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	<title>CartaCanta editore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La bestiaccia (da &#8220;Rogo&#8221;)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2014 13:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[CartaCanta editore]]></category>
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					<description><![CDATA[#BadMommyDay3 &#160; &#160; &#160; di Giacomo Sartori Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/16/la-bestiaccia/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7/" rel="attachment wp-att-50237"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-50237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7.jpg" alt="nolde_e25a20e5e3c020d4407eab6eea12c1a7" width="236" height="295" /></a>#BadMommyDay3</strong></em><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-50229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg" alt="1508600_orig" width="83" height="37" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig-300x135.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/1508600_orig.jpg 800w" sizes="(max-width: 83px) 100vw, 83px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. Un rogo la scardina, come succede ai tetti che ardono, quando le travi di legno crepitano e si sgretolano, franano su loro stesse. Le sue ossa si stanno staccando le une dalle altre, si dislocano. E lei non può fare niente per fermare quella catastrofe, non può difendersi. Può solo aspettare che la sua coscienza si spenga. Che finalmente la sofferenza cessi.<span id="more-50202"></span></p>
<p>Non è più a tavola, è seduta sul water. Nel grande bagno della nonna con la vasca infossata nel pavimento e la scaletta di legno per accederci. Non sa come ci è arrivata, ricorda solo che non ce la faceva più a stare seduta, e che si è strappata via dalla tavola. Le è rimasto nella mente lo sguardo di Rudy, una di quelle occhiate che ti attraversano senza vederti davvero: stava per chiederle se andava tutto bene &#8211; lei lo conosce come le sue tasche – ma poi è stato risucchiato da una frase del dottore. Le sembra però che tutto questo sia successo da tantissimo tempo, quando era piccola. Quando non sapeva ancora che si potesse sopportare un dolore così grande.</p>
<p>Le pare di essersi scaricata, ma non è sicura: il suo corpo non ha più alcuna sensazione precisa, è un ammasso tumefatto di calore insopportabile. Anche quando tocca la superficie liscia delle piastrelle non sente niente. C’è solo quel nemico mortale, che continua a guadagnare terreno, ma non in modo costante, a ondate successive. Parerebbe impossibile che possa ancora estendersi, e invece appena va un po’ meglio è il segnale che sta per arrivare un altro attacco. Sente distintamente che il suo ventre si sta strappando: i muscoli e le membrane e gli organi si lacerano, come quelle degli animali al macello. La stanno macellando.</p>
<p>Ora è distesa nella bizzarra vasca da bagno della nonna. È riuscita a trascinarsi fino alla scaletta in legno da barca e a stendersi: lì sta meglio. Può chiudere gli occhi, può cercare di contrastare quel dolore pazzesco. Per tenerlo a bada stringe i denti con tutte le forze che ha nelle mascelle, strizza tutta la faccia: puntando i piedi e spingendo più che può le sembra che vada un po’ meglio. Punta anche i gomiti, fa forza anche con quelli. È un arco teso allo spasimo, una bestia che ringhia e si difende dalla morte che vuole averla. Perché dopo quelle dislocazioni distruttive può esserci solo la morte. La pressione cresce però ancora, arriva a un punto di non ritorno: è un fiume di lava incandescente che la forza dall’interno. È la fine, si dice. In quel preciso momento è percorsa da uno strattone violentissimo, un sommovimento parossistico che sembra esaurirsi e invece si prolunga, non finisce mai. I suoi pensieri bruciano assieme alla carne, si annullano nell’incendio. Finché di colpo la tensione si spezza, e segue quasi un sollievo.</p>
