e di finezza da degustatore di preziose nature putrefatte witkiniane. Non vorrei fare una critica moralista, non è, il mio, un partito preso contro i lati oscuri e le pulsioni distruttive di cui l’arte indubbiamente si nutre, a volte con grandi risultati. E’ proprio la qualità complessiva dell’opera che fa problema, banalmente. Dopo una notte di sonno disturbato e alcuni vaghi tentativi di dare peso e unità all’universo simbolico del film, mi sembra questa l’unica conclusione sensata. Semplicemente il male, qualunque cosa esso sia, meriterebbe di meglio. Certamente qualcosa di più complesso e meditato di questa fastidiosa via di mezzo tra una liturgia caricaturale e scomposta, una riflessione filosofica piuttosto semplicistica, e un deliberato scuotimento di mente e budella.</p>
<p>La lunga depressione da cui l’autore sarebbe da poco uscito e che lui stesso si preoccupa di comunicare ad ogni intervistatore, ha tutta l’aria di una giustificazione preventiva. O peggio, di un tentativo di valorizzare autobiograficamente la sua discutibile impresa di terrorismo psichico. </p>
<p>Se potessi consiglierei a Von Trier di riguardarsi con maggiore attenzione tutta la filmografia di Tarkovskij, invece di citarlo, e prima di dichiarare la prossima inutile guerra « umanitaria » contro le sue fobie.<br />
Trama (per chi proprio non può farne a meno): uno splendido bambino biondo, dopo avere osservato i genitori copulare in un mare di fiocchi di neve, si affaccia alla finestra e cade dal quarto piano, forse perché aveva il piede caprino. La giovane madre non regge il lutto ed il marito psicanalista la convince ad affrontare un’immersione reichiana nei luoghi delle proprie ossessioni. La capanna nel bosco è flagellata da una pioggia di ghiande e tre fiere si presentano con una certa frequenza ad annunciare l’apocalissi. Nella soffitta, il padre scopre le immagini inquietanti che la moglie utilizzava per la propria tesi sul ginecidio. La terapia deraglia in follia sanguinaria ed allucinazioni sataniche. Se il terapeuta non deve andare a letto con le proprie pazienti, come fare nel caso di una paziente che è anche la propria moglie? Forse per punirsi di un’emorragia provocata alle gonadi del partner, la giovane donna recide i propri genitali. Morirà, ma per altre ragioni, e in nome del genere femminile.</p>
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