<p>Adesso il male è cambiato, è diventato quello di una ferita aperta, di una piaga schiaffeggiata dal vento. È più sopportabile. Sente che tra le gambe è bagnata: non se n’era accorta. E nella brodaglia calda sotto di lei c’è qualcosa di duro. Tastando con la mano incontra un ammasso allungato: sembra carne, carne elastica e pesante. Prima ancora di pensarci la solleva, e vede che è un bambino. Un bambino con la testa ammaccata di neonato e con gli occhi spalancati di bambola. A vederlo ha una sensazione di ripugnanza, come quando si adocchia una pantegana o un’altra bestia che non ci si aspettava di incontrare. Lo lascia cadere, si ritrae il più possibile lontana.</p>
<p>Lei non ne vuole sapere di quell’intruso che emette suoni di trombetta rotta. Prova anzi una rabbia istantanea per la sua tracotanza: è lui che le piantava i coltelli nel ventre. Ora è tutto chiaro: approfittando della sua disattenzione si è incistato dentro di lei, e intendeva farla fuori. E adesso piange, vorrebbe intenerirla. Prima ancora di pensarci afferra l’asciugamano appeso al ramo di larice accanto allo specchio, e chinandosi in avanti ce lo infila dentro. Stringe forte, come si avvolgono nella carta i mazzi di fiori. Ma c’è un filo che le impedisce di arrotolare la spugna morbida fino a chiuderla. È il cordone ombelicale, i neonati hanno sempre un cordone ombelicale. Anche quell’intruso ne ha uno. Lo strappa allora come si rompono gli elastici, afferrandolo con le due mani e tirando con tutte le forze.</p>
<p>Il male che le attanaglia il ventre sale fino alle tempie e al cervello, però è viva, sta sulle gambe. Riesce a stare in piedi. E soprattutto adesso conosce l’origine di quel dolore: l’importante è sapere da dove veniva. Ora sa cosa è successo davvero: non c’entrava la carne cruda che ha mangiato in piedi davanti al frigorifero, i veri responsabili sono i Caraibi. Una volta estirpatane la fonte non può però che passare. L’importante è che la causa sia stata sradicata. Ora nessuno le farà più male.</p>
<p>Posa l’asciugamano per terra, e pulisce la vasca con il tubo della doccia. Vuole che quelle macchie e quei grumi rossastri scompaiano, vuole che tutto ritorni come prima. Domani molti ospiti verranno in quel bagno, anche se non è l’unico della casa. Faranno i loro bisogni, o anche solo si risistemeranno davanti allo specchio, come si fa alle feste. È per questo che non devono esserci chiazze rosse nella vasca, e nemmeno tracce lasciate da una pulizia approssimata. I sanitari e le piastrelle devono essere scintillanti e privi di odori come se la nonna fosse ancora lì a vegliare sulla sua reggia. Non sarà certo lei a mandare a monte tutti gli sforzi che ha fatto il nonno perché tutto sia perfetto. Ha già fatto anche troppi disastri, nella sua esistenza.</p>
<p>Il nemico si è rifatto sotto: sente di nuovo i coltelli dentro di lei, sente che scavano ancora. Si siede allora sul water, si stringe la testa tra le mani. Spera che non ricominci tutto daccapo: le sembra che questa volta non ce la farebbe. Non ha più la forza, i danni sono già anche troppo gravi. Mentre si morde il palmo della mano un oggetto molle scivola fuori dal suo corpo, come sputato fuori da una forte pressione, come aspirato verso l’esterno. Una guaina viscida che lei non vuole vedere: preme il pulsante dello sciacquone. Per qualche istante quella spessa membrana ottura la tazza, e invece con palpitazioni di medusa viene poi risucchiata dal foro: il livello dell’acqua torna a essere quello normale.</p>
<p>Adesso c’è una spiegazione. La riconforta avere la sicurezza che non si tratta di qualcosa di irreparabile, e che tutto si aggiusterà. Ora sa che il suo dolore diminuirà. Deve solo aspettare che scemi, come ha fatto in tante altre occasioni. Può vincere quella forza malefica ignorandola, fingendo che non esista, come si fa con le persone arroganti. A questo è abituata. Adesso non ha più nessuna paura.</p>
<p>Si sente molto debole, e ogni movimento le strappa dei gemiti, ma in qualche modo riesce a sfregare e lucidare, se non fa movimenti bruschi può benissimo venircene a capo. Ha l’impressione di nettare anche se stessa, di togliersi di dosso tutto il fardello che l’opprimeva e l’annichiliva. Ha l’impressione di rinascere. Aveva dentro tanta sporcizia, per questo le ultime settimane sono state così dure, per questo non ne poteva più. Adesso se dio vuole s’è scaricata, s’è svuotata completamente. Dall’asciugamano arrotolato escono dei gemiti, ma sono flebili, riesce a sopportarli. Ora la vasca non è più rossa di sangue, non ci sono più quei grumi e quelle bave impressionanti. C’è un buon odore di crema detergente per i sanitari, le piastrelle ricominciano a brillare. Resta solo qualche stria sul pavimento, presto sparirà anche quella. Fin da piccola lei è molto brava a pulire: la nonna per scherzare le diceva che mal che andasse avrebbe potuto fare la donna dei mestieri.</p>
<p>Adesso è un dolore normale, un dolore che non la spaventa più. Un po’ alla volta quel bruciore così intenso diventerà più flebile, e poi ancora sarà solo un ricordo. Succede sempre così: le cose più brutte si trasformano in oggetto di nostalgia. L’importante adesso è sapere che è pulita, che non ha niente di cui vergognarsi. Deve smettere di pensare di essere colpevole di tutto quello che succede: a ben vedere fa anche lei del suo meglio, come tutti. Come dice Rudy il suo difetto è mettersi in testa, dare sempre per scontato che fa tutto sbagliato.</p>
<p>Le sue calze sono ancora intrise di sudicio. Le ha sfregate a più riprese con la pezza umida, ma lasciano pur sempre qualche traccia violacea sulle piastrelle del pavimento. L’unica soluzione è toglierle e metterle sotto il rubinetto, sciacquare per bene anche quelle. Le strizza poi più forte che può e le rinfila: adesso non c’è più il minimo problema. Quando si fanno le cose bene le magagne si aggiustano, questo lo ha imparato. Con un’ultima ripassata il bagno sarà assolutamente perfetto: lucido e scintillante come piace a lei, accogliente. A questo punto dovrà solo sistemarsi un po’ meglio i vestiti. Anche quelli devono essere di nuovo a posto. Tutto deve tornare come prima.</p>
<p><em>[questo è un capitolo del romanzo &#8220;Rogo&#8221;, che sarà pubblicato in febbraio]</em></p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Emil Nolde)</em></p>
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		<title>Solo i morti conoscono Brooklyn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2014 09:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[CartaCanta editore]]></category>
		<category><![CDATA[From death to morning]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Lenkowicz]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Wolfe]]></category>
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					<description><![CDATA[di Thomas Wolfe (Questo racconto è tratto dalla raccolta &#8220;Dalla morte al mattino&#8221;, pubblicata da CartaCanta editore, 2014, 15 Є, nella traduzione di Jacopo Lenkowicz) Ora l’inverno del nostro scontento è reso glorioso da questo mese di maggio, e la desolazione delle nostre anime da tempo annegate è sepolta nel verde fuoco di una primavera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Thomas Wolfe</strong></p>
<p><em>(Questo racconto è tratto dalla raccolta &#8220;Dalla morte al mattino&#8221;, pubblicata da CartaCanta editore, 2014, 15 Є,</em> <em>nella traduzione di Jacopo Lenkowicz)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/02/solo-i-morti-conoscono-brooklyn/wolfe_dalla-morte-al-mattino_cover/" rel="attachment wp-att-48377"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-48377" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/wolfe_dalla-morte-al-mattino_cover-214x300.jpg" alt="wolfe_dalla-morte-al-mattino_cover" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/wolfe_dalla-morte-al-mattino_cover-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/wolfe_dalla-morte-al-mattino_cover.jpg 457w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a>Ora l’inverno del nostro scontento è reso glorioso da questo mese di maggio, e la desolazione delle nostre anime da tempo annegate è sepolta nel verde fuoco di una primavera radiosa.</p>
<p>Noi siamo i morti – ah! Annegati in un tempo lontano – spin­giamo le nostre antenne nella dolorosa melma, sui fondali oceanici di un mondo sommerso. Siamo gli annegati – strisciamo ciechi, tastiamo senz’occhi, succhiamo ignari, volteggiamo e ci contorcia­mo nelle profondità della giungla, immensi cieli umidi ripiegati su di noi, e grigia è la nostra carne.</p>
<p>Siamo perduti, ciechi atomi nelle profondità della giungla, ta­stiamo, strisciamo e ci contorciamo nel buio delle nostre antenne, e non possiamo fare altro.</p>
<p>Non c’è uomo al mondo che conosca tutta Brooklyn (solo i mor­ti conoscono tutta quanta Brooklyn), perché in questa città ci vuole una vita solo per non perdersi (solamente i morti conoscono tutta quanta Brooklyn, e persino loro discutono e polemizzano su quella ragnatela infinita, quella giungla di desolazione che è Brooklyn).</p>
<p>Quindi, come dicevo, sto aspettando il treno quando vedo quest’uomo, un uomo molto alto – mai visto prima. Insomma sta lì, per niente lucido e infatti si vede che ne ha un sacco in corpo ma ancora regge; parla decentemente e cammina più o meno dritto. Poi va da un bassetto e dice: «Per la Diciottesima Avenue, incrocio con la Sessantasettesima Strada?» dice.</p>
<p>«Oddio, capo! Sai che non lo so» dice il bassetto. «Anch’io non vivo qua da molto. Chissà?» dice. «Forse verso Flatbush?»</p>
<p>«Nah» dice l’uomo alto. «È a Bensonhoist. Ma non ci sono mai stato. Come ci s’arriva?»</p>
<p>«Oddio,» dice il bassetto, grattandosi la testa – si vedeva che non ne aveva idea – «non lo so proprio. Mai sentito. Lei lo sa, per caso?» dice.</p>
<p>«Certo» dico. «È a Bensonhoist. Prendi il treno per la Quarante­sima Avenue, scendi alla Cinquantanovesima Strada, lì cambi per Sea Beach, scendi sulla Diciottesima Avenue, incrocio con la Ses­santatreesima, e poi cammini un paio di isolati. Vai sicuro» dico.</p>
<p>«Ma che!» dice uno con la voce stridula, uno di quelli che sanno sempre tutto. «Che sta dicendo?» dice – oh, sapeva tutto sul serio. «Quello sta fuori! Glielo dico io come ci si va» dice all’uomo alto. «Deve cambiare per West End alla Trentasei» gli fa. «Poi scende tra New Utrecht e Sedicesima» dice. «Cammina per due isolati a ovest e due a nord» dice. «Ed è arrivato.» Oh, uno che sa <em>proprio tutto</em>, no?</p>
<p>«Ah sì?» dico. «E lei che ne sa?» Mi irritava perché pensava di saperla troppo lunga. «Da quanto vive qua?» dico.</p>
<p>«Da sempre» dice. «Sono di Williamsburg» dice. «E so cose di questa città che lei neanche si immagina» dice.</p>
<p>«Ah sì?» dico.</p>
<p>«Sì» dice.</p>
<p>«Come no, forse cose che non ha mai sentito nessuno a parte lei, cose che si inventa la notte» dico «prima di addormentarsi, invece di ritagliare le figurine o cose così.»</p>
<p>«Ah sì?» dice. «Si crede molto intelligente, eh?»</p>
<p>«Non saprei» dico. «Sulla statua di Lincoln c’è ancora la sua testa, non la mia» dico. «Però so riconoscere un bugiardo quando lo incontro.»</p>
<p>«Sì, eh?» dice. «Lei è uno sveglio, eh? Beh, prima o poi incontrerà qualcuno che le spaccherà la faccia» dice. «Ecco quanto è sveglio.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Beh, proprio in quell’istante arriva il treno, sennò lo mettevo a po­sto io a quello, però mentre arriva il treno gli dico: «Ok, pezzo di idiota! Mi dispiace solo di non potermi occupare di <em>te </em>adesso, ma spero di rincontrarti da qualche parte, magari al cimitero». Poi dico all’uomo alto, che era rimasto lì per tutto il tempo: «Venga con me» dico. Quando saliamo sul treno gli dico: «Com’è che va a Bensonhoist?» dico. «Sa di preciso dove deve andare, il numero civico?» dico. Gliel’ho chiesto perché magari sapendo l’indirizzo potevo dargli una mano.</p>
<p>«No» dice «non lo so. Non conosco nessuno là.»</p>
<p>«E che ci va a fare?» dico.</p>
<p>«Mah,» dice lui «dò un’occhiata in giro» dice. «Mi piace il nome,» – Bensonhoist, no? – «volevo vedere come è fatto.»</p>
<p>«Ma che» dico. «Mi prende per il culo?» Ho pensato che voleva fare il furbo, non l’avreste pensato anche voi?</p>
<p>«No,» dice «sul serio. Mi piace andare nei posti che hanno un bel nome. Posti di ogni tipo» dice.</p>
<p>«E come faceva a conoscerlo» dico «se non c’è mai stato?»</p>
<p>«Beh,» dice «ho una mappa.»</p>
<p>«Una <em>mappa</em>?»</p>
<p>«Una mappa. Me la porto sempre dietro quando vado in giro» dice.</p>
<p>Non ci volevo credere! Se la tira fuori dalla tasca, oh, ce l’ha sul serio la mappa – sul serio – una grande mappa di tutta Brooklyn con i percorsi disegnati sopra, tipo – Canarsie e East New York, Flatbush, Bensonhoist, South Brooklyn, gli Heights, Bay Ridge, Greenpernt – tutto là sopra ce l’aveva lo schemetto delle strade, disegnato sopra la mappa.</p>
<p>«È stato mai in uno di questi posti?» dico.</p>
<p>«Certo che sì» dice lui. «Quasi tutti. Ero a Red Hook proprio ieri sera» dice.</p>
<p>«Oh, Red Hook!» dico. «Cristo! E che è andato a fare?»</p>
<p>«Mah,» dice «niente di che. Mi sono fatto un giro. Mi sono fer­mato a bere in un paio di locali» dice «ma soprattutto ho cammi­nato.»</p>
<p>«Ha camminato?» dico.</p>
<p>«Sì,» dice «mi guardavo intorno, così, un po’ a caso.»</p>
<p>«E dove è andato?» gli chiedo.</p>
<p>«Eh,» dice «non so i nomi, ma posso cercarli sulla mappa» dice. «A un certo punto mi sono ritrovato in mezzo ai campi, campi enormi, senza case» dice «ma in fondo c’erano delle navi illumina­te. Stavano caricando. Così ho attraversato il campo» dice «verso le navi.»</p>
<p>«Ma certo» dico «ho capito dov’è. Erie Basin.»</p>
<p>«Seh,» dice «mi sa di sì. Stavano caricando le navi con delle grosse gru, e poi c’erano altre navi illuminate, nel cantiere, allora ho attraversato i campi per avvicinarmi» dice.</p>
<p>«E che ha fatto?» dico.</p>
<p>«Niente di che» dice. «C’erano due ubriachi in un locale, hanno cominciato a fare a botte e li hanno buttati fuori» dice «poi uno dei due ha provato a rientrare ma il barista ha preso una mazza da baseball da sotto la cassa e quello è scappato.»</p>
<p>«Eh,» dico «Red Hook…»</p>
<p>«Sì» dice. «Era là, sì.»</p>
<p>«Lasci stare Red Hook» dico. «Ne stia fuori.»</p>
<p>«Perché?» dice. «Che c’è che non va?»</p>
<p>«Beh,» dico «niente, ma è meglio starne alla larga, si fidi.»</p>
<p>«Ma perché?» dice. «Che ha?»</p>
<p>Oddio! Cosa bisogna farci con uno così stupido? Sapevo che non aveva senso dirgli qualsiasi cosa, non avrebbe capito, così gli dico solo: «Mah, niente. Ci si potrebbe perdere, ecco».</p>
<p>«Perdermi?» dice. «Ma no, come faccio a perdermi. Ho la map­pa» dice.</p>
<p>Una mappa! Red Hook! Ma Cristo!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi inizia a farmi un sacco di domande stupide: quanto è grande Brooklyn, se mi ci riesco a orientare, in quanto tempo si può co­noscerla tutta.</p>
<p>«Senta!» dico. «Se lo tolga dalla testa» dico. «Lei non conoscerà mai Brooklyn» dico. «Neanche tra cent’anni. Ci vivo da sempre» dico «e neanche io so tutto quel che c’è da sapere, quindi come pensa di riuscirci lei» dico «che nemmeno ci vive?»</p>
<p>«È vero» dice «però io ho una mappa.»</p>
<p>«Mappa o no,» dico «non riuscirà mai a conoscere Brooklyn» dico.</p>
<p>«Sa nuotare?» dice, così all’improvviso. Dio! A questo punto, mi capite, comincio a pensare che sia fuori di testa. Aveva bevuto, è vero, ma nei suoi occhi c’era qualcosa che non mi piaceva. «Sa nuotare?» dice.</p>
<p>«Certo» dico. «Perché, lei no?»</p>
<p>«No» dice. «Al massimo qualche bracciata. Ma non ho mai im­parato bene.»</p>
<p>«Beh, è facile» dico. «Basta un po’ di fiducia. Sa come ho impa­rato io? Un bel giorno mio fratello mi ha buttato giù da un molo con i vestiti e tutto, avevo otto anni. “Dai che nuoti” mi ha detto. “Nuoti alla grande – oppure affoghi.” E mi creda, <em>ho </em>nuotato! Se non hai altra scelta, lo fai. Basta solo un po’ di fiducia in sé stessi. E una volta che hai imparato» dico «non devi più preoccuparti. Te lo ricordi per sempre. È una cosa che rimane per tutta la vita.»</p>
<p>«Nuota bene?» dice.</p>
<p>«Come un pesce» gli faccio. «Un pesce in piena regola» dico. «Ho imparato ai moli come tutti i ragazzini» dico.</p>
<p>«Cosa fa se vede un uomo che sta affogando?» dice lui.</p>
<p>«Che faccio? Mi butto in acqua e lo tiro fuori» dico. «Che altro dovrei fare?»</p>
<p>«Ha mai visto qualcuno affogato?» dice.</p>
<p>«Certo» dico. «Ne ho visti due – e tutte e due le volte a Coney Island. Erano andati troppo al largo e non sapevano nuotare. Sono annegati prima che qualcuno potesse raggiungerli.»</p>
<p>«Che ne fanno qui della gente affogata?» dice.</p>
<p>«Qui dove?» dico.</p>
<p>«Qui a Brooklyn.»</p>
<p>«Non so che intende» dico. «Non ho mai sentito di qualcuno affogato a Brooklyn, tranne in piscina. Non si affoga a Brooklyn» dico. «La gente affoga da altre parti – nell’oceano, dove c’è l’ac­qua.»</p>
<p>«Affogare» dice lui, guardando la mappa. «Affogare.»</p>
<p>Dio! A quel punto mi rendo conto che è matto sul serio, con quell’espressione folle negli occhi e chissà poi che aveva in testa. Eravamo vicini a una stazione, non la mia fermata, ma decido di scendere lo stesso e prendere il treno dopo.</p>
<p>«Addio, capo» dico. «In bocca al lupo.»</p>
<p>«Affogare» dice lui, guardando la mappa. «Affogare.»</p>
<p>Dio! Ho ripensato a quell’uomo almeno mille volte da allora, e chissà che gli sarà capitato mentre andava a Bensonhoist sol­tanto perché gli piaceva il nome! E poi, camminare per Red Hook in piena notte con in mano una mappa! Quante persone ho visto affogare qui a Brooklyn! Quanto tempo ci si mette a conoscere Brooklyn con una mappa!</p>
<p>Dio! Che idiota che era! Chissà che gli è successo. Mi domando se qualcuno gli ha già spaccato la testa o se sta ancora girando in metro nel cuore della notte con la sua piccola mappa. Poveraccio! Però mi viene da ridere a pensarci. Forse lo avrà capito da solo che non vivrà mai abbastanza per conoscere tutta Brooklyn. Ci vuole una vita intera per conoscerla tutta quanta. E forse neanche basta.</p>
<p>Solo i morti conoscono tutta quanta Brooklyn.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(i dialoghi di Wolfe fanno morire; GS)<br />
</em></p>
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